La rivoluzione non è una cosa bella, ma è necessaria

Una recensione del libro di Davide Grasso Hevalen. Perché sono andato a combattere l’Isis in Siria, Alegre 2017

di Marco Rizzo

“prova a guardare, prova a coprirti gli occhi”

(Giuliano Mesa, Tiresia)

Hevalen non è un bel libro, nel senso che non è un libro che è piacevole leggersi. È uno di quei libri che si preferirebbe non dover mai scrivere. Con le parole dell’autore, espresse all’inizio del testo, in una premessa lapidaria: “Non è un racconto romanzato, ma è un racconto reticente. Di alcune cose non ho voluto scrivere” (p. 9). E chissà se è proprio possibile scriverle, certe cose… “Chi avrebbe compreso? – si chiede Davide Grasso nel lasciare la Siria – Chi avrebbe davvero voluto ascoltare? Avrei saputo io, avere rispetto per tutto questo? […] Parlarne sembrava un tradimento; l’idea mi faceva sentire profondamente in colpa, perché la selezione e la distanza della scrittura, o della parola, avrebbero creato uno scarto che non avrebbe potuto restituire la presenza di quella guerra. Tacere? No. Sarebbe stato un crimine.” (p. 318)

Hevalen è un libro necessario dunque, che ci porta sulla soglia dell’estremo, anche grazie a una scrittura che nei suoi momenti più alti ci rimanda indietro l’eco terribile di quell’esperienza. Portare e discutere dentro ogni scuola, università, teatro, spazio sociale (e per fortuna, davvero tante sono state le presentazioni che l’autore ha sostenuto nell’ultimo anno, sulla cui esperienza si è soffermato in un testo che dovrebbe essere letto come postfazione al libro ) questo libro, ha quindi una valenza politica, culturale ed educativa non di poco conto.

In qualunque parte del mondo

Hevalen è il racconto di un anno di vita di Davide Grasso, un militante comunista italiano che per tenere fede alle parole che Che Guevara scrive ai figli prima della sua partenza per la Bolivia, decide di intraprendere un difficile e rischioso viaggio attraverso vari Stati del Medio Oriente, un viaggio che lo porta infine a entrare nella Siria del Nord e a conoscere da vicino, come giornalista indipendente, l’unica zona del pianeta dove una rivoluzione risulti oggi momentaneamente vittoriosa. Successivamente, decide di mettere in gioco la propria vita per difendere questa rivoluzione, partecipando all’offensiva delle Forze Siriane Democratiche per la liberazione della città di Manbij, controllata dall’Isis. Ma prima di tutto questo, c’è molto di importante su cui dobbiamo soffermarci.

Sfogliando le prime pagine del libro, ci troviamo nel bel mezzo delle strade di Parigi, nei luoghi dove la mano assassina dell’Isis ha seminato morte in quella data, quel 13 novembre 2015, che segna uno spartiacque nella storia recente del nostro continente. Siamo nel 2016, Davide Grasso ha già fatto ritorno in Europa, e decide di recarsi in quei luoghi a quasi un anno dalla strage, compiendo una sorta di pellegrinaggio privato e rievocando per ognuno di esso i fatti di quella notte sanguinosa. Locali, bistrot, ristoranti: “l’est parigino, una piccola Babilonia”, “quella parte viva, popolare e piena di differenze”, il cuore di una voluttà profana e multiculturale che gli uomini del Libro erano venuti a distruggere:

“Quei banconi e quelle vetrate erano la mia linea del fronte, quella più personale – quella che i miei compagni, laggiù, avrebbero faticato a comprendere, ma avrebbero accolto comunque come fosse la loro, come accolgono tutto ciò che diviene parte della rivoluzione. Che quella cucina potesse continuare a svilupparsi, quella musica essere diffusa nell’ambiente, quelle bevande sorseggiate e distribuite, era per me un’ottima ragione di guerra. Quei luoghi e quelle serate erano la mia vita, la mia identità.” (p. 18)

Non è solo edonismo capitalista, dissipazione consumista, tutto ciò. All’indomani delle stragi jihadiste, le sinistre e i movimenti che in Europa hanno scelto di non fare da fiancheggiatori alla logica dello Stato di emergenza, sono rimasti però, in molti casi, come prigionieri di un senso di colpa ambiguo, frutto dell’impotenza dimostrata nei passati decenni nel fermare i massacri neocoloniali dei nostri governi in Medio Oriente (tra i cui frutti perversi, sono da annoverare appunto anche la proliferazione di gruppi e di attentati jihadisti): non siamo stati in grado di rendere giustizia alle loro morti, non abbiamo dimostrato di volerlo abbastanza, per cui era inevitabile che prima o poi la vendetta si abbattesse su di noi; un po’ in fondo, ce la meritiamo – questo sembrava dire quella voce.

No, ci dice Davide Grasso, c’è un altro modo con cui dovevamo, dobbiamo e dovremo ancora reagire a quell’attacco, e sta precisamente in quelle celebri parole di Che Guevara: <<Siate in grado di sentire nel più profondo l’ingiustizia commessa contro chiunque, in qualunque parte del mondo>>. In qualunque parte del mondo. E’ qui che si situa la difesa ferma (pur fra alcune contraddizioni di cui Hevalen ci dà conto e su cui ci dà modo di riflettere; ci ritorneremo) di un’idea di eguaglianza e solidarietà universale che porta un partigiano d’Occidente a sposare la causa della rivoluzione confederale della Siria del Nord, a stringere con essa un’amicizia fondata sulla comune inimicizia verso la barbarie oscurantista e reazionaria che avanzava e continua ancora oggi ad avanzare in gran parte del globo.

Uno dei grandi meriti di questo libro, infatti, è raccontare che cosa significhi (e anche però, quanto possa risultare duro e difficile) provare affetto e reale vicinanza per tanti luoghi e per l’umanità che li attraversa, senza riservare questi sentimenti esclusivamente alla propria terra d’origine. Ed è proprio visitando il Kurdistan turco, in quelle città dove nell’autunno 2015 la popolazione curda dovette difendere i propri quartieri dalla repressione feroce di Erdogan in seguito alla sua vittoria elettorale – “compresi cosa significa, quando le elezioni sono un evento di guerra” (p. 37)  – (grazie anche al silenzio colpevole della stampa mondiale) che l’autore riconosce i militanti del PKK, quei ragazzi sorridenti col mitra e passamontagna pronti a morire per difendere un’idea di società egualitaria, femminista e fondata sull’autogoverno, come propri amici (“hevalen”, in curdo), come parte di una stessa fratellanza rivoluzionaria universale.

Poi quel 13 novembre… “Era come una vertigine. In quei giorni ero tutto proiettato sulla distanza e improvvisamente era stata attaccata la mia prossimità” (p. 41). Il bisogno di prendere e far prendere posizione, una posizione diversa da quella di quei capi di Stato che ora si ergevano a difensori della nostra civiltà, gli stessi che si erano dimostrati conniventi verso Erdogan, o verso Barzani e quei Peshmerga (milizie curde irachene, braccio armato del Pdk, un partito di destra guidato dallo stesso Barzani) che avevano abbandonato al massacro dell’Isis i civili di Shingal…: “Temevo che l’emozione di tutti noi non riuscisse a cedere il passo all’analisi della situazione. Dovevamo combattere. Per combattere occorreva essere lucidi. L’informazione era uno dei mezzi, uno dei più importanti. […]Non ne andava soltanto del rispetto per migliaia di persone brutalizzate lontano da noi, ma anche della possibilità stessa di reagire a ciò che accadeva vicino a noi. (p. 42)

Dopo alcuni mesi di studio l’autore intraprende un lungo e difficile itinerario che lo porta a raggiungere finalmente, in forma fortunosa e quasi picaresca, la tremenda e agognata Siria, col progetto di condurvi un reportage sulla guerra e la rivoluzione in corso. Gerusalemme, Nablus, Ramallah, Betlemme, Hebron, Amman, Erbil, Makhmur, Suleimaniya… e decine di altre città ancora. Quello di Davide Grasso è un racconto pieno di digressioni, sulla storia del Medio Oriente e dei suoi conflitti, di cui ciascun luogo reca le tracce, le ferite: dalla storia della città di Hebron fino al massacro di Settembre Nero, dalla strage di Shabra e Shatila fino alle varie intifade palestinesi e alla storia del PKK. Una lunga traversata dentro la violenza antica delle guerre di religioni, degli odi sanguinosi per stabilire quale Dio è il più grande, l’infinita ripetizione del gesto di Abramo pronto a sacrificare il figlio Isacco perché così Dio ha voluto, una violenza riemersa potentemente a partire dagli anni ’80 sotto forma di ideologia jihadista e salafita. Una storia che si intreccia perversamente con quella della spoliazione dei diritti, della terra, dell’acqua, dei beni comuni, come quella che vivono i palestinesi dei campi profughi. Ad uno di essi Davide domanda: <<Come riesci a fare i conti con la sorte che ti ha fatto nascere qui?>>:

“Sapevo che era una domanda crudele. Volevo poter riferire la sua risposta. La sua voce si fece roca. Non poteva praticamente allontanarsi dal campo. Anche solo raggiungere Gerusalemme gli era impossibile, dati i controlli ai check-point e il suo status di profugo. I suoi occhi cercarono a stento, lo vidi, di non bagnarsi di lacrime. Le sue labbra tremarono, curvandosi come per esprimere un incontrollabile schifo.

<<Non lo so. Non posso credere che è successo>>. Scosse la testa adirato e stanco, sotto il sole, e percepii che la sua rabbia era rivolta anche verso di noi; noi che avevamo l’acqua; noi che giungevamo da un paese ricco anche grazie all’alleanza del nostro governo con Israele. […] Ci recammo al campo di Aida. […] Ci accolse uno degli animatori del centro di educazione musicale della struttura.

Mi impressionò la sua faccia mesta e depressa, i lineamenti segnati da un principio di rughe giovani e crudeli, imbolsiti dall’abitudine alla tristezza. […]

<<Qui l’intifada non è mai finita>>, disse. Non era una frase felice, animata dalla gioia della protesta collettiva e della rivoluzione. Non eravamo in Europa. Qui l’insubordinazione era il quotidiano, come la repressione e la sofferenza.” (pp. 62-63)

Uno stesso duro confronto, l’autore lo sperimenta in Iraq, incontrando persone impaurite e rancorose nei confronti di tutto ciò che è occidentale, rievocando gli anni di università in cui, insieme a pochi altri, aveva osato affermare che i soldati italiani uccisi a Nassiriya erano una forza di occupazione, e che il diritto alla resistenza esiste per ogni popolo. In questo momento invece, lui si apprestava ad andare a combattere contro chi 15 anni fa aveva attaccato i soldati italiani, ma con tutto il peso della consapevolezza che “lo spazio sociale per quel fanatismo, le praterie culturali per il nichilismo che quel gruppo politico avrebbe diffuso in Iraq, erano state spalancate da quei soldati, dai loro generali, dal governo che li aveva inviati, dalle aziende che avevano lucrato e continuano dopo anni a lucrare in seguito al crimine rappresentato da quella occupazione. La mia generazione doveva ora affrontare i problemi prodotti anche da quelle scelte irresponsabili, figlie del disprezzo secolare, inammissibile e scellerato per le vite di popolazioni lontane, per le vite delle persone nel resto del mondo. L’idea funesta – creata in milioni di iracheni dalla presenza e dai comportamenti di quelli eserciti – che tra loro e i popoli europei o nordamericani dovesse regnare per sempre un’inimicizia, che dovessero contribuire a loro volta a scavare un fossato tra noi e loro”. (p. 87)

E’ su questo sfondo che si trova incastonata la rivoluzione della Siria del Nord, la porta stretta verso un’altra via di uscita per il Medio Oriente rispetto al perpetuarsi degli odi etnici e tribali, dei domini neocoloniali o agli inquietanti fantasie di restaurazione di un grande califfato. Una via che deve molto ad Ocalan, alla sua azione politica e ai suoi scritti e che ora, in quel lembo di deserto, grazie agli uomini e le donne del Pyd, delle Ypg e delle Ypj che nel 2012 erano insorti contro il regime dichiarando l’autogoverno del Rojava, ha saputo tenere testa alla barbarie jihadista.

La Siria e la rivoluzione confederale sembrano ormai vicine, a portata di mano, ma l’embargo imposto al Rojava e il divieto di accesso per i giornalisti occidentali voluto da Erdogan, con la collaborazione dei Peshmerga rischia di mandare all’aria tutto. Diritto alla mobilità e alla verità sono anch’esse vittime della guerra, e non tra le meno importanti. Tuttavia, giunto nella tristemente nota città di Shingal, Davide Grasso riesce infine a sconfinare nella zona controllata dagli alleati delle Ypg e dalle Ypj, e da lì a raggiungere la Siria, i territori della rivoluzione.

Guerra e rivoluzione

Non parleremo qui dell’organizzazione politica e sociale della Siria del Nord, del confederalismo democratico, delle comuni, dell’autonomia delle donne, dei tentativi di superamento dello Stato e di una ridefinizione delle funzioni che siamo soliti attribuirgli (sicurezza, giustizia, educazione, ecc.), a cui pure l’autore accenna per squarci in uno dei capitoli al centro del libro. Su tutto questo – che è con ogni evidenza una grossa parte della posta per cui tanti combattenti internazionali sono andati a combattere per difendere questa rivoluzione – l’autore he deciso infatti di ritornare più approfonditamente in un libro uscito proprio in questi giorni (Il fiore del deserto. La rivoluzione delle donne e delle comuni tra l’Iraq e la Siria del nord, Agenzia X 2018) e ad esso rimandiamo per un necessario approfondimento. Parleremo invece dell’esperienza di un europeo a contatto con la realtà della guerra, della morte e del sacrificio che questa – ogni? – rivoluzione comporta. Qualcosa di cui, da ormai diversi decenni, non facciamo più esperienza, e non abbiamo quindi più nemmeno le parole, l’onestà e la spietatezza intellettuale per fare i conti con questa dimensione, senza il filtro mistificante della retorica o della fantasia. Da qui, tra le altre cose, l’importanza che ha questo libro, la necessità della sua lettura.

Giunto in Siria, Davide riceve un nuovo nome, Tirej, e più avanti ne riceverà un secondo, Gabar. Sono i nomi di alcuni combattenti caduti. Nella Siria del Nord i martiri (sheid, in curdo) sono sempre presenti: i loro volti compaiono in tutti gli edifici pubblici, i nuovi combattenti ereditano il nome dei compagni caduti. La morte come presenza quotidiana, come evento inscritto in una storia collettiva, quella del Kurdistan e quella della rivoluzione mondiale, una morte che diversi combattenti finiscono con il desiderare. Una sera, dopo aver passato alcune ore insieme a questi combattenti, qualcosa avviene, un altro punto di non ritorno:

“Uno di loro mi chiese perché, se apprezzavo così tanto le Ypg, non mi unissi a loro. La domanda mi colpì come una pugnalata – inaspettata. Erano ore che stavamo parlando, io con in mano uno smartphone, loro intenti a contare munizioni nei caricatori dei loro kalashnikov. Quel ragazzo non aveva neanche un’idea di dove fosse l’Italia, ma la cosa non gli sembrava rilevante. Voleva che nella sua rivoluzione ci fossi anch’io. Chiunque. Ovunque nel mondo. Ci misi un po’ a rispondere.

[…] <<Se dovessi morire qui, i miei genitori non capirebbero. Non potrebbero spiegarsi perché ho fatto loro una cosa del genere. Ne sarebbero distrutti>>. Ci fu silenzio. Il ragazzino tradusse alla ciurma. Mi guardarono perplessi. Dove avevo sbagliato?

<<Heval>>, disse, <<ti rivolgi così a noi, che moriremo tutti?>> Non avrei mai creduto che lo avrebbe detto. <<Ho la metà dei tuoi anni, heval. Tua madre soffrirebbe, e la mia?>>

Quella frase ruppe qualcosa, in me, che si stava sgretolando da molto tempo.” (pp. 146-147)

Solo, immerso in una terra e in una cultura aliena, senza la possibilità di confrontarsi con altri occidentali, né di spostarsi o connettersi a Internet, assediato dai rumori delle esplosioni e delle sparatorie di quella guerra vicinissima, ma ancora soltanto ascoltata, Davide prende la sua decisione: si arruolerà nelle Ypg, andrà a combattere per la rivoluzione, contro gli assassini di quel 13 novembre: “non avrei potuto vivere oltre, divorato dal crollo della mia autostima se avessi usato tutta la vita parole senza conseguenze” (p. 181). Veniamo così introdotti nell’accademia Ypg, alle armi del socialismo, all’addestramento militare e politico necessario per far parte delle Unità di protezione del popolo. Tra le regole a cui le forze curde si attengono in battaglia, vi è il principio per cui il comandante sta sempre in prima linea, esposto a un rischio maggiore dei suoi stessi sottoposti:

“Avrei convissuto per mesi con l’incredulità degli ex militari per le modalità di combattimento delle Ypg. Quello che non riuscivano o volevano comprendere era che si trattava di un esercito senza paga o coscrizione, in cui decine di migliaia di persone non affrontavano la morte per obbligo o per denaro, ma perché lo credevano giusto. Esiste un marchio di fabbrica delle giustizia? La risposta iniziava con quello schema alla lavagna, che fondava il mito del Pkk e delle Ypg presso milioni di poveri e sofferenti sui territori di quattro Stati. Continuava con altre cose. Cose che non si disegnano alla lavagna. Cose che non sarebbe stato bello comprendere e vedere.” (pp. 174-175)

Una parola inizia a questo punto a serpeggiare di bocca in bocca: “Raqqa, Raqqa”. Ancora un’altra soglia da varcare verso la catastrofe, verso la morte, verso la propria morte, che l’autore immagina con angoscia come inevitabile. Ma la capitale dell’Isis in Siria non verrà ancora liberata, non adesso. è invece Manbij – snodo logistico di collegamento tra la Turchia e Raqqa – la città terribile, il teatro della devastante battaglia a cui l’autore prenderà parte. Corpi maciullati dalle mine, feriti a morte dai proiettili dei kalashnikov o dei fucili dei cecchini, visi deturpati dalle schegge degli RPG… Correre, correre da un edificio all’altro, tenere la posizione, avanzare, poter essere uccisi per la minima distrazione o, anche, per un errore degli amici, vederli spegnersi per le ferite… Non è solo una guerra estremamente cruenta quella di cui Davide Grasso ci dà conto. è anche una guerra povera, una guerra in cui i morti e feriti vengono indegnamente caricati e portati via da degli escavatori, ammassati gli uni sugli altri, come dei rifiuti – “ma come trasportare quei corpi in modo differente, quando intorno infuriava la battaglia e i nostri mezzi servivano per combattere, per sconfiggere il nemico brutale, liberare il popolo e permettere la vittoria dei vivi?” (pp. 240-241) – o dove l’unico modo per aprirsi la strada verso un nuovo quartiere è camminare, camminare e accettare che se stessi o qualcuno dei propri amici, dovrà necessariamente saltare in aria su una mina, affinché gli altri raggiungano la posizione.

Sono pagine pesanti da leggersi, pagine che danno conto della materialistica realtà di sangue, merda e devastazione interiore di cui è fatta ogni guerra: “La rivoluzione era un marchingegno di morte – anche per gli amici.” (p. 197).

Nakoki

Hevalen non è però solo una dolorosa testimonianza dell’inferno della guerra e del costo che una rivoluzione richiede. Esso ci interpella attorno ad alcune questioni scottanti e problematiche, ci percuote con la durezza di alcune verità.

La prima riguarda tutti noi, tutti gli occidentali nati e cresciuti nell’ultimo mezzo secolo, nella forma di vita plasmata dal capitalismo trionfante. una forma di vita che si basa sul primato dell’individuale, della particolarità, sul valore attribuito a ogni vita come fatto contingente da cui si fa derivare, proprio in ragione della morte di Dio e la fine di ogni trascendenza, un diritto pressoché illimitato a farne individualisticamente ciò che si vuole: una linea inoltrepassabile di fronte a cui ogni altra ragione o istanza di tipo etico-politico dovrebbe arrestarsi. Che questa costruzione ideologica mascheri una realtà materiale ben diversa, sarebbe assai facile da dimostrare. Ma è il sedimento psichico che qui ci interessa. Ebbene, senza esplicitarlo mai, l’esperienza che Davide Grasso compie in Medio Oriente ci fa comprendere non solo che le nostre micro-capsule di libertà individuale, i privilegi economici di cui ancora godiamo rispetto al resto del mondo, pur all’interno di una distribuzione diseguale della ricchezza tra le classi, il nostro stesso modo di pensare, esistono perché altri popoli sono costretti a vivere, da decenni e a volte da persino da secoli, nelle condizioni esattamente opposte. Ci mostra anche come alcuni di questi popoli stanno combattendo al posto nostro, stanno sacrificando le loro vite per la nostra libertà. Se, in Occidente, siamo convinti che la vita di ognuno di noi sia la cosa più preziosa e più importante che abbiamo, e che faremmo di tutto per non mettere a repentaglio, è perché altrove, altri, combattono e sono disposti a morire proprio a partire dalla consapevolezza che la loro vita individuale non ha alcun valore. Questa è la prima contraddizione tragica che dobbiamo assumere, una contraddizione che l’autore si trova a vivere proprio nel corso della battaglia di Manbij, sotto i proiettili del nemico – “Cercai di schiacciarmi il più possibile al suolo. Essere piccoli; insignificanti come mosche. Essere schiacciati.” (p. 220) -, su quelle strade minate:

“Quella sera migliaia di amiche e amici, di hevalen, sarebbero avanzati da tutte le direzioni. Tuttavia quella strada era minata. Era una certezza, e non sarebbe stato possibile identificare le mine in quello scenario devastato. Non c’era scelta, né speranza. Rinunciare o perire. Si trattava di scoprire chi di noi sarebbe saltato in aria, perché gli altri potessero avanzare. La battaglia per Manbij consisteva ormai da tempo in quello, per quanto nessuno nel mondo lo sapesse, per quanto forse nessuno lo potrà capire mai. Procedemmo. Ad ogni passo sentivo il respiro freddo della grande livellatrice sfiorarmi il volto. […]

Era la lotteria siriana dello smembramento. L’azzardo globale della disintegrazione. Ripensai alla sensazione provata la prima volta che mi allenai a cambiare caricatori al kalashnikov, con Andok: la vita non vale niente. Noi europei non possiamo comprendere, nati e cresciuti in pace. Per i popoli medio-orientali questo scenario è la realtà – la realtà intera. Qualcosa per loro è sempre più grande anche per questo, perché il mondo li ha educati a suon di percosse ed esplosioni a sentirsi piccoli, insignificanti.” (pp. 274-275)

La seconda contraddizione, che ugualmente riguarda tutti gli abitanti dell’Occidente illuminista e secolarizzato, è che alcune fra le più importanti forze combattenti che hanno contribuito a sconfiggere e a distruggere militarmente lo spettro del fanatismo, le inquietanti utopie regressive del fascismo islamista, sono riuscite a sostenere moralmente il costo di questa guerra, dei suoi immani sacrifici in termini di vite umane, anche in virtù di una cultura etica e politica che è intrisa di religiosità, di una concezione dell’individuo come essere inserito nella storia millenaria del proprio popolo, e della rivoluzione mondiale di là da venire. Da qui il culto dei martiri, il desiderio di morte talvolta inquietante che accompagna tanti dei combattenti curdi, da qui la deferenza religiosa con cui questi nominano Ocalan, leggono e interpretano i suoi scritti. Un breve scambio di battute tra Necirvan (una delle figure più sinistre del libro, il freddo e compiaciuto rappresentante della durezza adamantina dell’ideologia e dell’assenza di pietà) e l’autore, prima che quest’ultimo lasci la Siria, non potrebbe renderlo più evidente:

“<<Porterai in Europa il pensiero della Presidenza [di Ocalan]?>> chiese.

<<Certo>> dissi, <<ma in Europa il pensiero della Presidenza circola già. Ci sono conferenze sul tema>>. Si stupì.

[…] <<Heval Necirvan>>, gli dissi, capendo qual’era il problema, <<i giovani europei non sono come Dilsoz, Ararat o Tolhidan. Non sono come te. I giovani europei, se leggono la Presidenza, concordano con una pagina, e con quella dopo non concordano. Non prendono per verità tutto ciò che il presidente dice>>. I suoi occhi si spalancarono come se avessero udito la cosa più sorprendente della terra.” (p. 317)

Ora, la cultura occidentale potrebbe anche guardare a quella che parrebbe una guerra combattuta da uomini che credono in un Libro contro altri uomini che credono in un altro, come a qualcosa che ci siamo lasciati felicemente alle spalle. Si può sorridere di Necirvan, della fede nel Partito e nella Rivoluzione che anima lui e questo esercito di diciottenni in gran parte analfabeti; e tuttavia, occorrerebbe anche fare i conti con un rovello che ha accompagnato una buona parte dei filosofi e degli scrittori critici della nostra modernità: quanto l’acquisizione di una cultura scettica e disincantata nel suo rapporto col sapere  – una conquista emancipatoria, è bene ribadirlo a scanso di equivoci; giudizio che la testimonianza dell’autore vuole peraltro rafforzare, mostrandoci attraverso alcune immagini l’oscurantismo al potere nei territori controllati dall’Isis – perennemente distruttrice di illusioni, ci ha reso però anche più deboli, più vili, più egoisti? è un rovello che affiora anche nelle parole di Davide Grasso, in un dialogo che intrattiene con un comandante dei Peshmerga poco prima di raggiungere la Siria: “<<Vede>> dissi, <<da tempo in Europa è andata persa la fede: per questo siamo così restii a credere, ma anche così tristi.>>” (p. 118)

Arriviamo alla terza e ultima grande questione che il libro solleva, e che riguarda più precisamente chi in Occidente si definisce anticapitalista e rivoluzionario in assenza di rivoluzioni e di processi di lotta radicali capaci di minacciare seriamente i poteri costituiti. Quanti di loro – quanti di noi – dopo aver letto un libro come questo, essere venuti a contatto – sia pure in modo molto mediato, per mezzo di una testimonianza – con ciò che significa fare realmente una rivoluzione, ancora la desidererebbero veramente, fino in fondo? Quanti che parlano e sognano il comunismo, sarebbero realmente disposti a non avere niente di proprio ad eccezione del mitra, a sacrificare la propria vita per un progetto di società che loro, probabilmente, non riuscirebbero a vedere e a vivere? Sono interrogativi duri che, dentro di noi, siamo chiamati a tenere aperti. E a interrogarci, anche a partire dalla conoscenza di quella che è la forma di vita che adottano i militanti rivoluzionari nella Siria del Nord, su quanto la cultura capitalistica alberghi anche all’interno dei nostri spazi, nelle nostre pratiche, nelle relazioni che intratteniamo con gli altri compagni e compagne, a chiederci cioè quanto di noi sia ancora partecipe di quel “culto dell’individualità che ha impedito ai militanti europei, da mezzo secolo, di arrivare anche soltanto sulla soglia di ciò che chiamiamo storia.” (p. 163)

 Il racconto di Davide Grasso infatti apre squarci inquietanti anche su che cosa sia, dentro una vera rivoluzione, un’amicizia rivoluzionaria. è uno degli interrogativi più scottanti che il libro pone agli ambiti militanti europei contemporanei. C’è un episodio in questo senso che vale la pena citare, e che impressiona per la sua crudezza. è quello che avviene a Dilshad, un ragazzo turco che, sconvolto e traumatizzato dalla violenza della battaglia di Manbij, tenta di fuggire e di abbandonare i suoi compagni d’armi ferendosi da solo. Questo è il trattamento che riceve dalle Ypg dopo essere stato arrestato, e queste sono le inquietudini che l’autore si porta dietro da questa esperienza:

“Nessuno lo salutò, né lo guardò in faccia. Sedemmo per un’altra assemblea, di cui lui sarebbe stato il protagonista. Kendal lesse il rapporto che era stato stilato su di lui. […] La battaglia lo aveva sconvolto. Aveva avuto paura. Aveva cercato di lasciare l’organizzazione e tornare nella città in cui era nato. La diserzione era un crimine gravissimo. Era tradimento.

[…] I ragazzi, e soprattutto le ragazze, si alzarono a una a una, rivolgendo a Dilshad vibranti accuse: viltà, ignoranza dei principi rivoluzionari, bassezza morale, indegnità. Era in piedi di fronte a tutti, con la testa bassa. Cercava a stento di non piangere. Kendal e gli altri compagni se ne accorgevano e ridevano, con disprezzo. Comprendevo le regole della guerra e dell’organizzazione rivoluzionaria, ma provavo empatia per quel ragazzo solo, attaccato da tutti, di cui le compagne e i compagni d’armi distruggevano con calcolo, adesso, la personalità e l’autostima.

[…] Osservavo attonito. Non ci pensai nemmeno ad alzarmi a parlare. Cosa avrei dovuto dire? Cosa avrei detto io che, sopravvissuto a Manbij, se non fossi caduto ad Ain Issa entro qualche settimana sarei tornato dalla mia famiglia? […] Avevo un groppo in gola. Io, che avevo sempre amato definirmi in Italia, con nonchalance, un “rivoluzionario”, ero certo di aver compreso lontanamente quale sia il costo di una rivoluzione? Cosa una rivoluzione, o anche soltanto una ribellione organizzata, rende necessario?

Sher xwesh e: “la guerra è bella”, dicevano i miei compagni. Non sperare, ma combattere. Non piangere i martiri, non disperare. Violenza su se stessi, perché quelle ragazze e quei ragazzi potessero dirsi e dire a Dilshad che sì, aveva senso, la sofferenza che si infliggevano valeva la pena, non era una pena, anzi era un delizia. […] Era il privilegio di far parte della resistenza, della storia del Kurdistan. Dilshad era prigioniero, guardato a vista da Zagros, kalashnikov alla mano. La rivoluzione proseguiva, anche senza di lui. Anche senza di me che esitavo, dubitavo.[…]

La rivoluzione è più grande della guerra. Comprende le esplosioni, gli spari, le grida dei corpi dilaniati, ma li trascende. La pietà che provavo per Dilshad non era che espressione del lusso che portavo con me dall’Europa, e da cui non volevo separarmi. La rivoluzione andava avanti. Indicava un futuro alla Siria, nonostante le mie esitazioni, la mia incapacità, le mie patetiche ritrosie. Annullava la compassione e l’umanità tra i militanti, sacrificava tutto all’organizzazione e alla disciplina, perché compassione e umanità potessero esser concesse ai civili liberati da forze oscure che, della compassione, non conoscevano neanche il significato. Pensavo fosse un gioco, forse, come Candy Crush Saga. Non mi ero alzato a dire che Dilshad era un traditore perché sapevo che traditore, in un senso molto profondo, ero io – e non volevo accettarne le conseguenze.” (pp. 293-296)

Bertolt Brecht, forse più di ogni altro, ha saputo esprimere con fermezza ma al contempo con dolorosa partecipazione l’impossibilità di essere buoni in un mondo che non lo è, l’impossibilità di non essere violenti e spietati in un mondo che lo è. “Noi che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza, noi non si poté essere gentili.”, scrisse in una delle sue più celebri e belle poesie, indirizzata A coloro che verranno (dopo la rivoluzione, in un mondo liberato dalla guerra e dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, quando questa era ancora vista come un’opzione necessaria e praticabile anche in Europa). Oggi che nella maggior parte del pianeta, risulta invece “più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”, quello stesso messaggio che Davide Grasso ci invia dal Medio Oriente potrebbe intitolarsi “A coloro che sono lontani” (dalla rivoluzione). Tutto ciò ha un nome nella lingua curda, una parola che chi decide di arrivare alla fine del libro difficilmente potrà dimenticare. Questa parola è nakoki: “contraddizioni”.

Rispetto

 In conclusione, che cosa farne dunque di questo testo, del suo incandescente contenuto? Alcuni, molti magari, saranno tentati di chiuderlo, di dirsi che no, se la rivoluzione vera è questa, non è desiderabile, non è possibile, almeno in Occidente. Troppo forte e radicato dentro di noi l’influsso della cultura capitalista, troppo ciò che abbiamo ancora da perdere, per immaginare di poter fare qualcosa di simile a ciò che gli hevalen stanno compiendo nella Siria del Nord. Ed è vero, probabilmente come loro, non possiamo fare. E non per questo possiamo accettare l’idea che la rivoluzione, anche nei nostri paesi, non sia più possibile. Dobbiamo provare ancora, tentare altre strade, a partire dal fare i conti con quelle che sono definitivamente interrotte, con quelle che ci hanno condotto e continuano a condurci in dei vicoli ciechi. Il confronto e la conoscenza approfondita con il processo rivoluzionario che sta avvenendo nella Siria del Nord, con i problemi e le sfide che si trova davanti, può aiutarci molto in questo senso.

Anche se non nell’ordine delle migliaia, occorre riconoscere che non sono poche le persone che come Davide Grasso, dall’Europa e anche dal nostro paese, hanno trovato in sé stessi la forza, la convinzione e il coraggio necessario per unirsi a questa rivoluzione. Alcuni di loro non sono tornati. Molti sono ancora là a combattere. Altri invece, al loro ritorno, hanno dovuto fare i conti con l’attenzione delle polizie europee, con assurde accuse di associazione per finalità terroristiche, con la censura dei media e dei social network – circa un mese fa, allo stesso Davide Grasso è stato cancellato il profilo facebook. Per questo, se vogliamo onorare il sacrificio di tutti gli hevalen caduti, è doveroso farsi megafono della loro voce, sensibilizzare le persone a noi più vicine sulla guerra che è ancora in corso in Siria del Nord, mobilitarsi in solidarietà alla rivoluzione confederale ogni volta che questa verrà attaccata.

A fronte di una fase storica in cui le popolazioni europee sembrano ripiegare verso quelle stesse opzioni xenofobe, razziste e neo-autoritarie che l’autore è andato a combattere in Medio Oriente, ci si renderà conto di quanto prezioso sia quel fiore del deserto che è riuscito a sbocciare e a resistere nella Siria del Nord, a dispetto di tanti e potenti nemici. Un fiore le cui radici affondano a Makhmur, nel deserto iracheno. Proprio là infatti, alcuni decenni fa, dei profughi curdi in fuga dalla repressione turca, dettero vita a quelle comuni che adesso sono sorte a migliaia nel nord della Siria. Una nuova speranza per i popoli del Medio Oriente, forse per il mondo, ha le sue origini proprio in un campo profughi, fra gli ultimi, fra i dannati della terra: “Avevo compreso che quei luoghi sono il ricettacolo degli sconfitti, punto di condensazione della continua, infinita e inarrestabile deportazione diretta e indiretta di milioni di esseri umani. In essa consiste, in gran parte, il governo attuale del mondo, e dell’ingegneria settaria, e in fondo razziale, con cui si riorganizza quest’era buia e terribile. I campi profughi sono però anche il luogo dove si apprendono le storie della sofferenza recente e antica, che riproduce mille forme di resistenza.” (p. 61)

Porsi in ascolto di queste storie, guardare con attenzione ai mondi che vi si generano, è l’invito che questo libro ci chiede di raccogliere. A dispetto di ogni snobismo, magari venato di malcelato orientalismo, a dispetto di chi sembra attribuire più importanza al Risiko della geopolitica che ai processi di autogoverno e di autonomia di classe e di genere che si stanno sperimentando là, a dispetto di chi liquida con disinteresse ogni tentativo di superare la sovranità statuale come paradigma della politica. Perché in definitiva, come ci ricorda l’etimologia della parola, il rispetto è innanzitutto una questione di sguardo.

Proviamo a guardare. Proviamo a non coprirci più gli occhi.