FALENE

di Bianca Bonavita

II. Impiego

F si era fatto abbindolare fin da subito.

Fin dai primi anni di scuola aveva preso molto sul serio tutte le raccomandazioni sull’importanza dello studio e quella tiritera che lo studio era il suo lavoro, oltre che il suo dovere, che poi sono la stessa cosa, e che studiare l’avrebbe reso libero e che nessuno, se avesse studiato come si deve, un giorno, terminati gli studi, gli avrebbe potuto dire cosa doveva o non doveva fare e via dicendo, sottintendendo ovviamente che era più che normale, anzi doveroso, che in quel momento qualcuno gli dicesse per filo e per segno cosa poteva e doveva fare e cosa non poteva e non doveva fare.

All’epoca F non potè far altro che attenersi alle disposizioni ingoiando con dedizione tutto ciò che gli veniva propinato. Non voleva dare dispiaceri a nessuno.

Per questo non mancò nemmeno una volta di eseguire tutti i compiti. Per questo affrontò con grande ansia e superò con grande successo tutti gli esami della sua carriera scolastica, al termine della quale si laureò brillantemente in lingua e letteratura tedesca con una tesi su Robert Walser.

Terminati gli studi F trovò immediatamente un lavoro: avrebbe finalmente potuto rendersi utile. Perché nonostante tutti i compiti, gli esami, le interrogazioni, fino a quel momento non si era sentito utile affatto. E aveva proprio voglia di sentirsi finalmente utile, di trovare il proprio collocamento, di collocarsi in un bel posto.

Se non sono ancora sepolti, agonizzano tra pareti ammuffite i vecchi funzionari del collocamento con cui erano soliti intrattenere edificanti e curiose conversazioni Simon Tanner e Joseph Marti. Fu un annuncio virtuale ad aprire ad F le porte della TRANSALP LOGISTIC, una ditta di import/export tra Italia e Germania. Lo assunsero senza colloquio, bastò loro il titolo di studio e la conoscenza della lingua tedesca.

Quale sarebbe stata la sua utilità, la sua tanto agognata utilità?

Traduttore di corrispondenza.

Non proprio uno di quei lavori in cui non c’è nessuno che si permette di dire cosa si deve o non si deve fare. D’altronde quando si è utili a qualcosa è anche molto probabile che si sia utili a qualcuno e che questo qualcuno decida il come e il quando della faccenda.

Ma quella era una soluzione temporanea, si diceva, in attesa di trovare qualcosa di meglio, qualcosa di più appagante, magari in una casa editrice.

– Sono il nuovo impiegato. – disse al suo vicino di scrivania con un misto di orgoglio, vergogna e goffaggine nel suo primo giorno di ufficio.

Perché aveva usato quella parola? Aveva sempre odiato la parola “impiegato”. Colui che è stato piegato dentro. Lui era un traduttore, altro che impiegato, colui che conduce la parola attraverso i regni dell’indicibile fino alla riva di un’altra lingua. E quella era una soluzione temporanea. Che bisogno c’era di usare quella parola?

Si sentiva impacciato come un bambino nel suo primo giorno di scuola, fiero, intimorito e perduto. E tra l’altro era anche piuttosto confuso dal modo in cui il capoufficio l’aveva accolto e gli aveva indicato il posto dove “poteva” scrivere. Proprio come fece Tobler a Joseph Marti, il suo nuovo assistente.

Era rimasto turbato da quel “poteva”.

Avrebbe forse potuto anche non scrivere? C’era forse una traccia, un segno, un indizio lasciato da Bartleby in quelle parole? Dunque ogni impiego portava con sé alla radice questo peccato originale, questa possibilità che restava sospesa in eterno nel cuore dell’impiego stesso? Si può essere impiegati, continuare ad esserlo, pur non attendendo alle mansioni del proprio impiego? Era questo che avevano inteso sia Tobler che il suo capoufficio con quelle parole o era più semplicemente un ordine mascherato da invito?

Tra questi dubbi F iniziò a scrivere e ben presto quel “poteva scrivere”, quel poteva non scrivere, si smarrì tra tutte le vuote parole scritte nell’espletamento del suo servizio.

Parole in servizio che potevano non essere scritte ma che lui scrisse.

Traduzioni di contratti, di libretti di istruzioni, di garanzie, di assicurazioni, di bolle di trasporto, di certificati, di attestati, di curricula, di rapporti di lavoro.

Parole disperse, che a rapirle dalle loro frasi e a rimescolare il mazzo, ne sarebbe potuto nascere di certo un bel castello di carte.

Parole a migliaia, a centinaia di migliaia, parole a scandire il suo tempo alla Transalp Logistic.

E un anno di parole passò in fretta. La Transalp Logistic si rivelò essere qualcosa di più di una soluzione temporanea.

F accettò lo stato di cose e iniziò a definirsi, senza tanti giri di parole, impiegato.

Nel suo caso, inutile nasconderselo, non c’era nessun regno dell’indicibile da attraversare: l’unico trasporto che contava era quello dei camion carichi di merci che facevano la spola sotto le Alpi.

Cosa c’era poi di male? Perché lamentarsi? Tutto sommato era un buon posto, un buon contratto. Da far invidia a parecchi. Ed era comunque utile a qualcosa. Certo, sì, avrebbe potuto aspirare a qualcosa di meglio; una casa editrice o magari, dopo vent’anni di supplenze, sarebbe stato promosso insegnante del regno, chissà. Ma doveva smetterla di dar retta a certi grilli che gli saltavano per la testa, doveva ringraziare e godersi il suo posto fisso, ché non aveva proprio nulla di cui lamentarsi.

E in effetti F imparò presto a non lamentarsi, anche se poi non lamentarsi è una di quella cose che non si finisce mai di imparare. In fondo non aveva anche lui, come Simon, sempre desiderato soltanto essere utile?

Imparò a ritagliarsi spazi tutti suoi dentro e fuori il lavoro, imparò a stare lontano dalle grane, dagli straordinari, dai rompiscatole e dai delatori. Abilità a cui era già stato iniziato con successo dalla scuola e che doveva ora solamente rispolverare.

Imparò a mantenere rigidamente separati il lavoro e la vita.

Che il lavoro fosse uno spazio di tempo dedicato alla non-vita era argomento di una tale tragica realtà che non poteva assolutamente essere trattato.

Cercava insomma, e si impegnava davvero, di godersi appieno il suo stipendio garantito da spendere nel tempo dedicato alla vita.

Da persona di lettere, quale si riteneva, si compiaceva nel popolare la sua libreria di quei titoli considerati imprescindibili. Collezionava citazioni per ogni situazione.

Frequentava, durante i lunghi e umidi inverni della pianura, gli ultimi cinema d’essai sopravvissuti alle multisala, regno di un residuale popolo di affezionati che si ostinava ciecamente a considerare il cinema una cosa seria.

Non mancava poi di andare alla ricerca nei teatri di qualcosa che potesse ancora definirsi teatro. E in quanto alla musica, la sua discografia di jazz e classica aveva di che fare invidia a più di un collezionista.

Si era persino iscritto a un corso di disegno, quasi per gioco, per dare un senso in più al suo tempo libero, al suo tempo di vita. Ma durò poco. C’era qualcosa che gli sfuggiva, qualcosa di timido o di ostile, una ritrosia che non poteva afferrare.

Per questo aveva sempre amato la letteratura. Non gli sfuggiva. Se ne stava lì, coi suoi silenzi, nero su bianco.

Anche se scrivere, per carità, quello mai. Era una velleità che non aveva mai avuto. A parte per gioco, qualche volta, o per fuoco.

Scrivere era una cosa seria. E più leggeva, più gli si aprivano davanti delle voragini, più era intimorito, più si convinceva che non avrebbe mai potuto scrivere un verso o una frase. Scrivere sulle macerie poi, gli sembrava anche un po’ fuori luogo. Scrivere dopo così tante apocalissi. Di cattivo gusto.

Anche se in fondo poi, da che mondo è mondo, non si è mai fatto altro che scrivere sulle macerie, si diceva anche.

E in quanto all’amore, F lo cercava. Disperatamente. Da sempre.

L’aveva sempre cercato dappertutto. Come uno di quei giochi meravigliosi dell’infanzia che un giorno si smarrisce senza appello e che si cerca per settimane, per mesi, per anni, senza ritrovarlo mai. Un attimo prima era lì, forse non era ancora il gioco preferito, per questo avrebbe dovuto attendere di perdersi, ma era di certo uno dei giochi più intimi, uno di quei giochi che quando non ci sono non sai più chi sei. D’improvviso sparisce nel nulla da cui era arrivato prima d’essere gioco. Forse ritorna nel regno misterioso e spaventoso del non gioco. Perché la storia dei giochi per bambini è la più grande truffa della storia. Ai bambini non serve per giocare alcun oggetto chiamato giocattolo. Tutto è gioco. Seriamente gioco. E i giocattoli, i giochi propriamente detti giochi, sono stati inventati per uccidere i bambini, per trasformarli in adulti, per separare il gioco dal non-gioco. Dal momento che è data l’esistenza di una cosa chiamata gioco allora deve esistere di certo una cosa chiamata non-gioco. E questa cosa chiamata non-gioco prenderà via via più spazio e alla fine si farà chiamare vita.

E questo gioco perduto lo si cerca dappertutto, in ogni scatola, in ogni cassetto, in ogni angolo polveroso, sotto ai mobili e persino dentro l’angoliera dei liquori. Ma l’oggetto di quell’amore è svanito per sempre e non lo si rivedrà mai più.

Così per F l’amore. Viveva con la sensazione di averlo avuto accanto in un tempo mitico e lontano, come gioco perduto.

In qualche luogo indecifrabile del suo passato F era stato innamorato. Di qualcuno che forse amava ancora in qualche cantuccio inaccessibile del presente, qualcuno che non aveva mai conosciuto e che continuava a cercare dappertutto. Anche nell’angoliera dei liquori.

Veloci trascorsero gli anni alla Transalp Logistic per l’impiegato F, celibe, figlio unico, orfano di padre e di madre, traduttore in una ditta di import/export. Sostanzialmente solo al mondo.

Sì, ogni tanto continuava a incontrare qualche vecchia conoscenza dell’università che diventava via via sempre più vecchia e sempre meno conoscenza. Ma ci vuole ben altro per non parlare di solitudine.

E ogni mattina F recandosi al lavoro, si ripeteva con Simon Tanner:

Io salgo i quattro piani di scale, entro, dico buon giorno e comincio il mio lavoro. Buon Dio, quanto poco devo fare, che scarse cognizioni pretendono da me!”1

1Robert Walser, I fratelli Tanner, Adelphi, Milano 1977, p.21

L’unità di misura della ricchezza

di Marco Piantoni*

Marco Piantoni è un artista che si occupa anche di economia, questo suo testo è collegato ad una mostra personale che si inaugurerà il prossimo 18 novembre a Terni, presso la galleria GC2. Le immagini riprendono alcune fasi della sua preparazione.

Siamo abituati a pensare che la ricchezza identifichi il benessere economico di un individuo e sia data dalla quantità di beni tangibili e intangibili posseduti, aventi un valore di mercato ed in grado di produrre reddito. Partendo da questo presupposto, la principale fonte di ricchezza è il lavoro inteso esclusivamente come attività economica di mercato.

Marx, nella teoria del valore-lavoro, sosteneva che era <<sbagliato dire che il lavoro, in quanto produce valore d’uso, sia l’unica fonte della ricchezza da esso prodotta, ossia ricchezza materiale>>. Secondo Marx <<il lavoro ha bisogno della materia come presupposto>>, ha cioè bisogno della natura, per questo, egli sosteneva che l’altra fonte di ricchezza fosse la Natura.

Se facessimo un’analisi più profonda del concetto di ricchezza, potremmo poter dire che né il lavoro né la natura sono le fonti principali della ricchezza da essi prodotta ma, l’unica vera fonte di ricchezza è il tempo. Non solo, Il tempo non è soltanto fonte di ricchezza ma anche ricchezza stessa.

Il lavoro inteso come << sforzo che genera un miglioramento>>, sia esso fisico che mentale può generare beni materiali e intangibili, entrambi aventi valore d’uso ed entrambi provocati da uno sforzo. Per beni materiali intendo i beni di consumo, i beni di sostentamento, il denaro. Per beni intangibili, invece, intendo i beni prodotti dalla crescita personale, la ricerca, la cura dei rapporti umani, conoscere e approfondire ciò che ci circonda e tutto ciò che possa apportare benefici di natura umana all’individuo. Il lavoro di cui parlo, per esistere, deve manifestarsi nel corso di un arco temporale senza il quale quest’ultimo non potrebbe generarsi ed è per questo che, la vera fonte di ricchezza è il tempo. Più tempo dedichiamo ad un determinato sforzo e più questo sforzo produrrà beni aventi valore d’uso. Senza il tempo tutto questo non esisterebbe, neanche la Natura riuscirebbe a produrre materia senza tempo a disposizione.

L’individuo e tutto ciò che esso genera intorno a sé non può prescindere dal tempo ed è per questo che è l’unica vera ricchezza che possiede ed è anche l’unica che riceve fin dal primo istante di vita.

Partendo da questi presupposti, occorre sottolineare l’importanza riguardante l’utilizzo del tempo. Il tempo a noi percettibile è limitato, ha una sua fine, e siamo noi a decidere attraverso quali azioni consumarlo. Queste azioni porteranno a risultati diversi che si rifletteranno sull’individuo e sul contesto sociale nel quale vive. Se decidiamo di investirlo in azioni volte all’ottenimento di beni materiali otterremo una crescita quantitativa legata esclusivamente al benessere economico; investendolo, invece, nello sviluppo di beni intangibili e del proprio essere genererà una crescita qualitativa sia dell’individuo che della società.

Il sistema sociale, politico e culturale nel quale viviamo influenza fortemente l’utilizzo del nostro tempo. L’avvento dell’era industriale comportò una profonda trasformazione del sistema produttivo ed economico ma soprattutto dell’intero sistema sociale e utilizzo del tempo. Il nuovo concetto di fabbrica e della macchina modificò i rapporti fra i settori produttivi ed il modo di vivere dell’uomo, il quale, in cambio del proprio tempo, messo a disposizione per il lavoro, iniziò a ricevere un salario. In quel contesto, il significato di benessere era legato esclusivamente alla crescita economica, il tempo veniva consumato sempre di più nella produzione e ottenimento di beni materiali fino a diventare un aspetto caratteristico di una intera cultura.

Oggi, la variabilità e l’incertezza che caratterizza il nostro contemporaneo, il nuovo modo di produrre beni e servizi, implicano e richiedono flessibilità nelle tecnologie impiegate e nell’uso della forza lavoro. Se la prima richiesta è stata soddisfatta dalla diffusione dell’informatica e dal miglioramento delle tecnologie, la seconda ha provocato la crescita di nuove forme di occupazione e di nuovi regimi di tempo di lavoro, nonché rischi di nuove forme di marginalità nella distribuzione degli orari di lavoro. In Italia, più del 23% delle persone occupate dichiara di lavorare al di fuori del suo orario di lavoro, di portarsi il lavoro a casa o lavorare durante il tempo libero e il 14,2 per cento dichiara di farlo tutti i giorni; inoltre al 14,4 per cento capita frequentemente di lavorare anche nei giorni non lavorativi (dati istat – I Tempi della vita quotidiana). Al lavoratore, soprattutto se condizionato da produzioni just in time, si chiede spesso un coinvolgimento totale ed immediato, che può giungere ad investire almeno in parte la sua vita privata con dilazioni dell’orario lavorativo arrivando e, spesso, superando le 50 ore settimanali. Il lavoro in questione è legato soprattutto ad attività di natura economica, questo vuol dire che la maggior parte del tempo contribuisce ad una crescita quantitativa, sottovalutando, forse, l’importanza e la necessità di una crescita qualitativa sia dell’individuo che della società. Forse non abbiamo chiaro il significato di ricchezza e non percepiamo realmente la natura limitata del tempo.

Seneca, nelle lettere inviate a Lucilio, sosteneva che la superficiale considerazione del tempo da parte dell’uomo dipendeva soprattutto dal fatto che egli veda la morte come un avvenimento futuro, mentre gran parte di essa è già alle sue spalle. << Ogni ora del nostro passato appartiene al dominio della morte>>. L’uomo possiede il dominio del tempo presente e la pianificazione del tempo futuro, il tempo che è stato consumato appartiene alla morte, a noi resta solo il frutto delle azioni attraverso le quali lo abbiamo consumato. Ecco perché siamo obbligati ad utilizzarlo nel modo migliore e per una giusta causa evitando così che il tempo ci sfugga senza accorgercene. <<Quando immense ricchezze cadono nelle mani di un cattivo padrone, quest’ultime vengono dissipate; quando, invece, modiche ricchezze vengono affidate ad un buon amministratore quest’ultime crescono>> (De brevitate vitae, I).

Essere ottimi amministratori del tempo ed impiegarlo in attività più nobili rispetto alla sola crescita quantitativa è fondamentale per il nostro sviluppo. Una crescita quantitativa senza una crescita qualitativa è solo deleteria per l’essere umano e per la società.

Per arrivare a questo obiettivo la rivoluzione deve partire da noi stessi, solo dando la giusta importanza alle azioni che consumano il nostro tempo possiamo cambiare il sistema sociale che ci caratterizza, solo considerando il tempo come l’unità di misura della ricchezza possiamo cambiare le nostre priorità.

*Marco Piantoni è nato a Terni nel 1987, contemporaneamente agli studi di Economia frequenta l’Accademia delle Belle Arti dove studia pittura ed illustrazione con il maestro Igor Borozan. Subito dopo la laurea in Economia ed il diploma all’Accademia, si trasferisce in Inghilterra e in Spagna per studiare e lavorare. Durante i suoi viaggi ha la possibilità di conoscere nuove culture e nuove forme di pensiero che sono parte integrante della sua ricerca artistica. Il suo lavoro può essere considerato come il risultato sia di una educazione artistica che economico/sociale, fondato su temi che caratterizzano il nostro contemporaneo.

Pagina web

http://piantonima.wixsite.com/marcopiantoni