Sullo sfondo dei gilets gialli

di Michele Garau

Cosa rimane dell’«evento» gilets jaunes o del «momento giallo», come è stato recentemente definito su Qui e ora, a distanza di un anno dall’inizio delle danze? Qualche corteo settimanale, con il rituale folkloristico di Place de la République? Numeri e assembramenti che evocano soltanto un ricordo sbiadito dell’anno passato, e qualche colpo di coda, come le sparute barricate in fiamme nelle quali si è concluso, sabato 26 ottobre, a Belleville, un corteo in solidarietà alla sollevazione cilena?  A queste latitudini non siamo abituati a pensare il rapporto tra l’insorgenza e la durata, le tracce restanti di una rivolta, gli echi di un’esplosione, fuori dagli schemi frusti dell’incrostazione organizzativa, del raccolto in termini di militanti, adesioni, strutture formali di appartenenza che resistono nel tempo. La fiammata è la semina che deve, al seguito, dare i suoi frutti. Ancora mezzi e fini, trascendenza, ancora il vocabolario della progettualità classica. D’altronde è proprio questo modo logoro di pensare la continuità, di intendere gli effetti di una rivolta come mera risultante, ancora una volta economica, della sommatoria tra soggetti, lotte, cause e mobilitazioni, che risuona nel continuo appello alla «convergenza delle lotte», ultima figura del calcolo e del «quantitativo», ennesimo modo di non tenere in conto l’intensità, la profondità qualitativa di quanto accade. La rigidità sclerotizzata della militanza sposa l’inconsistenza, l’estraneità dell’attivismo a compartimenti intercambiabili.

Nel cuore delle recenti mobilitazioni «ecologiche» francesi, in via di normalizzazione cronica, dall’occupazione temporanea di un centro commerciale in place de l’Italie e quella di Place du Châtelet, accolta con coscienzioso favore perfino dal sindaco di Parigi, Anne Hidalgo, tra un tappeto di fieno sull’asfalto e assemblee gesticolanti in stile Nuit Debout, sarà allora necessario importare altre voci, identità, rivendicazioni, dai «giovani dei quartieri» agli stessi gilets jaunes, o meglio, appunto, a quel che ne resta.

Ma quando, tra i vari contributi di bilancio e riflessione che hanno accompagnato, durante l’anno scorso, la traiettoria di quella forza anonima che si è sprigionata tra ronde-points e riots, assemblee locali e incursioni rabbiose nelle vie ricche del centro parigino, si è cominciato a parlare, sulla scorta del sociologo Michalis Lianos, di «politica esperenziale», non lo si è fatto forse per registrare una discontinuità, un qualcosa di nuovo e irrimediabilmente diverso proprio rispetto a tutto questo ciarpame? Non si tratta, per chi scrive, di rivolgere uno sguardo inacidito e rancoroso all’intermittenza delle manifestazioni visibili che, ormai da parecchi anni a questa parte, caratterizza tutti i momenti di conflitto e insorgenza. Si tratta, proprio all’opposto, di iniziare a fare finalmente i conti con questo dato, smettendo di fingere che i sussulti di ripresa delle ostilità che ogni tanto scuotono la riproduzione del deserto metropolitano possano essere ricompresi, stancamente, nelle griglie del già noto e del sempre uguale.

Le assemblee locali, il sindacalismo, la democrazia partecipativa, il referendum e le elezioni municipali. Sul serio? Possiamo profonderci in mille arzigogolate spiegazioni sulla «composizione di classe», sui parametri di precomprensione della rivolta ed il profilo sociale verificabile dei rivoltosi, come strato di cerniera tra le classi più povere e quelle medie in via di impoverimento. E certamente, anche in questo modo, avremo spiegato qualcosa, avremo colto alcuni dei fattori che concorrono a innescare la singolarità di quella «scena» politica, di quel momento di scontro e moltiplicazione del possibile. Ma c’è qualcosa dell’ordine dell’evidenza sensibile, del vissuto di quella lotta, che tocca in modo scoperto e palpabile, innegabilmente, tutt’altre corde. Alle porte c’è il sedici novembre, la ricorrenza annuale della prima giornata in cui il fenomeno dei gilets si è affacciato, come uno spettro, sulle strade della metropoli parigina e su tutto il territorio francese. La prima data simbolo, significante di un evento. Come dice Badiou, ci sono date e nomi che finiscono per diventare i nomi propri, i contrassegni e le coordinate di una verità politica comune, il sito in cui una scommessa etica prende corpo: «(…) comincerò col dire che, dopo tutto, si può descrivere in modo puramente empirico una verità politica: è una sequenza concreta e datata in cui sorgono, compaiono e spariscono una pratica ed un pensiero nuovo dell’emancipazione collettiva».

Ma, citazioni a parte, il sedici novembre dell’anno scorso aveva lasciato tutti a bocca spalancata. E non furono molti i militanti e gli esponenti delle parrocchie politiche movimentiste a capire che qualcosa di non trascurabile stava avvenendo. Ricucire lo strappo, recuperare il conteggio della posta a scommessa avvenuta, rimediando così alla propria fondamentale sfiducia verso il possibile e l’imprevisto, è un gioco troppo facile in cui troppi, sia in Francia che in Italia, primeggiano. Le solenni cazzate, a posteriori, sulle «pratiche democratiche e organizzative», l’intersezione dei fronti e i programmi confederativi, non solo lasciano il tempo che trovano, ma sono pure la convergenza, questa sì, ben tangibile, tra il peggio delle «comunità terribili» universitarie e del gauchisme. Continuità, spiegazioni, riferimenti rigorosi nel paludato lessico di una «scienza» esatta della lotta di classe che, da parecchio tempo, non prevede, non comprende e neppure organizza.

Ma allora, se il nodo è sempre quello del rapporto tra evento e processo, le rotture e il loro approfondimento, bisogna guardare ai fili di una possibilità organizzativa che non sia quella della sintesi, del coordinamento formale ed astratto. Una mappatura omogena delle lotte finisce per ridurle all’equivalente generale di una legittimità politica vuota ed indifferenziata. Al contrario l’asse politico fondamentale, il vocabolario elementare delle sollevazioni contemporanee, è piuttosto un piano di percezione condiviso, un certo rapporto ai luoghi e al modo di abitarli. Non si tratta, ad esempio, di vedere nei gilets jaunes o nelle tante resistenze derubricate dentro la casella delle proteste «ecologiche» o «territoriali», un nuovo schema sociologico per classificare la totalizzazione storica dei conflitti dopo l’esaurimento della centralità operaia e della lotta di classe. Come scrive Jean-Baptiste Vidalou nel suo recente libro, Être forêts. Habiter des territoires en lutte, quel che è in gioco nella difesa delle foreste, come di tutti quegli spazi, valli, montagne o persino quartieri urbani in secessione, investiti da progetti di «aménagement du territoire», non è la preservazione di un «ambiente» che deve restare integro, ma l’opportunità di intralciare un progetto totalitario di trasformazione del mondo in una superficie liscia e piatta. La densità di legami, affetti e abitudini condivise che caratterizzano una forma di vita localizzata, radicata nella superficie terrestre, è irriducibile all’onnipresenza delle reti logistiche, dei flussi, delle infrastrutture e dei dispositivi intelligenti. Un prodotto dell’evento, della rivolta, non un dato preliminare per spiegarla e classificarla a posteriori. Cartografare il mondo secondo un’unica unità di misura, indifferente a qualsiasi attributo, appiattire su una stessa scala la «biomassa», gli alberi, i fiumi, risponde ad un’idea ben precisa di cosa significa vivere, di qual è il suo senso. Una genealogia anche solo superficiale di come pensa e agisce il potere, dai fisiocratici alla cibernetica, a partire da un punto qualsiasi, ci fa capire quanto questo processo di appiattimento e fluidificazione della realtà sia ovunque, sotto i nostri occhi. Sezionare i territori, distribuirne in modo funzionale l’utilizzo secondo le risorse e i tipi di impiego, raccogliere informazioni, trasportare materiali, dal settore militare fino all’economia verde, rimuovendo tutto ciò che è opaco e ha una forma solida:

“La guerra dell’epoca si declina ormai su questo asse politico fondamentale. Da una parte degli esseri legati ai loro territori, pronti a difenderli, dall’altra degli esseri staccati da tutto ma mobilitati senza sosta-a che fine se non di produrre il vuoto? Alla fine, una guerra tra due percezioni nemiche del mondo. Una guerra tra quelli che, a partire dalla loro visione astratta, pretendono di ridurre il reale all’economia e quelli che, a partire da una percezione sensibile, partono da dove abitano e cercano di legarsi alla realtà che li attraversa[1].”

Se si risale alle prime visioni utopiche dell’ingegneria sociale moderna e al suo progetto di rivolgimento totale dello spazio, al centro c’è l’analogia con il corpo umano, le vene, le arterie, ovunque la circolazione. Ma allora è difficile non attribuire un significato simbolico ed esistenziale dirompente ad una proliferazione di blocchi e rivolte che ha rilocalizzato l’agire politico a partire dai rond-points, dalle rotatorie stradali, e ha mosso i primi passi in risposta ad una tassa sulla benzina, opponendo l’arresto dei flussi ed una stanzialità intermittente da abitare alla mobilità ininterrotta ed imposta dell’esistenza metropolitana, con le sue propaggini inter e periurbane. Prendendo in prestito uno spunto dalla riflessione di Laurent Jeanpierre, si può ipotizzare che il lascito dei gilets jaunes, invece che in qualche tipo di sedimentazione organizzativa o rete formale di rappresentanza, sarà nell’impatto sul «regime di mobilitazione» dei conflitti prossimi venturi. La suggestione sulla persistenza del regime fordista di regolazione e mediazione delle lotte, chiuso forse proprio dal «momento giallo», nonché sulla destituzione del dispositivo «movimento sociale», nei fatti significa proprio questo: intanto tutte le canalizzazioni della rabbia diffusa che passavano per ciò che rimane delle istituzioni rappresentative del «movimento operaio», con i suoi strascichi gruppuscolari, sindacali e partitici, non contano più nulla, né praticamente, né a livello di immaginario e discorso. Inoltre queste strutture, l’intero spettro di ciò che si chiamava «sinistra», non sono esautorate per un semplice fatto contingente di rapporti di forza sfavorevoli o ribaltamento del consenso nella società, ma perché non ci sono più i punti d’appoggio materiali ed etici perché la loro funzione abbia una qualche presa. Non verseremo lacrime.

Questa rottura è perciò un cambiamento di risorse politiche, un passaggio a terreni diversi ed emergenti, qualitativi, di pratica e di organizzazione:

“Il fatto che il movimento dei gilets gialli segnali una «rottura» con il compromesso fordista, quindi se vogliamo con le forme di accordo tacito tra le classi e lo Stato, si manifesta nella sua distanza dalle forme cardinali del fordismo francese, in particolare i sindacati, così come nelle sue forme di espressione politica (occupazioni fuori dai luoghi di lavoro, pratiche di rivolta spontanee, rifiuto della delega)che hanno poco a che vedere con la drammaturgia protestataria ereditata in Francia da questo compromesso. Con quest’ultimo, le negoziazioni tra le parti sociali e lo Stato prevalgono, e quando queste non funzionano più, le manifestazioni di strada subentrano per influire sulle negoziazioni. E per pesare bisognava innanzitutto essere numerosi, da cui il sempiterno conflitto tra polizia e organizzatori per valutare il numero dei manifestanti. Il movimento dei gilet gialli rompe, nello stesso tracciato di altre mobilitazioni, con questa logica del numero che è prevalsa nelle proteste del momento fordista, perché la sua potenza politica non deriva dai suoi effettivi ma dalla sua maniera di agire, dalla sua qualità più che dalla sua quantità[2].”

Non è un caso che la trasversalità interna della mobilitazione francese si sia data tanto sul piano sociale che su quello ideologico, non è un elemento accessorio. Se guardiamo ai nodi che sono stati toccati, il rapporto tra tempo di lavoro e tempo di vita, l’avvelenamento prodotto dall’economia, la natura dello spazio urbano, i limiti dello sviluppo, è evidente che si tratta dello stesso insieme di sfere che la sequenza rivoluzionaria degli anni 60 e poi 70 aveva tematizzato, ma fuori da quell’universo ideologico, senza più nessun ormeggio nella scala morale e linguistica della sinistra. Con tutto quello che un cambio di repertorio simbolico ed etico, in questa realtà epocale di sconvolgimenti impuri e burrascosi, passioni cattive e cinismo, può comportare di bene e di male.  Da un lato c’è un emergere di «politiche di prossimità» che muovono da un circolo di esperienze dirette, su un’estensione minima e priva di qualsiasi filtro ideologico, dall’altro l’assenza di tutto quel bagaglio di direttrici e posizionamenti che rendevano le lotte leggibili e le immettevano in una certa forma di socializzazione politica chiara, stabile e comprensibile. L’ipotesi di Michalis Lianos è che in questa modalità inedita della ribellione si rifiutino i poteri costituiti, senza assunti assiologici e ideologici preliminari, sulla base di una vera e propria dissonanza percettiva, un disaccordo fondamentale rispetto al mondo delle classi dominanti. La delegittimazione del personale politico in carica avviene infatti sulla base del suo essere «hors sol», sganciato dal terreno della vita reale della popolazione, incapace di comprenderlo e perfino di vederlo. Ciò che si profila è qualcosa di simile ad uno scontro tra mondi. Per questo motivo, se si osservano i discorsi, i volantini e gli appelli circolati nel corso del movimento, si può notare un’abbondanza di riferimenti alle cerchie più strette di rapporti sociali, familiari e di vicinato, ad un insieme di dati che riflettono in maniera diretta, su piccola scala, la miseria delle condizioni di vita che si vogliono trasformare:

“Il loro discorso è popolato di osservazioni sulla situazione deplorevole dei propri genitori, sulla loro impossibilità a fronteggiare gli obblighi nei confronti delle generazioni precedenti e successive, e sull’angoscia di non poter più proteggere i propri figli da una situazione di dipendenza, di instabilità, di esclusione. Parlano dei loro amici e amiche che hanno i genitori malati o affetti da handicap, pensionati con una pensione al di sotto della soglia di sussistenza degna. Quelli che tra loro sono più agiati si riferiscono quasi sempre agli esempi concreti del loro ambiente familiare o amicale. Questa insistenza è molto particolare e mi sembra rappresentare un’analisi politica critica contenuta in uno schema individuale [3] “

Dal molto piccolo alla totalità dell’esistenza, in una polarità esplosiva senza passaggi intermedi. In tale quadro non si possono soppesare gli sviluppi del movimento con la sfera di cristallo o gli strumenti di calcolo, come non si prevedono le rivoluzioni, diceva Malatesta, con i bollettini del censimento. La chiaroveggenza che la stagione di sommovimenti in corso ci richiede è di ben altra natura da quella delle scienze sociali e delle previsioni del tempo, e la politica che viene informa i soggetti, ne definisce il profilo e il senso ben più di quanto non li rappresenti. Tuttavia si può avanzare una piccola scommessa sul genere di riverbero che il «momento giallo» saprà produrre nel prossimo futuro, sulla dilatazione dell’evento che ha avuto luogo. Invece che l’accumulo delle istanze, la convergenza delle rivendicazioni e delle vertenze, il coordinamento nazionale, l’incontro con le piattaforme sindacali più o meno ancorate alla base, le contaminazioni che vedremo saranno probabilmente di un’altra natura. La corsa sfrenata delle organizzazioni politiche e sindacali di sinistra, anche «autonome», per far rientrare l’anomalia gialla nel proprio registro, nel loro immaginario e, soprattutto, nelle loro istituzioni, difficilmente avrà successo.

Possiamo invece provare a immaginare questa continuità come la permanenza, per quanto evanescente, di uno sfondo. E questo sfondo retrostante si staglia proprio sul piano lasciato oramai sgombro delle forme politiche della sinistra, in tutta la sua capacità di recupero e regolazione concertata. Se ad esempio la protesta contro la riforma delle pensioni prevista a dicembre, come le altre che seguiranno, invece che unirsi a ciò che resta empiricamente della mobilitazione dei gilets gialli, riattivasse la riserva di esperienze, affetti e pratiche, che questa ha depositato nel corso di un anno? Se gli strati che questa traiettoria politica lascia dietro di sé non consistessero in un inventario di contenuti circostanziati, militanti e adesioni, ma nello spostamento della percezione di ciò che un conflitto è, di come si svolge e di quel che comporta? Un cambiamento profondo, qualitativo, di questa percezione, è già avvenuto, se non altro nella fiducia condivisa, almeno per un momento, nella possibilità di cambiare veramente le cose, nel fatto che l’agire storico sia a portata di mano, che un «popolo mancante» possa materializzarsi, sul serio e minacciosamente.

Tutte le pillole di realismo politico e le farneticazioni tattiche dei militanti maturi non possono cancellare il fatto che, almeno come potenzialità ed intensità sensibile del vissuto, le insurrezioni sono arrivate, e questa volta ad un passo da noi. Come suggerisce Jérôme Baschet nel suo ultimo libro, le critiche del capitalismo incentrate sulla preminenza dello sfruttamento e dell’alienazione quali unici assi del dominio, pur non scomparendo, lasciano sempre più spazio, nel vivo delle lotte stesse, ad un nuovo regime di discorso rivoluzionario. Questo terzo e ultimo stadio della critica rivoluzionaria verte sulla distruzione dei mondi e degli ambienti di vita, la lacerazione dei rapporti umani ed il capitalismo come modo di produzione di soggettività. La catastrofe etica e la devastazione ambientale in corso, il collasso «ecologico» e lo spossessamento radicale degli affetti, fanno del capitalismo un fenomeno totale, che investe sfere ed ambiti tradizionalmente esclusi dal campo di interesse del lessico militante e della politica:

“Tutte queste maniere di essere toccati dall’imperativo della valorizzazione capitalistica derivano da un processo di spossessamento generalizzato. Si può dare a questa nozione una virtù inglobante, ma non per questo unificante. Non si tratta di riportare delle forme di esperienza e di sofferenza ad una realtà unica. Ma questa molteplicità ha, nondimeno, una stessa origine[4].”

Tale critica, vivente e in atto, dell’astrazione politica, ci consegna più problemi che soluzioni. Gli interrogativi inevasi delle tradizioni rivoluzionarie sono, in una nuova luce, ancora irrisolti e di nuovo brucianti: la pluralità delle fratture e la loro articolazione in un orizzonte multiplo che sfugga alla sintesi capitalista, il punto di connessione tra il locale, il prossimo, e i rapporti globali che riproducono questo mondo, le insurrezioni oltre l’epica de «Le Grand Soir». In un simile scenario possiamo guardare agli sviluppi futuri delle sommosse francesi, all’approfondimento della rottura che i gilets gialli hanno innescato, come un prezioso laboratorio di possibilità, senza ricette e programmi in tasca. Su queste pagine, secondo l’eventuale andamento degli eventi, si proverà a farne una cronaca e a trarne qualche conseguenza, di analisi e di orientamento pratico, se la distinzione ha qualche significato. Per non restare con il naso per aria quando le strade attorno a noi si infiammano, occorre affinare l’ingegno, avviare un dibattito, rendere le nostre riflessioni un piccolo strumento d’offesa, facendo volentieri a meno della sociologia e dei bollettini del censimento. Vedremo quali figure emergeranno da questo sfondo.

[1] J-B. VIDALOU, Être forêts. Habiter des territoires en lutte, Paris, La Découverte, 2017, p. 191.

[2] La Commune revient. Entretien croisé avec Jérôme Baschet et Laurent Jeanpierre., frase di Laurent Jeanpierre.

[3] M. LIANOS (entretien avec), Une politique experentielle, in Lundi Matin papier n. 4 : Gilets jaunes : un assaut contre la société, 2019, p. 100.

[4] J. BASCHET, Une juste colère. Interrompre la destruction du monde, Paris, Divergences, 2019, p. 69.

“Non cadremo nelle loro provocazioni.” Sulla manifestazione femminista del 16 agosto a Città del Messico

A Lesvy, a Karen, a Adriana, a Victoria, a Valeria, a Otilia, a Daniela,

a quelle senza piu’ corpo,

a quelle a cui dedichiamo il nostro

Non ci proteggono, ci stuprano

La notte dello scorso 3 agosto una ragazza di 17 anni stava tornando a casa quando vide avvicinarsi lentamente una volante con dentro quattro poliziotti ; per sviarli suono’ il campanello di una casa. Uno dei poliziotti scese dall’auto e le chiese dove abitasse, offrendole un passaggio; nonostante la sua risposta negativa, questi la fecero salire di forza sull’auto e la violentarono, per poi lasciarla andare fra le risate e gli scherni. Dopo i fatti, la ragazza sporse denuncia alle autorità competenti (la PGJ, Procuraduría General de Justicia di Città del Messico), le quali, qualche giorno dopo, annunciarono di aver perso i campioni-prova di DNA. I poliziotti proseguirono quindi indisturbati il loro lavoro.

Questo é solo uno degli almeno 51 casi di abuso sessuale che avvengono in Messico ogni giorno ; cosi come, secondo cifre ufficiali, nei primi quattro mesi del 2019 si sono registrati almeno 1199 femminicidi avvenuti in diversi stati del Paese. Senza ovviamente tenere in conto i casi di transfemminicidio, sui quali la polizia indaga in modo impreciso e discontinuo, tra cui molti passano sotto silenzio per paura di rappresaglie e altri non vengono registrati nemmeno sotto questa categoria.

E’ importante chiarire che quello descritto non é un caso isolato, ma frutto di un sistema di violenza strutturale di genere. É una realtà quotidiana condivisa da noi tutte quale che sia il diverso grado di vulnerabilità di ciascuna. La paura con la quale usciamo tutti i giorni di casa, pensando a chi sarà il nostro prossimo aggressore, ci ha spinte a dotarci di armi per l’autodifesa come spray al peperoncino, taser, coltelli, e della capacità di usarle. É diventato un rito, ormai, condividere la nostra posizione con i nostri cellulari mentre siamo sulla strada di casa, per avvisare le nostre amiche o le nostre madri che stiamo bene. La paura e la violenza quotidiane che ci inondano non si limitano a quando camminiamo per strada. É risaputo : nessuna istituzione é sicura. Gli eventi degli ultimi giorni ci hanno ricordato che non possiamo sentirci tranquille neanche in un ospedale o in un museo[1]. Non dimentichiamo che la maggior parte degli stupri, degli abusi, delle gravidanze minorili e dei femminicidi in Messico vengono compiuti all’interno dell’istituzione chiamata famiglia. Abbiamo tutte uno zio o un qualche parente scomodo che ci ha violentate, che sia con lo sguardo, con le parole o con le mani, e questo nel migliore dei casi. Quasi sempre gli aggressori sono delle persone che conosciamo.

Cosi come le denunce piovute qualche tempo fa durante il movimento #MeToo hanno costituito delle prove inconfutabili dei maltrattamenti, e talvolta delle aggressioni fisiche e sessuali, che subiamo sistematicamente da parte dei nostri uomini « di fiducia » come fidanzati, fratelli, mariti, colleghi, padri, amici . Ora, pero’, vogliamo smettere di raccontare cio’ che subiamo per cominciare invece a narrare quello che facciamo.

Non siamo le stuprate, le studentesse, le lesbiche, le donne di casa, le vittime ; non siamo nessuna delle categorie alle quali vogliono ridurci.

Le mie amiche mi proteggono, non la polizia.

Di fronte alle dichiarazioni della PGJ sul caso del 3 agosto scorso, decidiamo di organizzare un presidio davanti alla sede centrale della Secretaría de Seguridad Ciudadana a Città del Messico. Durante il presidio, il segretario alla sicurezza esce in strada per parlare esclusivamente con i media, dichiarando la sua disponibilità ad aprire un dialogo con noi ; ottiene, per tutta risposta, un attacco a base di glitter rosa. Dopo averlo visto rientrare nell’edificio con la coda tra le gambe, decidiamo di continuare e prendiamo la strada verso la sede della PGJ, istituzione indicata dalla madre di una vittima di violenza come responsabile del ritiro della denuncia, per paura in seguito alla divulgazione dei dati personali della figlia minorenne. Da quel momento in poi, non é stata la manifestazione a straripare; piuttosto é stato lo straripamento che si é manifestato, dato che sapevamo bene che non eravamo lì per chiedere il permesso a qualcuno per fare quello che volevamo. Per la prima volta in una manifestazione in Messico, gli uffici del PGJ, un edificio intimidatorio a causa della costante e abbondante presenza di polizia, sono stati invasi, le porte di accesso distrutte.

Alla luce degli eventi, la sindaca Claudia Sheinbaum ha dichiarato che le nostre azioni non sono altro che una provocazione per indurre le autorità ad usare metodi violenti contro le manifestanti. Ciò di cui non ha tenuto conto è che siamo abituati a sentirci dire che è a causa delle nostre provocazioni che ci uccidono o ci stuprano. Non ha capito che nessuna chiedeva una marcia pacifica. Non vogliamo essere rappresentate da nessuno. Tantomeno ci é passato per la testa di andare a cercare giustizia dallo stesso sistema che ci violenta, ci uccide e ci fa sparire. Non vogliamo briciole di attenzione da parte di qualsivoglia autorità, né dialoghi utili da sfruttare in campagna elettorale. Non siamo andati a parlare con nessuno perché sappiamo che a loro non importa di noi e a noi non importa di loro. Per molte di noi si è trattato semplicemente di prendere una posizione.
La gioia e la potenza condivise il 12 agosto sono state contagiose. La stanchezza e l’umiliazione provate nel ricevere petali di rosa come forma di sostegno nelle precedenti manifestazioni e di essere scortate dalla polizia stradale[2] – evidentemente le donne, per il governo, non rappresentavano una vera minaccia – ci hanno spinto ad assumere la nostra violenza e scendere in strada, come è stato detto, « a modo nostro ». Venerdì 16 agosto per alcune di noi era chiaro fin dall’inizio come saremmo scese in piazza, quale sarebbe stato il nostro spezzone e con quali amiche avremmo gridato. In altri casi ci siamo sorprese di noi stesse nel ritrovarci in mano bombolette spray, passamontagna fatti in casa, e nello scrivere i nostri numeri di emergenza e i gruppi sanguigni sui nostri corpi[3].

Altre, partite da sole, si sono unite alla spontaneità del momento, sedotte dalla furia delle amiche. A prescindere da questo caso particolare, noi non ci sentiamo mai sole. Le nostre amiche si prendono cura di noi, non certo la polizia.

Maschio coglione, fuori dal mio vagone

Da qualche anno nella metropolitana di Città del Messico vi sono carrozze riservate esclusivamente a donne e bambini al di sotto dei 12 anni, cio’ a causa delle continue molestie subite. Questa divisione è spesso violata da uomini stupidi che insistono nel voler occupare i nostri spazi. Vale anche la pena di ricordare che alcuni mesi fa è stata scoperta una rete “specializzata” in rapimenti di donne che opera sui mezzi pubblici. Uno dei modi piu’ efficaci in cui agiscono i rapitori consiste nel puntare una donna sola e poi prenderla per il braccio, fingendo di essere una coppia e poi portarla via dicendo “calmati, amore mio”. Se qualcuno cerca di intervenire, l’aggressore assicura che si tratta di una questione personale. Anche se la donna afferma di non conoscere il rapitore, di solito quest’ultimo riesce a dissuadere coloro che cercano di aiutarla; la morale infatti impone che questo tipo di problemi di coppia siano risolti in privato. Questo fatto mostra il modo in cui il sistema patriarcale invalidi la nostra parola, interpretando le nostre reazioni come drammi sentimentali femminili, invece di assumerle in quanto problema politico.

Il giorno della manifestazione abbiamo quindi deciso di occupare un intero treno, cacciando tutti gli uomini che erano a bordo. Di fronte alla nostra azione, molti uomini hanno reagito in maniera ostile, provocatoria, ma soprattutto beffarda, e come era prevedibile hanno aggredito chi potevano  con spinte, insulti, registrazioni; alcuni uomini sono addirittura saliti sul tetto del treno per impedirgli di ripartire. Nonostante ci fossero più di 600 donne vestite di nero, con i volti coperti e armate, disposte a difenderci con taser, spray al peperoncino, ombrelli e glitter, abbiamo di nuovo percepito il machismo dilagante da parte degli uomini. Molte di noi provavano paura; alcuni di loro, invece, pur essendo soli, si mostravano ringalluzziti e sicuri di sé, forti del privilegio che li caratterizza e li sostiene. Solo pochi hanno smesso di ridere quando abbiamo chiesto: “Vi prendete gioco del fatto che ci stanno uccidendo?”.

Il patriarcato non cadrà da solo, siamo noi che lo abbatteremo

Non c’era nessun leader, nessuna organizzazione, nessuna bandiera, nessuna teoria che ci rappresentava, ma un comune sentimento di sorellanza e il comune desiderio di distruggere tutto. Nulla era programmato, non c’erano linee guida, nessuno era a conoscenza del percorso della manifestazione, si percepiva solo qua e là la presenza di donne riunite, e ogni tanto circolavano voci per scoraggiarci: “stanno sparando dei lacrimogeni”, “arrivano i granatieri”[4]. Nonostante i timori e la voglia di fuggire, siamo rimaste unite, vicine, a sostenerci l’un l’altra.

Questa mancanza di organizzazione ha pero’ fatto inorridire marxiste e femministe professionali: « Ma tutto questo cosa significa? Non c’e’ nessuna assemblea, nessun coordinamento, nessuna rete. E’ la tirannia dell’antistruttura. I social network sono utili per convocare la piazza, come punto di raccolta, ma non sostituiscono l’organizzazione. E siccome non v’è altro mezzo che questo, l’organizzazione, bisogna costruirla »[5]

Noi invece pensiamo di dover andare oltre l’opposizione tra “organizzazione” e “spontaneità”; qui non sono esisite né l’una né l’altra in quanto separate. Viviamo in maniera strategica per prenderci cura di noi stesse e sopravvivere. Ecco perché agiamo insieme al di là dell’intenzione specifica di ciascuna; c’è complicità ed empatia. Ci sono legami che non possono essere immaginati da un pensiero organizzato a partire dal canone maschile. Se la nostra lotta è efficace, lo è per questo motivo.

Ogni azione era inaspettata, pertanto incontrollabile e senza alcuna aspettativa; non c’erano linee definite in anticipo tramite le quali giudicare se le nostre azioni fossero giuste o sbagliate. Molte di noi hanno percorso strade diverse prendendo viuzze secondarie, trovando negozi aperti, li dove non ci aspettavano. Una volta scesa la notte, non abbiamo più percepito la paura delle minacce che normalmente essa ci riserva. Abbiamo bruciato, spaccato e imbrattato tutto cio che abbiamo potuto, unite da sguardi complici e trafitte dagli affetti della nostra amicizia insorta.

Chi non ha partecipato attivamente alla distruzione, ha protetto e guardato le spalle alle compagne, incoraggiandole e fomentandole. A differenza di altre manifestazioni, portare i passamontagna e le bandane non costituiva di certo un problema. Mascherare le nostre facce é un modo per difenderci dalle tante molestie dei cameraman, pronti a eseguire solerti il loro lavoro di identificazione. Ci tenevamo ben lontane dal protagonismo o dalle identità individuali; queste sono per noi irrilevanti. Piuttosto eravamo li per prestare il nostro corpo a quelle che non ne hanno più uno, per quelle che non possono scendere in piazza, e per noi stesse.

Siamo tutte complici

Il giorno seguente, sul quotidiano Metro[6], le cui prime pagine riportano come consuetudine foto di corpi di donne nude e/o smembrate, per la prima volta la prima pagina è stata occupata da foto di donne che manifestavano con il titolo “Toglietevi di mezzo, stronzi”. Su altri mezzi di comunicazione più “seri”, così come sui social network, è stata condannata la violenza esercitata da presunte minoranze o da gruppi infiltrati per indebolire il movimento pacifico. Si affermano cose come “questi non sono i modi giusti di chiedere le cose”, che sono stati danneggiati monumenti storici, che “la violenza non puo’ essere combattuta con la violenza”, che non serve a nulla distruggere lo spazio pubblico… Ci sono state anche donne che si sono dissociate (usando lo slogan #EllasNoMeRepresentan), oltre a gruppi di uomini che hanno lanciato minacce di morte, di stupro e persino organizzato pestaggi di massa di femminaziste.

Dal nostro punto di vista i monumenti “detournati” hanno finalmente svolto una funzione storica, facendo appello al momento presente e non a un trionfo del passato che non ha nulla a che fare con noi. L’Angelo dell’Indipendenza, chiamato così per errore,  ora si presenta a noi come Victoria[7] ; persino alcune restauratrici si sono rifiutate di ripararlo, perché la sua nuova immagine rende conto della memoria collettiva della nostra manifestazione e delle sue cause.

Tuttavia, sappiamo che dobbiamo conquistare ancora molte altre vittorie. Città del Messico ha il privilegio della centralizzazione che le conferisce visibilità internazionale. Al contempo, la capacità di chiamata e quindi la confluenza delle manifestanti è molto ridotta nelle zone al di fuori della città. Questa bassa incidenza quantitativa implica un maggiore pericolo per le donne che partecipano alle proteste in queste aree. Basta guardare allo Stato del Messico, che confina con la capitale, con uno dei tassi di femminicidio più alti nel paese, accompagnati da una visibilità nulla e da scarso sostegno, per capire che la lotta ora necessita di una decentralizzazione. Alla luce di quanto accaduto, la capa del governo di Città del Messico ha deciso di tenere un incontro con le rappresentanti femministe per far loro sapere che non avrebbe punito o perseguito nessuna delle partecipanti alle devastazioni avvenute il 16 agosto perché, almeno secondo lei, si è immedesimata in noi; ma sappiamo molto bene che la sua empatia in realtà è un’impotenza nell’identificare un obiettivo preciso da attaccare, poiché sia lei che noi sappiamo bene che tutte noi eravamo complici.

Nonostante la grande eterogeneità tra femminismi in Messico, esiste un’esperienza condivisa nella quale si possono ritrovare punti in comune inaspettati. In Messico, I femminismi degli ultimi anni nascono dal fatto di vivere e assistere direttamente a una serie di abusi, sparizioni, stupri e femminicidi che si consumano attorno a noi. La nostra lotta riguarda la difesa della vita, della nostra vita e di quella delle nostre amiche. Cio’ a cui ci riferiamo è immediato; da qui ci siamo interrogate sul modo in cui viviamo, e come condividiamo problemi come l’abuso, il trauma e la paura, che secondo le logiche maschili non sono considerati problemi politici, ma intimi. È durante questo processo che le nostre amicizie si sono politicizzate. Per la stragrande maggioranza di quelle che erano presenti il 16 agosto e che hanno in programma di rimanerlo, si tratta di prendersi cura di noi stesse e di rafforzarsi collettivamente.

Siamo cattive, possiamo esserlo di piu

“A mí ya no me provocan, pobres (…) ¡Con la pena! La vida, Dios, los golpes y la maldad me los heredaron y no me los van a quitar. ¡No era este monstruo! Me convirtieron, y ahora se aguantan. No me intimida, ni me angustia, ni me ahoga, ni me mata.” – Niurka Marcos[8]

Anche se siamo orgogliose del fatto che sappiamo difenderci e che lo stiamo facendo, questo non significa che non proviamo dolore, stanchezza e frustrazione nel dover affrontare e difendere la nostra posizione quotidianamente, anche di fronte alle persone a noi più vicine. Giorni come il 16 agosto ci riempiono di energia collettiva, suscitano in noi l’emozione della violenza e della possibilità di fare meglio in futuro. Saperci capaci di esercitare la violenza è un modo per contrastare la paura di vivere da donne. I tentativi del governo di smantellare la nostra lotta e assoggettare la nostra complicità sovversiva non ci ingannano più, non ci immobilizzano né ci appacificano. Mentre il governo di Città del Messico pianifica dei workshop sulla prospettiva di genere per la sua polizia, per l’esercito e per i suoi funzionari in generale, a noi continuano ad ammazzarci – da venerdì 16 agosto a lunedì 19 agosto, ci sono stati 17 nuovi casi di femminicidio. Le nostre strategie non culmineranno in promesse che dipingono un futuro incerto. Ci rifiutiamo di fare le buone vittime, docili e indifese; non cadremo mai nelle loro provocazioni.

[1]É dei giorni scorsi la notizia di una donna stuprata dal suo “medico di famiglia” e di una ragazza che, durante la visita ad un museo, é stata violentata da un poliziotto mentre era in bagno.

[2]Nelle precedenti manifestazioni organizzate da donne per le donne, l’unico corpo di polizia presente era quello dei vigili addetti al controllo del traffico, mentre la gente applaudiva la nostra iniziativa di “scendere in strada a reclamare i nostri diritti” e, a volte, dai palazzi, venivano gettati fiori.

[3]Da alcuni anni ormai, quando tira una brutta aria prima delle manifestazioni a Città del Messico, siamo abituate a scrivere i nostri dati sul nostro addome in modo che, nel caso qualcosa vada storto, possano identificare i nostri corpi o, nel migliore dei casi, portarci all’ospedale in stato di incoscienza.

[4]Un’altro corpo della polizia messicana. [polizia antisommossa]

[5]Tweet citato

[6]Giornale reazionario che mette in mostra tutti i giorni le morti e le violenze che si vivono quotidianamente in Messico.

[7]Il monumento chiamato erroneamente “Angelo dell’indipendenza” è uno dei monumenti più importanti di Città del Messico. In realtà raffigura una Vittoria Alata: durante la manifestazione del 16 agosto fu uno dei monumenti piu’ presi di mira dalle manifestanti.

[8]“Povera gente, non sarete più in grado di provocarmi [….]. Che peccato per voi! La vita e Dio mi hanno trasmesso in eredità questi colpi e questo male, e nessuno potrà togliermeli. Non ero questo mostro! Cosi voi mi avete trasformato, e ora dovrete sopportarmi. Tutto questo non mi intimidisce, non mi angoscia, non mi annega, non mi uccide.

Niurka Marcos era un’attrice generalmente criticata come pazza isterica

Meme con la forza – lezioni dai gilet gialli

di Paul Torino e Adrian Wohlleben

traduzione da Metamute del 26 febbraio 2019

Abbiamo già avuto letture memetiche di recenti movimenti sociali. Di solito però, in queste analisi, la frase tende ad eclissare il contenuto, sovrapponendo il meme (rappresentazione)  al movimento (reale). Nell’articolo che segue, Paul Torino e Adrian Wohllebn, due partecipanti americani alla lotta dei Gilets Jaunes in Francia, invertono la logica in gioco. Non si tratta tanto di un movimento che usa i meme per fare richieste simboliche, quanto una forma di movimento come meme. Le occupazioni destituiscono simbolicamente gli spazi e li trasformano in “nuovi spazi” tramite la forza collettiva del confronto diretto. I Gilets Jaunes superano così la distinzione tra riot e vita quotidiana, rotonda e luogo della rivoluzione. In questo processo il meme-forma di movimento respinge i pericoli dell’estrema destra e della deriva cittadinista tramite “attacchi generalizzati alla proprietà privata” ai quali entrambi i poli risultano allergici. Annuncia la politica che viene e suggerisce che il riot può raggiungere quella continuità nel tempo della quale è generalmente considerato incapace: “la necessità di investire e difendere nuovi luoghi o ‘siti di vita’ eclissa la centralità della differenziazione ‘sociale’ come invece fanno le identità e le posizioni simboliche all’interno di una matrice di oppressione.” Evitando il preconcetto focus simbolico sulle piazze che ha caratterizzato le precedenti lotte sulla ‘circolazione’, qui il contenuto del meme va oltre la frase.

Il momento dei Gilets Jaunes (i Gilet Gialli) ha fratturato il consenso della politica francese e la vita sociale del paese. Dalla metà del novembre 2019, centinaia di migliaia di persone determinate hanno provocato ripetuti riot nei centri cittadini, bloccato autostrade e raffinerie, occupato caselli e rotonde in tutto il paese e si sono scontrate con la polizia. Anche se la prima fase del movimento si è legittimata con slogan contro la eco-tassa sulla benzina, introdotta da Macron e la sua squadra di tecnocrati, quando la tassa è stata ritirata sotto le sassaiole i Gilet Gialli si sono rifiutati di tornare a casa. Intellettuali di sinistra, commentatori e politici non sono riusciti a capire le intenzioni del movimento, mentre i militanti – dagli anarchici ai sindacalisti fino ai neo-nazisti – hanno provato a egemonizzare il movimento oppure lo hanno rigettato completamente. I Gilet Gialli hanno dato inizio a un processo che nessuno comprende, ma che nessuno può ignorare. Qualunque sia il risultato di questa sequenza di lotte, è chiaro che i Gilet Gialli hanno rotto le regole della politica e dei movimenti sociali per come le conosciamo. Pensiamo sia utile cominciare ad assumere alcune lezioni di questa complessa e non terminata sequenza, nella speranza di trarne insegnamenti per future circostanze simili, che senza alcun dubbio arriveranno.

Azioni radicali, non attori radicali

Non è l’insurrezione che molti amano sognare, non è un atto di sedizione, non è la presa di un territorio. È qualcos’altro. Una cosa nuova per cui le parole non sono state ancora inventate.

Liaisons, “Encore”

Se insistiamo a leggere le odierne rotture sociali tramite le categorie del ventesimo secolo, possiamo essere certi sicuri di non capirle. Non a caso molti nell’estrema sinistra inizialmente hanno interpretato il fenomeno dei Gilet Gialli in Francia come fascista o ingenuamente populista (e quindi bisognoso di una radicale “correzione”), o che altri siano stati così veloci a decretare i mali di un’alleanza “interclassista”. La razionalità politica contemporanea non riesce a comprendere le azioni radicali, cerca solamente attori radicali. La verità dell’azione, ci dicono, sta nell’identità e nelle motivazioni dei suoi protagonisti, che costituiscono il vero oggetto dell’inchiesta sociale. Un movimento può esprimersi in mille differenti maniere, ma diventerà realmente comprensibile e valido solo una volta che potrà essere collocato in un vettore di legittimazione eretto tramite quei due fattori. Da quale strato dell’ordine sociale è emersa l’azione? Quale intersezione nella matrice di oppressione rappresentano i partecipanti? Si crede che la risposta rivelerà gli interessi sociali collettivi del movimento e a quel punto si può decidere se “supportarlo” o “opporsi” ad esso, come se si stesse facendo shopping in un supermercato ideologico[i]. Come si sviluppa questo impulso a cercare un soggetto dietro ogni azione? Da dove viene?

Se siamo abituati a lasciare sparire le azioni concrete, a vedere solo le relazioni “sociali” tra gli attori, è perché abbiamo ereditato una concezione della politica nella quale il discorso, la comunicazione di informazione, è l’atto politico ideale. Se agire insieme è semplicemente un altro modo di parlare l’uno all’altro o a un terzo, se la rivolta è solo un altro modo di supportare delle rivendicazioni, se la guerra è semplicemente la politica con altri mezzi, allora l’impulso a interpretare l’azione comprensibilmente si impossessa di noi. Ma perché una persona possa interpretare il discorso di un’altra c’è bisogno che esista  un contesto simbolico di significato condiviso tra gli attori, ed è la nostra educazione istituzionale che rende questo possibile.

La politica contemporanea vede nell’azione nient’altro che una conversazione tra istituzioni e popolazioni nella società. Per questa ragione, quando l’azione radicale emerge in modo relativamente anonimo,  manca di un autore consistente e si rifiuta cocciutamente di rispondere alle nostre domande composizionali (“chi sei?”) e progettuali (“perché lo stai facendo?”), tende a essere irriconoscibile per analisti politici e attivisti.

È precisamente questo tipo di saggezza che i Gilet Gialli hanno deposto, settimana dopo settimana. In Francia sta emergendo oggi una forma radicale di azione collettiva che non poggia su un’ideologia coerente, una motivazione condivisa, una appartenenza regionale. Soprattutto non procede attraverso il dialogo con il suo nemico. È la logica di questo nuovo modo di composizione pratica che dobbiamo cercare di capire.

Meme con forza

Quelli a cui viene dedicata una canzone poi non vivono a lungo.

W.B. Yeats, Mythologies

Com’è avvenuta una rottura come quella dei Gilets Jaunes? In un tempo in cui nominare ed identificare gruppi e persone è diventata una pratica egemonica tanto per gli attivisti come per la polizia, è importante (in ogni senso) capire come un movimento amorfo e radicalmente instabile può continuare a esplodere nelle strade per più di due mesi.

Ferguson e Standing Rock sono stati eventi sottoposti a costanti operazioni di “nominazione”, dall’interno e dall’esterno. In entrambi i casi, l’abilità di nominare gli “attori legittimi” del movimento ha contribuito in maniera diretta a distruggerlo. Che ogni tendenza di questi movimenti dichiarasse di agire in nome della “comunità” non è del tutto insensato: chi costituisce il centro normativo di una popolazione ne diviene il naturale rappresentante ideale. Per democratici e riformisti, stabilire il diritto a parlare del movimento è una precondizione del potere politico. Una volta che il soggetto di un movimento è sufficientemente descritto e definito, il movimento inevitabilmente comincia a contrarsi e ritirarsi: i leader sono chiamati a trattare, i militanti vengono repressi e moltissimi partecipanti attivi sono ridotti a semplici “supporter” di una lotta che non è più propriamente comune. Quando i movimenti cominciano a convergere su individui carismatici e mediatizzati è solo questione di tempo prima che i più poveri ed i più militanti, e di solito i più razzialmente marginalizzati (come Joshua Williams, Red Fawn), assorbano il maggior carico di repressione. Si capisce quindi perché, da Ferguson a Standing Rock a Bordeaux e Tolosa, le azioni più determinate e senza compromessi oggi non nascono nelle cricche politiche o nelle reti di attivisti. Il gap tra gli ideologi e i veri e propri rivoluzionari si sta allargando: le rispettive idea sulla natura e il significato della lotta diviene sempre più asimmetrica e di pari passo questi soggetti divengono non-intellegibili gli uni agli altri.

I Gilet Gialli non sono un tradizionale movimento sociale. Il paradigma del movimento sociale si riferisce a un processo in cui alcuni gruppi si organizzano attorno alle loro distinte esperienze delle istituzioni sociali (o attorno alle loro distinte esperienze di oppressione, come nel caso della New Left), e in seguito provano a far avanzare gli interessi delle loro constituency connettendosi con altri segmenti istituzionali. Dai “Comitati d’Azione Operai-Studenti” del Maggio ’68 alla fallita alleanza tra ferrovieri francesi e occupazioni universitarie esattamente 50 anni dopo, questo modello trotskysta di organizzazione continua ad esercitare una durevole influenza su come immaginare  l’escalation dei conflitti[ii]. Poiché ogni gruppo costituente si politicizza attraverso la sua coscienza istituzionale, ci si immagine la composizione come un fenomeno che avviene sommando dei segmenti, attraverso una “convergenza delle lotte” che culminerà in uno sciopero generale. Ma per il momento non abbiamo praticamente mai osservato la proliferazione di soggettività parziali o minori, nessun “Gilet Gialli queer”, “Gilet Gialli studenti” o “Gilet Gialli operai”. Quasi nessuno sta insistendo sulle proprie rivendicazioni socio-istituzionali o sulle proprie tradizionali forme di lotta, a discapito di quelle altrui. Anche se non possiamo ancora dire dove ci porteranno, i Gilet Gialli hanno già dimostrato che è possibile costruire una sequenza pratica di rivolte in cui chiunque può partecipare senza né mettere in primo piano gli interessi di uno specifico gruppo marginalizzato, né riferirsi a una grammatica bianca, patriarcale, piccolo borghese o a qualunque altro linguaggio egemonico della sofferenza. Questo è il guanto di sfida che è stato lanciato e che tutti i rivoluzionari ovunque nel mondo devono raccogliere.

Mettersi un gilet di sicurezza di per sé non simboleggia un’ideologia, un principio o una rivendicazione unitaria, né un particolare posizionamento o identità. Funziona, possiamo dire, come un “meme con della forza”. Un meme non altera necessariamente il contenuto di una lotta. In Francia ad esempio i fattori catalizzanti sono senza dubbio pressioni sociali molto comuni, come il crescente costo della vita, la ridotta mobilità sociale, i tagli ai servizi pubblici, un trionfante governo neoliberale che sputa in faccia ai lavoratori poveri, ecc. Quello che il meme dei Gilet Gialli offre è una forma malleabile attraverso la quale questo contenuto assume la forza per intervenire. Ogni lotta politica necessita di una seppur piccola formalizzazione; in questo senso il meme riapre la questione basilare del Partito e offre forse la base minima per organizzare una forza di rottura nel ventunesimo secolo. La fluidità del meme rende possibile unirsi a un corteo, un blocco o all’occupazione di una rotonda senza doversi identificare con un “interesse comune” o sentirsi legittimati tramite il “credo” di un movimento. Il meme non risolve, ma semplicemente permette di posporre la questione di una comune grammatica della sofferenza[iii]. Nel frattempo ha la capacità di sospendere le sospensioni che definiscono la nostra separazione sociale metropolitana. Le differenze di esperienza o ideologia non sono cancellate né risolte, ma la loro risoluzione non è più la condizione necessaria per impegnarsi insieme ad altri. Il meme autorizza tutti ad agire rispetto alla propria esperienza di come le “élite” (un nemico sempre in costruzione) li hanno fregati, è come un mazzo dei tarocchi in cui lo spettatore inserisce le proprie carte. Ognuno di noi è invitato ad intervenire contro il nemico senza aspettare o chiedere il permesso, e per le nostre singolari ragioni. Masse di persone sono capaci di collaborare e agire le une accanto alle altre per esprimere la loro rabbia sociale e frustrazione senza ricadere in modalità convenzionali di organizzazione collettiva o per mediare le distanze tra i vari gruppi sociali e dentro di essi (partiti politici, assemblee di democrazia diretta, bande, ecc.). Nonostante l’apparente uniformità cromatica, quindi, il meme facilita la più radicale affermazione della singolarità. Questo è il modo di composizione sociale che più nettamente ci invita a fidarci della nostra percezione, ad agire sulla lettura della nostra situazione.

I Gilet Gialli non sono una “coalizione” di diversi ma preesistenti gruppi sociali. Il concetto di coalizione appartiene ancora all’orizzonte della “convergenza delle lotte”. In realtà, fino a ora, i Gilet Gialli stanno producendo molto di più di ciò che rappresentano. Se continuano a mantenere l’iniziativa, se la loro forza produttiva ed inventiva non viene subordinata alla logica della rivendicazione o  della negoziazione, se non realizzano le loro irruzioni in nome di una popolazione o di un gruppo costituito, potrebbero uscire dal deprimente ciclo che ha caratterizzato le rivoluzioni del ventesimo secolo, in cui un governo è velocemente rimpiazzato da un altro.

Nessuno sa in anticipo quali siano i limiti composizionali di un meme; la sua coerenza è comprensibile solo a posteriori, settimana dopo settimana, pezzo dopo pezzo. Qualsiasi cosa i Gilet Gialli andranno a significare, sarà comprensibile a partire dagli effetti in differenti spazi e tempi. Questa apertura è un chiaro elemento di forza, perché il meme può essere ripreso da chiunque, essere spinto virtualmente in ogni direzione. Liberato da ogni referenza a un “soggetto” stabile, si apre a un orizzonte di sperimentazione senza limiti. Il meme non è modellato sull’universalità dell’Idea ma sul movimento illimitato del simulacro, perché la sua vitalità cresce quando si replica, muta e si sposta viralmente. Quando il meme non riesce a superare un ostacolo e a continuare il processo di mutazione, quando è forzato a ripulirsi e smussare i suoi spigoli, o a separare gli agenti legittimi dagli impostori, i membri autentici dagli “agitatori violenti”, in quel momento perde il suo margine creativo o sperimentale e si esaurisce.

Il cortège de tête

Il cortège de tête [spezzone di testa], fenomeno sviluppatosi durante il movimento contro la Loi Travail [riforma del lavoro] nel 2016, è stato il primo momento nella storia francese recente in cui un movimento sociale ha prodotto un meme a fianco e dentro se stesso. Dalla sua posizione in testa ai cortei, il cortège de tête determinava il ritmo, il tempo e gli slogan di grandi manifestazioni. Uno spazio che di solito è gelosamente custodito da sindacati e partiti, in cui i leader di queste organizzazioni si lasciano andare a teatrini di auto-esaltazione dietro striscioni pseudo-unitari, è stato riappropriato da graffitari, YouTubers, studenti, giovani in generale, che gli hanno dato un’aria di manifestazione selvaggia. Il gesto di “riappropriarsi della posizione di testa” è diventato in fretta esso stesso un meme, ed è stato ripetuto per mesi in ogni grande manifestazione di quella sequenza di lotte. Grazie alla sua grande energia e alla sua aggressività verso la polizia, il cortège de tête ha prodotto frequenti momenti di scontro che hanno portato a un’ulteriore aumento numerico e a una maggiore preparazione dei partecipanti da una manifestazione all’altra. Il cortège ha funzionato come «un punto di aggregazione, fisico e politico. Poco a poco ha magnetizzato il desiderio di rivolta, la rabbia, l’insieme dei corpi ribelli, i feriti, i non rassegnati, gli ingovernabili»[iv].

Certo, come suggerisce il nome, non può esserci un cortège de tête senza la processione sindacale che gli marcia dietro, per questo il potere di contagio è rimasto catturato dentro la logica spazio-temporale del tradizionale movimento sociale. Nonostante questa limitazione, il meme del cortège de tête, così come quello dei Gilet Gialli, ha permesso la nascita di uno spazio dove un nuovo tipo di composizione può avvenire, anche in questo caso una composizione che tende a sospendere i precedenti ruoli istituzionali e le identità. Come ha scritto un musicista in quei giorni,

‘La singolarità del cortège de tête sta nel suo carattere generico, che sfugge la cattura da parte di ogni identità. In esso, ognuno incontra persone che non incrocerebbe mai nel normale corso delle cose, le cui posizioni assegnate sono incommensurabilmente distanti. Cosa può essere più spaventoso per il potere che osservare l’intrecciarsi collettivo di quegli stessi corpi che si impegna a tenere separati? […] Se il divenire-rivoluzionari significa qualcosa, è precisamente l’assunzione di questo clinamen, questo auto-abbandono, questo impegno senza compromessi con il possibile aperto dalla situazione […] Il cortège de tête incarna la coalescenza neutrale e anonima, il divenire-chiunque di questa molteplicità umana le cui origini si trovano localmente e puntualmente sospese’.[v]

Almeno finché parliamo di centri metropolitani come Parigi (i blocchi nell’Ovest del paese sono una storia differente), la potenza e i limiti della sequenza del 2016 sono stati determinati dalla capacità di fuggire la logica della “convergenza delle lotte” ed è stato un modo di composizione memetico che ha permesso questa fuga. Il divenire anonimo del cortège de tête si è comunque limitato alla forma del riot, una dinamica condizionata dal ritmo che le direzioni sindacali hanno imposto alla mobilitazione. Senza una marcia sindacale, non c’era una “testa” da usurpare. Nonostante la sua tremenda potenza, la stessa forma distintiva del meme cortège, è stata un limite strutturale alla sua capacità di espandersi e mutare, e infine l’ha schiacciato.

I meme non chiedono di essere interpretati ma piuttosto di essere improvvisati. Se ci invitano a prendere una postura o una certa disposizione, non lo fanno in maniera scolastica ma per l’aspetto visionario che rimane nei gesti iterabili, quegli atti creativi che alimentano una nuova sequenza di ripetizioni sperimentali[vi].

Destituzione e luoghi di vita

Una rivoluzione comunista non è la somma dei suoi riot, rivolte o battaglie. Non è nient’altro che il processo attraverso il quale milioni di persone riescono a riorganizzare la loro esistenza quotidiana in accordo con idee non-economiche di cosa possono e devono essere la felicità o la buona vita. Nell’ultima decade di movimenti radicali, occupazioni e rivolte, moltissime persone hanno provato in prima persona l’intelligenza e la dignità dell’auto-organizzazione collettiva senza la mediazione del denaro. Queste “misure comuniste” sono però storicamente significative solo quando divengono irreversibili. Senza la crescita di un nuovo senso comune duraturo, le sospensioni di questo mondo si rovesceranno presto o tardi nel vecchio modo di fare cose.

Le forme e le pratiche autonome e comuniste, devono trovare un modo di diffondersi e di durare, ma come? È una domanda che si è sicuramente posto chiunque abbia attraverso la potenza e la dignità di un riot, una domanda che arriva nel momento in cui è dovuto tornare ai videogames, ai profili sui social, ai vestiti casual che decorano lo spazio della vita privata. L’ordine della rivolta rimane sempre costeggiato dal disordine della vita normale. Come possiamo fare il salto dalla sospensione del tempo alla sua riorganizzazione, generando forme durevoli di collettività anarchica? È possibile (come sembra suggerire per esempio Joshua Clover) per i riot trasformarsi in qualcosa di totalmente altro dal riot, che una serie di riot “a cascata” possano, grazie alla propria energia, «preservare con successo la loro stessa esistenza, spingendo altre lotte a cogliere la loro occasione contro il disordine crescente [del potere]»[vii]? Possono i riot generare forme comunaliste e riproduttive di auto-organizzazione? Oppure è necessario che un altro dinamismo di lotta, completamente distinto, emerga accanto a essi?

Per essere chiari, non esistono due tendenze opposte fra i Gilet Gialli: una che si rivolta e distrugge le città, mentre l’altra blocca le rotonde e costruisce cucine popolari. Se entrambi i processi stanno in effetti accadendo, è decisivo comprendere in che modo queste due dinamiche stanno assieme e si confondono, perché questo spiega sia l’originalità che la tenacia del movimento. Le rivolte nelle città si sono intimamente legate a un processo parallelo che ha rilocalizzato l’esperienza primaria della politica.

La costituzione di luoghi collettivi è il nucleo destituente/rivoluzionario del movimento, che supera l’opposizione tra rivolta e vita quotidiana. Una lettera da Parigi inviata al collettivo Liaisons ha osservato recentemente che «la prerogativa dei Gilet Gialli è di organizzarsi dove vivono, al livello regionale, e non in termini di una precisa identità politica. Quindi non è una coincidenza se, in una specifica regione, la rotonda è esattamente l’unità minima di connessione»[viii]. Come ci ricorda l’autore, le piccole rotonde rurali francesi richiamano una storia diversa dalle piazze delle grandi città, cioè i locus classicus delle assemblee cittadiniste di Nuit debout nel 2016, che non sono state finora mai occupate dai Gilet Gialli. Per noi questa osservazione suggerisce una scommessa etico-politica più grande: nel paradigma destituente che definisce la politica che viene, il luogo sostituirà la posizione. La necessità di prendere e difendere nuovi spazi o “luoghi di vita” eclisserà la centralità delle differenziazioni “sociali” come fanno le identità e le posizioni simboliche dentro una matrice di oppressione. Cosa significa inventare un “luogo”? Come hanno fatto i Gilet Gialli a collegare la creazione di luoghi ai riot e ai blocchi così diffusi nelle lotte presenti?

Le rotonde

Occupando le rotonde e abitandole – e arrivando persino a costruire sulle stesse rotonde 200 baracche o edifici dove mangiare, condividere risorse, cospirare – i Gilet Gialli stanno creando luoghi di vita negli stessi spazi della circolazione tardo-capitalista. Questa impresa improbabile è stata osservata recentemente anche a Chico, California, dove dei rifugiati climatici hanno costruito un accampamento nel parcheggio di uno Wal-Mart in seguito ai devastanti incendi di quest’anno. Queste persone hanno ereditato qualcosa, coscientemente o meno, dei gesti della ZAD e del movimento No TAV, degli Zapatisti in Chiapas e dei Curdi in Rojava. Sono queste lotte che provano l’efficacia strategica di utilizzare i “luoghi” come elemento di attacco, di utilizzare la vita che abita intensamente un territorio per delegittimare lo stato e il management economico.

La manovra dei Gilet Gialli contiene però delle differenze. Invece che concentrare molte persone, da tutta Europa, in due o tre “zone da difendere” – un processo nel quale Vinci [l’azienda incaricata della costruzione del nuovo aeroporto di Nantes, poi cancellato grazie alla lotta vincente della ZAD] e altre corporation del genere mantengono la prerogativa di fissare i luoghi della politica, le rotonde dei Gilet Gialli rimangono vicine alla vita quotidiana. Questa prossimità è la chiave del potenziale rivoluzionario del movimento: più vicini i blocchi sono alle case dei partecipanti, più probabilmente questi luoghi diventeranno personali e importanti in milioni di altri modi. In più, il fatto che a essere occupate siano rotonde e non foreste o valli, toglie il contenuto prefigurativo o utopico da questi movimenti. Se a prima vista questa può sembrare una debolezza, potrebbe invece rivelarsi una forza.

Come può confermare chiunque abbia visitato la ZAD e sia poi  ritornato in città, la sensazione di potenza che si guadagna entrando nella zona cop-free, cessa appena la si lascia. La ZAD è simile a uno stato di eccezione vivente rispetto al mondo attorno (anche se è reale, non una finzione giuridica). Invece occupare la rotonda accanto a dove uno vive, assicura che la fiducia collettiva, l’intelligenza tattica e la sensibilità politica condivisa, coltivate dai Gilet Gialli giorno per giorno, riescano a attraversare e contaminare le reti, i legami e le amicizie della vita sociale nell’area. Quelli che erano sentimenti utopici, dai blocchi alle rotonde gocciolano nello spazio della vita quotidiana, invece che restarne separati. E non accade nemmeno che le rotonde rimangano un’esistenza aliena accanto alla vita normale, al modo degli spazi “radicali” di Berlino.

La ferocia dei riot del sabato si può spiegare solo tramite le affinità formate sulle rotonde. Secondo tutti i report, ogni sabato le folle sono composte da piccoli gruppi ben organizzati che arrivano preparati per agire in modi tattici e intelligenti. Poiché nessuno rimane a Parigi, Bordeaux o Tolosa abbastanza a lungo da formare legami sociali, è ovvio pensare che siano precisamente gli incontri quotidiani, adesso “filtrati” attraverso le rotonde, che passano all’offensiva negli “atti” del weekend.

Contrariamente a quello che è stato a volte suggerito, non c’è opposizione strategica tra il fronte dei riot del sabato e le rotonde. La rotonda è la membrana, il punto di contatto, tra la rivolta e la vita quotidiana, coi loro distinti ritmi e le loro tessiture.

La ferocia e la longevità senza precedenti del movimento, si possono spiegare attraverso questa combinazione di composizione memetica e di convivenza destituente creatrice di luoghi.

 

Populismo estatico

Abbiamo a che fare con un movimento “populista”? I Gilet Gialli sono diventati un simbolo populista?

L’idea di “popolo” (Lat: populus/popularis) ha sempre avuto due sensi. Da un parte, gli stati occidentali hanno bisogno dello spettro del “Popolo” per una precisa ragione giuridica, cioè per posizionare l’origine della loro autorità fuori da loro, in modo che questa origine di fatto non appaia mai. Il Popolo in questa accezione giuridica è l’auto-presupposto stesso della legge, una pura finzione che esiste solo sulla carta, o sulle labbra dei politici. D’altra parte, il termine ha sempre indicato anche i poveri, gli svantaggiati, “la gente ordinaria”. È un segnaposto mobile analogo a ciò che per secoli è stata la “plebe”[ix]. I due sensi della parola hanno in comune soltanto il nome. Ancora più importante, come ci ricorda Marcello Tarì, sono in pratica mutualmente esclusivi: «così come l’insurrezionalismo come ideologia esiste solo quando non ci sono insurrezioni, così il populismo esiste solo quando il popolo è assente»[x]. Quando le persone sono realmente nelle strade, i governi non possono governare, e i peregrini populismi parlamentari di Syriza in Grecia e Podemos in Spagna sono apparsi precisamente nel momento in cui le rivolte e le occupazioni delle piazze del 2011-12 erano state sconfitte. I Gilet Gialli non sono lo stesso “Popolo” in nome del quale parla la legge. Semmai il gilet è l’uniforme dell’ex-cittadino, il simbolo di un populismo negativo o estatico che con determinazione è uscito dai cardini della legge, quella legge che si legittima in suo nome. Non si può negare che l’antagonista fondamentale in questa lotta rimane l’ “élite di governo”, da cui il coro più emblematico, Macron démission!, che esprime una voglia di detronizzazione. Ma sarebbe prematuro per chiunque affermare che un nuovo soggetto costituente stia emergendo dalle spesse nubi di gas lacrimogeni che riempiono ogni settimana le città. La sola cosa che siamo certi di vedere è una massa di individui e piccoli gruppi occupati nella costruzione, quasi totalmente non-mediata, di un rapporto di forze con il loro governo, il cui risultato nessuno può ancora prevedere.

 È importante sottolineare la determinazione dei Gilet Gialli, la loro predilezione per il confronto diretto, per comprendere il cambiamento, nel movimento, della funzione dei discorsi. Le cose in effetti sarebbero molto differenti se i Gilet Gialli stessero ancora una volta occupando le piazze cittadine e animando quelle assemblee generali democratiche che hanno definito Nuit Debout nel 2016  e in generale le precedenti ondate di occupazioni. Anche se inviti a un “referendum cittadino” [il RIC, Referendum d’Initiative Citoyenne, referendum di tipo propositivo, è in effetti una delle rivendicazioni dei Gilet Gialli] vengono fatti da varie componenti del movimento, i Gilet Gialli per la maggior parte hanno ammirabilmente rifiutato di scambiare la loro azione diretta con la rappresentazione politica e hanno affrontato lo Stato non come un interlocutore ma come un opponente fisico e mobile. Cortei classici e assemblee non hanno avuto molto spazio fino ad ora nella lotta. Anche quando si hanno assemblee e riunioni tra differenti rotonde, sono dei momenti locali, strategici e situati di auto-organizzazione logistica e coordinazione. Nel momento esatto in cui qualcuno comincia a presentarsi come un rappresentante del movimento, o rivendica la legittimità per parlare a nome del movimento intero, si trova subito a predicare nel deserto. Nessuno può appropriarsi della voce del movimento in modo convincente, soprattutto non possono farlo quelli che dichiarano di volerci provare. Il carattere acefalo del repertorio tattico giallo – riot, blocchi, sabotaggio dei caselli autostradali, occupazione delle rotonde, ecc. – ha permesso una riduzione drastica del potere del discorso politico “ufficiale”. È precisamente questo ad aver permesso che, almeno per adesso, il populismo in questione restasse estatico e plebeo; che la disidentificazione dalle forze dell’ordine e dall’atomizzazione solitaria che precedeva il movimento, prevalesse sulla tentazione rappresentativa e assimilazionista; e che, quando un discorso appare, serva in primis a rinnovare e estendere la difesa dei luoghi di vita collettiva che sono stati costruiti, da rotonda a rotonda, cioè un tipo di discorso qualitativamente distinto dall’universo declamatorio dei politici. Se una finta Sesta Repubblica [attualmente la Francia vive nella Quinta Repubblica]  dovesse rimpiazzare l’attuale stupidità e il movimento accettasse di ridursi a una forza costituente nel grande gioco della democrazia, ben conosciuto in Francia, è molto probabile che sarebbe sconfitto e che le sue aspirazioni rivoluzionarie verrebbero spezzate.

Il saccheggio come misura antifascista

Una delle novità centrali dei Gilet Gialli è la discrepanza senza precedenti tra la rapida crescita della potenza collettiva e la simultanea assenza di un orizzonte positivo. Raramente abbiamo visto una così alta capacità di distruggere tutto, accompagnata da un’indeterminazione così grande per quanto riguarda le richieste, l’identità, la consistenza ideologica o il programma. L’antagonismo “ufficiale” si è concentrato quasi del tutto su un unico luogo di potere, cioè il governo di Macron. Certo, tutto questo è ideologicamente spurio, perché suggerisce una cattiva gestione delle relazioni di classe capitaliste, una confusione tra effetti e cause. Nonostante questa insufficienza filosofica e critica al livello di analisi del potere, questa dinamica ha permesso di mantenere la polarizzazione più ampia possibile. È precisamente l’indeterminazione ideologica della situazione, aiutata da un’analisi abbastanza vaga del nemico, che ha permesso a questa rottura di allargarsi e intensificarsi nel modo che abbiamo visto.

 

Questo solleva una domanda,:cosa ha permesso di evitare una deriva fascista? Certo, la classica tattica antifascista di attaccare e cacciare i gruppi organizzati di estrema destra dalle manifestazioni, ha reso difficile per questi ultimi di accrescere la loro influenza. Crediamo però che il vandalismo diffuso abbia limitato l’influenza dei nazionalisti più di ogni altra cosa. I Gilet Gialli ci hanno insegnato l’importanza strategica di unirsi attivamente a movimenti che non partono da una riconoscibile grammatica di estrema sinistra, nonché il valore di legittimare, dentro i movimenti stessi, la distruzione di beni materiali.

Consideriamo il caso di Maidan. Poiché il nazionalismo (sia quello democratico che quello fascista) è una tecnica per creare alleanze tra ricchi e poveri “in nome del popolo”, è importante sottolineare che nelle manifestazioni di EuroMaidan a Kiev, eccetto per i gruppi di base legati ai sindacati, la distruzione di proprietà commerciali era considerata inaccettabile, e avvenne raramente. Contrariamente ai disordini in altri paesi europei come Grecia, Spagna, Italia, Portogallo e Francia, dove le vetrine vengono normalmente attaccate in ogni manifestazione un po’ vivace, un articolo del Kyiv Post del 20 gennaio 2014 dichiara «in due mesi di scontri, non c’è stata nemmeno una finestra rotta alle attività commerciali del centro di Kiev. Ma chi protesta in Ucraina non si vergogna certo a smontare recinti o strappare sampietrini, quando questi atti di vandalismo sono utili al piano più generale.»[xi]

Senza dubbio, liberalismo e fascismo sono allineati nella difesa del mercato, e divergono solo a proposito di chi dovrebbe partecipare lecitamente alle sue istituzioni e su quale scala. Questi gruppi sono in difficoltà quando si trovano a dover accettare la distruzione di beni proprietari. Se la tollerano, allora devono etnicizzarla. I nazionalisti possono spiegare gli attacchi a obbiettivi particolari in maniera etno-nazionalista. Le finestre spaccate della sinagoga nel centro di Chicago, nel 2017, erano attacchi personali e razziali contro i membri di quella congregazione. Quello che non possono accettare è l’attacco generalizzato alla proprietà privata, una violenza che chiaramente attacca il mercato: una violenza anticapitalista. Una cosa è attaccare una sede sindacale o un ufficio governativo, completamente un’altra è la distruzione di interi distretti dello shopping. Questa è forse la cosa più difficile da introdurre nei movimenti americani, dove il danno contro la proprietà e il vandalismo sono considerati gesti avventati e senza senso strategico.

 

Conclusione: una scommessa

Nei prossimi anni potrebbero emergere lotte che si sviluppano attorno a comuni sentimenti di disgusto e non da comuni esperienze di sofferenza. Dalla nostra prospettiva, sarebbe una situazione ottimale. L’esperienza umana che caratterizza gli ex-urbs [gioco di parole che condensa la nozione di periferia e ex-città, città morta] e gli hinterland delle città americane è molto diversa dal tipo di fabbriche metropolitane in cui nacque il movimento operaio. Le odierne distese suburbane e rurali producono un’alienazione estrema, isolamento, solitudine. La società americana è separata da complesse linee di differenziazione: classe, commercio, razza, genere, sessualità, età, religione, peso, politica, sottocultura, dieta, profilo sanitario, identità astrologica, ecc. Certo, continueranno a emergere lotte basate sull’alterità e la differenza politica, ma non abbiamo fiducia nel fatto che queste potranno essere lotte liberatorie. Sembra più probabile a questo punto che le lotte liberatorie emergeranno da un vortice come quello dei Gilet Gialli, dove pratiche diverse fluiscono in una comune zona di articolazione, piuttosto che da continui scontri tra gruppi politici rivali o dalle lotte di gruppi marginalizzati per rappresentare i loro interessi nel “centro” sempre più vuoto di una società normativa. Certo è che l’opposto sta diventando sempre più difficile da immaginare: che uno spesso segmento della società statunitense si unisca sotto una singola identità o bandiera.

 

Una lotta di questo tipo potrebbe essere immaginata più o meno così: persone arrabbiate e senza una precisa identificazione cominciano a convergere nei centri cittadini, o nei siti logistici come porti e aeroporti. La loro invasione rabbiosa risuona in maniera distinta ma parallela  ai sentimenti di chi vive in quartieri poveri o marginali, nella città o ai suoi bordi (bande di graffitari, rednecks, camionisti, spacciatori, sexworkers, ex-detenuti, pensionati). Estremisti etici di varie estrazioni ideologiche o sottoculturali agiscono gli uni accanto agli altri nelle strade, uniti solo dalla loro volontà di non controllare la rabbia di tutti contro il sistema (nel bene e nel male: anarchici, neonazisti, ultras, membri di gang). I vari gruppi sociali non vengono sintetizzati in un’unità più larga ma semplicemente si muovono in parallelo, scontrandosi occasionalmente, ma ritornando settimana dopo settimana per sfasciare le facciate luccicanti delle città e per attaccare gli edifici della polizia e del governo. Quelli che non possono raggiungere i centri urbani bloccano dall’esterno le strade e le altre infrastrutture logistiche da cui le città dipendono. Questa eterogenea alleanza casuale di persone provenienti dalle periferie vicine e lontane con gli estremisti etici, ripolarizza la situazione politica tra alto e basso, piuttosto che tra destra e sinistra. Politici, organizzazioni di sinistra, sindacati e ONG inizialmente si distanziano da questa mischia confusa e ne denunciano la violenza. La folla non presta loro attenzione, perché non deve loro alcuna fedeltà. Appena realizzano di essere state eclissate, le organizzazioni di sinistra non hanno altra scelta che rimettersi a seguire le folle con la coda tra le gambe e da una posizione di retroguardia. Studenti universitari e manager di medio livello di ogni estrazione sociale provano a gettare discredito e dividere i rivoltosi, razzialmente, sessualmente, geograficamente, per classe, su un qualsiasi asse di identità, per riuscire a trovare un punto fermo nel caos. Nello stesso momento la polizia pratica la sua classica e pesante repressione che estende (all’inizio) l’antagonismo e la lotta, obbligando il governo a inviare la Guardia Nazionale. Quando raggiungono questo punto le lotte possono dissiparsi oppure cominciare a fratturare le forze armate e indurre a una defezione sociale diffusa…

 I rivoluzionari dovrebbero prepararsi perché la situazione diventerà probabilmente ancora più confusa, e non più chiara. Ci sembra improbabile che il paese precipiti in una guerra civile tra antifascisti, neonazisti, e estremismo di centro. È anche impossibile immaginare un nuovo consenso politico che emerga tra Democratici e Repubblicani che risponda in qualche modo alle ansie e ai tumulti di quest’epoca. Se qualcosa come i Gilet Gialli dovesse arrivare negli Stati Uniti, potete scommettere che sarà persino più confuso e strano, anche più violento e spiacevole. Scommettiamo, comunque, che i movimenti che vengono non saranno senza fascino, senza innovazioni, senza una loro propria bellezza.

PS: sei note per le lotte future

 

  1. Per diffondere un’idea ingovernabile di felicità comune, è prima necessario diventare ingovernabili.
  2. I meme dotati di forza autorizzano le persone ad auto-autorizzarsi, permettendo a ciascuno di agire direttamente sulla propria sofferenza. In questo modo i meme sovvertono la polizia, interna o esterna ai nostri movimenti.
  3. I meme che polarizzano la situazione tra alto e basso, concentrando l’ostilità su un obiettivo centrista, permettono l’emersione di antagonismi più grandi, rendendo difficile ai riformisti l’anticipazione della rivolta e aprendo la possibilità del comunismo in un modo reale e pratico.
  4. Non escludere i “conservatori” dal movimento in modo ideologico; piuttosto, rendere popolari gesti che la loro ideologia non può avallare. Un modo di farlo è legittimare la distruzione della proprietà privata dei super-ricchi. Show, don’t tell.
  5. Anche se l’uso di graffiti e altre forme di comunicazione può essere necessario per contrastare l’influenza degli slogan di destra nelle prime fasi, non permettere che un gruppo o una tendenza egemonizzino il meme fino a che lo Stato non avrà completamente perso il controllo
    5.1 I graffiti dovrebbero essere utilizzati solo in due modi: per esprimere ostilità contro il nemico comune, e per celebrare il repertorio tattico che vorremmo o le azioni eroiche del movimento. Non parlare in nome di un “soggetto” e non escludere componenti del movimento.
  6. Se la potenza dei riot nel sospendere le identità e i predicati sociali non genera accanto a se stessa dei luoghi dove espandersi, persistere, e debordare nella vita quotidiana, allora diventa solo una festa crudele.

[i]Il fatto è che anche se le nostre identità sociali in qualche modo programmassero meccanicamente le nostre posizioni politiche (cosa che non fanno), questo oggi non ci aiuterebbe. Le grandi “soggettività militanti” non possono essere riportate in vita dal nulla. Come ci ricordano sempre i nostri amici più marxisti di noi il profitto industriale, che è stato la base materiale per la coscienza politica del movimento operaio nella prima metà del ventesimo secolo, si è progressivamente contratto a partire dagli anni ’70, spingendo il movimento dei lavoratori sulla difensiva. Il risultato è stato una spirale depressiva di 40 anni, con la grande maggioranza delle lotte sul lavoro occidentali che sono divenute puramente difensive, e continuano comunque a essere sconfitte. Nello stesso tempo, l’immaginazione politica in occidente si è svuotata, ed è ora forzata a reinventarsi su nuove premesse.

[ii]Su questo punto, suggeriamo il classico articolo di Fredy Perlman “Worker-Student Action Committees, May 1968”, che si trova qui: https://theanarchistlibrary.org/library/roger-gregoire-fredy-perlman-worker-student-action-committees-france-may-68. «Nelle ex-università, la divisione tra “studenti” e “operai” venne abolita in atto, nella pratica quotidiana degli occupanti; non esistevano “ruoli studenteschi” e “ruoli operai”. Comunque, l’azione andò più lontana che le coscienze. Riferendosi a “gli operai”, le persone vedevano questi come un settore specializzato della società, accettando quindi la divisione del lavoro» (corsivo nostro).

[iii]La questione è la seguente: possono persone le cui vite sono definite da incommensurabili modalità di violenza, fare esperienza dello stesso mondo, dello stesso linguaggio, di una visione condivisa della libertà? Il meme non risolve né sopprime questa incommensurabilità, non esiste una scorciatoia per la comunanza esistenziale. Quello che il meme riesce a fare è liberare queste differenze da ogni precondizione di unità, interrompendo l’abitudine comparativa di legittimare la sofferenza “pesando” alcune delle sue forme contro delle altre. Il gilet giallo apre il campo della politica: improvvisamente il centro è ovunque e chiunque può attaccare e organizzarsi a partire dalle proprie ragioni, inconciliabili oppure no.

[iv]Mauvaise Troupe, “Cortège de Tête”, in Riots and Militant Occupations. Smashing a System, Building a World. A Critical Introduction, edito da Alissa Starodub e Andrew Robinson (London: Rowman & Littlefield), 2018 (traduzione modificata).

[v]Anonimo, “La rivolta indiscernibile”. Pubblicato originariamente su Lundimatin#67, Giugno 2016

[vi]Ad esempio a metà dicembre, quando i Gilet Gialli erano concentrati sui pedaggi autostradali, le rotonde e i riot del sabato, in alcune città più piccole si sono tenute marce per raggiungere le case di alcuni funzionari locali. All’arrivo, le proprietà dei politici venivano vandalizzate e questi personaggi minacciati, a volte persino sparando con armi da fuoco, una rarità in Francia. Questo era un gesto iterabile, capace di estendere strategicamente il repertorio tattico della lotta e capace di portare una nuova forma di illuminazione partigiana nella sfera della vita quotidiana. Per una discussione su iterabilità e improvvisazione al livello degli scontri di strada, vedere anche (Anonimo), “Yes, And…”, in War on the Streets. Tactical Lessons from the Global Civil War, Ill Will Editions, 2016. Online qui: https://ill-will-editions.tumblr.com/post/154103163849/war-in-the-streets-tactical-lessons-from-the

[vii]Joshua Clover, Riot, Strike, Riot, Verso Books, 2016, 187.

[viii]Liaisons, “Encore. A Second Letter from Paris”, The New Inquiry, 01.04.2019. Accessibile qui: https://thenewinquiry.com/encore/

[ix]Vedere Alessi Dell’Umbria, “Full Metal Yellow Jacket”, originariamente pubblicato in Lundimatin#175, Gennaio 2019. Accessibile qui in francese: https://lundi.am/FULL-METAL-YELLOW-JACKET-Alessi-Dell-Umbria; qui in inglese: https://ill-will-editions.tumblr.com/post/182503015824/full-metal-yellow-jacket-al%C3%A8ssi-dellumbria

[x]Marcello Tarì, Non esiste la rivoluzione infelice (Roma: DeriveApprodi, 2017).

[xi]Ivan Verstyuk, “No looting or anarchy in this EuroMaidan revolution”, Kyiv Post, 01.20.2014. Accessibile qui: https://www.kyivpost.com/article/opinion/op-ed/no-looting-or-anarchy-in-this-euromaidan-revolution-335296.html?cn-reloaded=1

BIO

Adrian Wohlleben è un ricercatore comunista e un traduttore. Vive a Chicago e può essere raggiunto a questo indirizzo: silentwater@riseup.net

Paul Torino vive ad Atlanta e può essere contatto qui: flightoficarus@riseup.net

Qui e ora? Sull’intensità e la durata delle temporalità rivoluzionarie.

di Michele Garau

Vorrei tentare di porre alcuni interrogativi intorno alla questione della temporalità, affrontando in tal modo un ordine di presupposti teorici che informa la sensibilità condivisa, in cui mi riconosco, di molti rivoluzionari del presente. Credo inoltre che le riflessioni contenute in questa rivista evochino la stessa sensibilità, affacciandosi a più riprese su temi ed analisi che riguardano la percezione temporale, i modi di vivere diversamente in un «regime storico» nemico, il messianismo e la possibilità di esperienze del tempo che guardino ad una forma di vita rivoluzionaria.

Le considerazioni proposte hanno il carattere di abbozzi seminali e provvisori, come stimoli per un dibattito o appunti per un lavoro più approfondito, e prendono le mosse dalla lettura di qualche libro, tra cui, in primo luogo, Défaire la tyrannie du présent. Temporalités émergentes et futurs inédits[1], di Jérôme Baschet. La critica radicale dell’orizzonte modernista, come punto di giunzione tra la freccia lineare di un tempo storico direzionato e la centralità della diade «Soggetto-progetto», in cui si annodano l’univocità dell’agire teleologico e il mito continuista del Progresso, anima la grammatica stessa di quell’eredità politica del tutto particolare che è la «tradizione» degli oppressi.

Il comunismo messianico di Walter Benjamin ci insegna, regolando i conti con il tempo «omogeneo e vuoto» dello storicismo, a liberarci dall’illusione di nuotare nello stesso senso della corrente per cogliere il lascito dei movimenti rivoluzionari, invece, in una costellazione disseminata di singoli frammenti, date, eventi o sconfitte, capaci di mettere in comunicazione passato e presente nel lampo di un’«immagine dialettica».

Una tradizione, quindi, non cumulativa e unitaria, ma sparsa in una moltitudine di rotture puntuali che lasciano intravvedere, allo sguardo capace di passare «a contropelo» il divenire storico, la virtualità di un arresto improvviso, il «freno d’emergenza» nella corsa catastrofica dello sviluppo capitalista. L’incompiuto del passato è il possibile del futuro. I lemmi di questo discorso sono molto noti ad ognuno di noi, poiché ci permettono di parlare il lessico della discontinuità e della biforcazione, di leggere le crepe e le incrinature nell’immagine del mondo compatta delle classi dominanti. Tuttavia la traiettoria percorsa da Baschet ci invita a problematizzare questo linguaggio, a restituirne lo spirito nel presente, dentro un diverso ordine di problemi e in un «regime temporale» profondamente mutato, dove le sacralizzazioni progressiste della ragione storica sono miseramente sprofondate. Che implicazioni contiene, nel pieno di una civiltà capitalista che ha polverizzato la consistenza della dimensione storica, disattivato ogni ricezione non memorialistica del passato ed annullato ogni visione del futuro, e che si può definire, prendendo in prestito una categoria di François Hartog[2], «presentista», l’insistenza sull’istante e sulla portata evenemenziale del «qui e ora»?

La carica sovversiva del Jetzeit può sopravvivere alla riproduzione dell’eterno presente «post-moderno», alla gestione tecnica nichilista della crisi permanente, mantenendo intatta la sua natura di momento messianico? Come coniugare, nel nostro senso storico dell’epoca e nel modo di organizzarci contro il capitalismo, intensità dell’interruzione e durata della forma? Questo nucleo di domande si tiene insieme, fa presa, ed investe con prepotenza l’intero spettro di problemi che si associano, oggi, all’idea di rivoluzione e alla possibilità di rivitalizzarla: «In che misura è possibile ripensare la nozione di rivoluzione, o di dinamica rivoluzionaria, al di là del regime moderno di storicità che le ha dato i natali? E se rifiutiamo la reiterazione di un modernismo rivoluzionario a volte intiepidito, a volte esaltato, come concepire una o delle temporalità rivoluzionarie?[3]» Se, infatti, la nozione e l’immagine di un cambiamento radicale delle condizioni di vita nel mondo è stata così drasticamente svuotata di senso ed intelligibilità, è proprio perché intimamente compromessa con l’idea occidentale e moderna di una necessità storica migliorativa e pianificabile, in ogni modo «futurocentrica».

La stessa allergia per ogni forma di determinazione stabile, caratterizzante e solida, l’«odio della durata» che affetta profondamente anche il nostro campo, trova in questo pregiudizio la sua matrice. Varrebbe la pena di spendere qualche parola, che richiederebbe un altro spazio, sul nesso tra forma, tempo e «militanza» nel vissuto di molti compagni e compagne. Senza voler trasporre in modo frettoloso e maldestro un repertorio di intuizioni teoriche sul piano schiettamente pratico, bisognerebbe forse interrogarsi sulla temporalità contratta ed effimera di molti percorsi di vita militante.

La mancanza di una maturazione, di canali stabili che trasmettano esperienza e percorsi, permettendo il passaggio di testimone tra una generazione e l’altra, potrebbe essere un dato sintomatico che non è derubricabile nell’attitudine generalizzata al consumo di esperienze passeggere. Anche l’abbandono sistematico e diffuso dei fronti di lotta, da parte di molti e molte, dopo una certa soglia di età, forse non è un semplice dato biografico o sociologico, né tantomeno si può liquidare con lo stigma della fiacchezza e del tradimento. Una concezione della durata che non oscilli tra le versioni totalizzanti di modelli organizzativi monolitici, magari mutuati pedissequamente da una qualche tradizione del passato, e l’enorme equivoco, la truffa dell’informalità, richiederebbe una riflessione sulla «forma» che si sottragga a queste Scilla e Cariddi. Tra la linea retta della perimetrazione identitaria e quella spezzata nel frammento[4], che vede segretamente complici velleità libertarie ed attivismo postmoderno, esiste forse la possibilità di comporre una figura che comprenda più linee ondulate e ritmi, dove la varietà e il cambiamento delle esperienze di vita non significhino diserzione dalla «macchina da guerra»:

Ciò che costituisce l’icona della modernità è la linea dritta, che accompagna la riduzione dei fenomeni complessi a una prospettiva unica, mentre la linea frammentata sarebbe propria alla postmodernità. Ma ci si può invece interessare a delle linee sinuose, concepite come dei tragitti, ovvero delle linee attive, in procinto di farsi, in opposizione a delle linee che si accontenterebbero di collegare un punto ad un altro[5].

A contatto con i nervi scoperti della sensibilità temporale, allora, la parola d’ordine della pluralità tattica nell’unità strategica potrebbe assumere un significato inedito, dove fedeltà all’amicizia politica e possibilità del mutamento, intensità e durata, sarebbero finalmente messe in comunicazione. Non c’è un solo modo di lottare, come non c’è un solo modo per smettere di farlo.

L’istante del «presente perpetuo» capitalista, tanto trasversalmente diffuso fin nelle nostre maniere di vivere e lottare, è però ben diverso, a guardare meglio, dalla pienezza vissuta di un’attualità senza compromessi e dilazioni. L’unità temporale che rincorriamo quotidianamente non è un «qui e ora» di pura intensità esistenziale, non è il presente di Bataille o di Benjamin ma, al contrario, il prevalere ininterrotto di una tendenza temporale «protensiva», che svanisce senza sosta nell’istante successivo, in una sequenza perfettamente interna alla cornice spazializzata e neutra del tempo astratto. Il tempo misurabile degli orologi tecnologicamente riarmato. Il regime temporale[6] dell’Economia e della mercificazione, inscritto in una disciplina cronometrica, quantitativa e calcolabile, diviene così regime storico in piena regola, occupando il posto vacante delle narrazioni moderne ormai crollate. L’aumento della densità quantitativa del tempo, che concentra un numero sempre maggiore di attività nella stessa unità cronologica delimitata, deborda i limiti della sfera produttiva per esplodere nella globalità della materia vivente.

Michael Löwy evidenzia, commentando Il Capitalismo come religione[7], il carattere cultuale e sacrificale che, parafrasando le glosse di Benjamin, definisce il nucleo religioso della forma di vita capitalista. Il vocabolo tedesco «Schuld», che si può tradurre come colpa e colpevolezza, ma anche come debito, corrisponde alla cifra dell’esistenza sotto il sistema della religione capitalista, strutturalmente improntato al mantenimento di una colpevolezza mitica e universale. Da una parte, infatti, la preminenza del culto su qualsivoglia elemento dogmatico o dottrinale, il cui posto rimane vuoto, è rappresentata dall’imperativo di operazioni ed uffici dotati di una sacralità autoreferenziale: «In primo luogo il capitalismo è una religione puramente cultuale, forse la più estrema che ci si sia mai data. In esso nulla ha significato se non in una relazione immediata con il culto; esso non rappresenta alcuna particolare dogmatica, alcuna teologia. L’utilitarismo acquista, in questa prospettiva, la sua tonalità religiosa[8]». Questi esercizi utilitari sono gli investimenti, la speculazione, la compravendita di merci e, weberianamente, il risparmio. Ogni frazione di tempo sottratta a queste occupazioni, ogni occasione «feriale», è perciò sacrilega. L’«interpellazione» a riprodurre ininterrottamente tale dinamica incrementale di valorizzazione del tempo, dall’altra parte, non può che generare debito: inadeguatezza perenne ai doveri del culto da parte del capitano d’industria e condizione infernale del povero, condannato al sacrificio. Essendo la liturgia capitalista, secondo Benjamin, letteralmente «senza tregua», in essa manca del tutto l’elemento espiatorio che caratterizzava, come sottolinea Löwy, il giudaismo. Viene realizzato così, per la prima volta, un credo volto interamente alla «disperazione», portatore di uno stigma incancellabile sulla condizione creaturale che è l’opposto della tensione messianica.

Risulta interessante osservare come, nello svolgimento di questa folgorante riflessione giovanile di Benjamin, risalente al 1921, il fattore determinante della dominazione capitalistica non sia il profitto o la struttura nascosta dei rapporti di produzione, bensì la potenza religiosa e idolatrica del denaro come oggetto di culto, secondo un’indicazione espressa, pochi anni prima, nell’Appello al socialismo di Gustav Landauer: «Il denaro è artificiale ed è vivente, il denaro produce denaro e ancora denaro, il denaro ha tutta la potenza del mondo[9]».

È facile notare, inoltre, come in questo quadro sia ancora centrale il problema del tempo. Il mondo capitalista percorre il ritmo ciclico e sfuggente di un presente perpetuo che si rinnova immancabilmente nella continuità delle sue operazioni. Sotto questa coltre la vita «dannata» dalla maledizione dell’economia non conosce presente né futuro, ma il ricorso senza speranza di un eterno ritorno dell’identico. L’affresco della vita metropolitana che Benjamin tratteggia nei Passangewerk è incentrato proprio su questi tratti infernali, in cui la gestualità vuota e ripetitiva dell’automa fa fronte allo choc di una deprivazione radicale dell’esperienza. Con il venir meno del ruolo di mediazione con il passato che le tradizioni culturali, ormai deposte, avevano svolto, ogni relazione con l’esperienza del tempo e con la memoria va incontro ad una crisi metafisica della presenza: l’automatismo dei gesti meccanici del mondo industriale meccanizzato, parcellari e insensati, diviene cifra dell’esistenza metropolitana nel suo complesso. Scrive Löwy in un altro saggio benjaminiano:

I gesti ripetitivi, meccanici e insensati dell’operaio alle prese con la macchina – Benjamin si riferisce qui a certi passaggi del Capitale di Marx – sono analoghi ai movimenti riflessi dei passanti nella folla, come descritti da Hoffmann. Operai e passanti, tutti e due vittime del mondo industriale e urbano, non sono più in misura di vivere un’esperienza autentica (Etfahrung) legata alla memoria di una tradizione culturale o storica, ma solamente una vita immediata (Erlebnis) – e in particolare quella dello «choc» (Chockerlebnis) che provoca loro un comportamento reattivo simile a quello degli automi (…)[10].

Attraverso la potenza anticipatoria di queste note appare con ancor più chiarezza la radicale incompatibilità tra le unità di tempo del «presentismo» capitalista e quelle di una possibile temporalità emergente di carattere rivoluzionario, nella quale l’istanza di immediatezza esistenziale acquista un significato completamente dissimile ed opposto. Assumendo nuovamente come traccia il lessico di Baschet[11], si possono quindi suggerire due antitesi gemelle, che vedono da una parte l’«istante» e l’«eterno», mentre sull’altro corno si trova la coppia di «momento» e «durata». Se il primo binomio descrive il tempo sconnesso e senza divenire del presentismo, la compiuta «antropomorfosi» del Capitale[12], il secondo delinea il profilo di un’inedita articolazione tra passato, presente e futuro. In cosa differiscono questi termini, oltre le banali esigenze tassonomiche? Il «momento» non rappresenta una porzione di tempo uniforme, dall’estensione stabilita, ma è connotato dal rapporto con un orizzonte di senso, con la qualità e il ritmo singolari del processo a cui fa riferimento. Il momento è indissociabile, in altre parole, dalla sua durata, dalla misura interiore del tempo vissuto che ne scandisce lo sviluppo, più o meno piegato verso la proiezione in avanti di aspettative e previsioni o verso la riattivazione di una promessa contenuta nel passato. In entrambi i casi i limiti di questa modalità del presente non sono rigidi, eccedono la misura di una cronologia omogeneizzante ed astratta, puramente quantitativa. Questo vocabolario guarda piuttosto ad un’idea di «temporalità plurale[13]», cioè alla coesistenza, in un campo ed in uno spazio regolati, di molteplici gamme e variazioni del tempo, sfasate e difformi:

(…) indissociabile dal carattere concreto del processo, la durata è tessuta di ritmi multipli, eterogenei, e al contempo attraversata da irruzioni e possibili rotture. Così, invece che rifiutare la durata per non valorizzare che il momento, si proporrà di assumere congiuntamente durata e momento, come due forme di temporalità concreta. Farlo presuppone la durata del fare; bisogna dunque ammettere che la durata è la temporalità dell’attività concreta, dell’azione mentre si sta svolgendo[14].

L’autentica posta in gioco dei nodi enunciati risiede nella possibilità di declinare una forma di anticipazione che non risulti pianificatrice e «futurocentrica», conciliando la sperimentazione immediata di rapporti comunisti e l’organizzazione di una forza rivoluzionaria permanente. Sganciare la prefigurazione delle condizioni di vita post-capitalistiche dall’ottica eminentemente moderna della ragione progettuale, significa anche affrontare in modo nuovo il problema storico della «transizione». Se le molteplici varianti classiche del programma rivoluzionario sono irrimediabilmente compromesse, occorre cercare le tracce, seppure embrionali, di una diversa interpretazione del binomio tra la secessione materiale e lo scontro, la «comune», come cellula di comunismo in atto, e la sua vocazione espansiva.

Lo stesso concetto di «rivoluzione», come quelli di «insurrezione» e «autonomia», insieme all’intero vocabolario teorico delle tradizioni sovversive, deve essere bagnato nelle acque della molteplicità temporale, trasformando così in profondità il proprio universo di significati e sradicandolo dai residui dell’ordine del discorso «modernista». I rispettivi partiti dei rivoluzionari e dei terrestri, per vincere quello mortifero dei moderni, devono allearsi. Questa posizione rappresenta un crinale estremamente fragile e pericoloso, asserragliata tra la dispersione postmoderna, che trasforma la pluralità in equivalenza generale e depotenziamento “debole” delle verità etiche, e possibili ricadute nelle figure di una linearità unificata, seppure travestite. Bisogna quindi vegliare che le «isole di comunismo», nel loro incontro aleatorio, compongano l’arcipelago tra plurimi frammenti di mondo senza fossilizzarsi in un nuovo continente. 

Molti pensatori e militanti hanno cercato, già nel corso del Novecento, di elaborare una posizione capace di rispondere a tali criteri, situando la funzione del cambiamento rivoluzionario fuori dai binari di una visione storica lineare ed evolutiva, spogliandolo così dai tratti epici e palingenetici del «Sol dell’Avvenire». Si pensi, tra gli altri, a figure come Gustav Landauer, Martin Buber, Erich Unger o George Sorel[15], ma anche, per alcuni versi, all’anarchismo di Kropotkin o a certi tratti del comunismo consiliare tedesco: nella visione di questi autori si può rintracciare l’immagine della rottura insurrezionale come dispiegamento e liberazione di una forza già matura, di qualcosa che, coltivato in precedenza, deve strappare il proprio tempo e il proprio spazio.

In tal modo il gesto dello scontro, epurato dagli elementi apocalittici e campali, rappresenta il passaggio evenemenziale di una dinamica processuale più estesa, un salto che permette ai «divenire» rivoluzionari di crescere e consolidarsi. Se qualcosa della rivoluzione può esistere prima che la rivoluzione abbia avuto luogo, quest’ultima non è altro, allora, che la continuazione del comunismo con altri mezzi, una tra le modulazioni di un «essere-insieme» dove forma organizzativa, vita e rapporto con la violenza non siano separati. La rivoluzione, prendendo le cose per un altro verso, vede sfumare i suoi contorni di atto specifico e posizionato nel tempo, per dipanarsi in un tessuto etico che unisce idee, mezzi ed azioni, in un gioco di echi e rimandi reciproci. Utilizzando impropriamente una suggestione di Giorgio Agamben, potremmo definire il filo sottile che tiene insieme le pratiche rivoluzionarie attraverso il concetto di «segnatura», che per il filosofo designa una sorta di affinità strutturale tra concetti appartenenti ad ambiti e sfere diverse: un «indice segreto», parafrasando Benjamin, che consente la dislocazione, lo spostamento delle idee da un piano all’altro mantenendo la stessa configurazione semantica. Il concetto di secolarizzazione è l’esempio principale di tale forma di rimando storico: «La secolarizzazione è, cioè, non un concetto, ma una segnatura nel senso di Foucault e di Melandri, cioè qualcosa che, in un segno e in un concetto, lo marca e lo eccede per rimandarlo a una determinata interpretazione o a un determinato ambito, senza, però, uscire dal semiotico per costituire un nuovo significato o un nuovo concetto[16]».

La genealogia di Nietzsche, l’archeologia di Foucault o la categoria benjaminiana di «immagine dialettica» sono invece, per Agamben, «scienze delle segnature», che innervano la storia delle idee innestando tempi e piani differenti. Potremmo dunque, a nostra volta, moltiplicare questo tipo di torsione interpretativa e applicare il concetto di segnatura, in modo certamente poco rigoroso e metaforico, al legame immanente che, come un’impronta e una marca nascosta, apparenta le più diverse pratiche in un «uso» rivoluzionario che ne destituisce la funzionalità ordinaria. Ogni temporalità e ogni esercizio, se restituito a questo nuovo uso, può contenere in sé l’indice segreto della rivoluzione e deporre così la propria normale complicità con le forme di vita capitaliste.

In questo modo l’integralità della riparazione messianica che deve accompagnare ogni rivolgimento dello stato del mondo non viene inficiata dalla disseminazione delle pratiche e dei punti di vista, ma le abita e collega intimamente, come un filo invisibile. Il concetto di «biforcazione» può essere la giusta chiave per portare questa riflessione a compimento, in quanto rappresenta la soglia di indeterminazione in cui le varie dimensioni temporali, come caldeggiato nell’opera di Baschet, si alimentano reciprocamente e divengono coestensive, senza che nessuna sia totalizzata e separata dalle altre. Gli aspetti protensivi e quelli retrovolti della temporalità si definiscono così nel loro incontro, acquistano senso nell’incrociarsi. La battuta d’arresto nel corso lineare dello sviluppo storico ordinario, in questo modo, è anche apertura di possibilità per il concretizzarsi di virtualità alternative e futuri possibili, mentre ogni incompiuto del passato è una zona bianca, un’increspatura e un punto di deviazione mancato nello spazio uniforme del tempo storico dominante. La tensione messianica si pone quindi come una traiettoria obliqua, un taglio trasversale che attraversa sia l’elemento «catecontico» che quello «escatologico» della spiritualità rivoluzionaria: non uno dei due poli che gioca contro l’altro, ma il campo di tensione esplosiva tra la «forza che tiene» e la potenza dell’evento.

Scrive Jacob Taubes in un saggio su Schmitt dell’85:

Il kat-echon, la forza frenante, su cui Schmitt punta tutto, costituisce già un primo segno del fatto che l’esperienza cristiana del tempo della fine viene addomesticata, scendendo a compromessi con il mondo e i poteri mondani. Ovviamente, anche la storia come dilazione può essere interpretata in molteplici modi e perdere di acutezza e incisività. Ma è solo attraverso l’esperienza della fine della storia che la storia stessa si è trasformata in quella «strada a senso unico» che è ormai la storia occidentale-almeno per noi.[17]

Ogni possibilità di imprimere un’altra direzione al corso degli accadimenti dipende quindi dalla sospensione del loro normale svolgimento, laddove la presenza sempre più ricorsiva del blocco della circolazione nel repertorio delle lotte contemporanee andrebbe ricondotta, oltre che alla configurazione spaziale dei dispositivi di governo metropolitani, ad un rovesciamento nella percezione del tempo e dell’andamento storico. La diffusa consapevolezza dell’orizzonte «apocalittico» del capitalismo e della sua accelerazione verso la catastrofe spinge infatti sempre più spesso, come scrive il Comitato Invisibile, alla consapevolezza di sollevarsi per arginare l’irreparabile e non per favorire il passaggio del «treno della Storia»:

In questa mania di bloccare tutto che ormai accompagna ogni grande movimento, bisogna leggere un netto rovesciamento del rapporto con il tempo. Noi guardiamo il futuro come l’Angelo della Storia di Walter Benjamin guardava il passato. […] Il tempo che passa vien percepito come la lenta progressione verso una fine probabilmente spaventosa […] Perciò bisogna vedere ogni tentativo di bloccare il sistema globale, ogni movimento, ogni rivolta, ogni sollevazione, come un tentativo verticale di arrestare il tempo e di biforcarlo in una direzione meno fatale.[18]

Può darsi allora che l’interrogativo sul tempo rappresenti la dimensione che più si presta a cogliere la qualità politica del presente e dei movimenti, ora carsici, ora di superficie, che ne ostacolano la riproduzione. Quanto sta accadendo, ormai da molti mesi, sui «rondepoints» di tutto il territorio francese, ha in questo la propria originalità: abitare le faglie aperte dai blocchi della circolazione e sperimentare un’estraneità non geografica al campo della metropoli capitalista. Si tratta di una concreta politica delle esperienze in cui gli obiettivi, i progetti e le rivendicazioni, seppur presenti, paiono avere un’importanza relativa. Gli effetti accidentali di un’esperienza politica, oggi più che mai, possono sopravanzarne i fini espliciti. Quel nodo che secondo Mario Tronti avrebbe legato, nell’arco della politica moderna, il tempo della progettualità alla storia del Soggetto, alla sua realizzazione collettiva nelle identità molari delle classi, sembra ancora una volta destituito. D’altronde una «migrazione dei popoli», come caldeggiata da Erich Unger nel suo Politica e metafisica, del 1921, è oggi pensabile più nel tempo che nello spazio, come allentamento dei ritmi, biforcazione delle possibilità ed esercizio di temporalità vissute. Tenere insieme questi frammenti di tempo, coltivarne le intensità in una forza durevole e suggellarne il legame con la «segnatura» di un’ etica del combattimento: questo è un compito, del tutto aperto, di certo degno del nostro «qui e ora».

[1] J. BASCHET, Défaire la tyrannie du présent. Temporalités émergentes et futurs inédits, La Découverte, Parigi, 2018.

[2] F. HARTOG, Regimi di storicità, Sellerio, Palermo, 2007.

[3] J. BASCHET, op. cit., p. 302.

[4] T. INGOLD, The life of lines, London, Routledge, 2015.

[5] J. BASCHET, op. cit., p. 267.

[6] Baschet, rifacendosi ad Hartog, distingue tra i «regimi di temporalità», che sono i modi di sentire, avvertire il ritmo dell’esistenza, biografica e sociale, in una determinata epoca, e i regimi di storicità, che rappresentano il rapporto con il passato e il futuro, gli orizzonti di attesa e la capacità di ricezione del passato. Ogni regime di storicità può contenere, in una sorta di combinazione strutturata, più ritmi temporali, tra i quali uno risulta sempre egemone.

[7] M. LÖWY, «Le capitalisme come religion». Walter Benjamin et Max Weber., in La révolution est le frein d’urgence, Paris, éditions de l’éclat, 2019, pp. 11-34.

[8] W. BENJAMIN, Capitalismo come religione, Genova, Il melangolo, 2018, p. 61.

[9] G. LANDAUER, Aufruf zum Sozialismus, Berlin, Paul Cassirer, 1919, p. 144. (Citato in nota da Benjamin).

[10] M. LÖWY, Walter Benjamin et Karl Marx, in op. cit., p. 45.

[11] Mi pare importante sottolineare come gli aspetti più interessanti ed acuti delle «temporalità emergenti» descritte dal libro di Baschet rientrino pienamente in una considerazione del tempo che definisco messianica, e che l’autore tende talvolta, a mio parere in modo affrettato, a liquidare. La biforcazione temporale, la coincidenza del rapporto tra incompiuto del passato e possibilità future nella densità del «momento», nonché la rottura con una cornica temporale astratta, sono infatti tutti elementi che rientrano a pieno titolo nelle varianti più radicali di un messianismo rivoluzionario. La centralità di Benjamin nel contenuto del libro, al di là delle questioni terminologiche, non può essere d’altronde irrilevante. L’assunto che l’interruzione messianica e la processualità storica siano incompatibili è, a parere di chi scrive, problematico.

[12] Jacques Camatte, Il capitale totale. Il «capitolo VI» inedito de «Il Capitale» e la critica dell’economia politica, Bari, Dedalo libri 1976

[13] Baschet fa riferimento, nelle pagine del libro che riguardano il nodo della molteplicità temporale, ad un linguaggio di tipo strutturalistico, e più di preciso a Levi Strauss, nonché alle intuizioni di Dipesh Chakrabarti sulla doppia temporalità. Segnaliamo però che le nozioni utilizzate a questo proposito, e in particolare l’idea di un campo regolato che articola le diverse genealogie temporali, strutturalmente sfasate, ricorda molto da vicino le riflessioni di Louis ALthusser. Sul tema della “temporalità plurale”, anche attraverso molti autori marxisti, da Althusser a Bloch e Gramsci, si segnala il seguente volume: AA. VV., Tempora multa. Il governo del tempo, Milano, Mimesis, 2013.

[14] J. BASCHET, op. cit., p. 189.

[15] Mi premuro di precisare, per quanto mi paia ovvio, che questi elementi di originalità compaiono in un quadro d’insieme che permette di assimilare alcune di queste figure al linguaggio delle loro tradizioni d’appartenenza, dunque ad una visione della storia che è ancora quella moderna. Si veda la dipendenza di Kropotkin dal linguaggio evoluzionista, l’enfasi mitopoietica di Sorel sullo sciopero generale rivoluzionario e il marxismo ortodosso dei consiliaristi tedeschi, rispetta ai quali, su molti aspetti, la posizione eretica risulta essere quella di Lenin.

[16] G. AGAMBEN, Il regno e la gloria, Torino, Bollati Bringhieri, 2009, p. 16.

[17] J. TAUBES, C. SCHMITT, Ai lati opposti delle barricate. Corrispondenza e scritti 1948-1987, Milano, Adelphi, 2018, pp. 217-218.

[18] COMITATO INVISIBILE, L’insurrezione che viene-Ai nostri amici-Adesso, Roma, Nero, 2019, pp. 38-39.

G7, l’ordine regna nei Paesi Baschi : “Polizia ovunque, contro-summit da nessuna parte”?

Dei gentili lettori, che ringraziamo, ci hanno inviato la traduzione di un’interessante analisi a caldo sul G7 di Biarritz fatta da alcuni compagni francesi, preceduta da una loro breve postilla introduttiva. È un primo documento importante, a nostro avviso, da far circolare per comprendere come ormai possa accadere che “la ‘riuscita’ del controsummit fa parte del summit”, come si dice in uno dei due articoli usciti successivamante su Lundi Matin (qui e qui) . Abbiamo pensato di non arricchire il testo con delle immagini, perché in effetti non c’è nulla da illustrare che non sia il nulla che la sinistra (dalle associazioni “altermondialiste” come Attac o Bizi e quella indipendentista basca) ha dispiegato in quei giorni .

Questo testo è comparso sulla pagina facebook Nantes Révoltée, che dal 2012 racconta e prende parte alle lotte a Nantes e in Francia. La necessità di tradurlo deriva dalla volontà di far emergere un racconto e un’analisi del contro-summit di Biarritz che in Italia è completamente mancata. Al suo posto, una narrazione che nei casi migliori si è limitata alla pura cronaca della repressione, mentre nei casi peggiori ha proposto analisi vittoriose e auto-glorificanti. Ci è sembrato pertanto opportuno dare maggiore diffusione a una lettura che apra spazi di riflessione e immaginazione, perché si faccia di un contro-summit catastrofico un’occasione per mettersi in discussione nel profondo, per superarsi, per dare una cesura alla riproduzione di dinamiche di vittimizzazione o autoaffermazione sterili. Al di là della catastrofe esiste un mondo di possibilità, basta solo il coraggio di volerle esplorare.

Domenica 25 agosto, nelle strade deserte dei Paesi Baschi. In un paesaggio di morte, un piccolo corteo attraversa la città di Hendaye diretto al centre de retention[1], trasformato per l’occasione in un gigantesco carcere, dove rinchiudere in garde à vue[2] gli oppositori al G7. Il corteo è circondato, addirittura soffocato, da centinaia e centinaia di poliziotti di tutti i corpi e i reparti immaginabili. Ci sono anche due elicotteri e un drone che sorvolano le poche decine di persone che improvvisano questa marcia, per chiedere la liberazione dei manifestanti arrestati il giorno prima. In precedenza, tutte le persone uscite dal campeggio del contro-summit per partecipare alla marcia sono state controllate e perquisite minuziosamente. Una partecipante, l’aria triste, sospira: “è il peggior contro-summit della storia”.

Ritorniamo su queste ultime giornate nei dintorni di Biarritz:

– Stato di polizia. Il dispositivo repressivo è, come annunciato da giorni nei media, assolutamente delirante, mancano le parole per descriverlo. D’altronde, la Francia è già da anni un laboratorio per il mantenimento dell’ordine. Ci sono state le manifestazioni vietate. Le decine di mutilati. I morti. C’è stato l’ultimo 1° Maggio, impedito da un diluvio di gas, e ci sono state le cariche contro i sindacalisti. Mai successo prima. Ci sono stati il carcere e l’antiterrorismo contro gli oppositori. Le decine di migliaia di munizioni tirate. Tutto questo l’avevamo già visto. Ma il G7 di Biarritz supera ogni aspettativa. 20mila poliziotti. Centinaia di voltigeurs[3]: poliziotti in moto, che danno letteralmente la caccia agli oppositori. 5, 6, 10 controlli semplicemente per arrivare in fondo a una strada. I giornalisti fermati e a volte messi in garde à vue. Il materiale confiscato. I manifestanti in cella per un paio di occhiali da piscina o per un foulard. Gli osservatori della LDH (Ligue des droits de l’homme) o di Amnesty International arrestati. Tre giovani tedeschi imprigionati perché schedati come “militanti”. Gli avvocati minacciati. Gli elicotteri, i droni, le spie…

I precedenti summit – Amburgo, Genova, Seattle…- erano ovviamente già dimostrazioni di pubblica sicurezza. Ma era ancora possibile manifestare nelle città in questione, o nelle immediate vicinanze. Nella Francia del 2019 è letteralmente impensabile. Tutta una regione è tenuta sotto una campana di vetro. Il nostro paese è arrivato ai confini di ciò che un regime “democratico” può dispiegare in termini di stato di polizia. Quale sarà il seguito?

– Città spettrali. Fino ad ora, i potenti si accontentavano di bloccare gli accessi ad alcuni quartieri di una grande città per riunirsi. Questo G7 in Francia va oltre: Macron privatizza non una, non due, ma ben tre città. Biarritz, Bayonne, Anglet sono completamente militarizzate. In tre città le libertà fondamentali sono sospese. I dintorni sono quasi altrettanto presidiati. Il paesaggio è post-apocalittico. Le strade sono deserte, i quartieri spettrali sono popolati solo da uniformi di diverso tipo. E, a volte, da alcuni oppositori impauriti. Quasi sorpresi di essere lì, si scambiano sguardi, alla ricerca di un punto in cui radunarsi. I negozi sono chiusi. Le vetrine ricoperte di pannelli in legno e griglie metalliche.

Un’atmosfera di disastro si stende per chilometri. Qualcosa che non si era mai visto.

– Mobilitazioni. Giovedì e venerdì, al campeggio anti-G7 si improvvisano delle iniziative. Una marcia femminista. Un corteo che ha portato in giro una struttura in legno. Una manifestazione selvaggia, che è violentemente repressa. Il campeggio è attaccato e gasato, ma la polizia viene respinta. C’è vita, anche se le condizioni sono dure. Il momento forte del weekend doveva essere la manifestazione a Hendaye, il sabato mattina. 15 000 persone camminano in una zona quasi deserta, a decine di chilometri da dove si riuniscono i potenti. L’atmosfera assomiglia vagamente a quella dei contro-summit altermondialisti degli anni 2000, alle kermesse di vent’anni fa. Salvo il numero di partecipanti, 10 volte inferiore. La sfilata si interrompe presto. Un paio di discorsi ed è finita. Alcune persone, a volte venute da lontano, sono sorprese, deluse. Certi decidono di manifestare a Bayonne nel pomeriggio. Qualche centinaio di manifestanti vi si avventura, in un’atmosfera di terrore. Molti sono stati controllati, perquisiti, spogliati, a volte arrestati. Formare un piccolo corteo sembra un’impresa miracolosa. I gas non tardano ad arrivare. Le granate esplosive fanno sobbalzare la folla, nessuno ha la benché minima protezione. Ci sarà qualche momento di tensione, in mezzo a una grande nasse[4] e ai giornalisti. Sarà possibile uscire dalla nasse solo diverse ore dopo, dopo lunghe e numerose perquisizioni.

– Impotenza. Di fronte a questo stato di assedio, questa violenza bruta, alle libertà così apertamente calpestate, qual è la reazione degli organizzatori del “contro-vertice”? L’ annullamento delle azioni previste per domenica! Il sabato sera esce un comunicato, in cui ci si felicita per il “successo” della mobilitazione, e si annuncia la “sospensione” degli appuntamenti successivi. Precedentemente, gli “organizzatori” avevano disposto un servizio d’ordine per proteggere le banche, i poliziotti e il commissariato. La “piattaforma” ha preferito difendere le vetrine piuttosto che le libertà fondamentali. Il pianeta brucia, gli stati si militarizzano, il disastro è ovunque. Ma le modalità di azione altermondialiste non sono mai state così ridicole, inoffensive, risibili. Così inadeguate rispetto alla situazione. Nonostante tutto, alcuni ritratti di Macron, tolti dai muri dei municipi, saranno esibiti davanti a decine di giornalisti la domenica mattina.

Molti non capiscono. Il “consenso non violento” sostenuto dagli organizzatori alla fine non è stato né consensuale, né tantomeno “non violento” perché ha lasciato libero corso alla violenza dello Stato senza reagire. Organizzando una sfilata perfettamente inoffensiva, concordata con le autorità a diverse decine di chilometri dal summit, non reagendo all’ingiustificabile attacco della polizia al campeggio anti-G7, annullando le azioni previste, la “piattaforma anti-G7” ha assicurato una parte del mantenimento dell’ordine. La cosa più grave? Di fronte alle ripetute capitolazioni, il governo può congratularsi con se stesso, può rivendicare che il suo dispositivo abbia funzionato e che possa essere riutilizzato per stroncare altre contestazioni. Questi tradimenti non hanno solo organizzato l’impotenza, ma avranno anche legittimato anche la repressione.

– Immaginazione. Cosa è mancato? Senza dubbio l’immaginazione. Buttarsi nelle trappole tese dalle autorità ha ancora un senso tenuto conto della forza della repressione? I contro-summit, soprattutto quando non hanno l’ambizione di disturbare i potenti, che senso hanno? Il trionfo della forza bruta in occasione di questo G7 non deve scoraggiare, ma piuttosto indurci a reinventare altre forme di lotta.

Le strutture classiche non hanno più immaginazione da molto tempo, ma i Gilets Jaunes hanno dimostrato che l’intelligenza collettiva può cambiare tutto.
Dobbiamo essere creativi, inafferrabili, reattivi, gioiosi, furbi. Essere dove nessuno ci aspetta!

[1]Centre de rétention administrative (CRA): prigioni in cui vengono rinchiusi gli stranieri ai quali l’amministrazione non riconosce il diritto di soggiornare sul territorio francese e che ha deciso di espellere.

[2]Garde à vue: fermo di polizia, nel caso si sia sospettati di aver commesso un reato, che non può oltrepassare le 24 ore, ma può essere prolungato di 24, e arrivare a 96, in materia di traffico di droga, grande criminalità organizzata e terrorismo, durante la quale si ha il diritto di rimanere in silenzio, di consultare un medico, di essere assistiti da un interprete, di avvertire un prossimo e di essere assistiti da un avvocato.

[3]I voltigeurs (PVM, Peloton de voltigeurs motoportés) sono una brigata motorizzata della prefettura di Parigi, creata nel 1969 per iniziativa del prefetto di polizia dell’epoca, Raymond Marcellin, in seguito alle manifestazioni del maggio 68, per inseguire e disperdere le “code” di manifestazione nelle vie piccole e strette. Due poliziotti su una moto, il primo che conduce e il secondo dietro di lui, armato di manganello. La brigata dei voltigeurs è stata dissolta dopo che dei voltigeurs hanno ucciso Malik Oussekine, durante un periodo di contestazioni studentesche contro il progetto di riforma universitaria Devaquet nel 1986, ma il loro modo d’azione è stato resuscitato d’urgenza nel marzo 2019, dal nuovo prefetto di Parigi, Didier Lallement (dopo il siluramento di Michel Delpuech, dopo il grande disastro, per il mantenimento dell’ordine francese, che è stato il 16 marzo 2019), per cercare di arginare i Gilets Jaunes, con la creazione delle BRAV-M (Brigades de répression de l’action violente motorisées).

[4]Nasse: tecnica di mantenimento dell’ordine durante le manifestazioni, prevede che dei cordoni di forze dell’ordine accerchino un gruppo di manifestanti, o l’intera manifestazione. Le nasse possono essere statiche o mobili (quando i cordoni che accerchiano la folla, la obbligano a dirigersi in una certa direzione). Possono durare ore e le persone che si trovano all’interno del cordone non possono andarsene.

Rovina, furore, frammentazione. Catalani, ancora uno sforzo…(1)-(2)

[ Questo è la prima delle quattro parti in cui è suddiviso questo articolo. Le seguenti verranno pubblicate una per settimana a partire da oggi. Parla specificamente della Catalogna, certo, ma in verità parla di qualcosa di più grande e che tocca noi tutti, ovunque pensiamo di vivere. ]

di Vicente Barbarroja – Grupo Sinan, Barcelona

« Mi hanno condannato a vent’anni di noia
per aver cercato di cambiare il sistema dall’interno
Ora sto tornando, sto tornando a vendicarmi»

Versione di L. Cohen, «First we take Manhattan» di MORENTE & LAGARTIJA NICK

A Pablo Molano, alle amiche e agli amici, due anni sopportando il dolore della tua assenza

Prima parte – Furore

La rapidità con la quale gli insorti si erano organizzati in qualcosa che sembrava un esercito avrebbe potuto sembrare rimarchevole in qualsiasi altro paese che non fosse la Catalogna. Però il principato aveva una lunga tradizione di azione collettiva. Durante le guerre civili del XV secolo, i contadini avevano formato “sindacati” notevolmente efficaci. Durante il secolo XVI e agli inizi del XVII […] bastava poco tempo affinché le notizie di conflitti armati si propagassero da una città all’altra, specialmente perché era pratica comune in Catalogna suonare le campane parrocchiali ogni volta che serviva aiuto. Le campane risuonavano in tutte le valli, da Sant Feliu fino a Tordera, durante quella prima settimana di maggio. La campagna si alza in armi e vi rimane.

JOHN H. ELLIOT, La revolta catalana, 1598-1640

1

In Catalogna sarebbe potuta succedere qualsiasi cosa. Forse.

C’erano le energie psicologiche e la capacità di auto-organizzazione. Esisteva inoltre un immenso desiderio di interrompere il disastro presente...e ricominciare. Che cosa? Non è chiaro. Ma ciò che non era assolutamente chiaro era chi prendeva l’iniziativa. In ogni caso, “grandi e piccoli timonieri” non l’avrebbero fatto all’interno del proprio orticello politico. Questo, all’inizio, sembrava intelligente, anche se apparteneva esattamente a quel tipo di maledetta indecisione che è il motore delle catastrofi. Una tiepidezza e una stanchezza familiari alla vita metropolitana, familiari all’assenza di giusto furore. Furore giovanile, iuvenis furor? Dumezil osservava come la tradizione antica di molte città d’Italia “era di rappresentare come fondatori una banda di juvenes guidati da un animale di Marte”. Da una preistoria che continua a palpitare non solo etimologicamente in noi, un furore, allo stesso tempo fisico e soprannaturale, è legato nel vasto Occidente al conservare o ottenere una vera indipendenza.

2

Il momento peggiore è stato quando non solo non si è fatto un appello a bloccare tutto, il che avrebbe dimostrato tanto de facto come de iure una totale indipendenza, ma che si è provato a giustificare la paralisi, anche tra i militanti, adducendo come motivazione la determinazione ad essere violento dello Stato e delle sue forze armate. “Noi siamo gente di pace”, dicono. Noi chi? Non saranno quegli stessi catalani di fronte alla cui provvidenziale ferocia e arguzia, tra provinciali e montanari, Machiavelli ricorda che quando fu eletto un Papa Borgia, o Borges, a Roma esclamarono «Oh no, i Catalani!». Siano maledetti coloro che sono troppo pacifici, poiché, come si è detto, la loro empia cautela gli imporrà sempre una minacciosa assenza di pace. Stando così le cose, risulta ridicola la pretesa di fondare uno Stato sovrano, se Stato è il monopolio della violenza e se Sovrano è chi decide nello stato d’eccezione. Né momento eccezionale né scontro decisivo. È vero, ciò che il Governo non voleva era scatenare un conflitto la cui ampiezza e intensità facessero sì che la situazione gli sfuggisse di mano. Una situazione di profondo malessere, un odio diffuso e le strade piene. È triste dirlo però, come in tutti gli strati culturalmente borghesi, ciò che si voleva era negoziare. E non sto parlando del “movimento” indipendentista, sto parlando delle forze organizzate al suo interno, dai partiti alle associazioni fino alla neo-socialdemocrazia radicale della CUP – il cui tatticismo parlamentare diventa la sua essenza dal momento in cui le buone teste lì presenti restano intrappolate come mosche nella vischiosa ragnatela istituzionale. Si disse già molto tempo fa che la borghesia era la classe polemica per eccellenza. Ciò che è accaduto è che, di fronte a loro, non hanno trovato la borghesia, hanno trovato lo Stato, “il più freddo dei mostri freddi”, che persegue solo la sua autoconservazione, anche e specialmente contro il proprio popolo.

3

Quindi, cos’è che ha catturato o affascinato molte/i compagne/i in Catalogna? È vero che mano a mano che si avvicinava il referendum e venivano fatti i primi arresti, sembrava che il regime del ’78 potesse incrinarsi. Migliaia di persone sono scese in piazza, molte delle quali non indipendentiste, sentendosi vive, rompendo la solitudine. L’auto-organizzazione in comitati locali si estendeva come uno dei tratti politici distintivi di questo periodo. Blocco e sabotaggio, occupazione o apertura di luoghi di incontro anòmici, positivamente deliranti, e infine l’attacco alla polizia, fanno parte di una costellazione epocale incompiuta. Ad ogni modo, dopo la tristezza degli ultimi anni, nei quali il riflusso del ciclo di lotte è stato pagato con una moltitudine di suicidi e con una acutizzazione della regnante tossicodipendenza diffusa….almeno è qualcosa. Strategia no, ma qualcosa sì.

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Fascinazione di massa. Finalmente le masse scendono per le strade! Questa «gente» estranea alla quale si fa finta  di non appartenere. Il pomeriggio del 3 ottobre, con la Catalogna bloccata e stracolma di manifestanti per le strade di Barcellona, ci uniamo al picchetto che arrivava da Santa Eulalia, Sants e Poble Sec. Una molteplicità di spezzoni che attraversavano la metropoli ovunque si voleva, urlando «Le strade saranno sempre nostre!». Arriviamo ai margini della zona alta della città, la Avenida Diagonal, dove non ci si riusciva a muovere per la quantità di persone. Ad un certo punto sono andato a cercare un bagno e dell’acqua. Dovetti andare molto lontano. La composizione della massa che stavo attraversando sventolava anche bandiere indipendentiste, ma, nella loro maniera di comportarsi, non aveva l’aspetto di desiderare la medesima indipendenza. Me ne tornai nello spezzone, però mi sentii particolarmente strano, così decisi di andarmene e me ne tornai a casa camminando, impiegando più di un ora per attraversare strade piene di bandiere nazionaliste. Ricordo che, verso mezzogiorno, essendo fuggiti da alcuni picchetti di quartiere, stanchi dell’ansia di governarli tutti da parte di alcuni compagni, ho raggiunto, insieme ad uno spezzone composto da bambini, un’amica israeliana. Lì abbiamo incontrato degli amici anarchici andalusi, che erano venuti a Barcellona e che stavano all’interno dello spezzone della CNT. La mia amica israeliana era furibonda. Ci ha fatto un rimprovero molto forte. «Nel mio paese ho già visto tutto questo. Lo continuiamo a vedere da molto tempo!», diceva, «anziani che affrontano cariche della polizia mentre abbracciano altri poliziotti; bandiere nazionali che celano gli ideali di emancipazione. Che vadano a quel paese! Sono giorni che vedo su Facebook messaggi orribili, in cui vengono postate foto di abbracci ai poliziotti, scrivendo e rasentando il suprematismo: “I catalani avranno uno Stato come Dio comanda”. Quale popolo è stato più oppresso del popolo ebraico? E guarda cosa è successo! Volete uno stato? Siamo diventati pazzi o cosa? Noi non lottiamo contro tutto ciò che questo significa…?» —Lei aveva letto in questa situazione tutto quello che invece chi stava partecipando, spinto dal desiderio di cambiare tutto, non voleva riconoscere. Frammentazione.

Seconda parte – frammento per frammento

È tempo sopratutto, di conoscere nella propria presenza la presenza materiale e «storica» del possibile. La rivoluzione parte dal corpo.

Giorgio Cesarano, Manuale di sopravvivenza

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Quando sono tornato in Italia ho divorato il libro di Wilhem Reich, Psicologia di massa del fascismo. Non era propriamente «fascismo» quello che avevo visto a Barcellona, quanto piuttosto i resti di un’ignorata piccola borghesia. La domanda alla quale Reich, nel 1933, provava a rispondere è: non perché ruba chi ha fame, o perché le e gli sfruttati scioperano, ma perché la maggioranza degli affamati non ruba e perché la maggior parte degli sfruttati non partecipano allo sciopero. La cosa più interessante ai giorni nostri della sua analisi è, in primo luogo, che la posizione sociale particolare della piccola borghesia, sempre in competizione con tutto e tutti, la rende incapace di organizzarsi e creare esperienze di comunanza e solidarietà profonda, per dare forma ad un mondo altro di fronte al potere, per cui il suo desiderio di potenza degenera in desiderio di sicurezza e protezione, facendola voltare verso il leader o la nazione. Soprattutto, non farà alleanze con gli strati proletari poiché quello che più teme è la proletarizzazione. In secondo luogo, nel suo indicare che la cosa determinate per rompere con le «formazioni di carattere» reazionario che si ancorano ad un patriarcato arcaico, proprietario e dispotico, risiede nelle forme di vita. Nei mille piccoli gesti che fanno della vita quotidiana un luogo aperto, di cospirazione e di lotta, di incontro e comunanza. Oppure la trasformano in una prigione di tristezza all’aria aperta. Le ed i rivoluzionari, scrive Reich, hanno avuto fiducia nei libri e nelle indicazioni per una trasformazione della vita, mentre strati enormi di classe operaia continuavano a sposarsi, comprandosi una «camera da letto borghese», uscendo la domenica a passeggiare con il vestito «elegante», o barricando la propria casa per paura dei ladri… cioè dei propri vicini. Oggi non si esce «eleganti» la domenica, si esce il venerdì, il sabato o qualsiasi altro giorno. La camera da letto è inclusa nella «casa», la cui immagine desiderante viene bombardata sul divano di ogni casa, ogni notte, dalla televisione. L’immagine del capo di successo viene proiettata sulla grande multinazionale o sulla start up, con la promessa di una vita convertita in impresa faticosa, sempre in competizione con tutto e tutti. La generalizzazione del sentimento di vivere tra nemici ha fatto proliferare l’industria della sicurezza domestica, aumentando il numero di serrature e inferriate. E l’amore patriarcale si è scisso, tra il suo superamento paradossale nella comunità capitalista universale del terapeutico Grande Niente — che Cesarano analizzò già nel ’74—, il quale produce disastri narcisisti e la sua permanenza degenerata in storie che finiscono con massacri di donne, in rassegnazione nella famiglia che diventa così infelice per tutti, e nei piccoli frammenti conservatori e neofascisti contemporanei.

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Il movimento indipendentista è stato, in quanto unione di frammenti di mondo, una molteplicità reale. Però nei sui annuali incontri televisivi, di grandi personaggi desiderosi di Stato, è stato, sin dal 2012, un grande movimento sociale di una piccola borghesia la cui scomposizione compiva un salto qualitativo precisamente in questi ultimi anni. Un salto di impoverimento. Una piccola borghesia planetaria, come è stata chiamata, galvanizzabile in quanto massa in una strana maniera poiché, avendo come contenuto dei valori ormai esplosi, esprime allo stesso tempo, nella propria instabilità, la frammentazione del mondo. Di fatto, il movimento di massa indipendentista non è solo un frammento della popolazione del Principato, sappiamo innanzitutto che è interiormente frammentato, ingovernabile, da lì gli innumerevoli messaggi virali pieni di sfiducia mentre la tensione aumentava: «Alle ore 21 tutti a casa. Chi rimane in strada è un provocatore!». «Attenzione, è passata una macchina nera con a bordo poliziotti infiltrati. Nessuna risposta». «Siamo persone pacifiche…».

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L’esperienza di un esistenza piccolo-borghese è generalmente molto più intensa nel cuore delle aree metropolitane, per la sua condizione di luogo dello sradicamento e dell’isolamento. In un mondo segnato dalla degradazione fisica e metafisica, l’esistenza piccolo-borghese non si definisce tanto attraverso una rigida identità di valori, quanto per la paura di perdere una posizione sociale differenziata, relativamente sicura. La dissoluzione delle identità sociali definite, il borghese col cappello, il proletariato con la tuta, cappello o berretto, e bottegai piccolo-borghesi, ha portato all’elaborazione di figure come l’uomo anonimo o il Bloom. Definite entrambe, tra opportunismo e narcisismo, apatia e svuotamento, da una radicale ambivalenza: non essendo nulla, potrebbero essere qualsiasi cosa. Il figlio di un paramilitare della guardia civil potrebbe convertirsi nel più determinato insorgente armato. È certo, queste figure sono qui, esistono, dominano finanche il paesaggio occidentalizzato. Tuttavia, condividendo il corpo, ne sostengono biforcazioni o polarità interne, con esistenze piccolo-borghesi.

Ciò che voglio dire è che la maniera piccolo-borghese di esistere sussiste nella metropoli, anche se impoverita. E per questo più pericolosa. Inoltre essa rimane un frammento non minoritario nel movimento indipendentista. Come nel resto del populismo dell’epoca. Non solo, ma il migliore ambiente nel quale si cristallizza e prospera, bloccando altri divenire singolari, è lo Stato nazionalista. La piccola-borghesia è un frammento di mondo i cui affetti patriarcal-proprietari, di interesse e isolamento, di desiderio d’ordine e paura del caos, di panico rispetto alla molteplicità e all’alterità, la rendono incline a svolte autoritarie e neo-fasciste. Desiderio di polizia, desiderio di Stato. La comunità capitalista universale del terapeutico Grande Niente, in lotta da decenni contro la famiglia patriarcale come roccaforte di potenti vincoli, è trascinata dall’impotenza socialdemocratica, non meno proprietaria, isolata e interessata, desiderosa di ordine e timorosa del caos, nel ruolo più ridicolo dell’epoca. Maniere piccolo-borghesi pacificate, sempre sottomesse ad una minacciosa assenza di pace.

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Gli affetti piccolo-borghesi si cristallizzano come radicamento nello sradicamento, come vincolo esistenziale con un spazio-tempo che, in quanto metropoli qualsiasi, è un perfetto non luogo. Un’assenza fatta di velocità che, integrata nella mobilitazione globale capitalista, può ergersi in qualsiasi momento contro un suo simile come contro un mostro che ti espelle senza tanti complimenti. È quello che accade oggi a migliaia di famiglie nella Barcellona indipendentista… senza che si scateni per questo una giusta devastazione. Questo accadrebbe se il luogo abitato fosse una trama differenziata di vincoli tra il suolo e le tecniche, gli animali e le piante, gli umani e gli spiriti, fino ad arrivare al genius loci. Invece non è così. Migliaia di nuove immobiliari di lusso, che sono arrivate come un piaga in tutti i quartieri, ignorano il loro essere destinati a diventare una prateria in fiamme, nel mezzo di una insensata agitazione che, se non muta qualitativamente, parteciperà alla pacificazione della scia di sgomberi e sfratti. Esattamente come sindacati e partiti comunisti amministrarono la sconfitta operaia degli anni ‘70. Quando colui che stava per andare via, rassegnandosi ad una legge nella quale era stato direttamente coinvolto, decide di restare, organizzarsi e lottare, sta alterando i suoi affetti. Sta affermando il suo mettersi a rischio e limitando la sua possibilità, arricchendola nel suo stesso movimento. Incontra nella sua presenza la forza della plebe che esiste in ciascun corpo e si predispone ad entrare in secessione, con furore, con una violenza giusta, direbbe Luisa Muraro, in un frammento di mondo la cui intensità raggiunge la sua perfezione.

Da Parigi ai nostri amici dispersi per il mondo

Pubblicato in lundimatin#135, il 26 febbraio 2018

Da qui, da questo paese in cui respiriamo male un’aria ogni giorno più rarefatta, dove ci sentiamo ogni giorno più estranei, non poteva che succederci questa usura che ci mangiava, a forza di vuoto, a forza d’impostura. In mancanza di meglio, ci pagavamo con le parole, l’avventura era letteraria, l’impegno platonico. La rivoluzione domani, la rivoluzione possibile, quanti tra di noi ci credono ancora?

Pierre Peuchmaurd, Plus vivants que jamais (1968)

La brace cova sotto la cenere dell’anestesia macroniana. Il governo lo sa. È per questo che fa attenzione a risparmiarsi ogni prova critica. È per questo che attacca solo i deboli, o quelli che si dichiarano vinti in anticipo. È la strategia della non-battaglia: una guerra la cui vittoria consiste nello schivare ogni prova di forza decisiva. Non c’è alcuna adesione alle manovre governamentali al di fuori delle sfere governamentali, esse stesse del tutto mediatiche. Vi è invece un’immensa indifferenza, una disaffezione, una stanchezza e una demoralizzazione, una demoralizzazione alla quale i proprietari dello spazio pubblico lavorano assiduamente, giorno dopo giorno, Ma dalla fine deludente del movimento contro la legge Lavoro, vi è anche un insieme di energie diffuse, un insieme di diserzioni impercettibili che tracciano discretamente il loro cammino. Vi è un elemento infiammabile in sospensione che attende solo un’occasione per riaggregarsi, un’occasione che non sia la ripetizione meccanica della tattica superata del «corteo di testa». A questo si aggiungono, malgrado la sapiente comunicazione governamentale, così prodiga in contro-piedi, in effetti sorpresa, in giochi virtuali e altre finzioni, i primi effetti della politica realmente esistente. Questi effetti reali suscitano uno scontento che non si lascia stordire facilmente da tutti questi artifici. Se tutto non è alla fine, il burn out generale non è così lontano. Allora perché non mettere tutto Fuori Servizio, prima di essere se stessi Fuori Servizio? Invece che attendere che il potere ci dia l’occasione, cosa che non farà mai, di fermare il treno del malessere sul quale ci trasporta, perché non farla precipitare noi stessi questa occasione? Perché non deciderla? E poiché, in fondo, tutte le ragioni di fare una rivoluzione sono riunite, perché non darsi delle date e concentrare le forze?

Sembra che vi sia chi nel prossimo maggio vuole commemorare il maggio 68. Noi, francamente, ce ne sbattiamo del maggio 68. Si è fatto di meglio. Le nostre scritte durante la primavera 2016 relegano quelle del 1968 alla categoria del «si può fare di meglio», in quantità come in qualità. Onestamente tra «nel sabotare c’è della bellezza» e «godere senza tempi morti, vivere senza ostacoli» non c’è partita. C’è tutta la distanza tra il frizzante e il laborioso. E i nostri scontri, non c’è che dire: meglio organizzati, meglio equipaggiati, senza bisogno di servizi d’ordine trotskisti o maoisti, senza necessità di assemblee generali interminabili, senza capi. Tutto in fluidità, in molteplicità, in intelligenza della situazione. Solo che per noi, siccome siamo ancora qui, non c’è nessuno per commemorarci. Certo, d’accordo, non abbiamo bloccato il paese. Le occupazioni non sono state questo. I sindacati hanno completamente mandato in vacca gli scioperi. Non eravamo milioni come nel 1968. E poi, si ha un grosso problema di prospettiva: prima era sufficiente riprendere il mondo tra le mani più o meno così come era, adesso da un lato il mondo è completamente fottuto e dall’altro è talmente orribile che spesso non ce ne si può far nulla, a parte mandarlo al macero. Insomma, prima bisognava giusto riappropriarsi di ciò che c’era, adesso in più bisogna distruggere e riparare. Senza contare che anche noi non siamo proprio in buone condizioni. Allora, tutto questo significa che c’è molto lavoro da fare, il quale richiede molta immaginazione, molta sensibilità e una sufficiente disposizione alla metamorfosi.

Per quanto ci riguarda, quello che riprendiamo dal maggio 1968 sono 4 cose: 1- c’erano già dei «teppisti» all’epoca, ma quando si è tanti teppisti non si è più dei teppisti si è un evento; 2- non si arriva a nulla se non si perviene a bloccare il paese; 3- il livello di devastazione della Terra, la perdita di senso di tutto, la zombificazione della gente, l’aberrazione dell’ordine sociale, il trionfo della tecnocrazia e l’estensione del malessere, il capitalismo si è applicato a realizzare tutto quello che si diceva di lui nel maggio 1968; 4- poiché nel 68, organizzando l’abbondanza il potere ha raccolto la rivolta, si è detto che organizzando la penuria avrebbe forse avuto la calma. Non è sicuro che abbia avuto la calma, ma la penuria, si sa, non c’è dubbio che vi si sprofonda tranquillamente. Dunque, noi, ce ne fottiamo del maggio 68. Che Cohn-Bendit sia amico di Macron e Debord alla Bibliothèque Nationale non ci fa né caldo né freddo. E soprattutto non sono buone ragioni per non darsi appuntamento al prossimo maggio, vista la situazione. Non si lascerà che Macron svolga i suoi piani tranquillamente per i prossimi dieci anni. Non lasceremo che marcino sulle nostre teste recitando Moliére. Noi vogliamo distruggere il disastro.

Si potrebbe dunque fare così: invece che commemorare il 1968, cercare di organizzare un bel mese di maggio 2018. Far montare dolcemente la pressione attorno alla manifestazione dei ferrovieri & Co. del 22 marzo (quale sarebbe una strategia che metta fine alla maniera in cui la prefettura ha messo fine al «corteo di testa»? Perché non chiamare quella sera a una grande discussione aperta a tutti su quello che si potrebbe fare a maggio?). Tessere dei legami con quelli che vorrebbero far qualcosa ma che vedono anche che le «potenti centrali sindacali» non sono più «uno strumento di lotta adeguato», per dirla educatamente.

Tra il 22 marzo e il 31, far qualcosa per far comprendere al governo che sgomberi=scontri, che sia per la ZAD, i migranti o i luoghi occupati.

In aprile, restare presenti, tenere gli occhi aperti, ma soprattutto preparare un Primo maggio rivoluzionario a Parigi – gli ultimi due non sono stati male, malgrado la crescente ferocia delle tattiche poliziesche. In più, sicuramente, vista la data, vi saranno un sacco di greci, di italiani, di americani, di inglesi, di belgi, di tedeschi un po’ intrippati sul maggio 68 o su quello che è successo in Francia negli ultimi anni. Evidentemente bisognerà pensare a invitarli esplicitamente a venire per questa occasione, invitarli anche a restare e dunque accoglierli e fargli sentire che sono i benvenuti. Per il resto, tutto è da costruire – occupazioni, blocchi, scioperi, start-up da mandare all’aria, notti passate a discutere, manifestazioni selvagge come non si osa più farne, manifestazioni, una bordelizzazione del centro yuppificato di Parigi, non sono certo i bersagli né le occasioni che mancheranno in questo maggio 2018. Per questo bisogna cominciare da subito a captare le componenti disponibili di ogni orizzonte.

In poche parole: far crescere il nostro vantaggio (che cosa? voi celebrate il 68 e la rivolta sarebbe illegittima, l’occupazione illegale, il collasso del potere inimmaginabile, la rivoluzione impossibile e la felicità vietata??!!)

Far crescere il nostro vantaggio fino al punto di rottura.

A presto per discuterne in privato!

Niente è finito, tutto comincia.

Terrorismo sovrano

di Marcello Tarì

Bisogna avere fede ed esplorare ogni spazio siderale.
Abolire l’aldilà. Così ti stringo forte e grido Amore.
Cerco il Bene nell’orrore e l’Eterno nell’età.

                                              Baustelle, Radioattività

  • α

Il più grande merito del saggio di Donatella Di Cesare, Terrore e modernità, è quello di riuscire a far passare all’interno di un ampio pubblico, il libro appare infatti in una collana di Einaudi dedicata alla divulgazione, una verità inconfessabile: “[…] «terrorismo» è un’etichetta governata dallo Stato, un termine di cui lo Stato ha il monopolio, come ha il monopolio della violenza, è un marchio garantito, una denominazione d’origine controllata. In tal senso «terrorismo» si rivela il nome di una strategia politica e poliziesca” (p.53). Se tutti coloro che si trovassero a leggere questo enunciato ne tirassero le conseguenze pratiche, il governatore dell’etichetta avrebbe le ore contate. Un’altra conseguenza logica di quel postulato, il quale indubbiamente affina la nostra percezione dell’epoca, è che il nome antiterrorismo nomina l’operazione per cui è lo Stato stesso a far esistere il suo oggetto, il terrorismo cioè; la sua strategia in questo modo si rivela come un’eccezionale strumento di governamentalità perché lo Stato, ci dice Di Cesare, è nella sua essenza esposizione della sovranità e allo stesso tempo amministrazione del terrore verso i cittadini.

Uno degli effetti oggi maggiormente tangibili di questa strategia di governo consiste nella cosiddetta “militarizzazione del vita quotidiana”, la quale non sta nel fare di ogni cittadino un soldato, non consiste nel mettergli un mitra in mano e nemmeno nel farne un informatore consapevole, al limite non è nemmeno l’esercito nelle strade, il quale ne è piuttosto il lato spettacolare – servono a cosa i due soldatini sonnecchianti che incontro scendendo le scale della metropolitana?

 lo Stato, ci dice Di Cesare, è nella sua essenza esposizione della sovranità e allo stesso tempo amministrazione del terrore verso i cittadini.

Ciò a cui mira la strategia è piuttosto l’accettazione molecolare dell’ordine vigente da parte delle popolazioni. Conquistare o almeno occupare i cuori e gli spiriti rimane, nonostante tutto, la bussola di ogni operazione politica e quindi, per lo Stato moderno, immediatamente poliziesca.  Questa operazione si traduce nel fatto che i due attuali attori del «terrorismo» – i fanatici dell’Apocalisse di Al Quaida o Daesh e gli apocalittici che governano l’Occidente – impongono a tutti la loro verità, che funziona come una legge transnazionale, e cioè che il solo conflitto possibile, la sola guerra che vi è da combattere, sia la loro. A prescindere di chi sei e da come vivi, la sola questione sulla quale puoi legittimamente prendere partito e schierarti è quella in cui si guerreggia asimettricamente tra partigiani dello Stato occidentale e partigiani della jihad globalizzata. Insieme formano un dispositivo quasi perfetto.

Un’altra delle conseguenze del suo funzionamento, per noi rivoluzionari quella più problematica evidentemente, è che sono tutti gli altri conflitti ad essere passibili di essere criminalizzati, in quanto fuori-legge per l’appunto. Come sostiene il Comitato Invisibile nella sua ultima fatica: “Bisogna che accettiamo il fatto che la lotta, in questo mondo, è essenzialmente criminale, poiché tutto è divenuto criminalizzabile” (Maintenant, p.120). Lo vedete bene, non solo chi partecipa a una qualche manifestazione determinata ma chi aiuta i migranti ad arrivare o a fuggire, chi si schiera con gli indiani Dakota contro la distruzione delle loro terre sacre, chi vuole curare qualcuno al di fuori della medicina governamentale, chiunque pensi e compia un autentico gesto di secessione dal presente è un criminale.

Stato del terrore e organizzazioni parastatali come l’Isis condividono invece quell’essere fuori e dentro la legge che contraddistingue quel debole stato d’eccezione che permea ormai da tempo la nostra vita quotidiana. I loro illegalismi sono rivendicati pubblicamente come strumento di governo, di messa in riga del mondo, mentre, certo, non fanno che deformarlo.

Come sempre l’obiettivo dei dispositivi di governo è quello di neutralizzare ogni altra possibile presa di partito, qualsiasi cosa si presenti come anomalia nel suo funzionamento operativo.

Ogni cittadino, confrontato a questo scenario, così diviene inconsapevolmente a volte un soldato, a volte un terrorista, a volte un informatore e più spesso una vittima,  ma sempre all’interno della strategia consapevole del dispositivo Stato-terrorismo. Cosa significa, ad un livello medio dell’esistenza sociale, che la popolazione possa accettare questa militarizzazione della vita quotidiana?

Ad esempio che si impegni nella difesa della forma di vita che uniformemente gli è data da vivere nelle nostre metropoli. È successo già molte volte, anche in Italia, seppur in termini più astratti, vista l’assenza di una vera minaccia, che in molti, un arco di soggettività metropolitane molto ampio che può andare dall’anarchico all’hipster passando per l’ultras e l’impiegato modello, si siano sentiti in dovere di difendere il proprio diritto a godersi l’aperitivo nel quartiere gentrificato, a partecipare agli eventi consumistici più tipici della nostra civiltà o la semplice esposizione di sé nel teatro della valorizzazione. L’urlo del cittadino metropolitano “Voglio continuare la vita come era prima, continuare a fare le stesse cose che facevo! Questa è la mia libertà!”, riassume molto bene sia cosa si intenda per libertà nell’Occidente liberale che l’effetto di soggettivazione del dispositivo Stato-terrorismo.

La lotta per difendere la forma di vita del mondo-così-come-è – ovvero il liberismo esistenziale –  allora prende quasi impercettibilmente il sopravvento su quella per crearne di nuove. Lo jihadista non è altro che l’altro polo del dispositivo che, reagendo chimicamente, crea lo spazio di soggettivazione perché quello venga alla presenza.  Il conflitto di civiltà in questo modo si riduce a ciò che effettivamente è: uno scontro tra due interpretazioni del nichilismo che impregna i cieli deserti della nostra epoca.

Il dispositivo vince, nel momento in cui i soli conflitti presenti nel mondo sono di questo genere, oppure perde, quando un gesto interrompe il suo funzionamento e dentro questa sospensione compaiono i veri conflitti, le vere divisioni. Non perché gli effetti degli altri siano falsi, ma perché lo sono di una falsa contrapposizione, generati da una menzogna planetaria.

In questo senso la vera guerra emerge solo nell’interruzione della temporalità del terrore che è la stessa di quella del Governo. E questa interruzione non ha nulla a che fare con la “sicurezza”, di Stato o autogestita, ma con la possibilità di rompere quell’interdizione a fare un’autentica esperienza del mondo e di sé che il paradigma securitario prevede e impone come regola della convivenza sociale e ciò si fa rischiando, insieme ad altri, il contatto sensibile, esistenziale, singolare con ciò che di vivente resta in questo mondo e in noi stessi. Mi dispiace, ma non saranno delle ronde col braccialetto rosso a poterci salvare dalla catastrofe che comunque un qualsiasi evento bloomesco di massa già di per sé testimonia e approfondisce.

Potrà essere un caso o meno ma, mesi fa, con degli amici francesi si notava come il solo periodo in cui non ci sono stati “attacchi terroristici” nel loro paese sia stato quello dei mesi di rivolta contro la Loi Travail nel 2016. Sembra quasi una regola, quando il popolo è nelle strade e la gioventù si ribella a partire dalle vere questioni, quando si rovescia lo stato d’emergenza e i dispositivi di sicurezza girano a vuoto, il Governo non governa e il terrore si ritrae: il dispositivo è sospeso.

la vera guerra emerge solo nell’interruzione della temporalità del terrore che è la stessa di quella del Governo

  • β

Altre due questioni interessanti che Donatella Di Cesare tratta nel libro sono quella del “disordine plurale” e della progressiva indistinzione tra dentro e fuori, interno ed esterno.

Di Cesare scrive, molto opportunamente, che l’analisi di Zygmunt Bauman sulla modernità liquida è insufficiente se non proprio fuorviante, poiché mettendo l’accento solamente sulla fluidificazione del reale, trascura altri suoi aspetti che invece presentano “rigidità, resistenze, attriti” (p.13). Ed è a questo punto che lei parla di caos globale, del disordine plurale che ha sfigurato il vecchio mondo. Ciò che disordina il mondo non sono i cambi di governo, evidentemente, ma queste resistenze e rigidità le quali però possono essere di segno diverso e niente assicura, anzi, che non siano i fascismi o gli egoismi ad esserne i maggiori protagonisti.

Trovo però che il concetto di frammentazione sia più utile di quello di disordine per comprendere e agire in questa realtà senza più un centro, un significato e un ordine unificanti. È come se questo ordine globale, del quale tanto si è parlato negli scorsi anni, una volta calato sui mondi abbia provocato, con la pesantezza della sua presa su di essi, un innumerevole messe di crepe, di incrinature, di fratture che infine danno a vedere un mondo entrato in un processo interminabile di frammentazione. Ma, attenzione, è un processo iniziato oramai da un secolo a questa parte: “Non viviamo in un mondo in distruzione, ma in un mondo stravolto. Tutto tintinna e cigola come l’attrezzatura di un veliero cadente”, diceva Kafka a un suo giovane amico al principio degli anni ‘20. L’Ottobre rosso del ‘17 provò a opporsi a questo stravolgimento e a riparare  il veliero: non vi riuscì.

La leopardizzazione del reale, d’altronde, non la vediamo ogni giorno all’opera nel lavoro, nel diritto, nella guerra, nella vita individuale, e anche nel tempo? Ogni cosa ha perso non solo la sua unità ma il suo fondamento e questo è un dato metafisico, oltre che storico. Reiner Schürmann lo aveva già diagnosticato un paio di decenni or sono: le egemonie sono in pezzi, il soggetto anche e così i fenomeni divengono singolarità selvagge che si muovono a diverse velocità in un mondo an-archico. E i maggiori sforzi di chi governa sono volti a occultare con qualsiasi mezzo questa situazione di fatto, questa verità.

L’iper-violenza dello Stato occidentale quanto quella dei «terroristi» risponde, o meglio corrisponde a questa perdita di fondamenti che è allo stesso tempo una perdita di legittimità. In questo senso ha ragione Di Cesare nel mostrare che il fine che gli jihadisti perseguono non è una lotta contro la sovranità, bensì è una lotta per riaffermarne una di tipo teologico-politico, quella che la modernità avrebbe inteso cancellare, sebbene ne restino tracce e frammenti, ad esempio in una istituzione insospettabile come la polizia o negli arcani dell’economia. Sia lo Stato che i «terroristi» sono atterriti da questa frammentazione, vorrebbero riportare ogni cosa al suo “principio”, al suo ordine, alla sua unità. Gli uni e gli altri sono diverse sfaccettature del vecchio ed esangue potere costituente, cioè della sovranità in movimento,  in corsa verso la sua implosione. E infatti, più cercano di unificare e più il mondo si frammenta. Più potere costituente vogliono e più ogni cosa si dissolve o viene destituita. Volevano costruire l’Impero postmoderno e hanno ottenuto il caos geopolitico, volevano un nuovo ordinamento costituzionale e si è prodotto la fine di ogni ordine giuridico, volevano la pacificazione e ciò che hanno avuto è la rottura di ogni tipo di patto sociale. È per questo che si è tornati a parlare di guerra civile mondiale, non certo per un qualche vezzo schmittiano o arendtiano.

Ogni cosa ha perso non solo la sua unità ma il suo fondamento e questo è un dato metafisico, oltre che storico.

È evidente, almeno così ci pare, che per i rivoluzionari la frammentazione è un’occasione e non qualcosa da respingere inorriditi o da contrastare per mezzo delle moderne, e impotenti, credenze universaliste. Altrimenti chi ne farà uso saranno i nemici di sempre: fascisti, teocrati, razzisti, poliziotti di varia natura.

Intendere la frammentazione per un divenire rivoluzionario significa ripetere il ragionamento che Walter Benjamin fece parlando di Kafka, cioè che la vera grazia sta nell’incompiutezza: nel frammento può risiedere la vera perfezione perché il suo essere così impedisce alla Legge di manifestarsi compiutamente. Il comunismo non è pensabile come una totalità unificante che si imporrebbe a sua volta sui mondi, bensì come l’arte della coesistenza dei frammenti, che è anche dire dei loro conflitti quanto della costruzione paziente dei passaggi, dei cammini, dei ponti per far comunicare un mondo con l’altro, un frammento con l’altro. Infine un divenire forma-di-vita di ciascun frammento che così raggiunge la propria, transeunte, perfezione.

Per ciò che riguarda invece la questione dell’interno e dell’esterno che secondo Di Cesare non tanto si indistinguono ma entrano in un processo nel quale tutto diviene “interno”, tutto è solo “dentro” – “l’esteriorità si è dissolta” (p.13) –  a me sembra invece che sia il contrario che tendenzialmente si avvera. Tutto diviene esteriore, ogni cosa è fuori di sé, non avendo più fondamento e unità appunto, e così si determina un approfondimento di quello che in altri tempi veniva chiamata alienazione. O forse sarebbe meglio dire estraneazione. In un mondo privo di interiorità, il fuori non è più il luogo dell’utopia né dell’alterità, bensì quello della ferrea normalità del dominio, il presente come esteriorità assoluta. Estranei a sé e agli altri, oltre che al proprio lavoro e ai propri luoghi, questa sembra essere la cifra dell’esistenza metropolitana. Il mondo impazzito nel quale viviamo è così perché è un mondo che ha perso se stesso. Il mondo è fuori dal mondo, ed è inabitabile. L’abitazione è divenuta piuttosto un luogo digitale, come la soggettività e come persino l’amore. Eric Schmidt, il signore di Google, in una riunione del World Economic Forum, alla domanda sul futuro di Internet, ha potuto candidamente rispondere che “l’Internet scomparirà”, poiché “diventerà inseparabile dal nostro essere (…) sarà sempre parte della nostra presenza”. È il divenire infrastruttura degli esseri i quali, per diventare canali conduttori della loro merda, devono svuotarsi di qualsiasi interiorità, evidentemente.

La guerra stessa, si pensi ai droni, viene concepita dai governi e dai generali come qualcosa di radicalmente esteriore: dopo essersi trastullato con il joystick, bombardando un villaggio a decine di miglia di chilometri di distanza, l’aviere senza aereo torna dalla propria famiglia, cioè a pochi metri da questa caserma che assomiglia in verità ad un centro commerciale. A fronte di questa “realtà” è possibile credere che il vantaggio del jihadista sia nel fatto che questo quantomeno cerchi di ricostruire un’interiorità che è anche una forma di appartenenza, ma è anch’essa vuota ed esteriore come possiamo facilmente ricavare dalle cronache che ci raccontano di cose come la “radicalizzazione su internet” dei militanti jihadisti o nell’appartenere del “terrorista” a una comunità globale composta da estranei. Potremmo dire che è un’interiorità costruita dall’esterno, esattamente come quelle occidentali. Entrambe, alla fine, deludono.

A noi resta dunque il compito di costruire non solo un’interiorità degna di questo nome, ma anche un fuori che sia politicamente abitabile. Uscire da questo mondo, per riaffermare la realtà dei mondi. Distruggere le condizioni di possibilità di questo mondo, il capitalismo, e costruire mondi sono elementi di uno stesso gesto. Elaborare delle forme per vincere sull’apatia e sulla dittatura della paura: liberare i luoghi dagli ostacoli che ne impediscono l’abitabilità significa creare lo spazio e il tempo perché le forme appaiano. Ma per permetterne l’apparizione  bisogna sospendere il presente, mettere fine al suo continuo ronzio, annientare il nulla.

Ciò che forse resta per noi da comprendere è che anche riparare la nostra interiorità non vuol dire ricercare l’unità perduta del sé, ma l’accettazione di essere noi stessi composti da frammenti i quali ci appariranno in un primo momento forzatamente come caotici, come lacerti privi di un qualsivoglia senso e tuttavia, se facciamo attenzione e guardiamo alle nostre vite per quello che sono, continuiamo a chiamare individuo una creatura che si è storicamente costituita attraverso incontri, esperienze, affetti, racconti, preghiere, canzoni, odori, colori. Oppure separandosi da essi. È dunque nella paziente costruzione o scioglimento dei legami tra i frammenti che ci costituiscono e ci disfano e poi facendolo con altri aggregati, umani e non umani, che possiamo dargli una forma, la forma di una vita comune. E il comunismo è da sempre il desiderio e l’arte di dare una forma alle comunità, una forma che risuoni di giustizia.

  • γ

In questo profluvio di analisi, previsioni o storicizzazioni dell’Altro che riempie l’infosfera, in questa chiacchiera continua sui musulmani o su qualsiasi altra cosa di cui non sappiamo quasi nulla, ciò di cui si dimentica chez nous è quanto e come, ancora oggi, le potenze religiose nostrane siano ancora attive – si pensi al legame tra il protestantesimo e il “rigore” economico-politico di paesi come la Germania – e di quanto lo stesso capitalismo sia una religione, un culto molto particolare, come Benjamin scrisse in degli appunti ancora troppo poco considerati in ciò che contengono di strategico. Mario Tronti  ha potuto in questo modo fatto notare maliziosamente che questa distrazione in realtà è una distrazione su noi stessi: “Religione e politica sembra oggi un tema piuttosto extra-occidentale. Ma non è così; credo che dobbiamo trovare una misura, una sobrietà, sul tema, nel senso che dovremmo occuparci di ciò che siamo, di ciò che ci riguarda, più che occuparci di come dovrebbero essere gli altri” (in M.Cacciari, M. Tronti, Teologia e politica al crocevia della storia, corsivi suoi).

Muntzer contro Lutero resta ancora un’indicazione precisa e preziosa in questo senso. Se una guerra, una guerra di religione, deve essere combattuta qui e ora dai rivoluzionari, in questo Occidente, non è quella dei secolarizzati contro gli islamici fondamentalizzati, dei bevitori di aperitivi contro i moralizzatori o dei partecipanti ai rituali massmediatici contro gli asceti provvisti di cinture esplosive,  bensì quella degli eretici contro i legislatori dell’anima e del corpo, quella dei senza nulla contro i padroni e i signori del mondo, quella della forma-di-vita contro l’informe spettralità dell’ordine del terrore. La sovranità, di qualunque colore sia, deve essere destituita. È così che si apre la strada del Bene nell’orrore.

il comunismo è da sempre il desiderio e l’arte di dare una forma alle comunità

E il libro di Donatella Di Cesare si chiude infatti proprio su questa questione, per noi la più cruciale, la sola che, correttamente posta nella pratica, ci permetterebbe di uscire definitivamente dalla morsa del dispositivo del terrore sovrano:

“Nell’erranza globale, che non ha risparmiato la sovranità, che l’ha resa fluttuante, piuttosto che cercare artifici, protesi, supplementi, non senza violenza, non senza colpi di forza, non senza terrore, occorrerebbe invece rinunciare in modo incondizionato e definitivo a ogni sovranità”.

Rompere con il governismo dentro di noi

di Hobo (Bologna)

Appunti su un movimento che non c’è stato

In questo anno di ricorrenze e celebrazioni, i numeri si sprecano. 17 e 77, 100 anni dal cielo assaltato e 40 dal cielo che si immaginava caduto sulla terra. All’inizio del 2017 un altro numero sembrava poter far deflagrare qualcosa: 36. Questa volta il numero di una via, Zamboni, e di una città, Bologna, in cui per qualche settimana ha fatto irruzione il possibile. L’abbiamo visto e toccato con mano, quando in febbraio svariate decine di studenti e studentesse hanno tirato sedie, tavoli e tutto ciò che capitava contro i celerini che avevano assaltato una biblioteca per sgomberarla. E poi quando, di lì a pochissimo, in centinaia hanno raccolto le pietre dal selciato, rovesciato i cassonetti e si sono battuti contro la polizia per le strade della cittadella universitaria. E ancora di più quando hanno popolato i cortei e dato vita ad assemblee talmente numerose che non era più possibile contenerle nell’aula 3, la più grande del vicino 38. Ancora numeri, numeri che se non si fa attenzione danno alla testa.

Non è stata una possibilità caduta dal cielo. E non è stata nemmeno una possibilità prevista dalle evoluzioni terrestri, con quell’oggettivismo radicato nella mente di tanti gruppi che pensano di prepararsi ai movimenti come si aspettano le stagioni. Non deve stupire, allora, che troppi finiscano per girare politicamente col cappotto quando brucia un fuoco imprevisto nel mezzo dell’inverno e atteggiarsi in maniche corte quando spira forte il gelo nel pieno di quello che loro pensavano essere il mitologico autunno caldo. Per citare ancora una volta un nostro vecchio cattivo maestro troppo poco studiato, la lotta erroneamente definita “anti-tornelli” è stata una possibilità che per anni abbiamo tentato di organizzare per quanto non ce la aspettassimo.

i tornelli hanno costituito l’innesco, quasi un pretesto per una lotta in cui si sono riversate questioni e tensioni profonde e accumulate

Dobbiamo infatti precisare che, fin dai primi momenti assembleari e nelle discussioni con i partecipanti alla mobilitazione, era evidente come i tornelli non fossero la questione centrale. Fatte le debite proporzioni, come è avvenuto in Francia con la ben più rilevante Loi Travail, anche a Bologna i tornelli hanno costituito l’innesco, quasi un pretesto per una lotta in cui si sono riversate questioni e tensioni profonde e accumulate. Addirittura, non di rado capitava sentire studenti e studentesse che si dicevano disinteressati o privi di una reale idea rispetto alle famigerate barriere, o che al 36 non ci erano mai neppure andati. Si trattava dell’occasione per una lotta collettiva contro i processi di utentizzazione e precarizzazione, contro la formazione alla crisi e al declassamento, contro l’università delle promesse tradite e della chiusura degli spazi di socialità e autonomia. E in piazza il riconoscersi in una parte contro l’altra parte, sentirsi simili, la possibilità di liberarsi da un presente di merda, l’odio per la polizia. Temi e questioni che avevamo parzialmente anticipato, ma che ora si incarnano embrionalmente in percorsi di resistenza, rifiuto e contrapposizione con forme e linguaggi completamente differenti dai lessici delle rivendicazioni classiche e dalla grammatica dei diritti, allo studio oppure ai servizi – lessici e grammatica a cui restano in buona misura ancorati i gruppi di “movimento”, ovvero i gruppi politici che operano in assenza di movimento. Parlando e chiedendo (non si dovrebbe fare un po’ anche così l’inchiesta?), emergeva come per molti la mobilitazione fosse l’occasione per prendere parola e partecipare in prima persona, per recuperare o costruire una corporeità delle relazioni collettive al di fuori dell’alienazione dei social network e della mediazione macchinica. A dimostrazione che l’irreversibilità dell’innovazione e dell’accelerazione è un indimostrato atto di fede della sinistra religione tecno-progressista.

Nell’università o nella vaga categoria di “generazione”, sotto le ceneri di un’apparente pacificazione, ribollivano quindi frammenti e comportamenti di potenziale conflitto, che aspettavano o erano aspettati da un’occasione per condensarsi. In parte il nostro piccolo e generico noi organizzato li ha colti, in parte no. Il problema maggiore, però, è che quando si sono manifestati, non abbiamo saputo comprendere il loro funzionamento, le loro motivazioni, la loro potenzialità di sviluppo. Alla prima assemblea hanno preso parte circa 600 studentesse e studenti, numeri che in università (a Bologna e non solo) non si vedevano dall’Onda-bis nel 2010.

Al rituale procedere degli interventi programmati, al susseguirsi di linguaggi in codice, alla vista di una gestione rigidamente predeterminata affinché le proposte approvate fossero quelle già decise in anticipo, insomma di fronte a un’assemblea troppo simile a un post su facebook a cui si può mettere semplicemente like o tutt’al più qualche commento non perturbante, nemmeno troppo pian piano in molti hanno iniziato ad abbandonare la scena. Nel giro di poche settimane le assemblee sono tornate a essere quasi esclusivamente partecipate dai militanti di gruppi e collettivi. La condensazione collettiva si era sciolta e i frammenti sono, almeno apparentemente, ridiventati tali.

il messaggio delle autonominate presidenze assembleari era: non deve succedere nulla che non sia già previsto.

Tutto questo non lo diciamo per un’ingenua fiducia spontaneista che non abbiamo mai avuto. La spontaneità non è infatti sempre buona, anzi spesso non lo è. Lo diciamo perché riteniamo altrettanto dannoso il feticcio organizzativista, immaginando cioè la gestione organizzativa della propria piccola struttura come il fine e non più il mezzo della lotta, disposta perfino a soffocare lo sviluppo di un potenziale noi collettivo. Contrariamente all’affermazione del nostro vecchio cattivo maestro, il messaggio delle autonominate presidenze assembleari era: non deve succedere nulla che non sia già previsto. Va inoltre aggiunto: la spontaneità che abbiamo intravisto a febbraio era avanzata, matura, radicale. Alcuni tratti risuonavano, ancorché in forma appena accennata, con i comportamenti visti nella génération ingouvernable francese – quella che si è espressa nelle strade, non sulle bandiere.

Nella sua forza e nella nostra debolezza, questo movimento che non c’è stato ha materializzato le tracce per scommettere su ciò che può essere

Noi pensiamo che i militanti debbano tentare sempre di aprire le porte al possibile, permettere all’organizzazione di fare un salto sui nuovi livelli determinati da questo tipo di spontaneità. E fare in modo che il nostro piccolo noi si trasformi nel salto insieme alla trasformazione di un noi più grande ed espansivo (non si dovrebbe fare un po’ anche così la conricerca?).

“Siamo troppo pochi, non si può occupare!”, “i tempi non sono maturi, bisogna aspettare!” hanno ripetuto affannati rappresentanti dei gruppi (con alleanze da macchiettistica realpolitik), di fronte a centinaia di giovani stufi dei governi tecnici e del pensiero del calcolo ragionieristico; “i rapporti di forza sono una scienza esatta!” ha urlato dalla presidenza chi quest’anno celebra quel lontano Ottobre che fu fatto da una piccola minoranza di rivoluzionari contro la pseudo-verità oggettiva proclamata dal capitale e dai socialdemocratici di tutte le risme. Ecco allora comparire la cattiva numerologia, quella delle maggioranze e delle minoranze da opinione pubblica, quella dei parlamenti e dei parlamentini, quella della quantità democratica contro la qualità rivoluzionaria. Il rischio è che gli studenti vedano i militanti dei gruppi antagonisti come un qualsiasi burocrate di partito, che i collettivi vengano travolti da quel sentimento che il potere ha bollato come “anti-politico”, perché esprime in forme ambigue, magari rozze e confuse, l’estraneità alla politica istituzionale. Il rischio è, in altri termini, che le organizzazioni possano definirsi “di movimento” finché un movimento reale non c’è. Quando i movimenti ci sono e sfuggono alla governabilità, devono essere limitati o ricondotti negli argini della loro capacità di gestione.

È proprio l’assillo della gestione e della governabilità del movimento che ha reso sempre più insistente il ritornello sulla vertenzializzazione della lotta, la ribadita necessità di restare chiusi intorno al 36 e alla questione del tornelli, la strenua opposizione a generalizzare il conflitto. Non stiamo parlando male a priori delle vertenze, utili laddove sono strumenti per sviluppare le lotte; stiamo invece parlando male del vertenzialismo, malattia infantile dell’antagonismo, il pensare cioè che il risultato vertenziale sia l’obiettivo ultimo di un movimento. O più prosaicamente, che il risultato raggiunto permetta a una struttura “di movimento” di potersi fregiare di una medaglietta e qualche adepto in più. Bisogna infatti attaccare una doppia apologia, per la sconfitta e per la vittoria. La prima è la classica voglia di vittimità. La seconda è la classica voglia di vertenzialitá. Entrambe profondamente di sinistra, e noi di sinistra non siamo mai stati; entrambe bloccano i processi di costruzione delle lotte e dell’autonomia, e noi siamo autonomi. La vittoria per i rivoluzionari non si misura solo in termini di risultati concreti, ma innanzitutto in termini di avanzamento collettivo nei processi di controsoggettivazione e rottura. In questo caso, poi, la “vittoria” propagandata è il presunto venir meno di un tornello in una biblioteca, risultato che – come abbiamo visto – non era certo parte delle motivazioni principali che hanno spinto alla lotta. (Aggiungiamo, a onor del vero, che mentre scriviamo il 36 è ancora chiuso, il rettore ha annunciato che lo aprirà quando vuole, già “gentrificato” e magari con dei guardioni al posto dei tornelli, e sempre quando vuole lo richiuderà.)

Sia chiaro: non pensiamo che l’ingovernabilità sia sufficiente alla rottura rivoluzionaria. Pensiamo però che l’ingovernabilità sia oggi la condizione di possibilità della rottura rivoluzionaria. È dentro lo spazio dell’ingovernabilità che vanno ripensate le forme dell’organizzazione, senza che questo spazio sia chiuso da chi si candida a essere il rappresentante di uno stucchevole governo degli ingovernabili. Nella sua forza e nella nostra debolezza, questo movimento che non c’è stato ha materializzato le tracce per scommettere su ciò che può essere, per ricercare la strada dei movimenti a-venire, per approfondire il rapporto tra processi di organizzazione e salti in avanti.

Sia chiara un’altra cosa, a mo’ di premessa e di una conclusione che vuole aprire. Qui proponiamo una riflessione a voce alta sui problemi che ci attanagliano, non ci frega niente di sprecare e far sprecare tempo in un autoreferenziale j’accuse verso qualcuno o qualcun altro. Vogliamo mettere i nodi sul tappeto, discuterli collettivamente, scuotere via la pigrizia autocelebrativa che ha avvolto i nostri ambiti politici, riducendoli a piccole botteghe in cui gestiamo un misero esistente da commercianti di noiosi selfie antagonisti. Per praticare la rottura della società del nostro nemico, dobbiamo rompere con quel nemico che ci portiamo dentro, che si incarna nelle nostre menti e nei nostri cuori, che tenta continuamente di farci ragionare come lui. La rottura è il tempo della possibilità, la costruzione di uno sguardo liberato, la conquista di una nuova prospettiva. Perciò rompere, rompere, rompere. Perché l’autonomia è ricerca della rottura, oppure non è; la pratichiamo e reinventiamo continuamente nel tentativo di rovesciare la resistenza sociale in potenza di attacco politico; si costruisce allargando il rifiuto, non proclamando l’identità; è un processo di contro-soggettivazione e ricompositivo, non un codice proprietario. Perché l’autonomia vive nel metodo rivoluzionario, non sui loghi delle felpe. Allora osare scommettere, osare agire, osare fare la rivoluzione. Non è forse per questo che viviamo?

Parigi, 1° Maggio 2017: il fiammeggiante ritorno del «corteo di testa»

 Macron ti si farà piangere. Firmato: i giovani
(tag comparsa il Primo maggio a Parigi)

 

Il 1° Maggio, ancor prima di essere da poco più di un secolo la festa dei lavoratori, è sempre stata la ricorrenza di Beltaine, questa festa pagana diffusa in ogni angolo d’Europa la quale celebra, passando per il fuoco e l’unione del principio femminile con quello maschile, la fecondità e la rigenerazione dei mondi, il passaggio dall’oscurità alla luce, il risveglio dei sensi, l’insorgere della natura, la vita che vince la minaccia del nulla.

L’intelletto comune non sceglie mai a caso le sue date.

Alcuni amici di Qui e Ora hanno avuto l’intuizione che per questo Maggio sarebbe valsa la pena vivere l’evento di  festa a Parigi.

 Il corteo di testa è un’esperienza

Una scritta apparsa sul muro di un’avenue parigina durante il riot del Primo Maggio, “corri compagno, un mondo di vecchi è dietro di te”, ci pare aver espresso bene il sentimento di questa festa insurrezionale: la rigenerazione del mondo passa attraverso la sottrazione sia individuale che collettiva a questo universo sociale che odora di morte e al quale, per tenersi in piedi, è restata solo la polizia come muro portante. Per tutti gli altri essa è infatti solamente un duro e allo stesso tempo banale ostacolo alla vita.

Le forme del conflitto seguono le rotture e le ricomposizioni di quelle della vita, cioè degli incontri, dei legami, degli affetti che le danno forma a sua volta. Per questo sono forme nomadi: un giorno sono a Barcellona, l’altro ad Atene, l’anno prima a Roma, l’anno dopo a Berlino, oggi a Parigi e domani chissà. Tutto dipende dall’intensità alla quale quella forma può arrivare e spesso, purtroppo per noi, tutto si risolve in una sola giornata. Il problema dei rivoluzionari oggi è infatti come dare consistenza, profondità e continuità alle sue forme.  E attraverso queste portare l’intensità a superare la dimensione del punto e farsi linea, piano, vita.

È da circa un anno, dalla primavera del 2016, che in Francia è apparsa la forma politica attualmente più viva sul piano europeo. Il “corteo di testa” è oggi, senza alcun timore di smentita, la forma ritrovata di cosa vuol dire autonomia, di che significa praticare l’offensiva e provare la gioia del combattimento, di che vuol dire fare un buon uso di sé e dei legami con gli altri , quelli con i quali si abiterà il piano d’intensità, con i quali si camminerà sulla linea discontinua che, passo dopo passo, disegna un divenire rivoluzionario.  Il corteo di testa è più di una tattica, è più e altro di un’espressione della politica, il corteo di testa è un’esperienza e sappiamo bene quanto poche siano le possibilità di farne nella civiltà in decomposizione in cui ci troviamo a vivere, ovvero uno spazio operativo in cui le esperienze non le fanno i corpi ma sono delegate, si fa per dire, ai dispositivi tecnologici. Anche per questo, chi voglia capirci qualcosa deve innanzitutto levarsi dagli occhi le lenti con il quale  è abituato a pensare e vivere “la politica”: per correre, compagno, è meglio che provi a liberarti del peso del tuo vecchio bagaglio. Ciò che serve lo troverai per strada, insieme agli altri che diverranno così i tuoi compagni.

In breve, il corteo di testa ci parla di cosa può significare vivere e lottare all’altezza dell’epoca nella nostra parte di mondo, dove viviamo, non dove vorremmo o fingiamo di essere. Esso espone un gesto appropriabile che apre alla possibilità di uscire da questo presente. Ciò non toglie che vi sia ancora molto da fare, da distruggere e costruire, per arrivare a superare un’ulteriore soglia etico-politica e gli stessi compagni francesi, essendone perfettamente consapevoli,  iniziano a ragionare ad esempio su come inventare e mettere su dei “comitati d’azione” non solo nelle scuole ma negli ospedali, nelle fabbriche, nei quartieri, ovunque. Degli organismi capaci di far comunicare tra loro giovani e pensionati, banliesaurds e universitari, corteo di testa e sindacati e così creare i presupposti di un’organizzazione comune. L’idea dei comitati d’azione viene proprio dalla considerazione che, nella misura in cui si parte da delle possibilità pratiche, quelle che ogni situazione contiene, essi sarebbero, almeno in linea di principio, aperti a chiunque voglia battersi: “nell’azione non ti si chiede che cosa sei, ma che cosa fai e ciò che vi è da fare”.

Tuttavia qui e ora, quantomeno in Europa, la forma di autonomia e di potenza sperimentata in Francia nel corteo di testa offre a tutti noi la possibilità di leggere attraverso di essa i propri limiti e il primo limite è proprio l’incapacità di molti di figurarsi al di fuori dei propri asfittici confini nazionali o addirittura cittadini, se non quelli di appartenenza ideologica, con buona pace della retorica europeista e/o internazionalista che inflaziona i nostri lidi. Volenti o nolenti veniamo modificati tanto dai movimenti di stato e capitale quanto da quelli rivoluzionari e in un senso come nell’altro è il loro studio, la condivisione delle esperienze e il cercare la propria singolare interpretazione delle forme che, solamente, può farci crescere e divenire più forti. Più veri, anche.

Poiché è sempre così, dalle scintille emanate dal fuoco della rivolta, che i nuovi mondi si aprono nella vita di tutti e di ciascuno.

Dentro la fenice

Nei giorni precedenti il Primo Maggio vi era stato un certo scoramento tra i giovani e meno giovani compagni; la gente non era scesa in piazza in gran numero come avvenne nel 2002, quando Le Pen padre arrivò a superare il primo turno nelle elezioni presidenziali. Nei giorni successivi al 23 maggio, la giornata del primo turno elettorale, infatti solamente i liceali si sono organizzati praticamente, bloccando le scuole e lanciando diverse manifestazione selvagge. Come se una rassegnazione generale avesse fatto presa sugli spiriti, ricomponendo il gregge per dirigerlo verso la cabina elettorale come lo si conduce al macello. Pareva come se il gioco politico del momento fosse quello di far tornare tutto a prima del 2016, come se la rivolta contro la Loi Travail non fosse mai avvenuta. Ma 2+2 non fa mai 4. Difatti i compagni sostengono che non sono due i turni di questa campagna politica, bensì tre: ogni volta che vengono chiuse le cabine elettorali comincia l’altra campagna e dopo il secondo viene il terzo di turno, quello destituente.

Come una fenice, anche questa volta materializzatasi nel corteo di testa e poi lanciata in fiamme contro i CRS (celerini), lo spazio autonomo del corteo di testa è riapparso il Primo Maggio: vivo, denso e forte. Chi, in quella manifestazione di decine di migliaia di persone, ha compreso che esso è attualmente il solo spazio di uscita dal ricatto al quale si è ridotta ogni politica, ha rimontato il lungo serpentone della manifestazione e, scavalcando servizi d’ordine sindacali e squadroni della polizia, ha raggiunto la testa. Perché una delle virtù di questa forma è appunto la sua raggiungibilità, la quale non è affatto data dalla castrazione della forza selvaggia del corteo, ben al contrario, è una forma porosa attraversabile da chiunque senta dentro di sé il desiderio di combattere al di là e a volte contro ogni identità e appartenenza, compresa la propria ovviamente. Il carattere destituente del corteo di testa è infatti rivolto tanto all’esterno che al suo interno. All’esterno perché è con ogni evidenza una manifestazione di estraneità offensiva verso l’ordine esistente, al suo interno perché il solo segno di appartenenza è al limite segnalato dai k-way neri e dai fazzoletti e passamontagna che coprono il volto. È autonomo chi si comporta da autonomo; come già nel 1977 italiano, questa è la regola alla quale le diverse soggettività che compongono il corteo di testa si attengono.  Liceali, sindacalisti sinceri, vecchi e nuovi militanti, disoccupati, lavoratori, banlieusards depongono le loro identità e vivono un rinnovato sentimento di uguaglianza e fratellanza: qualunque è il nome della sua composizione. È in questo modo che il corteo di testa ha potuto contare durante la manifestazione del Primo Maggio tra le 1500 e le 3000 presenze. Presenza molteplice e affermativa contro Le Pen, contro Macron, contro il lavoro, contro le elezioni, contro la vita di merda, contro la metropoli: una pioggia di molotov contro il niente.

All’inizio della giornata, già verso le 14 h, la “testa” del corteo di testa, tra le 300 e le 500 persone, si è trovata, grazie ad una manovra congiunta della celere e del servizio d’ordine della CGT, separata dal resto della manifestazione, o sarebbe meglio dire che è la manifestazione a essere stata separata in questo modo dal corteo. La strategia politica della prefettura è sempre la stessa: cercare in ogni modo di isolare gli uni dagli altri, evitare gli incontri e scongiurare le solidarietà.  I CRS hanno quasi immediatamente cominciato a sparare ad alzo zero contro la testa di corteo un’infinità di lacrimogeni, pallottole di gomma e granate stordenti, attacco  al quale è stata data una risposta decisa, fino al lancio di alcune molotov, tra le quali quella immortalata da un fotografo siriano e che ha fatto il giro del mondo, avendo preso in pieno un poliziotto. Nel frattempo un altro gruppo che contava meno di un centinaio di persone affrontava la polizia, e incidentalmente anche un servizio d’ordine sindacale, anche dal lato opposto, quello del grosso della manifestazione che desiderava congiungersi con gli altri, cosa che ha permesso di abbassare leggermente la pressione sulla testa la quale, a un certo momento, si è trovata comunque costretta ad avanzare verso place de la Bastille e poi su via Daumesnil. In questo punto la polizia ha caricato e massacrato diverse decine di persone, sia per mezzo delle loro armi cosiddette non letali che con i loro bastoni. Una fitta nube di gas riempiva la strada, non si riusciva a vedere oltre un metro dal proprio naso.

La manifestazione ha quindi raggiunto e formato il corteo di testa, il quale si è finalmente composto  acquisendo tramite la sua stessa molteplicità un aspetto ancora più offensivo, non permettendo più alle milizie del governo di spezzare il corteo o di isolare dei gruppi per tutto il resto del percorso. Ancora e ancora “tout le monde dèteste la police”.

Poco prima di arrivare al termine della manifestazione, prevista a place de la Nation, il corteo di testa ingaggia una intensa battaglia con i CRS che cercano a più riprese di caricare e spezzare nuovamente il corteo: vengono caricati e respinti a loro volta. Purtroppo riescono a bloccare e arrestare qualcuno, pestandolo dietro i loro cordoni, cosa che fa montare ancora di più la rabbia. Bisogna a volte camminare velocemente a zig zag o a capo chino dietro le automobili per cercare di non essere raggiunti dalle pallottole di plastica o dai frammenti rilasciati dalle granate, ma chi viene colpito trova fortunatamente dei commando di street medic a soccorrerlo. Questi conteranno alla fine 150 feriti, alla quale bisogna aggiungere i molti che non sono ricorsi alle loro cure, a fronte dei tre poliziotti sbandierati dai media e dal governo, tra i quali uno si è ferito da solo alla mano non avendo gettato in tempo utile la granata che voleva far planare sui manifestanti. È da sottolineare che l’agire della polizia non mira semplicemente a “intimidire” ma esplicitamente a fare del male, a ferire, a mutilare.

A non molto dal termine della manifestazione due brigate di agenti poste a due angoli di strada, quasi uno di fronte l’altro, e che sparano continuamente gas, flashball e granate antiaccerchiamento vengono affrontate duramente dal corteo di testa. Le lastre in marmo della facciata di un palazzo borghese vengono letteralmente smontate e fatte a pezzi per farne dei proiettili che, insieme a diverse molotov, convincono le truppe a restare ben ferme nel loro angolo. Rimbomba forte per tutto il boulevard uno slogan leggermente modificato rispetto all’originale: “Di chi è la strada? La strada è nostra” diventa “Di chi è la strada? Di quelli col passamontagna”. Le ultime molotov vengono scaricate, prima di arrivare in place de la Nation, su di una campana di vetro e ferro per la ricarica delle odiatissime autolib tra gli hurrà della gente.

Alla fine si ride, ci si saluta in diversi idiomi, ci si disseta.

 La forma è contenuto

Il corteo di testa è dunque la “novità” consegnataci dalle manifestazioni francesi. Un vero e proprio campo di aggregazione e intensificazione delle più diverse soggettività ma dentro il quale nessuna di esse sembra prevalere, mostrandosi piuttosto come una sorta di spazio misto in cui esprimersi liberamente, con un grado di offensività evidente, ad ogni discesa in strada. Il corteo di testa, come dicevamo, è ad oggi l’ unica forma politicamente viva in Francia, dentro la quale piccoli gruppi, collettivi e molto più spesso bande di amici si organizzano autonomamente facendo uso dello sfondo comune disegnato dal corteo di testa. Chi lo attraversa si sente parte di qualcosa di più grande del semplice scendere in strada con la propria struttura di riferimento, diviene parte di una specie di “atmosfera”, di “clima”, di un’aura magica che il corteo di testa materializza compiendo il gesto della ricomposizione. In questa strana alchimia, sperimentata durante il movimento contro la Loi Travail, risuona l’eco delle manifestazioni degli autonomi di 40 anni fa in Italia. Giovani e meno giovani fanno la loro parte e superano fisicamente le posizioni arretrate dei sindacati, guadagnando metro dopo metro, con determinazione e anche col sorriso, la strada della ribellione. C’ è da dire che nel corteo di testa tutto è più evidente: ragazzi e ragazze disposti allo scontro, militanti di lungo corso che condividono i saperi di piazza, gli applausi della gente ai lati quando esplodono le molotov a difesa del corteo, persone che semplicemente vogliono essere lì e da nessun altra parte nella manifestazione per un motivo semplice, perché lì c’è la vita.

I nemici da affrontare nella manif del 1 maggio erano molti: l’ antisommossa che divide il corteo, poi il sindacato, con i servizi d’ordine della CGT e di Fource Ouvrier che in quella giornata hanno preso il posto della BAC[1], non permettendo la ricongiunzione del corteo più volte spezzato all’inizio dalla polizia e da molti cordoni di CRS, picchiando i manifestanti rimasti indietro e che volevano raggiungere gli striscioni di testa, infine i politici candidati alle elezioni con le loro false promesse da teatrino.
Dentro l’alchimia del corteo di testa ci sono tanti elementi che sono di difficile trasmissione ma che non possono non essere menzionati. Uno striscione firmato “castori antifa”, ironicamente riferito al dibattito un po’ surreale sulla “diga” antifascista che avrebbe dovuto essere costituita dal voto a Macron, teste di drago e fenici di cartapesta che rammentano il ‘77 bolognese, tag disseminate lungo il percorso, a cominciare dal fatidico “Macron: 1° avertissement!”. Tutti gli striscioni di testa sono rinforzati e di una misura tale che ne permette la mobilità per difendere i nuclei d’attacco e il corteo stesso dalle centinaia di proiettili di gomma (considerati non letali!) e dalle granate antiaccerchiamento. Che coraggio questi ragazzi e queste ragazze che si sono incontrati a Parigi! Quante lingue diverse in questa festa! Poteva essere la solita sfilata colorata della sinistra soddisfatta dei risultati dei vari Melanchon & co, ma tra il primo e il secondo turno di queste elezioni il movimento ha dato una chiara indicazione: “Hai votato? Non hai votato? Che importa. Scendi in strada per spegnere la fiamma della candidata fascista Le Pen, scendi in strada per combattere il candidato ultraliberista di destra/sinistra Macron. Cerca l’uscita da questo manicomio” e così continuano a fare con ostinazione, con determinazione, con coraggio, con intelligenza.

La grande mobilità dei gruppi di combattimento, al contrario dei lenti e pesanti spezzoni d’organizzazione che vediamo spesso andare allo sbaraglio dalle nostre parti, permette al corteo di testa tanto la pratica dell’obiettivo che specialmente la difesa del corteo, tenendo a debita distanza la polizia. Mobilità congiunta a flessibilità: se durante le manif sauvages o altre manifestazioni capita di prendere come obiettivi banche, catene commerciali e qualsiasi cosa richiami la gestione capitalista dello spazio metropolitano, il Primo Maggio obiettivo e difesa convergevano, considerato che la polizia costituiva evidentemente allo stesso tempo la presenza della politica governamentale e si sostituiva all’arredo urbano, oltre ad essere ovviamente una continua minaccia fisica per il corteo. Ogni volta l’obiettivo non viene deciso in estenuanti assemblee “inter-gruppi” ma in situazione, seguendo l’istinto e l’intuizione comune: mezzo e fine coincidono. L’eterogeneità dei componenti del corteo di testa non si traduce nella banalizzazione della retorica della “diversità delle pratiche”, nel senso che vi sarebbero allo stesso tempo chi fa gli scontri e chi i sit in pacifici: tutti sono determinanti e determinati allo scontro, ma ciascuno trova la sua collocazione, fosse anche solo quella di gridare gli slogan, cantare per dare coraggio agli altri o sparare sui muri le più devastanti tag del momento. La vera eterogeneità delle pratiche consiste nel fatto che, oltre a coloro che si impegnano direttamente nello scontro,  vi sono nuclei di pronto soccorso autorganizzati, reporter di movimento che con i loro video e fotografie contrasteranno il lavoro sporco dei media mainstream e della prefettura oltre che a creare un certo immaginario condiviso, manifestanti che prendono appunti mentalmente per poi scrivere report e analisi e così via. Questi compagni e compagne sono dei combattenti allo stesso livello dei lanciatori di bocce incendiarie e degli autori delle più spericolate manovre di allontanamento degli sbirri. Una macchina da guerra rivoluzionaria non è mai composta da “soldati”, ma da guerriere e guerrieri di ogni sorta e ciò ancora una volta per un semplice motivo, perché il nostro concetto di guerra non è lo stesso dei nostri nemici. Il nostro motto potrebbe infatti essere la ripresa di quello della Colonna Colonel Fabien[2]: “Vincere e vivere”.

P.S. Non più di due parole sugli intellettuali di sinistra.

A parte poche eccezioni in cui alcuni intellettuali hanno espresso pubblicamente una posizione chiaramente rivoluzionaria e, considerata l’atmosfera, anche di alcuni meritevoli e significativi silenzi, la gran parte dei cosiddetti intellettuali di sinistra ha dato ancora una volta riprova, se ce ne fosse ancora bisogno, della sua vigliaccheria, del suo servilismo e dell’assenza flagrante di qualsiasi genere di relazione con i movimenti, impegnandosi spasmodicamente nel lanciare appelli tragicomici a votare Macron per contrastare la Le Pen – qualcuno, che forse aveva bevuto un po’ troppo champagne, ha addirittura azzardato un paragone con De Gaulle e Hitler… – riuscendo a non nominare mai neanche la possibilità di sostenere, se non unirsi, alla rivolta in corso. Tutti loro fanno parte di quel mondo di vecchi dal quale fuggire. E lo sanno. Finiamo queste note acquisendo la notizia che l’astensione in questo turno di presidenziali è il più alto dal 1969, cioè dalle elezioni celebrate all’indomani del Maggio ‘68.


[1]Polizia politica in borghese, in verità più una gang di fasci palestrati ultraviolenti che un classico corpo di polizia ma che, dopo averle buscate più volte, sembrano non aver più voglia di mettersi a fare gli sbruffoni cercando di intrufolarsi a colpi di manganello spagnolo nel corteo di testa

[2]Colonel Fabien fu il nome di battaglia di Pierre Georges, militante comunista che, dopo aver combattuto nella guerra civile spagnola, fu il primo partigiano a fare fuoco su di un soldato nazista a Parigi nel 1941. Costituì poi una Colonna di resistenti con la quale, dopo l’insurrezione di Parigi nel settembre 1944, si spostò sul fronte in Alsazia Lorena, dove morì il 27 dicembre 1944.