Falene

Intervallo

Sta arrivando l’inverno, usate dire. Ma il vostro inverno non può arrivare perché è già sempre con voi, vestito del vostro lutto fin dal primo giorno che vi siete aperte. Il mio inverno è fatto solo di luce tagliente, e finisce ora, nel soggiorno illuminato di primavera. La tavola è pronta di una nuova colazione, la casa è un gioco di alba che si specchia e rimbalza di lame e chiazza di rosso frammenti di cose. Ma c’è ancora silenzio nelle stanze. Tra poco invece sarà tutto un fermento di verde bambino, un gorgheggiare di cori, un tinnire di tazze, un frusciare di vesti, un ruzzolare di passi e germogli sui gradini.

Intanto cade il mio velo da sposa della notte, risalgo la mia placenta di seta fino alla luce, alla ricerca di spazio per dispiegare le mie ali piccole e molli.  Addio mie spoglie di pupa! Mie bende d’immortalità! Mio succo di papavero! Ecco l’aperto! Ma non il vostro aperto. Non vedo l’abisso chiuso e sordo che si solleva inarcandosi dalla buca notturna, solo l’aprirsi di fiori senza fine. Non sento le vostre sirene, solo gli echi vaganti dei pipistrelli a tracciare la rotta. Ora sono falena, sfinge, ninfa o saturnia, ora volo affamata tra queste pagine aperte.

Il fuoco è acceso, la fiamma arde, brucia il mistero, dal fondo si alza il suo lamento.

Ora volo incurante delle ore e dei giorni, scrivo traiettorie nell’aria, e non so dire se c’è un tremito di inchiostro sulle ali, salto di nettare in nettare, vivo.

Ecco la mia ultima trionfante metamorfosi che non conosce fine svolazzare in nessun luogo senza no! La fine è dietro di me, uno spettacolo tutto vostro.

Altrove, il sole dalle braccia aperte cade a picco sulle onde scalpitanti, mentre qui, io volo ondeggiando tra le fronde in una selva di luce e di ombre, e scantono al primo segnale che mi vorrebbe preda e mi poso indistinta là dove divento foglia, tronco, erba, fiore. Non mi nascondo, mi faccio solo mondo.

E intanto spengo anch’io, come voi, senza saperlo, ad uno ad uno i miei falò, e disincanto il tempo con l’amore, come voi, senza saperlo, e forse gioco, forse fuoco.

VIII. L’Aula di Giustizia

F non credeva ai suoi occhi.

A. se ne stava in una loggetta identica alla sua, incastonata nella parete opposta di un immenso edificio circolare sormontato da una cupola.

Le loggette erano poste su cinque livelli e formavano grandi anelli che abbracciavano tutta la circonferenza dell’edificio. Lui ed A. si trovavano entrambi al quarto livello. Ci mise un bel po’ a contarle tutte. Tutti gli inquilini di quelle loggette erano seduti su comodissime poltroncine colorate con tanto di braccioli e porta bibite.

F ne aveva sentito parlare durante la latitanza ma in fondo non aveva mai creduto che potessero esistere luoghi del genere. Doveva ancora abituarsi all’idea di aver oltrepassato una soglia oltre la quale a nulla valevano tutte le sue vecchie categorie.

Una luce opalescente filtrava attraverso due grandi vetrate poste esattamente sopra quello che pareva essere un altare. Su di esso, a dominare l’aula, un maestoso scranno. Vuoto.

F distolse gli occhi da A.. Uno sciame chiassoso di persone aveva invaso la platea e andava a riempire i banchi vuoti disposti come in chiesa.

C’erano famiglie con nugoli di bambini al seguito che si abbuffavano di pop corn traboccanti da enormi bicchieri di carta plastificata il cui odore pervadeva l’aria, c’erano giovani coppie inghirlandate di umori torbidi, c’erano gruppi di ragazzetti schiamazzanti che ingollavano liquami colorati da cannucce colorate, c’erano uomini soli col cappotto che prendevano posto nelle ultime file e che facevano di tutto per conservare il loro posto vicino all’uscita, c’erano donne anziane vistosamente imbarazzate d’essere lì, come in preda a un’imperdonabile debolezza.

L’aula si riempì in pochi minuti, ordinatamente, a dispetto dell’apparenza caotica di quella fiumana di persone.

Quando tutti furono seduti il chiacchiericcio si fece più sboccato. Nessuno, tra il pubblico, pareva intenzionato a volgere lo sguardo in direzione delle logge. Per quasi nessuno di loro doveva essere la prima volta. Sapevano tutti benissimo cosa fare. Cosa aspettare. E non era lo spegnersi delle luci. Quelle non si spensero mai.

Solo dopo che il pubblico ebbe preso posto in platea F ripassò con lo sguardo, questa volta con più calma, i volti degli altri inquilini delle loggette.

Al primo livello sedevano facce straniere, facce di paesi lontani. Al secondo livello sedevano vecchie facce dallo sguardo smarrito. Al terzo livello facce pazze, inequivocabilmente folli. Al quarto livello sedevano, con lui ed A., molte persone conosciute durante la latitanza. Al quinto livello sedevano facce d’angeli, inafferrabili, con braccia che parevano fronde più che ali.

Poi notò che ai piedi del primo livello correva un recinto lungo tutto il perimetro dell’aula.

Di lì a poco, da una specie di grande gattarola, uscirono compostamente e in silenzio centinaia di cani e di gatti di tutte le razze e le stazze. Ma non solo. Uscirono anche canarini, pappagalli, serpenti, ragni, iguane, tartarughe, pesciolini, rospi, criceti ed esemplari di innumerevoli altre specie piegate alla domesticità. Non si udì alcun abbaiare né miagolio, nessuna baruffa tra cani e gatti, nessuna zampa fuori posto. Nessun morso, nessun cinguettio, nessun litigio tra le specie. Nessun tentativo da parte dei predatori di predare le prede. Ordinatamente si sistemarono lungo tutto l’arco della recinzione, rispettando financo una certa distanza gli uni dagli altri.

Quando gli animali ebbero preso posizione si aprì, in fondo all’aula, un imponente portone di legno intarsiato.

Allora il pubblico si zittì all’unisono e tutti gli sguardi dei presenti, animali compresi, si volsero verso di esso.

Entrarono, con passo risoluto e come un corpo solo, sette individui togati tra uomini e donne. Sotto un braccio sorreggevano pesanti faldoni e nell’altra mano leggerissime apparecchiature elettroniche.

Quello che per F aveva tutta l’aria di essere un piccolo plotone d’esecuzione andò ad occupare le prime file. Tra loro e l’altare c’era soltanto un grande tavolo ovale su cui poggiarono tutti i loro faldoni, i quali rimasero abbandonati lì.

Le apparecchiature elettroniche restarono invece sempre attive e luminose tra le loro dita vitree e sottili come zampette di formiche.

IX. Capi d’accusa

Il pubblico attendeva in silenzio.

L’aula intera era come sospesa, immobile. Ogni accenno di rumore veniva subito inghiottito da quel silenzio irreale. Anche gli animali non fiatavano. Quella specie di trono sull’altare continuava a restare vuoto.

F pensava al suo destino e a quello di A. Pensava all’operazione.

Nessuno sapeva esattamente che cosa fosse l’operazione. Erano girate voci di ogni sorta tra compagni di latitanza. Qualcuno aveva prefigurato orrende scene di torture, stagliuzzamenti, coltelli, seghetti, sale operatorie al neon e camici bianchi. Qualcun altro era stato più propenso a immaginarsi interventi di controllo mentale, microchip inseriti nelle reti neuronali e via dicendo. C’era poi chi si era immaginato costretto, per non essere soppresso, a prendere parte a segretissime operazioni militari. C’era anche chi semplicemente aveva associato all’operazione il significato di annientamento, di mera eliminazione fisica.

Comunque nessuno nutriva alcun dubbio, A. ed F compresi, sul fatto che quella parola puzzasse tremendamente di eufemismo, di uno di quegli eufemismi che all’improvviso sono sulla bocca di tutti quando ci si sta preparando a giustificare qualcosa di atroce, di atrocemente violento.

– Voi siete accusati.

Una voce atona echeggiò nell’aula rompendo il silenzio.

A. ed F volsero insieme lo sguardo in direzione della voce.

Uno degli individui togati svettava su tutti gli altri da un pulpito posto alla destra del grande tavolo ovale.

A quelle parole seguì nuovamente un lungo silenzio.

– Siete accusate di essere colpevoli. Siete tutte accusate di aver abbandonato volontariamente e senza autorizzazione le vostre rispettive funzioni. Siete accusate di esservi esiliate senza alcuna disposizione in merito. Siete accusate di aver dileggiato la vostra regolamentare messa al bando giocando a fare i banditi, le escluse, gli ostracizzati, le fuggitive. Siete accusate di aver cercato di ricomporre le vostre separazioni e di aver profanato il vostro campo di appartenenza. Siete accusate di esservi prese gioco dell’eccezione, della norma, dello Stato e dello stato di eccezione. Siete accusate di aver oltrepassato confini invalicabili e di aver passeggiato divagando in territori interdetti. Siete accusate di aver sottratto i vostri corpi ai controlli sanitari e i vostri occhi a quelli immaginari. Siete accusate di aver rifiutato ogni identificazione ed ogni riconoscimento. Siete accusate di aver eluso la vostra protezione e la vostra sicurezza sottraendovi a tutti gli schermi e a tutte le telecamere. Siete accusate di aver sputato sulla vostra cittadinanza, sui vostri diritti e i vostri doveri. Siete accusate di aver voltato le spalle allo spettacolo e di essere uscite dalla sala. Siete tutte accusate di latitanza con l’aggravante, per alcune di voi, di recidiva inoperosità.

Il magistrato si tolse gli occhiali e guardò la platea che a quel segno esplose in un applauso fragoroso.

F non aveva mai sentito niente di simile. L’applauso durò venti minuti. Sembrava che nessuno volesse cedere, come se farlo fosse vergognoso, disdicevole e magari si potesse anche incorrere in qualcosa di spiacevole. Ma forse questa era solo una sua impressione.

Quando finalmente l’applauso si spense, il magistrato, che doveva essere un pezzo grosso, scese i gradini del pulpito, un po’ goffamente a dir la verità, e riprese il suo posto su una delle poltrone.

Un altro magistrato lo sostituì sul pulpito e gridò subito con veemenza:

– Imputati di livello zero!

A queste parole cani, gatti, canarini, pappagalli, tartarughe, pesciolini, pitoni, iguana e via dicendo rizzarono per un istante le orecchie. Ma i più ripresero quasi subito l’attività in cui erano impegnati, come grattarsi, spulciarsi, leccarsi, sonnecchiare o becchettare o chissà che altro.

– Oltre ai generici capi d’accusa già menzionati siete accusati di aver abbandonato i vostri padroni e le vostre padrone che vi volevano tanto bene e che hanno tappezzato i muri dei loro quartieri con le vostre fotografie e il loro numero di telefono. Siete accusati di aver rigettato la vostra qualifica di animali da compagnia preferendo un destino solitario o in compagnia non autorizzata di altri viventi vostri simili e non. Siete accusati di aver cercato di estrarre dalla vostra carne il microchip identificativo. Siete accusati di aver preferito il nomadismo alla stanzialità, la vita all’aria aperta alla comodità degli appartamenti, un prato alla lettiera o alla passeggiatina. Siete accusati di aver rifiutato il guinzaglio, la gabbia, l’acquario e tutte le proiezioni dei vostri rispettivi due zampe. Siete accusati di esservi sottratti alla vostra funzione di sopperire ai vuoti e alle mancanze. Siete accusati di aver fatto piangere vecchi e bambini. Siete accusati di non esservi fatti trovare dai vostri proprietari e di aver a lungo eluso la cattura da parte della forza pubblica. Siete accusati di aver violato la proprietà privata dei vostri padroni sottraendovi al vostro status di cose o di beni in loro possesso. Siete accusati di infedeltà, di irriconoscenza e di alto tradimento. Come attenuante si terrà conto dei vostri anni di servizio e dello sterminato indotto che si è creato attorno alla vostra riparazione e al vostro sostentamento.”

Alla lettura dei capi d’accusa seguì un nuovo lungo applauso, benché più breve del primo, accompagnato dal lancio di alcuni oggetti da parte dei bambini, prevalentemente bicchieri e scatole di stuzzichini, in direzione degli animali. Questi si limitarono a reclinare il capo e ad abbassare le orecchie. Non uscì un mugolio dalle loro bocche.

– Imputati di primo livello!

Una nuova voce si alzò dal pulpito.

Le facce straniere che sedevano nelle gabbie del primo livello intesero che si parlava di loro nonostante la lingua fosse per molti incomprensibile. C’era nelle loro espressioni un che di amaro.

– Voi siete poco più che bestie. – Continuò il magistrato. – Siete accusati, oltre ai generici capi d’accusa già menzionati, di esservi movimentati senza precisa ordinanza e di aver abbandonato la vostra Nazione di appartenenza e le vostre mansioni. Siete accusati di essere sopravvissuti a innumerevoli naufragi, supplizi e sevizie, e di aver preteso in più di una occasione di essere considerati alla stregua di persone. Siete accusati di non aver piegato abbastanza la schiena e di aver accettato del denaro, seppur poco, in cambio dei vostri servigi. Siete accusati di non aver vinto, di non essere riusciti, una volta superate le prime selezioni, a conquistarvi un’identità in quel mondo spettacolare che tanto sognavate. Siete accusati di essere arrivati fin qui per restare delle nullità, delle inesistenze clandestine incapaci di assurgere alla legale clandestinità dei cittadini, al loro tanto invidiato anonimato. Siete accusati, con la vostra presenza su questo territorio, di aver esibito la vostra nuda vita mettendo così in pericolo la sicurezza della nuda vita dei cittadini e la stabilità dello Stato stesso, nonché la legittimità del Diritto e quindi anche di questa Aula di Giustizia. Come circostanza attenuante sarà tenuto conto che passando inosservata ai più questa vostra esplosiva potenzialità, lungi dall’aver minato le fondamenta della Nazione, la vostra presenza ha più di una volta contribuito a cementare nuove proficue alleanze, a rinsaldare identità inconsistenti, a catalizzare e neutralizzare furori soffocati troppo a lungo e a dirottare i pensieri di guerra su nemici alla portata di tutti.

Seguì il solito scroscio di applausi accompagnato questa volta da insulti razzisti della peggior specie. Anche gli imputati del primo livello, così come gli animali prima, ebbero una reazione piuttosto compassata davanti agli scoppi di violenza della platea.

Ad F sembrava che tutti i suoi compagni di sventura, di qualunque livello, e lui compreso, fossero immersi in uno stato di stordimento tale da attutire le bordate della realtà, da impedire loro di collassare come stelle al capolinea, pronte a disintegrarsi nello spazio infinito in nebulose planetarie.

La sovranità infame

di Andrea Russo

Lo spettacolo offerto dalle autorità italiane per l’arresto di Battisti è uno dei più grotteschi cui ci sia capitato di assistere negli ultimi anni. Vale la pena soffermarsi un istante sul concetto di grottesco o, come lo chiama Foucault di «ubuesco», perché il funzionamento delle verità giuridiche che fanno ridere e hanno insieme il potere di punire e al limite estremo di uccidere sono prassi che, in una società come la nostra, meritano una qualche attenzione.

L’ingranaggio del potere grottesco, scrive Foucault nel corso al Collège de France intitolato Gli anormali, «è un procedimento che assicura la massimizzazione degli effetti di potere a partire dalla squalificazione di colui che li produce». Questo ingranaggio del grottesco nella meccanica del potere è molto antico. Ne abbiamo esempi evidenti soprattutto nella storia dell’impero romano, «dove la squalificazione quasi teatrale del punto di origine, del punto di aggancio di tutti gli effetti del potere nella persona dell’imperatore, fu se non proprio un modo di governare, per lo meno un modo di dominare: una squalificazione che fa sì che colui il quale è detentore della maiestas, cioè del più di potere rispetto a qualsiasi altro potere, è allo stesso tempo, nella sua persona, nella sua realtà fisica, nel suo abito, nel suo gesto, nel suo corpo, nella sua sessualità, nel suo modo di essere, un personaggio infame, grottesco, ridicolo».

Il grottesco, però, oltre ad essere un procedimento essenziale della sovranità arbitraria, è, per Foucault, anche un procedimento inerente alla burocrazia applicata. «Che la macchina amministrativa, con i suoi insormontabili effetti di potere, passi attraverso un funzionario mediocre, nullo, imbecille, superficiale, ridicolo, consunto, povero, impotente, [è uno] degli elementi essenziali delle grandi burocrazie occidentali a partire dal XIX secolo. Il grottesco amministrativo non è stato semplicemente la percezione visionaria dell’amministrazione che hanno potuto avere Balzac, Dostoevskij o Kafka. Il grottesco amministrativo è una possibilità che la burocrazia si è realmente data. Ubu “rond de cuir” appartiene al funzionamento dell’amministrazione moderna, come spettava al funzionamento del potere imperiale a Roma essere nelle mani di un istrione folle». In Occidente, il potere, mostrando pubblicamente la sua forma ridicola, abbietta, infame, ha voluto al contempo manifestare in modo evidente la sua insormontabilità e inevitabilità: il potere funziona sempre, anche allorquando è nelle mani di qualcuno realmente squalificato. Per Foucault, «nella nostra società, a partire da Nerone – che è forse la prima grande figura iniziatrice del sovrano infame – sino al piccolo uomo dalle mani tremanti che, nel fondo del suo bunker, coronato da quaranta milioni di morti, domandava solo due cose (che tutto il resto al di sopra di lui venisse distrutto e che gli si portassero, fino a creparne dei dolci al cioccolato), c’è uno smisurato funzionamento del potere infame».

L’immagine di Salvini che indossa la giacca della polizia di Stato, mentre si trova all’aeroporto di Ciampino, per presenziare all’arresto di Cesare Battisti in arrivo dalla Bolivia, o il video postato dal Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede sul suo profilo Facebook, con il commento: «Il racconto di una giornata che difficilmente dimenticheremo» – sono esempi lampanti della persistenza della sovranità grottesca. L’arresto di un latitante, l’esecuzione di una sentenza, in quanto «atto dovuto», dovrebbe compiersi con sobrietà, con il minor pathos possibile, invece sfocia in una carnevalata giustizialista, in uno spettacolo di propaganda politica dell’internazionale fascista. Battisti, militante dei Proletari Armati per il Comunismo, condannato molti decenni fa all’ergastolo per quattro omicidi, è caduto nelle mani della giustizia italiana grazie al presidente di estrema destra Bolsonaro, che aveva dichiarato al suo amico Salvini: “Se vinco vi regalo Battisti”.

Per dire le cose in maniera solenne: l’Occidente, che fin dal tempo dei greci non ha cessato di dare potere al discorso di verità in una società e in uno Stato “giusto”, ha infine conferito un potere incontrollato, nel suo apparato giudiziario, alla parodia della verità. Al suo limite estremo, la dove si attribuisce il diritto di punire e di uccidere, il potere ha instaurato il discorso grottesco, facendo parlare il sapere di Ubu a qualcuno travestito da clown.

Alfred Jarry, autore dell’opera teatrale Ubu re, per illustrare scenicamente i principi della sua estetica propone l’utilizzo di maschere, un décor sintetico, una messa inscena ostentatamente anti-realisica e la marionetta come paradigma dell’attore. Nell’anti-teatro di Jarry, agli apollinei e virtuosi eroi del teatro tradizionale e borghese, animati da alti ideali, impegnati a far fronte alle sfide del destino o in preda a dilemmi esistenziali, si contrappone una maschera mostruosa, una marionetta senza volto con l’addome enorme e con la testa incappucciata, in preda a pulsioni abbiette, pronta a tradire, massacrare e dominare in nome del potere e della ricchezza. Gli attori-marionette dietro le loro maschere vuote mostrano l’origine squalificata, bassa, infame del potere. La percezione di un senso trascendentale che parli attraverso le loro voci viene a mancare e non c’è più verità che li riempia se non quella legge della finzione del potere che ora è svelata in ogni suo meccanismo. La spettacolarizzazione della cattura di Cesare Battisti è una mise-en-scéne che presenta ad una massa di spettatori impotenti lo spettacolo di pura finzione che è alla base dell’istituzione giudiziaria.

C’è da dire, però, che ciò che Foucault definisce sovranità grottesca è una categoria che nasconde una provenienza insospettata: la dottrina cattolica dei sacramenti. A partire dal XII secolo, nelle lettere bollate dei papi si comincia a ribadire con insistenza che i sacramenti hanno un valore assoluto e oggettivo, che prescinde ed è indipendente dalla purezza morale e comportamentale degli ecclesiastici che li amministrano. Ciò significa, per esempio, che la comunione impartita da un prete simoniaco o concubinario è valida in se stessa, in quanto officiata da mani legittimamente consacrate. Ex opere operato è il termine tecnico che, a partire da Tommaso d’Aquino e Innocenzo III, la chiesa utilizza come risposta alle polemiche di tutti quei movimenti spirituali che non riconoscono la validità dei sacramenti impartiti da sacerdoti indegni. È il rifiuto del potere carismatico e governativo degli ecclesiastici amorali, vale a dire il rifiuto di ricevere i sacramenti e di pagare le decime a ministri della chiesa malvagi e corrotti, che darà avvio al processo rivoluzionari escatologico che infiammerà l’Europa dal XII secolo fino alla Riforma luterana.

È interessante notare che il Concilio di Trento definì il 3 marzo 1547 contro Lutero che i sacramenti conferiscono la grazia ex opere operato, per ciò che dipende da Dio. Il termine significa letteralmente “per il fatto stesso di aver fatto la cosa” e si riferisce al fatto che nei sacramenti il peccato del ministro non può inficiare il risultato dell’azione sacramentale. Lo scopo di questa precisazione, voluta dal concilio, era di togliere ai fedeli ogni dubbio di coscienza sulla validità di un sacramento officiato da un ministro indegno e corrotto. Contro Lutero, che afferma la necessità della probità del ministro affinché il sacramento sia valido, i padri conciliari dicono: «Se il ministro ha compiuto correttamente il rito [ex opere operato], Dio si è impegnato e perciò ex parte Dei [cioè, per ciò che dipende da Dio] il sacramento è completo». Il Catechismo della chiesa cattolica spiega al riguardo: «Degnamente celebrati nella fede, i sacramenti conferiscono la grazia che significano. Sono efficaci perché in essi agisce Cristo stesso: è lui che battezza, è lui che opera nei suoi sacramenti per comunicare la grazia che il sacramento significa. […] È questo il significato dell’affermazione della Chiesa: i sacramenti agiscono ex opere operato [per il fatto stesso che l’azione viene compiuta], cioè in virtù dell’opera salvifica di Cristo, compiuta una volta per tutte. [Ne consegue] che il sacramento non è realizzato dalla giustizia dell’uomo che lo conferisce o lo riceve ma dalla potenza di Dio. Quando un sacramento viene celebrato in conformità all’intenzione della Chiesa, la potenza di Cristo e del suo Spirito agisce in esso e per mezzo di esso, indipendentemente dalla santità personale del ministro».

Tanto nella sua forma teologica quanto nella sua forma politica, il potere agisce ex opere operato per rendersi indipendente e indifferente alle qualità del soggetto che lo esercita o lo celebra. Nella storia dell’Occidente ciò è accaduto perché molto spesso i funzionari politici e religiosi che si ponevano come modelli di riferimento per l’identità sociale e civica, non riuscivano a essere all’altezza del loro ruolo a causa dei loro comportamenti corrotti. È per questo che viene introdotto nella dottrina della chiesa cattolica il principio, che poi troverà ampia applicazione nell’etica, nella politica e nell’economia, secondo cui il carattere morale o fisico dell’agente è indifferente alla validità e all’effettualità dell’azione di potere. È grazie a questa astuzia che il potere si è sempre posto al di là del bene e del male. Dalla sovranità infame degli imperatori romani e dei vescovi e dei clerici usurai, simoniaci e concubinari, sino al grottesco giudiziario e amministrativo dei corrotti funzionari statali e Ubu re Berlusconi, l’Italia, nel corso della sua storia, ha conosciuto tutte le gradazioni di ciò che si potrebbe chiamare l’indegnità e l’inevitabilità del potere.

Nel caso Battisti, il meccanismo grottesco del potere si amalgama con lo stato di eccezione e la nuova Legge Salvini sulla Sicurezza. Con il suo arresto, corroborato dal dispositivo spettacolare, il governo ha voluto dar prova della sua attendibilità in materia di sicurezza pubblica e lotta al terrorismo.

L’associazione per i diritti dei detenuti Antigone, commentando la foto di Cesare Battisti in carcere accanto a due agenti della polizia penitenziaria, contesta l’intollerabile spettacolarizzazione della giustizia, rifacendosi a quelle norme del codice di procedura penale e dell’Ordinamento penitenziario, che impongono l’adozione di opportune cautele per proteggere gli arrestati dalla curiosità del pubblico e da ogni specie di pubblicità. Tuttavia, se davvero vale la massima benjaminiana in cui si dice che lo stato d’eccezione è divenuto la regola, non ci si dovrà stupire più di tanto per l’esposizione del terrorista Battisti alla violenza della gogna, in quanto sicurezza e lotta al terrorismo sono ormai da più di quarant’anni al di sopra della legge. Il problema e la sfida allora non è invocare il ripristino dello stato di diritto, bensì rendere evidente la sua finzione, cioè che lo stato non è mai tanto legato al diritto fino al punto di limitare il suo potere a partire da esso. Allo stesso modo contro le leggi securitarie palesemente anticostituzionali non serve indignarsi, bensì organizzarsi contro di esse, comprendendo la strategia che le guida.

Cosa possiamo fare per Cesare Battisti e tutti i detenuti politici in galera da oltre trent’anni e alcuni prossimi ai quaranta? Una cosa ovvia, ma sempre più difficile: battersi per l’amnistia.

La classe politica italiana è sempre stata avversa all’ipotesi dell’amnistia per i fatti degli anni Settanta, in quanto non ha mai voluto riconoscere pubblicamente, tranne rare eccezioni, che in quel decennio vi sia stato qualcosa come una guerra civile.

Nella storia d’Italia, l’ultimo provvedimento di amnistia preso dopo una situazione di guerra civile, risale al decreto presidenziale del 22 giugno 1946, n. 4, emanato in occasione della proclamazione della Repubblica, noto come “amnistia Togliatti”. Allora, l’amnistia fu ritenuta necessaria, per ragioni di pacificazione sociale e ricomposizione dell’unità nazionale, in vista del nuovo corso democratico. Paolo Persichetti e Oreste Scalzone, scrivono ne Il nemico incofessabile, che grazia all’amnistia Togliatti «si è realizzata col tempo un’operazione (gestita dalla magistratura, in particolare della Corte di Cassazione) di recupero del personale politico e amministrativo, compromesso con il passato regime […] mirata a consentire la continuità statale in funzione anticomunista. Parte dei perdenti avevano dunque dalla loro parte un “valore aggiunto”, una sorta di “utilità marginale” politicamente decisiva nel contesto di “guerra fredda” che si annunciava. Anche i quattro successivi provvedimenti di amnistia e indulto per i fatti politici realizzati nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta, rispondono alla necessità di riportare a zero, di volta in volta, in nome del compromesso ante litteram che aveva fondato il patto costituzionale, il contatore del conflitto, di quella guerra civile a bassa intensità che in piena “guerra fredda” contrapponeva DC e PCI. La mancanza di un “valore aggiunto”, dovuta all’inservibilità del personale politico della sovversione degli anni Settanta per fini di stabilizzazione del sistema […] spiegano la grande diversità della situazione attuale e la solitudine dei prigionieri politici e dei fuoriusciti degli anni Settanta e Ottanta».

Il motivo dirimente per cui, in Italia, continua ad essere sistematicamente scartata l’ipotesi di amnistia è da circoscrivere al corollario della guerra civile: le leggi speciali. Concedere l’amnistia implicherebbe l’abrogazione delle leggi speciali. Ma, per l’Italia, rinunciare alle leggi speciali e alla cultura dell’emergenza, significherebbe rinunciare a quel dispositivo governamentale che viene ormai considerato dai ministri degli interni delle altre democrazie occidentali, come un vero e proprio paradigma per il governo del terrorismo.

Francesco Cossiga, ministro dell’Interno dal 1976 al 9 maggio 1978 (giorno dell’uccisione di Aldo Moro) e diventato qualche anno dopo presidente della Repubblica, racconta che, nel 1978, Michel Poniatowskj, suo omologo francese, lo aveva consigliato di dichiarare ufficialmente uno stato d’eccezione, per così dire classico, perché in questo modo avrebbe potuto procedere alla creazione di una legislazione speciale. Ma poiché, come commentano Scalzone e Persichetti, «negli anni del “compromesso storico” e dei governi di “unità nazionale”, e più tardi del “preambolo” e del “pentapartito, non si volle rischiare di ammettere l’esistenza di una guerra sociale, di fronte al paradosso formalista di chi [come le Brigate Rosse, durante il rapimento Moro] chiedeva simmetrici “riconoscimenti politici” al proprio nemico, si fece in modo che l’intera materia restasse confinata all’interno di una impropria tipologia di diritto comune. Ma tale atteggiamento è stato ampiamente contraddetto sul piano pratico. Se di semplice criminalità comune si fosse trattato, lo Stato non avrebbe avuto la necessità di dar luogo a uno sviluppo proliferante di leggi speciali (unica traccia formale dell’instaurazione di pratiche d’eccezione), a dispositivi e trattamenti eccezionali, all’uso speciale di leggi ordinarie, oltre che ad aggravanti e modifiche alle procedure e al codice penale. […] L’assenza di una rottura formale della normalità ha rappresentato il travestimento legale che ha permesso uno sviluppo senza precedenti di una guerra nascosta sotto forma di giustizia formale».

Per completare il quadro, dobbiamo, inoltre, ricordare che sullo sfondo di questa gestione emergenziale si sono innestate le tecnologie di sicurezza quali le carceri speciali, i centri di permanenza temporanea per i migranti, le gabbie di Guantanamo. Tutti dispositivi riconducibili, come dice Agamben, al campo, inteso come «materializzazione dello stato d’eccezione». Negli ultimi trent’anni, stato d’eccezione e campo hanno presentato sempre più la tendenza ad uscire da queste fortezze moloch, dove assolvevano funzioni detentive sui generis, per diventare tecnologie di governo della popolazione. In tal senso, è stato un campo tanto lo stadio San Nicola di Bari, in cui nel 1991 la polizia internò provvisoriamente gli immigrati clandestini albanesi primi di rispedirli nel loro paese, quanto l’intero spazio urbano di Genova durante il g8 del 2001. Per le attuali democrazie l’Italia ha fatto scuola, perché è qui che lo stato di eccezione è diventato la regola, cioè un paradigma di governo.

Lo stato di eccezione permanente, nel quale viviamo, che ha compiuto i suoi primi passi marziali con la legislazione antiterrorismo della fine degli anni Settanta, comporta che storia passata e storia presente siano diventati indiscernibili, in quanto nel mondo contemporaneo il terrorismo è «la guerra civile mondiale» che di volta in volta investe questa o quella zona del pianeta. Il problema è che ciò che è successo negli anni Settanta e che dovrebbe essere oggetto di memoria e di indagine storica, viene trattato come un problema politico presente, motivando così l’impossibilità a rinunciare alle leggi speciali.

Alla nostra classe politica che non è in grado di pensare l’amnistia, per ispirarsi, consigliamo la lettura del libro di Giorgio Agamben, intitolato Stasis, in cui viene portato alla luce il nesso costitutivo di guerra civile e amnistia per la fondazione della democrazia occidentale. Agamben scrive: «Nel 403, dopo la guerra civile in Atene che si concluse con la sconfitta dell’oligarchia dei Trenta, i democratici vittoriosi guidati da Archino, si impegnarono solennemente a non ricordare in nessun caso gli eventi passati […] cioè a non punire in giudizio i delitti commessi durante la guerra civile. Commentando questa decisione – che coincide con l’invenzione dell’amnistia – Aristotele scrive che in questo modo i democratici agirono nel modo più politico […]. L’amnistia rispetto alla guerra civile è, cioè, il comportamento più conforme alla politica. Dal punto di vista del diritto, la stasis sembra così definita da due interdetti, perfettamente coerenti fra loro: da una parte, non prendervi parte è politicamente colpevole [la legge di Solone puniva con l’atimia, cioè con la perdita dei diritti civili, il cittadino che in una guerra civile non avesse combattuto per una delle due parti] dall’altra dimenticarla una volta finita è un dovere politico. […] L’amnistia ateniese non è semplicemente un oblio o una rimozione del passato: è un invito a non fare un cattivo uso della memoria. […] Essa è l’indimenticabile che deve restare sempre possibile nella città e che, tuttavia, non deve essere ricordato attraverso processi e risentimenti. Proprio il contrario, cioè, di ciò che la guerra civile sembra essere per i moderni: cioè qualcosa che si deve cercare di rendere a tutti i costi impossibile e che deve sempre essere ricordato attraverso processi e persecuzioni legali».

Un momento della storia del Novecento in cui l’amnistia degli antichi è stata assunta come fonte d’ispirazione è stato il tribunale straordinario istituito in Sudafrica dopo la fine dell’apartheid. Lo scopo della Truth and Reconciliation Commission (TRC) fu infatti esattamente quello di una ricostruzione quanto più accurata possibile della verità storica, piuttosto che la persecuzione giudiziaria dei colpevoli. Condizione necessaria per ottenere l’amnistia era che il crimine avesse una matrice ideologica-politica: erano dunque esclusi da questo privilegio i reati comuni e le violenze della criminalità organizzata, che aveva sfruttato i disordini della lotta all’apartheid per accrescere i propri interessi. Per Mandela, la riconciliazione e non il risentimento doveva essere la principale risposta dei neri a ciò che avevano subito durante l’apartheid.

La classe politica italiana non avendo mai contemplato l’ipotesi dell’amnistia per i reati degli anni Settanta, è condannata al risentimento infinito. L’amnistia è un passaggio politico più fondato sul buon uso della memoria, che sulla verità giudiziaria. Volere l’amnistia ha a che fare con quel «ricordare come compito» di cui parla Benjamin, cosa che tanti, anche dalla nostra parte, per ragioni molteplici e impensate, non hanno più voglia di fare. L’amnistia dovrebbe servire a liberare e a liberarsi dagli anni Settanta.