Quale ascesi senza salute? Radicalizzare l’indagine sulle forme della spiritualità in senso sfacciatamente naturalistico

di Marco Pisanu
     

Qua vehimur navi, fertur, cum stare videtur
Lucrezio, De rerum natura

 

 

  1. La tesi potrebbe essere presentata in questi termini generali: provando a pensare forme di spiritualità in conflitto col proprio tempo, e indagando di queste pratiche i punti di contatto con i metodi della prassi politica tradizionale, ad un certo punto della ricerca risulta inevitabile imbattersi in questioni sempre più legate agli aspetti solitamente definiti biologici dell’esistenza: il metabolismo, il movimento, il sonno etc. Se lo sforzo che si cerca di compiere è quello di pensare e praticare la piena coincidenza della vita con le proprie forme, anche mediante il confronto con determinate esperienze storiche di distanziamento consapevole rispetto al mondano, forse occorrerebbe dichiarare apertamente che muoversi concretamente in questa direzione destituente può anche voler dire, per le forme di vita, effettuare in certi casi il tentativo di accordarsi, a più livelli, con alcuni e ben determinati tratti, ritmi, processi e, per l’appunto, forme della vita che vengono riconosciuti come decisivi. Certi tratti, e non altri, cui si fanno corrispondere certi modi di vivere, prediletti a dispetto di altri.La destituzione può sempre fallire, e spesso fallisce laddove non ha seguìto la traiettoria del potenziamento. Ora, è evidente che vi siano modi di vivere più fecondi in quanto in e per essi la vita risuona più armonica. Si tratta di indagare se è possibile il darsi di una sorta di scienza anche per quella ‘grande salute delle forme-di-vita’, ovvero se non sia superfluo considerare, per le forme di vita, come effettuale un certo grado di condivisibilità di conoscenze su quelle che per il momento mi limito a chiamare pigramente “invarianti” umane, assieme alle tecniche specifiche per liberarne alcune potenzialità. Immagino suoni strano, ma l’ascesi, al centro della vita spirituale in quanto percorso di perfezionamento, non risulterebbe nobilitata o completata dal perseguimento di un ideale, per dir così, ‘fisiologico’? Una Regula Vitae guadagnerebbe qualcosa dal comprendere in sé una precisa diaitia in senso stretto? Come si vede, non possono essere sottovalutate le implicazioni politiche di quella che presto potrebbe anche essere sentita come l’esigenza di innestare percorsi di spiritualità conflittuali sulla base di un’antropologia genuinamente e radicalmente naturalistica. Cercherò di sviluppare alcune intuizioni e considerazioni, necessariamente sintetiche o incomplete, per provare a dare sostanza al discorso appena impostato.
  2. Comincerei da questo assunto, indimostrato, la cui verità – spero – non si mostri progressivamente solo nella lettura, ma nella concreta esperienza che ognuno può fare: a me pare che i corpi ambiscano spontaneamente alla ‘grande salute’, se posti nelle condizioni di farlo, e credo anche che in ciò non vi sia nulla di particolarmente stupefacente, tuttavia non vi si medita abbastanza, né è così facile sperimentarlo, per via del minuzioso impegno che si è profuso nel costruire socialmente le nostre personali prigioni. Si prenda qualcuno di questi grandi biologi americani che si spaccano la testa ad analizzare batteri al microscopio in qualche centro di ricerca sovrafinanziato, e lo si interroghi sul concetto fondamentale di ‘omeostasi’. L’esperto ci dirà, presumibilmente, prima di ogni prevedibile farfugliamento, che fu il fisiologo americano Walter Cannon a coniare il termine, sebbene il concetto fu espresso già nell’Ottocento da un altro fisiologo, Claude Bernard, nel tentativo dare unità all’insieme di precise tendenze osservabili nei sistemi viventi: mantenere le funzioni vitali intatte, conservare l’energia interna, regolare vari processi. Quello che colpì un fisico come Schrödinger, allorquando si ‘avventurò’ nella definizione del discrimen tra l’oggetto inanimato della propria disciplina e le forme elementari di ciò che è detto ‘vita’, fu proprio questa magica e sostanziale tendenza all’ordine propria delle molecole organiche, tendenza all’ordine che invece non era affatto osservabile negli atomi, così sfuggevoli e disordinati, che pure, inspiegabilmente, sono i ‘componenti’ delle forme elementari della vita.Ebbene, ritornando alla nostra improbabile intervista immaginaria, direi che lo specialista ci fornirebbe un quadro divulgativo davvero indegno del concetto di omeostasi, nel caso in cui si fermasse a ridurne il significato alle mere funzioni, vien da dire, normative di un organismo. Ciò su cui molta biologia contemporanea pare stia insistendo, ma confermando intuizioni che erano implicite nello stesso concetto originario di ‘omeostasi’, è che il meccanismo omeostatico di conservazione dell’energia in un certo organismo avviene sempre come in vista di una produzione di eccedenza, un miglioramento, insomma, un accrescimento della potenza. E’ questo che si perdono ad osservare in quei microscopi: il fatto che le cellule agiscono strategicamente per autopotenziarsi, e non semplicemente per conservarsi. Dalle cellule al resto del mondo vivente, poi, non solo i meccanismi omeostatici continuano a valere complessificandosi, ma sono essi stessi evidentemente alla base della grande varietà e complessità delle forme che abitano il pianeta. Non è una pura banalità, né, tantomeno, un singolare caso, che questi avanzatissimi specialisti si affatichino tanto a descrivere ciò che Spinoza definì insuperabilmente quando parlò del conatus di ogni ente a perseverare nel suo atto espandendo la sua potenza. Non è che il filosofo ‘ci aveva preso’, direi piuttosto che il ritmo conservativo-espansivo è ciò che chiunque osserva come tratto fondamentale della natura, nel caso in cui vi prestasse attenzione, ovvero nel caso in cui vi entri in connessione profonda. Ma è qui che comincia la tragedia.
  3. Qui comincia il problema dell’uomo, o meglio del perché nell’uomo tutta questa regolarità non vi sia o non la si veda più, se non, appunto, come problema, personale o collettivo, o come compito, esistenziale o storico. Il problema del capitalismo che infrange davanti ai nostri occhi indifferenti le illusioni del giovane Marx, e il problema della spiritualità come forma di resistenza alla barbarie, sempre che si riesca a sottrarre il campo alla presa nemica degli esperti della mindfulness Ora, quello che vado così ridicolmente appellando ‘problema dell’uomo’ sarà certamente stato pensato e formulato in mille maniere, e di queste conto di conoscerne al massimo cinque o sei, peraltro tra loro non troppo ben componibili. Per fortuna, io credo che si possa, al fine di proseguire il ragionamento, riassumere la questione in questi termini massimamente grossolani: l’uomo, per (sua) natura, tende a trascendere la (sua) natura, e perciò si individua anche culturalmente; se, dunque, ammettiamo che la natura in genere funzioni espansivamente, e che non per questo sconfiniamo nell’idealismo romantico e privo di mediazioni concettuali, vediamo anche limpidamente il fatto che se le guerre mondiali hanno avuto intensità e qualità così differente rispetto alle vessazioni quotidiane dei leoni sulle gazzelle, ciò è proprio in quanto il trascendersi dell’uomo costituisce in sé problema.Wittgenstein, in un frammento del 1937 illuminava così: «La soluzione del problema che tu vedi nella vita è un modo di vivere che fa scomparire ciò che costituisce il problema.» che, fino a qui, potreste ascoltare in un video per la motivazione personale pescato random su Youtube, ma, in maniera eccellente, più avanti: «Ma non abbiamo forse la sensazione che chi in questo non vede un problema non abbia occhi per vedere qualcosa di importante, anzi la cosa più importante di tutte?». ‘In questo’ (il corsivo era mio) è il problema dell’uomo: è la non coincidenza con se stesso in sé a costituire il problema fondamentale, non questo o quell’altro problema apparentemente o temporaneamente gestibile. Mi propongo, a partire da questo punto dell’indagine, di esplorare il non-detto del frammento del grande logico austriaco, ma di farlo ahimè del tutto incurante di qualsiasi filologia, con la sola scusante di voler portare a compimento il ragionamento senza troppe inessenzialità.
  4. Prima di rintracciare il punctum saliens della questione, tuttavia, è necessario che fornisca una mia personale definizione o visione generale di ciò che variamente è detto ‘spiritualità’, e ciò in maniera propedeutica alla messa in evidenza, in seconda battuta, del fatto che curarsi della parte ‘biologica’ della vita non sia diverso dalla spirituale ‘coltivazione di sé contro il mondo’, e soprattutto che curarsene in determinati modi e non in altri ‘secondo scienza’ non rinforzi il ‘noto ma non conosciuto’ dispositivo della scissione tra vita naturale e vita politica, bensì indichi fino a quali livelli di profondità quest’ultimo perpetui le sue disgrazie, fino a dove vada reso inoffensivo. ‘Spiritualità’ si dà quando si ha il coraggio di vivere il presente della propria situazione reale in quanto condizione comune: è allora che avvertiamo, come in una folgorazione, oppure attraverso una disciplina costante e quotidiana, il male del nostro proprio isolamento come, a un tempo, di questo corpo e di questo mondo, del mio corpo e del mio mondo, in un unico sguardo. E tale coraggio, alla fine, lo si può avere solo se sentiamo che c’è qualcosa per cui vale la pena scoprirsi feriti, soli, abbandonati, congelati, depressi, inutilmente esaltati o stupidi. Qualcosa di oltre: un ‘oltre’ terreno che però non ci sarà se non adesso.Mi rendo perfettamente conto di maneggiare, parlando di ‘spirito’ e ‘spiritualità’, ancora prima che termini, veri e propri concetti che hanno una lunga storia, e che, ignorando molte cose di quella storia, io faccia un po’ come quegli specialisti americani della mindfulness che citano Socrate mentre parlano di yoga. Potrebbe non risultare simpatico quanto a me stanno simpatici loro, ma difendo la mia esigenza di scrivere queste righe semplicemente dicendo che in verità sono molto rari gli uomini che possono parlare di argomenti vasti conoscendo adeguatamente tutto quanto di importante è stato già detto a riguardo, e che in ogni caso è possibile – ed è in ciò che confido – dire cose intelligenti su tali argomenti senza per questo avere meditato tutto il pensiero precedente e, addirittura, a volte, proprio per non averlo fatto.
  5. E ora il centro della questione, che riunisce un po’ tutti gli spunti fin qui forniti. Nella spiritualità come visione della propria condizione in quanto condizione comune non si ripropone sotto una luce, direi, già sovversiva, il ‘problema dell’uomo’, che Wittgenstein dichiarava essere ‘la cosa più importante di tutte’? E’ pericoloso tutto ciò, e credo basti a rendere conto della grande componibilità di comunismo e spiritualità. Ma potrebbe diventare ancora più interessante se si tentasse di collegare questo ‘sguardo coraggioso’ ad alcune osservazioni. Si potrebbe cominciare a vedere che una pratica spirituale possa anche prendere le mosse a partire dal sospetto che gli animali che siamo e continuiamo ad essere nel capitalismo contemporaneo si siano abituati a vivere in regime di malattia a causa della troppa artificialità, per ipertrofia di ragione, per dimenticanza sconclusionata e irresponsabile del fatto (banalissimo, in verità) che lavorare 8 ore al giorno in un ufficio non solo fa schifo, ma non è compatibile con la nostra fisiologia, e che forse è proprio per questo che siamo così deboli ma anche così stupidamente pieni di ‘noi’, e costruire qualcosa di comune ci appare tanto faticoso.E’ realmente faticoso costruire una comunità, in queste condizioni. Infatti, per quanto la ‘natura’ (e quella ‘umana’, poi, in maniera somma) rimanga una grossolana astrazione di comodo, e per quanto l’esistenza individuale e storica implichino un’antropogenesi illimitata, o una modifica costante della nostra essenza generica (oggi si parlerebbe più facilmente di epigenetica), dobbiamo ammettere che una certa invarianza fisiologica si debba essere sottratta del tutto alle variazioni storiche. A maggior ragione accertata la plasticità tutta speciale dell’uomo, già da Pico della Mirandola prima ancora che da Plessner-Gehlen-Scheler, come non vedere che certi comportamenti e abitudini contemporanei influiscono pesantemente sul biologico, secondo un doppio movimento che si risolve in un circolo vizioso?Ad esempio, se ‘di base’ un organismo umano si è evoluto in milioni di anni per assumere (orientativamente!) certi alimenti, per muoversi e respirare in un certo modo, per intrattenere certi scambi emotivi, cognitivi, rituali etc. con i propri simili, per ricevere stress solo in casi e situazioni circoscritti, allora è sotto la luce del sole che nella presente fase capitalistica quasi nessuno sta ormai vivendo in maniera compatibile con questi bisogni di base e dunque che stiamo, diciamo pure (impropriamente) modellando ‘epigeneticamente’ la nostra ‘base biologica’ in un senso ben determinato. Il danno è che, per l’appunto, il senso che tale modellamento ha preso da qualche decennio a questa parte è quello di un viaggio verso un punto di non-ritorno, in quanto incosciente e non accordato a niente di vero: la vita umana messa sotto controllo e sotto padrone non è oggi semplicemente privata di qualsiasi condizione edenica, ma, di più, sottratta alla sua stessa possibilità di attivare le risorse energetiche per ricordarsi di vivere su questa Terra. La logica che stiamo seguendo da alcuni decenni come esseri umani è talmente incosciente e irresponsabile della base genetica ‘di partenza’, una logica astrattamente produttiva e tecnica, autenticamente capitalistica, che l’esistenza risulta realmente incomponibile con il ritmo musicale ed espansivo della vita, così per come la ascoltiamo dove non ci abbiamo messo piede. Immagino si evinca quali chiavi inglesi si possano ricavare per inceppare il macchinario: i corpi umani, come si diceva all’inizio, e al pari di ogni altro organismo vivente, tendono alla salute, ma oggi sono privati delle condizioni di farlo.C’è una pagina dei Quaderni, simpatica, nella quale Gramsci si sforza di prendere in considerazione l’interpretazione possibilmente più letterale del motto feuerbachiano ‘l’uomo è ciò che mangia’. Inutile riferire, anche a chi non avesse presente quel passo, che l’opzione viene frettolosamente scartata dal comunista di Ales solo per giungere, finalmente, alle strutture: così io sono tentato di pensare, altrettanto storicisticamente, che forse Gramsci era ‘un uomo del suo tempo’, e non poteva prendere sul serio ciò che oggi il capitalismo rende manifesto a chi non ha la parte del padrone. Sembra che si siano presentate le condizioni per una lettura anche visceralmente letterale de ‘l’uomo è ciò che mangia’, e ben oltre Feuerbach.
  6. Ora, nel rendermi conto dell’insufficienza di quella che non vuole e non può essere certo un’argomentazione a favore di qualche concezione forte di natura umana, bensì, più semplicemente, una proposta, uno sguardo, un invito amichevole, a chi ne sente l’esigenza, a sforzarsi di pensare l’eventuale comprensione della dimensione, direi, ‘fisiologica’ all’interno del discorso sulle forme di vita, e particolarmente nel contesto del dibattito apertosi intorno alla nozione di xeniteia e alle forme di spiritualità cristiana – nel rendermi conto dell’incompletezza di fondo di quanto sono venuto dicendo, provo da me a chiarire ciò che sicuramente non intendevo suggerire fino a qui, ovvero tento di mettere al riparo il senso generale del mio approccio dagli equivoci più grossolani presso i quali potrebbe arenarsi l’ipotetica discussione con l’ipotetico interlocutore sensibile alla problematica che sto cercando di evidenziare.

Innanzitutto, non voglio suggerire un’ideale originario di natura umana al quale conformarsi, come se questo ideale dovesse esercitare funzioni normative fin dentro i processi biologici più intimi, quale, ad esempio, il metabolismo. Semmai, questo è un meccanismo che nelle nostre società già opera a pieno regime. Proprio la differenza, di cui ha parlato Agamben, tra regola monastica e legge sovrana mi salverebbe da questo equivoco: se delle verità comuni si trovano e a partire da esse ci si dà una Regula non ci si sta affatto dando una legge; ciò che io suggerisco come addendum è che tra queste verità comuni ci potrebbero, e al limite, dovrebbero essere delle invarianti umane per cui la potenza cresce con un certo grado di necessità.

In secondo luogo, noto da me l’impostazione ancora formalistica del problema, e formalistica in più di un significato fondamentale. Di certo, non è questo il luogo per discutere quali siano le cose che per un uomo è più naturale mangiare a colazione: le ricerche, come è noto, ci sono e saturano ipertroficamente ogni loro sede specifica, io qui sono solo il tizio che invita, se mi è concessa la battuta, a radicalizzare fino all’osso ogni ‘archeologia filosofica’, o, meno scherzosamente, a indagare a quali risultati della paleoantropologia siamo affini, e quali rifiutiamo. Se, poi, il formalismo del discorso stia nel fatto che dall’astratta forma del gioco dialettico tra natura e cultura (o, secondo quella felice espressione che mi capitò di sentire, del loro ‘reciproco cortocircuito’) si vogliano far valere esigenze concrete di vivere in certi modi piuttosto che in altri, non posso far altro che rimandare all’Experiment, così da evitare l’eccessivo deduzionismo, al quale per il momento non posso sottrarmi.

7.  Per concludere, mi preme sottolineare che può esserci un legame stretto tra la via di ricerca appena abbozzata e la proposta di una ‘medicina politica’ che parta dalle forme-di-vita avanzata da Tiqqun in qualche punto dell’Introduzione alla guerra civile. Credo che sulle dinamiche che muovono la medicina moderna, con la sua mania di sezionare corpi morti, abbia fatto luce abbastanza Foucault. Invece, recentemente, mi è capitato di leggere un saggio di Gadamer dedicato al tema della salute, ed è interessante il modo in cui ha parlato dell’arte medica antica. L’arte medica si distinguerebbe da tutte le altre tecniche in quanto il medico non ha opera: il medico, a differenza di qualsiasi artista, non ‘fa’ proprio nulla, né può considerarsi autore di alcunché. Restando intrappolati nella visione-del-mondo del medico moderno non si può comprendere questo. Perché il medico antico non ha opera? Perché è la natura che riporta il corpo alla salute (la vis medicatrix naturae), mentre l’abilità del medico consiste nel porre il corpo nelle condizioni di fargli riottenere la salute. Ma si può fare come i medici antichi senza un’ideale fisiologico, senza una concezione della natura come processo di elevazione spontanea, senza una spiritualità che si accordi a tale processo? Forse, potrebbe trovarsi qui il punto d’Archimede che rovescia il senso tradizionale della militanza comunista.
Noi sentiamo che il solo ed unico modo di godere pienamente l’esistenza, anche nel suo aspetto terribile, è la leggerezza, e tutto quello che odiamo di questo presente e di questo avvenire ci si presenta innanzi indossando i panni cupi del sacrificio, incede col passo pesante del debito, parla con la voce insicura della colpa. Il lavoro che dal ‘brodo primordiale’ in poi un’intelligenza che ancora ci sfugge ha compiuto è stato quello di tentare, tra fallimenti e successi, di scrostare da sé ciò che non era veramente essenziale per migliorarsi, e di adoperare queste concrezioni residuali secondo una via imprevista, sempre puntando in alto, e puntando in basso solo per prendere la rincorsa. L’esempio adeguato di come lo spirito ci pare lavorare i corpi e vibrare nelle anime è la scultura di Michelangelo: in levare.

Non siamo noi comunisti a dover organizzare praticamente gli operai perché lo Spirito è dalla loro parte, ma siamo noi comunisti a dover mettere lo Spirito nelle condizioni pratiche di elevarci

Riferimenti principali

1) Per quanto riguarda l’’avventura’ di Erwin Schrödinger nel campo della biologia, mi riferisco ovviamente al suo saggio del 1944 What is life?

2) Desumo le informazioni sullo stato attuale di alcune ricerche biologiche da un bel libro del biologo-psicologo-filosofo italiano Antonio Damasio, Lo strano ordine delle cose, Adelphi, 2018, e dall’indagine personale che è seguita a partire dalle fonti che lo stesso utilizza.

3) Il frammento-chiave intero di Wittgenstein si può trovare anche nella raccolta di aforismi sparsi Pensieri diversi, pubblicata da Adelphi.

4) Il saggio di Gadamer è Dove si nasconde la salute, Raffaello Cortina Editore, 1994.