Lunatico Marzo

di Bianca Bonavita

Il passaggio dal nomadismo pastorale all’agricoltura sedentaria

è la fine della libertà pigra e senza contenuto, l’inizio della fatica e

del lavoro. Il modo di produzione agricolo in generale, dominato dal

ritmo delle stagioni, è la base del tempo ciclico pienamente costituito.

L’eternità gli è interiore: è, in tale ambito, il ritorno dell’identico.”

Guy Debord, La società dello Spettacolo

È forse la malinconia per la dissoluzione di un mondo dominato dall’eternità di questo tempo autenticamente ciclico ad averci spinto sulla terra a inseguire le stagioni. Il tempo irreversibile della borghesia, il nostro viaggio senza ritorno verso il decadimento e la corruzione, come una merce tra le altre, stava finendo di seppellire quel mondo ciclico contadino con l’illusionismo dei rituali che accompagnano il tempo pseudociclico della società spettacolare, quando alcuni e alcune di noi hanno intravisto sulla terra un gesto capace di redenzione.

Marzo segna l’inizio della fine, il ritorno dell’identico, l’eternità della forma-di-vita contadina. Al disgelo si ritorna a pestare i campi con l’idea di domarli: di domare le erbe, gli alberi, la terra. Ricomincia quella che sembra una lotta amorosa: la natura che è in noi cerca di riunirsi al noi che sta nella natura. Ciò che si può chiamare aderire alle stagioni.

Marzo si attendono con ansia quelle nuvole bastimento che giungono da ovest portate da un vento che profuma di mare e di primavera. Marzo si può dire l’ultima chiamata per le potature. Le gemme si gonfiano e si preparano ad esplodere davvero questa volta. La linfa ricomincia a scorrere copiosa ed è alla fine di questo mese che le viti piangono se tagliate. Forse non piangono per il taglio in sé ma per il ritorno dell’identico. Poi ci si affretta a legare, a vincolare. Un tempo si faceva con i venchi di salice, c’è chi lo fa con la ginestra. E ci si affretta a raccogliere i bacchetti per la stufa o per i lom a merz, i falò di marzo che ancora si accendono nelle campagne. Si bruciano le potature in eccesso, ma si brucia anche l’inverno che ci lasciamo alle spalle per esorcizzarlo: l’abbiamo scampata ancora una volta. Quando la terra si è un po’ asciugata è tempo di lavorarla e di seppellire il vecchio orto con i suoi relitti. Marzo è mese di nuove semine: ravanelli, spinaci, radicchi, bietole, borragine, carote. In vivaio si seminano pomodori, cetrioli, zucche, zucchine, meloni. Si possono trapiantare lattughe e, per chi ha coperture, anche zucchine, cetrioli, pomodori. Per chi ha un’asparagiaia è tempo di fresare l’appezzamento per dare ai turioni un terreno soffice e privo di infestanti su cui affiorare. Nella carciofaia si è ancora in tempo per scarducciare e nella fragolaia è il momento di pulire dalle erbe e di togliere le foglie marce alle piantine. A inizio mese mettiamo a germogliare le patate da seme stendendole in cassette larghe e arieggiate avendo l’accortezza di non accumulare troppi strati. Si tratta di far loro prendere luce e possibilmente un po’ di calore affinché sviluppino dei germogli verdi e tozzi. Da evitare dunque di tenerle al buio dove svilupperanno germogli filiformi e bianchi, come dita larvali, inutili per la semina. Questa vecchia tecnica contadina ha diversi vantaggi rispetto a una semina diretta in campo di tuberi senza germogli. Innanzitutto permette di scartare, dopo un mese di pre-germogliamento, le patate marce, con virosi o semplicemente senza buoni germogli. La luce inverdisce poi i tuberi e i germogli facendo sviluppare solanina, sostanza (anche tossica, di cui le patate, come tutte le solanacee, sono ricche) che offrirà una difesa naturale ai tuberi una volta esposti agli agenti patogeni presenti nella terra. Ed infine, forse l’aspetto più importante per una coltivazione naturale che non usa diserbanti ma zappe, il pre-germogliamento offre un vantaggio di due/tre settimane alle patate rispetto alle erbe infestanti. A fine mese da queste parti, se la terra lo consente, è il momento migliore per seminare. Noi seppelliamo le patate a circa venticinque centimetri sulla fila e a circa ottanta tra le file. Copriamo con un leggero strato di terra e poi, una volta che la pianta sarà uscita e ben formata, passiamo con la zappa a rincalzare e ad estirpare le erbe infestanti.

A marzo si possono seminare anche i topinambur, che delle patate sono gli antenati europei; prima dell’avvento della patata erano diffusissimi in tutta Europa. Come per la patata, in teoria, da ogni occhio del tubero di questi elianti può nascere un germoglio e quindi una nuova pianta. È dunque consigliabile tagliare i topinambur in più parti, più o meno quante sono i suoi occhi, prima di seminarli. La distanza è di trenta sulla fila e settanta tra le file. A marzo si semina la medica che offre un ri-medio ai campi, rimescola gli umori e fa loro trovare un equilibrio, come ogni bravo medico dovrebbe fare. Si può ancora seminare l’orzo e qualche varietà di grano. Sulla pianura/fabbrica a cielo aperto c’è chi semina campi senza fine di barbabietole da zucchero per imbottire di bianco veleno raffinato le pance dei consumatori. In cantina è tempo buono per imbottigliare il vino nuovo, dicono sempre in giornate senza vento di luna calante per un vino fermo, in luna crescente per un vino frizzante.

E qui finisce il Lunatico, il cerchio si chiude, ritorna l’identico.

Iniziano la fatica e il lavoro e si rinnova la messa al bando della libertà pigra e senza contenuto.

In questo senso forse abbiamo sbagliato. Siamo soltanto ritornati a uno stadio precedente di separazione, che conteneva già in sé il seme di questo dirocciare senza fine nel precipizio della storia. Fermarsi su un pezzo di terra e recintarlo, sfruttare e sfruttarsi. Forse dovremmo avere il coraggio, in questo viaggio a ritroso, di andare oltre l’eternità del tempo ciclico dei contadini sedentari, e di ritrovare la nostra infanzia di nomadi raccoglitrici, ancor prima che pastori, e di foreste. Anche in questo senso forse il rivoluzionario è sempre stato una viandante, un errante, una nomade delle forme che riconosce in sé l’eredità di questa nostra infanzia pre-operosa, un flâneur dell’anima che passeggia sull’aperto capace ancora di esperienza, capace ancora di giocare al mondo.

Ricetta nomade

Ed è quasi un delitto camminare nei campi senza un coltello. Gli occhi vigili scandagliano l’incolto in cerca di tesori. Saranno le erbe spontanee a colmare, tra marzo e aprile, i piatti poveri di verdure. Sono questi pochi centimetri terra i nostri”

Lunatico di Ottobre

Diario mensile per chi vuole tornare sulla terra.

di Bianca Bonavita

Da un eterno esilio

eternamente ritorno

e coi giorni mi volgo e mi confondo,

vado, da me sempre più lontano,

divelto, per erbe prati e tempi

d’ottobre

e silenzi confidati agli orecchi

da stelle e monti

da “Vocativo” di A. Zanzotto, 1981

La terra è piuttosto esigente in fatto di appuntamenti.

Non tollera essere toccata quando è troppo bagnata. E se si asciuga troppo diventa dura come la pietra. A volte fa la crosta in superficie ed è ancora fradicia pochi centimetri sotto.

Non bisogna avere fretta di presentarsi all’appuntamento, se ne avrebbe a male e diventerebbe intrattabile, ma guai a ritardare un giorno di troppo, certe zolle si ostinerebbero a voler restare zolle, poi la pioggia è sempre in agguato e a ottobre inoltrato il sole inizia ad essere stanco di asciugare. Forse il momento buono per presentarsi all’appuntamento è quando la terra si sfarina tra le mani senza lasciare sulla pelle la sensazione di bagnato.

Ottobre è tempo di appuntamenti importanti.

I trattori li vedi erpicare avanti e indietro il giorno prima della pioggia per frangere le zolle dell’aratro e della vanga a preparare il letto per le semine autunnali.

Intanto l’orto autunnale inizia a dare i frutti: lattughe, cicorie, finocchi, fagiolini. E poi i cavoli ad uno ad uno iniziano a cadere nella cesta: cavolo nero, broccoli, cappucci, cavolfiori e verze.

In questo mese noi leghiamo i cardi con i sacchi di carta della farina per imbiancarli e intenerirli. Anche per i sedani e per le indivie si può fare la stessa cosa.

A ottobre prepariamo anche i solchi per le patate così, quando a marzo sarà tempo di seminare, la terra sarà bella fine dal gelo invernale e non occorrerà attendere che il sole asciughi per poter fare un buon lavoro.

A inizio mese è da queste parti un buon momento per segare la legna dell’anno passato e metterla al riparo. La stufa sarà presto affamata.

Nel frutteto è buona cosa passare a tagliare i rami secchi portatori di malattie prima che inizino a cadere le foglie e che diventino meno riconoscibili.

Noi il grano lo seminiamo verso la fine del mese con la vecchia seminatrice di due cari fratelli contadini. Quest’anno risemineremo per la prima volta una nostra popolazione di grani cosiddetti antichi che ci siamo riprodotti. Le chiamano popolazioni queste miscele di sementi. Si mescolano quante più varietà possibili, si seminano e si lascia che si selezionino e incrocino tra loro e con l’ambiente circostante riseminandole ogni anno (ancora meglio con nuovi arrivi di tanto in tanto). C’è chi dice (e tra loro genetisti e biologi) che si riuscirà dopo qualche anno ad avere un proprio frumento autoctono, una nuova varietà locale originale che si trova a suo agio in quel fazzoletto di terra più o meno grande che si coltiva.

Un po’ come quando anche gli umani mettono radici e cominciano a chiamare casa un luogo particolare. Proprio quello e non un altro.

I semi che abbiamo mescolato si chiamano Gentilrosso, Frassineto e altri di cui abbiamo già dimenticato il nome, uno di loro si chiama Autonomia, sicuramente selezionato in periodo fascista in nome dell’Italica Autarchia. Ma ci ispira simpatia. Ci ricorda l’autonomia dal supermercato, dalla grande distribuzione, dalle logistiche illogiche, dallo sfruttamento del proprio lavoro e degli altri, l’autonomia dal regime di separazione con il proprio cibo e con la terra.

Sono varietà di grani teneri alti che si usavano tra fine ottocento e inizio novecento, quasi abbandonati nel secondo dopoguerra durante il processo di industrializzazione forzata delle campagne a vantaggio di grani più bassi, più produttivi e con una maggiore forza di lievitazione.

Ne semineremo attorno ai quaranta chili e di solito ne raccogliamo più o meno dieci volte tanto.

Dal raccolto avremo il seme per l’anno prossimo e la quantità di farina necessaria per l’autoconsumo e per vendere o scambiare qualche pagnotta per amici (da un quintale di grano si ricavano circa settanta chili di farina semi-integrale).

Intanto altrove c’è chi stende le reti per le olive e chi si aggira per boschi alle prese con i ricci.

E’ proprio tempo di appuntamenti importanti ottobre: grano, olio e castagne, vino, i cuori pulsanti delle civiltà contadine di questa penisola. Si avrebbe già di che vivere.

Verso fine mese è tempo di seminare piselli e fave. I piselli a tre/cinque centimetri sulla fila e quaranta/cinquanta tra le file. Le fave a dieci/quindici sulla fila e cinquanta/sessanta tra le file.

Seminandoli ora non avranno bisogno di alcuna irrigazione e si raccoglieranno da fine aprile a fine maggio. Se si ha paura delle gelate, questi legumi (soprattutto le fave) soffrono soltanto gelate importanti e prolungate, conviene aspettare novembre: meno i fusti si alzeranno da terra, meno soffriranno il gelo.

Oltre al classico pisello noi seminiamo in questo periodo anche il pisello taccola o pisello mangiatutto, un’ottima primizia di metà aprile da cucinarsi come un fagiolino.

In cantina alla fine del mese sarà in procinto di terminare la bollitura del vino e sarà tempo di iniziare i travasi in damigiana per illimpidirlo.

Si protrarranno fine a fine anno.

A ottobre, se è caduta acqua dal cielo, le campagne volgono di nuovo al verde, si ripopolano di erbe spontanee e non è raro dimenticarsi del declino imminente di luce che ci attende, dell’oscurità che avanza, non è raro scambiare questi giorni per primavera.

Poi un giorno si alzano gli occhi al cielo e le rondini sono scomparse.

La ricetta del mese: Pesto di cavolo nero (quasi a crudo)

Ammorbidire le foglie di cavolo nero al vapore avendo cura di togliere la parte più dura del gambo, (non si devono proprio cuocere, solo ammorbidire).

Nel mixer mettere le foglie ammorbidite di cavolo (ca 50-60gr a testa, secondo il proprio gusto), l’aglio (quanto se ne vuole, noi esageriamo!), l’olio EVO, a piacere una frutta secca a scelta precedentemente tritata nel macinino (girasole, nocciole, mandorle, sesamo, noci..).

Frullare fino ad ottenere una crema omogenea.


(Per chi vuole a questo punto aggiungere parmigiano)

Condire la pasta o il riso avendo cura di tenere un po’ d’acqua di cottura per emulsionare la crema.