Con Bolaño nella Managua della rivoluzione

Roberto Bolaño (1953-2003) non ha certamente bisogno di presentazioni. In un’epoca come la nostra, segnata come non mai dall’invisibile lotta per una forma della temporalità e un regime di percezione, la sua brevissima attività pubblica di scrittore — 10 anni appena — e la sua sterminata produzione inedita lo consacrano in quel filone programmaticamente «postumo» entro cui figura, tra gli altri, Franz Kafka.

E, come l’ex-scimmia kafkiana, Bolaño appartiene a quegli scrittori che si danno alla macchia, e che fanno degli «specchi del linguaggio» (secondo un’efficace espressione di Fortini) non già una trappola entro cui si incappa, ma una via d’accesso all’autenticità dei tempi. Cileno d’origine, messicano d’adozione, pare fece ritorno a casa nel ’73, in tempo per venire arrestato (e, dopo otto giorni, liberato) a Concéption dopo il golpe di Pinochet. E non si tratta nemmeno di appurare se la sua versione dei fatti sia veritiera o meno, come a volte è stato contestato: perché questa disposizione non è solo scheggia di verità perforante nel testo – forma di resistenza armata, questo, sempre indefinitivamente proteso verso altro, da cui ritorna incessantemente con una inimmaginata ricchezza di implicazioni; ma anche perché, più che delimitare, apre all’infinito lo spazio nella sua scrittura. Se la libertà scimmiesca è fuori discussione, meglio dunque scomparire, farsi uomini, aggirare e aggirarsi tra i molti; se la  redenzione dell’uomo all’uomo non è possibile finché il mondo vive all’inferno, se la malattia incalza (come nel suo caso) e il tempo è poco, meglio dunque riflettere le possibilità latenti, il passato come poteva essere, come può ancora eroicamente divenire, entro i fortiniani specchi. Esigere, insomma, la verità. Anche a costo di non essere.

Della sua vastissima opera in versi e in prosa, ecco qui un estratto da I detective selvaggi (1998). La sensazione è quella di attraversare la selva dolce-atroce del tempo — tempo multiforme dove si ritrova ciò che si perde perché lo si cerca, in cui ciò che è accaduto si rimodula infinitamente ancora, entro il quale nulla può dirsi veramente accaduto se non nella parola. Un tempo che tuttavia diviene infine temporalità — e temporalità aperta. La differenza è notevole: il primo fa appello a una fede istituzionale, il secondo a una potenza percettiva. Laddove Proust riunisce simbolicamente fine e principio, laddove Nietzsche condanna o promette il ritorno a-morale, ecco nelle pagine di Bolaño Benjamin e l’Angelus Novus: temporalità-sostanza plastica, manipolabile, materia di cui fare uso, permanenza al cospetto della quale il nostro vecchio cuore sincronico rischia di andare in mille pezzi.

Impossibile dare un’idea di questo romanzo-mondo: ma permettetevi di innamorarvi di questo frammento, scomparite anche voi assieme a Ulises Lima, datevi alla macchia assieme a lui nella Managua rivoluzionaria; lasciatevi condurre da questo (aperte virgolette) <<significante vuoto>>,  sparizione e dunque «nel numero dei trenta» tra i poeti messicani in visita alla rivoluzione Sandinista.

Sì, è un abbozzo lampo (lumpen, avrebbe detto l’autore), un’incursione nelle artefazioni camaredesques latino-americane, nelle onnipresenti/ironiche/tragiche presenze poliziesche, nell’intuizione di un superamento autenticamente positivo e di rottura nell’atto stesso del nepios-eroe di negarsi all’azione. Ma, come la vera immagine del passato che balena via, è nei detriti che lascia, nella loro inautenticità spogliata, che solo può emergere l’autentico, una forma della presenza collettiva.

Dunque, leggetelo; leggetelo, e poi recuperate in qualsiasi modo il resto del libro, divoratelo, fatevi divorare. Soprattutto, non opponete resistenza.

Perché, se il nostro vecchio cuore rischia di andare in mille pezzi, bè, può farlo senza timori: perché Bolaño ce ne rende, in cambio, uno nuovo.

 

Hugo Montero, mentre beve una birra al bar La Mala Senda, calle Pensador Mexicano, DF, maggio 1982

C’era un posto libero e mi dissi perché non imbuco il mio amico Ulises Lima nel gruppetto che va in Nicaragua? Questo successe a gennaio, bel modo di inaugurare l’anno. Per di più mi avevano detto che Lima stava molto male e pensai che un viaggetto nella Rivoluzione avrebbe risollevato il morale a chiunque. Così preparai i documenti senza dire nulla a nessuno e infilai Ulises sull’aereo che andava a Managua. Naturalmente non sapevo che con quella decisione mi stavo mettendo la corda al collo, se l’avessi saputo Ulises Lima non si sarebbe mai mosso dal DF, ma io sono fatto così, sono impulsivo, e alla fine succede sempre quello che deve succedere, siamo burattini nelle mani del destino, no?

Be’, comunque, stavo dicendo: infilai Ulises Lima sull’aereo e credo che già prima del decollo fiutassi cosa poteva comportare per me quel viaggetto. La delegazione messicana era guidata dal mio capo, il poeta Álamo, che quando vide Ulises sbiancò e mi prese da parte. Montero, che ci fa qui quel coglione?, disse. Viene a Managua con noi, risposi. Il resto dei discorsi di Álamo preferisco non ripeterlo perché in fondo non sono una cattiva persona. Però pensai: se non volevi che questo poeta venisse con noi, brutto lavativo, perché non hai controllato tu stesso gli inviti, perché non ti sei dato la pena di telefonare tu a chi doveva venire. E con questo non voglio dire che non lo avesse fatto. Álamo aveva invitato personalmente i suoi amici più intimi, vale a dire la banda della poesia contadina. E poi aveva invitato personalmente i suoi più amati leccapiedi, e poi i pesi massimi o piuma, tutti campioni locali nelle rispettive categorie, della letteratura messicana, ma come sempre accade, in questo paese non c’è serietà, all’ultimo minuto due o tre stronzi avevano cancellato il viaggio e io avevo dovuto colmare le assenze, come dice Neruda. Ed era stato allora che avevo pensato a Lima, sapevo non so da chi che era tornato in Messico e che era nella merda fino al collo, e io sono una di quelle persone che se possono fare un favore lo fanno, che ci vuoi fare, il Messico mi ha fatto così e non c’è rimedio.

Ora, è chiaro, sono senza lavoro e a volte, quando mi prende male, quando i postumi della sbronza mi presentano una di queste albe apocalittiche del DF, penso che fu un errore, avrei potuto invitare un altro, in una parola, feci una stronzata, ma in linea di massima non mi pento. E quindi eravamo lì, come vi stavo raccontando, sull’aereo, con Álamo che si era appena reso conto che Ulises Lima si era intrufolato tra gli invitati, e io gli dissi: tranquillo, maestro, non succederà nulla, ha la mia parola, e allora Álamo mi guardò come se mi soppesasse, uno sguardo di fuoco, se mi permettete l’espressione, e disse: d’accordo, Montero, è un problema tuo, vediamo come lo risolvi. E io gli dissi: la bandiera del Messico garrirà alta, capo, calma e tranquillità, non si agiti inutilmente. E a quel punto stavamo già volando verso Managua in un cielo nero nerissimo e gli scrittori della nostra delegazione bevevano come se sapessero o sospettassero o qualcuno gli avesse garantito che l’aereo sarebbe caduto, e io andavo avanti e indietro, su per il corridoio e giù per il corridoio, salutando i presenti, distribuendo copie della Dichiarazione degli scrittori messicani, un documento che Álamo e i poeti contadini avevano steso in segno di solidarietà con il popolo fratello del Nicaragua e che io avevo copiato in bella (e corretto, è bene dirlo), perché quelli che non lo avevano letto, che erano la stragrande maggioranza, potessero farlo, e perché quelli che non lo avevano sottoscritto, che erano pochi, mi mettessero la loro firmetta in calce a «I firmatari», e cioè subito sotto Álamo e i poeti contadini, il quintetto dell’Apocalisse.

E allora, mentre stavo raccogliendo le firme che mi mancavano, pensai a Ulises Lima, vidi la sua criniera sprofondata nel sedile, mi sembrò che avesse la nausea o che dormisse, in ogni caso stava con gli occhi chiusi e faceva smorfie, come se avesse un incubo, pensai, e pensai, voglio dire, questo qua non me la firma mica tanto facilmente la Dichiarazione, e per un istante, mentre l’aereo sbandava da una parte all’altra e sembrava confermare le nostre aspettative peggiori, valutai la possibilità di non chiedergli la firma, di ignorarlo completamente, insomma, gli avevo combinato il viaggio per fargli un favore da amico, perché stava male o così mi avevano detto, non perché solidarizzasse con questi o con quelli, ma poi mi venne in mente che Álamo e i poeti contadini avrebbero esaminato «I firmatari» con la lente di ingrandimento e che sarei stato io a pagare per la sua assenza. E il dubbio, come dice Othón, si insinuò nella mia coscienza. E allora mi avvicinai a Ulises e gli toccai la spalla e lui aprì immediatamente gli occhi, come se fosse stato un maledetto robot che io, azionando qualche meccanismo nascosto nella sua carne, avessi svegliato, e mi guardò come se non mi conoscesse però riconoscendomi, non so se mi spiego (probabilmente no), e allora mi accomodai sul sedile accanto al suo e gli dissi guarda, Ulises, abbiamo un problema, tutti i maestri qui hanno firmato una stronzata per così dire di solidarietà con gli scrittori del Nicaragua e con il popolo del Nicaragua e mi manca solo la tua firma, ma se non vuoi firmare, non c’è problema, penso di poterla risolvere lo stesso, e lui allora con una voce che mi straziò il cuore disse: fammela leggere, e io all’inizio non capii a che cazzo si riferiva, e quando afferrai il concetto gli passai una copia della Dichiarazione e lo vidi, come dire, immergersi in quelle parole?, qualcosa del genere, e gli dissi: torno subito, Ulises, faccio il giro dell’aereo, non sia mai che il capitano abbia bisogno di aiuto, ma nel frattempo tu leggi tranquillo, con calma, e non sentirti sotto pressione, se vuoi lo firmi, se non vuoi non lo firmi, e detto fatto mi alzai, tornai a prua, si dice prua, no?, be’, nella parte davanti, e passai un altro po’ di tempo a distribuire quella cazzo di Dichiarazione e insieme a conversare con il fior fiore della letteratura messicana e latinoamericana (c’erano vari scrittori esuli in Messico, tre argentini, un cileno, un guatemalteco, due uruguaiani), che a quel punto del viaggio cominciavano ormai a mostrare i primi segni di intossicazione etilica, e quando tornai da Ulises trovai la Dichiarazione firmata, il foglio perfettamente piegato sul sedile libero, e Ulises con gli occhi di nuovo chiusi, ben dritto ma con gli occhi chiusi, diciamo come se soffrisse molto, ma diciamo anche come se stesse sopportando la sofferenza (o quello che era) con molta dignità. E fino all’arrivo a Managua non lo rividi più.

Non so che cosa fece i primi giorni, so solo che non venne a nessun recital, a nessun incontro, a nessuna tavola rotonda. A volte mi ricordavo di lui, porca troia, che cosa non si stava perdendo. La storia in diretta, come si usa dire, la festa ininterrotta. Ricordo che andai a cercarlo in camera sua, in albergo, il giorno che fummo ricevuti da Ernesto Cardenal al ministero, ma non lo trovai e alla reception mi dissero che non lo vedevano da un paio di notti. Cosa vogliamo farci, mi dissi, deve essere a sbevazzare da qualche parte o con qualche amico nicaraguense o quello che è, avevo molto lavoro, dovevo occuparmi di tutta la delegazione messicana, non potevo passare una giornata a cercare Ulises Lima, avevo già fatto abbastanza infilandolo nel viaggio. Così mi disinteressai di lui e passarono i giorni, come dice Vallejo, e ricordo che un pomeriggio Álamo si avvicinò e mi disse Montero, dove cazzo si è ficcato il tuo amico che non lo vedo da un pezzo? E allora pensai: porca troia, è vero, Ulises era scomparso. A essere sinceri, all’inizio non mi resi veramente conto della situazione che si stava creando, del ventaglio di possibilità più o meno serie che di colpo, con un rumore sordo, mi si apriva davanti. Pensai deve essere in giro, e anche se non posso dire che me ne dimenticai subito dopo diciamo che rimandai il problema a più tardi. Ma Álamo non lo rimandò e quella sera, a una cena di fratellanza tra poeti nicaraguensi e poeti messicani, mi chiese di nuovo dove cazzo si era ficcato Ulises Lima. Per il colmo della sfortuna, uno dei maledetti pupilli di Cardenal aveva studiato in Messico e lo conosceva e sapendo della sua presenza nella nostra delegazione insisteva per vederlo, per salutare il padre del realismo viscerale, così diceva, era un ragazzo nicaraguense bassino e già mezzo pelato che mi ricordavo vagamente, forse anni prima gli avevo organizzato un recital a Bellas Artes, non lo so, secondo me lo diceva abbastanza per scherzo, lo dico soprattutto per come ripeteva quella cosa di padre del realismo viscerale, come se stesse ridendo, come se lo stesse prendendo in giro lì davanti ai poeti messicani che per la verità sghignazzavano con cognizione di causa, persino Álamo rideva, un po’ per divertimento e un po’ per seguire il protocollo dell’inferno, non come i nica che invece ridevano per contagio o per dovere, perché c’è di tutto, soprattutto nel nostro ramo.

E quando finalmente riuscii a sbarazzarmi di quei rompicoglioni era ormai mezzanotte passata e il giorno dopo dovevo radunare tutto il gregge per tornare nel DF e la verità è che di colpo mi sentii stanco e con lo stomaco sottosopra, non proprio schifato, ma quasi, così decisi di andare a bere il bicchiere della staffa al bar dell’hotel, dove servivano roba più o meno decente, non come in altri locali di Managua, dove si beveva veleno puro e io non so che aspettino i sandinisti a fare qualcosa. E al bar dell’hotel incontrai don Pancracio Montesol, che pur essendo un guatemalteco era nella delegazione messicana fra le altre cose perché non c’era una delegazione guatemalteca e perché viveva in Messico da almeno trent’anni. E don Pancracio mi vide alzare il gomito con determinazione e lì per lì non mi disse nulla, ma poi si avvicinò e mi disse giovanotto, stasera la vedo un po’ preoccupato, qualche pena d’amore? Così mi disse don Pancracio. E io gli risposi magari, don Pancracio, sono solo stanco, una risposta da deficiente comunque la si guardi, perché è molto meglio essere stanco che soffrire per una donna, ma fu così che gli risposi, e don Pancracio dovette notare che qualcosa non andava perché di norma sono un po’ meno incoerente, così con un’agilità sbalorditiva balzò giù dal suo sgabello, coprì la distanza che ci separava e con un lieve salto si arrampicò sullo sgabello al mio fianco. Andiamo, che le succede?, mi disse. Ho perso un membro della delegazione, gli risposi. Don Pancracio mi guardò come se fossi scemo e poi chiese uno scotch doppio. Per un po’ restammo entrambi in silenzio, a bere e a guardare fuori dalle vetrine quello spazio buio che era la città di Managua, una città ideale per perdersi, intendo alla lettera, una città che conoscono solo i suoi postini e nella quale di fatto la delegazione messicana si era persa più volte, posso testimoniarlo. Credo che per la prima volta dopo molto tempo cominciassi a sentirmi a mio agio. Pochi minuti più tardi arrivò un ragazzino molto magro e minuto, che venne dritto a chiedere un autografo a don Pancracio. Aveva un libro suo, pubblicato da Mortiz, tutto sgualcito e stropicciato come una banconota. Lo sentii balbettare e poi se ne andò. Con una voce come d’oltretomba don Pancracio ricordò la caterva dei suoi ammiratori. Poi la piccola legione dei suoi plagiari. E alla fine la squadra di basket dei suoi detrattori. E ricordò anche Giacomo Moreno-Rizzo, il veneziano messicano, che ovviamente non era nella nostra delegazione anche se quando don Pancracio disse il suo nome io pensai, per pura stupidità, che Moreno-Rizzo fosse lì, che avesse appena fatto il suo ingresso al bar dell’hotel, cosa assolutamente improbabile perché la nostra delegazione era, malgrado tutto, una delegazione solidale e di sinistra, e Moreno-Rizzo, come è noto, è un tirapiedi di Paz. E don Pancracio ricordò o alluse agli strenui tentativi di Moreno-Rizzo di somigliare a lui, a don Pancracio, senza che si notasse. Ma la prosa di Moreno-Rizzo non riusciva a evitare quell’aria al contempo da bacchettone e da bullo, tipica d’altro canto degli europei che si erano arenati in America, costretti a mostrare un coraggio fatto unicamente di gesti superficiali per sopravvivere in un ambiente ostile, mentre la sua, la mia, disse don Pancracio, era la prosa del figlio legittimo di Reyes, anche se non era bello che fosse lui a riconoscerlo, nemica naturale delle gelide falsificazioni alla Moreno-Rizzo. Poi don Pancracio mi disse: e chi è lo scrittore messicano che le manca? La sua voce mi fece sussultare. Uno che si chiama Ulises Lima, gli dissi sentendo che mi veniva la pelle d’oca. Ah, disse don Pancracio. E da quando manca? Non ne ho idea, gli confessai, forse dal primo giorno. Don Pancracio rimase di nuovo in silenzio. A cenni indicò al barman di servirgli un altro scotch, tanto pagava il ministero. No, dal primo giorno no, disse don Pancracio, che è un uomo abbastanza silenzioso ma un grande osservatore, il primo giorno l’ho incontrato in albergo, e anche il secondo, perciò non se n’era ancora andato, anche se in effetti non ricordo di averlo visto da nessun’altra parte. È un poeta? Certo, deve essere un poeta, disse senza aspettare la mia risposta. E dopo il secondo giorno non l’ha più visto?, dissi io. Dopo la seconda sera no, disse don Pancracio, non l’ho più rivisto. E adesso cosa faccio?, dissi io. Non continui ad affliggersi inutilmente, disse don Pancracio, tutti i poeti prima o poi si perdono, sporga denuncia alla polizia. Alla polizia sandinista, precisò. Ma io non ebbi le palle per chiamare la polizia. Che sia sandinista o somozista, la polizia è sempre la polizia e forse per l’alcol o per la notte dietro ai vetri, non ebbi il fegato di giocare a Ulises Lima un tiro del genere.

Decisione che in seguito avrei rimpianto, perché la mattina dopo, prima di partire per l’aeroporto, ad Álamo venne in mente di riunire tutta la delegazione in una sala dell’hotel per fare un bilancio finale del nostro soggiorno a Managua, ma in realtà per brindare un’ultima volta al sole. E quando tutti avemmo ribadito la nostra incrollabile solidarietà nei confronti del popolo nicaraguense e ci avviavamo già verso le nostre stanze per prendere le valigie, Álamo, accompagnato da uno dei poeti contadini, si avvicinò e mi chiese se Ulises Lima era finalmente ricomparso. Non mi restò altra scelta che dirgli di no, a meno che Ulises in quel momento non stesse dormendo nella sua stanza. Togliamoci subito il dubbio, disse Álamo e s’infilò nell’ascensore seguito da me e dal poeta contadino. Nella stanza di Ulises Lima trovammo Aurelio Pradera, poeta e fine stilista, il quale ci confessò quello che già sapevo, che Ulises era stato lì i primi due giorni, ma che poi si era volatilizzato. E perché non l’hai comunicato a Hugo?, sbraitò Álamo. Le spiegazioni che seguirono furono abbastanza confuse. Álamo si mise le mani nei capelli. Aurelio Pradera disse che non capiva perché dessero la colpa a lui, proprio a lui, che aveva dovuto sopportare per una notte intera gli incubi a voce alta di Ulises Lima, proprio un bel trattamento, così la vedeva. Il poeta contadino si sedette sul letto dove si supponeva avesse dormito colui che aveva causato tanta agitazione e si mise a sfogliare una rivista di letteratura. Poco dopo mi resi conto che era comparso un altro dei poeti contadini e che dietro di lui, sulla soglia, c’era don Pancracio Montesol, muto spettatore del dramma che si svolgeva fra le quattro pareti della stanza 405. Naturalmente, lo capii subito, io avevo ormai cessato di esercitare la funzione di capo operativo della delegazione messicana. Nell’emergenza la mansione ricadde su Julio Labarca, il teorico marxista dei poeti contadini, che si fece carico della situazione con un vigore che in quel momento io ero ben lungi dal sentire.

La sua prima decisione fu chiamare la polizia, poi convocò una riunione urgente di quelle che chiamava le «teste pensanti» della delegazione, cioè gli scrittori che di tanto in tanto scrivevano articoli di opinione, saggi brevi, recensioni di libri di politica (le «teste creative» erano i poeti o i narratori come don Pancracio, ed esisteva anche la sezione delle «testoline matte» che erano i novizi o gli esordienti come Aurelio Pradera e forse come lo stesso Ulises Lima, e quella delle «teste pensanti-creative», la crème de la crème, dove regnavano solo due dei poeti contadini, con Labarca in testa), e dopo aver esaminato con franchezza e determinazione la nuova situazione favorita o creata dall’incidente e l’incidente in sé, arrivarono alla conclusione che la cosa migliore che poteva fare la delegazione era seguire gli orari previsti, cioè partire senza altri indugi quel giorno stesso e lasciare il caso Lima nelle mani delle autorità competenti.

Sulle ripercussioni politiche che poteva comportare la scomparsa di un poeta messicano in Nicaragua, si dissero cose davvero tremende, ma poi, tenendo conto che Ulises Lima lo conosceva pochissima gente e che della poca gente che lo conosceva oltre la metà aveva litigato con lui, il livello di allarme calò di vari gradi. Fu addirittura presa in considerazione la possibilità che la sua scomparsa passasse inavvertita.

Più tardi arrivò la polizia e Álamo, Labarca e io parlammo con uno che diceva di essere ispettore e che Labarca chiamò immediatamente «compagno», «compagno» di qua e «compagno» di là, va detto che per essere un poliziotto era simpatico e comprensivo, anche se alla fin fine non disse nulla che non avessimo già valutato. Ci chiese le abitudini del «compagno scrittore». Gli dicemmo che, naturalmente, non conoscevamo le sue abitudini. Volle sapere se aveva qualche «stranezza» o «debolezza». Álamo disse che questo non si poteva mai sapere, la nostra categoria era varia come l’umanità e l’umanità, è noto, è una somma di debolezze. Labarca lo appoggiò (a modo suo) e disse che poteva darsi che fosse un degenerato e poteva darsi di no. Degenerato in che senso?, volle sapere l’ispettore sandinista. Questo non lo posso precisare, disse Labarca, la verità è che non lo conoscevo, non l’ho visto nemmeno sull’aereo. È arrivato con il nostro stesso aereo, no? Naturalmente, Julio, disse Álamo. E poi Álamo passò la palla a me: tu lo conosci, Montero (quanta rabbia concentrata in quelle parole), dicci com’era. Io me ne lavai immediatamente le mani. Raccontai di nuovo tutta la storia, dall’inizio alla fine, con palpabile noia di Álamo e Labarca e con sincero interesse dell’ispettore. Quando ebbi finito il poliziotto disse ah, cazzo, che vita quella di voi scrittori. Poi volle sapere perché c’erano stati scrittori che non erano voluti venire a Managua. Per motivi personali, disse Labarca. Non per ostilità verso la nostra rivoluzione? Ma come le viene in mente, assolutamente no, disse Labarca. Quali scrittori non sono voluti venire?, disse l’ispettore. Álamo e Labarca si guardarono e poi guardarono me. Io aprii la mia boccaccia e feci i nomi. Ah, cavolo, disse Labarca, quindi era stato invitato anche Marco Antonio? Sì, disse Álamo, mi sembrava una buona idea. E perché non sono stato consultato?, disse Labarca. Ne ho parlato con Emilio e lui ha dato l’okay, disse Álamo seccato che Labarca mettesse in discussione la sua autorità davanti a me. E questo Marco Antonio chi è?, disse l’ispettore. Un poeta, disse Álamo secco. Ma un poeta di che tipo?, volle sapere l’ispettore. Un poeta surrealista, disse Álamo. Un surrealista del PRI, precisò Labarca. Un poeta lirico, dissi io. L’ispettore annuì più volte, come dicendo capisco anche se per noi era chiaro che non capiva una mazza. E questo poeta lirico non ha voluto manifestare solidarietà con la rivoluzione sandinista? Be’, disse Labarca, detto così è un po’ esagerato. Non è potuto venire, suppongo, disse Álamo. Anche se Marco Antonio, si sa, disse Labarca e rise per la prima volta. Álamo tirò fuori il suo pacchetto di Delicados e le offrì. Labarca e io ne prendemmo una, ma l’ispettore le rifiutò con un gesto e si accese una sigaretta cubana, queste sono più forti, disse con una certa ironia che non passò inavvertita. Fu come se dicesse: noi rivoluzionari fumiamo tabacco forte, noi veri uomini fumiamo tabacco vero, noi che incidiamo oggettivamente sulla realtà non fumiamo mica per finta. Più forti di una Delicados?, disse Labarca. Tabacco nero, compagni, tabacco autentico. Álamo rise piano e disse: sembra impossibile che ci siamo persi un poeta, ma in realtà voleva dire: cazzo ne sai tu del tabacco, brutto stronzo. Me ne sbatto i coglioni del tabacco cubano, disse Labarca quasi senza fare una piega. Come dice, compagno?, disse l’ispettore. Che non mi importa una sega del tabacco cubano, dove si accende una Delicados le altre sigarette possono pure spegnersi. Álamo rise di nuovo e l’ispettore sembrò incerto fra impallidire o assumere un’espressione perplessa. Suppongo, compagno, che lo dica senza seconde intenzioni, disse. Senza seconde né terze intenzioni, lo dico così come l’ha sentito. Le Delicados non le batte nessuno, disse Labarca. Ah, Julio è veramente tremendo, mormorò Álamo guardando me perché l’ispettore non si accorgesse della risata che tratteneva a stento. E su cosa si basa per dirlo?, disse l’ispettore avvolto in una nuvola di fumo. Notai che le cose si stavano mettendo male. Labarca alzò una mano e l’agitò, come se stesse schiaffeggiando l’ispettore, a pochi centimetri dal suo naso: non mi soffi il fumo in faccia, amico, disse, un po’ più di riguardo. Stavolta l’ispettore impallidì senza incertezze, come se il forte aroma della sua sigaretta gli avesse dato la nausea. Cazzo, un po’ più di rispetto, compagno, per poco non mi prende nel naso. Ma che naso e naso, disse Labarca ad Álamo senza fare una piega, se non sa distinguere l’odore di una Delicados da quello di una volgare erbaccia cubana vuol dire che lei il naso non ce l’ha, compagno, cosa che in sé non ha alcuna importanza ma che trattandosi di un fumatore o di un poliziotto è come minimo preoccupante. È che le Delicados sono bionde, Julio, disse Álamo morto dal ridere. E per di più la carta è dolce, disse Labarca, roba che si trova solo in certe zone della Cina. E in Messico, Julio, disse Álamo. E in Messico, è chiaro, disse Labarca. L’ispettore gli lanciò una di quelle occhiate che uccidono, poi spense bruscamente la sua sigaretta e disse con voce alterata che bisognava sporgere una denuncia di scomparsa e che quei moduli si potevano compilare solo al commissariato. Sembrava deciso ad arrestarci tutti. Allora cosa aspettiamo, disse Labarca, andiamo al commissariato, compagno. Montero, mi disse mentre usciva, dài un colpo di telefono al ministro della Cultura, da parte mia. Okay, Julio, dissi io. L’ispettore parve esitare qualche secondo. Labarca e Álamo erano nella hall dell’albergo. L’ispettore mi guardò come per chiedere consiglio. Io gli feci il gesto dei polsi ammanettati, ma lui non mi capì. Prima di uscire, disse: saranno di nuovo qui fra meno di dieci minuti. Io mi strinsi nelle spalle e mi voltai dall’altra parte. Dopo un po’ arrivò don Pancracio Montesol, con indosso una guayabera bianchissima e in mano un sacchetto di plastica del Gigante del quartiere Chapultepec pieno di libri. Il caso è in via di risoluzione, caro Montero? Mio illustrissimo amico, dissi io, il caso è tale e quale a ieri sera e all’altroieri sera, abbiamo perso il povero Ulises Lima e la colpa, che lei lo voglia o no, è mia perché sono io ad averlo trascinato qui.

Don Pancracio, com’era sua abitudine, non fece il minimo tentativo di consolarmi e per qualche minuto restammo entrambi in silenzio, lui a bere il suo penultimo whisky e a leggere un libro di un filosofo presocratico, e io con la testa fra le mani, a succhiarmi un daiquiri con la cannuccia e a cercare di immaginarmi invano un Ulises Lima senza soldi e senza amici, solo in quel paese sconvolto, il tutto in mezzo alle voci e alle grida dei membri della nostra delegazione che vagavano nelle sale attigue come cani senza padrone o come pappagalli feriti. Sa qual è il peggio della letteratura?, disse don Pancracio. Lo sapevo, ma feci finta di no. Cosa?, dissi. Che uno finisce per diventare amico dei letterati. E l’amicizia, pur essendo un tesoro, mette fine al senso critico. Una volta, disse don Pancracio, Monteforte Toledo mi sottopose di punto in bianco quest’enigma: un poeta si perde in una città sull’orlo del collasso, il poeta non ha soldi, né amici, né persone a cui rivolgersi. In più, naturalmente, non ha intenzione né voglia di rivolgersi a qualcuno. Per vari giorni vaga per la città o per il paese, senza mangiare o mangiando spazzatura. Non scrive nemmeno più. O scrive con la mente, cioè delira. Tutto lascia supporre che la sua morte sia imminente. La sua scomparsa, radicale, la prefigura. Eppure il poeta in questione non muore. Come si salva? Eccetera eccetera. Sembrava Borges, ma non glielo dissi, i suoi colleghi gli rompono già abbastanza le palle col discorso che plagia Borges di qui o che lo plagia di là, se lo plagia bene o se lo plagia male, come avrebbe detto López Velarde. Quello che feci fu ascoltarlo e poi imitarlo, cioè restai in silenzio. E poi arrivò un tizio a dirmi che il pulmino che ci avrebbe portato all’aeroporto era davanti alla porta dell’albergo e io dissi d’accordo, andiamo, ma prima guardai don Pancracio che era saltato giù dal suo sgabello e mi guardava con un sorriso in faccia, come se io avessi trovato la soluzione dell’enigma, ma evidentemente io non avevo trovato né intuito né indovinato nulla, e per di più non m’importava un cazzo, così glielo dissi: il problema che le pose il suo amico, qual era la soluzione, don Pancracio? E allora don Pancracio mi guardò e disse: che amico? Be’, il suo amico, chiunque fosse, Miguel Ángel Asturias, l’enigma del poeta che si perde e sopravvive. Ah, quello, disse don Pancracio come se si svegliasse, a dire la verità non mi ricordo, ma non si preoccupi, il poeta non muore, affonda, ma non muore.

Quello che ami non muore mai, disse uno che si trovava vicino a noi e che ci aveva sentito, un biondo in doppiopetto e cravatta rossa che era il poeta ufficiale di San Luis Potosí, e subito, come se le parole del biondo fossero state il colpo di pistola della partenza, in questo caso dei saluti, scoppiò un disordine tremendo, con scrittori messicani e nicaraguensi che si dedicavano a vicenda i libri, e poi sul pulmino, dove non entravamo tutti (fra chi se ne andava e chi veniva all’aeroporto a salutare), al punto che dovemmo chiamare tre taxi per un appoggio logistico supplementare al trasferimento. Ovviamente io fui l’ultimo a lasciare l’albergo. Prima feci un certo numero di telefonate e lasciai una lettera per Ulises Lima nel caso assai improbabile che ripassasse da lì. Nella lettera gli consigliavo di rivolgersi immediatamente all’ambasciata messicana che si sarebbe occupata di rimpatriarlo. Chiamai anche il commissariato. Lì parlai con Álamo e Labarca, che mi assicurarono che ci saremmo trovati direttamente all’aeroporto. Poi presi le mie valigie, chiamai un taxi e me ne andai.

FALENE

VI. Città

Non è vero che esistono quartieri dormitorio. Tutto è dormitorio. Ogni quartiere è dormitorio. La città intera a perdita d’occhio dorme il suo incantesimo di desolazione. Ogni palazzo è un letto a castello, o un negozio di scarpe. E le strade lunghi corridoi allucinati popolati di incubi.

Durante i suoi anni di reclusione alla Transalp Logistic, nonché per una parte significativa del suo rimanente tempo di vita, al primo piano di un letto a castello di periferia, con un muro a sigillare l’orizzonte davanti alla finestra della sua camera, peraltro tristemente addobbata con un rampicante, F entrò in contatto con alcuni nuclei disarmati di rivolta.

Da quelli disarmanti, che erano la maggior parte, i quali effettivamente non rivoltavano se non il loro nulla, preferì sempre stare alla larga. Anche ai tempi dell’università li aveva sempre evitati, con le loro chiacchiere, i loro reboanti discorsi, i loro tronfi e virileggianti capetti da strapazzo, i loro futuri da servitori, da funzionari del ministero, da aspiranti amministratori, da imprenditori del nulla, da opinionisti.

I nuclei disarmati con cui F entrò in contatto vivevano affilando armi. Armi bianche o nere d’inchiostro. Il loro disarmo non era volontario. Non erano dei pacifisti qualunque. La realtà ci aveva messo del suo, li aveva denudati e lasciati inermi a consumarsi le suole dentro le loro scatole da scarpe, li aveva rinchiusi nei dormitori per condannarli poi a soffrire d’insonnia.

Era questo a renderli differenti. La loro insonnia li teneva in guardia dagli incubi della realtà. Gli occhi sgranati sulla notte. Erano come profeti ammalati di profezie. Vedevano con chiarezza nelle loro veglie allucinate i profili del disfacimento.

Non c’è vita possibile tra quelle mura, tra quei solitari coriandoli di cielo, in quegli infiniti corridoi di tristezze soffocate. Era tutto chiaro. E usavano parole limpide per dirlo.

Eppure qualcosa li tratteneva a presidiare il vuoto. Qualcosa li faceva vivere tra quelle mura. Un cordone ombelicale tagliato malamente, la speranza di una miccia, l’illusione di un sabotaggio, la tentazione di farsi uccidere come tutti gli altri morti di quella morte che Jacob ben sapeva, di farsi addormentare o lasciar morire, di condividere fino in fondo il proprio destino di umani nel dopo apocalisse.

Di tanto in tanto qualcuno veniva inghiottito e non se ne sapeva più nulla. Altri restavano senza respiro, qualcuno moriva, qualcun altro cessava semplicemente di dimenarsi.

Ma c’era anche qualche irriducibile che incanutiva sopra le sue borse insonni senza cedere di un passo benché l’abisso l’avesse già inghiottito da tempo.

Altri ancora F li aveva visti abbandonare il campo, riconoscere la disfatta, ammettere che l’unico modo dignitoso di restare era quello di farsi saltare in aria, o di buttarsi sulle rotaie.

La città era perduta. Ma la città era ovunque.

Per questo non c’erano muri o cavalli di frisia da oltrepassare, nessuno sparò loro nel momento in cui alcuni decisero di spostarsi sulla terra per reimparare le stagioni e rivoltarsi tra le zolle. Quella terra “che non era mai appartenuta a nessuno. Apparteneva a tutti noi; dovevamo soltanto usarla bene, con umiltà e con orgoglio.”1

Nessuno sparò loro perché i guardiani erano già là ad aspettarli, sulla terra.

La citta abitava già da tempo le campagne, e in maniera definitiva e irrimediabile, perlomeno dai tempi di quel miracolo devastante che portò i genitori di F in città dalla terra nera che li aveva cresciuti.

Dovevamo soltanto usarla bene e invece l’abbiamo voluta governare. Abbiamo voluto governare l’erba, i rovi, le piante. Abbiamo voluto governare il nostro humus. E da un certo punto in avanti l’abbiamo anche fatto senza umiltà e senza orgoglio.

Ah, falene! Che vi ostinate a inseguire il lume che vi consumerà! I vostri destini accavallati come onde sull’abisso a inarcare le schiene incontro alla morte. Siete stati i marosi e la bonaccia, la vostra alba e il vostro tramonto, la tenera luce del mattino e quella cupa della sera. Susan, Rhoda, Bernard, Neville, Jinny, Louis, Guy: le vostri ali si sono sciolte alla fiamma del sole o a quella di una candela, sotto il grande cielo o nell’intimità di una stanza in penombra. Si sono comunque sciolte, umili o superbe, pubblicamente o in clandestinità, hanno portato a compimento il loro personale autodafé.

E che le parole abbiano contribuito a discioglierle nell’acqua in una maestosa ondata di fiamme o più modestamente al calore del fuocherello su cui arde anche la storia di F, in nessun caso la grazia inespressa del mistero perduto ne sarà intaccata.

VII. Lucciole

Levati dunque! Fatti migliore, fuggi la tua qualità di impiegato, incomincia a vedere chi sei, invece di calcolare che cosa dovresti diventare.”2

Il primo giorno di latitanza F lo vide alzarsi sulla città in dormiveglia dalle prime terrazze di terra affacciate sulla pianura. Era uscito di casa nel cuore della notte e si era incamminato in direzione delle colline.

La città si fece camminare senza accorgersi di come fossero diversi dal solito quei passi di F, di come avesse un altro peso quel loro incedere stranamente risoluto nella notte. Era molto più che un addio.

La città era stata l’incubatrice del suo sfacelo, dei suoi tumori, della sua latitanza. La scatola da scarpe in cui aveva cercato di starsene al suo posto, proprio come fanno le scarpe quando se ne stanno in ordine e a coppie dentro le scatole da scarpe, divise da un foglio di carta velina e con i piedi dell’una piantati nella faccia dell’altra e viceversa. Anche se per un difetto di fabbricazione, per il furto di un monco o per chissà quale altro motivo, lui nella scatola si era trovato spaiato come una scarpa solitaria.

Ma non fu questo a rendere impossibile lo starsene al suo posto. Fu il suo essere impiegato alla Transalp Logistic a scoperchiare tutto.

E la città, che quella notte attraversava per l’ultima volta, era stata il campo di concentramento in cui aveva appreso la propria prigionia, lo spettro tra le cui vesti aveva cercato di divenire un’evanescenza tra le altre.

Sì, era molto più che un addio.

Per molti anni si era abbandonato al frenetico viavai di quella fiumana di persone in moto perpetuo che all’improvviso, ammantate di esclusività, comparivano dal nulla per farvi ritorno un attimo dopo.

Che cosa si è realmente dentro questa fiumana, dentro questa corrente variopinta di uomini che non conosce fine?3

E in quale regno misterioso, una volta scomparse alla vista, venivano inghiottite tutte quelle persone? Come un esercito di frettolosi bianconigli affaccendate a ignorarsi vicendevolmente e a confermarsi l’un l’altra la capitale importanza, o l’importanza del capitale, delle proprie occupazioni.

La più grande illusione di ogni città è che stia realmente accadendo qualcosa. E che questo qualcosa sia indispensabilmente e improrogabilmente reale. Tutto è lì a confermarlo: le luci, il movimento, la fretta, la velocità, i motori, gli sguardi, le espressioni, i gesti, i suoni.

Tuona e rumoreggia il traffico dei commerci, come se mai al mondo fossero esistiti paesaggi né sogni”. 4

Tuonava e rumoreggiava anche quella notte la città, mentre F si librava ormai a pelo sul mare grigio della strada, leggero come una rondine.

Fuggevoli presenze incrociavano il suo sguardo per svanire subito nel nulla. Fantasmi.

Un nuovo modo di essere, una nuova forma-di-vita stava per sorgere in lui con il sole.

Niente più occupazioni né identità, né uffici né attività, né funzioni né impieghi. Niente più essere piegati. Ma ciò che l’aspettava non era un semplice non lavorare, un far nulla, un essere nessuno, un lasciarsi morire d’inedia o d’inerzia.

Camminando verso le colline F si lasciava alle spalle il regno del nulla e del nessuno per inoltrarsi nei territori inesplorati dell’esilio. Infinite possibilità che nel corso degli anni erano state sigillate una dopo l’altra in blindate cassette di sicurezza ritornavano ora all’aperto facendo echeggiare in lui il suono di mille serrature che si aprivano all’unisono.

Come la ninfa delle cicale. Potenza di rifiutare ogni identità, ogni divisa e ogni separazione. Potenza di scomparire, di rendersi invisibile agli occhi del nemico, di sottrarsi al flusso inarrestabile della movimentazione di cose, persone, terre, parole, informazioni. Potenza di sfuggire al regime della distribuzione, di smascherare l’inganno della libera stabulazione. Nel tempo della visibilità e della tracciabilità occorreva svanire senza lasciare tracce, dettare le condizioni della propria clandestinità. Potenza di arrestarsi e di restare. Di morire anche. Potenza di tacere i dialoghi doppiati della realtà spettacolare. Potenza di non dire il proprio scomparire. Di rifiutare il discorso, che è sempre soltanto uno e un discorso. Scompariamo, aveva letto un giorno su un muro. Per comparire in una latenza immaginaria splendidamente più reale della realtà. Così iniziava la sua latitanza.

Sottrarsi alla civiltà Jacob: non c’è niente di più bello, sai.5

Allo scemare della città le sagome scure degli alberi e delle siepi iniziavano a restituire alla notte quel po’ di mistero che le era rimasto.

Anche se la città era ovunque, F lo sapeva. Non terminava con le case, non terminava con le luci, e di certo non bastavano un po’ di foglie e di fili d’erba a fermare il suo passaggio. E nemmeno qualche rovo.

Ma inoltrandosi nella luce crepuscolare della luna sotto la volta frondosa di maggio di quella strada di campagna in salita con le narici invase di primavera, F ebbe la sensazione che gli alberi, le siepi, i campi coltivati e le boscaglie vivessero soltanto un’apparente prigionia e che parlassero, o meglio, fossero lì a sussurrare come discreti testimoni, la possibilità di una vita indivisibile dalla sua forma. Quell’addomesticato paesaggio campestre era solo il trucco di una manciata di secoli, sotto la sua patina di civiltà lievitava l’onda inarrestabile del selvatico. Era solo questione di tempo.

Dopo lungo camminare, giunto alla pieve delle lucciole nel crepuscolo del mattino, F si sedette sull’orlo di un calanco ad aspettare il grande fuoco. No, non erano scomparse le lucciole.

Ancora tiepido, timido pastello, lo vide sfondare la crosta della terra lievemente, non diverso da una falce di luna, o altrimenti come unghia di Dio.

La città lampeggiava ancora le sue intermittenze mentre i suoi galli cantavano il loro canto di gracchianti saracinesche.

I Kraus sognavano di svegliarsi in un incubo differente, di lì a poco la realtà li avrebbe di nuovo addormentati.

Gli allievi, i miei compagni, sono dispersi in impieghi d’ ogni sorta. E se io andrò in pezzi e in malora, che cosa si romperà, che cosa si perderà?”6

Le strade, non ancora lave di antiche eruzioni umane, sarebbero presto state un caotico e forsennato viavai di impiegati in procinto di essere occupati dalla propria funzione.

Da lassù poteva vedere i suoi colleghi aprire gli occhi su un nuovo giorno di prigionia, poteva vederli entrare nell’ufficio con quello sguardo cupo o quel sorrisino imbarazzato o quell’aria fintamente allegra o quella tetraggine sincera che gli avevano sempre ricordato certe chiacchiere sentite in calce ai funerali.

Era finita. Quella sua vita era finita. La stava uccidendo.

Come il sole uccideva la notte.

Una volta uscito dalla terra come pulcino dall’uovo, andava per un istante a disegnare la madre di tutte le tangenti per poi staccarsi nel suo massimo di rotondità con piccolo balzo dal mappamondo di plastica e iniziare a sollevarsi su tutte le cose con fare sempre più maestoso e più impercettibile moto e più intensa e accecante luce e così facendo ad allontanarsi sempre più nel cielo. Una volta lassù, lo sapeva, tutti l’avrebbero dato per scontato fino al termine della parabola, come se anch’egli non fosse altro che un impiegato occupato a svolgere una funzione, il fattorino del cielo intento a consegnare un altro giorno all’oblio.

1William Faulkner, La grande foresta, Adelphi, Milano 2002, p. 191

2Franz Kafka, Diari vol. 2, Mondadori, Milano 1953, p.163

3Jacob Von Gunten, op.cit., p.43

4Ibidem, p.51

5Ibidem, p.167

6Ibidem, p.168