Surrealismi. Né il loro fascismo, né il loro antifascismo

di Mikkel Bolt Rasmussen

Mikkel Bolt Rasmussen è uno storico dell’arte e un militante danese. La casa editrice  milanese Agenzia X pubblicherà nei prossimi giorni il suo libro La controrivoluzione di Trump. Fascismo e democrazia, nel quale Rasmussen articola un’analisi di Trump e del populismo di destra insieme a una critica della sinistra democratica (su Qui e Ora ne abbiamo parlato quando è stata pubblicata la versione francese, qui).

Il recente rimpasto governativo in Italia ha dimostrato, ancora una volta, non solo la capacità dei principali attori della democrazia nazionale italiana di cambiare rapidamente la propria posizione per evitare che l’avversario prenda il potere, ma allo stesso tempo la totale vacuità della politica dei partiti organizzati. Al posto del governo Conte I, dominato dal fascismo pop di Salvini, abbiamo ora il governo Conte II, con l’antifascismo pop di Renzi, il quale non è meno manipolatorio di quello di Salvini. Da “Prima gli italiani” a “Fai vivere l’Italia” tutto quello che il sistema democratico italiano ha offerto in questi giorni è un superficiale nazionalismo. Le potenti macchine produttrici di immagini nella società tardo-capitalista hanno difficoltà a far fronte alla banalità della politica. La stupidità degli slogan testimonia la difficoltà dello Stato a ricrearsi come presenza sociale.

La superficialità delle diverse manovre politiche nella recente politica italiana non deve però essere considerata come la svolta per un ritorno a una sorta di normalità o razionalità politica. Come i situazionisti hanno sottolineato molto tempo fa, la politica è diventata spettacolare e tutti i politici sono sottoposti alle condizioni dello spettacolo. Non c’è razionalità habermasiana a cui tornare: il punto è che Renzi è superficiale come Salvini poiché la politica è sempre più una politica pop in questo senso, il che vuol dire che nel tardo capitalismo la politica non si traduce in immagini, ma appare direttamente in quanto immagini, marchi, slogan e memi.

Le immagini della rivalità intercapitalista e l’intensa lotta per il diritto di governare lo Stato capitalista (e di utilizzare i suoi diversi mezzi) non devono farci dimenticare che il sistema politico moderno – la democrazia nazionale e la stessa opposizione tra sinistra e destra – è morto. Esiste ancora, naturalmente, è ancora lì, continuiamo a vedere immagini di politici che dibattono ed entrano o escono dalle sale riunioni o incontrano “cittadini comuni”, Salvini sulla spiaggia di Sabaudia o Macron nel Grand Debat televisivo, ma è evidente a tutti il carattere zombie di tutta l’operazione. I media stanno facendo del loro meglio per mettere in scena l’intero spettacolo e di tanto in tanto ci interpellano come cittadini quando c’è un’elezione, ma le macchine dell’immagine politica funzionano a vuoto e persino il fascismo e l’antifascismo democratico appaiono oggi come Ersatz, simulacri delle posizioni storiche precedenti.

Crisi e reazione

Mentre la tarda società capitalista sta lentamente crollando –  una crisi finanziaria negli Stati Uniti e in Europa è diventata una crisi economica mondiale che ha portato a una lunga lista di crisi politiche “locali”, a cui si aggiunge il disastro climatico e per cui ci troviamo di fronte a qualcosa che può essere descritto solo in quanto crisi strutturale o sistemica – diventa sempre più importante per i governi, specie quando i ricchi cominciano a diventare poveri, cercare di controllare il collasso in corso per prevenire qualsiasi tipo di cambiamento radicale. In questa situazione il fascismo così come il suo doppio, l’antifascismo democratico, appaiono come delle soluzioni temporanee. Le leggi di emergenza in vigore a partire dall’11 settembre – ma già esistenti in precedenza, basti pensare alla repressione delle proteste durante il G8 di Genova nell’estate del 2001 – possono ora essere messe in pratica rafforzando la comunità nazionale ed espellendo gli “stranieri” indesiderati. La svolta autoritaria della democrazia nazionale mostra così la relazione di  immanenza che esiste tra democrazia e fascismo, ovvero che la democrazia nazionale, come ha mostrato Giorgio Agamben in Homo sacer, può sempre optare per l’esclusione (inclusiva) nazionalista nel tentativo di ripulire il Popolo dalle scorie del popolo (i migranti, i poveri, ecc.).

Come diceva Walter Benjamin negli anni ’30, il fascismo è sempre reazionario, nel senso che è sempre un tentativo di impedire uno sconvolgimento rivoluzionario. Il fascismo serve a bloccare o deviare le energie rivoluzionarie, convogliando il crescente malcontento in una direzione diversa dalla critica al sistema capitalista e alla democrazia nazionale. In questo senso il fascismo è una pseudo-ribellione che ama mantenere le cose come sono o come erano (cioè mantenere intatto e in espansione il potere economico del capitale); i fascisti infatti promettono di fermare o tornare indietro nel tempo, ripristinando la comunità nazionale: “Make America Great Again” o “Prima gli italiani”. Il discorso fascista consiste così nel dare un volto identificabile alla crisi reale, spostando l’antagonismo sociale al capitalismo verso un nemico fantasmatico, siano essi ebrei, messicani o musulmani. Le leggi astratte dell’accumulazione e della circolazione del capitale si trasformano ancora una volta in paranoia collettiva: “dobbiamo impedire alle barche con i migranti di raggiungere i porti italiani” o “dobbiamo costruire un muro per tenere fuori la carovana dei migranti messicani”. Solo così “noi” saremo in grado di assicurare alla comunità nazionale l’accesso privilegiato a ciò che resta dello stato sociale del dopoguerra e ai posti di lavoro rimanenti in Occidente. Si tratta dunque di rendere i posti di lavoro e la cittadinanza dei privilegi non universali.

Tuttavia la politica mitica del fascismo permette alle masse di esprimersi, come ha detto Benjamin nel suo saggio sull’Opera d’arte. Si tratta di far deragliare la formazione della coscienza di classe, sostituendola con l’ipnosi di massa e la disponibilità ad impegnarsi nelle quotidiane follie razziste e repressive, o almeno accetare di esserne testimoni consenzienti. La lotta di classe si trasforma in discriminazione etnica, politica e culturale dove l’uomo forte salva l’uomo comune dall’assalto di forze misteriose che ne stanno distruggendo la casa. Il fascismo non annulla la fusione completa della politica con l’economia che si è verificata nel capitalismo di Stato dopo la Seconda guerra in Occidente, quando lo Stato ha trasferito direttamente il denaro alle corporation e alle loro ricche famiglie, ma produce una paranoia collettiva e nazionale attraverso una mobilitazione razzista, xenofoba ed eterosessista.

Trump e Salvini possono presentarsi rispettivamente come qualcosa di diverso dai soliti politici di Washington e dal classico trasformismo italiano, come fossero qualcosa di nuovo, una protesta contro il sistema. E Renzi può alla fine presentarsi come un vero politico pronto a tenere Salvini a bada, non certo per attuare un programma politico diverso: è troppo tardi per questo. Come abbiamo visto, in tutta Europa la minaccia del cosiddetto populismo di destra ha permesso al centro politico, centro-sinistra o centro-destra è lo stesso, di impegnarsi in una barbara politica sull’immigrazione. È la politica del male minore – terremo il fascista fuori dal governo anche se questo significa che faremo quello che loro propongono di fare! –  che minaccia di smantellare la differenza che si suppone esista tra democrazia e fascismo.

Riforme o insurrezione

Il fallimento della sinistra in Occidente è chiaro a tutti. I resti della sinistra occidentale organizzata stanno facendo del loro meglio per contribuire a rinvigorire lo Stato dandogli una nuova opportunità, cercando di battere i fascisti sul loro terreno. La sinistra riformista cerca di presentarsi come migliore nella gestione dello Stato rispetto ai fascisti, è questo oggi il suo scopo principale. Il problema per la sinistra è però che un capitale occidentale in piena contrazione rende difficile mantenere il livello di benessere che associamo normalmente al dopoguerra, mostrando la vacuità delle sue promesse di benessere (razzista). Il capitale non è in grado di riprodurre la forza lavoro come cinquant’anni fa e quindi la prospettiva di un rinnovamento dell’alleanza tra le classi (e l’abbandono di qualsiasi tipo di solidarietà internazionale) è improbabile nel quadro esistente dell’accumulazione di capitale. Lo vediamo nelle deboli richieste dei politici riformisti di maggior successo come Corbyn o Sanders, le cui proposte di nazionalizzazione e di partecipazione azionaria dei dipendenti testimoniano la riluttanza del capitale a fare qualsiasi tipo di compromesso nell’attuale congiuntura. Ma anche se il tappeto è stato strappato da sotto i piedi del riformismo, questo continua a cercare di mediare con il capitale rendendo effettivamente più difficile per la prospettiva rivoluzionaria articolare la distinzione primaria, quella tra insurrezione e Stato.

Antifascismo surrealista

Il Comitato Invisibile e Marcello Tari hanno dimostrato in modo convincente che il nuovo ciclo di proteste scoppiato nel 2010 costituisce l’avvento di una nuova prospettiva rivoluzionaria volta a destituire lo Stato capitalista. Dalle rivolte arabe ai movimenti di occupazione delle piazze in Spagna e in Grecia fino a quello negli Stati Uniti, le proteste studentesche in Canada, i disordini a Londra, le proteste contro la guerra in Brasile, il movimento Maidan in Ucraina, Black Lives Matter negli Stati Uniti, le proteste dell’ombrello a Hong Kong, la rivolta indipendentista in Catalogna, Nuit debout a Parigi, fino alle proteste dei Gilet Gialli e alle nuove proteste di Susan, Egitto, Algeria, Libano, ma anche in Honduras, Equador e Cile: abbiamo una nuova ondata insurrezionale globale, discontinua ma ancora in corso, che non sembra disposta a finire ma continua a materializzarsi nonostante il terrore di stato che va sotto il nome di antiterrorismo e ogni tipo di manovre “politiche”, comprese le soluzioni fasciste. In questo contesto il fascismo e l’antifascismo democratico sono tentativi di contenere e prevenire una svolta rivoluzionaria.

Nel 1938 i surrealisti di Parigi scrissero un opuscolo intitolato “Né la vostra guerra né la vostra pace” (“Ni de votre Guerre ni de votre Paix”) in cui attaccarono la posizione democratica antifascista che si presentava come una difesa della libertà e della giustizia contro il fascismo. Come scrissero i surrealisti, non aveva senso che gli stessi Stati nazionali che avevano permesso all’Italia di invadere l’Etiopia, che avevano volentieri ceduto la Cina all’imperialismo giapponese e permesso a Franco di schiacciare la Repubblica spagnola, si mettessero in scena come difensori della libertà. I surrealisti così cercarono di criticare sia i regimi fascisti che gli stati democratici antifascisti a favore di un’idea di liquidazione del capitalismo e dello stato nazionale.

Una liquidazione che avrebbe permesso al proletariato di uscire dal modo di produzione capitalista e di porre fine alla propria condizione di lavoratori salariati nazionalizzati. Come artisti e scrittori d’avanguardia, i surrealisti sapevano che la rottura rivoluzionaria sarebbe stata necessariamente autodistruttiva, cioè che sarebbe stato necessario attaccare l’identità dell’artista per liberare la fantasia anarchica insita nel gesto artistico. La rivoluzione non era una questione politica, ma una questione di vita quotidiana e di poesia. Come sostengono i figli perduti dei surrealisti, l’Internazionale situazionista, non si tratta di mettere la poesia al servizio della rivoluzione, ma di mettere la rivoluzione al servizio della poesia, nel senso che solo nella misura in cui riusciamo a disattivare l’anarchia del capitalismo e il disordine dello Stato, la poesia sarà liberata e messa a disposizione di tutti.

La sovranità infame

di Andrea Russo

Lo spettacolo offerto dalle autorità italiane per l’arresto di Battisti è uno dei più grotteschi cui ci sia capitato di assistere negli ultimi anni. Vale la pena soffermarsi un istante sul concetto di grottesco o, come lo chiama Foucault di «ubuesco», perché il funzionamento delle verità giuridiche che fanno ridere e hanno insieme il potere di punire e al limite estremo di uccidere sono prassi che, in una società come la nostra, meritano una qualche attenzione.

L’ingranaggio del potere grottesco, scrive Foucault nel corso al Collège de France intitolato Gli anormali, «è un procedimento che assicura la massimizzazione degli effetti di potere a partire dalla squalificazione di colui che li produce». Questo ingranaggio del grottesco nella meccanica del potere è molto antico. Ne abbiamo esempi evidenti soprattutto nella storia dell’impero romano, «dove la squalificazione quasi teatrale del punto di origine, del punto di aggancio di tutti gli effetti del potere nella persona dell’imperatore, fu se non proprio un modo di governare, per lo meno un modo di dominare: una squalificazione che fa sì che colui il quale è detentore della maiestas, cioè del più di potere rispetto a qualsiasi altro potere, è allo stesso tempo, nella sua persona, nella sua realtà fisica, nel suo abito, nel suo gesto, nel suo corpo, nella sua sessualità, nel suo modo di essere, un personaggio infame, grottesco, ridicolo».

Il grottesco, però, oltre ad essere un procedimento essenziale della sovranità arbitraria, è, per Foucault, anche un procedimento inerente alla burocrazia applicata. «Che la macchina amministrativa, con i suoi insormontabili effetti di potere, passi attraverso un funzionario mediocre, nullo, imbecille, superficiale, ridicolo, consunto, povero, impotente, [è uno] degli elementi essenziali delle grandi burocrazie occidentali a partire dal XIX secolo. Il grottesco amministrativo non è stato semplicemente la percezione visionaria dell’amministrazione che hanno potuto avere Balzac, Dostoevskij o Kafka. Il grottesco amministrativo è una possibilità che la burocrazia si è realmente data. Ubu “rond de cuir” appartiene al funzionamento dell’amministrazione moderna, come spettava al funzionamento del potere imperiale a Roma essere nelle mani di un istrione folle». In Occidente, il potere, mostrando pubblicamente la sua forma ridicola, abbietta, infame, ha voluto al contempo manifestare in modo evidente la sua insormontabilità e inevitabilità: il potere funziona sempre, anche allorquando è nelle mani di qualcuno realmente squalificato. Per Foucault, «nella nostra società, a partire da Nerone – che è forse la prima grande figura iniziatrice del sovrano infame – sino al piccolo uomo dalle mani tremanti che, nel fondo del suo bunker, coronato da quaranta milioni di morti, domandava solo due cose (che tutto il resto al di sopra di lui venisse distrutto e che gli si portassero, fino a creparne dei dolci al cioccolato), c’è uno smisurato funzionamento del potere infame».

L’immagine di Salvini che indossa la giacca della polizia di Stato, mentre si trova all’aeroporto di Ciampino, per presenziare all’arresto di Cesare Battisti in arrivo dalla Bolivia, o il video postato dal Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede sul suo profilo Facebook, con il commento: «Il racconto di una giornata che difficilmente dimenticheremo» – sono esempi lampanti della persistenza della sovranità grottesca. L’arresto di un latitante, l’esecuzione di una sentenza, in quanto «atto dovuto», dovrebbe compiersi con sobrietà, con il minor pathos possibile, invece sfocia in una carnevalata giustizialista, in uno spettacolo di propaganda politica dell’internazionale fascista. Battisti, militante dei Proletari Armati per il Comunismo, condannato molti decenni fa all’ergastolo per quattro omicidi, è caduto nelle mani della giustizia italiana grazie al presidente di estrema destra Bolsonaro, che aveva dichiarato al suo amico Salvini: “Se vinco vi regalo Battisti”.

Per dire le cose in maniera solenne: l’Occidente, che fin dal tempo dei greci non ha cessato di dare potere al discorso di verità in una società e in uno Stato “giusto”, ha infine conferito un potere incontrollato, nel suo apparato giudiziario, alla parodia della verità. Al suo limite estremo, la dove si attribuisce il diritto di punire e di uccidere, il potere ha instaurato il discorso grottesco, facendo parlare il sapere di Ubu a qualcuno travestito da clown.

Alfred Jarry, autore dell’opera teatrale Ubu re, per illustrare scenicamente i principi della sua estetica propone l’utilizzo di maschere, un décor sintetico, una messa inscena ostentatamente anti-realisica e la marionetta come paradigma dell’attore. Nell’anti-teatro di Jarry, agli apollinei e virtuosi eroi del teatro tradizionale e borghese, animati da alti ideali, impegnati a far fronte alle sfide del destino o in preda a dilemmi esistenziali, si contrappone una maschera mostruosa, una marionetta senza volto con l’addome enorme e con la testa incappucciata, in preda a pulsioni abbiette, pronta a tradire, massacrare e dominare in nome del potere e della ricchezza. Gli attori-marionette dietro le loro maschere vuote mostrano l’origine squalificata, bassa, infame del potere. La percezione di un senso trascendentale che parli attraverso le loro voci viene a mancare e non c’è più verità che li riempia se non quella legge della finzione del potere che ora è svelata in ogni suo meccanismo. La spettacolarizzazione della cattura di Cesare Battisti è una mise-en-scéne che presenta ad una massa di spettatori impotenti lo spettacolo di pura finzione che è alla base dell’istituzione giudiziaria.

C’è da dire, però, che ciò che Foucault definisce sovranità grottesca è una categoria che nasconde una provenienza insospettata: la dottrina cattolica dei sacramenti. A partire dal XII secolo, nelle lettere bollate dei papi si comincia a ribadire con insistenza che i sacramenti hanno un valore assoluto e oggettivo, che prescinde ed è indipendente dalla purezza morale e comportamentale degli ecclesiastici che li amministrano. Ciò significa, per esempio, che la comunione impartita da un prete simoniaco o concubinario è valida in se stessa, in quanto officiata da mani legittimamente consacrate. Ex opere operato è il termine tecnico che, a partire da Tommaso d’Aquino e Innocenzo III, la chiesa utilizza come risposta alle polemiche di tutti quei movimenti spirituali che non riconoscono la validità dei sacramenti impartiti da sacerdoti indegni. È il rifiuto del potere carismatico e governativo degli ecclesiastici amorali, vale a dire il rifiuto di ricevere i sacramenti e di pagare le decime a ministri della chiesa malvagi e corrotti, che darà avvio al processo rivoluzionari escatologico che infiammerà l’Europa dal XII secolo fino alla Riforma luterana.

È interessante notare che il Concilio di Trento definì il 3 marzo 1547 contro Lutero che i sacramenti conferiscono la grazia ex opere operato, per ciò che dipende da Dio. Il termine significa letteralmente “per il fatto stesso di aver fatto la cosa” e si riferisce al fatto che nei sacramenti il peccato del ministro non può inficiare il risultato dell’azione sacramentale. Lo scopo di questa precisazione, voluta dal concilio, era di togliere ai fedeli ogni dubbio di coscienza sulla validità di un sacramento officiato da un ministro indegno e corrotto. Contro Lutero, che afferma la necessità della probità del ministro affinché il sacramento sia valido, i padri conciliari dicono: «Se il ministro ha compiuto correttamente il rito [ex opere operato], Dio si è impegnato e perciò ex parte Dei [cioè, per ciò che dipende da Dio] il sacramento è completo». Il Catechismo della chiesa cattolica spiega al riguardo: «Degnamente celebrati nella fede, i sacramenti conferiscono la grazia che significano. Sono efficaci perché in essi agisce Cristo stesso: è lui che battezza, è lui che opera nei suoi sacramenti per comunicare la grazia che il sacramento significa. […] È questo il significato dell’affermazione della Chiesa: i sacramenti agiscono ex opere operato [per il fatto stesso che l’azione viene compiuta], cioè in virtù dell’opera salvifica di Cristo, compiuta una volta per tutte. [Ne consegue] che il sacramento non è realizzato dalla giustizia dell’uomo che lo conferisce o lo riceve ma dalla potenza di Dio. Quando un sacramento viene celebrato in conformità all’intenzione della Chiesa, la potenza di Cristo e del suo Spirito agisce in esso e per mezzo di esso, indipendentemente dalla santità personale del ministro».

Tanto nella sua forma teologica quanto nella sua forma politica, il potere agisce ex opere operato per rendersi indipendente e indifferente alle qualità del soggetto che lo esercita o lo celebra. Nella storia dell’Occidente ciò è accaduto perché molto spesso i funzionari politici e religiosi che si ponevano come modelli di riferimento per l’identità sociale e civica, non riuscivano a essere all’altezza del loro ruolo a causa dei loro comportamenti corrotti. È per questo che viene introdotto nella dottrina della chiesa cattolica il principio, che poi troverà ampia applicazione nell’etica, nella politica e nell’economia, secondo cui il carattere morale o fisico dell’agente è indifferente alla validità e all’effettualità dell’azione di potere. È grazie a questa astuzia che il potere si è sempre posto al di là del bene e del male. Dalla sovranità infame degli imperatori romani e dei vescovi e dei clerici usurai, simoniaci e concubinari, sino al grottesco giudiziario e amministrativo dei corrotti funzionari statali e Ubu re Berlusconi, l’Italia, nel corso della sua storia, ha conosciuto tutte le gradazioni di ciò che si potrebbe chiamare l’indegnità e l’inevitabilità del potere.

Nel caso Battisti, il meccanismo grottesco del potere si amalgama con lo stato di eccezione e la nuova Legge Salvini sulla Sicurezza. Con il suo arresto, corroborato dal dispositivo spettacolare, il governo ha voluto dar prova della sua attendibilità in materia di sicurezza pubblica e lotta al terrorismo.

L’associazione per i diritti dei detenuti Antigone, commentando la foto di Cesare Battisti in carcere accanto a due agenti della polizia penitenziaria, contesta l’intollerabile spettacolarizzazione della giustizia, rifacendosi a quelle norme del codice di procedura penale e dell’Ordinamento penitenziario, che impongono l’adozione di opportune cautele per proteggere gli arrestati dalla curiosità del pubblico e da ogni specie di pubblicità. Tuttavia, se davvero vale la massima benjaminiana in cui si dice che lo stato d’eccezione è divenuto la regola, non ci si dovrà stupire più di tanto per l’esposizione del terrorista Battisti alla violenza della gogna, in quanto sicurezza e lotta al terrorismo sono ormai da più di quarant’anni al di sopra della legge. Il problema e la sfida allora non è invocare il ripristino dello stato di diritto, bensì rendere evidente la sua finzione, cioè che lo stato non è mai tanto legato al diritto fino al punto di limitare il suo potere a partire da esso. Allo stesso modo contro le leggi securitarie palesemente anticostituzionali non serve indignarsi, bensì organizzarsi contro di esse, comprendendo la strategia che le guida.

Cosa possiamo fare per Cesare Battisti e tutti i detenuti politici in galera da oltre trent’anni e alcuni prossimi ai quaranta? Una cosa ovvia, ma sempre più difficile: battersi per l’amnistia.

La classe politica italiana è sempre stata avversa all’ipotesi dell’amnistia per i fatti degli anni Settanta, in quanto non ha mai voluto riconoscere pubblicamente, tranne rare eccezioni, che in quel decennio vi sia stato qualcosa come una guerra civile.

Nella storia d’Italia, l’ultimo provvedimento di amnistia preso dopo una situazione di guerra civile, risale al decreto presidenziale del 22 giugno 1946, n. 4, emanato in occasione della proclamazione della Repubblica, noto come “amnistia Togliatti”. Allora, l’amnistia fu ritenuta necessaria, per ragioni di pacificazione sociale e ricomposizione dell’unità nazionale, in vista del nuovo corso democratico. Paolo Persichetti e Oreste Scalzone, scrivono ne Il nemico incofessabile, che grazia all’amnistia Togliatti «si è realizzata col tempo un’operazione (gestita dalla magistratura, in particolare della Corte di Cassazione) di recupero del personale politico e amministrativo, compromesso con il passato regime […] mirata a consentire la continuità statale in funzione anticomunista. Parte dei perdenti avevano dunque dalla loro parte un “valore aggiunto”, una sorta di “utilità marginale” politicamente decisiva nel contesto di “guerra fredda” che si annunciava. Anche i quattro successivi provvedimenti di amnistia e indulto per i fatti politici realizzati nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta, rispondono alla necessità di riportare a zero, di volta in volta, in nome del compromesso ante litteram che aveva fondato il patto costituzionale, il contatore del conflitto, di quella guerra civile a bassa intensità che in piena “guerra fredda” contrapponeva DC e PCI. La mancanza di un “valore aggiunto”, dovuta all’inservibilità del personale politico della sovversione degli anni Settanta per fini di stabilizzazione del sistema […] spiegano la grande diversità della situazione attuale e la solitudine dei prigionieri politici e dei fuoriusciti degli anni Settanta e Ottanta».

Il motivo dirimente per cui, in Italia, continua ad essere sistematicamente scartata l’ipotesi di amnistia è da circoscrivere al corollario della guerra civile: le leggi speciali. Concedere l’amnistia implicherebbe l’abrogazione delle leggi speciali. Ma, per l’Italia, rinunciare alle leggi speciali e alla cultura dell’emergenza, significherebbe rinunciare a quel dispositivo governamentale che viene ormai considerato dai ministri degli interni delle altre democrazie occidentali, come un vero e proprio paradigma per il governo del terrorismo.

Francesco Cossiga, ministro dell’Interno dal 1976 al 9 maggio 1978 (giorno dell’uccisione di Aldo Moro) e diventato qualche anno dopo presidente della Repubblica, racconta che, nel 1978, Michel Poniatowskj, suo omologo francese, lo aveva consigliato di dichiarare ufficialmente uno stato d’eccezione, per così dire classico, perché in questo modo avrebbe potuto procedere alla creazione di una legislazione speciale. Ma poiché, come commentano Scalzone e Persichetti, «negli anni del “compromesso storico” e dei governi di “unità nazionale”, e più tardi del “preambolo” e del “pentapartito, non si volle rischiare di ammettere l’esistenza di una guerra sociale, di fronte al paradosso formalista di chi [come le Brigate Rosse, durante il rapimento Moro] chiedeva simmetrici “riconoscimenti politici” al proprio nemico, si fece in modo che l’intera materia restasse confinata all’interno di una impropria tipologia di diritto comune. Ma tale atteggiamento è stato ampiamente contraddetto sul piano pratico. Se di semplice criminalità comune si fosse trattato, lo Stato non avrebbe avuto la necessità di dar luogo a uno sviluppo proliferante di leggi speciali (unica traccia formale dell’instaurazione di pratiche d’eccezione), a dispositivi e trattamenti eccezionali, all’uso speciale di leggi ordinarie, oltre che ad aggravanti e modifiche alle procedure e al codice penale. […] L’assenza di una rottura formale della normalità ha rappresentato il travestimento legale che ha permesso uno sviluppo senza precedenti di una guerra nascosta sotto forma di giustizia formale».

Per completare il quadro, dobbiamo, inoltre, ricordare che sullo sfondo di questa gestione emergenziale si sono innestate le tecnologie di sicurezza quali le carceri speciali, i centri di permanenza temporanea per i migranti, le gabbie di Guantanamo. Tutti dispositivi riconducibili, come dice Agamben, al campo, inteso come «materializzazione dello stato d’eccezione». Negli ultimi trent’anni, stato d’eccezione e campo hanno presentato sempre più la tendenza ad uscire da queste fortezze moloch, dove assolvevano funzioni detentive sui generis, per diventare tecnologie di governo della popolazione. In tal senso, è stato un campo tanto lo stadio San Nicola di Bari, in cui nel 1991 la polizia internò provvisoriamente gli immigrati clandestini albanesi primi di rispedirli nel loro paese, quanto l’intero spazio urbano di Genova durante il g8 del 2001. Per le attuali democrazie l’Italia ha fatto scuola, perché è qui che lo stato di eccezione è diventato la regola, cioè un paradigma di governo.

Lo stato di eccezione permanente, nel quale viviamo, che ha compiuto i suoi primi passi marziali con la legislazione antiterrorismo della fine degli anni Settanta, comporta che storia passata e storia presente siano diventati indiscernibili, in quanto nel mondo contemporaneo il terrorismo è «la guerra civile mondiale» che di volta in volta investe questa o quella zona del pianeta. Il problema è che ciò che è successo negli anni Settanta e che dovrebbe essere oggetto di memoria e di indagine storica, viene trattato come un problema politico presente, motivando così l’impossibilità a rinunciare alle leggi speciali.

Alla nostra classe politica che non è in grado di pensare l’amnistia, per ispirarsi, consigliamo la lettura del libro di Giorgio Agamben, intitolato Stasis, in cui viene portato alla luce il nesso costitutivo di guerra civile e amnistia per la fondazione della democrazia occidentale. Agamben scrive: «Nel 403, dopo la guerra civile in Atene che si concluse con la sconfitta dell’oligarchia dei Trenta, i democratici vittoriosi guidati da Archino, si impegnarono solennemente a non ricordare in nessun caso gli eventi passati […] cioè a non punire in giudizio i delitti commessi durante la guerra civile. Commentando questa decisione – che coincide con l’invenzione dell’amnistia – Aristotele scrive che in questo modo i democratici agirono nel modo più politico […]. L’amnistia rispetto alla guerra civile è, cioè, il comportamento più conforme alla politica. Dal punto di vista del diritto, la stasis sembra così definita da due interdetti, perfettamente coerenti fra loro: da una parte, non prendervi parte è politicamente colpevole [la legge di Solone puniva con l’atimia, cioè con la perdita dei diritti civili, il cittadino che in una guerra civile non avesse combattuto per una delle due parti] dall’altra dimenticarla una volta finita è un dovere politico. […] L’amnistia ateniese non è semplicemente un oblio o una rimozione del passato: è un invito a non fare un cattivo uso della memoria. […] Essa è l’indimenticabile che deve restare sempre possibile nella città e che, tuttavia, non deve essere ricordato attraverso processi e risentimenti. Proprio il contrario, cioè, di ciò che la guerra civile sembra essere per i moderni: cioè qualcosa che si deve cercare di rendere a tutti i costi impossibile e che deve sempre essere ricordato attraverso processi e persecuzioni legali».

Un momento della storia del Novecento in cui l’amnistia degli antichi è stata assunta come fonte d’ispirazione è stato il tribunale straordinario istituito in Sudafrica dopo la fine dell’apartheid. Lo scopo della Truth and Reconciliation Commission (TRC) fu infatti esattamente quello di una ricostruzione quanto più accurata possibile della verità storica, piuttosto che la persecuzione giudiziaria dei colpevoli. Condizione necessaria per ottenere l’amnistia era che il crimine avesse una matrice ideologica-politica: erano dunque esclusi da questo privilegio i reati comuni e le violenze della criminalità organizzata, che aveva sfruttato i disordini della lotta all’apartheid per accrescere i propri interessi. Per Mandela, la riconciliazione e non il risentimento doveva essere la principale risposta dei neri a ciò che avevano subito durante l’apartheid.

La classe politica italiana non avendo mai contemplato l’ipotesi dell’amnistia per i reati degli anni Settanta, è condannata al risentimento infinito. L’amnistia è un passaggio politico più fondato sul buon uso della memoria, che sulla verità giudiziaria. Volere l’amnistia ha a che fare con quel «ricordare come compito» di cui parla Benjamin, cosa che tanti, anche dalla nostra parte, per ragioni molteplici e impensate, non hanno più voglia di fare. L’amnistia dovrebbe servire a liberare e a liberarsi dagli anni Settanta.