Falene XIX-XX

XIX. Herisau

F si svegliò come ogni mattina alle sette in punto.

Amava fare le cose con calma, avere tutto il tempo per lavarsi, per radersi, per sorseggiare il suo the davanti al computer, per scegliere con cura la divisa del giorno e per una sosta caffé e giornale al bar di fronte all’ufficio.  Ebbe soltanto un vago formicolio alle gambe per una decina di minuti. Si toccò subito la testa. Gli sembrava in ottima forma, le connessioni cerebrali erano più attive che mai. Era a casa, tra le sue pareti del suo amato appartamento da poco imbiancate. Dunque era stato assolto, pensò. L’avevano rilasciato. Era libero.

Il suo principale aveva avuto ragione. Magari era stata proprio la sua testimonianza a essere determinante. In quel periodo di custodia cautelare dovevano aver riconosciuto il suo pentimento, la sua ferma volontà di redimersi, il suo proposito di amare fedelmente l’impiego. La latitanza, il processo, erano stati soltanto brutti sogni da cui ora poteva destarsi. Dopo colazione si sarebbe lavato i denti passandosi con cura lo scovolino tra le fessure così come si era raccomandata la dentista. Quindi avrebbe scelto dall’armadio una camicia; sarebbe stata lei a dettare al resto dei vestiti la linea di condotta da tenere quel giorno. Sarebbe poi uscito di casa e con passo calmo e risoluto, come di chi sta facendo esattamente ciò che vuole fare, si sarebbe incamminato in direzione dell’ufficio dove lo aspettavano la sua cara traduttrice di inglese e una nuova giornata di traduzioni. In ufficio i suoi colleghi si comportarono normalmente, come sempre. Soltanto il capoufficio gli lanciò un’occhiata di sbieco che lasciò intendere un’intesa, una sorta di strizzata d’occhi senza strizzata. Quanto al titolare, la porta del suo ufficio restò chiusa tutta la mattina. Anche il pomeriggio restò chiusa e così per diversi giorni.

Dopo un paio di settimane, mentre era immerso nella traduzione del libretto d’istruzioni di un frullatore, sentì un fruscio al suo fianco e una mano posarsi sulla spalla destra.

– Ha visto caro F ? – era lui.

– Tutto si è sistemato. – e nel dire “tutto” mise un accento particolare.

Quel primo giorno in ufficio da uomo libero F non riuscì a combinare nulla. Era troppo eccitato per quel nuovo inizio, per quella seconda possibilità che gli era concessa. Lanciò tutto il tempo occhiate di fuoco alla traduttrice di inglese che, un po’ imbarazzata, ammiccava timidamente. Per fortuna c’era poco da fare, oltre alla corrispondenza da sbrigare, che era sempre in arretrato, soltanto un paio di brevi traduzioni rimaste in sospeso. F poteva lasciarsi andare a quella sua nuova sensazione.

Come aveva potuto odiare quella vita? Con quale arroganza l’aveva giudicata una prigionia, una scatola da scarpe?  Sono tutte schiave le persone che lo circondavano in quella stanza, e nella stanza accanto e nel palazzo di fronte e ovunque fremesse una qualche operosità? Sono  tutte scarpe, pronte per essere calzate dai loro padroni, o detentori, o usufruttuari? Cosa c’era di male nell’aspirare ad essere collocati in un posto sicuro e stabile o financo in un posto pur che sia? Ognuno deve poter avere un posto in cui stare, in cui sentirsi a casa. Cosa c’era di male nel volere essere utili, nell’avere una funzione, nel voler dare il proprio contributo, nell’essere impiegati? Tutti devono poter contribuire in qualche modo, a prescindere da ciò che ne ricevono in cambio. E non vivono così migliaia di persone? Chi era lui per sottrarsi? E come aveva potuto pensare di aver capito come stavano veramente le cose?

Non sapeva più nulla.

Non sapeva più nulla di quel certo F che aveva scelto la latitanza, che aveva rigettato come spazzatura tutto ciò che ora brillava come una stella polare nel suo personalissimo cielo.

Sorda risuonava ora la parola latitanza, un tempo così gravida di aspirazioni.

Di quella persona non restava in lui che l’ombra vaga di un annegato seppellita sul fondale.

Quel giorno non poteva fare altro che continuare a guardarsi attorno con aria paga. Era così felice del suo impiego, della sua vita restituita, che non poteva proprio concentrarsi su alcun lavoro.

Alla fine F si era dimenticato di Jacob e aveva ascoltato Kraus.

Ora anche F, come Kraus, era uscito dal suo Istituto Benjamenta e se n’era andato verso il mondo, verso l’impiego.

Perché il mondo era tutto lì. Si chiamava Transalp Logistic ma avrebbe potuto chiamarsi in mille altri modi. L’importante era che tutto fosse impiego, l’importante era che fosse l’impiego a scandire i battiti del cuore e a decidere nel cielo la traiettoria del sole. L’impiego era la vita e dava la vita, ogni giorno, ad ogni ora. Anche quando era a riposo l’impiego continuava a lavorare perché l’impiego non riposa mai, perché il riposo è impiego, è suo gregario, così come lo svago e l’approvvigionamento, così come l’accoppiamento e la riproduzione. Ora sì, F poteva forse iniziare a capire davvero i lunghi anni di Walser alla clinica di Herisau,  la sua premura, la sua dedizione, la sua fedeltà, il suo attaccamento ad attendere alle faccende quotidiane della clinica. Il suo ritrarsi in quel luogo non era stato soltanto un discreto scomparire, quello era un vezzo da mostrare agli spettatori più raffinati. Un depistaggio in fondo.

A Herisau egli poteva finalmente essere utile a qualcosa, poteva dedicarsi senza distrazioni al servizio. C’è una clinica da mandare avanti. E quel caro Carl dovrebbe capire che non è affatto opportuno andarsene a spasso nei giorni lavorativi. C’è un che di sfacciato, di svergognato, e anche di offensivo, nell’andarsene a zonzo mentre tutti sono impiegati nei loro impieghi. Non si va per il mondo a caccia di impressioni per le proprie stupide parole senza essere parte del mondo, dell’impiego. Se ne ricaveranno solamente impressioni false e presuntuose. Parole di trono, d’altare o di cattedra. Per poter scrivere bisogna saper sedere di domenica su una panchina del parco come chi soltanto di domenica siede su quella panchina. Per questo non poteva più scrivere.  Si era seduto troppo spesso, di lunedì o di martedì, su quella panchina, a guardare dal cucuzzolo di una stella, attraverso cumuli di nebulose, i passanti indaffarati, tutti protesi verso le loro occupazioni. Se n’era andato troppo distante da loro, dal loro mondo, che è tutto il mondo, per poter scrivere un altro rigo ancora.

Il piccolo borghese è di gran lunga meno intollerabile del letterato che si crede investito d’insegnare al mondo come deve comportarsi. [1]

E soltanto in una clinica Robert Walser avrebbe potuto essere meno intollerabile ai suoi stessi occhi. Solo in una clinica avrebbe potuto vivere appieno la sua vita piccolo borghese. Là dove poteva lasciar credere a qualcuno di curare la propria malattia, ma dove era in realtà soltanto per poter vivere la propria normalità.

Ora anche F era pronto per abbracciare il suo destino piccolo borghese e per lasciarsi alle spalle i velleitari goffi slanci verso il deserto, l’abisso o la libertà. F gettò lo sguardo sulla traduttrice d’inglese impegnata in una traduzione. Fantasticava sulla loro vita insieme. Si scoprì a immaginarsi il giorno del loro matrimonio, il viaggio di nozze, la prima ecografia, una gita al mare coi bambini. Uno di quei giorni avrebbe dovuto metterla a parte dei suoi progetti. I tempi erano maturi. Avrebbero potuto iniziare con un cane. Se il cane avesse funzionato allora avrebbe funzionato anche tutto il resto. Allora sarebbero di certo stati una coppia che funziona.

Sì, gliene avrebbe parlato la sera stessa.

XX. Oltre-Realtà

Eccola di nuovo la realtà, grondare dentro.

Grondare da ogni parte, trionfante, senza nemmeno più quella vaga sensazione, che aveva da sempre accompagnato F, che la realtà quella vera si trovasse altrove. Ora gli sembrava che fosse davvero quella la realtà: l’Italia di inizio ventunesimo secolo.  Né sfacelo, né apocalisse. Era tutto un grande pieno la realtà, un grande rimpinzarsi, una continua indigestione di oltre-realtà. Che F aveva ripreso a inghiottire come un Kraus, senza troppe domande, pescandola avidamente dal suo sacchetto di patatine.

Una realtà sopravvissuta alla propria morte, uno spettacolo sullo spettacolo, un’isola di plastica in mezzo all’oceano, ciò che resta delle cose dopo la loro scomparsa. Ciò che resta degli umani dopo essere stati separati anche dalla loro separazione. L’oltre-realtà è ciò che viene dopo la super-realtà e l’iper-realtà. L’oltre-realtà è il regno dell’oltre-mercato, laddove il mercato ha già comprato e venduto se stesso milioni di volte e non gli resta che investire sul giorno del giudizio. Nell’oltre-realtà si pensa di pensare e non si agisce quasi mai, si progetta. L’oltre-realtà è la realtà spettacolare che si è serializzata. Le macerie di cui è composta sono state ritoccate con photoshop. Le parole su cui si fonda sono oltre-parole che dicono soltanto oltre-cose.

Oltre la soglia.

Era lì che giaceva la realtà, un fantasma tra gli altri.

Inciampando tra cadaveri di cose e di parole, era lì che gli umani si calpestavano a mucchi, si ammazzavano, si arrabattavano, si indaffaravano, si fotografavano, sperduti, ingenui e moribondi, era lì, oltre la soglia, che a volte continuavano ad avvertire indistinto il lamento lontano, troppo lontano per essere compreso, di ciò che era rimasto sepolto per sempre davanti alla soglia. Ma il nastro li faceva rotolare oltre, sempre un po’ più in là, come fanno le onde sulla riva con i pallini di polistirolo, e quel lamento lontano si perdeva in fondo al mare, tra i corpi gonfi degli annegati, coperto dal frastuono dei macchinari, dal brusio degli algoritmi, dall’operosità incessante della movimentazione.

I camion della Transalp Logistic continuavano a comporre la loro sinfonia, avanti e indietro, avanti e indietro, per kilometri e kilometri, attraverso pianure sfigurate, montagne sventrate e città perdute. Erano i cavalieri dell’apocalisse, l’esercito della fine. Avevano nomi come Ringhio, Tesorino, Toro Seduto, Principessa, The King, The Lion. La loro missione non era trasportare merci. Quella era una copertura. La loro missione era movimentare la realtà, fabbricare la realtà, distribuirla, governarla, consentire che continuasse ad essere un oltre-realtà, oltre la soglia, oltre il confine, sempre qualche kilometro più in là, qualche litro in più di carburante, qualche pezzo di plastica in più nel garage, in cucina, nel cassetto, qualche millimetro ancora sottratto all’immaginazione, all’humus, all’origine. Persino la Grande Rete, senza di essi, era nulla. L’Italia di inizio XXI secolo era desolata come ogni terra. Soffriva di una nuova forma di siccità. Ogni germoglio che nasceva si seccava all’istante, e se per caso resisteva all’impatto con  l’aria, c’era subito qualcuno pronto a passare con il diserbante.  L’Italia di inizio XXI secolo era un campo sterminato di barbabietole da zucchero. Lungo i fossi qualche malerba cercava di scappare, ma si accorgeva presto che oltre il campo c’era solo l’asfalto dell’autostrada. L’Italia di inizio XXI secolo era uno di quei sogni in cui dici è solo un brutto sogno, ma alla fine non ti svegli mai e il sogno diventa sempre più brutto. L’Italia di inizio XXI secolo era una fiera di partito a cui nessuno era iscritto, e in cui si mangiava male, piena di gente.  L’Italia di inizio XXI secolo era una grande sala di esposizione in cui si esponeva di tutto e il nulla, la vita più intima, le pareti vuote, i canali, i boschi, le montagne, si esponeva la frutta, il lavoro, i desideri, si esponeva il mare, si esponeva il dolore, la gioia, la morte. E il pubblico pagante si esponeva a pagamento. Tutto era esposizione nell’oltre-realtà. E l’esposizione era offerta. Si offriva tutto, in ogni momento, in qualsiasi quantità, ad ogni costo, in ogni modo. La domanda sarebbe arrivata. L’Italia di inizio XXI secolo era un laghetto di pesca sportiva, un allevamento in batteria, un mattatoio industriale. L’Italia di inizio XXI secolo era un bastone selfie monopiede con morsetto regolabile venduto da un ragazzo del Mali a una turista giapponese in Piazza Santa Croce davanti alla statua di Dante Alighieri.

Ed F, per la prima volta nella sua vita, era contento di farne parte.

[1]ibidem, p.70

Falene XVIII

di Bianca Bonavita

Condanne

– Signore e signori! – Principiò il magistrato.

La sua voce attirò per un attimo l’attenzione degli animali. Regnava tra di loro un’armonia sorprendente. F li aveva osservati a lungo, anche durante la prima seduta, e non aveva mai notato un gesto aggressivo. Anche ora sembravano per lo più intenti a giocherellare infischiandosene delle specie di appartenenza.

Dopo aver scenicamente scrutato la platea il magistrato riprese.

– Qui, asilo. Siamo di fronte a reati d’eccezione, a reati eccezionali e dunque agiremo a nostra volta secondo eccezione. D’altronde, come potremmo fare altrimenti? – Si arrestò e alzò di nuovo lo sguardo verso la platea. Un ghigno andò lentamente formandosi nell’angolo destro della sua bocca. La platea esplose in un fragoroso applauso.

Quando in aula tornò il silenzio riprese:

– Per gli imputati di livello zero, i cui capi d’accusa sono già stati ampiamente elencati, chiediamo il loro immediato reintegro nella loro funzione di animali da compagnia socialmente utili nei rispettivi appartamenti di appartenenza. Chiediamo altresì che, una volta restituiti ai loro doveri, gli animali sotto accusa non abbiano altro dio all’infuori dei loro padroni. La loro fedeltà sarà assoluta. Dovranno perciò amare appassionatamente anche tutti gli strumenti della loro servitù come guinzagli, gabbie, recinti, pareti, lettiere e acquari. Dovranno scodinzolare, fare le fusa e cinguettare prontamente ogni volta che sarà loro richiesto. Dovranno anticipare le richieste dei padroni con le loro smancerie. Dovranno fare i loro bisogni su comando soltanto dove si conviene. Dovranno gioiosamente rimpinzarsi di mangimi industriali, i quali diventeranno presto il loro unico oggetto di desiderio. E sarà naturalmente d’obbligo l’installazione di un microchip per tutti questi neghittosi operatori di pet therapy. Se iniziassero a manifestarsi nuovamente segni di avaria sarà la forza pubblica a intervenire all’uopo nel modo in cui riterrà più efficace.

Seguì il solito concitato applauso.

– Per gli imputati di primo livello chiediamo un duplice trattamento. Laddove le condizioni lo rendano necessario chiediamo l’immediata deportazione dei soggetti nelle Nazioni di provenienza. Dovranno in questo caso ritornare alle loro mansioni d’origine e accettare con gioia la propria sorte, qualunque essa sia, o cercare di nuovo la morte in qualche naufragio, preferibilmente davanti alle telecamere.  Dove invece le condizioni saranno ritenute favorevoli essi verranno assorbiti,  integrati e assimilati dalle Nazioni di destinazione e andranno così ad infoltire le schiere di  impiegati sempre a corto di effettivi. In nessun caso sarà loro consentito di continuare ad avvalersi della condizione e della denominazione di clandestinità. L’unica clandestinità che sarà loro consentita sarà la quotidiana clandestinità dei cittadini e delle cittadine in regola. Hanno tanto desiderato essere considerati soggetti di diritto che questa sarà la loro pena. Chiediamo inoltre che, per i soprusi subiti, essi si rivalgano sugli ultimi arrivi di nullità. Chiediamo infine, per questi soggetti che pervicacemente hanno eluso l’identificazione, che a prescindere dalla loro sorte, di assorbimento o di espulsione, di ingestione o di rigetto, una volta identificati vengano condannati a due ergastoli di identità. Non saranno tollerati altri gesti di insubordinazione come trasferimenti spontanei e movimentazioni non autorizzate.

Benché appurato che il processo fosse già una sentenza, F non si aspettava affatto di ascoltare una requisitoria così arbitrariamente indifferente alla consuetudine oltre che alla normale grammatica di un processo. Le vecchie categorie continuavano a incrostare la sua capacità di giudizio e di comprensione.

Mai come ora quel trono sull’altare gridava ad F il suo essere vuoto. A chi stava parlando il magistrato? A quale giudice? A quale giuria?

I pensieri di F si insinuarono in quello spazio lasciato dal magistrato, si intrufolarono tra un battito di mani e l’altro e finirono col posarsi di nuovo su Billy Budd e sul suo ammutinamento mancato.

Che differenza c’era, si chiese F, tra Billy e i marinai che si erano arruolati? Che differenza c’era tra i coartati e i volontari se siamo tutti da sempre sulla stessa nave agli ordini dello stesso capitano? Non sta forse, la nostra unica scelta, nel decidere se collaborare con entusiasmo o con ritrosia? E in quella nave che era l’Aula di Giustizia dov’era il pilota col suo timone? E cosa acclamava la ciurma seduta in platea col suo canto da rematori? E quale funesto destino lo attendeva al termine del processo? Soltanto la normalità? Soltanto il suo lavoro da impiegato? Era poi in fondo così tremenda la sua vita prima della latitanza? Non avrebbe potuto anche lui come Billy Budd dedicarsi scrupolosamente e financo con un po’ di gratitudine al compito assegnatogli, alla sua personale guardia di tribordo della coffa di trinchetto, ovverro alle sue traduzioni commerciali per la Transalp Logistic?

Un altro magistrato era intanto salito sul pulpito.

Era una donna molto minuta; quasi scompariva dentro la sua toga.

– Per gli imputati di secondo livello – e volse per un attimo lo sguardo alle logge del secondo livello – chiediamo l’immediato recupero della memoria e di tutti i settori fuori uso della coscienza. Chiediamo che essi vengano reintegrati nelle loro abitazioni e che dopo aver a lungo cercato di perdersi non possano fare altro che trovarsi ripetutamente. Chiediamo che siano condannati a ricordare tutta la loro vita. In ogni istante che vivranno d’ora innanzi essi avranno davanti agli occhi tutta la loro vita passata, nessun momento escluso, neanche il periodo della loro disfunzionalità. Chiediamo che siano sommersi dai ricordi.

Chiediamo per loro una lucidità spietata, una presenza di spirito così acuminata da penetrare la carne. Chiediamo che a tempo indeterminato essi non siano lasciati morire per consentire quantomeno il recupero funzionale di tutto il tempo perduto durante la loro inservibilità. Chiediamo dunque la loro immediata messa in funzione a un ritmo e a un’efficienza che non hanno mai conosciuto. Chiediamo che siano condannati a un ascolto attivo continuo e a una comunicazione costante. Chiediamo che la realtà da cui si erano scollegati venga loro nuovamente iniettata come una spina dentro la sua presa e che il suo flusso li pervada completamente in ogni poro della coscienza. Chiediamo un’utilità totale e continua. Un’operosità senza tregua. Chiediamo che essi vengano a conoscenza di ogni inconfessabile natura di loro stessi e dei loro cari. D’ora in avanti sapranno fin troppo bene chi e che cosa sono. Nulla resterà incerto o indecifrabile, tutto sarà messo a nudo. E la nuda vita che avevano abbandonato tra le braccia altrui verrà loro reimpatriata e ad essa incatenati passeranno il resto dei loro giorni.

La donna tacque e attese l’applauso, che arrivò puntuale accompagnato da grida e lanci di oggetti.

F riconobbe tra gli imputati del secondo livello la signora della nocciolina dalla carnagione scura. Sorrideva, apparentemente in uno stato di beatitudine imperturbabile.

Gli ricordava una persona che aveva conosciuto, una donna che per uno strano incrocio di circostanze, si era trovato ad accompagnare fuori da una clinica spingendone la carrozzella. Quel ricordo era rimasto nitido nella sua memoria per un particolare che allora lo colpì.

Mentre spingeva la carrozzella sul marciapiede udì la donna borbottare qualcosa a intervalli regolari. Quando le chiese cosa stesse dicendo ella compitando esclamò con naturalezza:

– Pubblica Illuminazione!

Aveva il tono di un proclama e il colore di una speranza. Illuminazione per tutti! Luce per tutti! Che bello sarebbe, convenne F.

Qualche tempo dopo sorvolando la strada, assorti nei loro pensieri, i suoi occhi caddero su quelle stesse parole: pubblica illuminazione. Stavano scritte sui tombini di ferro sotto i quali matasse innumerevoli di fili portavano a spasso l’elettricità per i cunicoli della città.

La requisitoria riprese.

– Per gli imputati di terzo livello chiediamo l’immediato trasferimento presso le case di cura di competenza. Ivi saranno affidati nuovamente agli operatori di igiene sociale. Per garantire la sopravvivenza del settore, il cui indotto fornisce un’occupazione e una funzione a un numero sempre crescente di impiegati ed impiegate di basso o alto rango, i rei di lievi deviazioni potranno portare serenamente a termine – e pose l’accento su questa parola – la loro degenza all’interno delle strutture preposte, impiegati nelle loro attività socialmente utili, salvo naturalmente il ripresentarsi di episodi incresciosi come tentativi di fuga o di diserzione dalle terapie.  Per coloro invece che si sono macchiati di gravi reati di sottrazione dal percorso di riabilitazione ed inserimento chiediamo l’espulsione dalle case di cura e la totale normalizzazione. Chiediamo che siano condannati a una stabilità devastante e a un equilibrio impossibile. Chiediamo che la ragionevolezza imperi in ogni loro gesto a tal punto da far mettere in dubbio la loro stessa umanità. Tutto sarà calcolato, ragionato, soppesato, programmato, valutato. Non ci sarà più spazio per dubbi, sensazioni, stati d’animo e  sentimenti. Ogni tipo di emozione sarà loro interdetta. Se prima erano sottili steli di grano ai venti di fine inverno chiediamo per loro un futuro da piloni in cemento armato, di quelli costruiti bene s’intende. Essi non conosceranno più esitazioni, pensieri fugaci, ricordi improvvisi, temporali d’umori, ma soltanto la logica meccanica dei calcolatori. Saranno macchine, umani perfetti, condannati alla mediocrità e alla banalità della perfezione. Saranno opere d’ingegneria, software d’avanguardia, funzionalità allo stato puro. Diverranno impiegati modello in ogni campo e restituiranno centuplicate in efficacia tutte le ore di utilità sottratte durante gli anni della loro disfunzionalità. Chiediamo che per ogni membro delle loro dissociazioni nasca un’associazione uguale e contraria a cui dovranno iscriversi e partecipare assiduamente. Chiediamo per loro una Identità con la I maiuscola, una e una sola granitica personalità nonché un carattere adatto ad ogni situazione. La loro adattabilità sarà totale. Per scongiurare ricadute saranno ovviamente sottoposti a periodiche iniezioni di realtà. Questa inizierà gradualmente a sostituirsi al sangue, finché un giorno da una loro ferita usciranno soltanto immagini spettacolari.

Seguirono soliti applausi e insulti della platea.

Dopo alcuni minuti un altro magistrato salì sul pulpito. Per quello che poteva vedere da così lontano ad F sembrò un volto severo e compreso quello che ora avrebbe decretato il suo destino e quello di A.. I loro occhi si cercarono ancora una volta.

– Per gli imputati di quarto livello chiediamo l’immediato trasferimento in trincea, l’immediata restituzione alle loro occupazioni, ai loro strumenti, alle loro finalità, ovvero alle funzioni in cui sono stati collocati dai rispettivi uffici di collocamento. Sottraendosi con la latitanza alle occupazioni a cui appartengono essi hanno anche palesemente violato il principio costituente della proprietà. Per questa aggravante chiediamo il raddoppio del loro monteore settimanale di servizio; gli straordinari diverranno ordinari. Chiediamo per loro la gioia degli occupati, la sicurezza dei reclusi. Ogni attimo disoccupato di libertà sarà un attimo di disperazione. Soltanto nel loro impiego troveranno l’aria per respirare e la ragione di ogni loro respiro. L’essere impiegati sarà l’unica ragione del loro essere. L’utilità il loro unico scopo. Chiediamo quotidiane infusioni di entusiasmo per il reale e per il reame. Conserveranno sì nel ricordo il germe della loro disobbedienza ma esso diverrà sempre più col passare del tempo un inspiegabile enigma, un insondabile abisso. Chiediamo che tutte le relazioni intessute durante il periodo di latitanza vengano immediatamente e definitivamente rimosse. La loro adesione alla guerra in corso, la loro fedeltà, il loro spirito di sacrificio, saranno esempi luminosi per le nuove leve di coscritti. La loro efficienza sarà ugualmente esemplare, il loro impegno assiduo. Per il reato di latitanza chiediamo inoltre che vengano condannati a una rintracciabilità assoluta e continua. Il loro operato sarà continuamente monitorato. Per il reato di bando disarmante ed esilio volontario chiediamo che la loro presenza e la loro partecipazione siano costanti e appassionate e che il regime di separazione spettacolare a cui si sono ribellati appaia loro finalmente per quello che è, l’unico possibile e necessario. Non ci possono essere clandestinità e anarchia al di fuori di noi. Cittadini e cittadine esemplari, lavoratori e lavoratrici modello, ecco ciò che chiediamo per gli imputati di quarto livello!

Ad F si aprì innanzi una voragine senza fine, e già vide, in quella voragine, scomparire il volto di A., quegli indicibili momenti di gioia trascorsi assieme.

Vide il Brigante e Jacob, vide Bartleby e tutti i pensieri e le parole che l’avevano portato a scegliere la latitanza e l’esilio, a chiamarli felicità.

Vide in quella voragine gli ultimi anni di Walser impiegati a farsi dimenticare rendendosi utile come un Kraus, come un assistente, in mille inutilmente utili occupazioni quotidiane alla clinica di Herisau.

“Robert Walser, lei ha cominciato da impiegato e resterà sempre un impiegato”[1], gli aveva detto un giorno un tale.

Quel tale non sapeva cosa stesse dicendo, e soprattutto non sapeva che nel doppiofondo delle sue parole era nascosta un’amara verità.

Perché Walser, nonostante le sue passeggiate, in un certo qual modo, ma non in quello che intendeva il tale, impiegato era rimasto. Piegato dentro, arreso alla realtà, alla realtà dell’impiego come unica possibile forma di vita.

Ci aveva provato, a evadere, e forse, attirando su di sé gli sguardi, era anche riuscito a coprire la fuga di Jacob e del Brigante.

Ma lui no, non ce l’aveva fatta, non aveva potuto farsi più invisibile dei microgrammi.

E alla fine, soltanto di domenica, che è giorno di festa dall’impiego, accettava volentieri di sottrarsi alle sue occupazioni presso la clinica per camminare col suo amico Seelig. Per il resto preferiva non offendere i suoi colleghi degenti assentandosi dalla clinica nelle giornate lavorative. Non voleva dare a intendere di sentirsi diverso, un privilegiato. Con tutte quelle cose che c’erano da fare per mandare avanti la clinica, per il suo buon funzionamento, chi era lui per mettersi a passeggiare in un giorno qualsiasi? Era finito il tempo di andare a spasso allegramente e senza vergogna nei giorni di lavoro.

Fu a Natale che Walser morì sulla neve in una delle sue passeggiate. Fu in un giorno di festa, e che giorno di festa, che senza dare disturbo né interrompere servizio, Rober Walser l’impiegato si permise di morire.

In quella voragine F si vide come Walser impiegato a vita, condannato a sentirsi lieto di poter servire, di essere utile al buon funzionamento di quella più grande clinica in cui era ricoverato.

Una  voce tonante lo distolse da quell’abisso.

“ Per gli imputati di quinto livello chiediamo che siano condannati a essere, d’ora in avanti e per sempre, adulti.”

Seguì un lungo silenzio. Anche dalla platea non si levò alcun suono.

Poi la voce riprese facendosi solenne.

– Imputati di ogni livello, alzatevi!

Non tutti si alzarono ma dopo qualche istante la voce dal pulpito riprese ugualmente.

– Voi tutte, che in modi differenti avete scelto il vostro esilio e la vostra latitanza,  che avete fatto vostro il bando che da sempre incombe sulle vostre teste, che avete intravisto o fatto intravedere nella clandestinità d’ordinanza un ingovernabile fuoco, che avete così attentato, con il vostro modo di essere, con la vostra forma-di-vita, alla vacuità di questo trono, voi sarete per tutto questo condannate all’operazione. E chi, tra di voi, ha maldestramente cercato di disattivare il proprio accorgersi di sé e della fiamma che la consuma, sarà restituita a essere una falena come le altre, sospesa dal proprio stordimento, con gli occhi aperti soltanto sul proprio bruciarsi.

Un gruppetto di cani dal fondo dell’aula si mise ad abbaiare.

Ma la protesta fu prontamente taciuta dal boato sinistro e festante della platea.

[1]Carl Seelig, Passeggiate con Robert Walser, Adelphi, Milano 1981, p.50