Il fragoroso appello dei defunti: sulle sommosse di New York

 Lettera apparsa su Liasons il 23 giugno 2020

 

“O li sopravvalutiamo, o non siamo consci della nostra potenza”

Jonathan Jackson, novembre 1969

Cara Liaisons,

Nel mentre mi siedo per scrivervi, sono colpito dallo scarto che separa linguaggio ed esperienza. Vorrei urlare che “la sommossa degli oppressi è giusta!”, ma il rischio è che queste parole suonino vuote, tanto sono usurate dal tempo e dall’uso deleterio che ne è stato fatto. Tutti sanno che George Floyd, 46enne nero, è stato assassinato dalla polizia a Minneapolis lunedì 25 maggio, inchiodato a terra per diversi minuti dal ginocchio di un porco che gli schiacciava la nuca. E che nel video diventato virale che riprende la sua uccisione lo si sente dire “I can’t breathe” – una frase che ci riporta, in una ripetizione infernale, alle morti di Eric Garner, ucciso dagli sbirri a Staten Island nel 2014, a quella di Derek Scott, morto nel 2019 a Oklahoma City, e di molti altri di cui non si sentirà mai parlare. E sono solo le ultime. Martedì, Minneapolis bruciava. Mercoledì, bruciavano gli Stati Uniti.

Non c’è nulla di nuovo nel disprezzo sistematico e nella tendenza al genocidio che minacciano la comunità nera negli USA, e c’è chi ha raccontato questa storia molto meglio di quanto potrei farlo io qui. Tengo giusto a sottolineare quanto queste morti e il loro lutto abbiano scosso alla radice un ordine razziale ormai in decomposizione grazie alla potenza di ciò che George Jackson ha chiamato “il fragoroso appello dei defunti”[1] a una violenta e sublime redenzione. Nelle righe che seguono, tenterò di condividere qualcosa del riverbero che ha fatto vibrare le strade di New York. E comincerò tornando agli albori di questa sommossa.

Nell’estate 2013, dopo l’assoluzione di George Zimmerman per l’omicidio di Trayvon Martin, c’era già stata qualche manifestazione, ma ciò che conosciamo come Black Lives Matter spicca davvero il volo a livello nazionale nel 2014. Tra la fine dell’estate e l’autunno 2014 si svolgono infatti manifestazioni di massa contro l’omicidio di Mike Brown a Ferguson, Missouri, nell’agosto del 2014, e di Akai Gurley a Brooklyn in novembre. La situazione si riaccende dopo l’assassinio di Eric Garner in dicembre, e la decisione della giuria di non perseguire lo sbirro che l’aveva ucciso. All’epoca, avevo contribuito ad alimentare l’energia del movimento cercando di evitare la sua cattura istituzionale. Molti di noi avevano però già ceduto al peccato dei militanti, quello di perdere il contatto con la grazia della folla.

Qualcuno ha detto che il militantismo è la trappola nella quale questo mondo fa cadere i rivoluzionari. Mette radici nella nostra alienazione e ci spinge a partecipare a un movimento di massa aggrappandoci con le unghie e con i denti alla nostra identità di “rivoluzionari”. Un vero e proprio paradosso, che ci impedisce di farci realmente trasformare dalla rivolta. Oggi come ieri, la massa, la folla, il proletariato o il popolo (termini che si sforzano di definire un fenomeno che li oltrepassa) superano qualsiasi previsione militante. Nel dicembre 2014 – cioè all’apice del movimento Black Lives Matter – i contestatori erano riusciti a bloccare ponti e autostrade attorno a New York, abbandonando ogni pretesa di canalizzare le energie.

Tuttavia, quando l’energia ha iniziato a scemare, non abbiamo saputo interpretarne i segni, e abbiamo tentato di rinvigorire un movimento che già perdeva velocità. E così tutto è finito con il classico intervento del potere: nella distinzione cioè tra buoni e cattivi manifestanti. Il sindaco De Blasio si intratteneva con i buoni, felice di unirsi a loro nella condanna ai cattivi. Facendo io parte dei cattivi, ho passato due settimane nel carcere di Rikers Island. È un’isola strana, a metà tra un paradiso naturale e un luogo di confino, tra un villaggio vacanze e un campo di concentramento. Lì ho avuto il contatto più diretto della mia vita con quella “minaccia profonda per l’ordine esistente” che è la “socialità nera insorta”, nelle parole di Fred Moten. Perché, sebbene sorga dalla necessità, lo spirito di prossimità e la solidarietà tra prigionieri eccedevano di gran lunga quelle della sinistra più devota. Un’erosione definitiva e incessante della persecuzione e della disumanizzazione a cui sono soggetti i prigionieri.

Di manifestazione in manifestazione, questi ultimi cinque anni a New York si sono conclusi in un crescendo di tensione attorno alla fine del 2019, sfociata in alcuni turbolenti cortei contro la polizia che hanno riportato una buona dose di gioia nelle strade. Oltre a queste manifestazioni estremamente diversificate socialmente e razzialmente, che riunivano punk, rivoluzionari e bande di giovani, il coronavirus ha ovviamente giocato un ruolo decisivo nella definizione del contesto in cui è esplosa rivolta in corso. Citando una recente lettera da Parigi, il virus è tanto più devastante quanto più gli esseri umani perdono ogni legame con gli altri esseri viventi di questo mondo. Per le persone più disumanizzate in questo paese, la cattiva sanità e la mancanza di accesso alle cure hanno reso la situazione ancora più mortale, dando un nuovo significato al proverbio nero che dice: “Quando l’America bianca prende il raffreddore, l’America nera ha già la polmonite”. I neri americani hanno il doppio di probabilità di morire di questo virus rispetto ai bianchi. In questi ultimi mesi, alcuni newyorkesi razzializzati sono stati brutalizzati dagli sbirri con il pretesto di non aver rispettato le norme di distanziamento sociale. Mentre gruppi di bianchi senza mascherina cazzeggiavano nei parchi.

Disoccupazione di massa, violenza poliziesca, solitudine da confinamento, morte per Covid… e aggiungici George Floyd che viene letteralmente ammazzato in diretta. Tre giorni dopo la sua morte, il 28 maggio, ho visto qualcosa che mai avrei immaginato di vedere: una sommossa vera e propria, che attraversa tutti e cinque i borough di New York! Dovete comprendere il mio entusiasmo: il fatto in sé non sarebbe così eccezionale, se New York non fosse diventata essenzialmente uno stato di polizia. Basta confrontare gli 800 poliziotti di Minneapolis o i 1400 di Seattle con i 40mila di cui dispone New York, con un budget di 5,6 miliardi di dollari e una rete antiterroristica internazionale al loro servizio.

Ma nonostante tutto questo, cortei immensi hanno invaso ogni strada della città. Migliaia di manifestanti hanno violato il confinamento, incontrandosi e bloccando le autostrade, i ponti e le strade di questa città malata, grazie a un coordinamento logistico incurante dei futili appelli degli “organizzatori”, che esortavano a rientrare in casa e a rispettare il coprifuoco del governo. Ciò che distingue questa sommossa da un semplice movimento – e che costituisce la vera fonte della sua potenza – è la sua capacità soverchiante. Ovunque scontri violenti con gli sbirri, in molti casi circondati e respinti dalla folla. Ovunque attacchi ai loro droni, ovunque fuochi d’artificio, barricate, volanti date alle fiamme – non prima di aver loro sottratto l’autoradio. Ovunque saccheggi, soprattutto in centro. Oltre alle casse di solidarietà e di sostegno per gli arrestati, alcune associazioni hanno aperto le loro porte ai manifestanti, mentre altre iniziative di mutuo soccorso coordinavano il viavai di automobili su cui viaggiava chi cercava di scappare agli sbirri dopo il coprifuoco.

Negli ultimi dieci anni, persino durante Occupy e Black Lives Matter, la presenza della folla, soprattutto a Manhattan, era quasi sempre accompagnata da una sensazione di confinamento o di soffocamento, per certi versi stranamente simile al lockdown degli ultimi mesi. Ma la sommossa attuale, pur recando tutti i segni di un largo movimento popolare, non esita a scontrarsi con la polizia. È questo che l’ha alimentata, aprendo una breccia che ha permesso alla folla di appropriarsi della città. Nonostante siano presenti persone di tutte le età, l’iniziativa viene dai giovani – punk, skaters, adolescenti e soprattutto giovani neri sono all’avanguardia del Black Power in questo movimento.  Come hanno recentemente scritto amiche e amici:

Dopo mezzo secolo senza portaparola, la gioventù nera ha dimostrato al paese intero di essere più che capace di tracciare il proprio cammino e prendere l’iniziativa… Questa guida” senza leader rappresenta l’interezza della rivolta nera nelle strade, e mostra a chiunque cosa significa liberarsi.

L’assalto ai negozi di lusso a Soho e Midtown può essere visto come una rivincita di classe contro un sistema che non ha nulla da offrire. Una volta neutralizzata la polizia, le strade diventano una festa. Vorrei poter trasmettere qualcosa delle vicende di questa sommossa – anche solo qualche briciola della potenza della “socialità nera insorta” –, ma è difficile catturarla in un racconto. Si dovrà procedere in controtempo, polifonicamente o con l’improvvisazione. Delle folle si riuniscono per partire in corteo, spesso senza una destinazione precisa, per poi improvvisare, appunto, il loro tragitto nella notte. Alcuni frammenti di questa folla partecipano alle forme di protesta emerse in questi ultimi anni (die-in, appoggiare un ginocchio a terra); altri innescano un confronto asimmetrico con gli sbirri, costruendo barricate, attaccando le auto della polizia, razziando i negozi per divertimento, inebriati. A tratti si ha l’impressione che tutto accada nello stesso momento.

La scena che segue cerca di ricomporre le energie eterogenee della sommossa. Una delle tattiche tipiche del repertorio attivista degli ultimi anni è il faccia a faccia diretto con il cordone degli sbirri. Il gesto non sembra servire alcuno scopo strategico, se non l’affermazione di una superiorità morale, e finisce spesso con un semplice giro d’applausi. A un certo punto, un gruppo di attivisti si consacra solennemente a questo rituale. Nella stessa strada, poco lontano, alcuni giovani si erano riuniti secondo un’altra sensibilità. I loro sforzi erano stati appena ricompensati con alcol di qualità e stavano festeggiato ballando sulla musica di Pop Smoke, un rapper drill di Brooklyn, tragicamente ucciso nel febbraio scorso all’età di 20 anni. Canzoni come Welcome to the Party  e Dior (“I’m up in all the stores”) sono diventate un inno della rivolta. Come altri artisti di Brooklyn, Pop Smoke è un simbolo della scena drill, che unisce le sonorità di Chicago all’energia caratteristica di New York, il rap di Brooklyn e i beats britannici. Dopo qualche pezzo, un attivista armato di megafono declama alla folla che quello non è il momento di far festa e tenta di dirigerla verso il faccia a faccia con la polizia. Ma per queste e questi giovani non c’è contraddizione: soltanto una differenza, che tuttavia coesiste all’interno della sollevazione. Mentre gli attivisti sembravano feticizzare la loro relazione con la polizia, i giovani facevano della sommossa una festa, un carnevale della loro nuova potenza comune.

Questa potenza spazza via ogni tentativo di contenerla. Non si lascia riportare a un passato che l’avrebbe annientata, come un tempo credevo. Capisco bene perché i e le rivoluzionarie che furono testimoni della potenza della massa oppressa, le hanno dedicato (pure se invano) tutta la loro vita. A New York, questa potenza si è abbattuta sulla città come le raffiche di un tornado. Niente e nessuno poteva fermarla. Essere dei rivoluzionari senza lasciarsi trasformare da questa potenza significa vivere un’ironia tragica, rifiutando di vedere la rivolta per quello che è – qualcosa che necessariamente eccede ogni attesa di chiarezza e purezza.

Se dovessimo individuare l’arco narrativo di questa rivolta, è nella sua intensità. Dopo circa una settimana, le rivolte hanno lasciato il posto a manifestazioni che prendevano le strade a piedi, in skateboard o in bicicletta. Mentre la sommossa perdeva fiato e l’eco delle sue onde si allontanava, la cassa di risonanza delle classi medie ha ripreso la prima fila sul palcoscenico. In questa seconda settimana (quella in cui scrivo, NdT), una delle manifestazioni a cui ho partecipato è stata accorciata da alcuni autoproclamati leader. Due proletari neri con cui ho parlato erano delusi di questa domesticazione: sapevano troppo bene che dopo queste marce – perché non si trattava che di marciare – tutto sarebbe tornato ancora una volta alla normalità.

Ogni parola e ogni argomentazione deve tenere conto di questa potenza capace di declassare il labirinto piccolo-borghese delle grandi dichiarazioni prive dei gesti di massa.

Nella sua urgenza messianica, la lotta nera per la sopravvivenza rappresenta una forma di vita in cui la separazione tra personale e politico scompare, così come quella tra fini e mezzi.

Le sostanziali concessioni da parte di un potere intimorito dimostrano che la sommossa in qualche settimana ha fatto di più per contenere la polizia che non una qualsiasi riforma “progressista” in tutta l’era neoliberale, comprese le promesse elettorali di un neo-socialismo insipido. Questa rivolta, appartenendo alla situazione specifica dell’ordine razziale negli USA,  non fa che confermare una cosa: che la lotta dei popoli autoctoni – dalle femministe in Messico ai Gilets Jaunes in Francia, dall’insurrezione cilena alle lotte contro la catastrofe ecologica – si incontrano tutte  nella lotta della vita contro la macchina di morte del Capitale, vero motore della guerra civile mondiale in corso. In questo senso, George Jackson aveva ragione quando dichiarava che senza i programmi di mutuo soccorso autonomo del Black Panther Party – che furono smantellati dallo Stato e poi ricostituiti in forma “associativa” per facilitarne il controllo –, i e le comuniste nere non sarebbero mai diventate una forza politica decisiva. Alla luce di queste parole, il ritorno di Raul Zibechi alle Tesi di filosofia della storia di Benjamin è eloquente:

La tradizione degli oppressi ci insegna che lo “stato di emergenza” in cui viviamo è la regola. Dobbiamo giungere a un concetto di storia che corrisponda a questo fatto. Avremo allora di fronte, come nostro compito la creazione del “vero” stato di emergenza; e ciò migliorerà la nostra posizione nella lotta contro il fascismo.

 

Per Zibechi, come per le Black Panthers all’epoca e per Kali Akuno della Cooperation Jackson oggi, realizzare il “vero stato d’emergenza” significa imparare a vivere e a organizzarsi lontano dallo Stato come unica via per costruire “le risorse etiche, organizzative e politiche per fronteggiare il nemico”. Se una lezione si può trarre dalle sommosse di New York – il cui atto finale resta tutto da scrivere – è che bisogna tenere a mente che negli ultimi 70 anni la minaccia principale all’ordine costituito per gli Stati Uniti d’America sono state le lotte nere. Per fare tutto questo, serve però una rinnovata attenzione ai “fragorosi appelli dei defunti”, la cui potenza di redenzione ossessiona incessantemente i governanti e chiama le masse all’azione oltre la morte.

[1] Nel 1971, George Jackson scriveva una lettera a un compagno dalla prigione di Soledad, in cui citava un’altra lettera di suo fratello Jonathan, morto l’anno precedente nel tentativo di liberare il fratello maggiore. George descrive le parole di Jonathan come un appello dall’oltretomba, che si confondeva con tutti gli altri “fragorosi appelli dei defunti” (thunderous graveyard affirmations).

Anatomia della rivolta. Seconda parte.

 

di Michele Garau

la prima parte del saggio è qui

L’insurrezione è un’opera pratica che esige una tecnica

che dev’essere conosciuta.

Auguste Blanqui

La controrivoluzione si è nutrita della rivoluzione.

Jacques Camatte

Dove ci si può fermare, risalendo all’indietro, per riassumere nelle sue linee essenziali la traiettoria delle rivolte popolari? Le radici e le genealogie storiche, gli elementi di periodizzazione come le interpretazioni autorevoli e i dibattiti, rischiano di incalzare verso un regresso all’infinito. Qualsiasi taglio o punto di partenza, ogni elemento messo in primo piano, infatti, rischia di conservare l’ombra di un’operazione arbitraria. Dietro gli studi di Joshua Clover ci sarà allora E. P. Thompson, e a lato di quest’ultimo il contributo essenziale di Foucault nel ricostruire i parallelismi tra la formazione moderna di un apparato repressivo, statale e centralizzato, e la lotta contro la minaccia delle sommosse, contadine ed urbane. L’analitica del potere giudiziario, nell’evoluzione storica dello Stato francese, ruota in permanenza attorno alle tattiche per contenere e combattere la «plebe sediziosa». Non c’è genealogia dei tribunali, dell’indagine giudiziaria e del diritto, insomma, senza analizzare la sconfitta dei Nus pieds, nel 1639, in Normandia, o più tardi quella dei Croquants. La giustizia scopre e produce il crimine cercando di colpire la sedizione, in una fitta catena di episodi puntuali.

Ma allo stesso tempo è difficile disgiungere la gestazione della moderna penalità, come «prelevamento» degli individui, sequestro e reclusione, senza evocare la tutela dei profitti quale nuova priorità della legge. C’è allora la complessa vicenda degli illegalismi popolari e del loro tramonto, la prevenzione del furto divenuta necessità primaria del potere, mentre enormi quantità di merci cominciano ad essere accumulate a portata di mano dei poveri, nei porti e nelle città. Sarebbe però altrettanto importante citare le lunghe resistenze all’imposizione del sistema di fabbrica, in Inghilterra, quando i nuovi macchinari dell’industria tessile distruggono le tutele verso cimatori e calzettai, schiacciando le vecchie protezioni consuetudinarie, la difesa delle maestranze artigianali contro il mercato: è l’appassionante e opaca vicenda del Generale Ludd, ma ancora prima di innumerevoli unioni, gruppi e società segrete. All’inizio dell’800, tra legislazione contro le coalizioni, distruzione dei telai meccanici e necessità di segretezza, una nutrita congerie di associazioni e reti organizzative, prima del cartismo, ha mischiato la cospirazione politica ad accenni primitivi di battaglia sindacale.

E in questa trama versatile e confusa, manco a dirlo, il repertorio della sommossa, della ribellione violenta, è una presenza costante. Periodizzazione e localizzazione, come si vede, risultano un’impresa ardua, tanto più che tutti i più importanti dibattiti su questi episodi del passato, in ambito storico e teorico, entrano sempre in contatto con il presente. Non è un caso che gran parte di tali dibattiti, alle nostre latitudini, abbiano conosciuto la più vivace fioritura tra gli anni ’60 e ’70. In questo periodo la ricerca storiografica comincia, come insegna Foucault nei suoi corsi dei primi anni ’70, a privilegiare la rottura e l’evento rispetto al passato ed alla continuità, complice un impulso generale più diffuso. La stessa attenzione di Foucault per il caso dei Nus Pieds e per il dibattito sulle rivolte seicentesche in Francia, nella cornice della polemica tra Mousnier e Porchnev[1] e di un esame critico della dogmatica marxista, trae da questo frangente tutto il suo potenziale di attualizzazione.

Una trattazione di questi temi non può quindi evitare pienamente l’anacronismo, o meglio l’indulgere in andirivieni cronologici che ci riportino all’oggi. Il testo di Joshua Clover, in tal senso, nel suo tentativo di ricondurre l’anomalia delle rivolte ad una categorizzazione marxista, seppure eretica, costituisce una fonte di spunti e un buon termine di riferimento critico. In mezzo alla variegata letteratura su questi temi l’importanza di Riot, Strike, riot sta in una tassonomia semplice, che riporta l’alternanza tra forme di emergenza del conflitto ai cicli del capitale e alle sue fasi di accumulazione, attingendo agli studi di Giovanni Arrighi. I periodi in cui l’economia capitalista è preminentemente  produttiva, basata sulle industrie ed il sistema di fabbrica, quindi sull’estrazione del valore, vedono la prevalenza dello sciopero come metodo di lotta, dunque corrispondono all’epoca d’oro del movimento operaio; le fasi in cui c’è un capitalismo basato sulla circolazione, sul mercato e la realizzazione del valore, come quelle di «dominio formale» che precedono il capitalismo maturo o subentrano alla crisi del fordismo, in Europa e negli Usa, dagli anni 70 in poi, vedono la rivolta come mezzo di lotta principale. Le rivolte contadine del 600 e i riots degli attuali sobborghi metropolitani si assomigliano e richiamano perché dipendono da analoghi assetti sistemici di equilibrio tra estrazione e realizzazione del valore economico. In entrambi i casi la generale esclusione e lo spossessamento si incontrano sulla piazza e per strada, non nei luoghi dello sfruttamento.

Questa ipotesi metodologica ha per Clover un ulteriore vantaggio: quello, semplificando la complessità del suo studio, di discernere i due piani, articolati ma differenti, delle forme di azione collettiva e delle «ideologie dell’azione collettiva» che si sviluppano intorno alle pratiche stesse. Il nocciolo della questione, per l’autore, è valorizzare le rivolte dal punto di vista del materialismo storico. Se le teorie anarchiche della rivolta abbondano, specificando che Clover vi include anche gli scritti del Comitato Invisibile, dunque dilata la categoria in modo arbitrario, occorre dimostrare che le griglie marxiane sono in grado di rendere conto, altrettanto bene, dei saccheggi e delle vetrine spaccate. Clover parla di una «teoria comunista della rivolta», e sulla sua necessità, certo, siamo d’accordo. Un simile impianto non manca di suggestione e di capacità esplicativa, avanzando molti elementi fondamentali di una critica rivoluzionaria «post-classista», ma si può dire che i conti non tornino. Alcuni esempi storici, andando con ordine, sono una buona cartina di tornasole per individuare degli aspetti delle sommosse contemporanee che non rientrano nelle lenti di Clover. Un primo caso è quello del luddismo, intorno al quale Clover polemizza con le conclusioni di E. P. Thompson, senza coglierne però delle componenti essenziali.

La posizione di Clover sui moti luddisti iniziati nel 1811, a cui dedica un piccolo capitolo del libro, si inserisce perfettamente nel suo modello di periodizzazione. La distruzione delle macchine compiuta sotto le insegne di Ned Ludd o alcuni anni più tardi, intorno al 1830, del Capitano Swing, figura anch’essa leggendaria che dà il nome, stavolta, ad un’ondata di sabotaggi contro le trebbiatrici, viene infatti definita «rivolta come sciopero». Questi tentativi di arginare la meccanizzazione, dell’industria tessile e del lavoro agricolo, rallentando l’avanzata del mercato «autoregolato» che travolge il controllo comunitario delle condizioni di produzione, ricorrono a lettere di minacce, incendi delle fabbriche e azioni armate. In un caso come nell’altro, però, i danni arrecati selettivamente ad alcune innovazioni tecniche, quali la gig mill e la shearing frame[2], per quanto riguarda il luddismo, erano diretti con coerenza ad imporre alcune precise rivendicazioni salariali, una paga minima ed il diritto di organizzazione sindacale. Tra queste rivendicazioni c’è anche l’obbligo di reimpiegare i lavoratori che le nuove acquisizioni di «capitale costante» hanno sostituito.

Il luddismo quindi non è una convulsione retrograda che vuole tutelare residui patriarcali e consuetudinari nel funzionamento dell’industria, ma un’espressione di lotta di classe in una precisa congiuntura, in cui la mobilitazione sindacale pubblica non è ancora ammessa né codificata. In questa fase di oscillazione, dunque, non si potrebbe che vedere lo sciopero in formazione e la consustanzialità dalle pratiche che a un certo punto si distaccano: il fatto che si perseguano miglioramenti salariali e che venga diffusa la lista di quei macchinari che, non spostando manodopera, vengono lasciati intatti, è la dimostrazione. Non quindi un capitolo finale ma una fase di importante transizione a partire dalla quale i repertori di lotta si distinguono e chiarificano, proprio perché l’organizzazione capitalistica si sta evolvendo. Le letture come quella di K. Sale, in Ribelli al futuro, ma secondo Clover anche di Thompson, che vedono nel luddismo una resistenza pregiudiziale allo sviluppo e al portato della rivoluzione industriale, ne ignorano il carattere epocale ed ibrido, che la collocherebbe in un preciso punto di frattura e rivolgimento strutturale di passaggio al dominio reale del capitalismo, quindi all’egemonia dello sciopero e del movimento operaio:

Ma l’accento messo sul costume, sulla lotta contro il futuro, passa a fianco dell’elemento che nella distruzione delle macchine che è invenzione, che anticipa. Si tratta altrettanto del primo capitolo di una politica conflittuale nelle fabbriche che non ha ancora avuto fine. È soltanto nel corso di un periodo di transizione che può apparire allo stesso così ibrido, al contempo scandaloso e originale, un piede nelle enclosures e le rivolte frumentarie, l’altro nel codice del lavoro e le lotte sulla giornata lavorativa[3].

Tuttavia il legame con il passato che Thompson vede nella rivolta luddista non sta affatto in un arroccamento reazionario. Su questo, al contrario, sembra che i pareri dei due autori coincidano. Che le istanze agitate si appoggino a modi di arbitraggio dei conflitti sul lavoro derivanti da usi consolidati in via di sparizione quindi, essi sì, giunti all’«ultimo capitolo», è un altro paio di maniche. Nel lungo capitolo di La formazione della classe operaia inglese in cui la storia di Ludd è inserita, Un esercito per gli oppressi, la questione della continuità con le tradizioni di lotta precedenti sembra essere posta in tutt’altro modo.

Per Clover le autorità non usano, in quel frangente, l’appellativo di riot, sommossa, proprio per la priorità esplicita delle rivendicazioni economiche. Il vocabolario repressivo stenta a esprimersi poiché, non potendo ancora usare il termine di sciopero, quello di rivolta è inadeguato, laddove mancano connotazioni di scontento politico o rapporti con le correnti rivoluzionarie anteriori. Nella doviziosa narrazione di Thompson, che ricorre diffusamente agli archivi di polizia, ai resoconti delle reti di infiltrati e spie, le cose stanno ben altrimenti. I luddisti mettono lungamente le autorità in scacco, oltre che per il largo sostegno della popolazione, perché è arduo discernere, al loro interno, gli elementi di vecchio giacobinismo «painita[4]», i giuramenti segreti, i comitati cospirativi e addirittura i progetti insurrezionali, dal nocciolo puramente economico del conflitto. Quella del luddismo è una «società opaca» insomma, i cui protagonisti nascondono la propria identità e i propri fini, su cui le testimonianze sono dubbie e di cui le istituzioni non riescono a venire capo, in quanto esprime una cultura di silenzio scientemente perseguito ed osservato, di diffidenza della comunità operaia verso il magistrato, il notabile e il potente:

Ed eccoci vicini al nodo del problema. La terza grande ragione per cui le fonti sono «opache», è che i lavoratori intendevano che così fossero. E parlare di «intenzione» è usare un termine troppo razionale. In Inghilterra esistevano allora due «culture» distinte e ben definite. Nei centri della rivoluzione industriale, andavano sorgendo istituti e forme di comunità, e nascendo atteggiamenti nuovi, che tendevano, consciamente o inconsciamente, a sbarrare la strada al magistrato, all’imprenditore, al prete, o alla spia. La nuova solidarietà non era soltanto solidarietà con; era solidarietà contro[5].   

 

Per tali ragioni Thompson si discosta dagli argomenti degli storici del movimento operaio che, come gli Hammond, i Webb e Graham Wallas[6], derubricano la portata dei tumulti luddisti, in campo politico, a macchinazioni e invenzioni di spie. I piani di sollevazione contro il re e le violenze notturne, nel lavoro di questi studiosi, non sono un degno antecedente del moderno movimento operaio improntato alle leggi di riforma e dunque, malgrado l’evidenza, tanto peggio per le fonti. L’aspetto interessante è che però, contrariamente a quanto sostiene Clover, nel luddismo le razzie, il sabotaggio e i germi di trade unions siano, gli uni accanto agli altri, in piena continuità con le tradizioni sovversive, il radicalismo repubblicano e la memoria di vecchie congiure, come quella di Despard, cospiratore giustiziato nel 1803, o della «Lampada nera[7]»:

Non si può ritenere soddisfacente nessuna interpretazione del luddismo che lo consideri limitato a obbiettivi economici, o respinga come chiacchiere di «teste calde» le sue venature insurrezionali e quindi politiche. Nella stessa Nottingham, dove il luddismo mostrò la maggiore disciplina nel perseguire obiettivi economici, il legame tra distruzione di telai e sedizione politica era ammesso da ambo le parti, perché non solo i lavoranti in calze a telaio ma gli «ordini inferiori» in genere manifestavano complicità con i luddisti nella loro lotta contro i mercanti, i reparti dell’esercito e i magistrati.[8]

Allo stesso tempo, inoltre, esso anticipa gli avvenimenti successivi di Pentridge e di Cato Street. Nel Lancashire, dove ebbe minore impatto che in altre regioni, questa «jacquerie operaia contro l’industria», passò addirittura oltre la fase di danneggiamento e distruzione delle macchine in poche settimane, cedendo il passo a sequestri d’armi, preparativi insurrezionali ed esercitazioni militari.

Sotto questo profilo, proseguendo sull’onda delle assonanze e dei liberi salti temporali, l’affresco foucaultiano dell’insurrezione dei Nus pieds è esemplare, in quanto fornisce un’altra circostanza in cui la ribellione popolare, nella sua piena portata, eccede ampiamente i confini del suo contenuto economico. Le lezioni in cui Foucault si occupa di tali avvenimenti sono, come noto, una tappa fondamentale della sua regolazione di conti con il marxismo, anche poiché coincidono con alcuni dei momenti in cui le sue elaborazioni si avvicinano di più agli stessi interrogativi politici che animavano la sinistra rivoluzionaria. L’aspetto che qui più ci interessa è che i tumulti seicenteschi, pur ricollegati al complesso mosaico di interessi e prerogative fiscali che caratterizzano il prelievo e la ripartizione delle imposte entro la struttura feudale, riguardano principalmente un esercizio di potere.

Essi sono il punto focale attorno a cui si agglutinano e definiscono gli assetti delle istituzioni penali, il motivo per cui le funzioni di polizia e repressione si precisano e separano in una specifica configurazione del diritto. Per far fronte a questi sommovimenti, infatti, la rappresentazione della giustizia deve cacciare sempre più nell’ombra il suo carattere di sanzione dello scontro tra forze, assumendo una parvenza di neutralità che ne garantisca il funzionamento. In questo quadro, sulla scia di Porchnev, Foucault evidenzia come le rivolte del 600, a partire da una rivendicazione antifiscale, siano pienamente comprensibili soltanto con la lente di un’analisi strategica, come messa in discussione delle forme in cui il potere si consolida ed afferma, quindi anche come manifestazione di «contropotere», in tutta la sua ambivalenza. Così viene scalfito anche quel dogma della ricapitolazione storiografica che vede la plebe, i movimenti popolari, capaci di reagire a carestie e imposte, disoccupazione e aumento dei prezzi, ma mai per contestare i modi di esercizio e conservazione del potere. Anche il fatto che i Nus Pieds, nell’attuare le proprie rappresagli ed i propri attacchi, emulassero e riproducessero le insegne dell’autorità costituita, fino a utilizzare i sigilli regi, piaccia o meno, può essere apprezzato in un’ottica simile.

Questa pratica della giustizia popolare, la cui reinterpretazione vede Foucault e i maoisti della Gauche proletarienne in vivace polemica, i secondi a difendere l’idea dei tribunali e della giustizia rivoluzionari, il primo ad evidenziare il legame indissolubile tra la pena e la criminalizzazione delle sedizioni, la separazione tra plebe e popolo, risuona con il sottofondo di questo dibattito storiografico.

Ma soprattutto, a parlarci dell’oggi, è quest’idea bifronte della sollevazione popolare, che guarda a sogni di liberazione aggrappandosi alla conservazione di spettri del passato, anche immaginari e spuri. In tal senso, proseguendo a ruota libera, il binomio tra conservazione, attaccamento comunitario e ribellione, ha da dirci qualcosa in una lunga fase in cui il flusso del divenire, la ristrutturazione e la trasformazione permanente, forse perfino rivoluzionaria, in qualche modo, sono da lungo tempo la cifra stessa del capitale, del suo programma fuori controllo di perenne fuga in avanti? Qualcuno ha già osservato questo strano appuntamento temporale a proposito dei gilets jaunes, una rivolta che si ammanta di vesti conservative, ma per conservare quale passato, e quale identità?

Sorprendente sovrapposizione che fa apparire nel XXI secolo un movimento sociale abbastanza potente per perseverare malgrado la repressione brutale, restando prossimo alle sedizioni popolari che la Francia ha conosciuto durante il lungo ciclo dei sollevamenti contadini e plebei del XVI e XVII secolo. La risposta dei GJ assomiglia a un risveglio di questa tradizione sepolta, vinta dalla repressione militare e giudiziaria della monarchia e più spesso lasciata nell’ombra, in seno allo stesso marxismo, della centralità proletaria. La loro ambivalenza, tra insurrezione e conservazione, resistenza e reazione, caratterizzano delle ribellioni esposte al cambiamento del regime di storicità[9].

Qualche passo indietro per sbrogliare dei fili che si fanno confusi, e rimetterli in ordine. Nel corso dell’anno successivo a quello sui Nus pieds, dedicato a La società punitiva, Foucault corregge un po’ il tiro ed accentua il corpo a corpo con il marxismo del periodo, in particolare riguardo al concetto di «riproduzione» e alle teorie sugli apparati ideologici. Spostandosi al 700 e all’800, Foucault sostituisce tendenzialmente la nozione di «illegalismo popolare» a quella di «plebe sediziosa» nella sua analitica del potere penale e delle sue istituzioni. In questo modo il peso dei cambiamenti nel sistema di produzione è accentuato e le domande sulla riproduzione dei rapporti sociali poste con più forza. Se nella civiltà feudale la multiformità dell’illegalismo si tiene insieme in un sistema di contrappesi, in cui le prerogative aristocratiche, la decisione dei prezzi nel mercato e le varie irregolarità che competono ai diversi ceti si annullano, con il rafforzamento della borghesia le cose a poco a poco cambiano. A un certo punto gli illegalismi non sono tutti uguali, e quelli popolari, con la massiva deportazione dalle campagne e la concentrazione nei luoghi in cui ricchezza e mezzi di produzione si trovano a disposizione, si riducono al depredamento. E qui la classe operaia, il proletariato nel senso che si è poi stabilito, come soggetto, non va riprodotto, o meglio va riprodotto quantomeno nello stesso tempo in cui è plasmato ex novo come corpo operaio, disciplinato, economo e ritmato. Le tattiche della disciplina, se nascono e sono sempre commisurate al pericolo della sedizione, in questo specifico frangente devono reagire al furto creando l’operaio, la classe come soggetto riconoscibile: il potere combatte la cospirazione creando il crimine e previene l’appropriazione creando il proletario. In entrambi i casi c’è un’eccedenza, un sovrannumerario della carne, dei corpi e degli istinti stessi, ridotti alla naturalità di un tempo e di uno spazio. Il tempo e lo spazio del capitale, che esso condivide con il soggetto operaio, sua variabile dipendente e negazione determinata. In altre parole la forza-lavoro è il risultato di un processo che rende i corpi produttivi, determinandoli simultaneamente come competenti e come sottomessi. Perché sia utilizzabile sul posto di lavoro e fissato alle macchine, invece che un insieme di forze virtuali e generiche, il «corpo operaio» deve essere addestrato in senso sia professionale che disciplinare, trasformato in forza produttiva nello stesso momento in cui è posizionato dentro il rapporto di sfruttamento capitalistico. Per questo motivo, in Foucault, la teoria del potere disciplinare non è una teoria della riproduzione sociale, delle forze produttive e del modo di produzione, ma delle forme in cui questi si «costituiscono». Al livello più profondo delle reti di potere, non c’è forza lavoro senza trasformazione dei soggetti in risorsa produttiva interamente disponibile ai cicli dell’estrazione di valore, come non c’è modo di produzione capitalistico senza un loro ancoraggio allo spazio del lavoro e una presa totale sul loro tempo di vita. Il potere sequestra, reclude, educa, dirama le discipline sull’insieme del corpo sociale, irreggimenta le «classi pericolose», non per servire le strutture della produzione, per garantirle o legittimarle, ma per costituirle e determinarle nel loro nucleo più puro:

Se diamo al potere l’estensione che ho appena detto, siamo sollecitati a rintracciarne il funzionamento stesso ad un livello molto più profondo. Il potere, quindi, non può più essere compreso soltanto come il garante di un modo di produzione, come ciò che permette di costituire un modo di produzione. Il potere è di fatto uno degli elementi costitutivi del modo di produzione e funzione nel cuore di quest’ultimo. È quello che volevo far vedere quando ho parlato dei vari apparati di sequestro, che non sono tutti collegati a un apparato di Stato, lungi dall’esserlo, ma giocano tutti-che siano le casse di previdenza, le fabbriche-prigioni, le case di correzione-a un certo livello: non quello della garanzia data al modo di produzione, ma quello della sua costituzione.[10]

Tutto questo ha a che fare con la figura che il progetto rivoluzionario e comunista ha assunto lungo l’intero secolo scorso. Ha a che fare con quello che alcuni pensatori, e rivoluzionari, hanno definito, alle soglie della crisi generale che si è profilata a partire dagli anni 70, come «teoria del proletariato». E con il suo tramonto. Per questo tornare a Clover e vedere quanto non torna e convince nella sua analisi è importante. Il programma proletario, l’idea di rivoluzione che ha sempre contemplato, è quella di una generalizzazione transitoria della condizione della classe sfruttata, universale e liberatrice. La classe che non è niente ma che deve affermarsi come contenuto positivo, come nucleo germinale del processo rivoluzionario medesimo. Il vizio originale del capitale è infatti quello di avere come forza motrice e come limite lo stesso deposito di forze, secondo tale griglia, ovvero la forza produttiva, e prima di tutto quella vivente, il corpo biologico, le risorse organiche dell’attività umana che si trasforma in lavoro vivo. Un accumulo macchinico e razionale di lavoro morto, di senso morto, che deve necrotizzare e metabolizzare la linfa del senso vivo, ma che non può mai esaurirla senza decomporsi. Cesarano ci ricorda come questo echappement dell’utopia capitale è quella di un sistema internalizzante che insegue costantemente la dominazione reale sul ricambio tra attività e natura, che cerca in modo spasmodico e volatile, sempre più rarefatto e privo di contenuto stabile, di innervare la comunità materiale dei viventi:

“Recuperando e stravolgendo le pulsioni autenticamente rivoluzionarie espresse dal movimento reale nel corso del primo ventennio del novecento, la controrivoluzione ha funzionato oggettivamente come il meccanismo di sopravvivere alle sue proprie crisi, favorendo e promuovendo la dislocazione delle contraddizioni fondamentale insite nei modi e nei rapporti di produzione, dal livello originariamente elementare di organizzazione produttiva, a livelli sempre più complessi e sempre più totalizzanti, fino all’attuale dominazione dell’economia tanto su ogni forma di «vita» organizzata sul pianeta come su ogni sopravvivenza delle forme in cui la vita organica, ridotta a mera «materia bruta» di natura estrattiva, a mero propellente della macchina sociale, è forzata a riprodursi quale «vita» mistificata, energia «naturale» della specie.”

Per il marxismo la negazione immanente del proletariato è questo, per il migliore Marx a cui Clover s’ispira l’autonegazione del proletariato è il preludio alla fine di questa dominazione poiché, se la figura proletaria si espande di nuovo, invade la riproduzione e si generalizza, ecco che la forza produttiva di nuovo esplode. Per quanto questa espansione rompa con la legge del valore ed una sua misura calcolabile, esondi dalla fabbrica e dalla sintesi del tempo di lavoro, la «sintesi capitalista» di capitale e lavoro nel sociale, che pende sempre da una delle due parti, scriveva Lucio Castellano…beh sempre di forze produttive, generalizzazione del proletariato e transizione si tratta. Ed è un’ipoteca non da poco. In fondo i vagheggiamenti operaisti sul dominio formale che ritorna, non vanno forse in questa direzione?

Torniamo quindi alle rivolte, e ad un termine di periodizzazione che risulta fondamentale, come si è già detto. Le sommosse del lumpen «razzializzato», da James Boggs alle Pantere nere, che d’altronde proprio come lumpen si autodefinivano. Detroit, l’unione e la sovrapposizione tra lotte dei disoccupati, le vertenze radicali nelle fabbriche e l’insorgenza dei neri nelle periferie. Una tappa importante anche nelle analisi di Camatte, ad esempio, che vi fa più volte riferimento in diversi scritti su Invariance, che si distaccano passo dopo passo dalle lenti iniziali e dall’attaccamento al gergo bordighista, fendendolo ed aprendo un varco nelle sue tesi sul partito storico e la classe. La rivolta apre, negli Stati Uniti e negli anni 60, una fase critica che non percorre il ritorno ad un’identità precedente della classe, ma alla sua dissoluzione in quanto tale, alla dislocazione del dominio su altri e più profondi terreni. La fase di oscillazione tanto decisiva tra gli anni 60 e 70 è quella di un tentativo insurrezionale generalizzato, di una sperimentazione e riscoperta del comunismo che è sì un ultimo capitolo, quello del legame tra forze produttive e rivoluzione, tra programma e teoria del proletariato come coordinate dell’uscita dal capitalismo. Nel costituirsi del capitale in comunità materiale senza residui spaziali, che non vuol dire senza fuori e senza fughe possibili, non è la dominazione formale, il comunismo del capitale che giunge a maturazione, ma quella totale del soggetto automatico e dell’«antropomorfosi», in cui è il senso morto della rappresentazione inglobante ad annettersi le forme di vita. Così l’insurrezione non è un passo in avanti nella liberazione e nello sganciamento, una corsa sfrenata che è ormai solo ed unicamente quella del capitalismo, invertita e cambiata di segno, ma una «febbre di rigetto», si diceva, di rifiuto di un’avanzata autodistruttiva. Per questo, come scrive di recente Alain Bertho in un libro che ha, di interessante, soprattutto l’impianto documentario, il limite di tempo sembra, nel nuovo ciclo di rivolte, percepito come quello ultimo, e la coscienza ambientale dell’invivibilità di un mondo che è già apocalittico, natura del capitale e del suo artificio, pare tramutarsi in senso comune pratico. I domani che cantano, scrive l’antropologo, hanno smesso di profilarsi all’ombra della necessità storica, certo, polverizzando in sinergia con Internet la nostra percezione del tempo, e mettendo a suo dire in disuso le strategie rivoluzionarie. Nelle convulsioni recenti delle nostre vite, se non c’è alcun passato a cui rivolgersi e nessuno specifico limite invalicabile da sacralizzare, certamente la riscoperta di qualcosa di dimenticato è un ingrediente che deve confluire nel crogiolo della sovversione. Per trovare un’idea rivoluzionaria all’altezza delle rivolte.

[1] In Teoria e istituzioni penali, il suo corso al Collège de France del 71-72, che si ricollega alle Lezioni sulla volontà di sapere ed anticipa La società punitiva, corso dell’anno successivo in cui amplia e rettifica il tema della «plebe sediziosa» come fuoco del potere penale, Foucault interviene esplicitamente nella polemica tra lo storico francese e quello sovietico. I termini della divergenza tra Boris Porchnev e Roland Mousnier riguardano la natura delle rivolte Francesi del 600. Foucault infatti trae largamente ispirazione dal testo di Porchnev, Les soulèvements populaires en France au XVIIe siècle, il cui capitolo centrale, purtroppo assente dall’edizione italiana, è dedicato proprio all’episodio dei Pieds Nus. Porchnev è l’autore che introduce il concetto di «plebe sediziosa», come massa che conteneva sia i lavoratori della città che i contadini, e che sarebbe stata protagonista delle ribellioni seicentesche, dirette principalmente contro la fiscalità feudale e i suoi beneficiari. Questo concetto avrà fortuna in seno ai movimenti maoisti francesi del periodo, vedi GP, con cui Foucault dialoga, che ponevano molta attenzione sul ruolo rivoluzionario delle masse contadine e l’alleanza operai-contadini in Francia (Sia la  Gauche proletairenne che, ad esempio, l’Union des communistes de France marxiste-léniniste, la quale realizza anche un libro inchiesta, nel 76, dedicato alla situazione delle campagne francesi: Le livre des paysans pauvres) La tesi di Porchnev, naturalmente gradita nella sinistra rivoluzionaria, è quindi che l’abbattimento delle strutture feudali sia avvenuto tramite la lotta di classe trainata da queste masse plebee, senza alcun ruolo rivoluzionario della borghesia, che era invece una «borghesia feudale». L’ipotesi contrastante di Mousnier si oppone punto per punto a quella di Porchnev, che accusa di fare una storia di sorvolo poco attenta alla specificità dei contesti e volta ad uno schema di lettura forzato in senso politico. Secondo lui le sedizioni popolari seicentesche sono episodi di scarso peso, ben lungi dall’aver esercitato una funzione propulsiva, endemiche nella lunga storia della monarchia francese e pressoché insignificanti. Inoltre sostiene che sia stato l’equilibrio e il meccanismo stesso dello Stato monarchico, integrando la borghesia nel proprio quadro, a superare e spezzare il regime feudale. Il dibattito è complesso.  Basti rilevare come Foucault, mutuando in ampia misura l’approccio di Porchnev, pur ricorrendo largamente ad una diretta ricerca sulle fonti del tempo, lo svincola però da un rigido schema marxista di evoluzione della lotta di classe.

[2] La gig-mill era un macchinario, proibito in precedenza dallo statuto di Edoardo VI, che serviva a far passare il panno semilavorato in mezzo a cilindri dotati di teste di cardo. Questo sostituiva quindi, in parte, il lavoro dei cimatori e produceva panni di fattura più dozzinale. La shearing-frame invece, congegno più sofisticato, comprendeva due o più cesoie inserite in un telaio, che lambendo la superficie del panno eseguivano la cimatura.

[3] J. CLOVER, op. cit., p. 85.

[4] Corrente repubblicana e radicale legata alla figura eminente di Thomas Paine (1737-1809), padre fondatore americano e autore dei Rights of Man.

[5] E. P. THOMPSON, La formazione della classe operai in Inghilterra, Milano, Il Saggiatore, 1969, p. 46.

[6] John e Barbara Hammond, i coniugi Webb, autori di un lavoro sul tradeunionismo citato anche da Lenin in Che fare, Wallas, furono tutti storici del movimento operaio di ispirazione fabiana, inclini a sminuire qualsiasi carattere conflittuale e violento della storia del proletariato inglese

[7] Edward Despard fu un cospiratore irlandese. A seguito di un tentato complotto nel 1802, viene giustiziato l’anno successivo per alto tradimento, la sua figura rimane fortemente impressa nella memoria popolare. «Black Lamp» fu un’altra rete clandestina, dedita alle adunanze notturne. Thompson si occupa di queste due vicende nello stesso capitolo in cui affronta la storia del luddismo.

[8] E. P. THOMPSON, op. cit., p. 138.

[9] https://lundi.am/Gilets-Jaunes-et-Nus-Pieds-Frederic-Rambeau.

[10] M. FOUCAULT, La società punitiva. Corso al Collège de France (1972-1873), Milano, Feltrinelli, 2013, pp. 246-247.

“Non cadremo nelle loro provocazioni.” Sulla manifestazione femminista del 16 agosto a Città del Messico

A Lesvy, a Karen, a Adriana, a Victoria, a Valeria, a Otilia, a Daniela,

a quelle senza piu’ corpo,

a quelle a cui dedichiamo il nostro

Non ci proteggono, ci stuprano

La notte dello scorso 3 agosto una ragazza di 17 anni stava tornando a casa quando vide avvicinarsi lentamente una volante con dentro quattro poliziotti ; per sviarli suono’ il campanello di una casa. Uno dei poliziotti scese dall’auto e le chiese dove abitasse, offrendole un passaggio; nonostante la sua risposta negativa, questi la fecero salire di forza sull’auto e la violentarono, per poi lasciarla andare fra le risate e gli scherni. Dopo i fatti, la ragazza sporse denuncia alle autorità competenti (la PGJ, Procuraduría General de Justicia di Città del Messico), le quali, qualche giorno dopo, annunciarono di aver perso i campioni-prova di DNA. I poliziotti proseguirono quindi indisturbati il loro lavoro.

Questo é solo uno degli almeno 51 casi di abuso sessuale che avvengono in Messico ogni giorno ; cosi come, secondo cifre ufficiali, nei primi quattro mesi del 2019 si sono registrati almeno 1199 femminicidi avvenuti in diversi stati del Paese. Senza ovviamente tenere in conto i casi di transfemminicidio, sui quali la polizia indaga in modo impreciso e discontinuo, tra cui molti passano sotto silenzio per paura di rappresaglie e altri non vengono registrati nemmeno sotto questa categoria.

E’ importante chiarire che quello descritto non é un caso isolato, ma frutto di un sistema di violenza strutturale di genere. É una realtà quotidiana condivisa da noi tutte quale che sia il diverso grado di vulnerabilità di ciascuna. La paura con la quale usciamo tutti i giorni di casa, pensando a chi sarà il nostro prossimo aggressore, ci ha spinte a dotarci di armi per l’autodifesa come spray al peperoncino, taser, coltelli, e della capacità di usarle. É diventato un rito, ormai, condividere la nostra posizione con i nostri cellulari mentre siamo sulla strada di casa, per avvisare le nostre amiche o le nostre madri che stiamo bene. La paura e la violenza quotidiane che ci inondano non si limitano a quando camminiamo per strada. É risaputo : nessuna istituzione é sicura. Gli eventi degli ultimi giorni ci hanno ricordato che non possiamo sentirci tranquille neanche in un ospedale o in un museo[1]. Non dimentichiamo che la maggior parte degli stupri, degli abusi, delle gravidanze minorili e dei femminicidi in Messico vengono compiuti all’interno dell’istituzione chiamata famiglia. Abbiamo tutte uno zio o un qualche parente scomodo che ci ha violentate, che sia con lo sguardo, con le parole o con le mani, e questo nel migliore dei casi. Quasi sempre gli aggressori sono delle persone che conosciamo.

Cosi come le denunce piovute qualche tempo fa durante il movimento #MeToo hanno costituito delle prove inconfutabili dei maltrattamenti, e talvolta delle aggressioni fisiche e sessuali, che subiamo sistematicamente da parte dei nostri uomini « di fiducia » come fidanzati, fratelli, mariti, colleghi, padri, amici . Ora, pero’, vogliamo smettere di raccontare cio’ che subiamo per cominciare invece a narrare quello che facciamo.

Non siamo le stuprate, le studentesse, le lesbiche, le donne di casa, le vittime ; non siamo nessuna delle categorie alle quali vogliono ridurci.

Le mie amiche mi proteggono, non la polizia.

Di fronte alle dichiarazioni della PGJ sul caso del 3 agosto scorso, decidiamo di organizzare un presidio davanti alla sede centrale della Secretaría de Seguridad Ciudadana a Città del Messico. Durante il presidio, il segretario alla sicurezza esce in strada per parlare esclusivamente con i media, dichiarando la sua disponibilità ad aprire un dialogo con noi ; ottiene, per tutta risposta, un attacco a base di glitter rosa. Dopo averlo visto rientrare nell’edificio con la coda tra le gambe, decidiamo di continuare e prendiamo la strada verso la sede della PGJ, istituzione indicata dalla madre di una vittima di violenza come responsabile del ritiro della denuncia, per paura in seguito alla divulgazione dei dati personali della figlia minorenne. Da quel momento in poi, non é stata la manifestazione a straripare; piuttosto é stato lo straripamento che si é manifestato, dato che sapevamo bene che non eravamo lì per chiedere il permesso a qualcuno per fare quello che volevamo. Per la prima volta in una manifestazione in Messico, gli uffici del PGJ, un edificio intimidatorio a causa della costante e abbondante presenza di polizia, sono stati invasi, le porte di accesso distrutte.

Alla luce degli eventi, la sindaca Claudia Sheinbaum ha dichiarato che le nostre azioni non sono altro che una provocazione per indurre le autorità ad usare metodi violenti contro le manifestanti. Ciò di cui non ha tenuto conto è che siamo abituati a sentirci dire che è a causa delle nostre provocazioni che ci uccidono o ci stuprano. Non ha capito che nessuna chiedeva una marcia pacifica. Non vogliamo essere rappresentate da nessuno. Tantomeno ci é passato per la testa di andare a cercare giustizia dallo stesso sistema che ci violenta, ci uccide e ci fa sparire. Non vogliamo briciole di attenzione da parte di qualsivoglia autorità, né dialoghi utili da sfruttare in campagna elettorale. Non siamo andati a parlare con nessuno perché sappiamo che a loro non importa di noi e a noi non importa di loro. Per molte di noi si è trattato semplicemente di prendere una posizione.
La gioia e la potenza condivise il 12 agosto sono state contagiose. La stanchezza e l’umiliazione provate nel ricevere petali di rosa come forma di sostegno nelle precedenti manifestazioni e di essere scortate dalla polizia stradale[2] – evidentemente le donne, per il governo, non rappresentavano una vera minaccia – ci hanno spinto ad assumere la nostra violenza e scendere in strada, come è stato detto, « a modo nostro ». Venerdì 16 agosto per alcune di noi era chiaro fin dall’inizio come saremmo scese in piazza, quale sarebbe stato il nostro spezzone e con quali amiche avremmo gridato. In altri casi ci siamo sorprese di noi stesse nel ritrovarci in mano bombolette spray, passamontagna fatti in casa, e nello scrivere i nostri numeri di emergenza e i gruppi sanguigni sui nostri corpi[3].

Altre, partite da sole, si sono unite alla spontaneità del momento, sedotte dalla furia delle amiche. A prescindere da questo caso particolare, noi non ci sentiamo mai sole. Le nostre amiche si prendono cura di noi, non certo la polizia.

Maschio coglione, fuori dal mio vagone

Da qualche anno nella metropolitana di Città del Messico vi sono carrozze riservate esclusivamente a donne e bambini al di sotto dei 12 anni, cio’ a causa delle continue molestie subite. Questa divisione è spesso violata da uomini stupidi che insistono nel voler occupare i nostri spazi. Vale anche la pena di ricordare che alcuni mesi fa è stata scoperta una rete “specializzata” in rapimenti di donne che opera sui mezzi pubblici. Uno dei modi piu’ efficaci in cui agiscono i rapitori consiste nel puntare una donna sola e poi prenderla per il braccio, fingendo di essere una coppia e poi portarla via dicendo “calmati, amore mio”. Se qualcuno cerca di intervenire, l’aggressore assicura che si tratta di una questione personale. Anche se la donna afferma di non conoscere il rapitore, di solito quest’ultimo riesce a dissuadere coloro che cercano di aiutarla; la morale infatti impone che questo tipo di problemi di coppia siano risolti in privato. Questo fatto mostra il modo in cui il sistema patriarcale invalidi la nostra parola, interpretando le nostre reazioni come drammi sentimentali femminili, invece di assumerle in quanto problema politico.

Il giorno della manifestazione abbiamo quindi deciso di occupare un intero treno, cacciando tutti gli uomini che erano a bordo. Di fronte alla nostra azione, molti uomini hanno reagito in maniera ostile, provocatoria, ma soprattutto beffarda, e come era prevedibile hanno aggredito chi potevano  con spinte, insulti, registrazioni; alcuni uomini sono addirittura saliti sul tetto del treno per impedirgli di ripartire. Nonostante ci fossero più di 600 donne vestite di nero, con i volti coperti e armate, disposte a difenderci con taser, spray al peperoncino, ombrelli e glitter, abbiamo di nuovo percepito il machismo dilagante da parte degli uomini. Molte di noi provavano paura; alcuni di loro, invece, pur essendo soli, si mostravano ringalluzziti e sicuri di sé, forti del privilegio che li caratterizza e li sostiene. Solo pochi hanno smesso di ridere quando abbiamo chiesto: “Vi prendete gioco del fatto che ci stanno uccidendo?”.

Il patriarcato non cadrà da solo, siamo noi che lo abbatteremo

Non c’era nessun leader, nessuna organizzazione, nessuna bandiera, nessuna teoria che ci rappresentava, ma un comune sentimento di sorellanza e il comune desiderio di distruggere tutto. Nulla era programmato, non c’erano linee guida, nessuno era a conoscenza del percorso della manifestazione, si percepiva solo qua e là la presenza di donne riunite, e ogni tanto circolavano voci per scoraggiarci: “stanno sparando dei lacrimogeni”, “arrivano i granatieri”[4]. Nonostante i timori e la voglia di fuggire, siamo rimaste unite, vicine, a sostenerci l’un l’altra.

Questa mancanza di organizzazione ha pero’ fatto inorridire marxiste e femministe professionali: « Ma tutto questo cosa significa? Non c’e’ nessuna assemblea, nessun coordinamento, nessuna rete. E’ la tirannia dell’antistruttura. I social network sono utili per convocare la piazza, come punto di raccolta, ma non sostituiscono l’organizzazione. E siccome non v’è altro mezzo che questo, l’organizzazione, bisogna costruirla »[5]

Noi invece pensiamo di dover andare oltre l’opposizione tra “organizzazione” e “spontaneità”; qui non sono esisite né l’una né l’altra in quanto separate. Viviamo in maniera strategica per prenderci cura di noi stesse e sopravvivere. Ecco perché agiamo insieme al di là dell’intenzione specifica di ciascuna; c’è complicità ed empatia. Ci sono legami che non possono essere immaginati da un pensiero organizzato a partire dal canone maschile. Se la nostra lotta è efficace, lo è per questo motivo.

Ogni azione era inaspettata, pertanto incontrollabile e senza alcuna aspettativa; non c’erano linee definite in anticipo tramite le quali giudicare se le nostre azioni fossero giuste o sbagliate. Molte di noi hanno percorso strade diverse prendendo viuzze secondarie, trovando negozi aperti, li dove non ci aspettavano. Una volta scesa la notte, non abbiamo più percepito la paura delle minacce che normalmente essa ci riserva. Abbiamo bruciato, spaccato e imbrattato tutto cio che abbiamo potuto, unite da sguardi complici e trafitte dagli affetti della nostra amicizia insorta.

Chi non ha partecipato attivamente alla distruzione, ha protetto e guardato le spalle alle compagne, incoraggiandole e fomentandole. A differenza di altre manifestazioni, portare i passamontagna e le bandane non costituiva di certo un problema. Mascherare le nostre facce é un modo per difenderci dalle tante molestie dei cameraman, pronti a eseguire solerti il loro lavoro di identificazione. Ci tenevamo ben lontane dal protagonismo o dalle identità individuali; queste sono per noi irrilevanti. Piuttosto eravamo li per prestare il nostro corpo a quelle che non ne hanno più uno, per quelle che non possono scendere in piazza, e per noi stesse.

Siamo tutte complici

Il giorno seguente, sul quotidiano Metro[6], le cui prime pagine riportano come consuetudine foto di corpi di donne nude e/o smembrate, per la prima volta la prima pagina è stata occupata da foto di donne che manifestavano con il titolo “Toglietevi di mezzo, stronzi”. Su altri mezzi di comunicazione più “seri”, così come sui social network, è stata condannata la violenza esercitata da presunte minoranze o da gruppi infiltrati per indebolire il movimento pacifico. Si affermano cose come “questi non sono i modi giusti di chiedere le cose”, che sono stati danneggiati monumenti storici, che “la violenza non puo’ essere combattuta con la violenza”, che non serve a nulla distruggere lo spazio pubblico… Ci sono state anche donne che si sono dissociate (usando lo slogan #EllasNoMeRepresentan), oltre a gruppi di uomini che hanno lanciato minacce di morte, di stupro e persino organizzato pestaggi di massa di femminaziste.

Dal nostro punto di vista i monumenti “detournati” hanno finalmente svolto una funzione storica, facendo appello al momento presente e non a un trionfo del passato che non ha nulla a che fare con noi. L’Angelo dell’Indipendenza, chiamato così per errore,  ora si presenta a noi come Victoria[7] ; persino alcune restauratrici si sono rifiutate di ripararlo, perché la sua nuova immagine rende conto della memoria collettiva della nostra manifestazione e delle sue cause.

Tuttavia, sappiamo che dobbiamo conquistare ancora molte altre vittorie. Città del Messico ha il privilegio della centralizzazione che le conferisce visibilità internazionale. Al contempo, la capacità di chiamata e quindi la confluenza delle manifestanti è molto ridotta nelle zone al di fuori della città. Questa bassa incidenza quantitativa implica un maggiore pericolo per le donne che partecipano alle proteste in queste aree. Basta guardare allo Stato del Messico, che confina con la capitale, con uno dei tassi di femminicidio più alti nel paese, accompagnati da una visibilità nulla e da scarso sostegno, per capire che la lotta ora necessita di una decentralizzazione. Alla luce di quanto accaduto, la capa del governo di Città del Messico ha deciso di tenere un incontro con le rappresentanti femministe per far loro sapere che non avrebbe punito o perseguito nessuna delle partecipanti alle devastazioni avvenute il 16 agosto perché, almeno secondo lei, si è immedesimata in noi; ma sappiamo molto bene che la sua empatia in realtà è un’impotenza nell’identificare un obiettivo preciso da attaccare, poiché sia lei che noi sappiamo bene che tutte noi eravamo complici.

Nonostante la grande eterogeneità tra femminismi in Messico, esiste un’esperienza condivisa nella quale si possono ritrovare punti in comune inaspettati. In Messico, I femminismi degli ultimi anni nascono dal fatto di vivere e assistere direttamente a una serie di abusi, sparizioni, stupri e femminicidi che si consumano attorno a noi. La nostra lotta riguarda la difesa della vita, della nostra vita e di quella delle nostre amiche. Cio’ a cui ci riferiamo è immediato; da qui ci siamo interrogate sul modo in cui viviamo, e come condividiamo problemi come l’abuso, il trauma e la paura, che secondo le logiche maschili non sono considerati problemi politici, ma intimi. È durante questo processo che le nostre amicizie si sono politicizzate. Per la stragrande maggioranza di quelle che erano presenti il 16 agosto e che hanno in programma di rimanerlo, si tratta di prendersi cura di noi stesse e di rafforzarsi collettivamente.

Siamo cattive, possiamo esserlo di piu

“A mí ya no me provocan, pobres (…) ¡Con la pena! La vida, Dios, los golpes y la maldad me los heredaron y no me los van a quitar. ¡No era este monstruo! Me convirtieron, y ahora se aguantan. No me intimida, ni me angustia, ni me ahoga, ni me mata.” – Niurka Marcos[8]

Anche se siamo orgogliose del fatto che sappiamo difenderci e che lo stiamo facendo, questo non significa che non proviamo dolore, stanchezza e frustrazione nel dover affrontare e difendere la nostra posizione quotidianamente, anche di fronte alle persone a noi più vicine. Giorni come il 16 agosto ci riempiono di energia collettiva, suscitano in noi l’emozione della violenza e della possibilità di fare meglio in futuro. Saperci capaci di esercitare la violenza è un modo per contrastare la paura di vivere da donne. I tentativi del governo di smantellare la nostra lotta e assoggettare la nostra complicità sovversiva non ci ingannano più, non ci immobilizzano né ci appacificano. Mentre il governo di Città del Messico pianifica dei workshop sulla prospettiva di genere per la sua polizia, per l’esercito e per i suoi funzionari in generale, a noi continuano ad ammazzarci – da venerdì 16 agosto a lunedì 19 agosto, ci sono stati 17 nuovi casi di femminicidio. Le nostre strategie non culmineranno in promesse che dipingono un futuro incerto. Ci rifiutiamo di fare le buone vittime, docili e indifese; non cadremo mai nelle loro provocazioni.

[1]É dei giorni scorsi la notizia di una donna stuprata dal suo “medico di famiglia” e di una ragazza che, durante la visita ad un museo, é stata violentata da un poliziotto mentre era in bagno.

[2]Nelle precedenti manifestazioni organizzate da donne per le donne, l’unico corpo di polizia presente era quello dei vigili addetti al controllo del traffico, mentre la gente applaudiva la nostra iniziativa di “scendere in strada a reclamare i nostri diritti” e, a volte, dai palazzi, venivano gettati fiori.

[3]Da alcuni anni ormai, quando tira una brutta aria prima delle manifestazioni a Città del Messico, siamo abituate a scrivere i nostri dati sul nostro addome in modo che, nel caso qualcosa vada storto, possano identificare i nostri corpi o, nel migliore dei casi, portarci all’ospedale in stato di incoscienza.

[4]Un’altro corpo della polizia messicana. [polizia antisommossa]

[5]Tweet citato

[6]Giornale reazionario che mette in mostra tutti i giorni le morti e le violenze che si vivono quotidianamente in Messico.

[7]Il monumento chiamato erroneamente “Angelo dell’indipendenza” è uno dei monumenti più importanti di Città del Messico. In realtà raffigura una Vittoria Alata: durante la manifestazione del 16 agosto fu uno dei monumenti piu’ presi di mira dalle manifestanti.

[8]“Povera gente, non sarete più in grado di provocarmi [….]. Che peccato per voi! La vita e Dio mi hanno trasmesso in eredità questi colpi e questo male, e nessuno potrà togliermeli. Non ero questo mostro! Cosi voi mi avete trasformato, e ora dovrete sopportarmi. Tutto questo non mi intimidisce, non mi angoscia, non mi annega, non mi uccide.

Niurka Marcos era un’attrice generalmente criticata come pazza isterica