La persistenza del giallo

di Paolo Godani

a M.

Iniziano a dare segni di irritazione i sostenitori dell’ordine repubblicano. Siano rappresentanti della maggioranza di governo o di gran parte dell’opposizione, portavoce delle forze di polizia o giornalisti di BFMTV (figure, le due ultime, difficilmente distinguibili tra loro), è sempre più evidente la stizza di fronte al fatto che il movimento dei giacchetti gialli non la smetta di occupare, ogni sabato da più di cinque mesi, le strade delle città francesi. E questo nonostante Emmanuel Macron abbia concesso, oltre ai dieci miliardi di euro un mese dopo l’inizio della protesta, il grande dibattito nazionale con cui, da buon sovrano vecchio regime, si è messo all’ascolto dei cahiers de doléances degli amati sudditi. Come fare, allora, perché finalmente il movimento finisca e la gente se ne torni alla vita di sempre?

Le strategie canoniche con cui generalmente si affrontano le sollevazioni popolari non hanno portato il risultato atteso. Si è tentato di dividere il fronte della protesta concedendo gli spiccioli che avrebbero consentito ad alcuni di dire “abbiamo ottenuto comunque qualcosa, possiamo tornare a casa”. Vista la vicinanza delle elezioni europee, si è tentato di riportare la piazza sul terreno della rappresentanza tradizionale, spingendo alla formazione di un “partito” dei gilets jaunes (con il risultato che chiunque si sia mostrato disponibile ad accettare l’invito è stato sbrigativamente ricusato dai giacchetti gialli). Si è tentato di spiegare che le manifestazioni legittime e pacifiche di tanti bravi lavoratori, vittime della crisi degli ultimi dieci anni, erano infiltrate da bande di casseurs, salvo doversi arrendere all’evidenza che tra gli uni e gli altri (ammesso che esistano) si è data molto presto una complicità materiale e affettiva, prima ancora che politica. Si è tentato persino, grazie al pretesto di qualcuno che insultava malamente un intellettuale reazionario francese (non nuovo, del resto, a provocazioni di piazza), con l’intramontabile accusa di antisemitismo, e proprio nel momento in cui ognuno poteva constatare come la destra organizzata si fosse ormai ritirata in buon ordine dal movimento.

Non restava dunque che la repressione. Fin dall’inizio di questa stagione di rivolta le forze dell’ordine hanno agito come se si fosse nell’imminenza di una guerra civile, con un controllo preventivo sempre più diffuso, con migliaia di arresti prima e durante le manifestazioni (precisamente 8700 persone tra il 17 novembre e il 23 marzo), con l’uso di armi da guerra a bassa intensità (come le granate di anti-accerchiamento e i flash-ball, le pistole con proiettili di gomma, che in questi mesi hanno provocato non pochi feriti gravi). Il risultato è che uno degli slogan più urlati nei cortei, anche tra chi ha solo ora iniziato a fare esperienza di che cosa significhi “manifestare”, è tout le monde déteste la police.

Ma la ragione per cui, in fondo, anche questa extrema ratio non è riuscita a mettere fine alla presenza dei gilets jaunes, è che il bersaglio della repressione non è sufficientemente identificabile. Persino la sociologia non è riuscita a facilitare il compito di chi governa: una volta identificati i ceti sociali (lavoratori dipendenti, autonomi, disoccupati, pensionati), le classi di età (le più diverse, con una marcata, riottosa presenza di ultra-settantenni), la provenienza territoriale (provinciale e periferica), il livello (medio, per lo più) di scolarizzazione dei partecipanti al movimento, e una volta raggiunta l’originale conclusione che si tratta di gente “normale”, resta da spiegare perché e come, da una settimana all’altra, un movimento senza leader e senza programmi definiti, senza obiettivi certi e senza organizzazioni precostituite, decida di continuare a occupare lo spazio pubblico. Il fatto è che qui non ci si organizza solo per rivendicare diritti o per contrastare questa o quella misura del governo, né, d’altra parte, per costruire un contro-potere o per produrre un rapporto di forze che consenta, un giorno, di rovesciare il “sistema”; con tutto il rispetto dovuto a pensieri così antichi, non sono queste le ragioni che hanno spinto migliaia di persone a stare ogni giorno alle rotonde e ogni sabato nelle piazze delle città.

Un ineffabile rappresentante del partito di Macron ha confessato senza remore che alcune delle rivendicazioni in campo non potranno essere soddisfatte. Non sa che è esattamente la ragione per cui sono state sollevate. Si era partiti dalla protesta contro l’imposta sul carburante, per arrivare ben presto alla richiesta di dimissioni per il Presidente della Repubblica, all’abolizione del Senato, alla destituzione dell’Assemblea nazionale. Sono parole d’ordine consapevoli del fatto che non è attraverso la politica che cambierà qualcosa. Per quanto si urli di continuo Macron démission!, non si immagina affatto che con un altro presidente le cose possano andare diversamente. Per questo, contrariamente a quanto vorrebbero far credere alcuni, il movimento francese non ha nulla a che fare con l’esperienza tecnocratica e legalitaria dei Cinque stelle italiani.

La disaffezione ha solo due strade: o farsi neutralizzare in una rappresentazione tecnica, o insistere senza impazienza, diffondendo la consapevolezza che quell’insistenza è tutto ciò di cui si ha bisogno.

Del resto, se si attraversano le manifestazioni dei sabati gialli, ci si avvede subito che non si tratta di rivolgersi al potere in carica per ottenere concessioni, né di costruire un’alternativa più o meno rivoluzionaria. Anche la richiesta del RIC, il referendum d’iniziativa popolare, è meno una rivendicazione politica che un’espressione della volontà di farla finita con la rappresentazione politica. È su questa esigenza che si incentrano le discussioni sempre più numerose ai margini dei cortei. La gente si parla: condivide le proprie paure, dissolve la vergogna vissuta sino a quel momento in solitudine; fa ipotesi, disegna strategie, immagina le mosse dell’avversario; e scopre che proprio in quei dibattiti improvvisati, come nelle ondate di attacco e di difesa contro le forze dell’ordine, che si alternano a queste discussioni rafforzando la solidarietà collettiva, sta tutta la potenza del movimento. La strada come incubatrice di teorie e pratiche comuni è sempre stata l’incubo peggiore per le classi dirigenti allevate alle Grandi Scuole di Stato o a SciencesPo.

Benché l’atto XVIII di sabato 16 marzo fosse stato ironicamente battezzato atto decisivo, ognuno sa che la forza dei giacchetti gialli è quella di una persistenza nella quale, intanto, nascono nuove relazioni, si diffonde una consapevolezza radicale, le strategie d’attacco si trasformano e si inventano nuovi modi di stare nello spazio collettivo. Ognuno sa, insomma, che l’atto è sempre decisivo, e infatti non solo il XIX sabato di mobilitazione è scesa in strada più gente del sabato precedente, ma già se ne annunciano altri, di atti decisivi, per il 20 aprile e il primo maggio.

La banda di coloro che occupano momentaneamente gli apparati di governo sembra preoccupata soprattutto (e a giusta ragione, dato che deve pur render conto al suo comitato d’affari) del fracasso e degli espropri che il 16 marzo hanno colpito alcuni luoghi simbolici degli Champs Élysées. Ma, benché non sia formata da menti particolarmente brillanti (come mostra il patetico caso del ministro degli interni, Christophe Castaner), dovrà rassegnarsi a constatare che non è quello il punto. Mandare in frantumi una vetrina o restare per ore a fronteggiare le brigate e i blindati della polizia sono in fondo soltanto varianti sul tema del restare. E infatti i cori a cui i giacchetti gialli si sono ormai giustamente affezionati sono semplici e chiari: la rue, elle est à nous; on n’est pas fatigué; on est là. Siamo qua, e ci siamo non eccezionalmente, non in vista di qualche risultato da ottenere prima di togliere il disturbo; ci siamo e resteremo.

Se non si fa fatica a essere in piazza ogni sabato non è solo perché il sabato è un giorno strategico (un giorno di non-lavoro, per molti, ma non di festa, un giorno generalmente votato al consumo e rovesciato invece in fruizione collettiva dello spazio pubblico), ma anche perché, mentre si provoca qualche danno all’ordinario fluire e accumularsi del denaro, si torna a godere dello stare insieme dei corpi e delle idee, dell’incrociarsi degli sguardi d’intesa e del tranquillo concatenarsi dei gesti, del fatto di una vita collettiva che si costruisce pezzo per pezzo, per vicinanza materiale e per contagio, a fior di reale, senz’altro scopo che la felicità del suo esserci. Alla fine di ogni giornata, comunque sia andata, nessuno si lascia sfuggire la gioia di dire à samedi prochain! È questa la vera novità di ciò che sta accadendo in Francia dal novembre 2018: che la più radicale ostilità nei riguardi dello stato di cose presente può manifestarsi e diffondersi grazie a una presenza ostinata, attraverso la trama comune delle relazioni, con l’imporsi di un tempo in cui non c’è nulla da progettare o da rimandare, né qualcosa da realizzare frettolosamente; che l’insurrezione o la rivoluzione – per chi ancora tiene a questi termini – non hanno da essere eventi o eccezioni, ma possono essere condizioni, forme di vita che si affermano durevolmente nella propria consistenza collettiva. Non sarà tanto semplice farci tornare alla solitudine di prima.

Di fronte a un’ostilità che non si radica innanzitutto nella politica, ma nell’ostinazione di una vita comune, il ghigno dei padroni comincia a mostrare qualche segno di vera preoccupazione.

Avere presa | Mattatoio #4

Di Vultlarp

Un mattatoio sull’orlo della fine / che non smette di finire / di dirsi sull’orlo della fine / che non smette

Amici

Il vecchio palazzo mangiato dai vermi Anni strisciati sotto le tende

Resta solo da buttare Dentro le toppe delle porte

Infilati nelle orecchie come pulci Nulla di buono può venire

Nelle bocche come piaghe Da qualcosa che si smonta e si rimonta

Nei nostri letti sfatti come cimici Come, ad esempio, la guardia

Gli anni vissuti nei corpi degli altri

Fa di voi guardiani ciò che siete

dei guardoni

Continuate pure A tormentarvi su di noi

Fino a cavarvi gli occhi

Noi invece non smettiamo mai di amarci

con finalità sovversive

Nessuno, aguzzini capirà mai davvero

la vita di merda che fate


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Ci sono molti problemi, ma parliamo in particolare di due problemi.

Il primo è il trattamento riservato agli spiati di ogni dove, che va da un minimo — rappresentato dai nostri telefoni sempre più propensi a registrarci e riprenderci silenziosamente e autonomamente — a un massimo che è, appunto, l’audio/video-sorveglianza a domicilio. Un problema che riguarda da un lato i medium dell’esperienza che ci circondano — la solita domanda: luddismo o détournement? — e, di riflesso, le capacità di cattura dei nostri linguaggi. Dunque una questione di sguardo e di voce.

Il secondo problema può essere esposto così: per quanto scellerato, qualsiasi sgombero operato dalla polizia non sarà mai triste quanto il sigillo posto dai solerti operai sotto la sua protezione.

Ma andiamo con ordine.

Medium. All’epoca del flusso, tutto risulta irrimediabilmente mediato. La mediazione è già in principio il luogo di un contrasto: il mediatore è propriamente colui che sta in mezzo a due litiganti per ottenere la pace. Il mediatore all’epoca dell’individualizzazione della responsabilità è lo Schermo per eccellenza, ciò che dà corpo al virtuale e impedisce al virtualizzato di ritornare corpo: il dispositivo portatile. Non-luogo ultimo in cui tutti gli altri non-luoghi fanno ritorno come simulacro o fantasma — Auschwitz e lo Spettacolo, la Democrazia e il Lavoro — mediatore incaricato di riappacificarci con questo mondo. Lo schermo dello smartphone (e tutto ciò che può apparirci dentro) è divenuto qualcosa che «non occupa spazio» e non richiede particolare concentrazione. Si può scrollare una pagina di meme e, nel mentre, fare tutt’altro… Allo stato di cose presente, il dispositivo portatile è il non-luogo in cui il nostro incontro non-ha-luogo.

Prendiamo invece qualcosa che si estende oltre lo schermo: un messaggio vocale. Basta osservare l’imbarazzo e la riservatezza con la quale ci rivolgiamo all’ascolto contrapposta alla spavalderia con cui facciamo passare le immagini che ci hanno fatto ridere. Non credo sia solo una forma di riservatezza. Quale spazio occupa la voce? Cosa dice questo tentativo di limitazione e di soppressione della voce — e al contempo questa volontà di ascoltare, che diventa stigma della spia — della maniera in cui viviamo?

Sguardo. Ho ripescato una vecchia Settimana enigmistica. Impossibile credere che certe cose esistano tra ottobre e maggio, vero? Eppure. C’era anche Where’s Waldo, il paginone centrale in cui bisogna trovare questo tizio in mezzo al caotico viavai di personaggi in quella che può essere una città, un luna park, una spiaggia — rigorosamente riprese dall’alto. C’è chi ci vede dell’esistenzialismo — l’insignificanza del soggetto di fronte alla massa, eccetera. Credo invece che chi crea giochi enigmistici debba provare innanzitutto una sorta di piacere malsano più che una necessità filosofica, e che Where’s Waldo non sia da meno: sono parecchi gli scenari strani o inquietanti che a colpo d’occhio sfuggono, a cui si aggiunge l’intento implicito di «sviluppare le facoltà cognitive» dando al gioco la forma dell’identikit e lo scopo di trovare un uomo in mezzo a una folla, approfittando dell’insolita visuale panoramica. C’è di che farne un paradigma della nostra «cultura». Identitaria e monomaniaca. Altro che esistenziale. Pensa se Waldo era un fuggiasco.

Gilles Deleuze diceva che «il problema non è più quello di fare in modo che la gente si esprima, ma di procurare loro degli interstizi di solitudine e di silenzio a partire dai quali avranno finalmente qualcosa da dire». Secoli a fuggire terrorizzati (inutilmente) di fronte al Vuoto e al Silenzio per accorgersi poi che è stato tutto un trucco. Quello che più mi colpisce di Waldo è proprio il sovraffollamento, il Tutto-Pieno raffigurato in quei disegni. Oggetti, interni, paesaggi, persone letteralmente a perdita d’occhio, come se il loro scopo fosse quello di esaurire le possibilità della scena. Il deserto non può più estendersi, ma può ancora approfondirsi — e si approfondisce riempiendosi. In fondo, contraddicendosi. Immanuel Kant diceva che l’intelligenza di un uomo si misura in base alla quantità di incertezze che è capace di sopportare. Ecco come un’idea diviene sentimento morale: ti ritieni intelligente? Sopporta l’incertezza… un astuto politico, Kant.

Trovare Waldo è quindi forse il modo meno interessante di giocare a Where’s Waldo. Presenza è ciò di cui ci accorgiamo — Il Vuoto è ancora una presenza, se ci accorgiamo di ciò che è assente (questo racconto di Calvino ne è un esempio). Ma Waldo non c’è. O meglio, è sempre sul punto di non esserci. L’unico motivo per cui lo cerchiamo è che ci è stato detto in anticipo che si trova da qualche parte. Waldo diventa così il prisma attraverso cui filtrare tutta l’illustrazione. Noi fingiamo di vedere, quando troviamo Waldo. In realtà, non siamo mai stati più ciechi. Abbiamo attraversato quell’inferno senza guardarci intorno. Senza portare con noi nulla di quel mondo che brucia. C’è una grande truffa dietro al Chi e al Che Cosa impariamo a vedere. Ciò che dà veramente la misura di ciò che eternamente sfugge è il Come impariamo a vedere: eccolo, il cuore della questione.

Voce. «Come tu ora parli, questo è l’etica». Alcuni sanno che questa frase chiude il testo di Il linguaggio e la morte di Giorgio Agamben. È meno noto il seminario si chiuda con una poesia di Giorgio Caproni, Ritorno:

Sono tornato là

dove non ero mai stato.

Nulla, da come non fu, è mutato.

Sul tavolo (sull’incerato

a quadretti) ammezzato

ho ritrovato il bicchiere

mai riempito. Tutto

è ancora rimasto quale

mai l’avevo lasciato.

La potenza di questi versi sta proprio nell’apparente paradosso della parola che fa ritorno nell’introvabile, che dice come una sbadata abitudine l’indicibile. Introvabile e indicibile sono, propriamente, un luogo che conosciamo: Nostra sola patria, l’infanzia — la nostra dimora — la nostra etica. È così che dovremmo guardare anche a ciò che non è propriamente stato, alla potenza inespressa del passato, all’intesa segreta tra le generazioni passate e la nostra. A ciò che desideriamo e immaginiamo, ma per cui non abbiamo più alcuna Voce — in questo tempo «fatto di cose assolutamente dicibili», in questo tempo in cui «tutte le figure dell’Indicibile […] sono state liquidate».

Sarebbe già bello immaginare una maniera di collettivizzarla, la voce, di confonderla oltre il rapporto tra chi parla e chi ascolta, tra volontà di dire e volontà di sentire, di diffonderla nell’etere oltre ogni possibilità di cattura. Di raggiungere la singolarità qualunque e di dargli voce, divenendo tutti radio e ascoltatori. Di tramutare il non-luogo di ogni nostro dispositivo in un punto di contatto.

Giorgio Caproni non ha mai terminato la sua ultima raccolta di poesie. È stata pubblicata postuma nel ’91 proprio dall’amico Agamben. Si chiama Res Amissa, come il titolo di una poesia frammentaria ed enigmatica ritrovata tra le sue carte.

«Può capitare a tutti di riporre così gelosamente una cosa preziosa da perder poi la memoria non soltanto del luogo dov’è stata riposta, ma anche della precisa natura di tale oggetto». Molti si sono chiesti cosa fosse questa cosa perduta — o meglio, perduta e non più recuperabile. Gli appunti e le poesie di Caproni suggeriscono molte cose. È la lettera di un amico che non trova più. È la libertà portagli da un’inserviente in un hotel di Colonia, dopo essere rimasto per ore bloccato dentro la sua stanza. È il dono del bene contrapposto all’eredità del male. Gli esegeti cattolici ci hanno visto la speranza o la grazia — cose che indubbiamente si possono perdere per sempre.

Caproni ama giocare sulle variazioni e sull’ambiguità del tema. A un certo punto forse intervengono le lunghe chiacchierate con Agamben, e il mistero si infittisce. «Ogni ritrovamento/ — sempre — è una perdita»: così termina L’ignaro, poesia precedente a Res Amissa. Quello che prima era propriamente il nostalgico ora diviene l’inappropriabile, la Cosa-posta-oltre-di-ogni-possibilità-di-recupero, per sempre al di là del proprio e dell’improprio.

La rivoluzione sia la nostra cosa persa.


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La pornografia dell’ordine codificata da Minniti e attuata da Salvini, alla fine, resta in primo luogo pornografia. Alcune compagni col fischio alle orecchie hanno fatto pulizie di primavera in questi giorni di caldo innaturale. Su Roundrobin trovate anche voi i loro reperimenti: microspie, microfoni, batterie, sim, memory card, tutto nascosto nelle scatole di prese di corrente e interruttori. Ciliegina sulla torta: una telecamera collegata al citofono. Monitoravano l’ingresso, il salotto, le porte delle camere.

Quello che Digos e Ros fanno a Trento e Rovereto — insieme a Torino, ma anche a Roma, Napoli e Cagliari — è proprio ciò che immaginate. N’importe quoi. Pistole puntate alla tempia degli arrestati, irruzione a piacimento nelle case — per installare dispositivi o per nascondere «cose da rinvenire in seguito»… Un trattamento di riguardo che, per il solo fatto di aver luogo, viene promesso in potenza a chiunque. Eppure l’indifferenza ostile del qualunque è disarmante.

Per quanto scellerato, qualsiasi sgombero operato dalla polizia non sarà mai triste quanto il sigillo posto dai solerti operai sotto la sua protezione. La prima «gestisce l’operazione» — la consueta disposizione a picchiare, spiare, rubare, forzare, ingannare, mentire all’occorrenza. I secondi «mettono in sicurezza l’edificio» — murando le porte, spaccando i contatori, bruciando il mobilio. Compiendo a tutti gli effetti un gesto — che è propriamente quello della casse — spalleggiati da un manipolo di uomini armati.

È più triste il sigillo dello sgombero, e non solo perché è chiamato a chiudere ciò che il secondo ha forzato — che è comunque indicativo della subordinazione da sguattero alla quale questo operaio è sottoposto. È triste perché si assiste al solidale e mutuo scambio tra un potere politico (che regna su un ordine apparente con i mezzi del disordine), e una singolarità finalmente catturata nella contemplazione estatica di quell’ordine apparente. Una rovescia d’istinto il conflitto verso chi si frappone tra lei e «la tranquillità» — sostanzialmente il lavoro (se c’è) e la libertà di non pensare una volta in casa per quella manciata d’ore — l’altro gliela concede. Promettendole, se sgarra, la stessa fine.

Così è stato per l’Asilo occupato di Torino il 7 febbraio 2019. Così, se tendiamo l’orecchio, possiamo sentire ovunque il ronzare dei trapani, ovunque la distruzione operata dai «buoni» a danno dei «cattivi». Scopriamo ogni giorno con orecchie sempre più incredule che la messa in sicurezza è l’altra faccia del luddismo — praticata, come il luddismo, dalle stesse figure su cui era stata puntata una rivoluzionaria scommessa lunga duecento anni. Figure ora curiosamente ammorbidite, riassorbite, riempite, piallate. Maschilizzate, diremmo, cioè rese figuri — loschi ma innocui, anonimi ma tracciabili. Tristi e più tristi.

Più o meno come i due figuri che attendono al semaforo tra Via di Torpignattara e la Casilina, intorno al 1974. Lui è sui venticinque, bassetto, un po’ di stomaco, capelli radi ma lunghi, denti giallini fissati in un sorriso di disprezzo. È il corpo perturbante del sottoproletario assoggettato al potere tramite i modelli culturali nascenti — consumismo, liberazione della sessualità, realizzazione di sé tramite la carriera e il lavoro. Il suo soprannome è Il Merda. Lei, una ragazza qualsiasi, cinta da lui in un abbraccio innaturale e deformante che la fa apparire malata o impedita. Imboccano in silenzio Via di Torpignattara, mentre un lungo carrello cinematografico riprende la loro passeggiata. Un reticolo di perpendicolari biforca la strada retrocedendo in direzione della Tuscolana. Attorno a loro, materiali trasparenti — metallo leggero, cristallo, alabastro, plastica e altro — attraversati da una luce cangiante. Improvvisamente, alla scena della Realtà si sovrappone come una patina la scena di una Visione — La Visione del Merda, contenuta in Petrolio, opera postuma di Pier Paolo Pasolini. Le perpendicolari di Via di Torpignattara, splendenti di luce riflessa, divengono così gironi e bolge dantesche entro le quali si consuma una vera e propria mutazione antropologica popolare.

Siamo alla quarta bolgia. Il Merda, tirato in uno sforzo supremo dall’abbraccio, è giunto alla Quarta Bolgia, là dove il Pattern imposto ai giovani poveri, ora apparentemente non più poveri, è preposto alla distruzione della Lingua.

Coloro che «hanno preso il posto di quelli che dovevano essere», in realtà, parlano. Possiedono dunque delle facoltà linguistiche. Anzi, il loro eloquio è sciolto, scorrevole, si direbbe che non conosce ostacoli e che consideri tutto parlabile. Ma ben presto è chiaro che essi ripetono un automatismo procurato loro ‘altrove’. La loro afasia si manifesta nell’applicazione meccanica di una verbosità il cui lessico è aumentato solo per fissarsi, in tale ampliamento, per sempre: fissazione che vale anche per l’ampliamento conoscitivo che ha richiesto l’ampliamento lessicale. L’illusione è quella di conoscere, e quindi di parlare, tutto il mondo. […] L’una delle due facce del Modello ride soddisfatta di avere diffuso questa lingua nazionale che allargando il bisogno […] si è proporzionalmente ristretta, riducendo la propria capacità espressiva a nulla. Chi parla esclude i sentimenti (soprattutto l’ingenuità, lo stupore, il rispetto, l’interesse): ma si attiene rigorosamente al grigiore di chi conosca senza più margini sé, l’altro e il reciproco rapporto.

A questa scena desolante, Pasolini contrappone quel che resta della Scena della Realtà:

Le ombre dei vivi che compaiono intermittenti nella meraviglioso pienezza di un loro giorno perduto — sul punto di inabissarsi nell’oblio non dell’ieri ma dei millenni — sono qui dotati della sublime capacità di parlare. Le loro invenzioni non sono innovazioni, è vero. Sono invenzioni che infrangono il codice secondo certe regole che il codice suggerisce per essere infranto. Ma l’esaltazione linguistica è continua: dalla frenesia delle compari che aprono e chiudono le bocche in un concerto di puri suoni, interrotti dal qualche lungo strido: «Nadiaaaaa!», nasale nel «Na», irritato e lamentoso nel lungo «iaaaaa»; dalle chiotte botte e risposte dei senatori, che davanti a tubi o fojette, riadattano le vecchie allocuzioni |espressioni|, che tanta gloria gli hanno dato, migliaia di volte al giorno per migliaia di giorni, alle bocche sdentate — alle secche, fulminanti ‘sparate’ dei giovani, <haikài> ispirati da qualche Spirito attico sopravvissuto alla lenta italianizzazione, a cui i ‘li mortacci tua’ e i ‘vaffanculo’ si aggiungono come clausole cantate. Ogni combinazione di parole è una poesia, e ogni accenno ai fatti è un romanzo. Al gergo presiede ancora Ermete Trismegisto, su questo non c’è dubbio: visto che la mano, quando ruba, ruba allo stesso modo che duemila anni prima.

«La nostra parte» ha riservato a Pasolini — uomo e opera — un giudizio perentorio. Un perentorio No — giudizio assiomatico forse appreso da Pasolini stesso… — un No ossessivo, morboso, continuo, che desidera essere sempre ripetuto. Forse per timore che a un certo punto il silenzio permetta a qualcuno di afferrare l’intesa segreta fra il suo tempo ed il nostro. Una «nostalgia cieca al mondo», detta con le parole di Judith Revel — il mito del buon borgataro e della sua lingua ideologicamente avulsa dal potere biopolitico — che non scorge altre linee tendenziali, forse più utili a organizzare il pessimismo.

E quindi? Se anche questo fosse un ricordo sbiadito, falsato, letterario, immateriale, teorico? Sarebbe comunque un’utopia su cui viaggiare: una lingua inafferrabile, che ha ancora presa. Più che un fraintendimento, un’occasione. Ciò che cambia è l’evidenza e la prospettiva. Non c’è ritorno di ciò che è stato se non come fantasma: laddove non si può tornare a ciò che è stato, occorre far tornare ciò che sarebbe potuto essere. Fine della nostalgia, inizio della cospirazione.


Ad Agnese, Giulio, Silvia, Nico, Giada, Poza, Antonio, Rupert, Lorenzo, Sasha, Beppe, Stecco, Nicco — ai Robin Hood e ai Little John — a tutte i compagni più o meno nei guai — a tutti gli spazi che lottano — ai molti compagni e compagne — liberi — liberati — in carcere — al camposanto — che non li può dire la voce la vita o la libertà — tre scorci dello stesso lancinante segreto del vincolo.

Succede che non ci si incontri mai Troveremo sempre il modo

Laddove non siamo mai stati di esserci sempre incontrati

Riflessioni per squarciare un vuoto (seconda parte)

di postaZ (Feltre)

A fine settembre, scrivevamo la prima parte delle Riflessioni per squarciare un vuoto. Ora che Fabio è stato scarcerato, ritorniamo su quelle parole.

Quando dalle casse parte per la quinta volta Stalingrado, le urla stonate di Fabio sembrano quasi chiudere il cerchio. Affacciandosi sulla stanza illuminata dalle luci strobo, tra gli altri che cantano e ballano nella penombra, sembrano pronti a partire i titoli di coda, come a dire «spegnete tutto, va bene così».
È stato scarcerato il 27 novembre dal carcere minorile di Hahnöfersand. È arrivato come sempre, stasera, col suo «Ciao compagn*» che dice sempre senza la e, coi capelli un po’ più corti ma di nuovo al vento e le tasche piene del tabacco che sparge sempre sul bancone. Sopra il frigo c’è ancora la sua scarpa da ginnastica, quella che ha dimenticato chissà quando, chissà come, e che fino all’altro ieri guardavamo con nostalgica perplessità. C’è chi lo solleva da terra, chi gli versa un altro bicchiere, chi lo abbraccia e basta. In realtà, sembra tutto come sempre, come se ci fossimo sempre abbracciati, scordando per lo spazio di una sera tutto il vuoto di un’assenza. Un vuoto che abbiamo vissuto, attraversato e cercato di squarciare in ogni modo, e che ora ritroviamo come qualcosa di nostro nella certezza istintiva di non essere mai stati veramente lontani. Qualcuno ha scritto che «se fare esperienza – che vuol dire anche possedere, conservare, trattenere, abitare una potenza – è possibile solo insieme ad altri, è pur vero che solo una forza composta da individui che sanno cosa vuol dire la solitudine, cioè l’essere solamente ciò che si è, che hanno un rapporto alla vita e alla morte e conoscono sia la felicità che la tristezza, sia la resistenza collettiva che quella individuale, può compiere una vera esperienza». Guardandoci, sentiamo tutti di aver compiuto, di compiere tuttora un’esperienza singolare e collettiva. Quel continuum che va dall’Io al Noi, quella singolare utopia plurale è stata nostra, l’avesse anche solo sfiorata uno di noi.


Mentre beviamo un’altra birra, un compagno dice che di quest’estate non ricorda che assemblee, presidi, manifestazioni, comunicati. Le attese, soprattutto. È vero. Abbiamo condiviso senza riserve il tempo della vita e lo spazio del possibile. L’8 luglio, sotto il cielo infame dell’estate, ci troviamo come una prima volta, non riuscendo a entrare al PostaZ e soffrendo come pazzi il caldo fuori. Quasi non ci salutiamo. Ci basta prendere una sedia. L’afa che immobilizza ognuno sulla soglia e che ci porta lì, come «affollate solitudini», è l’immagine concreta del transito che abitiamo.
Il 6, quando ci era arrivato un messaggio da Maria, ci avevamo riso sopra per sdrammatizzare. Ci rideva su anche lei. Avrebbero dormito in campeggio quella notte, ci stavano andando. Non sapevamo, allora, ciò che poteva succedere. Sapevamo solo ciò che era successo all’Antikap Protestcamp il 2 luglio. Ci dava già un’idea di quella che sarebbe potuta essere — e non è stata — la strategia repressiva della polizia. Fabio, in sottofondo, continuava a salutare.


Era stato poi solo un freddo messaggio alle 20:56 del 7 luglio. «Hanno arrestato Fabio, hanno perso Maria».
E così ci troviamo il giorno dopo, né fuori né dentro ma lì. Il primo sentimento è quello dell’impotenza. Ora più che mai vale la pena riflettere sul significato della parola sapere. Nessuno di noi sa cosa succede, nessuno sa veramente come affrontare la situazione. Lo diciamo senza vergogne: come ogni prima volta, annaspiamo. Ma ognuno, in fondo a quell’immobilità, sa perché è lì dov’è — anche Fabio lo sa, e ce lo dirà poi. Tanto basta.
Ce l’hanno raccontato nelle lettere, più avanti, e quando poi è uscito il primo reportage sul «caso Fabio V.» l’abbiamo visto tutti, l’assalto all’alba. La registrazione della telecamera installata sopra il camioncino della Polizei di Amburgo parte alle 06:27:49. Tra l’arresto e la notizia sono passate dunque più di 14 ore. 14 ore di vuoto insondabile e segreto che qualcuno di noi, nei giorni seguenti, ha avvertito come lo spessore illusorio delle nostre certezze.
Sembra chiudersi il cerchio quando, nell’istante in cui parte Stalingrado, ogni cosa sembra come prima. Come una brutta storia giunta quasi al termine, a cui poi segue nuovamente la normalità. È senza dubbio un respiro, un peso che ci si leva dal cuore, sapere che Fabio è in giro, vederlo qui tra noi come in mille altre sere, a offrirci sigarette in pacchi da 30 e a vaneggiare su qualsiasi cosa. Eppure, nelle parole di chi ha salutato la sua uscita dalla galera e il suo ritorno a casa come la fine della storia c’è tutta l’incapacità di gettare lo sguardo oltre il muro delle proprie convinzioni. È il meccanismo automatico di difesa che fa rientrare situazioni come questa in categorie tranquillizzanti, quasi ad allontanare quegli spettri che potrebbero aprire squarci sulle nostre certezze. Quegli stessi squarci che hanno tormentato alcuni di noi, quelle crepe già aperte e pericolanti dalle quali però, nei mesi seguenti, è forse filtrato un sole mai visto. Da lì in poi, infatti, è stata solo confusione. Manifestazioni, ritrovi, striscioni, lettere, scritture, incontri, la solidarietà e tutto quell’organizzarsi che alla fine «non è mai stato altro che amarsi».
Cerchi così si chiudono solo come figure, come simulacri — e più precisamente, simulacri di un ripristino o di un ritorno a questa sedicente normalità.
Ripristino di che? Ritorno a cosa?
Non c’è dove ritornare. Non è per questo che Fabio, Maria, e tutte e tutti i nostri amici e amiche sono partiti per Amburgo. Non è per questo che hanno affrontato la prigionia, i fermi, le perquisizioni. Non è per questo che migliaia di persone erano lì, in quel preciso istante. Riconoscerlo è l’unico modo per evitare che i mesi trascorsi nella morsa — anche fisica — della repressione siano stati vani. Al di là delle immancabili soggettività prodotte in serie dalla grande macchina del Capitale (leggi: le merdacce) che hanno intasato la fogna di internet del loro odio un tanto al chilo (e vabbè, si tira lo sciacquone), abbiamo sofferto molto la retorica dell’emergenza a senso unico che questo evento ha assunto per una certa ortopedia democratica nella nostra città — per chi, cioè, pur mostrando la propria vicinanza alla vicenda, ha metabolizzato il panico provato nello scorgere a pochi passi da sé il vero volto del potere cedendo alla tentazione di dare ai fatti spiegazioni che non lo mettessero in alcun modo in discussione. In primo luogo per proteggere se stessi. Questo, ovviamente, dopo essersi cautamente accertati che fossero veramente «innocenti», che non avessero cioè valicato il limite del politicamente consentito tracciato dalle democrazie liberali. A senso unico, perché personalizzato nelle figure di Fabio, di Maria, riducendo così tutta la lotta sviluppatasi attorno al controvertice G20 a un fatto particolare, a un’ingiustizia nei confronti di singolarità determinate. A senso unico, perché ostinato a credere ciecamente nell’ipotesi di una sfortuna capitata a due ragazzi sprovveduti, buoni, inermi, vittime sacrificali designate «a espiare le colpe di un gruppo di incivili che ha distrutto una città» (sic). Come si mettono a tacere queste voci? Forse non si può. Ma proprio quando ciò che è lecito smette di essere necessariamente ciò che è giusto, la stessa distinzione operata tra «manifestante buono» e «manifestante cattivo» si dissolve, e con essa tutta la retorica che soggiace all’intera operazione repressiva in atto da parte della polizia tedesca. Che se ne accorgano o meno.


Ogni cerchio va squarciato, attraversato e oltrepassato.
Il nostro amico adesso è a casa, ma è una tregua di Natale gentilmente concessa dal cosiddetto Stato di diritto. Lo stesso che, tra le altre cose, ha arrestato, umiliato e imprigionato decine di nostri amici venuti da ogni dove per urlare in faccia ai padroni tutto lo schifo e lo sdegno per come il mondo è stato ridotto. Lo stesso che produce il razzismo, lo sfruttamento, i muri e i confini, le nocività, la gentrificazione, la guerra ai poveri e all’umanità e che difende esplicitamente tutto questo ogni volta che colpisce con i suoi sbirri sempre più giudici e i suoi tribunali sempre più sbirreschi chi afferma l’amore e il rispetto per la dignità umana nel gesto di piazza.
A capodanno Fabio torna in Germania con obbligo di firma, per proseguire la stanca e insulsa cantilena dei processi che presto toccherà seguire anche a Maria, ad altri duecento compagne e compagni. Ma ora è il 22 dicembre. Ora siamo qui, insieme, dentro uno spazio che, dopo i cinque mesi in cui Fabio è stato dentro, dopo il mese che si è fatta Maria, è diventato qualcos’altro. Come lei, come lui, come del resto tutti. Lo chiamavamo ridendo «più che un’area, un sottoscala». Ora, cos’è lui e cosa siamo noi lo può dire solo l’orsa bruna dipinta sullo striscione rosso sotto il quale stiamo, quello che abbiamo portato più volte a Billwerder, affisso lungo la grata che ingabbia la boscaglia, che nei presidi sotto il carcere ci separava da quel muro infame sotto il quale abbiamo urlato tutta la nostra vicinanza a chi stava dall’altra parte. Quell’orsa il cui ruggito echeggia insieme ai mille altri striscioni solidali e complici portati lì dai nostri amici, delimitando uno spazio concreto dell’altrove in quel non–luogo della repressione che è il Dweerlandweg.
Per ora va bene così.