Reiner Schürmann: intervista su Le Origini

Nelle scorse settimane è stato pubblicato dalle Edizioni Efesto e a cura degli amici del Laboratorio di Archeologia Filosofica (traduzione di Ferruccio Scabbia e introduzione di Francesco Guercio) “Le Origini” di Reiner Schürmann, una sorta di romanzo biografico che il filosofo tedesco dei “principio d’anarchia” pubblicò nel 1976 in lingua francese. Per salutare questa iniziativa, abbiamo tradotto un’intervista che Schürmann rilasciò al quotidiano cattolico francese La Croix il venerdì 30 settembre 1977 a proposito del suo libro (ringraziamo Nicolas Schneider, che sta editando per le edizioni Diaphanes alcuni corsi di Schürmann, per averci dato copia dell’intervista). E’ un documento interessante perché interpella il filosofo in prima persona, portandolo a discutere delle azioni della RAF di Baader e Meinhof, proprio nei giorni in cui aveva rapito il presidente della Confindustria tedesca Schleyer (già membro del partito nazista), e in generale sulla sua visione della vita o anche del suo intendere l’anarchia.  Interessante anche perché nell’intervista mostra come egli stesso non fosse esente dallo stereotipismo che denunciava a gran voce (basti leggere le sue considerazioni sulle donne americane e francesi…), cosa che a suo modo costituisce anch’essa una “lezione” .

Buona lettura

Reiner Schürmann ha 36 anni. Nato in Germania, nel pieno della guerra, non ha mai smesso di sopportare il peso di torti che non ha commesso. Nel tentativo di sfuggire al passato si è gettato in un lungo vagabondaggio. Un soggiorno in un kibbutz in Israele, studi a Parigi, viaggi in Grecia, poi una stabilizzazione negli Stati Uniti dove è professore di filosofia. In un libro inquietante, Les Origines, in gran parte autobiografico, racconta delle sue sofferenze per essere stato segnato dalle sue “origini”. In un momento in cui il terrorismo pone la Germania in prima linea nell’attualità, ascoltate Reiner Schürmann rende più comprensibile ciò che sta accadendo ma soprattutto le reazioni del suo popolo di fronte al ritorno della violenza.

Perché scrive (superbamente) in francese?

A causa dell’argomento. In Germania se ne è parlato troppo. O non abbastanza. Ma male. Le nostre orecchie sono come otturate, ferite anticipatamente. Credo che i miei compatrioti non vogliono sentirne parlare. Così, questo è un libro scritto per non-tedeschi, ma una volta che è uscito negli USA e in Francia, la Germania se ne sta interessando.

Il titolo: Le Origini

Questa è una storia un po’ complicata. Innanzitutto, le origini sono le mie origini nazionali. È la storia di un tedesco nato durante la guerra, una guerra che non ha visto e con la quale tuttavia ha vissuto  troppo a lungo. Non con la guerra, ma con le sue conseguenze. Poi, le origini si riferiscono a una ricerca, un tentativo di trovare se stesso, ma questa volta individualmente, a livello delle relazioni umane. Una spinta verso quello che sono: io, Reiner Schürman. Perché la mia vita è segnata a tal punto dall’ossessione di un particolare passato? Vi è un fatto originario: essere nato tedesco nel momento in cui il mio paese commetteva ogni tipo di crimini; e infine c’è l’origine nel senso dell’identità individuale, di quella tenue zona dentro di sé da dove sorge una vita.

 

Tutto il Vostro libro è come un lungo grido provocato da una grande sofferenza

Alcuni critici, per altro benevoli, hanno preso questo libro per qualcosa come … com’era la frase di quella donna? … Oh, sì, “espiazione”. Un tedesco che domanda il perdono del popolo francese, una specie di regolamento dei conti internazionale. No, non ho volute scrivere altro che una specie di radiografia della mia testa, su di una serie di ossessioni,  tutte concentrate su di un unico problema.

Potrebbe brevemente descrivere l’idea del libro?

Tratta di un tedesco che inizia a viaggiare troppo giovane, all’età di 16 anni, verso la fine degli anni ’50, e che, ovunque vada, è costretto a identificarsi con ciò che i tedeschi avevano fatto ad altre persone: Polonia, Israele, Grecia, Francia e, alla fine, America. Dappertutto, siccome sono tedesco, sono stato identificato con un passato che non volevo, che non conoscevo, con il quale non c’entro nulla. A Creta, per esempio, avevo 16 anni… Ero con due amici della mia età e ci hanno rifiutato il servizio in un ristorante. “Non per i tedeschi”. A 16 anni non si è attrezzati per affrontare questo tipo di rifiuto. Negli Stati Uniti a 30 anni cercavo di trovare un lavoro come assistente in un’università. La prima cosa che mi hanno detto è stata: “Oh, sei di Colonia! Fanno ancora il sapone con le ossa umane in quella città?”.

Il Terrorismo di oggi

Pensate che vi siano molti giovani tedeschi ad essere traumatizzati come lei da questo rifiuto e da questa colpa?

La mia risposta non sarà semplice. Il genio della Francia sta nella parola. In questo paese si parla e l’incomprensibile, una volta entrato in una frase, sembra essere stato compreso. In Germania non si parla delle cose più importanti. Vengono trasformate in filosofia astratta o in musica. Questo dà spesso un’impressione di mutismo, di distanza. Sono sicuro, l’ho visto, che con l’aiuto della birra, dopo mezzanotte, ci sono scoppi d’ira che non sono belli da vedere. All’improvviso riemerge un nucleo nascosto. Lo si nasconde sotto la facciata ordinaria della vita, ma questa si incrina. Poi le fessure vengono rattoppate. L’irrigidimento poliziesco in questo momento in Germania è lo stesso tipo di insabbiamento, ma su di un fondo vertiginoso: creare un clima in cui tutte le diversità di opinione sono impossibili. Questa solidità di una superficie dove si accetta un sola tonalità e si sopprimono tutte le altre, tutto ciò che provoca ossessione e angoscia viene rimosso. Questa solidità crescerà sempre di più.

 

Se fosse detto, sarebbe meno malsano, più guaribile?

È per questo che scrivo, per guarire me stesso. Bisognerebbe a questo punto parlare del ruolo della scrittura. Se si ascolta un po’ quello che si dice nei caffè e sulle terrazze dei ristoranti, beh, è sempre un po’ la stessa cosa. Parlano del pasto, raccontano quello che succede nella loro vita, parlano di film. La scrittura ha il ruolo di penetrare questa patina del linguaggio, quella per la quale la comunicazione è piacevole, non troppo offensiva, dove ci sono convenzioni, dove ci si intende subito. Il compito della scrittura è quello di dire le cose di cui non si parla al tavolo di un ristorante. Portarle allo scoperto, ma è necessario avere un fondo per far emergere le cose. Si può vivere molto bene usando un certo gergo, o con le polemiche che tutti ripetono. Quello che io chiamo “le origini” è lo sforzo di immergersi molto più in profondità, al di sotto degli schemi mentali accettati nei nostri rapporti quotidiani con le persone.

La Germania della banda Baader, del terrorismo, ha qualcosa a che fare con lo smarrimento dei giovani tedeschi? E di fronte al terrorismo, il generale torpore dell’opulenza, l’economicismo, la società del profitto, quella della “vita per il profitto” di cui parla nel suo libro –  tutto questo non nasconde lo stesso smarrimento?

Penso che in effetti è lo stesso tipo di confusione, la stessa fuga da un passato che dev’essere dimenticato a ogni costo.

Si può spiegare questo terrorismo dei giovani, cercare di comprenderlo?

Prima di tutto dev’essere collocate nella storia. Sembra che si parli di un fenomeno nuovo. Certo, ha i suoi aspetti nuovi, ma che hanno radici molto antiche. L’unità tedesca è stata imposta da forze esterne vittoriose. Come ha detto il presidente Heinemann nel suo discorso di insediamento: “Non siamo stati in grado di unificare il nostro Paese da soli (si aveva bisogno di un potere esterno, dato che si trattava della Prussia), né di stabilire da soli un regime democratico”.

Il regime democratico è stato imposto due volte dalle potenze vittoriose. Non è piaciuto molto questo! Vi immaginate un presidente della Repubblica francese che denuncia l’incapacità nazionale di stabilire uno stile di vita repubblicano? Quindi vi è stata un’impossibilità di creare una nazione a partire dalle sue divisioni regionali e di farlo democraticamente. Il risultato è stato che la coscienza politica della Germania è sempre rimasta sotto la sorveglianza straniera. Non solo gli alleati ci hanno imposto un regime democratico, ma lo hanno mantenuto con la loro costante presenza. La presenza e la sorveglianza degli alleati sono state efficaci, e forse indispensabili.

Quindi, con così poche risorse politiche proprie, è comprensibile che il terrorismo sia in parte provocato dall’impossibilità di creare un’ampiezza di opinione sufficientemente vasta da assorbire gli estremi. Poiché le voci politiche sono deboli, per le ragioni storiche che ho citato, la minima divergenza di opinioni è sentita come una minaccia. Risultato: quelli che si allontanano, diciamo, da un comportamento “medio” si scontrano con un irrigidimento tale da essere spinti sempre più ai margini fino ad arrivare a prendere le armi. Invece che di violenza bisognerebbe parlare di contro-violenza. È la necessità di questa contro-violenza che è un fenomeno nuovo. Il quale, evidentemente, può assumere forme diverse. Personalmente non sono d’accordo con la forma sanguinaria dell’anarchia.

Alcuni dei vostri giornali si lamentano o si rammaricano del fatto che da noi non ci sono partiti della sinistra che siano più solidamente formati. Questo significa mettere il carro davanti ai buoi. Non si possono formare partiti, per esempio un partito comunista, che siano più forti dei due che esistono, se per cominciare non esistono le basi psicologiche necessarie per accettare opinioni o modi di vita divergenti. In Germania c’è questo terribile accordo, che vale per l’uomo della strada come per degli intellettuali che comunque rispetto enormemente, – un accordo riguardante la direttiva che esclude qualsiasi estremista di sinistra dalle cariche pubbliche. C’è un’unità di giudizio – lo uso come esempio – sull’esclusione degli estremisti di sinistra, in cui non vedo altro che il timore di vedere persone che si discostano da un consenso finale piuttosto mediocre, che però è rassicurante.

Farò un altro esempio di questo tacito consenso. Nel suo giornale ci si chiede se dobbiamo perdonare Kappler o rimetterlo in prigione. Ma no, il vero problema non sta lì; è molto più vasto, riguarda il modo di amministrare la giustizia. Su questo punto, in Germania, non viene fatta giustizia. Dalla fine della guerra nei tribunali c’è stata una continua e persistente astensione – se non addirittura un obbligo – dal fare il minimo per punire i criminali di guerra e imporre loro la giustizia.

 

 

Il Ritorno del nazismo

Dei film recenti su Hitler e altri sintomi fanno pensare a una resurrezione del nazismo.

Resurrezione? Direi continuazione piuttosto – non del nazismo, ma di quello che lo rende possibile. Vi sono I neo-nazi, ma non hanno molto influenza. Il vero totalitarismo è nell’intolleranza verso le forme di vita e di pensiero che vanno oltre un margine estremamente stretto, praticamente di quel margine che voi avete chiamato economicismo.

In un giornale ho notato questa formula: “Una società dove l’oro è Dio…”

Questo è davvero patetico….l’oro, ma no. Quella frase non è solo patetica, è stupida. Oggi il Dio tedesco è la sicurezza. Quando si sono vissute due guerre e si è stati devastati psicologicamente come questa nazione lo è stata per mezzo secolo, bene, c’è questa vertigine, questo fondo di vertigine sulla quale si solidifica un fantastico desiderio di essere alla fine … tranquilli.

Voi scrivete: “Né ribellione né affari correnti, ma lasciar essere”.

Non rivolta, né rigetto indignato delle mie origini ma neanche cedere agli affari correnti, cioé la corsa al profitto e al successo, questo materialismo che c’è oggi nella mente dei miei compatrioti. Né insurrezione né sottomissione, ma quello che chiamo “lasciar essere” – dando a ogni cosa, nel presente, il peso che gli conviene. Dopo un tempo di fuga, di ricerca vana di un’origine unica, certa – un fondo di cose che sarebbero stabili, come se potesse esistere una cosa del genere! – ho scoperto questo alla fine: è nell’assenza di un’identità stabile, in questa dislocazione, che bisogna situare la gioia. Lasciar essere è una gioia errante. Quella che Nietzsche chiama la “gaia scienza” è per l’appunto la gioia errante: accettare il caos e coltivare la gioia.

 

E la Francia?

Adesso state vivendo negli USA. Osservate la gioventù americana e scrivete: “Essa vede solo il futuro”.

Non l’ho scritto con ammirazione! Al contrario, vi vedo un’immensa povertà. La grande forza degli americani è la specializzazione. Se si buttano in qualcosa, vanno molto lontano, sono molto forti. Ma ponete loro delle domande di “cultura generale”, come si dice, al di fuori del loro campo: zero! È da qui che viene la loro paura delle idee. E anche dalla povertà delle loro relazioni umane. Non sono molto curiosi l’uno dell’altro. Sono interessati agli affari e alla loro carriera. Li vedo completamente protesi verso delle cose da realizzare prima ancora del presente.

“Essi”… Ed “Esse”?

Oh! Sapete, le donne americane non sono molto femminili. Comparate alle donne americane, le francesi mi paiono molto sottomesse, infelici nella loro pelle e dipendenti. Le donne americane hanno poco fascino e una fiducia nell’impresa materiale della vita che ne fa spesso degli uomini.

Germania, USA… E la Francia?

La Francia… Quello che mi annoia di voi è la vostra verbosità con i suoi schemi estremamente poveri. In Francia si spendono molte energie nei dibattiti tra destra e sinistra, mentre spetterebbe a ognuno trovare in se stesso le risorse per un minimo di creatività piuttosto che ripetere degli slogan. Quando  non si sa cosa conta nella propria vita, si ripetono idee stereotipate. Io finora ho condotto una vita di fuga. Chi lo sa? Forse sarò sempre un essere di fuga. Ma per ora, ciò da cui fuggo risolutamente è la vita insignificante, la vita su delega. Il congestionamento, la monotonia delle cose massicciamente presenti, l’immensa accozaglia di parole e soprattutto di gerghi, l’accozzaglia di paure, tutto ciò che impedisce di vedere, in un presente più sobrio, la vita al lavoro. Una vita significativa non è necessariamente una vita grandiosa. È più piacevole se è grandiosa, se ha forti emozioni, ma il compito che mi sono posto è quello di scoprire quello che c’è di più tenue, di più fragile nelle situazioni umane, considerato come qualcosa di molto personale.

Meister Eckart

Sul riot nel Schanzenviertel. Nessuna dissociazione!

di Karl-Heinz Dellwo*
(dichiarazione rilasciata sul profilo Facebook della casa editrice Laika Verlag il 10.07.2017)

Intanto le immagini hanno fatto il giro nel mondo: in Germania, il nuovo stato centrale economicamente stabile come nessun altro paese dell’emisfero occidentale, durante la grande protesta contro il vertice del G20 è esploso un riot di una dimensione mai vista finora qui e che si pensava possibile solo in altri paesi, quelli con i più grandi problemi di povertà e di migrazioni.
Lo Schanzenviertel di Amburgo bruciava. Negozi e banche sono stati distrutti e saccheggiati. Nella via centrale del quartiere, in presenza di migliaia di persone, è stato acceso un enorme falò alimentato dagli oggetti frutto dei saccheggi. Mentre alcuni davano libero sfogo alla loro rabbia distruttiva, altri si godevano lo spettacolo o almeno lo seguivano, chiaramente in preda alla loro brama di azioni eccitanti.
Mentre gli uni si bardavano per tentare di evitare la loro identificazione, gli altri fotografavano le barricate in fiamme, le finestre e le porte distrutte, quelli che agivano mascherati di nero e anche se stessi. I più stupidi si mettevano anche in posa. Il tutto bastevole per la campagna diffamatoria del giornale Bild e per la caccia poliziesca. Altri si portavano a casa il bottino.
Altri ancora erano nelle strade laterali, non molto lontano da dove c’erano le fiamme e le esplosioni, seduti al bar mentre bevevano o mangiavano qualcosa. Gli stranieri sono stati avvicinati e gli si è offerto cibo e bevande saccheggiate. Mentre lo spettacolo continuava, alcuni partecipanti, a prima vista affaticati ed esausti, facevano insieme un picnic. Nessuno sembrava avere paura degli altri.
Nessuno, almeno nessuno degli attori descritti, pensava alla probabile paura di chi era rimasto in casa. Amici stranieri della rivolta evocavano entusiasti la “grande Comune” che si sarebbe creata per un paio di ore. A chi gli ha ricordato i tre morti dell’incendio durante il riot ad Atene nel maggio del 2010, rispondevano sicuri di sé che qui non sarebbe accaduto per poi dichiarare più tardi, quando altri ancora tentavano di incendiare dei negozi ignorando il fatto che sopra di essi vivessero delle persone: “Non sono più storie nostre. Adesso ce ne andiamo”.
Anche durante il giorno erano stati sferrati attacchi da piccoli gruppi che in diversi quartieri hanno frantumato vetrine e bruciato delle auto. Altri hanno tentato di bloccare le strade a volte in una sproporzione bizzarra: al Jungfernstieg membri di un piccolo gruppo femminista sedevano sulla strada per bloccare dei possibili convogli delle delegazioni dei G20. Erano forse sei o sette ragazze. Come risposta il potere statale ha inviato sul posto due dei suoi idranti high-tech accompagnati da un carro armato e una squadra antisommossa. In una lingua che nel suo ductus e con una voce monotona sembrava ripresa dal film 1984 di Michael Redford, questi strumenti di potere hanno annunciato e chiesto alle manifestanti: “Sgomberate la strada!”, “Eseguite gli ordini della polizia”. Quando la celere si è messa i caschi le ragazze hanno abbandonato il loro piccolo sit- in. In seguito il carroarmato e gli idranti sono tornati indietro alle loro posizioni originarie, come risucchiati per induzione sotterranea.

La strada e la città come territorio statale, non come spazio pubblico: l’espropriazione del pubblico da parte dello Stato sembra quasi totale.

Questi stessi spostamenti degli idranti e delle unità operative avvenivano come guidati da un mano invisibile e si potevano osservare per tutto il pomeriggio intorno allo Schanzenviertel. Solo nella zona della Stresemannstraße e del Neuer Pferdemarkt sono stati spostati da una parte all’altra almeno 8 idranti. In tutta Amburgo ne sarebbero stati posizionati 42. Ogni tanto invadevano la Schulterblatt o la Lerchenstraße nel Schanzenviertel e poi si ritiravano. Soprattutto ciò si libravano gli elicotteri della polizia. Parallelamente alle unità di polizia che si muovevano in formazione chiusa, si aggirava una massa di spettatori , spesso gruppi per lo più composti in maniera del tutto spontanea continuamente alla ricerca dal posto migliore per guardare, che vuol dire anche quello migliore per consumare. Per parecchie ore si potevano vedere i movimenti della polizia che sembrava organizzarsi per circondare il Schanzenviertel e la relativa occupazione. Dall’interno del quartiere continuavano lanci di bottiglie, pietre e qualche razzo in direzione della polizia. Da quel momento hanno deciso ovviamente di lasciare il quartiere a se stesso.

All’interno del quartiere il riot seguiva la sua propria dinamica. Respingere il potere statale ai confini esteriori significava la sua abolizione e la creazione di uno spazio sociale anarchico nel quale ognuno sembrava capace di poter impostare le proprie regole. Alla fine, le azioni venivano influenzate da coloro che hanno avuto più rabbia, più coraggio e, ogni tanto, anche la più grande stupidità. Tuttavia questo spazio di libertà anarchica non può essere detto veramente “libero dalla legge”. In confronto all’ordine dominante della società, la rottura con la proprietà e con l’obbligo di vendita di se stessi è certamente una situazione irregolare, ma trascende anche queste condizioni. Quando l’autorganizzazione è instabile, la situazione contiene in sé la tendenza alla dissoluzione di ogni limite.
Tuttavia i partecipanti, nonostante fossero del tutto inesperti e per questo anche incapaci di rovesciare le strutture sociali, hanno agito insieme alla ricerca di un principio di consenso.
Già a mezzogiorno, un giovane rivoltoso che voleva aprire un negozio Vodafone con un palo di metallo venne preso a male parole da una abitante arrabbiata, quindi mise per terra lentamente il palo come se non volesse fare rumore e trottò via levandosi la maschera. Il riot è la occupazione di un vuoto. Tuttavia, questo vuoto è solo apparentemente dovuto alla mancanza dell’autorità poliziesca o del potere statale; in primo luogo è espressione dell’assenza di convenzioni sociali o meglio di una rottura dell’accordo sociale avvenuta già molto tempo prima ma che diviene visibile come atto reale nel momento in cui il potere statale è assente o combattuto e ricacciato indietro.
Davanti ai supermercati Budnikowski e Rewe, all’esplosione nel grande incendio delle bombolette di lacca e di altre merci di consumo che, sotto la pressione del gas, si infiammano, corrisponde quella dei soggetti folli e danzanti. Per loro era il saccheggio dell’eccedenza nell’apparizione improvvisa dello stato di emergenza della società di controllo che per ore è stato battuto. L’emergere di una libertà perduta, che tutti sapevano essere a breve termine, doveva essere goduto nel suo eccesso.
Non ci sono riot “buoni” o “cattivi” o “brutti”. Il riot è la somma di tutto. Ma soprattutto: il riot è il risultato di un mondo unidimensionale prodotto con la violenza. Tramite la globalizzazione del capitalismo e l’occupazione totale della vita attraverso la società della merce, l’opposizione è apparentemente scomparsa dal mondo. Il potere del sistema – dato cioè dalla combinazione del
“mercato libero”, come unico principio di vita sul quale si devono sostenere reciprocamente le persone, con una tecnologia di potere e controllo nelle mani degli stati e dei gruppi industriali – sembra essere totale, come un buco nero che assorbe e distrugge tutto. In questa totalità basata sulla morte del soggetto si sono incagliate finora le resistenze, decomponendosi e risultando prive di ogni funzione.
Con la vittoria sul suo contromondo, quello del socialismo reale, il capitalismo ha rubato a se stesso il suo ultimo senso, il senso della concorrenza con un’altra forma di organizzare l’economia. Ha stabilito un mondo che gira senza senso intorno alla produzione di merce, che produce enormi masse di merci delle quali nessuno ha realmente bisogno mentre, al contrario, le cose di cui miliardi di persone hanno urgentemente bisogno – per la loro sopravvivenza, per la formazione o la costruzione di strutture sociali, o per poter organizzare liberamente la loro vita – non vengono messe a disposizione o sono bloccate dal sistema stesso. Considerata la sconfitta delle vecchie forme di protesta, come gli scioperi o le manifestazioni – perché ormai prive di efficacia – il riot è ora evidentemente la forma che può ancora sconvolgere le cose e nel quale quantomeno si registra il fatto che l’ordine della proprietà può essere rotto. Per le vecchie forme di protesta c‘è solo il riferimento laconico ai “vincoli” di sistema e l’affermazione che il “libero mercato” è la migliore cura per tutto. Il riot è la rabbia militante impotente contro una condizione di totale dominio del mondo perpetrata attraverso l’espropriazione della vita e la sottomissione strumentale della natura alla macchina del capitale.

Se il riot è anche questo, qualcosa con cui non ci si può del tutto identificare, è anche sbagliato dissociarsene. Perché contiene in se stesso qualcosa che lo eccede e che è da difendere. Coloro che oggi credono di essere in grado di ottenere forzatamente la dissociazione stanno facendo un gioco sbagliato. Il riot, nella sua irruzione anarchica, è evidentemente l’altro lato della medaglia del “libero mercato autoregolato”, che ha prodotto il mondo barbaro nel quale oggi viviamo, anche se nelle metropoli del nord del mondo, le quali assorbono la quota più grande dello sfruttamento degli esseri umani e della natura, tutto questo viene ancora impacchettato gerarchicamente nel lusso.
Tuttavia, nello stesso momento, il riot contiene un potenziale attraversamento e superamento dei falsi valori normativi, da cui deriva la possibilità di vedere nuovamente le condizioni dall’esterno e così guadagnare nei loro confronti di nuovo un minimo di sovranità. Perché questo appartiene alla distruzione del processo dell’emancipazione dell’essere umano dallo stato di gettatezza impotente dell’essere nel mondo il quale – con l’implementazione del capitalismo di mercato in tutto il mondo che vede declinare le vecchie sovranità, prima quella dello stato-nazione, che non è più attuale, e adesso anche l’impero americano – passa al non-soggetto del libero mercato globale che diventa un stato dell’essere che appare come una legge naturale e che per questo non accetta più nessun fuori come base di sostentamento e ci sottomette nel modo più totale mai esistito.
Nel riot brilla l’antagonismo fra il dovere imposto di essere un oggetto consumatore, quindi un idiota integrato la cui interiorità viene strutturata attraverso la riproduzione quotidiana della vita come merce, e un momento nel quale prende concretamente forma l’uomo libero contro un mondo privatizzato, nel quale poche famiglie possiedono tutto e miliardi di persone poco di più della loro nuda vita.
Per questo in realtà è positivo il fatto che finalmente succeda qualcosa, perché per chi è sottomesso a queste condizioni ciò che uccide costantemente lo stato dell’essere è quando non accade mai nulla.
Le immagini più schifose di tutto il vertice del G20 non sono quelle di violenza dello Schanzenviertel, ma quelle in cui sono concentrati tutto il crimine e tutta la infamia umana – pars pro toto – dai tagliatori di mani e lapidatori sauditi al “quando sei ricco puoi toccare ogni fica senza domandare” Trump con l’élite politica europea, tutti riuniti da reciproche dichiarazioni di rispetto ad ascoltare la nona di Beethoven, “l’Inno alla gioia”, mentre fuori si agita lo stato di polizia e chi si ribella deve essere riportato all‘ordine.
Al grande ricevimento dopo “l’Inno alla gioia” mancava solo il portello nel muro come in quel monastero benedettino del “Nome della rosa” di Umberto Eco attraverso il quale, molto simbolicamente, venivano gettati gli avanzi di cibo per i poveri e gli affamati che una grassa ma ben incavata borghesia non era riuscita ad ingurgitare. Questo avrebbe costruito simbolicamente quella situazione vantaggiosa per tutti, cioè la posizione che la Merkel ha espresso nel confronto con le ONG nel suo discorso prima dell’inizio dell’infame vertice, in difesa di un cambiamento reale del mondo. La esigeranno per loro, per chi ha sempre succhiato tutto, la situazione vantaggiosa, che non è nient’altro che il continuo saccheggio della gran parte della umanità e della natura.

Non ci dovremmo dissociare, in nessun caso! Non perché troviamo bello ciò che è successo nel Schanzenviertel, ma perché l’urlo per la dissociazione è fatto in modo fraudolento, rispetto al quale c’è solo da ricordarsi dei migranti che ogni giorno annegano nel mare mediterraneo, mentre contro di loro nel frattempo – con soldi tedeschi e promosso da Sigmar Gabriel – vengono finanziati i signori della guerra libici con l’obbiettivo di far rinchiudere i rifugiati in lager che corrispondono esattamente alle gabbie inumane dei vecchi commercianti di schiavi. Per questo mi piace di più lo slogan nel Schulterblatt: “Ci rubiamo le nostre vite rubate”.

Questo mondo non lo vogliamo. È da lui che dobbiamo distanziarci. Che quelli che si ribellano contro questo mondo siano spesso rudi e ogni tanto anche stupidi e brutali, neanche questo costituisce un motivo di dissociazione. Il soggetto politico-emancipato esiste difficilmente nella realtà della monade consumatrice come forma di esistenza sociale, esso è completamente rovesciato, isolato e senza storia. Commettere degli sbagli fa parte del movimento, se vogliamo cambiare qualcosa, se vogliamo sviluppare di nuovo un concetto di comunismo, di una vita diversa, di una soggettività collettiva e di una vita ancora una volta derivante dall’umano. L’intera vita nel sistema è sbagliata e non c’è nulla da salvare lì dentro. È questo ciò con il quale dobbiamo rompere.
* Karl Heinz Dellwo è un ex militante delle RAF, oggi codirettore della casa editrice radicale Laika Verlag con sede ad Amburgo.