PROCESSO G20 – SI PUÒ CONSIDERARE UNA MANIFESTAZIONE «BANDA CRIMINALE ORGANIZZATA»?

Il processo è destinato a scrivere un capitolo della storia giuridica tedesca e potrebbe compromettere irreversibilmente il diritto a manifestare.

Articolo apparso su lundimatin#173, il 7 gennaio 2019

Il 18 dicembre scorso si apriva l’incredibile processo a cinque persone arrestate nel corso del G20 di Amburgo nel luglio 2017 (avevamo diffuso in quell’occasione un appello). Perché incredibile?
1) Perché fa seguito a una delle più grandi sconfitte dell’ordine pubblico tedesco, durante il contro-vertice di Amburgo del luglio 2017

2) Per il carattere esemplare : 5 le persone giudicate, ma il processo si è aperto con il resoconto di tutte le devastazioni commesse nella mattina del 7 luglio, come se gli imputati dovessero rispondere anche di queste
3) Per i mezzi impiegati dallo stato per vendicarsi: una propaganda mediatica senza precedenti, appelli alla delazione, perquisizioni, mandati d’arresto europei, 180 inquirenti a tempo pieno per 15 mesi
4) Per le innovazioni, come l’enorme schedatura automatizzata dei manifestanti attraverso un software di riconoscimento facciale acquistato per l’occasione, o la creazione di un portale di ricerca che permette agli «onesti cittadini» di inviare video personali per aiutare gli inquirenti: una delazione a malapena mascherata. 100 terabyte di informazioni, 32mila file tra immagini e video, il tutto senza alcun inquadramento legale.
5) Malgrado tutto, per qualche imprevisto: il dossier è pieno, ma ben vuoto al momento di fornire prove affidabili circa i 5 detenuti, a cui viene contestato soprattutto di essere stati… presenti al contro-vertice; la giudice non sembra disposta ad avallare i nuovi metodi della polizia tedesca e il loro fondamento politico senza esaminare attentamente il dossier; il commissario alla protezione dei dati di Amburgo ha ordinato la soppressione del database utilizzato dalla polizia.

«Questa è dunque l’atmosfera nella quale si è aperto questo processo-spettacolo, su cui ogni attivista, giurista o politicante è d’accordo: è destinato a scrivere un capitolo della storia giuridica tedesca e potrebbe compromettere irreversibilmente il diritto a manifestare».
Tutti sanno che la giustizia non è altro che un volgare teatro in cui i ricchi e i loro ausiliari se la prendono con i poveri e con i ribelli. Ma questo teatro non sarà valido per sempre. È spesso un espediente raffazzonato. A volte sembra persino troppo ben oliato per il suo gioco d’anticipo, povero di recitazione. La pièce che si è aperta nella mattinata di martedì 18 dicembre al tribunale di Amburgo si annuncia al contempo allettante (29 udienze fissate nei prossimi 6 mesi) e più sorprendente del previsto. In atto un copione mal scritto, imbarazzanti errori di casting e un intervento del tutto inatteso.
Cerchiamo di decriptare.
La sinossi è ben nota. Da un lato, la città di Amburgo, i suoi sbirri e la sua giustizia in cerca di rivalsa dopo l’umiliazione subita in seguito alle rivolte che hanno rovinato il loro G20 nel 2017, che si è giocata il tutto e per tutto per costruirsi un successo strepitoso. La promozione del processo è stata in gran parte affidata ai media. Gli appelli alla delazione, le perquisizioni, i mandati di arresto europei e gli altri arresti avvenuti all’estero danno l’illusione di un efficace lavoro da parte degli inquirenti (180 agenti a tempo pieno per 15 mesi, ad ogni buon conto).
Dall’altro lato, cinque co-imputati, smascherati, braccati, arrestati e (tre di loro) detenuti, che devono pagare per alcuni fatti che gli sono contestati: in particolare, la loro partecipazione al veloce saccheggio dell’Elbchaussee, una via altolocata di un quartiere borghese della città, nella mattinata di venerdì 7 luglio 2017. Nel giro di pochi minuti, questa passeggiata contro l’incontro dei potenti del pianeta avrebbe causato più di un milione di euro di danni, attaccando sistematicamente i simboli del denaro e del potere: banche, consolati, veicoli e attività commerciali, tra cui un famoso negozio scandinavo di mobilio scadente.

Da un lato, dunque, cinque giovani sotto i 25 anni, quattro tedeschi e un francese, dall’altra, un’armata di poliziotti, giudici, politici e giornalisti convinti della loro colpa. Ma di che colpa si tratta, esattamente? Ecco l’enigmatica questione apparsa evidente agli occhi di tutti durante la prima giornata d’udienza.
Dopo aver alzato in ritardo il suo sinistro sipario — a causa delle decine di persone assembrate a sostegno degli imputanti davanti agli altoparlanti e nella sala — il tribunale ha proceduto con la lunga lettura degli atti di accusa, e a quella ancora più soporifera delle degradazioni causate dalla manifestazione mattutina. Un lunga litania di targhe di veicoli incendiati, di stime dei danni di ogni vetrina rotta. Perché è di questo che si sta parlando. Quando le auto bruciano e le vetrine saltano, lo Stato chiede che venga condannato chi brucia le auto e fa saltare le vetrine.
Ciò che non poteva non stupire i commentatori di ogni sponda è l’assenza di qualsivoglia legame tra le persone incolpate e i fatti incriminati. In altri termini: questo processo, annunciato ovunque come «quello contro gli appicciafuoco dell’Elbchaussee», fa comparire come imputate cinque persone a cui non è assolutamente contestato l’incendio di veicoli o la distruzione di vetrine.
Ciò che viene loro contestata, essenzialmente, è la loro supposta presenza a questa manifestazione — e a qualche gesto supplementare nel caso del nostro amico Loïc. E ciò che il procuratore, ovverosia lo Stato, intende provare nel corso dei prossimi mesi, che può benissimo portare a una condanna a svariati anni di carcere duro delle persone colpevoli di essere presenti a una manifestazione nel corso della quale hanno avuto luogo devastazioni, senza dover per forza dimostrare che queste persone abbiano preso parte attiva in queste azioni.
Per riuscire in questo gioco di prestigio, bisogna riuscire a trasformare una manifestazione politica in una banda criminale organizzata. È questa la prodezza che si appresta a compiere Tim Pashowski, procuratore di Amburgo.

Ma ecco che questo dramma costruito dal ministero può trasformarsi in una sarcastica satira! Sì, perché — anche se la difesa ha constatato da mesi il vuoto del dossier (malgrado le sue migliaia di pagine) — sembra che questo vuoto non sia sfuggito nemmeno alla presidente della 17a camera penale. Durante le negoziazioni orali preliminari, Anne Meyer-Goring ha stimato delle pene massime nettamente inferiori a quelle auspicate dal procuratore, e ha richiesta, invano, la liberazione sotto condizionale di due dei detenuti. Questa giudice della corte di giustizia giovanile (due degli imputati erano minorenni all’epoca dei fatti) si è già resa illustre per aver inflitto in passato severe umiliazioni al lavoro degli inquirenti (accusandoli in particolar modo di aver gonfiato dei dossier sotto pressioni politiche e mediatiche). Di fronte a un tale rischio di rifiuto, il procuratore ha ben pensato di richiedere la sua estromissione dal processo a inizio dicembre! La sua richiesta è stata respinta, e sarà dunque lei a presiedere questo processo fiume in cui la giustizia avrà per compito quello di convalidare o rigettare i nuovi metodi repressivi della polizia tedesca e i loro fondamenti politici (la criminalizzazione dell’insieme delle persone presenti a una manifestazione).

[Lungi da noi comunque la volontà di fare l’elogio di un magistrato che se da una parte si erge in difesa del “buon diritto” contro certe derive politico-poliziesche, dall’altra abbraccia in pieno le logiche dell’accusa proponendo pene che vanno fino ai tre anni di prigione]

Tra le più gioiose innovazioni troviamo l’enorme schedatura automatizzata di abitanti e manifestanti grazie a un potente software di riconoscimento facciale acquistato per l’occasione. Decine di migliaia di volti sono stati registrati, selezionati, classificati e archiviati secondo dei «profili di identità facciale biometrica» che permette di riconoscerli in altre immagini, di seguire i loro movimenti in una folla, eccetera. Tutto questo non dispone di alcun inquadramento legale, e non sono solo gli attivisti e i loro avvocati a rendersene conto. Martedì, nel preciso istante in cui si apriva il processo dell’Elbchaussee, il commissario alla protezione dei dati di Amburgo ha ordinato la soppressione di questo database. Parliamo di 100 terabyte di informazioni, 32mila file tra immagini e video, di un numero incalcolabile di persone coinvolte.
La polizia ha utilizzato le immagini in suo possesso, ma anche quelle delle telecamere poste a bordo dei mezzi pubblici, nelle stazioni, dei media e di tutte le foto amabilmente inviate da alcuni «onesti cittadini» su un portale di ricerca (ovverosia di delazione).

Il commissario alla protezione dei dati stima che questa procedura «usurpa in maniera significativa i diritti e le libertà di un grande numero di persone», reclama la soppressione del database e l’interdizione del software Videmo360. Gli sbirri, dal canto loro, vorrebbero continuare a giochicchiare con questo ninnolo da svariati milioni di euro, per quanto non sia servito a identificare granché fino oggi (tre persone nell’ambito del G20). Prova ne è la nuova serie di 54 volti pubblicata questa settimana sul sito della Hamburg Polizei. Con la speranza di suscitare nuove vocazioni all’infamata.

Questa è dunque l’atmosfera nella quale si è aperto questo processo-spettacolo, su cui ogni attivista, giurista o politicante è d’accordo: è destinato a scrivere un capitolo della storia giuridica tedesca e potrebbe compromettere irreversibilmente il diritto a manifestare. E, dato che nessuno spettacolo sarebbe tale senza pubblico, l’ipotesi di un processo a porte chiuse è stata abbandonato. Le prossime udienze, l’8 e il 10 gennaio, saranno aperte al pubblico. Questi atti e quelli che seguiranno porteranno la loro infornata di rivelazioni sulla debolezza del dossier e, forse, risposte ad alcune domande.
Per esempio: la sbirraglia tedesca può permettersi quel che le pare quando si autoinvita all’estero?
O ancora: il black bloc è il risultato di una «cooperazione deliberata e fondata sulla divisione del lavoro», come afferma il procuratore?
E che cos’è esattamente il «supporto mentale» che i manifestanti «pacifici» sono accusati di aver fornito a chi commetteva delle devastazioni?
Si può essere riconosciuti colpevoli di eventi sopravvenuti nel corso di una manifestazione anche se non si era più presenti?
Si può seriamente credere che l’andatura di una persona sia unica e identificabile come le sue impronte digitali?
Il dramma che lo Stato si ostina a scrivere probabilmente non virerà verso toni da commedia. Per il momento, ognuna delle future udienze deve essere un’occasione per sottolineare quanto siano ridicole le accuse e la pertinenza degli atti di resistenza impiegati. È l’occasione, soprattutto, di portare agli imputati il proprio sostegno — siano essi nostri compagni o nostri amici, attori loro malgrado di questa farsa grottesca. I primi presidi si sono tenuti a Parigi, Nancy, Friburgo, Francoforte e Berlino la settimana scorsa, insieme a una grande manifestazione per le strade di Amburgo alla vigilia dell’apertura del processo.
Fuochi d’artificio sono stati lanciati dai tetti degli squat vicini, e canti si sono levati davanti alle mura della galera in cui tre degli accusati sono ancora detenuti. L’indomani, gli imputati sono entrati in aula accompagnati dagli applausi, e sono usciti a pugno chiuso. Il processo sarà lungo, ed è a loro che va il nostro pensiero in questi giorni!

Libertà per Loïc!
Libertà per tutte e tutti i prigionieri del G20!
Comité de soutien transfrontalier

DATE DEI PROSSIMI PROCESSI
Gennaio: 8, 10, 15, 17, 22, 24, 29, 31 Febbraio: 7, 8, 14, 15, 20, 21
Marzo: 18, 22, 28, 29
Aprile: 4, 5, 25, 26
Maggio: 2, 3, 9, 10

PER CONTRIBUIRE ALLE SPESE LEGALI E DI SOSTEGNO
La difesa di Loïc, la sua vita in prigione e gli spostamenti per andare a portargli sostegno costano molto. Se volete e potete partecipare, vi preghiamo di inviare le vostre donazioni all’associazione CACENDR precisando «Don pour Loïc» sulla causale del bonifico. Grazie!
Via assegno: Cacendr, 5 rue du 15 septembre 1944, 54320 Maxeville Via bonifico : Link all’IBAN

LA SPINOSA QUESTIONE DEI LIBRI
Loïc vuole libri, molti libri, un sacco di libri per — come dice — «sfamare l’arma intellettuale». Divora circa due libri al giorno in una piccola cella, tra le ore di sonno e le manciate di minuti d’aria.
Le regole dell’amministrazione penitenziaria per farglieli pervenire sono chiaramente molto rigide: in particolare, devono essere nuovi, già dichiarati all’amministrazione, eccetera. I primi libri inviatigli gli sono arrivati dopo un mese e mezzo.
Se volete partecipare a questo atto di solidarietà, e per evitare doppioni negli invii, il meglio che si possa fare è fare una donazione affinché glieli si possa procurare.

Se siete librai, editori o editrici, autori o autrici e volete esprimere il vostro sostegno con dei libri (copia saggio, nuovi o in ottimo stato eccetera) non esitate a contattarci all’indirizzo: soutienloic@riseup.net, gli farà molto piacere. Grazie!

Mattatoio #3

Di Vultlarp

Un mattatoio per accettare il presente e mutarlo di senso.

  1. Corrispondenze

Il 7 gennaio su Lundi Matin è apparso un articolo dedicato agli strascichi giudiziari del G20 di Amburgo (la traduzione è disponibile su questo numero di Qui e Ora). Si parla dell’apertura, il 18 dicembre scorso, dello spettacolare processo ordito dalla città tedesca contro cinque imputati — di cui tre ancora detenuti — per i fatti occorsi nella mattinata del 7 luglio 2017 sull’Elbchaussee. Certe cose ce le si scrolla di dosso a fatica.

Ci sarebbe inoltre tutto un discorso da fare sulla pratica dell’autoinvito in giro per l’Europa da parte della Polizei per finalizzare i suoi mandati di cattura (peraltro sempre ben accolta). Così come si potrebbe parlare a lungo del simpatico software di riconoscimento biometrico in dotazione alle forze dell’ordine tedesche, Videmo360. Insieme al ritorno smagliante della grandiosa pratica della delazione in versione 4.0: basta qualche upload sulla piattaforma predisposta et voilà, l’infamata è fatta!

Cambio scena. Qualche giorno fa, oltrereno, Luc Ferry (ex ministro dell’istruzione francese) chiede pacatamente, durante una pacata diretta a Radio Classique, di «dare alla polizia francese (la quarta armata al mondo!) i mezzi per difendersi da quei bastardi di estrema destra, di estrema sinistra, dei quartieri popolari».

In quello stesso lasso di tempo, l’attuale ministro dell’interno francese Edouard Philippe informa in una delle ormai consuete «comunicazioni urgenti» che sabato 12 gennaio 2019, oltre alle 80mila unità poliziesche dispiegate per garantire l’ordine pubblico (e più armate del solito), chiunque parteciperà o verrà trovato all’interno di manifestazioni non autorizzate sarà immediatamente schedato e arrestato. Ciliegina sulla torta: riformerà il diritto a manifestare già da febbraio.

Meme o realtà? Nel momento in cui scrivo, non ho altra certezza che il meme, immagine non dialettica di un potere sempre pronto a serpeggiare nei discorsi.

Al di là di ogni malfatto sberleffo memetico, l’atto IX della mobilitazione dei GJ si è tenuto «“‘ad armi pari’”» (se non bastassero le virgolette) — 80mila guardie contro gli 84mila manifestanti in tutta Francia. Metto per prime le guardie perché, beh, semplicemente sono loro a riversare il loro arsenale offensivo-repressivo contro la presenza irriducibile del popolo nelle strade. Un tour de France è come sempre disponibile qui.

Ma non deprimiamoci. Queste cose le sappiamo. No alle filippiche contro i mala tempora che sappiamo bene dove corrono, né panegirici al primo Traiano dei «diritti». Anche perché è ormai evidente che il «diritto» — garante dell’ordine sociale — semplicemente non esiste più. Ecco perché il processo G20-Hamburg, le promesse di Philippe, le minacce di Nancy, le nutellate di Salvini calzano così bene insieme — su sfondo Orban, con tappezzeria ISIS e altri oggetti di arredamento a piacere. Per questo è così importante e allettante la prospettiva di rovinare questa festa.

Per quanto non abbia che qualche domanda, e nessuna risposta.

  1. Oggi il G20 di Amburgo è un processo. Tutta la mia complicità e il mio sostegno va alle arrestate, ai perseguiti, alle incriminate, ai processati; ma allo stato delle cose un processo è nel migliore dei casi un sospiro di sollievo, e un «arrivederci al prossimo tentativo di farvi un culo quadro». Cosa invece può essere ancora in potenza quel magma di pratiche saperi azioni critiche converso ad Amburgo nel 2017? Perché vederlo sempre come report e mai come officina?

  2. La confusione che in Italia impedisce una comprensione di ciò che i Gilet Gialli significano (e non sono) è fitta almeno quanto l’insulsaggine di molti tentativi di esegesi di movimento. È una volontà di sapere puramente speculativa o ha un qualche sottobosco fertile? E che dire dell’attaccamento morboso di certe singolarità militanti a quegli involucri che, a ben vedere, sembrano considerare più dei paramenti o dei feticci? Non avevamo detto «niente soggetto sociale» questa volta?

Del resto, le immagini di Mainte-la-Jolie dello scorso dicembre parlano da sole. Un rastrellamento, ci voleva, per costringere i ciechi a vedere. Un rastrellamento che non fosse in un qualche altrove abbastanza lontano da scorrerci addosso. Che fosse mediatizzato, rimpallato su ogni piattaforma e (come ogni fatto social) presto dimenticato. Eppure, quelle immagini ci consegnano all’esperienza-limite in cui la nostra messa a nudo virtuale si afferma a sua volta come modalità-limite del governo, all’ombra del quale il potere acquista legittimità attraverso un annientamento in potenza promesso a tutti. Tutti.

È tutto (quasi spudoratamente) da manuale: un concerto repressivo a più voci che si rimpalla dalle grigie sale dei palazzi di governo ai tribunali fino a colpire il mondo della vita. Eccola, la vostra Europa. Un’Europa partecipe di un processo di decomposizione:

Non è difficile scorgere, dietro i tentativi di restaurazione autoritaria in così tanti paesi del mondo, una forma di guerra civile permanente. Che sia in nome della guerra contro «il terrorismo», «la droga» o «la povertà», le cuciture degli Stati cedono un po’ da tutte le parti. Le loro facciate restano in piedi, ma servono ormai solo a nascondere un mucchio di macerie. Il disordine mondiale eccede ormai ogni capacità di riordino.
(
50 nuances de bris, Comitato Invisibile, Maintenant)

II. L’hangover della ragione genera troll

Ma è veramente un crollo? Dovremmo piuttosto vederci una trappola per topi che cerca di erigere i propri atti fondativi nel terrore infuso e diffuso. Nella sicurezza somministrata come purga. Nella narrazione di un’emergenza permanente — o di una crisi umanitaria, come sussurrava stamattina Trump alla radio parlando del suo muro al confine col Messico (vi ricorda qualcosa?). Non solo nella criminalizzazione di ogni scarto (che possiamo accettare), ma nel suo riutilizzo strategico come atto distruttivo del «diritto» — e dell’istituzione di un altro diritto, totalmente positivo nella sua negatività: un diritto penale del nemico. Anche solo a volerla vedere da una prospettiva «democratica» e «civile», assistiamo inermi all’evoluzione mostruosa del meglio (del peggio) della tradizione dell common law e di quella a civil law. Un sistema legislativo tentacolare che sia in grado al contempo di costituirsi come codice ed espandersi all’infinito per similitudine, per analogia, per casistiche esemplari. Bruciare per rinascere dalle proprie ceneri. D’altronde, l’Europa del Capitale che si sogna finalmente confusa necessita ancora di tenere viva la confusione derivante dalla contemporanea presenza e assenza di ciò che per due secoli e mezzo è stato il suo necessario supporto: lo Stato.

Ogni potere genera e alimenta e reitera i propri atti fondativi. Manifest Destiny, allegoria della fede cieca e dello spirito di redenzione generato dall’espansione territoriale americana raffigurata da Leutzle in Westward the course of Empire takes its way (e detournato da David Foster Wallace negli anni ’80). L’idea di patria, che ha coinvolto retrospettivamente 700 anni di letteratura italiana, e giunta alla sua apoteosi (o metastasi) nel Risorgimento: Una d’arme di lingua d’altare/di memorie di sangue e di cor (bleah!). I culti rivoluzionari francesi, e la mitologia tedesca che Schelling ne deriva. La dialettica resistenziale, quella repubblichina, la Perestrojka, l’Europa libera dai totalitarismi — la pace repubblicana mentre gli sbirri massacrano Genova, l’ordine repubblicano mentre le banlieue bruciano… Atti fondativi. Sempre. Anche quando sono atti di dissoluzione.

In questo senso, la condizione postmoderna per come ne parla Lyotard è bella e terminata. «Semplificando al massimo, possiamo considerare “postmoderna” l’incredulità nei confronti delle metanarrazioni», ossia nelle legittimazioni onnicomprensive e totalizzanti. Ma il problema della legittimazione non ci riguarda più. La metanarrazione è di fatto già ripristinata. È in ogni discorso che porti lo stigma della «democrazia», dell’«istituzione», del «bene comune». Dei «diritti». Nuovi paradigmi assolutizzati. Un vero colpo da maestro: l’attuale metanarrazione si nutre della sua morte apparente.

È in questo senso che andrebbe letta la radicale transizione sulla faccenda tra la Teoria del Bloom di Tiqqun:

In realtà, il nostro «senso del reale» non si limita mai a una modalità del «senso del possibile che è la facoltà di pensare tutto ciò che potrebbe benissimo essere altrimenti […] Sotto l’occupazione mercantile, la più grande verità su ogni cosa è quella della sua infinità sostituibilità.

(TIQQUN, Teoria del Bloom, p. 29)

e l’ultima pubblicazione del Comitato Invisibile, Maintenant, a distanza di una quindicina d’anni:

La vera menzogna è in ogni schermo, in ogni immagine, in ogni spiegazione che frapponiamo tra noi stessi e il mondo. È la maniera in cui calpestiamo quotidianamente le nostre percezioni. Per cui, fino a che non si tratterà della verità, non si tratterà di nulla. Non ci sarà nient’altro che questo manicomio planetario. La verità non è un qualcosa verso cui tendere, ma un rapporto ineludibile con ciò che c’è.
(
Demain est annulé, Comitato Invisibile, Maintenant)

Non è uno scarto banale. All’ambiguità che fonda il senso della realtà del Bloom subentra nuovamente la necessità di un rapporto con la verità — quella verità che sembrava dovessimo espungere per sempre dal dizionario.

È triste ma inevitabile vedere questa metanarrazione che nega se stessa legittimarsi anche nella percezione di chi è di parte — la nostra parte. Un sentimento straniante di ambiguità e di incredulità in ogni gesto. Eredità taciute del postmoderno. Certe cose, dicevamo, ce le si scrolla di dosso a fatica. La verità sembra non contemplabile: di qui, la percezione del doppio fondo di ogni situazione, l’orrore debordiano dello spettacolo integrato. Poi, solo la memetica (spasmodica forma d’arte popolare) come extrema ratio nei confronti di un mondo che, al suo massimo, va bucato falsificazione dopo falsificazione, layer dopo layer, fino a riveder le stelle; e al minimo — purtroppo — reitera ed estende infinitamente la propria miseria. Anche questa è una questione spinosissima, e meriterebbe un approfondimento: the left can’t meme è stato uno dei cavalli di battaglia dell’alt right statunitense. Come porsi di fronte a questo?

Non posso che fare domande. Ma la questione va posta. Anche perché da questa modalità percettiva si genera l’assoluta certezza (la metanarrazione legittimata) che «per ogni su, c’è sempre un giù», e che ogni tesi contiene già in sé la propria antitesi. Argomento paradossale, la certezza dell’indecidibilità, buono più per chi vuole dissuadere che per chi vuole affermare. Arriva il momento in cui, come indica Marcello Tarì nel suo Non esiste la rivoluzione infelice, occorre «congiungere una realtà con una verità». Perché è ciò che comunque viene fatto: nello stato di cose presente, una realtà frammentata è congiunta a una verità impossibile. Chi non decide, dunque, ha già deciso.

È il caso, tra gli altri, di Raffaele Alberto Ventura in arte Eschaton, che ha recentemente firmato su Esprit un articolo a tema Gilet Gialli in cui dimostra di aver studiato la teoria destituente nelle sue direttrici genealogiche — una linea che dalle riflessioni di Vinale in Potere Destituente arriva ad Agamben, e da Agamben agli agambeniani… Capace di scorgere il rovescio potenziale di ogni posizione — e incapace di assumerne una come atto politico — fa del cortocircuito che si genera da questo contrasto il fulcro del proprio pensiero. Un esempio:

Quando un popolo si rivolta contro la troppa corruzione in realtà si rivolta perché ce n’è troppo poca per soddisfare tutte le clientele che sarebbero necessarie per garantire la pace.

(Eschaton, 6 gennaio 2019)

Questo significa propriamente essersi persi nella casa stregata, nel gioco infinito, eccetera. Questo significa aver accettato il meme come promessa e come minaccia, come unica realtà e unico idolo. Un idolo che generalizza e non può che generalizzare, indeterminatamente, per nascondere il cuore fragile delle proprie tesi. (Scrivo queste riflessioni conscio che ogni singola parola può diventare parodia).

Torniamo alla teoria destituente, liquidata dall’articolista come «romanticismo politico irresponsabile, dunque inaccettabile». A questa deduzione tutto sommato opinabile fa eco un’argomentazione disillusa e cinica:

Sembrerebbe quasi di rivivere l’irresistibile ascesa del Movimento 5 Stelle in Italia a partire dal 2007 […] Per i 5 Stelle come per i Gilet Gialli, l’unità del movimento attorno a un significante vuoto — la lotta del popolo contro il potere — serve prima di tutto a mascherare interessi profondamente divergenti […] Molti hanno ironizzato su questa Insurrezione che viene annunciata nel 2007 dal Comitato Invisibile, e che non veniva mai; invocazione rinnovata in alcune opere successive, e che sembrava quasi la geremiade di un gruppetto di nostalgici. Ora, la storia sembra finalmente aver dato loro ragione: viene, questa insurrezione, e «tiene». […] «Una politica destituente ha un obiettivo limitato ma preciso: creare le condizioni, ovverosia il vuoto, perché un’altra politica, oggi impensabile, si produca». Frase la cui ironia oggi non può che colpire, dato che il vuoto creato dal Movimento 5 Stelle in Italia è stato effettivamente riempito dall’offerta politica della Lega di Matteo Salvini. È questo lo spazio possibile che la potenza destituente dovrebbe aprire?

Certo, è innegabile: dalle nostre parti siamo al nadir dell’agibilità politica. Innegabile e doloroso. E a questo c’è da aggiungere un’altra abbacinante verità: la contraddizione gigantesca che effettivamente il Movimento 5 Stelle ha costituito negli ultimi 10 anni. Un movimento capace di diffondersi tentacolarmente nelle sacche di scontento, di serpeggiare anche in ambienti vicini alla militanza. Un Movimento che, agli albori, è stato votato anche da alcuni compagni come atto più o meno provocatorio e di rottura. Ma qui siamo al paradosso (di nuovo, postmodernissimo) di chi unisce i puntini alla «come cazzo mi pare» perché autorizzato ad avere ragione quanto gli altri. Scritture come questa, in effetti, rifuggono l’attribuzione di un senso come il cane l’acqua. Stanno in perenne bilico tra il serio e il faceto, tra post e shitpost. Qualche amico dice che la sua è una scelta calcolata: tra l’ennesimo libro di critica dell’esistente e il suo riflesso pop nello specchio deformante, il secondo vende meglio. E quindi è assurto agli onori delle cronache con un testo che, constatato lo stato di cose presenti, procede all’abile détournement dell’operaismo/post-operaismo — «è stata colpa nostra», viviamo un «dramma borghese», la nostra è una corsa al «consumo posizionale», la nostra vita è triste perché «abbiamo desiderato troppo». Quasi un’opera di trolling. Che, a giudicare dalla sua attività social, gli riesce pure parecchio bene.

III. Nemmeno due parole sulla «situazione italiana»

La soggettività prodotta (anche quando sedicente intellettuale) partecipa estatica allo spettacolo del proprio annientamento. Ormai non parla più, estraniata com’è da sé stessa e dalla propria condizione. Eppure articola, si dibatte, esprime: per quel gioco di prestigio che fa di tutto «una responsabilità individuale», è parlata dal linguaggio binario di un potere che si è imposto per saturazione oltre ogni possibilità di replica. Ecco l’aperto e il chiuso (i porti), ecco il pro e il contro, ecco la fake news e il fact checking. Ecco Cesare Battisti, ecco Barabba. Ecco la verità e la menzogna insieme. Ecco l’opinione che maschera l’impotenza.

Non c’è da stupirsi se Salvini appare anche nei meme. È la conseguenza inevitabile della sua superimposizione come pura presenza. Non si può dire che non abbia ben interpretato l’espressione «fare i conti con ciò che c’è». Non riusciamo ad alzare lo sguardo quando le procure comminano le loro misure repressive com’è successo recentemente a Torino, per fare solo un esempio quando le città vengono militarizzate, quando gli sgomberi si estendono nei quartieri sempre più lindi e più pinti… e nei nostri volti sempre più smarriti.

Lasciamo stare la tristezza desolante negli occhi dei pupazzi umanoidi a molla, con le loro frasi preregistrate. Parlo — con la mia totale complicità e sostegno a tutte le situazioni e le singolarità in lotta — delle desolate torri d’avorio. Delle coscienze infelici. Di compagne e compagni che presentono o esperiscono altre forme di vita, ma che nella quotidianità si trovano:

1) In una lotta all’ultimo sangue contro la repressione, l’indifferenza, la sempre più desolante distanza che (per quanto si possa argomentare) separa la provincia, la percezione sfigante di sé, dei propri spazi e dei propri tempi. Contro il ripiego verso forme di amicizia su basi politiche, ma non politiche;

2) Catapultati in una molteplicità di situazioni che dà modo di percepire ciò che c’è, guardare davvero, riconoscere immediatamente l’amicizia politica, ma non riuscire a darle corpo in una dimensione duratura — non avere la radicalità di operare una rottura puramente positiva con questo mondo;

Senza contare chi non si degna nemmeno di guardare e guardarsi.

Ecco quindi cosa direi se dovessi esprimermi sulla «situazione italiana» — ma già dirlo, situazione italiana, mi dà i brividi. È che non posso pensare consapevolmente a cosa è «la situazione italiana» se non ponendomi due problemi: uno categoriale quali elementi assegnerò al suo insieme e uno focalechi definisce questo insieme? Io? Altri per tramite di me? Questa combinazione di problemi può reiterarsi all’infinito, estendersi a dismisura in altri problemucci come «cosa vuol dire Io?», eccetera. Per venire poi sbalzata al di là ogni possibilità di guardare.

E lo fa. Si chiama metafisica. Il si passivante. Nascere in un mondo che ci assegna un’individualità accecante e insegna pure a negarla ogni qual volta si possa non poteva che condurci al paradosso. È un pattern molto semplice, un errore di programmazione che dà luogo a vere e proprie cacce al tesoro: un procedimento che glitcha la realtà (dove glitch, in questo caso, è un’anomalia o un errore imprevisto che altera il funzionamento di un videogioco). Quando si scopre un glitch, il gioco cambia per sempre la percezione che ne abbiamo. Da quel momento in poi, il suo spettro alberga sempre in potenza come scorciatoia o banalizzazione.

Così è la realtà che attraversiamo. E così è l’atteggiamento di tante compagne e compagni che cominciano tentando di attraversare l’estremo détournement e bucare lo spettacolo, per finire poi nel gorgo dello scherzo infinito. Lo spettro di Raffaele Alberto in arte Eschaton è riuscire a tenere l’altezza della situazione solo per tramutarla in gioco estetico o morale, in una scacchiera su cui si riserva di essere alfiere o cavallo. Alla costante ricerca di nuovi glitch.

E ora, come in uno Shyamalan twist, cosa scopriremo alla fine? Che lo stato di cose presente, nel suo paiolo di discorsi contraddittori, ha in realtà tentato di modellare anche noi a loro immagine e somiglianza? Che alla fine eravamo anche noi morti, frammentati, desolati, muti e parlati tutto questo tempo, come Bruce Willis nel Sesto senso? Siamo anche noi fatti della stessa sostanza dei meme?
Bisogna camminare sulla fune.

In un mondo in cui tutti recitano, in cui tutti si mettono in scena, in cui tanto più si comunica quanto meno ci si dice, la sola parola — «verità» — raggela, infastidisce e suscita ilarità. Tutto ciò che quest’epoca ha di social ha preso il vizio di zoppicare sulle stampelle della menzogna, tanto da non poterle più lasciare.
Non bisogna «annunciare la verità». Annunciarla a chi non ne sopporterebbe la più infima dose vuol dire solo esporsi alla loro vendetta. […] non pretendiamo in alcun caso di dire «la verità», ma la percezione che abbiamo del mondo, ciò in cui crediamo, ciò che ci tiene vivi e in piedi. Tirando il collo al luogo comune, diciamo che le verità sono molteplici, ma la menzogna è una sola, perché universalmente coalizzata contro la più piccola verità che emerga.
(
Demain est annulé, Comitato Invisibile, Maintenant)

L’albero che nascondeva la foresta

Il processo Tarnac: dieci anni di sovversione.

Cerco spesso di spiegare perché il termine di « militante » politico mi fa problema, anche se comprendo quelli che lo utilizzano. Secondo me pone una separazione tra la lotta e la vita. Io penso che la maniera in cui si vive, con la quale si fanno le cose, è in se stessa una maniera di lottare.

Yldune Levy, intervista al Nouvel Obs del 13 aprile 2018

Il processo cosiddetto di «Tarnac» che si è svolto nelle scorse settimane nell’antico palazzo di giustizia di Parigi e conclusosi con la vittoria schiacciante degli «accusati», ovvero con l’assoluzione per Yldune Levy e Julien Coupat imputati di sabotaggio delle linee dell’alta velocità, per loro due insieme ad altri due per violenza e associazione a delinquere per via di un riot durante il summit sull’immigrazione a Vichy nel 2008, per tutti il rifiuto di consegnare il proprio DNA, solo un compagno è stato condannato a 4 mesi con la sospensione per ricettazione di documenti falsi. Ma ricordiamo che per anni l’accusa principale era di aver costituito un gruppo terroristico, «un gruppo di ultrasinistra, di tipo autonomo, che intratteneva legami con movimenti estremisti internazionali». La grande prova di tutto ciò si basava su di un libro, L’insurrezione che viene, sui contatti e sulle amicizie internazionali che gli imputati intrattenevano e su illazioni provenienti da poliziotti infiltrati e false testimonianze. Ma negli anni molto è accaduto: le insurrezioni arrivarono, la crisi del capitale urlava ai quattro angoli del mondo, grandi movimenti rimbalzavano da un lato all’altro del globo e in Francia un nuovo movimento autonomo è nato tra le università e la ZAD, tra i licei e le comuni agricole, tra il vecchio mondo operaio e il nuovo mondo dei precari a vita. Il mondo non è più quello che era e una delle prove di questa trasformazione la troviamo anche nel come è finita questa storia.

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Considerando quello che è stato tutto il suo svolgimento, quello che si conclude oggi è tra i più importanti processi politici riguardante i rivoluzionari degli ultimi decenni. Oltre che per il significato politico generale che ha acquisito nel tempo, questo processo entra oggi direttamente nell’attualità in particolare per ciò che concerne la strategia usata dagli accusati nel processo e per il singolare momento che si sta vivendo in Francia in questi stessi giorni. Il suo svolgimento è ricco di insegnamenti per tutti ben oltre i confini francesi, non fosse altro perché questi compagni e compagne fanno parte di quella generazione che si è politicizzata durante il ciclo noglobal e che come tanti altri e altre, mentre conducevano la loro esistenza politica nel loro paese, hanno fatto dell’intero continente, se non dell’intero globo, il loro campo di azione. E ripetiamo che non bisogna dimenticare che questo processo si colloca temporalmente dentro un momento di grande tensione nel contesto francese: università occupate, scioperi illimitati, battaglia alla ZAD, lotta dei migranti.

In questo breve articolo metteremo in luce alcuni aspetti che questa storia e questo processo hanno rivelato, aspetti attraverso i quali si rendono visibili tra i maggiori enjeux, per dirla alla francese, con cui ci è utile misurarci. A parte le considerazioni sulla «profanazione» della procedura processuale, per provare a descrivere cosa oggi rappresenta nella società francese la presenza di un forte polo di riflessione e organizzazione rivoluzionaria non ci si appellerà principalmente a documenti provenienti dalla mouvance, ma a una doppia pagina del quotidiano Le Monde uscita il 15 marzo 2018, ovvero due giorni dopo l’inizio del processo nella Salle des criées del palazzo di giustizia parigino. Le due pagine vedono in successione un articolo di Nicolas Truong – «Il Comitato Invisibile, dieci anni di sovversione» – che cerca di tracciare una storia pubblica, “visibile”, di una tendenza sovversiva che ha sfondato il muro della marginalità e lo fa a partire dalla antica rivista cartacea Tiqqun per arrivare a quella elettronica Lundimatin, passando per i libri a firma del Comitato Invisibile, azzardandone un bilancio; una tribuna in difesa degli accusati e contro la governance macroniana sottoscritta da diversi intellettuali; un articolo che mette a confronto la vicenda esistenziale dell’attuale presidente francese Emmanuel Macron con quella di Julien Coupat e sull’anarchia che secondo gli autori dell’articolo entrambi rappresentano; infine una brillante intervista fatta da Truong alla poetessa e scrittrice Nathalie Quintane sui rapporti attuali tra politica rivoluzionaria ed estetica, o meglio, sulla politicizzazione dell’estetica che l’attività prima di Tiqqun e poi del Comitato Invisibile e del sito web Lundimatin ha condotto negli ultimi anni.

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«Quale che sia la sentenza, da quest’aula usciremo più forti di come ne siamo entrati».

Innanzitutto il processo. La tattica usata dei compagni è del tutto inedita. Non la classica dichiarazione politica iniziale e poi il silenzio, non il processo di “rottura” e nemmeno la delega assoluta agli avvocati difensori, bensì una difesa libera e di attacco condotta in prima persona e arricchita da piccoli accorgimenti, come il fatto che per evitare di doversi alzare in segno di deferenza quando entrava la corte gli 8 accusati, una volta entrati in aula, restavano in piedi fino a quel momento. Nessuna passività, nessuna postura ideologica ma la capacità e il coraggio di intervenire direttamente nel dibattimento, anche senza andare alla sbarra, interrompendo l’eloquio di giudici e avvocati, contestando una per una le storture dell’inchiesta, la manipolazione politica e poliziesca, non tralasciando di mettere in ridicolo l’amministrazione di una giustizia asservita alla polizia, come Julien Coupat ha dichiarato alla giudice citando Michel Foucault. Rifiutando di rispondere alle domande morbose e alle questioni insinuanti. Trattando da pari a pari chi di solito si pone come incarnazione della trascendenza del potere. Non tralasciando la possibilità di usare la mediatizzazione del processo come tribuna per mostrare il funzionamento dell’antiterrorismo in quanto mezzo di governo e rivendicando la propria esistenza come quella di rivoluzionari, di persone che lì come in strada fanno quello che hanno sempre fatto: resistere e combattere.

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Mathieu Burnel, rivolgendosi alla giudice nella sua dichiarazione finale, ha potuto quindi dire: «Tutti voi avete detto che ciò che stava accadendo qui era qualcosa di “eccezionale” (…) Quello che ho visto non è affatto eccezionale, è qualcosa di estremamente banale: differenti partiti che sono in disaccordo e che dibattono, discutono, parlano. Ovvero quello che è sempre successo in tutte le aggregazioni umane. È banale e normale (…) Quello che voi considerate fuori dal comune è che non siamo entrati qui abbassando gli occhi, inchinandoci e sottomettendoci al piccolo rituale di sottomissione che costituisce la vostra vita quotidiana (…) Siamo venuti qui con una certa curiosità di vedere il funzionamento di questo edificio che conoscevamo ovviamente, ma non questa stanza. Ma per essere onesti, Signora Giudice, non abbiamo scoperto molto altro rispetto a quello che ci aspettavamo. Un rituale, un po’ di teatro (…) Ognuno giocava il suo ruolo, la sua piccola musica, la sua piccola indignazione (…) In realtà io credo, Signora Presidente, che ciò che vi abbiamo obbligato a tollerare in queste tre settimane, quello che voi ci rimproveravate ieri sera [“non ho mai visto persone più maleducate di Julien Coupat e Mathieu Burnel”], è che siamo stati i soli a non giocare nessun ruolo, a non fare come se, a non giocare al piccolo gioco della giustizia. Ci siamo accontentati di difenderci (…) Quello che è accaduto in questi giorni di processo e che i meno ispirati tra i giornalisti hanno preso per leggerezza, puerilità, insolenza o arroganza, è che noi siamo riusciti a sospendere, a destituire temporaneamente un certo regime di enunciazione (…) non abbiamo adottato una posizione di rottura, abbiamo solo parlato quando ci è parso necessario (…) abbiamo riso quando il discorso era divertente o si faceva grottesco e siamo stati dotti quando ci è parso necessario esserlo (…) Cosa è accaduto in questi giorni che voi dite così “eccezionale”? Un piccolo spostamento, un piccolissimo spostamento. Vi aspettavate di vedere il “gruppo di Tarnac”, un guru, una setta, dei «militanti politici», degli «anarco-autonomi», dei professionisti del riot o dei teorici della rivoluzione violenta o chissà che altro, ma alla fine vi siete trovati noi di fronte: Manon Glibert, Julien Coupat, Benjamin Rosoux, Yildune Lévy, Christophe Becker, Bertrand Deveaud, Mathieu Burnel. E io credo che alla sbarra siamo apparsi del tutto banali, normali (…) Questo minuscolo spostamento lo abbiamo provocato noi, ma è dentro di voi che ha operato. Voi avete capito durante questi giorni di processo che quello che si trova di più singolare nei rivoluzionari consiste nel fatto che sono costituiti da ciò che vi è di più comune (…) Non abbiamo bisogno di empatia e d’altronde non ci siamo mai lamentati. Quello che abbiamo fatto durante questi dieci anni è quello che sappiamo fare: combattere (…) Si trattava di attestarsi su di un rifiuto centrale e sovrano: quello di non accettare di essere schiacciati. Le forze coalizzate contro di noi erano molte e potenti. Noi abbiamo dovuto trovare le risorse, il tempo, la forza e le complicità. Ci siamo tenuti a questa piccola ma irriducibile verità: voi non ci schiaccierete. Il “noi” qui non è limitato a noi otto, ovviamente, ma riguarda tutti quelli che sono stati colpiti indirettamente da questa operazione politica, mediatica e giuridica. Noi e i nostri amici, che sono numerosi (…) Quale che sia la sentenza, non ne usciremo indeboliti Signor Procuratore, ma più forti, da quest’aula usciremo più forti di come ne siamo entrati, più forti di dieci anni fa (…) Credo, Signora Giudice, che voi non sarete in grado di giudicarci (…) La possibilità di giudicare, fondamentalmente, è un attributo divino. Bisogna poter sondare le anime, essere moralmente superiori, bisogna essere infallibili e soprattutto il più distante possibile, nei cieli, da quelli che si pretende di giudicare. Salvo essere Dio, giudicare è sempre un po’ una usurpazione (…) Per essere in grado di giudicarci bisognerebbe che noi ci sentissimo «giudicabili», che noi fossimo disposti a sentirci colpevoli, ad ammendarci del male che avremmo commesso contro «la società» (…) Per poterci giudicare, bisognerebbe anche che voi aveste il sentimento, la convinzione di «difendere la società». Io non ho la capacità di leggere nelle vostre anime ma sono assolutamente persuaso che nessuno tra voi ne è convinto. Quello che ha sospeso, gelato, destituito il protocollo e il rituale di giustizia per tre settimane, è che è apparso un elemento terribilmente umano che vi ha sicuramente inquietato. Avete dovuto accettare di uscire dalla forma istituzionale per mantenere superficialmente il suo svolgimento. Quando ieri mi avete detto che non avevate mai conosciuto delle persone più maleducate in tutta la vostra vita, io non vi credo Signora Presidente. Credo che voi mentiate. Il fatto è che voi cercate di mantenere le forme, qualche distanza, senza le quali non avreste altra scelta che togliervi la toga e invitarci a prendere un dolce ai Deux Palaces (…) In realtà, Signora Presidente, se voi foste davvero in grado di giudicarmi, mi battereste la mano sulla schiena dicendomi: «Signor Burnel, voi e i vostri amici vi siete battuti magnificamente e questo impone del rispetto. Sono veramente desolata per quello che vi ha inflitto la mia istituzione. Non è una condanna che meritate ma le nostre più sentite scuse». Ma voi non potete farlo. (…) E’ una delle asimmetrie evidenti di questo processo: voi siete meno liberi di noi. Noi possiamo non giocare al gioco della giustizia, voi no. Anche se umanamente sapete che è tutto una farsa, voi siete tenuti istituzionalmente e simbolicamente a celebrarla. Voi non potete realmente giudicarci, potete solamente cercare di preservare l’istituzione.».

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Julien Coupat invece ha puntato le armi della critica contro un sistema di giustizia che dal Medio Evo ad oggi non è mai veramente cambiato, servendo imperatori, re e repubbliche: « Sono mille anni che questo palazzo di giustizia esiste; sono mille anni che la gente soffre in questi luoghi (…) Tutta la procedura penale francese deriva dall’integrazione delle pratiche inquisitoriali nell’apparato di Stato. Correva del sangue e questo disturbava. La Chiesa preferì fosse lo Stato ad occuparsene (…).

Ma egli aggiunge qualcosa che ha a che fare con l’etica, la propria etica: «L’interrogatorio che voi avete fatto a T3 [un poliziotto] mi ha toccato al cuore. Ho trovato la vostra maniera di porre le questioni molto forte. Vederlo decomporsi, divenire afono, non sapere più come mentire, tutto questo mi ha riempito di tristezza. Vedere un uomo cadere non mi dà mai piacere. E non è per umanismo, ma per sensibilità. Ma so fare le differenze. So fare la differenza tra la gendarmeria e la SDAT e quindi la differenza tra T2 e T3. T2 fa parte di quelli che hanno sparato su Mesrine; e non è qualcosa da niente. Vale dei gradi, delle medaglie (…) Il PM ha fatto un errore ideologico dicendo «Non sono un vostro nemico». Io penso invece che egli ha giocato il suo ruolo, quello che è notevole è la costanza con la quale ha continuamente mentito. D’altra parte in ebraico “procuratore” si dice “Satana” (…) Quello che possiamo toccare con mano qui è l’irrazionalità profonda che dimora nel cuore della ragione di Stato (…) Noi non abbiamo praticato una difesa di rottura. Non abbiamo insultato il tribunale; abbiamo risposto alle vostre domande. Non abbiamo fatto dichiarazioni martiriologiche sulla giustizia borghese, lo avrete notato (…) Foucault: “Non è per il fatto che io abbia dei diritti che sono abilitato a difendermi, è perché io mi difendo che ho dei diritti. Il diritto non è niente se non prende vita dalla difesa che lo provoca (…) Difendersi significa rifiutare di giocare il gioco del potere” (…). In generale il giudice penale si trova di fronte delle persone non armate per difendersi. La singolarità di questo processo è semplicemente che gli accusati avevano i mezzi per difendersi (…) Vorrei dedicare questo processo a tutti quelli che non hanno i mezzi per difendersi, a quelli che sono condannati nel silenzio, senza poter dire una parola».

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Tutti i cronisti presenti hanno dovuto constatare fin dalle prime battute del processo che si era di fronte a una strana procedura giudiziaria, dove quasi sempre pareva come se fossero gli imputati a vestire i panni dell’accusa mentre la pubblica accusa era ridotta a parare i colpi. Difendersi, insomma, non vuol dire necessariamente cercare di evitare i colpi o delegare esclusivamente alla tecnica giuridica la loro contestazione, ma opporre un’altra narrazione, un’altra storia, un’altra maniera di essere al mondo, in sostanza imporre la propria presenza.

In una saggio su Kafka, Giorgio Agamben scriveva che il processo esiste «solo nella misura in cui egli [l’accusato] lo riconosce» (K) ed è esattamente questa la situazione che si è creata: gli accusati si sono rifiutati di riconoscere il giudizio in quanto dispositivo per la produzione della verità, disattivando in questo modo il rito teatrale che ogni processo mette in scena. Ciò si fa ad esempio rifiutando di accettare di riconoscersi nell’alternativa binaria innocente/colpevole che sempre caratterizza il meccanismo del tribunale. L’accusa, basata sui dossier della polizia, è stata fatta letteralmente a brandelli e se l’accusa, come dice Agamben, è l’essenza stessa del diritto e solo essa definisce il processo, allora, se quella viene neutralizzata non c’è più processo, quello che c’è appare più come qualcosa che ha a che fare con il gioco, un altro gioco che quello della giustizia. Un gioco molto serio, come tutti i veri giochi, e qui si trattava di uno talmente serio da mettere in gioco la vita stessa degli accusati e ricordiamo, viste le tante volte che è stato tirato in ballo Michel Foucault durante il procedimento, le parole dedicate dal filosofo francese alla parresìa, ovvero allo scandalo del dire la verità, la propria verità di fronte al potere. Ed è questo, evidentemente, che media e giudici hanno trovato sconveniente, maleducato, «sconcertante» come ha scritto un giornalista, scandaloso appunto.

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Perché è scandaloso il fatto che Julien Coupat abbia fatto notare quanto l’attuale procedura giudiziaria sia la logica continuazione di quella dell’Inquisizione, di quanto sia ridicolo il dibattito sulle manifestazioni pacifiche o meno davanti a una giudice che può oggi giudicare in nome del popolo francese solo perché nel 1789 una violenta rivolta, che iniziò con la distruzione di una prigione e terminò con il taglio della testa del Re, proclamò la Repubblica. Si è trattato di una vera e propria profanazione del tribunale e cioè dell’operazione che, sempre secondo Agamben, definisce il fatto di riportare all’uso comune qualcosa che era stato separato e inserito in una sfera «sacra». In questo caso l’uso comune è consistito nell’appropriazione della parola, liberata dal diritto, dalla cosiddetta educazione e anche dall’ideologia. È per questo che si può ben dire che i nostri compagni e compagne sotto processo a Parigi hanno destituito il tribunale in quanto amministrazione del regime di verità del potere.

«Noi non vogliamo rinchiuderci in un ghetto radicale»

Per comprendere il processo, come anche tante altre cose che accadono in Francia, è molto utile leggere come la stampa mainstream cerca di comprendere il «fenomeno» che prende il nome di Comitato Invisibile. L’articolo di Nicolas Truong che apre lo speciale di Le Monde dedicato non al processo in quanto tale ma a coloro che lo subivano, si intitola infatti «Comitato Invisibile. Dieci anni di sovversione» e comincia rammentando l’uscita nel 2007 di un piccolo libro dalla copertina verde, edito dalla casa editrice La Fabrique, il quale si intitolava «L’insurrezione che viene» e che in poco tempo «incendiò la sfera radicale». Da allora, scrive Truong, i suoi membri sono invecchiati, hanno viaggiato, hanno combattuto e quindi hanno «imparato molto». È così che il giornalista si spiega l’iniziativa tenutasi alla Bourse du Travail (sede dei sindacati francesi) e in uno squat lo scorso 27 gennaio a Parigi, la quale era un’iniziativa non sul lavoro ma contro il lavoro e dove si potevano ascoltare celebri filosofi come Pierre Musso, scrittori come Alain Damasio, lavoratori in lotta, il regista di teatro Silvayn Creuzevault, Franco Piperno o Alessi dell’Umbria, Frederic Lordon, militanti per il reddito universale, giovani barricadieri, sindacaliste di Sud, oltre che ovviamente gli amici e le amiche del Comitato Invisibile. Uno di loro ha detto che se c’è una cosa che i governanti hanno veramente sbagliato nei loro calcoli mettendoli sotto accusa è stata quella di credere in questo modo di isolarli, mentre ciò che è accaduto è non solo l’attivazione di una grande solidarietà – si veda ad esempio la tribuna, nelle stesse pagine, in appoggio agli accusati firmata da personaggi come Alain Badiou e da Giorgio Agamben, dal sociologo Eric Fassin e dalla filosofa Isabelle Stengers – ma la nascita di vere e proprie complicità.

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È per meglio comprendere questo passaggio che Truong dedica buona parte del suo articolo al lavoro del sito Lundimatin, il quale non è semplicemente una «riuscita editoriale» con centinaia di migliaia di visite settimanali, ma un luogo nel quale si può trovare nello stesso numero un articolo proveniente dalla ZAD e uno scritto del filosofo talmudista Ivan Segre, una analisi della strategia insurrezionale dei movimenti autonomi insieme a un testo di Jean Luc Nancy o di qualcuno dei più famosi scrittori francesi. Insomma ciò che Truong trova allo stesso tempo sconcertante e vincente è il fatto che il Comitato Invisibile sia riuscito sostanzialmente in una operazione di egemonia tanto a livello della piazza quanto su quello intellettuale: «Dalla rivista Tiqqun a Lundimatin, passando per L’insurrection qui vient, l’area insurrezionista [in Francia usano questo vocabolo per distinguerla dalla vecchia area insurrezionalista, ndr] ha, tra chiusure e aperture, aperto un cammino». L’intervista che lo stesso Truong pubblica nella pagina successiva alla poetessa e scrittrice Nathalie Quintane è molto istruttiva in relazione a coloro che si sono «incamminati».

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La prima domanda a cui Quintane è sottoposta infatti concerne in che cosa il «caso Tarnac» ha modificato il suo rapporto alla letteratura e alla scrittura [nel 2010 ha pubblicato anche un romanzo, Tomate, ispirato da quell’accadimento] e lei risponde che «improvvisamente il reale non era più un “effetto” a vocazione estetica», ovvero che l’irruzione della brutalità poliziesco-governamentale in delle vite «tranquille (la mia almeno)» la costringeva a prendere in conto e a comprendere qualcosa che fino a quel momento gli era sfuggito o che forse aveva «dimenticato» e che, attraverso la scrittura, si trattava di far riemergere: «una genealogia cancellata dalla sinistra, terribilmente marginalizzata, relativizzata o ridotta (l’antifranchismo, il Maggio 68 e ciò che ne è seguito ad esempio). Essendo poeta ero forzatamente sensibile a questa marginalizzazione e a questa cancellazione. La storia delle avanguardie storiche nella poesia e l’influenza che hanno esercitato sono state sempre minimizzate in Francia».

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C’è da dire che anni fa la stessa Quintane tenne una conferenza dal significativo titolo “Perché l’estrema sinistra non legge letteratura?” e l’intervistatore le chiede se è ancora dello stesso avviso e in che cosa la letteratura può essere utile al pensiero critico. Lei risponde che, effettivamente, la sua interrogazione riguardava i due lati, ovvero sia la letteratura in quanto tale che la militanza nell’estrema sinistra, e che quello che notava era una sostanziale reciproca estraneità. Cosa che in Italia possiamo ancora oggi vedere all’opera: non solo l’estraneità in generale degli ambienti militanti verso la letteratura ma verso tutte le arti e viceversa. Ed è un’opera di distruzione delle possibilità rivoluzionarie.  Eppure giustamente Nathalie Quintane dice «non capisco come si possa rimettere in causa lo status quo (è così perché è così e non può essere altrimenti) e neanche interrogarlo, criticarlo, se lo si fa in una lingua che è una pura emanazione di questo status quo e che contribuisce a mantenerlo». Secondo lei i lettori preda del mercato possono scegliere giusto tra una letteratura reazionaria che disincanta e una letteratura reazionaria che incanta. Della letteratura, della poesia, del teatro, della musica, in realtà non sappiamo che uso farne nella quotidianità, tutte queste cose appaiono occupare delle «parentesi» nella vita ma non la vita in se stessa. Ma è proprio dentro questa atmosfera che a suo avviso si è inserita l’opera del Comitato Invisibile, politicizzando l’estetica appunto e sfondando le «parentesi»: «I testi del Comitato Invisibile sono molto “scritti” … Molto coscienti di ciò che può una letteratura critica… almeno loro non hanno mai avuto dubbi su questo! E l’avvenire gli ha dato ragione. Il loro saggio L’insurrezione che viene (2007) ha avuto un effetto sociale certo, in particolare sulle giovani generazioni. Ho incontrato molti ex-liceali che si sono “politicizzati” leggendolo e che fanno un uso tutt’altro che solo estetico di quella prosa». E conclude questa risposta notando quanta inventività e fantasia infatti mostrano le tag che tappezzano le città francesi in questi ultimi due anni. E insomma «sì, è vero, una parte dell’estrema sinistra oggi legge più letteratura… e sono giovani».

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Infine qualche parola su questo curioso articolo scritto da uno psichiatra, Raphaël Gaillard, insieme a un filosofo-economista già consigliere dei socialisti, Jérôme Batout, che cerca di mettere in parallelo le vite di Emmanuel Macron, l’attuale presidente francese, e di Julien Coupat, uno degli accusati che al tempo fu indicato come «capo della cellula invisibile» e che ancora oggi la polizia politica ritiene essere l’organizzatore occulto di tutte le rivolte e le sommosse francesi (!). I due agenti dell’ordine raccontano di aver riletto L’insurrezione che viene e che si sono trovati «stimolati dalla sua portata psicologica e politica», portandoli a domandarsi se l’anarchia sia oggi non tanto una referenza ad una antica tradizione del radicalismo politico francese ma una «metafora utile a comprendere una delle caratteristiche dell’individuo contemporaneo in questo inizio del XXI secolo». Per procedere nella loro dimostrazione essi mettono in comparazione, appunto, la due vite: entrambi nati in ambienti borghesi nei primi anni 70, tutti e due figli di medici, educati alla scuola dei gesuiti e poi nei grandi stabilimenti francesi (ENA, Essec). Quindi compiono qualche acrobazia citando qualche passaggio del Comitato Invisibile e del libro di Macron En marche e il gioco è fatto, ovvero che entrambi sono anarchici poiché non vogliono rispettare le “regole” esteriori per imporre le proprie. Ma tutto questo secondo loro non è tanto leggibile politicamente, essi riconoscono che nulla è più lontano tra le due vite politiche, ma «psicologicamente», il che a loro avviso è oggi un grande vantaggio performativo, un gioco pericoloso ma che se funziona è estremamente potente. I due sono d’accordo con la constatazione che più volte il Comitato Invisibile ha fatto, ovvero che oggi non è più un’opzione considerare questo mondo come anarchico, ma sbagliano ovviamente nel comprendere cosa questo voglia dire e cioè che non vuol dire che tutti sono o devono diventare anarchici ma che in un mondo senza più fondamenti ogni potere è illegittimo. E se avessero avuto la pazienza di leggersi anche gli ultimi scritti di Giorgio Agamben avrebbero potuto tirare un’altra conclusione dalla loro comparazione, ben più convincente e per nulla psicologizzante. Se il problema, scrive il filosofo, è che il capitalismo e il governo sono capaci di catturare al loro interno qualsiasi cosa, qualsiasi desiderio, ciò è perché sono innanzitutto capaci di catturare l’anarchia al proprio interno – e questo è il vero senso della citazione di Pasolini che i due agenti fanno nel loro articolo: niente è più anarchico del potere – allora il compito è quello di far emergere la vera anarchia e questo è possibile solo disattivando, destituendo e distruggendo le opere del potere. Anche partendo da un semplice processo penale.

«Tarnac. L’albero che nasconde la foresta», recitava lo striscione di una manifestazione parigina in solidarietà con gli accusati dieci anni fa. Oggi non è più così e la battaglia che in questi giorni si sta giocando a Notre Dame des Landes, nelle università, nelle ferrovie e in moltissimi altri settori sociali francesi ci dicono di un’altra semplice e irriducibile verità: la foresta si è mossa e tutti la vedono.

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TIQQUN E L’ANONIMATO

di Giorgio Agamben

Trascrizione di un intervento pronunciato, in francese, al Lavoir moderne il 19 aprile 2009.

Nel prossimo mese di marzo, a dieci anni dai “fatti”, verrà celebrato a Parigi il processo che dovrà infine esprimersi sul famoso “affaire de Tarnac”. Come molti lettori ricorderanno, l’11 novembre 2008 una gigantesca operazione antiterrorismo svoltasi su tutto il territorio nazionale francese portò all’arresto di una decina di militanti, con l’accusa di aver sabotato alcune linee ferroviarie dell’Alta Velocità e di costituire un gruppo terroristico. All’indomani si formarono dei comitati di sostegno agli accusati, il primo promosso dagli abitanti di Tarnac, dove all’epoca alcuni degli attuali accusati conducevano la loro vita, sperimentandola in una comune, seguito da decine e decine di altri dappertutto. Azioni in solidarietà furono compiute in vari paesi del mondo. Il libro del Comitato Invisibile, L’insurrezione che viene, da essere presentato dai giudici come prova di colpevolezza divenne un best seller mondiale – tranne of course in Italia, dove nessun editore “illuminato” se ne volle interessare. Giorgio Agamben fu il primo intellettuale ad intervenire pubblicamente a difesa degli accusati, tra i quali conta dei buoni amici, con una tribuna sul quotidiano Liberation e poi presentando in una riunione pubblica la riedizione di alcuni scritti della rivista Tiqqun da parte della casa editrice La Fabrique, mentre Julien Coupat, che la polizia accusava di essere l’autore de L’insurrezione che viene oltre che dei sabotaggi, era ancora in stato di detenzione. Seguiremo con attenzione “il processo che viene”, per l’intanto pubblichiamo la trascrizione dell’intervento che Agamben svolse su Tiqqun e la vicenda nel quale furono coinvolti Coupat e i suoi amici.

Tra il 1975 e il 1984, nel momento in cui il pensiero politico conosceva una fase di stagnazione, i lavori di Michel Foucault hanno liberato il terreno dai falsi concetti che lo ingombravano. In un corso del 5 gennaio 1983, Foucault riassume la sua strategia in due punti:

– sostituire alla storia del dominio l’analisi delle procedure e delle tecniche di governamentalità;

– sostituire alla teoria del soggetto e alla storia della soggettività l’analisi storica dei processi di soggettivazione e delle pratiche del sé.

Era dunque un chiaro abbandono dei vuoti universali che monopolizzavano l’attenzione dei teorici della politica: la Legge, la Sovranità, la Volontà Generale, etc., a profitto di un’analisi dettagliata delle pratiche e dei dispositivi governamentali. Non più il potere come ipostasi separata, ma delle relazioni di potere, non più un soggetto in posizione fondatrice o trascendentale, ma un’analisi puntuale delle pratiche e dei processi di soggettivazione. Se si vuole comprendere cosa ha significato, quindici anni dopo Foucault, l’apparizione di Tiqqun nel pensiero politico, è da questo contesto che bisogna partire. Se in Foucault vi era un abbandono senza riserve di ogni prospettiva antropologica, all’incrocio tra tecniche di governamentalità e processi di soggettivazione, il suo posto restava quasi del tutto vuoto. O piuttosto, in questa zona vi sono forse queste figure che in un testo straordinario del 1983, La vita degli uomini infami, lui chiama le «vite infami», delle ombre senza volto estratte dagli archivi della polizia, dalle lettres de cachet, sulle quali l’incontro con il potere proietta improvvisamente la sua luce oscura. Credo che la novità di Tiqqun sia nel fatto che operi allo stesso tempo una radicalizzazione e un annodamento delle due strategie, l’analisi delle tecniche di governo e dei processi di soggettivazione che in Foucault forse non avevano trovato il loro punto di giunzione.

Così, se come Foucault ha mostrato in «Microfisica del potere», il potere circola e ha sempre circolato in dei dispositivi di ogni genere, giuridici, linguistici, materiali, per Tiqqun il potere non è ormai altro che questo. Non si erge più di fronte alla società civile e alla vita come una ipostasi sovrana, ma coincide interamente con la società e la vita. Il potere non ha più centro, non è che un’immensa accumulazione di dispositivi nei quali si forma il soggetto, o meglio, come avrebbe detto Foucault, i processi di soggettivazione. Di fronte a questo, il gesto di Tiqqun è quello di legare, far coincidere senza riserva i due piani che le analisi di Foucault hanno separato. C’è un testo pubblicato nel libro [Tiqqun, Contributions à la guerre en cours, La Fabrique 2009, ndr], che si chiama «Una metafisica critica potrebbe nascere come scienza dei dispositivi», in cui è detto molto chiaramente: «Una teoria del soggetto è possibile solamente come teoria dei dispositivi». Se tutta la derisoria ricerca di nuovi soggetti politici, che paralizza ancora la tradizione della sinistra, è così liquidata in un sol colpo, è in questa zona d’indifferenza tra teoria del soggetto e teoria dei dispositivi che si situano i testi che sono lì raccolti. Ciò vale tanto per la «Teoria del Bloom» in Tiqqun I quanto per i due maggiori testi raccolti in Tiqqun 2, cioè «Introduzione alla guerra civile» e «Una metafisica critica potrebbe nascere come scienza dei dispositivi». È evidente, mi sembra, che se tutti i concetti della politica classica – Stato, società civile, classe, cittadinanza, rappresentanza, etc. – vengono situati in questa zona d’indifferenza, essi perdono il loro senso. Ma, d’altra parte, è solo ponendosi in questa prospettiva, in questa zona d’indifferenza, che i concetti di Tiqqun – il Bloom, la politica estatica, il Partito immaginario, la guerra civile – acquistano il loro senso. È a partire da questa situazione, da questa zona d’indifferenza, che bisogna comprendere, credo, le pratiche di scrittura, di pensiero e di azione che si giocano in Tiqqun. Quanto alla scrittura, non si tratta solamente di una scrittura anonima, ancor meno pseudonima o eteronima, per questo gli sforzi della polizia per attribuire ad ogni costo un testo a un autore o un autore a un testo non riescono ad arrivare ad alcuna conclusione. Non c’è autore possibile per questi testi, poiché si pongono in una zona in cui il concetto di autore non ha più senso. Il concetto di autore, Foucault stesso lo ha mostrato, ha funzionato nella nostra cultura in una doppia maniera. È, da un lato, una figura del soggetto, dall’altro è un dispositivo d’attribuzione di una responsabilità penale. Ora, Julien Coupat e i suoi amici non possono essere l’autore di nessuno dei testi pubblicati in Tiqqun o altrove poiché, giustamente, essi si situano in una zona in cui soggetto e dispositivi coincidono a tal punto che la categoria stessa di autore non può più funzionare, non ha più significato. Allo stesso modo credo che solamente se ci si pone nella prospettiva aperta da Tiqqun, per esempio a partire dalla constatazione della guerra civile permanente instaurata dallo Stato, che certi fatti macroscopici che avvengono nei paesi detti «democratici» nei quali viviamo acquisiscono il loro senso, altrimenti inestricabile. Per esempio, un fatto che si finge di ignorare: è sufficiente andare in una biblioteca e fare una piccola ricerca; sono testi pubblici; le leggi in vigore in Francia e in altri paesi detti «democratici» in Europa sono tre o quattro volte più repressive delle leggi in vigore in Italia durante il fascismo. È un fatto indiscutibile, tecnicamente, per la lunghezza della detenzione, etc. Un fatto del quale non si parla.

Un altro fatto: si è sempre rimproverato alle società e agli Stati totalitari l’istituzione dei tribunali speciali. Ora, quando si tratta dei tribunali o dei giudici che si occupano dell’«affare di Tarnac», non si impiega mai il termine di «tribunale speciale», allorché si tratta esattamente di un tribunale speciale. Sono dei giudici che sono stati scelti non si sa come e da chi – e che costituiscono un tribunale speciale. Voi sapete che per definizione un tribunale speciale è destituito di ogni legittimità, poiché attenta al principio dell’eguaglianza degli individui davanti la legge e anche al divieto di sottrarre un individuo al suo giudice naturale. Dal punto di vista dei principi del diritto della nostra società, dunque, quel tribunale è molto semplicemente destituito di ogni legittimità. Si accettano dei tribunali speciali, ma si rimprovera all’Italia fascista e alla Germania nazista di averne istituiti. Credo che è sempre in questa prospettiva che bisogna leggere ciò che Tiqqun chiama «la guerra civile in corso» – per esempio nell’estensione a tutta la popolazione delle misure biometriche che, all’inizio, erano state concepite per i criminali recidivi. Quindi, ogni cittadino è trattato come un criminale, come un potenziale terrorista. Se ogni uomo è, per lo Stato, un criminale o un terrorista in potenza, non ci si deve stupire che quelli che rifiutano di sottomettervisi o che lo denunciano, siano trattati a loro volta come terroristi.

Vorrei concludere ricordando una storia che mi fu raccontata da un mio amico che si chiamava José Bergamin e che accadde durante la guerra civile in Spagna, nel 1936. Il governo repubblicano lo aveva inviato, lui che era un poeta, un intellettuale, con un altro poeta, Rafael Alberti, negli Stati Uniti per cercare di ottenere un sostegno dal governo americano, ma furono bloccati all’entrata del territorio dalla polizia che cominciò a sottoporli a un interrogatorio infinito, accusandoli di essere dei comunisti. Dopo 10 ore di interrogatorio ininterrotto, non li si lasciò entrare. Il mio amico mi ha raccontato che allora gli rispose: «Ascoltate, io non sono e non sono mai stato comunista, ma ciò che voi credete sia un comunista, ebbene, quello lo sono». E credo che oggi bisognerebbe dire egualmente: «Noi non siamo e non saremo mai dei terroristi, ma ciò che voi credete sia un terrorista, ebbene, quello noi lo siamo».