Primo Moroni: Territori della trasformazione e collasso dell’esperienza

Intervista a cura di Tiziana Villani, in Mario Perniola, Oltre il desiderio e il piacere. Territori dell’estremo e spaesamento, Millepiani, Mimesis Milano 1995, pp.53-67.

Essere moderni, ho affermato, significa sentire, a livello personale e sociale, la vita come un vortice, scoprire di essere, insieme al nostro mondo, in continuo disgregamento e rinnovamento, immersi perennemente nelle difficoltà e nell’angoscia, nell’ambiguità e nella contraddizione: essere parte di un universo in cui tutto ciò che vi era solido si dissolve nell’aria. Esserci significa sentirsi in un certo senso a proprio agio nel vortice, fare propri i suoi ritmi, muoversi all’interno delle sue correnti alla ricerca di quelle forme di realtà, di bellezza, di libertà, di giustizia, che il suo flusso impetuoso e pericoloso ci consente.

Marshall Bermann, L’esperienza della modernità

Villani: Iniziamo a considerare la crisi del pensiero critico così come era stato inteso più o meno fino agli anni Settanta. Teorici come Deleuze, Guattari e Foucault hanno comunque segnato la trasformazione di molte discipline, in che modo è possibile determinare anche grazie a loro l’origine di questa crisi?

Moroni: Io penso che la crisi sia iniziata sotto gli occhi e dentro le cose che hanno tormentato la vita e la ricerca di Deleuze e Guattari. Per Foucault, invece, mi sembra di poter dire che ha proseguito fino all’ultimo nel suo lavoro gigantesco di archivista della dialettica e della storia delle “istituzioni” fondanti della modernità. Peraltro, la “crisi” del pensiero critico mi sembra tragicamente rappresentata dal suicidio di Guy Debord, proprio nel momento in cui l’opera dei situazionisti viene per così dire “riscoperta” da un settore dell’intellighentia della sinistra extrasistemica, che l’aveva per larga parte ignorata nel corso degli anni ʼ70. In realtà un certo “uso” di quel corpus di intuizioni e di pratiche radicali era stato acquisito, quasi esclusivamente dal “movimento ʼ77”, ciò ovviamente nell’accezione di “uso” da parte di “minoranze di massa, perché altre minoranze radicali l’avevano fatto assai prima. In realtà credo che molte delle “cassette degli attrezzi” che hanno caratterizzato le intelligenze dei movimenti collettivi siano diventate obsolete insieme al ciclo storico che le aveva rese efficienti.

Si può concordare con Debord quando scrive: “Il fatto è che un’epoca è trascorsa. Non ci si interroghi sul valore delle nostre armi: sono conficcate nella gola del sistema delle menzogne dominanti – gli abbiamo tolto per sempre quella sua aria di innocenza”. Mi sembra invece che soprattutto Deleuze e Guattari hanno proseguito nel tessere continuamente quella tela rizomatica dell’ininterrotto chiedersi da parte della soggettività il senso e la ragione del loro essere nel mondo. In questo ricollegandosi alla grande fase della rivolta esistenziale degli anni ʼ50 e ʼ60. Una rivolta che aveva come motore principale la negazione del principio di autorità e di delega unite alla “volontà di sapere”, “alla coscienza di sé” e “all’autocostruzione di sé”. Non a caso il loro Anti-Edipo sarà un livre de chevet di tutto il movimento ʼ77. Mi sembra, insomma, che nei limiti di questa risposta, il divenire e il desiderare deleuziani e guattariani siano molto intrecciati con i concetti di autodeterminazione e “scelta continua” sartriani, molto sentiti dalla generazione della rivolta esistenziale. Ovviamente, qui non si sta dicendo che vi siano poi così grandi affinità teoretiche tra Sartre e i teorici del divenire, ma di come molte elaborazioni concettuali “ricadono” sui movimenti e da questi vengono acquisite mutandole frequentemente di segno. Qui, e in rapporto a gran parte del pensiero francese (ma anche a Foucault), invece delle ramificazioni arboree si ha la metafora dell’erba. “Non solo l’erba cresce nel mezzo delle cose, ma cresce essa stessa attraverso il mezzo…l’erba possiede una sua linea di fuga continua, e non di radicamento. In testa si ha dell’erba e non un albero”.

Il movimento ʼ77 con il suo intrinseco trasversalismo desiderante, corrisponde molto bene alla metafora dell’erba. È già di per sé muoversi in un orizzonte senza una meta prefissata, ma in continua e nomadica trasformazione. E se l’Anti-Edipo è interamente un libro di filosofia politica, il movimento ʼ77 scriverà “finalmente il cielo è caduto sulla terra”. E il cielo è indubbiamente quello plumbeo della politica e dell’ideologia. Un movimento quindi che avvertiva in modo inconsapevole il finale d’epoca.

Villani: Concetti quali desiderio, felicità, apertura ed ampliamento degli spazi non sembrano aver più luogo nel presente, mentre avevano caratterizzato in modo determinante quel periodo.

Moroni: Era proprio come una sorta di luogo tumultuoso, con gli emissari che vanno verso il mare. Un lago forza nove in cui erano confluiti tutti tentativi iniziati nel dopoguerra di trovare un percorso di liberazione che andasse oltre la rivolta antiautoritaria, ma anche ben al di là dei tentativi politici di trovare soluzione alla contraddizione tra organizzazione e composizione di classe, tra spontaneità e forma partito: credo che in questo senso abbiamo messo in atto un percorso profondamente e necessariamente distruttivo. Per dirla ancora con Debord: “Si trattò del miglior programma possibile per gettare nel sospetto l’insieme della società: famiglia, classi e divisione del lavoro, lavoro e tempo libero, merce e urbanesimo, ideologia e stato”. Abbiamo cercato di dimostrare che era tutto da buttar via, ma insieme a questo percorso abbiamo anche e fondamentalmente contribuito a portare a termine e reso irreversibile l’intero modello taylorista-fordista che aveva raggiunto la sua tarda maturità.

Il movimento ʼ77 si colloca proprio all’apice di questo percorso “distruttivo” e dopo che sono state sperimentate tutte le forme eretiche di organizzazione comunista o libertarie che si erano espresse dentro, fuori o contro la Terza Internazionale. I primi anni ʼ70 (che segnano anche la momentanea, e però profonda, emarginazioni delle controculture esistenziali) sono stati, essenzialmente, un laboratorio politico di questo genere. Il ʼ77 conclude un ciclo e ne ipotizza un altro. È, come è stato detto, la “premonizione inconsapevole” di un cambiamento epocale.

Villani: Ci si apriva a una diversa determinazione del presente?

Moroni: La teoria dell’“innovazione del presente” verrà elaborata dai sociologhi negli anni ʼ80, però il suo percorso reale inizia grossomodo negli anni ʼ76-ʼ77. Non c’è più un luogo, un’utopia da raggiungere. Ci sono bisogni insopprimibili da realizzare nel presente. Non c’è più la necessità del veicolo “partito” o “organizzazione”, più o meno rifondati, più o meno extra-sistemici, per andare verso la “terra del latte e del miele”. Ci sono le macchine desideranti unificate, direbbe Deleuze, dal “concatenamento”, dal “cofunzionamento”. La loro differenza non consiste tanto nell’appartenenza ideologica, ma nel divenire continuamente altro.

Una continua, quindi, modificazione del percepire e del percepirsi, del sentire comune e differenziato.

Villani: L’accento si sposta sul sentire, ma il sentire è essenzialmente inscritto nella capacità comunicativa e relazionale, è il linguaggio, le sue trasformazioni, il suo potenziale creativo che assumono nuove centralità.

Moroni: Preminenza tipica del linguaggio. Sì, il movimento trasversalista, come noto, giocava con il linguaggio usando frequentemente la macchinetta hegeliana rivista e potenziata dai situazionisti. Quindi tutti questi giochi di parole e questo spezzare l’attraverso, questo linguaggio ironico e creativo, che non era certamente un esercizio postmoderno, non era forma; era un espressione diretta, quotidiana dei processi in corso. Ricordo che facemmo un’assemblea al teatro Lirico sugli operai che erano ormai in grande difficoltà, nel mentre una nuova leva entrava nelle fabbriche. Il manifesto che chiamava questa assemblea diceva: “Cerchiamo di passare dal Lirico all’epico evitando il tragico”. Il tragico era la possibile emergenza della lotta armata, della ormai incipiente clandestinizzazione del movimento.

Quindi, tutt’altro che un gioco elegante della dialettica, ma un riferimento creativo a un percorso reale.

Villani: Negli anni ʼ80, il post-moderno si fa erede di questi codici linguistici e li decontestualizza. Forse, a partire da quel momento si produce una divaricazione, tuttora irrisolta; da un lato il discorso poetante, pronto per ogni uso, e dall’altro una segmentazione e frammentazione del sapere critico.

Moroni: È la parte più intelligente e intuitiva del movimento ʼ77. Che ha molteplici collocazioni locali ma un forte respiro internazionale. L’intuizione che il tessuto relazionale, che la sfera della comunicazione possano essere sussunta dalla sfera produttiva, è indubbiamente percepita come un possibile terreno di conflitto e di analisi, una premonizione come diranno più tardi gli stessi protagonisti, inconsapevoli dell’avvento dell’era della produzione immateriale e, come molti anni dopo, argomenterà in maniera incisiva Christian Marazzi nel suo Il Posto dei calzini.

Villani: Avviene quello che potremmo definire un progressivo assorbimento di temi e linguaggi degli ambiti più creativi e progettuali nel discorso dominante?

Moroni: Sì, progettuali nel senso che i “movimenti”, nel loro determinarsi storicamente, sono tanti più validi, comprensibili e tendenzialmente “universali”, quanto più sono anche “il sensore rovesciato” del paradigma dominante. Cosi, gli hippies sono anche il rovesciamento dell’universo verticale del modello fordista-taylorista: alla famiglia mononucleare consumatrice contrappongono la dinamica delle “comuni”; al lavoro disciplinato e “scientificamente” organizzato, l’artigianato creativo; all’universo verticale chiuso e repressivo giudaico-cristiano, un mix di filosofie orientali liberatrici del corpo o la psichedelica degli “stati alterati di coscienza”; all’“uomo a una dimensione” produttore e consumatore di merci, la frugalità delle comuni agricole e il riciclo ironico degli scarti della società dei consumi; agli universi chiusi dell’occidente produttivo, l’inesausta ricerca di “dilatazione della coscienza di sé”, ecc. Una parte di queste intuizioni e di queste pratiche confluiranno indubbiamente anche nei “movimenti politici” – si pensi, ad esempio, a tutte le dinamiche del “rifiuto del lavoro”, alla ricerca inesausta di una sessualità e di una affettività non “proprietaria” unita all’affermazione che “il personale è politico” ecc., ma indubbiamente il continuo ricorso al “leninismo” autoritario – quando non il devastante e ridicolo “emmellismo” – rendeva inconciliabili le spinte libertarie e liberatrici delle culture esistenziali con gli angusti territori della politica.

Il movimento ʼ77 sancisce la “fine della politica” e, forse per la prima volta, invece di essere un “sensore” di un processo maturo e dispiegato del paradigma capitalistico, vive drammaticamente la condizione di essere percettivo, anticipatore di un paradigma che verrà e che era già insito nel presente. Nella breve stagione del suo dispiegarsi, è provvisoriamente e veramente un moltiplicarsi di “macchine da guerra” che “non si definiscono affatto in vista della guerra, ma per una certa maniera di occupare, di riempire lo spazio-tempo o di inventare nuovi spazi-tempo”i.

Se è quindi vero che la sua energia vitale è tutta conficcata nel “presente”, lo “scandalo” che lo rende inaccettabile sia agli apparati ottusi del PCI berlingueriano, che ai neoleninisti “autonomi”, è il suo essere prefigurazione intelligente e conflittuale del ciclo successivo e in ciò negatore dell’obsolescenza degli uni e degli altri. Il “soggetto desiderante” settantasettino non tende come nei “movimenti politici” verso un oggetto pre-immaginato e quindi “desiderato”; è piuttosto una tensione verso un piano che deve o dovrà essere costruito. È, giustamente, un “divenire” senza un modello prefissato, immaginato e desiderato. Ed è ovvio che, dentro questo percorso, si condensino e muoiano larga parte delle esperienze precedenti in modo, per così dire, “spontaneo” mentre il trovarsi sul crinale dell’intelligenza possibile della trasformazione in atto rende le soggettività fragili, attaccabili, indifese. Trovarsi “inconsapevolmente” a rappresentare un “finale d’epoca” e di esperienze, un “trovarsi” minoritario e fuori dal “sentire” istituzionale o extra-sistemico significa anche e sicuramente essere sospesi momentaneamente, fuori dalla storia percepita dagli altri, dalla “maggioranza” degli altri. Non c’è più, fondamentalmente, un “passato” di cui fare risorsa e non ci sono più quindi “luoghi” della formazione, dell’esperienza, che sono stati distrutti o resi inservibili, uno ad uno. C’è invece la tensione verso un altrove, verso nuovi spazi e luoghi che, questa volta, andranno costruiti, inventati senza fare ricorso a quanto già è stato consumato e distrutto. Come è facile dedurre un compito forse troppo grande per una breve stagione di “movimento” che voleva anticipare il piano del capitale.

Villani: Questa crisi dei luoghi dell’esperienza, da te più volte sottolineata, s’intreccia con la crisi del soggetto nella modernità. Lo spaesamento risulta la nozione più adatta, a mio avviso, per comprendere la condizione del presente.

Moroni: Sì, probabilmente, si determina una crisi della “soggettività antagonista” così come era stata vissuta e interpretata dalle culture di opposizioni precedenti. L’esaurirsi dei luoghi dell’esperienza, che erano stati anche quelli della formazione dell’identità e dell’appartenenza, determina un grande vuoto, una sensazione di freddo e di incomunicabilità che verrà riempita dalla merce eroina come surrogato di una possibile felicità perduta. In effetti il ciclo dell’eroina, che nella prima fase è stato quasi interamente “politico”, è stato per un lungo periodo un sostituto simulato dell’impossibilità dell’esperienza. Il fatto è che nemmeno i possibili “grandi maestri” di riferimento, citati all’inizio, potevano comprendere fino in fondo la “rivoluzione” che il capitale stava effettuando al proprio interno. Così Debord finiva per avvitarsi nella constatazione che veramente aveva vinto “la società dello spettacolo” come aveva sempre temuto e sostenuto e che comunque lo costringeva ad affermare che: “I padroni della società, per mantenersi tali erano obbligati a volere un cambiamento contrario al nostro. Noi volevamo ricostruire tutto, loro anche, ma in modi diametralmente opposti. È divenuta ingovernabile questa “terra marcia”, dove nuove sofferenze si nascondono sotto antichi piaceri, dove la gente ha così tanta paura… Ed io che cosa sono diventato io dopo questo disastroso naufragio – naufragio che pure ritengo indispensabile, cui, in certa misura ho concorso…?”. Citando un poeta dell’epoca T’ang, Debord aggiunge: “non sono riuscito negli affari del mondo – me ne torno sui monti del Nam-Cham per cercare la pace”. Si può pensare che uno dei fratelli di tutte le ribellioni non abbia tenuto presente che, nell’epoca della globalizzazione, non esistono più i monti del Nam-Cham e che forse è così grande la fatica una volta ancora di morire e rinascere verso nuovi divenire, che è preferibile uscire silenziosamente dal mondo. Certo la velocità e l’accelerazione dei processi materiali fa interamente a pezzi tutte le nostre certezze e quelle dei nostri avversari politici di un tempo. Molti hanno continuato per anni a pensare dentro gli universi vitali dell’epoca fordista, molti lo fanno ancora oggi, trovandosi così a confrontarsi con un fantasma che produce nelle loro vite un assenza di realtà concreta. Lo spaesamento, forse, ha una parte delle sue radici in questa condizione sospesa tra l’identità precedente, conosciuta ed amicale, e la durezza dei nuovi processi produttivi. Non è un fenomeno che riguarda solo gli “antagonisti” di un tempo, riguarda anche tutti i precedenti poteri politici che sembravano inamovibili. La crisi delle forme di rappresentanza del nostro paese ne è la prova più evidente. Ma delle culture e delle pratiche del pensiero critico precedente rimangono validi gli strumenti di ricerca, gli approcci ai problemi e alle istituzioni fondanti i poteri anche nella loro accezione democratica. Vale, per molti altri, l’esempio del lavoro di archivista di Foucault. Capire cioè perché siano nati il carcere, l’istituzione psichiatrica, lo Stato-Nazione ecc., ecc. Capire quale funzione processuale veniva assegnata da essi all’interno dei poteri del capitale. Comprenderne l’intrinseca intelligenza. È questa una delle parti più avanzate dei movimenti. È questa la “volontà di sapere” che sta all’origine della contestazione globale del principio di autorità. In questo percorso non è così rilevante che un’istituzione sia repressiva o democratica, ma è rilevante il ruolo che ha comunque di conferma del sistema dominante. Non si chiede più al funzionario, allo scienziato, allo psichiatra o generalmente al tecnico di essere più o meno dalla parte degli umili, degli oppressi o del proletariato, ma di mettere in discussione i paradigmi fondanti la sua scienza presunta e i suoi poteri. È così che sono nate “Psichiatria democratica”, “Magistratura democratica”, l’esperienza di Basaglia o quella di Maccacaro.

Villani: È l’approccio stesso che cambia?

Moroni: Appare evidente, come dice Christian Marazzi, che nella società-postfordista le tecnologie di controllo e della disciplina hanno a che fare con lo spazio, con il territorio, perché la crescente immaterializzazione del lavoro ha bisogno di dispositivi disciplinari capaci di regolamentare, per linee territoriali, la popolazione attiva. Ed è evidente in una città come Milano come il conflitto sul territorio, inteso come risorsa, accomuni le minoranze inappagate dei Centri Sociali Autogestiti e le minoranze appagate della miriade dei Comitati dei Cittadini. Gli uni non sono affatto il prodotto speculare degli altri, ma l’esito di una mutazione delle funzioni produttive che insistono sullo spazio urbano. La “nuova fabbrica” si ispira al territorio, alla strada, al quartiere dove si addensano sia le “nuove professioni” che i “nuovi emarginati”. “Si forma così una spazio urbano segmentato, dove le aree abitabili residenziali risulteranno da un processo di progressiva spazializzazione dell’apartheid”- Così in Marazzi, ma anche nello splendido Città di quarzo di Mike Davis. Ma se è così non è più rilevante come un tempo lo era, l’essere o meno dell’una o dell’altra forma di rappresentanza dal basso o dall’alto espressa dai lavoratori salariati. Ovvero è necessario fare alleanze, contaminazioni a partire da affinità elettive e progetti comuni con pluralità di linguaggi. In regime post-fordista la rappresentanza politica o viceversa le dinamiche possibili dei “movimenti”, discendono dai progetti concreti che si vogliono realizzare. Lo stesso dicasi della differenza tra Destra e Sinistra. D’altronde, appare evidente proprio nei CSA il tentativo di costruire dei “luoghi” dove crescere e progettare. Appare evidente la necessità di “gestori” e “fruitori” di inventarsi appartenenze comuni, di produrre socialità, di costruirsi luoghi dell’esperienza, a fronte dell’esaurirsi dei precedenti che sono stati programmaticamente resi inservibili proprio dai movimenti collettivi di contestazione e rivolta. Quella che viene rifiutata è la nuova e più sottile omologazione, ma il passaggio possibile ad essere rappresentanza, sia pure extra-sistemica, avverrà solo con il progetto. Infatti, la differenza fondamentale con i precedenti movimenti è riferibile alla condizione di essere partecipi di un epoca capitalistica nascente e non in presenza della sua parabola matura avviata alla decadenza. In queste condizioni non sono ipotizzabili le dinamiche dei “sensori rovesciati”. Lo stesso Cyberpunk che è esemplarmente sensore progettuale del post-fordismo tecnologico non si pone in negativo, ma in forme affermative e “adesive”, cioè dentro e contro. E lo fa quasi “improvvisamente” rovesciando la precedente appartenenza punk che a sua volta si era nutrita e formata nel ʼ77 inglese. Se il punk si ritirava in “comunità” perimetrate temendo la falsificazione e contaminazione mass-mediologica, il Cyber si “mischia” con gli universi emergenti della nuova tecnologia con un “atteggiamento” che spesso ricorda le parti migliori del “post-moderno”. Permane invece il piano di consistenza del no future, che però va inteso non come rifiuto nichilistico (come qualcuno ha equivocato), ma come decisione di non aderire ad una qualsiasi utopia possibile precedentemente proposta.

Villani: Sfuggire alle pratiche omologanti è qualcosa che ha a che vedere ancora una volta con la mancanza, la frantumazione dei luoghi tradizionali dell’esperienza. Forse nascono altri luoghi – eterotopici come direbbe Foucault – il virtuale in questo senso sembra accentuare le possibilità spaesanti rispetto agli imperativi omologanti proposte dai media.

Moroni: Lo spaesamento, oltre a quanto già detto, è riferibile alla difficoltà di abbandonare le appartenenza precedenti. Ogni volta che avviene una trasformazione così profonda dei processi materiali, tutto ciò che sembrava solido e conosciuto si dissolve nell’aria, determinando questo vuoto angoscioso a cui si reagisce o attaccandosi alle regole, o alla nostalgia, o letteralmente inventando “comunità” simulate e perimetrate. Solo alcune minoranze affrontano l’angoscia dello spaesamento come condizione della nuova modernità. E, d’altronde, in L’esperienza della Modernità, un libro che io considero come uno dei più belli degli anni ʼ80, un geniale analista come Marshall Berman, a partire dall’oggi, ripercorre le grandi generazioni degli scrittori e degli artisti che a partire dagli anni Venta e Trenta si cimentarono con la modernità. In questo testo si traccia anche un analisi delle correnti di pensiero che si sono occupate di questo problema, suddividendone le tendenze in affermative, distaccate, negative. Ora, è ovvio che il negativo ha frequentemente caratterizzato i movimenti rivoluzionari di sinistra attraverso una pratica distruttiva dello stato di cose presente, attraverso, appunto, un insopprimibile rifiuto di aderire, una rivoluzione infinita e permanente contro la totalità dell’esistenza moderna. Ma proprio questo atteggiamento diventava il motore della trasformazione, la contraddizione interna al sistema. Ora non c’è dubbio che, negli anni ʼ60 mentre il clima politico si riscaldava, questo divenne una parola d’ordine per tutte le forze in rivolta. Si può osservare che il limite di questa scelta, che peraltro fu feconda e coinvolse tutti noi, fu il suo tralasciare o il suo lasciare a un ipotetico dopo la componente costruttiva. D’altronde, anche le culture radicali di destra sono frequentemente associabili al negativo, però in questo caso invece di desiderare una società futura, a partire dalla negazione della presente, il negativo di destra ricorre alla nostalgia dell’epoca precapitalistica, vuole ricostruire i valori tradizionali fatti a pezzi dal processo distruttivo delle forze capitalistiche. Esso sarà quindi per le etnie e contro lo Stato-Nazione, per la famiglia patriarcale e non per la libera convivenza dei sessi, ecc… In questa direzione si può dire che, ad esempio, il post-moderno è piuttosto nella sfera della risposta affermativa con questo suo desiderio di mischiare l’arte e l’industria, con questo suo bisogno di essere interno ai processi dispiegati commerciali, tecnologici, della moda o del design. Come dirà Leslie Fiedler e per altri versi John Cage “occorre passare il confine, colmare il divario e prendere coscienza della vera vita che stiamo vivendo”. Nelle intenzioni, il post-modernismo voleva probabilmente sfuggire ai limiti della “pura rivolta” (ed è su questa strada che a volte si incrocerà con i “movimenti”) ed evitare la trappola gelida dell’atteggiamento distaccato con tutto il suo muoversi alla ricerca della pura forma in sé. Ora, io credo che in realtà nei grandi esponenti della modernità siano spesso convissuti tutti e tre questi atteggiamenti o queste risposte e che, tutte e tre, siano state uno straordinario tentativo di lettura, producendo culture, ampiezza di visione, immaginari e immaginazione. L’errore consiste probabilmente nel fossilizzarsi su una sola di queste tre tendenze. Occorre flessibilità e continua disponibilità alla mutazione. Acquisire continuamente saperi incrociandoli con i percorsi esperenziali. In questa direzione, l’opera di Deleuze e Guattari fornisce strumenti di riflessione formidabili.

Villani: Tuttavia, il bisogno di ricostruire identità fittizie, il mito di sé, il mito delle appartenenze sembra riguardare non solo gli artefici dell’omologazione, ma anche e per certi versi in modo più determinante i chiamati fuori, quel carattere distruttivo così ben individuato da Benjamin

Moroni: Però questo avviene solo quando lo spirito, o la necessità, o la scelta rivoluzionaria abdicano alla loro funzione di continua innovazione di sé, di processo ininterrotto di trasformazione che non si ferma tanto a ipotizzare un luogo futuro, ma che ne inventa continuamente di nuovi qui e adesso. È quando non è così che allora riemerge solo lo spirito distruttivo. Il pensiero critico o quello che è stata chiamata la pratica della critica radicale, che è indubbiamente una pratica assai minoritaria dei movimenti degli anni ʼ70, non ha propriamente un progetto. È una scelta, una condizione di ricerca e di autodeterminazione. Il soggetto diventa coscientemente instabile e sviluppa una pratica distruttiva e negatrice dei luoghi dove fino a quel punto si formavano i valori e le esperienze: la famiglia, la scuola, il partito, la chiesa, il luogo di lavoro, la falsificazione dell’amore di coppia. Anche la negazione estremistica dei valori era una posizione culturale. Crea un antivalore che si opponeva allo stato di fatto. Ma questa ansia negatrice corrispondeva a una necessità vitale, ad una sfida ininterrotta con la propria autenticità di per sé impossibile ma ricercata e desiderata come tale. All’origine la constatazione della falsificazione che sulle proprie vite produce l’educazione attraverso le istituzioni (famiglia, scuola, chiesa, partito, lavoro, ecc.), la constatazione cioè che ciò che viene chiamato comunemente “spontaneità” è in realtà tutto ciò che emotivamente e veramente uno prova, ma che non ha scelto di sentire e provare. Il dominio insomma degli altri, delle culture dominanti sulla propria soggettività. La necessità quindi di scegliere di essere attraverso la continua autodeterminazione di sé. E su questo percorso, sulla constatazione della scissione dolorosa tra il sentire e il bisogno di essere altro da quel sentire, che si incrociano i percorsi dei soggetti con i grandi autori della modernità quali Kierkegaard, Baudelaire, Rimbaud fino a Sartre, Kafka, Svevo, Nietzsche, il giovane Marx e con la metabolizzazione della psicoanalisi a livello di minoranze di massa o con la sperimentazione delle droghe che “dilatano la coscienza”. Con l’LSD abbatti i freni inibitori, i catenacci che ti impediscono di sprofondare dentro te stesso, fai un trip, un viaggio nel tuo profondo insieme ai tuoi compagni di strada, un viaggio che può diventare un incubo, l’orrore di scoprire condensati nel tuo inconscio tutti i veleni delle culture dominanti. Mi sembra che a partire da questo bisogno insopprimibile di una autenticità cosciente, si sviluppi poi a livello di massa la rivolta contro il principio di autorità e che il “morire” più volte della propria essenza tanto reale quanto non voluta e non scelta, sia poi il motore di gran parte delle dinamiche successive.

Villani: Eppure assistiamo ad una riproposizioni di luoghi che sembravano essere sprofondati nel passato: la famiglia, il luogo d’origine, i fondamentalismi. Non sono forse delle riproposizione di luoghi dell’assenza?

Moroni: I luoghi precedenti non sono riproponibili, non sono recuperabili. Sono stati fatti a pezzi dagli uomini dalle donne, dai ragazzi e dalle ragazze. Il processo è stato così grande che ha seguito in parallelo il modificarsi dell’organizzazione capitalistica dello stato e della società. Qualsiasi ritorno a quei “luoghi” è oggi improponibile e allora ci sono tentativi di riproporli dall’alto. Woytila è l’esempio disperato di questo tentativo restauratore. Lo stesso revivalismo localistico è anche, indubbiamente, una risposta allo spossessamento dell’identità determinata dai processi materiali di modernizzazione.

Villani: Ma la nostalgia si rivela un potente motore, capace di attivare il riconoscimento, il rispecchiamento in un orizzonte dato e pre-codificato.

Moroni: Sì, è vero, ed è spiegabile, in parte, con il discorso sui simulacri che fa Perniola. Ma quando un luogo del pensiero, della supposta esperienza o dell’identità non è il risultato di una necessità storica legata alla vita reale dei soggetti, sia nel loro percorso segnatamente adesivo che in quello ribelle, si è in presenza solo di uno scadente simulacro.

Villani: Ma il simulacro è effettuale, noi apparteniamo al tempo dei simulacri e non più a quello degli dei. I simulacri sono latori delle odierne fedi e religioni.

Moroni: Diventa comunque una cosa orrenda, come l’integralismo islamico che è una risposta agli inesorabili processi di modernizzazione in atto anche in quei paesi. Si tratta di una cosa orrenda perché è priva del lievito vitale che spinge inesorabilmente gli uomini e le donne verso il bisogno insopprimibile di felicità. Quando invece non è direttamente integralismo diventa, soprattutto in Occidente, nostalgia, vissuto localistico, invenzione della tradizione e delle appartenenze, pensiero moderato. Ma dietro il pensiero moderato c’è sempre l’orrore del quotidiano occultato dalle forme sociali simulacrali intrecciate con gli interessi materiali. C’è l’ossessione delle regole come nell’attuale sinistra istituzionale. Le regole e la Legge come sostitutivi dei conflitti in cui i soggetti, e solo in questo modo, trovano lo spazio per dilatare ininterrottamente la sfera delle libertà, le opportunità per fare esperienza. Senza conflitti dispiegati e condivisi “spontaneamente” in molti luoghi diversi e sconosciuti tra loro non è dato ipotizzare nuovi luoghi dell’esperienza. Prevale allora un disciplinamento sottile, tecnologico e diffuso nei territori del quotidiano. Un disciplinamento che costringe i soggetti a mistificare e a rendere produttivo anche il tempo libero da quello di lavoro. Nei grandi hinterland metropolitani dove il “non luogo” per eccellenza è la discoteca di massa carica di tecnologie comunicative e totalmente priva di comunicazione sociale. Non a caso, la droga di massa di questa fase è l’ecstasy. Una sostanza dall’effetto rapido e dalla durata limitata. Effettualmente corrispondente alla necessità del consumatore di bruciare, nello spazio di poche ore, tutto il bisogno di “tempo liberato” impedito dall’enorme dilatazione del tempo di lavoro, dalla sua insicurezza, dalla necessità, acquisita come “naturale”, di essere continuamente flessibili e disponibili. In questo senso l’ecstasy è una perfetta droga post-fordista e altre più raffinate ne arriveranno. Se il ciclo dell’eroina aveva anche la funzione di sottrarre al conflitto e al mercato di lavoro centinaia di migliaia di giovani nell’epoca della ristrutturazione industriale, le nuove droghe tecnologiche ne favoriscono i bioritmi sociali, il oro essere costantemente just in time.

Villani: Si tratta quindi dell’interiorizzazione e dell’autodisciplinamento delle compatibilità. Essere flessibili in quanto compatibili, è questa la dimensione degli “spicchi di felicità” nell’oggi? Sottrarsi è impossibile?

Moroni: Hai bisogno di un esperienza simulata, rapida, frequentemente estrema e riproducibile in qualsiasi momento. C’è principalmente disagio, un enorme disagio che va riempito con qualche movimento di felicità e che altre volte si esprime attraverso il simbolico gesto orrendo e quotidiano: il razzismo indecifrabile, lo stupro, i sassi dal cavalcavia, la simulazione guerresca dello stadio, l’aumento sterminato delle violenze sui minori in famiglia, i suicidi silenziosi, ecc. Ormai qualsiasi sociologo appena avvertito rileva l’avvenuta caduta degli “orizzonti ultimi”, delle utopie e con queste il tramonto delle “grandi narrazioni” – che poi questo erano i grandi partiti di massa che contenevano in sé la memoria delle generazioni che avevano lottato per emanciparsi – e il confondersi, lo sfumarsi dei contorni delle classi verso nuove “composizioni” e geometrie. Un orizzonte lo vedi, lo immagini a partire da una “terra” conosciuta, accettata o rifiutata, per andare verso un altrove. Oggi mi sembra che ci sia solo l’immanenza della profonda “rivoluzione” capitalistica. Appare quindi evidente la tentazione del sottrarsi, del “cercare linee di fuga”, ma proprio in questa direzione i movimenti terminali degli anni ʼ70 avevano capito, con Deleuze, che “fuggire non significa affatto rinunciare alle azioni, non c’è più niente di più attivo di una fuga. È il contrario dell’immaginario. Significa piuttosto far fuggire un sistema, tracciare una cartografia. Creare vita, produrre reale, trovare un arma”. Ma, appare ovvio che le “fughe” sono pene di trappole, di possibili sogni, ideologie obsolete e però convincenti, sono “desiderate” cioè dalla “destra” e dalla “sinistra”. Quando si dice, “Fuggire, ma fuggendo cercando un arma”, si intende probabilmente il protendersi verso un piano di consistenza. Non c’è più il labirinto dei luoghi da distruggere, non c’è più la parabola alta e ormai al tramonto del ciclo del capitale, c’è una fase aurorale i cui sviluppi sono in parte sconosciuti allo stesso capitale, e quindi il momento di essere affermativi come i cori trionfanti finali di A love supreme di Coltrane, come Alyosha Karamazov all’apice dell’angoscia e della confusione, che bacia e abbraccia la terra, come Molly Bloom che conclude con un “sì dissi sì voglio sì!”. Occorre, io credo, considerare ancora una volta la stretta fusione tra forza positiva, vitale e il suo essere associata all’aggressività e alla rivolta.

Villani: Dire di sì, significa fare dell’inattuale una potente forza trasformatrice. Tutto questo però non appartiene alla metafisica, riguarda il nostro “qui ed ora”.

Moroni: Questo dire sì al dramma esistenziale, alla non paura di morire un’altra volta del sé, della propria provvisoria identità precedente, eppure conquistata con grande fatica, per rinascere non tanto più forti quanto più complessi, quanto più disponibili e dotati di tante vite e non di una singola appartenenza.

Villani: Farsi sguardo implica aderire al proprio percorso di ricerca, in un certo senso al proprio destino, a quel caso che riguarda la vita, e poiché oggi è l’esistenza fin nei suoi ultimi rimandi ad essere in gioco, quest’atteggiamento non può che essere proteso verso un soggetto nuovo, neutro, molteplice appunto. L’essere molteplice non appartiene alla moltitudine. Ma la moltitudine è vista da molte parti come la componente dinamica, attiva dell’attuale tessuto sociale?

Moroni: È attiva e immanente nei fatti, come possibilità, anche se non dispiegata e non socializzata nei comportamenti collettivi. Occorre pensare, come dice Deleuze, che una nuova rivoluzione sta per diventare possibile a partire dalla constatazione che abbiamo consumato qualche secolo di storia dei movimenti di rivolta, che tutto questo è una memoria, un giacimento minerario che ha in parte esaurito – come altre volte nella storia -, il suo filone aurifero principale, e che forse nelle vene vi sono molti materiali assai preziosi che sono stati trascurati e altri, chissà dove, impareggiabilmente ancora più preziosi. Abbiamo dei vantaggi perché il molto che è stato distrutto, “consumato”, ha eliminato le scorie che ci appesantivano, mentre il capitale parrebbe porsi oggi come pura forza materiale senza più élites, senza più borghesia e quindi senza nessuna “concezione del mondo” che possa confondere le carte in tavola. Fuori dalla cittadella capitalistica, la globalizzazione è orrore puro e dispiegato, e gli echi di questo mondo di morte ci arrivano spettacolarizzati dai media televisivi: non lasciano traccia, non producono identificazione, non producono né indignazione né rivolta, producono principalmente, nei territori produttivi, il “razzismo differenzialista” terreno privilegiato delle nuove destre radicali. Reggere questo orrore, farlo proprio, evitando la deriva generosa e falsificante del “solidarismo assistenziale”, vuol dire sentirsi anche in questo caso un’entità molteplice. Invece di scommettere su una soggettività forte e rivoluzionaria “perché non pensare che un nuovo tipo di rivoluzione stia per diventare possibile, e che tutte le specie di macchine mutanti, viventi, conducono delle guerre, si coniugano e tracciano un piano di consistenza che mina il piano del Mondo e degli Stati?” Pensare alla negazione di sé come soggetto e alla moltiplicazione continua di sé come persona molteplice e non come moltitudine. Lo stesso può dirsi per le “culture” dell’identità, che dovrebbero essere viste come la peste, essendo strettamente connesse con le dinamiche del revivalismo.

Villani: Rispetto a quest’ordine di riflessione la comunità diventa inessenziale?

Moroni: Non si dà comunità, e chi la sogna è su in crinale in qualche modo reazionario, non nel senso fascista del termine, ma come falsificazione, paura dei processi di disgregazione del soggetto. Gli ultimi tentativi di “comunità reale” contrapposta a quella fittizia, si sono consumati nel corso degli anni ʼ70. Peraltro, si può dire che le grandi e precedenti culture della modernità sembrano eclissate e si sono portate con sé la distruzione delle forme vitali, di spazio pubblico. Rimane il processo di disintegrazione della società in una pletora di gruppi privati, degli interessi materiali non meno che “spirituali”, che vivono in monadi prive di finestre, molto più isolate di quanto non occorre che siano.

Villani: Forse è possibile inscrivere il neoetnico in questo orizzonte?

Moroni: Il neoetnico è una risposta ai processi di globalizzazione e allo spaesamento che producono. Questo è successo altre volte, però quello che rende pericoloso oggi questo universo differenziato è il suo essere profondamente intrecciato con gli interessi materiali, di essere interno alla “modernità” della tradizione capitalistica, dove la dislocazione territoriale dei fattori produttivi è armonicamente intrecciata con la globalizzazione dell’economia e dei mercati. E in effetti, sono tutti i Nord interni alla cittadella capitalistica che si separano dai loro Sud, mentre gli Stati-Nazione vengono ridimensionati dalla globalizzazione stessa. La destra è oggi particolarmente pericolosa perché ha alcune matrici ideologiche di affinità con il profondo del moderno neoetnico. Ci sono in corso, in giro per il mondo, molte mutazioni antropologiche, non escluse quelle riferibili ai nietzscheani “piccoli suonatori di corno” la cui soluzione ai problemi pare consistere nel cercare di “non vivere affatto”: per questi, “divenire mediocri” pare essere l’unica morale che produce senso. Le “masse” berlusconiane mi sembrano esemplarmente affini a questa scelta-condizione.

i Questo percorso lo faranno altri, gli armati clandestinizzati, cercando una “guerra” sul terreno dell’avversario che stava già “morendo” nella propria specifica forma storica conosciuta mentre rinasceva più potente facendo a pezzi processualmente tutti i paradigmi precedenti. Il tragico cortocircuito della fine degli anni ʼ70 ha non poche radici in questo equivoco.

Prima del 68

“Postfazione” di Primo Moroni, in 1968-1988.
Arte Psichedelica e Controcultura in Italia, a cura di Matteo Guarnaccia, Stampa
Alternativa Nuovi Equilibri Editrice, Roma, 1988, pp. 111-114

 

UN FIGLIO DEI FIORI NON PENSA AL DOMANI

È un verso di una canzone di Guccini cantata dai Nomadi. Forse mentre la cantavano i primi cappelloni non coglievano appieno la svolta culturale che una frase così semplice conteneva. Sicuramente però vivevano esistenzialmente o quotidianamente questa scelta spazio-temporale. Il non darsi programmi per il futuro, l’investire tutte le proprie energie, la propria intelligenza creativa nella scelta ‘ora e adesso’, del rifiuto delle norme dominanti significava rompere una lunga ed ingannevole illusione che aveva nutrito le generazioni precedenti. Significava passare dal processo di emancipazione a quello di liberazione totale, o almeno al ‘desiderio’ di attuarlo. Non era cosa da poco nell’italietta degli anni ’60! Significava anche andar contro l’illusione neo-capitalistica di poter programmare e pianificare tutta la società, di poter costringere i soggetti, le persone dentro percorsi scientificamente prefissati: le ragazze solerti impiegate in attesa del matrimonio, i giovani proletari al massimo tecnici del controllo di fabbrica della nascente automazione, gli studenti futura ed efficiente nuova classe dirigente.

Non molto diversa la progettualità dei partiti di sinistra. Usciti dalla guerra e dalla resistenza partigiana con un solido patto istituzionale con gli altri partiti borghesi avevano scelto di collaborare alla ‘ricostruzione’ del paese, uscito esausto dalla vicenda bellica. Nei fatti questa scelta significava alta produttività e bassi salari. Significava ricostruire il capitalismo per attuare un’ipotetica ‘democrazia’; poi in futuro, il radioso sole del socialismo avrebbe riscattato, ‘emancipato’, i giovani ed i lavoratori dalle catene della borghesia. Erano passati ormai vent’anni dalla fine della guerra e poco era cambiato. C’erano sì più televisori, più elettrodomestici, più FIAT 500 ed autostrade, ma il vissuto quotidiano continuava ad essere dominato da prospettive prive di senso e la società dominata dalle stesse facce di preti, politici ed intellettuali. Nel frattempo nei quartieri delle città sempre più grandi e nella sconosciuta provincia italiana stava diventando adulta la prima generazione nata nel dopoguerra. Una generazione che aveva visto il fallimento, le illusioni o le ambiguità dei propri padri, che chiede a se stessa ed alla società il senso dell’esistenza. La diffusione della televisione ha un effetto formidabile di modificazione dell’immaginario tra nord e sud, tra il centro e la periferia. Le prime trasmissioni erano state irradiare nel lontano 1954. Già dall’anno successivo una trasmissione a quiz come ‘Lascia o raddoppia’, condotta da Mike Bongiorno, aveva inchiodato centinaia di migliaia di italiani davanti al piccolo schermo, per la gran parte non ancora nelle case, ma nei bar e addirittura nelle sale cinematografiche, che per reggere la concorrenza trasmettevano il quiz prima dell’inizio della programmazione cinematografica. Se il pubblico privilegiava lo spettacolo leggero (come ‘Un due tre’ di Tognazzi e Vianello), tuttavia inchieste giornalistiche come ‘Viaggio nel Sud’ di Virgilio Sabel e ‘La donna che lavora’ di Salvi e Zatterin segneranno la cultura della parte più intelligente degli ascoltatori. L’antico e mai realizzato progetto di “unificare gli italiani dopo aver unificato la nazione” riceveva dal media televisivo un formidabile apporto. La costruzione di una gigantesca rete autostradale in funzione della motorizzazione di massa (nel 1957 circolavano in Italia 1.300.000 automobili, dieci anni dopo 8 milioni) sarà un altro elemento di unificazione determinante. Se i ‘film degli anni ’50 avevano influenzato una cultura delle metropoli di tipo americano inducendo desideri e stereotipi, la televisione innesca processi di attrazione verso le città del nord. In fin dei conti New York è lontana e forse di celluloide, ma Milano e Roma o Torino sono relativamente vicine e raggiungibili. L’immensa provincia italiana è sonnolenta e arretrata, così come è tuttora dominata dall’egemonia cattolica. Oltretutto è tagliata fuori dallo sviluppo industriale e apparentemente senza prospettive. Nelle città del Nord si può andare per lavorare – si ha la sensazione che ci sia una disponibilità senza fine – ma anche per cercare stimoli diversi, incroci ed esperienze diverse.

Il cambiamento dei costumi è rapidissimo: dall’Inghilterra arriva la minigonna di Mary Quant, ma anche la musica dei Beatles (un’autentica rivoluzione), la moda dei capelli lunghi (i capelloni) ma anche il messaggio di Bertrand Russel contro la guerra. “Fate l’amore non la guerra” è la proposta che arriva ai giovani seguaci del filosofo inglese. In televisione si vedono le immagini di migliaia di giovani che circondano pacificamente la centrale di produzione atomica guidati dal vecchissimo e ieratico filosofo paralizzato su una carrozzella.

Dagli Stati Uniti arriva la protesta dei Beatniks e degli studenti dei campus contro la discriminazione razziale e le guerre imperialiste in corso.

I NUOVI MITI

I mass-media hanno contribuito a creare tre grandi simboli: Kennedy, Kruscev e Papa Giovanni XXIII. Dovrebbero essere il simbolo della ‘coesistenza pacifica’ ma hanno una durata molto breve e residuano effetti diversi: Kennedy viene ucciso da un complotto conservatore, ma aveva già perso una parte dei suoi valori simbolici favorendo le manovre contro la rivoluzione cubana e dando il via al conflitto del Vietnam; Kruscev viene travolto (aldilà dei suoi meriti e demeriti) dalle lotte di potere interne alla nomenklatura sovietica. Paradossalmente gli effetti di più lunga durata saranno quelli relativi all’azione di Papa Giovanni XXIII che con il Concilio Vaticano innesca una visione molto più profonda e popolare del cristianesimo, contribuendo a chiudere la pagina del papato di Pio XII, elitario e pieno di ombre. La figura di Giovanni XXIII resterà un elemento forte di riferimento per la nascita dei “cristiani del dissenso”.

Se i raffinati intellettuali operaisti scoprivano la “centralità della fabbrica” e seguivano con appassionata partecipazione il formarsi della cultura politica dell”‘operaio massa” attraverso le lotte, i marxisti-Ieninisti trovavano nella guida cinese la nuova bussola con la quale orientarsi nel magma della rivoluzione. I giovani di gran parte del-mondo occidentale (tedeschi, inglesi, italiani, olandesi, americani) avevano, per la prima volta nel dopoguerra, la percezione di essere qualche cosa di speciale, una specie di “classe generale generazionale” dotata di una cultura profondamente critica dello stato di cose presente. Nelle loro letture c’erano più Sartre e Camus che non Marx e Lenin, il loro vissuto quotidiano era dominato da un’inquietudine alla ricerca di sbocchi, culture e pratiche di vita comune, I giovani in Italia (negli Stati Uniti il problema si era posto sin dall’inizio degli anni ’50) diventano un ‘problema’, seguito con continua e un pò patetica apprensione da sociologi più o meno interessati.

La società così com’è organizzata comincia a diventare una camicia troppo stretta. Il sistema dei partiti gioca con il centrosinistra la carta delle blande riforme (l’unica che avrà esiti rilevanti, molto aldilà delle intenzioni dei legislatori, è quella della scuola media unificata, che favorisce il contatto tra i figli della borghesia e quelli degli operai) e della dilatazione dei consumi. Ma una società delle merci e del “benessere” che occulta gli squilibri e le ingiustizie, non può che essere vissuta come intollerabile e falsa. Si sente un diffuso bisogno di “grandi ideali” che giustifichino il senso dell’esistenza, unito al rifiuto di tutti i modelli di vita che vengono proposti. Cominciano a diffondersi le prime forme di autogestione del vissuto quotidiano. Nascono i primi “complessi musicali” fuori dai grandi circuiti commerciali, come l’Equipe 84 e i Rokes. La canzone dei Nomadi “Dio è morto” viene censurata dalla RAI.

FUGHE E VIAGGI

Ma c’è anche il bisogno di sottolineare la propria “diversità”, di esibirla con orgoglio: i capelli lunghi, i jeans, le minigonne, gli indumenti di tipo militare opportunamente modificati per ridicolizzare i simboli dell’autorità, sono tutti segnali di rivolta e di rifiuto del perbenismo e delle regole scritte. Quella che molti anni dopo, parlando dei punk, i sociologi definiranno “la rivolta dello stile”, ha le sue lontane origini in quegli anni. Il rigetto così improvviso degli standard di costume provoca, come è ovvio, reazioni contrastanti a partire dalla famiglia e dal mondo della scuola (all’inizio molti giovani non potendo portare i capelli lunghi né in famiglia né a scuola, optano per delle parrucche che tolgono e mettono prima di entrare e uscire dalle due istituzioni). Ma il processo è ormai innescato, e da queste prime scelte di tipo simbolico si passa rapidamente alla critica di tutte le istituzioni. A partire dalla più prossima e individuale che è la famiglia. Inizia così il fenomeno delle “fughe” dall’autorità dei genitori, anche se si tratta di fughe che coesistono conflittualmente nell’ambito familiare. Altre, fughe con funzione di avanguardia, si dirigono verso il fascino della metropoli, alla ricerca di esperienze diverse. Minoranze intelligenti cominciano a praticare la “cultura del viaggio, in Olanda dove ci sono i Provos (che si ispirano ai beat e agli hippies americani), in Inghilterra che è il punto di riferimento della rivolta giovanile. Quando tornano riportano giornali controculturali, dischi, abbigliamenti e la pratica dell’uso di droghe leggere (all’inizio quasi esclusivamente marjuanal come dilatazione della sensibilità.

Nel rapporto tra i sessi si comincia a mettere in discussione, sia pure in modo confuso, la cultura del maschile e del femminile – in questo campo le ragazze sono, come è ovvio, molto più impegnate – e un prodotto tutto italiano come Patty Pravo (amatissima cantante del Piper di Roma) con la sua spregiudicatezza diventa il simbolo dell’emancipazione ma anche dell’inquietudine giovanile. La sua canzone “Ragazzo triste” centra molte emozioni reali.

DAGLI USA: LA BEAT GENERATION E LA CACCIA ALLE STREGHE

Il bisogno di riferimenti culturali più precisi e complessi è molto forte. Come dicono alcuni sociologi intelligenti, “tutti i movimenti che nascono da esigenze reali vanno in un secondo tempo alla ricerca dei propri antenati o padri fondatori”. Ed è allora che arrivano in Italia le produzioni del “movimento beat” americano. Autori come Ginsberg, Kerouac, Corso, Ferlinghetti cominciano ad essere letti sia nelle traduzioni che, faticosamente, nelle riviste autogestite riportate dai viaggi all’estero. Gli scrittori e i poeti della tendenza beat si erano formati negli Stati Uniti tra la fine degli anni ’40 e gli inizi degli anni ’50, in pieno periodo di “guerra fredda”. Il clima sociale degli States era allora molto pesante e repressivo. Usa e Urss, che erano stati alleati nella vittoriosa guerra contro il nazismo e che si erano di fatto spartiti il mondo in sfere di influenza politica e militare, si riarmavano ora l’uno contro l’altro, contrapposti con la terribile variabile dell’energia atomica. Dopo la parentesi sanguinosa della seconda guerra mondiale i due sistemi (socialista e capitalista) tornavano ad essere inconciliabili e nemici. In un clima di questo tipo i governanti degli Stati Uniti, e soprattutto i capi militari del Pentagono, vedevano comunisti infiltrati dappertutto. Gli intellettuali di sinistra che negli anni ’30 avevano dato un fondamentale contributo alla realizzazione del new dea I Rooseveltiano, creando una produzione cinematografica e letteraria a forte impegno civile e sociale, erano ora tutti potenziali agenti del comunismo internazionale. La strategia della “guerra fredda”, della contrapposizione tra blocchi, produceva sul fronte interno una psicosi del nemico su cui soffiavano i centri di potere più reazionari: è questa l’epoca che verrà definita della “caccia alle streghe”. La repressione si accanirà particolarmente sul mondo della cultura e del cinema (da sempre negli USA il cinema era considerato, oltre che una grande industria, un formidabile strumento del consenso e gli intellettuali progressisti saranno costretti a continue dimostrazioni di lealismo nei confronti del potere ufficiale.

Nel 1948 venne installata una commissione d’indagine (commissione Mc Carthy) di fronte alla quale dovevano presentarsi registi, sceneggiatori, scrittori, ecc., sospetti di comunismo per il contenuto delle loro opere. Molti di loro rifiutarono questa pratica da inquisizione e furono incarcerati (tra questi il grande scrittore Dashell Hammet) altri non poterono più lavorare per anni (come Dalton Trumbo e l.awson) altri ancora abbandonarono gli Stati Uniti per protesta (esemplari i casi di Charlie Chaplin e di Bertolt Brecht), molti abiurarono penosamente il loro passato denunciando colleghi e amici (fra tutti Elia Kazan) contribuendo a legittimare una cultura politica “del pentimento e dell’abiura” che ricomparirà frequentemente nella storia delle democrazie occidentali (in Italia con le leggi di emergenza e nei processi politici degli anni ’80). Il maccartismo era certo un frutto velenoso della guerra fredda, ma era anche l’espressione di quello che i beat chiamavano “il fascismo militare del Pentagono” (dal nome e dalla forma di un edificio di Washington, dove ha sede l’organismo che coordina tutti i corpi militari degli USA), e più in generale dell’élite presidenziale di quegli anni. Gli USA erano infatti impegnati nella sanguinosa guerra di Corea che rischiava di estendersi a livello planetario. Gli allora giovani artisti beat nascevano anche come reazione a questa pagina oscura della democrazia americana. Rifiutavano coscientemente i modelli dell”‘american way of lite” anche nell’aspetto esteriore (capelli, vestiti, ecc.), ma soprattutto nel modo di vivere. Rifiutavano anche i modelli di produzione letteraria che avevano contraddistinto la generazione degli anni ’30 (Steinbeck, Dos Passos, Caldwell, ecc.) sia per la contradditoria pratica di collaborazione politica con il potere, sia per il loro comportamento nei confronti della commissione Me Carthy (ad esempio le dichiarazioni di ‘lealisrno’ di Dos Passos e Steinbeck). Vanno alla ricerca di altri riferimenti e li trovano, soprattutto, nei due ‘maudits’ Henry Miller e William Burroughs, che si erano estraniati dal clima collaborativo del New Deal cercando in giro per il mondo altre culture ed altre esperienze, e ancor più indietro nel poeta Walt Withman che aveva cantato la libera America degli individui e degli spazi alla fine dell’800, il grande padre della poesia americana che avverte che “Leaves of qrass” (Foglie d’erba) “è il canto di un grande individuo collettivo, popolare, uomo o donna”, che dopo l’esecuzione del vecchio abolizionista -John Brown scriveva:

Io son quell’uomo, io soffro, io mi trovavo là

Il disdegno, la calma dei martiri,

La madre di un tempo, condannata come strega,

Arsa sul secco rogo, sotto gli occhi dei suoi bambini,

Lo schiavo inseguito che s’accascia nella fuga,

si lascia cadere contro lo steccato, ansimante, madido di sudore

Le fitte che come aghi gli pungono le gambe e il collo,

i mortali goccioloni, le pallottole

Tutte queste cose io sento e sono.

Naturalmente quello beat fu un movimento tutto considerato di natura più letteraria che sociale. Droga, jazz freddo, sesso interrazziale e buddismo zen erano un modo di manifestare il rifiuto della dominante cultura americana (creare cioè una controcultura). “Pour epater les bourgeoises” diventò lo slogan dello stile di vita beat, la conformità venne rigettata richiamandosi all’integrità artistica, accettando la povertà e lo scollamento sociale. I beat vissero come sbandati nei quartieri poveri di New York, delle grandi città americane, insieme nella strada, nei locali dove impazziva il jazz bee-bop dando vita ad un movimento comunitario, cresciuto nella strada, fatto di vibrazioni raccolte dalla strada. Ma quanto di romantico vi era nella personalità degli autori e dei personaggi della Beat Generation, quel loro senso di individualismo esasperato impedì che questo primo momento si evolvesse in un’unione comunitaria più formalizzata. Una parte di loro si trasferì sul Pacifico, a San Francisco, realizzando una specie di “comune intellettuale” e fondando una libreria editrice, la City Light Books diretta da Lawrence Ferlinghetti, che stampava in proprio le opere degli scrittori e dei poeti beat. Dopo la metà degli anni ’50, una parte di loro si fece chiamare beatnik, con riferimento provocatorio allo sputnik, il primo satellite artificiale inviato nello spazio dai sovietici, impresa che aveva lasciato costernati gli industriali, i generali ed i politici americani.

Gregory Corso ed Allen Ginsberg sono sicuramente i due maggiori poeti della generazione beat. Kerouac nel parlare di Corso diceva: “Gregory era un ragazzino duro dei quartieri bassi che crebbe come un angelo sui tetti e che cantava canzoni italiane con la stessa dolcezza di Caruso e Sinatra, ma in parole. ‘Dolci colli milanesi’ riposano nel suo animo rinascimentale, la sera scende sui colli. Stupefacente e bellissimo Gregory Corso, il solo ed unico Gregory. Leggete lentamente e vedete”.

Corso scrisse anche alcune interviste fittizie sulla beat generation, nelle quali egli è contemporaneamente intervistatore, intervistato e smaliziato spettatore:

– Che cosa pensa della beat generation?

– Penso che non sia un accidente, penso che non esista. Non c’è niente di simile a una beat generation.

– Lei non si considera beat? –

– Cavolo, no non mi considero beat, o beatificato.

– Che cos’è allora, se non è un beat?

– Un individuo, niente.

– Non le importa dell’esistenza del movimento beat?

– Non me ne importa un cavolo, amico.

– Non ama i suoi simili?

– No, non amo i miei simili, anzi non mi piacciono per niente, eccetto l’individuo se arrivo a conoscerlo; non voglio governare o essere governato.

– Ma lei è governato dalle leggi della società …

– Ma è una cosa che cerco di evitare.

– Ah, evitando la società lei diventa separato dalla società ed essere separati dalla società è essere beat…

– Ma davvero?

– Davvero.

– Non capisco, io non voglio starei per niente nella società, voglio restarne fuori.

– Affronta la realtà amico, tu sei un beat.

– Niente affatto! Non è nemmeno un desiderio consapevole da parte mia, semplicemente sono fatto così, sono quello che sono.

– Amico, sei così beat che neppure te l’immagini!

– Ma lei cosa ne pensa della beat generation?

– Un certo stile, se ci si ripensa, vecchie foto, Fitzgerald a Parigi, 1920, alta società, proibizionismo, jazz; ciò che caratterizzò una generazione piuttosto che ciò in cui essa credeva.

I fatti fondamentali sono sempre gli stessi, cambia lo stile ma i fatti, ragazzo mio, i fatti restano.

– In che cosa pensa che consista la beat generation?

– Consista? Oh, persone beat con idee beat che non hanno legami con niente tranne che uno con l’altro.

– Allora è una generazione d’amore …

– No, amico. Siamo in alto mare. Mi faccia un’altra domanda.

– Lei non crede nell’amore?

– Amico, lei è grande. Tieni, dai un tiro d’erba.

 

L’AREA DELLA CONTROCULTURA

Nei racconti di Kerouac, nelle poesie di Ginsberg, nei testi di Miller, c’era abbastanza vitalità e novità per produrre una forte identificazione con quei modelli di vita anche in Italia. Ed è con questi riferimenti che nasce un’area della controcultura nelle città italiane. Iniziano i viaggi verso oriente alla ricerca di cultura e di saggezze diverse da quella bianca ed occidentale, la critica alle istituzioni si estende: dalla famiglia alla scuola ed alla trasmissione dei saperi; dal rifiuto dell’integrazione nel mondo del lavoro all’obiezione al servizio militare; dalla critica del concetto di ‘follia’ al rifiuto dell’istituzione psichiatrica; dal rifiuto della ‘giustizia borghese’ alla richiesta di abolizione del carcere. Su questa strada di critica alle ‘istituzioni totali’, i beat italiani troveranno vaste alleanze anche negli intellettuali rivoluzionari e democratici, che negli anni successivi prenderanno anzi in mano direttamente gli sviluppi delle battaglie su questi temi. Le prime forme evidenti dell’esistenza di un ‘movimento beat’ si verificano a Milano nel 1965. Un gruppo di ‘capelloni’ prende in affitto un negozio e lo trasforma in un luogo d’incontro. Stampa con il ciclostile e con tecniche molto creative un proprio giornale che inizialmente si chiamerà ‘Mondo Beat’ e poi ‘Urlo Beat’, ‘Grido Beat’. ecc. Il mix culturale che si deduceva da questo giornale era una singolare fusione tra istanze anarchiche, filosofie orientali, rivolta esistenziale, battaglia contro il razzismo nel nome di Malcolm X, il leader dei Black Muslims americani. Molti ‘capelloni’ vengono dalla provincia e si arrangiano a vivere vendendo collanine ed altro (sul modello equivalente inglese ed americano). Chiunque arriva alla sede di Mondo Beat trova fratellanza ed appoggi comunitari. I beat sono non-violenti, e quando qualcuno di loro viene fermato dalla polizia sfilano davanti alla questura portando fiori in segno di conciliazione, ma anche con marcata ironia. Il loro quartiere di riferimento è Brera (il quartiere degli artisti), ma cominciano a sentire la necessità di qualcosa di più genuino e comunitario, sul modello del movimento hippy.

Gli hippies, molto più estesi e ‘sociali’ dei beat, ne raccolsero, radicalizzandola, l’esperienza culturale, ponendo al centro della loro pratica il problema della “comune”, della vita di gruppo, dentro cui sperimentarono non solo il livello politico del dissenso, ma anche quello della dimensione quotidiana ed interpersonale (come si sarebbe detto poco dopo: “quelli che parlano di rivoluzione e di lotta di classe senza riferirsi esplicitamente alla vita quotidiana, senza comprendere ciò che c’è di sovversivo nell’amore e di positivo nel rifiuto delle costrizioni …costoro si riempiono la bocca di un cadavere”). Come parte del movimento più ampio di rifiuto della civiltà capitalistica gli hippies si espressero dapprima in un tentativo di creare dall’interno della città stessa una realtà ad essa alternativa, nella forma della ‘free city’ articolata nei suoi centri comunitari e di assistenza e di mutuo appoggio, successivamente nell’abbandono del territorio urbano per un’appropriazione della diversa dimensione esistenziale dell’ambiente e della natura: back to nature. Comunque il fenomeno comunitario inizialmente crebbe addirittura nelle strade. A livello sovrastrutturale la strada è il luogo dove il capitale si rappresenta e si pone, e la sua funzione alienata annulla ogni possibile rapporto tra l’uomo e l’ambiente; tuttavia è possibile modificare un habitat, anche profondamente, intervenendo sulle sue strutture fisiche, agendo sull’uso fittizio che esso impone, e questo è quanto fecero gli hippies e successivamente i “politici” sulla base della parola d’ordine “prendiamoci la città”. La riscoperta di un approccio diretto con la comunità urbana, con quella realtà che era espressione della cultura dominante e quindi della classe dominante, fu quanto mai corifeo di energie nuove. Vivere agli angoli delle strade, nelle piazze, assunse un significato rivoluzionario: la banalizzazione del territorio nemico, la città, per usarla in un modo nuovo, umano. Quel che di mitico rimanda alla mente il nome di certe zone urbane: Brera, Campo dei Fiori, Village, il Dam, Piccadilly, è legato al ricordo di ciò, al fatto che esse furono le prime comunità alternative, le prime “zone liberate”.

La cultura hippie negli USA, in Italia ed altrove fu una cultura orale, visiva si può dire addirittura, e le comunità urbane sorte nelle strade furono il mezzo ideale per propagandarla. Così i capelli lunghi, testimonianza di un discorso di rigetto, così i vestiti stracciati, maniera di esternare il rifiuto del concetto tutto esteriore e borghese del decoro (…) L’abito volutamente stracciato è una cosa ben diversa dall’abito povero, mentre quest’ultimo ubbidisce soltanto alle leggi economiche, il primo, che è poi l’abito hippy è la testimonianza di una presunta ricchezza culturale. L’aspetto esteriore diventava mezzo di comunicazione che permetteva subito di distinguere l’amico dal nemico e con ciò il riconoscimento dei membri delle prime comunità temporanee alternative. Se sei sporco e stracciato difficilmente frequenterai una casa borghese, se hai i capelli talmente arruffati da non poterli pettinare difficilmente troverai un posto di lavoro “rispettabile”. Naturalmente i beat cercarono continuamente di organizzare spazi liberati ovunque duramente osteggiati dai benpensanti e dalla stampa borghese. A Milano, che è una specie di riferimento nazionale, dopo un’iniziale aggregazione all’aperto in piazzale Brescia si trasferiscono decisamente nel metrò di Piazza Cordusio con rapide e continue puntate in Piazza Duomo sotto il monumento del “pirla a cavallo”. Il loro numero ingrossa continuamente (da una ricerca del ’67 si ricava che sono 1200 in Svizzera, 2500 in Austria, 3000 in Belgio, 6000 nella Germania Occidentale, 7000 in Italia, 18000 in Inghilterra, 20000 in Olanda, 26000 in Francia, 30000 negli Stati scandinavi) ed il loro muoversi a tutto campo contro gli stereotipi fasulli della società borghese e progressista li porta frequentemente ad intersecarsi con la nascente protesta studentesca. L’intolleranza nei loro confronti assume sempre più frequentemente toni polizieschi: a Novara vengono sequestrati e “tosati” sulla pubblica piazza da un gruppo di militari in libera uscita, a Milano sono centinaia i fogli di via emessi d’ufficio dalla questura, mentre il Corriere della Sera li qualifica come teppisti e delinquenti destinati alla “sala celtica” I beat reagiscono con metodi non violenti: entrano in questura offrendo fiori ai poliziotti, cominciano a scrivere sui giubbotti e le magliette la propria protesta (una pratica che, aldilà delle commercializzazioni, durerà fino ai giorni nostri), elaborando strumenti sempre più complessi di analisi controculturale, incrociandosi con la nascente protesta studentesca (una loro lunga intervista rilasciata al giornale del Liceo Parini “La zanzara” viene censurata dal preside), radicalizzano la già profonda opposizione nei confronti del ‘sistema dei partiti’ totalmente incapace di comprendere la loro rivolta esistenziale.

Nel 1967 i beat milanesi decidono di tentare l’esperimento di una grande comune all’aperto, anche per rispondere alla crescente richiesta di ospitalità comunitaria che proveniva dal “paradiso degli uomini fottuti” (così a volte autodefinivano la loro comunità). Affittano un grande prato in fondo a via Ripamonti, vicino alle “fresche acque” del canale Vettabbia. Rapidamente il prato si riempie di tende e di costruzioni precarie e fantasiose. Per i giornali borghesi è nata “Barbonia City”, il centro delle più “turpi efferatezze” dove si compiono “nozze sacri leghe” e la “droga scorre a fiumi”. La campagna di stampa del Corriere della Sera è forsennata e quotidiana, mentre la molto socialdemocratica borghesia milanese accorre curiosa e salottiera intorno al campeggio per provare il brivido della “trasgressione” e non evitando di desiderare connubi “desideranti”. I beat reagiscono sbeffeggiando sia il Corrierone che i titolati glutei sanbabilini, mentre la polizia staziona regolarmente dall’altro lato del prato. Ma con uno dei tanti pretesti polizieschi (la ricerca di una minorenne scappata di casa) la campagna contro “Barbonia City” riprende ancor più vigore, e nella solita alba poliziesca il campeggio viene sgombrato, le tende distrutte ed incendiate con i lanciafiamme per motivi d’igiene. La grande comunità informale dei beat si disperde nella metropoli, tentando un esperimento di “abbaini aperti” (importanti quelli di via San Maurilio), mentre oramai sta esplodendo il mitico ’68. In una prima fase i beat si trovano frequentemente a fianco delle lotte studentesche, contribuendo a complessificare, a dare spessore ed orizzonti esistenziali alla ribellione antiautoritaria, anticapitalistica ed antiburocratica del movimento degli studenti: “Contestiamo la famiglia come focolaio d’egoismo, la scuola da pag 137 a pag 145, il lavoro che ci timbra l’anima assieme al cartellino”, scrivevano su Mondo Beat alla vigilia del ’68. Insieme alla diffusione delle “tecniche di liberazione psichica” e all’antipsichiatria, la pratica della controcultura, del portare a livello di scelta radicale e di vita la contestazione, ebbe nelle occupazioni universitarie un ruolo determinante. Ma proprio quando la saldatura sembrava possibile, l’effetto parallelo e speculare della repressione poliziesca e dell’emergere della necessità dell’organizzazione, del partito, assestava al movimento beat il colpo definitivo. Fatti fuori nell’Università oramai in mano ai neostalinisti, privi di riferimenti sicuri nel territorio metropolitano, si disperdono nella “città maledetta”; tentano le comuni agricole (grande il tentativo di Ovada), iniziano i viaggi verso l’oriente in cerca di altre culture ed altre dimensioni dell’essere; si marginalizzano sotterranei, ironici ed anticipatori, paralleli ai movimenti politici verticali ed ideologizzati nei confronti dei quali continuano ad esercitare la stessa critica radicale che avevano usato nei confronti dei loro padri.

Nel tempo e negli anni e mentre i “formidabili apparati dei gruppi” si disintegravano, le definizioni nei loro confronti si differenziarono: hippie, freak, underground, ecc. Tutte legittime e con grandi radici culturali ma limitative degli interrogativi di base di quel movimento: che senso dare all’esistenza, al vissuto quotidiano, al proprio corpo, al rapporto con la natura e con gli altri esseri umani. Qual è la strada nuova, non ideologica, per la rivoluzione?

Ma l’amor mio non muore

di Primo Moroni

[da: Maledetti compagni, vi amerò. La sinistra antagonista nelle parole dei protagonisti degli ultimi vent’anni di conflitto, a cura di Romano Giuffrida, con la collaborazione di Marco De Filippi, Roma, Datanews, 1993, pp. 15-44]

 La cultura, fondamento e fonte d’ispirazione per la lotta, prende a essere influenzata da quest’ultima e questa influenza si riflette in modo più o meno palese sull’evolversi del comportamento dei ceti sociali e degli individui come sull’evoluzione della lotta stessa.
Amilcar Cabral

Era il 1976 e nel libro Vivere a sinistra. Vita quotidiana e impegno politico nell’Italia degli anni ’70 di Emina Vukovic, c’era un capitolo dal titolo “Primo e Sabina della libreria Calusca di Milano” dedicato alla storia di quella che, negli anni Settanta, era diventata la principale libreria alternativa italiana, ‘un punto di riferimento’ come disse allora Primo Moroni, proprietario insieme alla moglie della libreria dei non organizzati, dei cani sciolti, di un’area indefinibile che va dai bordighisti, ai protosituazionisti, ai consiliari, agli internazionalisti, agli anarchici, agli anarco- comunisti, ai comunisti libertari. Da allora sono passati oltre quindici anni e la Calusca, dopo un periodo di chiusura avvenuta non casualmente proprio nel cuore di quegli anni Ottanta che avevano visto l’azzeramento repressivo delle esperienze movimentiste dei due decenni precedenti, con una festa che ha riunito vecchi e giovani militanti, intellettuali rivoluzionari, incazzati della prima e dell’ultima ora, ha recentemente riaperto nel cuore della vecchia Milano in coabitazione con uno dei più attivi centri sociali cittadini. Vera e propria memoria storica della nuova sinistra e della sinistra rivoluzionaria italiana (ma non solo), Primo Moroni, attraverso la sua storia personale e quella della libreria, è dunque una figura emblematica per ricostruire le vicende di quest’ultimo quindicennio antagonista. All’epoca dell’intervista rilasciata a Emina Vukovic sia io sia Sabina, che in quel tempo era mia moglie, adesso lo è ancora ma non viviamo insieme, stavamo costruendo un circuito di librerie e di distribuzione come struttura intermedia del movimento. Il lavoro della nostra libreria, la Calusca, si era cioè orientato a creare una struttura intermedia per la diffusione di centinaia di giornali, riviste e altre pubblicazioni antagoniste di vario genere in tutta Italia. Nasce così la Cooperativa Punti Rossi che coordina l’attività con altre 65 librerie in qualche modo nate sul modello della Calusca (alcune si chiameranno con lo stesso nome e cioè Calusca 1, 2 o 3), e con svariati Centri di Documentazione. Questi luoghi di produzione culturale e politica erano sparsi dal Nord al Sud in diverse regioni d’Italia e la loro funzione era quella di distribuire e diffondere materiali che altrimenti sarebbero stati conosciuti da pochissime persone. Era una struttura intermedia di servizio che faceva sì che ogni singola sede recuperasse i materiali informativi dei gruppi che gravitavano nella sua area e li mandasse alle altre sedi con un continuo interscambio: una soluzione abbastanza originale al problema dell’oligopolio della distribuzione editoriale. Era il 1976, un anno determinante che segnerà i destini di più di una generazione: l’anno della svolta politica in Italia. Nel ’76 infatti ci sono le elezioni, c’è la grande avanzata del Partito comunista, molti degli ex aderenti ai gruppi organizzati, primo fra tutti Lotta Continua, danno indicazione di voto a sinistra. Si forma quel mito del sorpasso della Democrazia Cristiana o comunque della sinistra che sorpassa i tradizionali partiti di governo. È un mito collettivo che determina il più alto quorum elettorale del PCI dal dopoguerra fino a quel momento. Complessivamente la sinistra, compreso il PSI, che allora non era ancora craxiano, raggiunge il 49,50% dei voti. Per noi, come area della libreria, il ’76 è anche determinante perché si dissolvono la gran parte dei gruppi, cioè Lotta Continua, Servire il Popolo. Lo stesso Movimento Studentesco o meglio il Movimento Lavoratori per il socialismo, così come si chiamava allora entra in crisi. L’unica che ha una lunga complessa ricomposizione è Democrazia Proletaria la quale prima è Avanguardia Operaia, poi si incontra con il PDUP, e nasce Unità Proletaria da cui, infine, si fonda, come partito, DP. La dissoluzione dei gruppi libera comunque una massa enorme di energie di militanti che erano abituati a stare all’interno delle organizzazioni, e non è un caso che quello sarà l’anno di massimo sviluppo della cosiddetta Autonomia Operaia Contemporaneamente c’è un terzo aspetto che caratterizzerà quell’anno ovverosia si formano, soprattutto a Milano, i Circoli del proletariato giovanile composti essenzialmente da giovanissimi. È un fenomeno che sorprende un po’ tutti, nel senso che anticipa il ’77 bolognese. Il Settantasette bolognese infatti avviene quando quello milanese in qualche modo è finito o quantomeno si avvia a esaurirsi, anche a causa del grave trauma generazionale verificatosi in seguito alla famosa manifestazione contro l’inaugurazione della Scala del 7 dicembre 1976.

Che cos’era successo?
In quella manifestazione i cortei sono due, uno dei gruppi, che andrà alla Statale, e un altro che invece si incunea in via Carducci per andare alla Scala. Lì avviene un episodio drammatico: c’è un imbottigliamento del corteo a opera della polizia, soprattutto via Carducci non permette vie di fuga laterali. Ci sono migliaia di persone e una grande confusione. A un certo punto avviene un errato lancio di molotov dalle file dietro e le bottiglie vanno a colpire le prime file del corteo. Una ragazza, una ragazza bellissima, rimane pressoché bruciata. Starà molto tempo in ospedale e, se ricordo bene, ci sarà anche una sottoscrizione per permettere gli interventi di plastica al viso e al corpo, ma ancora oggi porta sul corpo le tracce di quelle ustioni. Fu terribile, un trauma per tutti nel vero senso della parola. Quindi succedono molte cose nel ’76: la crisi dei gruppi, l’avanzata del Partito comunista, la nascita dei Circoli del proletariato giovanile e, non dimentichiamolo, l’arrivo e la diffusione a livello di massa dell’eroina. Questo dei Circoli del proletariato giovanile è uno degli aspetti più nuovi e interessanti di quel periodo. Se volessimo usare un’immagine metaforica, si potrebbe dire che così come venivano a finire, o esaurivano il loro compito storico, le organizzazioni politiche verticali della Nuova Sinistra, ugualmente, e attraverso i fili impalpabili dei processi sociali, gli stessi comportamenti soggettivi diventavano orizzontali Fino a quel momento tutti gli organismi politici e sociali della Nuova Sinistra avevano lottato per conquistare spazi di agibilità vicino o dentro al centro storico della città. Questa tendenza aveva un suo senso storico: significava rappresentarsi con forza verso i centri del potere, significava anche rappresentare gli esclusi proprio nei luoghi deputati a produrre l’esclusione. L’andare verso il centro voleva dire portare il conflitto e le nuove forme di rappresentanza nel cuore del sistema e proprio là realizzare forme comunitarie di contropotere. Esemplare, per esempio, nel caso milanese, è la vicenda del quartiere Ticinese, quello dove c’era la libreria Calusca, che nei miei racconti definisco sempre il triangolo dei destini incrociati. Nel senso che una tipica e storica città radiale come Milano tende a far sì che la gente si muova dentro triangoli che, dalla base larga della periferia, si spostano verso l’angolo acuto del centro storico. Il quartiere Ticinese è appunto una zona che si pone come luogo di frontiera equidistante tra centro e periferia e proprio per questi suoi esiti storici (qui c’era una parte della città romana, poi di quella medioevale e quindi di quella spagnola), risulta essere un luogo esemplare di molti e possibili incroci di soggetti sociali diversi. Ed è forse per questi motivi che, negli anni Settanta il quartiere registrava la più alta concentrazione di sedi politiche d’Europa. In uno spazio ridotto c’era la sede di Lotta Continua, quella del Manifesto, quella di Avanguardia Operaia, una sezione del Movimento Studentesco, c’era uno dei primi collettivi femministi radicali, c’era la redazione di CONTROinformazione, la redazione di Primo Maggio, una sede del PdUP. E poi ancora: la sede della rivista Rosso e quella del Coordinamento Organismi Autonomi Zona Sud. Tutto ciò era distribuito nello spazio di poche centinaia di metri, quindi anche tutti i locali, i bar, le osterie, erano segnati dalla presenza di massa di questa specie di territorio liberato estremamente complesso. Molte manifestazioni partivano da lì. Tutto il quartiere era stato modificato dalla presenza dei politici.

Come mai era stato possibile un fenomeno così particolare?
Negli anni Cinquanta-Sessanta il Ticinese era un quartiere malavitoso, un quartiere abituato ad accettare i diversi, credo addirittura considerato perso dalla proprietà edilizia ai fini della speculazione proprio a causa di questa sua tradizione storica. Così, quando sono arrivati i politici, i residenti, come avevano sempre fatto, hanno affittato le loro case ai diversi. Ed è stato un moltiplicatore della diversità: c’erano le puttane, i contrabbandieri, i ladri, ora arrivavano i sovversivi di sinistra. Questa generazione politicizzata e intellettualizzata sceglieva come modello culturale diverso l’andare nelle case di ringhiera ritenendole più umane e ciò anche se gli stessi proletari che ci vivevano volevano andarsene per avere finalmente le case con il bagno Ci sono state così moltissime occupazioni di appartamenti e ciò ha favorito la formazione di un vero e proprio ceto politico nel quartiere: un quartiere diventato in breve tempo tutto rosso. L’atteggiamento dei Circoli del proletariato giovanile fu invece una sorpresa perché invertì la tendenza in auge fino ad allora di avere una sede nel centro della città dalla quale poi andare a fare l’intervento politico nei quartieri della periferia o davanti alle fabbriche. I Circoli nascono invece dentro il territorio, nell’hinterland. La cintura metropolitana era formata da quartieri di costruzione relativamente nuova ossia erano stati fabbricati verso la fine degli anni Cinquanta. I giovani nati in quei quartieri hanno impiegato 15, 16 anni a recuperare un’identità territoriale, a rendersi amico il territorio e a pensare che loro, la vita liberata, la volevano non semplicemente nella sede politica centrale ma nel loro quartiere e senza interventi esterni. Da qui tutte quelle definizioni sul tipo Indiani metropolitani o simili: avere un circolo, infatti, voleva dire stare nelle riserve, esclusi dalla ricchezza del centro storico, fino alla domenica, giorno in cui raggiungere il territorio dell’uomo bianco e fare le autoriduzioni del prezzo del cinema o della discoteca. Anche i giornali che loro stampano nei quartieri non sono più così immediatamente politici come potevano essere Falce e Martello, Bandiera Rossa o simili. Loro li chiamano Felce e Mirtillo oppure si denominano a seconda delle riserve di appartenenza: così il giornale di Pero si chiama La Pera è matura, quello di Sesto San Giovanni Sesto senso e via di seguito. L’esperienza dei Circoli è difficile da definire: quello che è certo è che essi invertono il meccanismo di uso sociale della città e hanno meno cultura politica degli ormai dissolti militanti dei gruppi politici verticali in qualche modo riassorbiti dall’Autonomia.

Torniamo a parlare del 1976, anno che tu dici essere cruciale per le vicende politiche italiane e, in particolar modo, della sinistra italiana
Quello infatti è anche l’anno in cui si scioglie Lotta Continua con il Congresso di Rimini. La dissoluzione di LC ha l’effetto di lasciare senza direzione politica una massa molto elevata di militanti della città, soprattutto operai. Nel 1976 nasce poi Radio Popolare. La comunicazione fino a quel momento era fatta essenzialmente di riviste e di giornali, c’era già da circa un anno Canale 96, la prima radio della sinistra, la quale però faceva più riferimento ad Avanguardia Operaia ed era quindi espressione di un gruppo organizzato. Radio Popolare, allora era direttore Biagio Longo, ebbe però subito un grande successo perché trasmise in diretta tutta la nottata tremenda degli scontri del 7 dicembre di cui parlavo prima: le cariche della polizia, i feriti e, con quei mezzi di allora, significava dover ogni volta trovare un telefono, infilarsi da qualche parte per trasmettere le notizie. Insomma in quell’anno ci fu un clima di passaggio straordinario. Noi, come collettivo della libreria, lo avvertivamo però in maniera un po’ diverso da come lo sentivano tutti. Eravamo convinti che la scelta politica di investire nel Partito comunista si sarebbe risolta in una tragedia. In questo senso le posizioni politiche espresse dall’allora segretario Enrico Berlinguer o dai vertici sindacali erano inequivocabili. L’intenzione generale dei sindacati era quella ricondurre ai vertici la contrattazione esautorando i consigli di fabbrica e quindi la democrazia di base mentre il PCI di Berlinguer propugnava da tempo il compromesso storico e cioè l’accordo-patto con la Democrazia Cristiana e ciò indipendentemente dalla parziale propaganda per l’alternativa di sinistra che facevano alcuni suoi esponenti. D’altronde, tutta la vicenda del PCI dal dopoguerra in avanti era legata al patto di democrazia consociativa con la DC e il compromesso storico, magari reso più concreto dalle vicende cilene, non poteva che essere la conclusione logica delle vicende precedenti. Eravamo cioè convinti che nei momenti di transizione (e quello era uno di quelli), ma più in generale nella sua strategia complessiva, il Partito comunista aveva, e di conseguenza avrebbe di nuovo fatto così, sempre privilegiato il rapporto con i partiti dell’arco costituzionale piuttosto che il rapporto con la classe o i movimenti. In questa direzione la difficile situazione del capitalismo italiano e le difficoltà della Democrazia Cristiana di governarla avrebbe, secondo la nostra ipotesi, spinto il PCI a una rinnovata progettualità verso il compromesso storico piuttosto che nella direzione di un approfondimento del conflitto. E in effetti pensavamo che la DC e il padronato potevano uscire dalle proprie difficoltà (o almeno provarci) solo con l’aiuto del PCI e del sindacato cosa che, com’è noto, si sarebbe verificata a partire dall’anno successivo. Per cui quell’anno alla Festa dei Navigli, la festa del quartiere che si celebra il 2 Giugno le elezioni sarebbero state il 17 o il 15, non me lo ricordo bene come libreria partecipammo con un grande striscione che più o meno diceva: 15 giorni all’alba e poi termina definitivamente la libertà in Italia perché il Partito comunista farà il patto con la DC. Sostanzialmente, forzatura a parte, avevamo tragicamente indovinato e avevamo anche intuito che il trauma per il movimento sarebbe stato terribile. E in effetti, quando arrivarono i risultati elettorali in via Volturno dove c’era la federazione del Partito comunista, quella sera migliaia di persone ballarono e cantarono perché pensavano di avere vinto, in quanto la sinistra aveva raggiunto il suo massimo storico: oltre il 49%. Vedere l’entusiasmo e il carico di attese di tutta quella gente era esaltante ma al contempo angosciante perché io, Sabina, Renato (che è stato la vera punta di diamante della Punti Rossi) e parte della redazione di Primo Maggio (che era la rivista più importante che pubblicavo), eravamo convinti trattarsi di un colossale abbaglio di interpretazione politica. Sapevamo per esperienza e per bagaglio di analisi che quando il conflitto si allarga orizzontalmente a partire dalla fabbrica per investire tutto il resto della società il processo reale tende a uscire dal controllo della dialettica tra governo e opposizione. Questo diventa allora un pericolo mortale per il sistema di partiti e per la sua forma-Stato. Il PCI aveva colto questo passaggio e avrebbe sicuramente optato, per risolvere la crisi dello Stato e al fine di ricostruire un clima concorde con gli altri partiti, per un percorso di unità istituzionale. Il risultato non avrebbe potuto che essere il formarsi di una cupola di ferro sopra e contro i movimenti e l’autonomia dei bisogni della classe. Poco più tardi avremmo scritto che quando questo avviene il sistema politico diventa più rigido, più frontalmente contrapposto alla società civile, non recepisce più le spinte dal basso, ma controlla e reprime. Già nel corso del ’75 e del ’76, in ogni caso, si leggeva l’esistenza di un compromesso storico strisciante. Si intuiva il tentativo di abbandonare la pratica della strategia della tensione (inaugurata nel tragico ’69 con la strage di Stato), per passare a un meccanismo repressivo diverso, palese e gestito in prima persona dallo stato del sistema dei partiti. La legge Reale, per esempio, andava in questa direzione. Quindi quella sera in via Volturno avevamo anche noi le lacrime agli occhi, ma non per la felicità bensì per motivi esattamente opposti. D’altronde ci rendevamo ben conto delle grandi difficoltà politiche delle avanguardie operaie di fabbrica che erano investite dagli effetti violenti della ristrutturazione. Li sentivamo sempre più spesso affermare che non si poteva più esercitare il potere operaio, che bisognava alzare il livello dello scontro. Temevamo, fin da allora, una tendenziale clandestinizzazione dei nuclei duri in fabbrica e sul territorio, come dimostrava la cosiddetta uscita della corrente operaia dalla dissolta Lotta Continua Dall’osservatorio della libreria si poteva cogliere con chiarezza un rinnovato interesse per le pratiche armate e per le stesse Brigate Rosse. A fronte di questi processi c’era la grande novità dei circoli giovanili nati nei grandi hinterland metropolitani. C’era la grande diffusione di un giornale come A/traverso che, nato a Bologna, principalmente in ambito universitario, trovava negli studenti fuori sede un humus sociale di rivolta sorprendente, nel mentre i suoi contenuti e il linguaggio nuovo con cui erano comunicati venivano assunti da un intera fascia generazionale sparsa nelle diverse città d’Italia. Era sostanzialmente il primo movimento che vedeva insieme intellettuali colti e, per esempio a Roma, borgatari. Ragazzi di periferia e politici super-preparati in un rapporto estremamente flessibile e non autoritario. Tutto ciò portava anche a una cultura completamente diversa dalla precedente, quella basata sul concetto di militanza rigida e verticale che separava il politico dal personale o il privato dal sociale. Tutto questo invece nel movimento ’77 veniva a cambiare: il personale è politico espresso precedentemente dalle femministe voleva a quel punto diventare prassi collettiva e la critica della forma-partito diveniva così definitiva e irreversibile. Il lungo percorso della rivolta antiautoritaria iniziato con gli hippies e i giovani delle magliette a righe degli anni Sessanta e in qualche modo interrottosi con la stagione dei gruppi politici verticali, riprendeva di colpo rinnovato da più densi contenuti e da una nuova e diversa composizione di classe. In un breve periodo di tempo si assisteva così a una profonda modifica delle culture diffuse, dei comportamenti collettivi, degli immaginari di riferimento. Per esempio venne riscoperta interamente la letteratura che invece prima era stata sotterrata a favore della saggistica politica. Noi lo avvertivamo dal fatto che in libreria aumentavano vertiginosamente le richieste di poesia, fra tutti Rimbaud, ma anche di tutta la grande letteratura mitteleuropea, quella, per intenderci, della grande crisi dell’unità individuale dei soggetti e delle grandi domande sul presente e sul senso dell’esistenza. Sostanzialmente un’autentica rivoluzione culturale ed esistenziale in cerca di punti riferimento, di nutrimenti e di conferme. Il grande successo di un testo difficile come l’Anti-Edipo di Deleuze e Guattari, una specie di Bildungsroman generazionale, era l’indice più evidente delle modifiche in corso. Certamente ciò significava anche il tramonto della storica centralità operaia e cioè di quel motore centrale che aveva assicurato la riproduzione del conflitto e che aveva fatto sì che qui da noi, a differenza della Francia, il ’68 fosse durato un decennio di più. E in effetti gli operai in Italia hanno avuto un ruolo determinante. Probabilmente il nostro ’68 non ha mai avuto la radicalità e la profondità culturale di quello del maggio francese, ma lì, in Francia, nell’inverno di quell’anno il movimento era già finito con la svolta gollista e gli operai erano tornati silenziosi nelle fabbriche; mentre in Italia con l’autunno caldo la centralità della fabbrica era diventata l’asse portante di tutto il conflitto e la sua egemonia aveva investito tutta la società. Il movimento dei consigli di fabbrica è stato probabilmente la più complessa espressione della maturità operaia in Europa. Sostanzialmente ha rappresentato una vasta democrazia di base sorretta dai processi materiali che si assumeva il compito generale di rinnovare la società in direzione egualitaria. Basti pensare che nella piattaforma dei metalmeccanici (FLM) del ’74-75, tra le rivendicazioni, vennero contemplati il diritto allo studio, il diritto alla casa, il diritto alla salute, cioè i contenuti, gli obiettivi generali che in genere sono di un partito, come del resto la conquista delle 150 ore (ossia l’ottenimento del titolo di studio) durante l’orario di lavoro e quindi a spese del padrone. Si può dire che proprio questo grande ciclo di lotte assicurava al resto della società quegli spazi di libertà che consentivano ai movimenti sociali di riprodursi in continuazione.

E rispetto a tutto ciò, in cosa si differenziavano le richieste dei giovani dei Circoli del proletariato giovanile?
I giovani dei Circoli, ma più in generale il movimento del ’77, avevano un universo socioculturale diverso. Non credevano più nella fabbrica, facevano il possibile per non andarci (anche se più tardi molti di loro vi saranno costretti), diffidavano fortemente della politica e realizzavano preferibilmente i loro universi vitali all’interno delle compagnie di quartiere, dei piccoli gruppi in cui erano cresciuti e di cui si fidavano. Prima era un punto di onore andare in fabbrica: il massimo era l’essere laureati ma fare lavoro politico in fabbrica o addirittura andare a fare l’operaio. Tutte queste scelte tendono invece a cadere con il movimento del ’77. Non si deve però pensare che fosse esclusivamente un fatto culturale, in realtà, come ho detto prima, la fabbrica si stava disgregando sotto l’offensiva padronale della ristrutturazione dei cicli produttivi e questo processo era principalmente favorito dagli stessi vertici sindacali che progressivamente avrebbero delegittimato gli stessi consigli di fabbrica. In parallelo iniziava il grande ciclo del decentramento produttivo con la conseguente diffusione dell’economia sommersa e del lavoro nero, ed è proprio a questo comparto del mercato del lavoro che i giovani dei Circoli si sentivano destinati mentre la grande fabbrica veniva vissuta come un luogo del disciplinamento e del lavoro poco gratificante. Questo spiega l’importanza data dai Circoli alle ronde contro il lavoro nero, o ronde proletarie, e anche la tendenza o la scelta a radicarsi nel territorio di appartenenza (quartiere, rione o zona della città), proprio perché lavoro, quartiere, tempo vissuto e realizzazione di sé venivano a essere riterritorializzati e, in questo spazio, occorreva, o meglio era indispensabile, produrre il conflitto e l’autodeterminazione della propria esistenza. Questo spiega perché il movimento dell’autonomia diffusa ebbe tanto seguito. Assai meno ne ebbe quello dell’autonomia organizzata nonostante i continui tentativi di egemonizzare queste nuove soggettività. Nel caso milanese occorre dire che per ciò che riguarda l’area dell’autonomia non c’è mai stato un gruppo egemone come invece, per esempio, a Padova con i Collettivi Politici o a Roma con i Volsci; a Milano c’erano molte componenti diverse. C’era Rosso, il cui riferimento intellettuale (ma non l’unico) era Toni Negri, c’era Senza Tregua, formato essenzialmente dall’ex corrente operaia di Lotta Continua oramai autonomizzata. Poi c’era il Coordinamento Organismi Autonomi Zona Sud, che aveva sede nel CoCuLo, ovverosia del Comitato Comunista di Unità e di Lotta, che aveva grandi esponenti intellettuali come il mitico avvocato Giuliano Spazzali o Rudi Pallabazzer (che si firmava Paolo Frignano perché era nato nel paese omonimo vicino a Napoli). Nel frattempo si era anche sciolto Servire il Popolo e i suoi militanti avevano dato vita alla rivista La Voce Operaia, una sorta di autonomia marxista-leninista. Quindi c’erano almeno quattro componenti milanesi dell’autonomia che non andavano granché d’accordo tra di loro ma che erano comunque molto massicce nelle azioni di lotta. Orizzontarsi dentro questo puzzle milanese era quindi come muoversi in un labirinto. In questa situazione i Circoli si muovevano con molta circospezione e pur frequentando alcune sedi dell’autonomia (soprattutto Rosso e il CoCuLo) non sono mai stati riconosciuti completamente nella loro progettualità politica.

La libreria come vive quel periodo?
In questo clima, mentre si passa dal ’76 al ’77, la vita quotidiana della libreria registra trasformazioni considerevoli. I giovani del movimento ’77 si mischiano con i vecchi militanti, le componenti libertarie e situazioniste si rinnovano e si diffondono. A fianco poi c’è l’estensione generalizzata delle pratiche femministe che dopo e durante la sperimentazione dei gruppi di autocoscienza si dotano di giornali, riviste, sedi proprie. Certamente l’emergere delle tematiche femministe contribuisce a dare il colpo definitivo ai gruppi verticali. Molte militanti uscirono dalle organizzazioni e altre rimasero all’interno ma anche queste ultime con profonda e rinnovata autonomia. Tutto ciò che riguardava l’autorità maschile sia in politica che nel privato venne rimesso in discussione dalle fondamenta. La battaglia contro i ruoli produsse sfracelli sia in politica che tra le coppie dei compagni. Ci furono moltissime separazioni con conseguenze spesso drammatiche sulla vita dei militanti maschi. In realtà la gran parte della politica militante era stata fortemente caratterizzata da un maschilismo strisciante, o di contenuti, e la rivolta delle donne trovò gli uomini totalmente impreparati a fronteggiare queste nuove identità. Comincia così in Calusca una processione di compagni più o meno giovani che hanno in crisi la coppia e di conseguenza fanno un uso accelerato di psicoanalisi e di testi sulla sessualità per capire dove diavolo vanno a finire o meglio che cosa è successo alle loro esistenze private investite dal ciclone femminista. E’ un periodo, e durerà molto, di grande malessere per gli uomini. Il ’77 sarà dunque un anno assolutamente faticosissimo da vivere in libreria. Faticoso proprio nei rapporti interpersonali quotidiani anche se, come riscontro, vi è una grande ricchezza derivata dall’inquietudine e dalla ricerca di nuove vie e di nuove culture. In questo quadro ci sono i drammatici scontri di Bologna, la grande e violenta manifestazione di Roma e le prime sperimentazioni dei nuovi modelli repressivi prodotti dai governi di unità nazionale. Partono cioè i vari teoremi che fanno un tutt’uno della complessità del movimento, che tentano di appiattire le culture politiche sulla tematica del complotto unitario o del fiancheggiamento degli allora ultra-minoritari gruppi armati. In prima fila a soffiare sul fuoco o a gestire direttamente la repressione è, come avevamo previsto, il PCI, oramai nell’area governativa. Partono così le prime incriminazioni per associazione sovversiva a Bifo e agli altri di Bologna, viene chiusa manu militari Radio Alice e Toni Negri si rifugia una prima volta in Svizzera perché inquisito anche lui per una fantomatica associazione sovversiva. Il PCI usa tutta l’efficacia dei propri mezzi di comunicazione e tutta la forza che ha in fabbrica per criminalizzare qualsiasi cosa si muova alla sua sinistra. Famosi sono per esempio i questionari distribuiti dalle varie federazioni del PCI nelle fabbriche e nei quartieri. Il loro contenuto era un vero e proprio invito alla delazione, a denunciare cioè attraverso la cultura del sospetto chiunque non rientrasse nella linea di collaborazione con il PCI stesso. In questa direzione si può dire che più che la classe operaia che si fa stato di berlingueriana memoria, si determina piuttosto il PCI che si fa magistratura e forza di polizia. Nella pubblicistica ufficiale comunista e democristiana (ma anche degli altri partiti), il pentitismo e la delazione diventano categorie e valori morali. Le conseguenze, nel tempo, sul piano della cultura giuridica e in genere degli universi etici del paese saranno terribili e i suoi esiti sono fin troppo evidenti ancora oggi. Tornando a quegli anni, personaggi come Pecchioli e Violante sono i diretti ispiratori dei magistrati inquirenti e il sistema politico sembra voler delegare alla magistratura il ruolo vicario del parlamento mentre nelle aule dei tribunali si consumeranno qualche anno dopo autentiche infamie giuridiche. Avviene nei fatti il passaggio, intuito precedentemente, dalla strategia della tensione alla politica dell’emergenza. Tutto ciò che non rientra nella compatibilità del sistema viene sussunto dentro la categoria di emergenza per essere represso o intimidito. Vengono effettuate in continuazione moltissime perquisizioni in tutta Italia: a me smontano sette o otto volte la casa e la libreria. Perquisire la libreria era poi un problema perché ci volevano giorni interi di lavoro: c’era una montagna di carta da esaminare e quindi, regolarmente, arrivavano 10 carabinieri che per ore si mettevano a cercare documenti sovversivi.

E li trovavano?
Indubbiamente c’erano anche documenti sovversivi ma erano anni che circolavano. Per un periodo c’era stata sulla legge della stampa un’impunità conquistata nelle lotte e quindi anche i gruppi clandestini avevano l’abitudine di arrivare in libreria, soprattutto al sabato quando veniva moltissima gente, portando i loro comunicati che poi tu te li trovavi lì, in mezzo alle riviste, senza sapere chi te li avesse lasciati. E c’erano anche le risoluzioni strategiche con la stella delle BR. A questo proposito c’è da dire che, fino al ’76, questi gruppi erano in realtà minoranze assolute, non credo che ci fossero più di cento clandestini in tutta Italia. Per chiunque fosse dentro al movimento, un incontro con un brigatista o con un altro clandestino era sempre possibile. Due anni dopo sarebbe stato una tragedia, ma in quel momento non era così grave: qualcuno ti veniva a chiedere se volevi fare una riunione in un posto qualsiasi alla periferia di Milano o di Torino e capivi che lì ci trovavi anche i clandestini. Ma tutto ciò non era vissuto come una dimensione pericolosa, non c’erano ancora le leggi speciali e fino a quel punto c’erano stati solo due morti, due missini ammazzati a Padova, un evento che, tra l’altro, venne considerato un errore dalle Brigate Rosse, niente di più di questo. Qualche rapimento, Sossi per esempio, azioni dimostrative, la propaganda della lotta armata, gli incendi delle macchine dei caporeparto ma non ancora una vera e propria strategia di azioni di lotta armata. Il ’77 nel vissuto quotidiano ti costringeva così a un superlavoro straordinario per essere presente in cento luoghi diversi. A differenza degli anni precedenti, l’universo dei punti di riferimento era stato sostituito da una moltiplicazione della soggettività di massa talmente ricca che ti costringeva a un continuo aggiornamento nella tua vita quotidiana anche fuori dal lavoro della libreria. Ricordo di aver fatto in quell’anno, 80-90 viaggi in giro per l’Italia per le cose più diverse tra loro: convegni, seminari, conferenze, da quelli piccolissimi per addetti ai lavori a quelli grandi. Era in atto un grande laboratorio sociale e, conseguentemente le aspettative erano moltissime. Però, com’è noto, tutto finì malissimo: teoricamente quella grande elaborazione avrebbe dovuto confluire nell’assemblea del ’77 a Bologna ma, a fronte del tentativo dell’autonomia più dura di gestire politicamente questa soggettività, che in realtà non era gestibile secondo i criteri politici tradizionali, tutto finì in una disgregazione totale.

E questo proprio mentre nel Paese avanzavano le leggi repressive
Nel ’78 il clima cambia un altra volta. La sconfitta del movimento ’77 lascia un grande vuoto. Molti pensano che non ci siano più spazi di agibilità possibili per agire alla luce del sole. Sostanzialmente inizia una lunga fase di clandestinizzazione del movimento. Inizia una nuova fase storica. Le leggi speciali cominciano a funzionare, l’offensiva del Partito comunista diventa sempre più dura: ci sono le schedature in fabbrica, ci sono i militanti del Partito comunista che svolgono un ruolo di cardine tra la magistratura e la polizia Quelli che provengono dalle precedenti esperienze di militanza, soprattutto gli ex di Lotta Continua, quelli della corrente di Senza Tregua, perdono potere in fabbrica perché l’azione del sindacato è quella di far fuori il consiglio di fabbrica dei delegati che era un po’ il luogo della democrazia di base della classe operaia. Facendo saltare quello, saltano automaticamente tutta una serie di agibilità politiche sul posto di lavoro ed era ciò che voleva il padronato. Per la ristrutturazione accelerata che avevano iniziato i padroni c’era bisogno di eliminare la rigidità operaia, c’era bisogno di eliminare le componenti sovversive interne, i gruppi che sostanzialmente tiravano a volata le lotte. Quindi si mette in atto un processo distruttivo che viene colto dai militanti, dagli operai politicizzati o dagli operai intellettualizzati del periodo precedente come una impossibilità nel proseguire la lotta con metodi legali. E così avviene un passaggio in massa alla clandestinità: dai 100 presunti clandestini del ’76 si passa ai 2-3 mila del ’78. Significa che in un anno e mezzo avviene una scelta di massa che coinvolge non solo gli ex operai di Lotta Continua, i militanti delle zone periferiche della città ma anche una parte rilevante dei collettivi autonomi o giovanili dell’hinterland metropolitano. Nel ’78 ci si ritrova ad avere, solo su Milano, almeno 150 o 160 sigle clandestine armate, le più famose erano Prima Linea, Brigate Rosse ma vi erano anche le FCC, le BCC, le Brigate Lo Muscio, con un’escalation di attentati dimostrativi molto forti e con una moltiplicazione, anche a livello nazionale, di omicidi. Tutto piomba dentro questo clima. Dopo la ventata creativa del ’77, nel 1978 avviene questo pesante giro di boa. In libreria tutto ciò viene avvertito molto bene. Si verifica una scissione. A fronte del disagio del vissuto quotidiano da parte di moltissimi compagni, c’è come un ritorno su se stessi, cui si accompagnano il consumo dell’alimentazione alternativa, della medicina alternativa, dell’interpretazione della vita stessa in termini alternativi. Una casa editrice come l’Astrolabio che pubblica psicoanalisi, esoterismo, discipline del corpo quali yoga, zen e quanto di collegato a essi esista, nella mia libreria, decuplica le vendite nel giro di un anno. Da un dato così tu capisci che è in corso una modificazione profonda dei soggetti, un disagio esistenziale drammatico. Il ’77 era apparso come l’ultima grande possibilità di ricomposizione tra sociale giovanile e progetto politico, tra rivolta esistenziale e modello operaio. L’accumulazione dei saperi prodotti nei cinque o sei anni precedenti aveva generato un soggetto che non diventava sovversivo quando entrava nel posto di lavoro ma vi arrivava già ribelle, sovversivo appunto. Ciò venne considerato intollerabile dagli analisti del Partito comunista ma anche dalle élite industriali e politiche. C’era, infatti, da parte di tutte queste forze un grande lavoro intorno a questi temi e la sintesi di questa ricerca fu il Rapporto della commissione Trilateral del 1976 dedicato all’Italia, in cui si sosteneva che la conflittualità operaia aveva conquistato un’estensione della democrazia cui bisognava porre limite sia nella fabbrica sia nel sociale e soprattutto nelle scuole dove era arrivata una generazione di professori e di insegnanti che, invece di contribuire a riprodurre le classi dirigenti e i cittadini che aderiscono allo sviluppo dell’economia e della democrazia borghesi, produceva ribelli. Vanno fatti fuori: questa sostanzialmente era l’indicazione che dava la commissione Trilateral, il grande potere sovranazionale delle tre aree più industrializzate del mondo. E alla commissione Trilateral, com’è ovvio, per l’Italia ci partecipavano gli Agnelli, i Pirelli, le élites industriali insieme ad élites militari dello Stato italiano. Tutta questa situazione mise in moto quel processo che provocò l’afflusso di massa nei gruppi armati e che, per quanto mi riguarda, ebbe come conseguenza un aumento dei controlli della polizia nella libreria e nell’abitazione mia e di mia moglie.

Qual era il clima che si era venuto a creare in libreria e tra i compagni a causa di questo processo di criminalizzazione?
Tra i compagni era iniziato un periodo che definirei del silenzio e degli sguardi, un periodo in cui non c’è più comunicazione politica perché una parte di compagni adopera il luogo-libreria per incontri e danno per scontato che tu sai che loro sanno che tu sai e viceversa, il che cambia tutto il clima intorno. Non sto facendo una critica, dico solo che si determina un clima molto difficile, che pretende grande attenzione e grande disponibilità. Da un altro lato invece, il processo repressivo dello Stato determina un ritorno fortissimo al privato dei soggetti sociali che hanno avuto le grandi esperienze nei gruppi politici organizzati e ai quali sono saltati una serie di strumenti interpretativi: non c’è più il riferimento operaio, le organizzazione sono dissolte, i nuovi soggetti metropolitani sono difficili da capire e in più c’è quell’elemento devastante dell’azione femminista che incide sulle loro vite. Quindi si produce una fortissima separazione tra tutte queste scelte. Ad aggiungersi a ciò vi è poi la diffusione, con una rapidità assolutamente straordinaria, dell’eroina nelle periferie. Una parte dei Circoli del proletariato giovanile si sfaldano proprio a causa dell’eroina. E’ come se ai giovani non venissero lasciate altre possibilità se non la lotta armata, l’omologazione e il ritorno a un ipotetico privato o l’eroina. In più vengono poste in campo leggi durissime che, per la prima volta nella storia del Paese-Italia, vedono concordi tutta la magistratura, salvo minoranze di Magistratura Democratica, tutte le forze di polizia e dei carabinieri e tutto il sistema dei partiti. L’intero sistema è schierato per far fuori il movimento. Non tanto per combattere il terrorismo che, come dicevo, in realtà quando nascono le leggi non è ancora di massa e, anzi, lo diventa proprio in conseguenza delle leggi repressive. In realtà l’obiettivo è ristrutturare le fabbriche, ristrutturare lo Stato con la partecipazione possibile o ipotetica del Partito comunista. E’ una fase che avrebbe richiesto da parte di tutti noi una grande intelligenza politica, una capacità di fare il punto come diceva Gianfranco Manfredi nella sua canzone Un tranquillo festival di paura: e siamo tutti insieme ma ognuno sta per sé / la ricomposizione si sogna ma non c’è / si sta sfasciando tutto persino la teoria / perché il nuovo soggetto pare che non ci sia / è tutta una gran merda / la colpa di chi è / lo Stato, il riformismo, i gruppi, non so che. La canzone è dedicata al festival del Parco Lambro del 1976. Un evento veramente drammatico: doveva essere una grande festa del nuovo proletariato giovanile e invece si trasformò in uno scontro tra vecchia composizione politica e nuovi soggetti giovanili. Il Parco Lambro segna in modo irreversibile un passaggio che Manfredi sintetizzò in modo splendido in quella canzone. C’è un enorme e straordinario disagio, un periodo veramente lungo e difficilissimo in cui si rompono le amicizie perché spariscono gli amici, perché gli armati ritengono di avere il diritto di adoperarti, un diritto politico intendo dire, sostengono che qualsiasi forma di critica che fai nei loro confronti potrebbe essere desolidarizzazione, come si usava dire al tempo. In effetti quel pericolo comunque c’era. I resti di Lotta Continua riuniti attorno al giornale scelgono, per esempio, una linea che non ho mai condiviso, quella del né con le BR né con lo Stato, che era una linea di neutralità quando invece proprio in quel momento occorreva una grande battaglia politica di riflessione su questo argomento. Era in atto, come scrivevamo noi della libreria sulla rivista Primo Maggio già alla fine del ’78, un processo distruttivo nei confronti dei movimenti che quasi sicuramente si sarebbe concretato a breve in una grande operazione repressiva. Non era possibile la neutralità né con gli uni né con gli altri. E fu per questo motivo che riprendemmo le pubblicazioni di CONTROinformazione, rivista sulla quale demmo spazio a tutti i comunicati dei gruppi armati: per noi significava farne un problema di comunicazione radicale. Si era rotta, però, quella che abbiamo sempre chiamato la comunità reale. La comunità reale voleva dire che tu sapevi esattamente con chi avevi a che fare: la lealtà della comunicazione pur nella differenza politica produceva un humus, un modo di stare nel mondo che generava affettività oltre che identità politica, iniziativa culturale o sociale. Tutto ciò si frantuma in moltissime parti. Non a caso è un periodo in cui vivevi in prima persona le storie di moltissimi suicidi. Solo per quanto riguarda l’area della libreria io ho conosciuto trentacinque persone che in quel periodo si sono tolte la vita. Per esempio ve n’è uno famoso, un ex di Avanguardia Operaia su cui è nato un libro della Feltrinelli. Tra i molti particolarmente drammatica e dolorosa è per noi la vicenda di Giancarlo Buonfino, uno dei nostri di Primo Maggio. Era forse uno dei più geniali grafici europei e aveva scelto di mettere i suoi saperi a disposizione del movimento invece di mercificarli nella professione o nella carriera. Era stato anche uno dei maestri di Zamarin, l’inventore di Gasparazzo, il personaggio operaio dei fumetti che pubblicava il quotidiano Lotta Continua (a sua volta morto mentre di notte faceva la distribuzione del giornale). E’ difficile persino spiegare l’enorme capacità creativa di Buonfino. Famoso, per esempio, è un suo film d’animazione intitolato Totem che realizzò praticamente da solo con una cinepresa a passo uno e decine di migliaia di disegni, o ancora una sua straordinaria ricerca sulla grafica e la propaganda operaia agli inizi del secolo che peraltro è rimasta per larga parte impubblicata. E così Zamarin che muore nella nebbia mentre svolge un compito militante o Buonfino che si interroga fino all’autodistruzione sul ruolo del lavoro intellettuale nella società del capitale, sono tutte espressioni della radicalità con cui ognuno doveva confrontarsi nel processo rivoluzionario. Distruggere il ruolo del tecnico o dello scienziato come forza ostile alla liberazione della classe e ricomporre il rapporto tra lavoro manuale e intellettuale assumevano in questa direzione valenze estreme. D’altronde il tragico esito delle esistenze di alcuni collaboratori di Frigidaire (e prima de Il Male) negli anni Ottanta dimostra quanto profondi fossero gli interrogativi sulla funzione del lavoro creativo e con quanta radicalità gli stessi venissero vissuti. Molti anni dopo ne parlai con Andrea Pazienza (geniale artista e autore di strip del movimento ’77 e anch’egli travolto dalla morte giovanissimo) e lui mi ha disegnato un volto carico di orgoglio, rabbia e forse pazzia con sotto scritto: Non sarà la paura della follia a costringerci a tenere a mezz’asta la bandiera dell’immaginazione. Con questo voglio dire che era difficile capire fino in fondo questa frattura della comunità reale e soprattutto come starci dentro, con quali strumenti. Molti scappavano: dopo il ’79 poi la fuga era diventata di massa. D’altra parte, per parlare solo della mia esperienza, in un anno e mezzo, c’erano stati, solo tra quelli segnati nello schedario della libreria, 681 arrestati. Una parte di questi erano anche molto amici e compagni della mia vita. Se si mettono insieme questi amici agli amici morti, credo che risulti chiaro e comprensibile il perché per un certo periodo abbiamo rischiato un po’ tutti di stare sospesi tra la follia e la ragione. Anzi credo che non ci siamo mai ripresi del tutto da quel periodo. C’era mia figlia Maysa, allora aveva dieci anni, che vedeva alla televisione passare le immagini degli arrestati accompagnate dalle definizioni assassino, terrorista, e mi diceva: ma papà questi non sono nostri amici?, come per dire che cazzo succede, è mai possibile che i miei migliori amici siano così?. Molte volte ha anche pianto e Sabina che era addolorata e disorientata quanto lei, doveva trattenere a sua volta le lacrime e lo sconforto. Molti di questi compagni erano abituali frequentatori della nostra casa, con molti avevamo fatto le ferie insieme e Maysa li considerava come una grande collettività dolce e protettiva.

Quando arrivano gli anni in cui non c’è più nulla, anche la Calusca scompare
Quando chiudiamo la libreria nel 1985 è proprio perché c’è molta stanchezza: Si sarebbe potuto andare avanti ma non c’erano più le energie soggettive per proseguire. Non era solo una questione di soldi: la Calusca era talmente nota che se avessi lanciato una sottoscrizione nazionale la si sarebbe salvata ugualmente. Non c’era proprio più la volontà. Posso anche assumerla soggettivamente come responsabilità: in tutto ciò, oltre al politico infatti, si è frantumato anche il privato, nel senso che il mio matrimonio con Sabina, che è stato un elemento determinante nella gestione dell’equilibrio di questo lungo percorso degli anni Settanta nell’esistenza della libreria, si è rotto. Per causa mia suppongo, nel senso che avevo iniziato una relazione con un’altra donna, a suo modo anche lei straordinaria. Questo saltare della struttura familiare, che ripeto, e stato un elemento di equilibrio e di ricchezza creativa che permetteva i ritmi da 10 ore al giorno passate in libreria con centinaia di persone che venivano e con un incrocio di 50 riviste e due circuiti di distribuzione, fa collassare tutto, interamente, e non a caso finisce tutto quanto insieme. Non è tanto l’aver incontrato in quel periodo un’altra donna, che potrebbe anche sembrare banale o normale, il fatto è che è proprio in quel periodo che avviene tutto: crisi della comunità reale, dissoluzione di un’esperienza politica e umana, crisi della libreria. Così sono andato anch’io fuori di testa. Tra il 1985 e il 1987 sono stato molto male: ero fuori casa, disperso nelle abitazioni della città che mi ospitavano, però non era la stessa cosa che avere il luogo con tutti i tuoi libri, tutte le tue riviste, il tuo mondo, la tua riflessione e la tua donna solidale e appassionata. Bevevo molto, una volta sono stato privo di memoria per due giorni a causa dell’alcool. Mi ero completamente sfatto di alcool o di tranquillanti perché non riuscivo a capire esattamente dove stavo andando.

Come ne sei uscito?
Dopo la crisi venne il momento di inventare una nuova situazione, senza però dimenticare tutto quanto era stato. Inventare un’altra situazione voleva dire dotarsi nuovamente di strumenti, di comunità reali più o meno inventate o accettate. Questo è stato il mio percorso degli ultimi anni: mettermi a lavorare come ricercatore una dimensione nella quale posso acquisire saperi dalle nuove élite mantenendo contemporaneamente i miei saperi andando a osservare come il livello alto della tecnologia, dell’innovazione tecnologica, delle nuove forze produttive abbia la sua ricaduta nel sociale con la frantumazione di migliaia di soggetti nell’eroina, nell’emarginazione o nell’omologazione.

Oltre a occuparti della Calusca oggi lavori dunque come ricercatore?
Sì, lo faccio da libero professionista per una società milanese, il Consorzio Aaster che lavora pressoché esclusivamente con le istituzioni ovverosia lavora con il CNEL, con il CENSIS, con la Regione Lombardia e altre realtà di questo tipo. Recentemente abbiamo fatto una ricerca per la CGIL sulla Lega Lombarda che è durata moltissimi mesi. L’anno scorso abbiamo invece realizzato una ricerca che ha portato alla prima conferenza nazionale sull’immigrazione. Non sono un dipendente di questa società, che peraltro è stata fondata da un mio amico e compagno, perché ritengo di essere soggettivamente troppo irregolare per identificarmi completamente in un progetto di ricerca che, comunque la si metta, richiede comunque qualcosa di più di una prestazione professionale, richiede, cioè, anche un’adesione più profonda. I rapporti amicali mi consentono invece di aderire alle ricerche più corrispondenti ai miei interessi e nelle quali posso a mia volta dare un risultato migliore di collaborazione. Questo lavoro oltre all’indubbia anche se limitata funzione economica, mi ha permesso di acquisire intelligenza e saperi per così dire sul campo. Molti pensano che lavorare con le istituzioni sia una forma di contaminazione e probabilmente in generale è abbastanza vero, ma io penso che uno in possesso di una sua relativa maturità, di identità e di saperi non debba temere questo confronto. Certamente è sempre una sfida perché non sai mai se fornisci più intelligenza tu a loro o se sei tu a prenderne. Però io penso che oggi sia indispensabile stare nel punto più alto della ricerca e contemporaneamente che sia indispensabile vivere anche nei luoghi dove più visibile è la ricaduta dei grandi processi di trasformazione o dove la mutazione del paradigma tecnologico accenna a dare delle risposte diverse dalla semplice integrazione-accettazione.

E’ il pensare con il corpo di Vittorini
Sì, sostanzialmente sì: anche i cyberpunk dicono tenere i piedi in strada e la testa nelle tecnologie. Più o meno si tratta sempre di fare questo gioco ed è per questo motivo che la riapertura della Calusca serve, perché ci deve essere un’agenzia di riferimento che fa rete con la città come storicamente ha sempre fatto: luogo di movimenti non solo milanesi o nazionali ma, se riuscirà, internazionali. Non poteva essere così quattro anni fa: oggi sì, vuol dire probabilmente che fa parte dei nuovi segnali nell’aria.

Di tutta questa storia degli ultimi quindici anni, oggi che cosa resta?
Di tutto ciò restano delle minoranze sparse in giro per l’Italia che hanno salvato parti consistenti di identità, nonostante il carcere o i processi, che a loro volta pero hanno difficoltà a metabolizzare il nuovo moderno, cioè la nuova fase, che è globale, che è fatta di innovazione continua e che non permette più di avere come riferimento una figura forte come la classe operaia Queste sono minoranze sparse in tutta Italia che, a volte, si sono incrociate con nuove composizioni giovanili: è il caso dell’area padovana e in parte dell’area toscana. Nel caso di Milano la distruzione è stata veramente profonda, totale radicale, non si è salvato quasi nulla. A volte si fanno delle critiche ai giovani del centro sociale Leoncavallo: nessuno si rende conto però che non c’è stata città in Italia in cui le figure politiche di riferimento, gli organismi, le culture le riviste siano scomparse così totalmente come a Milano. A Milano ricostruire e molto più difficile: quelli del Leoncavallo possono essere apparentemente meno dialettici in rapporto ad altri centri sociali nazionali ma, in realtà, non è cosi: e una condizione obbligata per chi sta dentro, nel punto centrale nel cuore della ristrutturazione finanziaria, economica, produttiva, tecnologica che produce un nemico che forse è poco visibile ma che ti tritura quotidianamente. A Milano non hai spazi di socialità dati: città come Padova o Bologna ne hanno molti di più con l’effetto positivo di un maggior tempo per il soggetto di riflettere sul proprio ruolo nel mondo. Le risorse anche a Milano ci sono ma andrebbero socializzate. Nell’ultimo decennio non c’è stata la possibilità di trasmettere la memoria, che non è la mitizzazione delle lotte dei decenni scorsi, perché i cicli di lotte finiscono e il compito delle intellettualità e proprio quello di immaginarne altre (altrimenti è una regressione tipo quella che io vedo in Rifondazione Comunista che rischia di essere un tornare indietro per attestarsi su un’identità precedente, non tenendo conto che molti strumenti del passato sono spuntati in rapporto alle realtà di organizzazione dei poteri attuali) ma atterrebbe alla possibilità di offrire uno spettro di riferimento complessivo, di strumenti e di conoscenza che sono l’esatto opposto dell’omologazione dentro una formazione politica. E’ una soggettività critica dotata di una forte strumentazione interpretativa che è utile per modificare se s essi in rapporto al mondo, in rapporto al proprio privato, al rapporto uomo- donna, al rapporto follia-ragione, al rapporto con il denaro.

Prima hai citato i cyberpunk. Qual è il tuo giudizio su questa corrente che è andata affermandosi anche in Italia negli ultimi anni?
In qualche modo i cyberpunk italiani sono nati in Calusca a partire dalla saletta data in gestione ai punk nel 1985. Lì è nata la rivista Decoder che oggi rappresenta la punta più avanzata e sociale di questa tendenza. Dall’iniziale rivista e poi nata la Cooperativa editoriale Shake e la rete telematica autogestita Cybernet. Io credo che l’incontro di Gomma, Raf, Paoletta, Marina, Rosy, Philopat e Gianni con la Calusca fosse quasi un fatto scontato perché i luoghi metropolitani si attirano a vicenda per affinità, i messaggi lanciati da un luogo giusto si incrociano con i bisogni e la ricchezza soggettiva ne viene potenziata. Con i punk prima e con i cyberpunk dopo, lo scambio di intelligenze, saperi e progetto è stato paritario. E’ stato un arricchimento reciproco. Io credo che il cyberpunk sia la prima risposta, il primo sensore antagonista dell’epoca del postfordismo. Dopo la lunga teorizzazione punk che vedeva nell’espansione delle nuove tecnologie il realizzarsi della profezia orwelliana del Grande Fratello e quindi l’ipotesi di un mondo dominato dalla falsificazione mediatica, i cyberpunk rovesciano completamente questo vissuto angoscioso decidendo di confrontarsi con il nuovo paradigma tecnologico piegandolo a proprio vantaggio. L’uso sociale delle tecnologie diventa in questo modo la nuova frontiera del confronto antagonista con il nuovo assetto produttivo. A me questo sembra un percorso di grande e nuovo interesse anche se immerso nella tradizione rinnovata delle controculture. Nella mutata condizione storica i cyberpunk ripercorrono la strada dei grandi movimenti hippies e beat degli anni Cinquanta e Sessanta. Le controculture hanno proprio questa straordinaria funzione storica: quella di anticipare i successivi movimenti più politicizzati. In questa fase, del resto, io penso che non sia consentito avere speranza nella fuga o nell’esodo. Occorre, a mio giudizio e ancora una volta, stare dentro e contro.

Hai fatto un riferimento critico alla teoria dell’esodo che negli ultimi tempi è stata avanzata da alcuni settori intellettualizzati dell’area dell’ex autonomia operaia Per molti, però, quella teoria ha solo il senso della provocazione
Sì, in un certo senso è anche una provocazione che però ha una sua solida base teorica e ha radici nella difficoltà di immaginare una sinistra oggi. Noi stiamo vivendo in effetti una transizione epocale da un sistema produttivo a un altro. Alcuni dicono che questa è la seconda rivoluzione industriale, altri la terza, ma tutti concordano nel considerare l’epoca attuale come una fase di passaggio strategica dei modi di produzione e del conseguente assetto della società. Per dirla con Marshal Berman che ha scritto uno dei più bei libri degli anni Ottanta: L’esperienza della modernità essere moderni vuol dire essere parte di un universo in cui, come ha affermato Marx, tutto ciò che sembrava solido e conosciuto si dissolve nell’aria in un tempo brevissimo. Tutto questo produce spaesamento, angoscia, senso di perdita e non è sufficiente il ricorso alla memoria o alla tradizione delle lotte precedenti per superare questa condizione. In questo senso se è indubbiamente comprensibile che molti compagni del movimento siano entrati in Rifondazione Comunista per continuare ad avere magari una bandiera di riferimento, ciò nondimeno non credo che la soluzione sia quella. Il capitale, la borghesia, vecchia o nuova che sia, sono forze rivoluzionarie che storicamente sono costrette a rivoluzionare continuamente i mezzi e rapporti di produzione e con essi l’intera gamma dei rapporto sociali. Compito degli antagonisti è attuare un’eguale e rovesciata rivoluzione delle proprie forme di lotta. Qualsiasi nostalgia del passato, per quanto straordinario esso possa essere stato, rischia di essere una scelta regressiva e frustrante anche se concordo dialetticamente con l’affermazione che la lotta degli uomini contro il potere è anche la lotta della memoria contro l’oblio. E’ vero peraltro che vi sono fasi intermedie in cui gli oppositori hanno bisogno di rileggere le trasformazioni intervenute, ovvero di rifondare il proprio progetto rivoluzionario per ricomporre le file del movimento. Il concetto di esodo deriva in parte da questa necessità. Il riferimento metaforico è, come ovvio, quello degli ebrei che abbandonano l’Egitto della repressione per andare in cerca della terra promessa, ma nel corso dell’esodo si fermano appunto vicino al monte Sinai per dotarsi delle Tavole della Legge, delle nuove leggi e regole. Ora io penso che l’esodo rimanendo dentro sia un mezzo per raccogliere le tribù sparse del movimento per creare un luogo dove darsi nuove leggi e nuovi strumenti di comunità per poi tornare all’attacco dell’ordine costituito. Un ipotesi di questo genere ha un suo fascino e prevede un’idea di res publica dal basso, composta di minoranze che non hanno nessuna intenzione di diventare maggioranza ma che si riconoscono in una nazione virtuale, è l’arcobaleno delle differenze che diventa progetto e ricchezza In questa direzione e nei primi mesi della riapertura della libreria mi sembra che i segnali siano molti e positivi. Sono nate due nuove riviste come Altreragioni e DeriveApprodi mentre una rivista preesistente, Balena bianca, è stata in parte rifondata e Decoder ha quasi raddoppiato la tiratura. Del resto gli stessi compagni di Luogo Comune che hanno introdotto la tematica dell’esodo, dopo un lungo periodo di silenzio torneranno a breve a uscire con regolarità. Più in generale vi è un grande fermento di piccoli gruppi nelle università e in molti luoghi sociali mentre il panorama politico istituzionale è letteralmente sconvolto da tempeste interne che sono anche l’espressione dell’invecchiamento del ceto politico. Io credo che in questo vuoto si aprano spazi di sperimentazione non statuale. Ciò sarà tanto più possibile a misura che sarà arrivata a maturazione la riflessione e la comprensione della rivoluzione in atto nelle società del capitalismo maturo e questo senza fermarsi a gratificarsi più che tanto sulla dissoluzione miserrima del sistema dei partiti. La colossale sbrinatura del sistema politico italiano richiede una nuova e profonda progettualità magari abbandonando le illusioni di incontaminata purezza creativa delle opposizioni giovanili degli anni Ottanta. In ogni caso mi piace pensare che i movimenti non siano mai scomparsi ma che stiano semplicemente dormendo.

Di fronte a un’affermazione come quella che fa Franco Piperno ovverosia che il comunismo in realtà non bisogna aspettarlo esso è già tra noi, latente, qual è la tua posizione?
Ne sono sempre stato convinto, anche quando ai tempi di Potere Operaio Piperno diceva cose diverse. E’ indubbio che il movimento che chiamiamo genericamente comunista, è un processo storico che non ha un inizio e una fine con la presa del potere. L’ideologia della presa del potere è dei gruppi verticali organizzati degli anni Settanta che hanno elaborato questa interpretazione un po’ spuria del concetto leninista di potere secondo le tappe classiche, cioè sciopero generale, insurrezione, disintegrazione dei poteri, dell’esercito e della polizia. In realtà un uso più flessibile di questo concetto ti fa interpretare il comunismo come un movimento tendenziale che avviene attraverso un procedimento semplice: tu nasci in una società del capitale nella quale sei costretto o ad aderire o a inventarti un’altra strada. Per inventare un’altra strada devi però contrapporre un’elevata capacità di produrre saperi e di proporre un modo diverso di vivere dentro la società del capitale. Questo è il processo comunista che parte dalla trasformazione del soggetto per diventare movimento collettivo, per diventare cioè comunità e intelligenza collettiva. Credo che la cosa più drammatica per l’élite economica e politica degli anni Settanta sia stata non tanto l’azione dei gruppi politici verticali organizzati quanto il processo reale complessivo dei soggetti. Sono convinto che la gran parte delle centinaia di migliaia di operai che facevano il sindacato dei consigli non avessero poi nemmeno talmente chiaro uno schema ideologico di riferimento. Avevano però una condizione di classe che, tramite un humus complessivo che li circondava e grazie alla soggettività di cui erano portatori dentro il degrado del processo produttivo, l’hanno rovesciata, proponendo una critica quotidiana del fordismo attraverso il comportamento dentro la fabbrica, nella produzione e nell’autorganizzazione politica. Altrettanto hanno fatto le parti più intelligenti dei movimenti sociali. Quello che è stato, quindi, è un processo che difficilmente avrebbe potuto non lasciare tracce profonde. Credo che decine di migliaia di soggetti siano segnati inesorabilmente da tutto ciò e che nel loro corso quotidiano continuino a produrre uno scambio comunicativo che fornisce questo tipo di indicazioni. E’ una filigrana interna alla società.

Oggi, che contenuti e che obiettivi può avere una possibile opposizione?
I luoghi oggi sono determinanti, nel senso che fuori vi è un processo di sussunzione complessiva della vita e delle economie, della cultura: tutto è merce. Poi ci sono dei luoghi, invece, dove questo viene rifiutato. Io credo che questa sia una fase in cui chi ha la capacità, la credibilità, la soggettività di avere luoghi, può non tanto fare progetto politico, a mio modo di vedere, almeno in questa fase, quanto invece fare un’altra cosa che è strategica e indispensabile: trasformare quei luoghi in centri di ricerca, o per lo meno una parte della loro attività destinarla alla formazione e alla ricerca. Se il sapere è diventato una merce produttiva, direttamente in quanto tale, o inglobato nella macchina, nella tecnologia o nell’informazione, che è la sua estensione più grande, si devono fare di nuovo scelte esistenziali ma se la scelta esistenziale non è nutrita da una cultura sofisticata e complessa, cioè di continua produzione e autoproduzione, la scelta si limiterà a produrre solo disagio esistenziale Dalla rivolta esistenziale all’autoproduzione del soggetto c’è un passaggio strategico che è la capacità di impadronirsi di strumenti di conoscenza diversi che permettano di decodificare, di destrutturare, di far saltare lo schema avversario: altrimenti senza questa fase di accumulazione primitiva culturale di saperi non ne viene nulla. Dicevo prima che i dieci anni antecedenti il ’68 sono stati dieci anni di accumulazione enorme di saperi con comportamenti quotidiani apparentemente normali, se si esclude la visibilità degli hippies e dei beat, però era in corso un laboratorio sociale di accumulazione di saperi che metteva in discussione tutto. Ciò era avvenuto anche negli anni Venti stava avvenendo nel ’77, quindi è un’esigenza che appartiene al processo storico determinato di una formazione economica e politica, che è quella del capitale con le risposte a essa dei vari soggetti. Io ho la sensazione che stia avvenendo anche oggi qualche cosa di simile: se non sbaglio nell’ultimo anno ho fatto almeno cento dibattiti in ottanta luoghi diversi in Italia, da Vasto a Napoli, da Roma a Padova, da Badia Polesine a Bologna, a Genova e mi rendo conto che, pur essendo minoranze quelle che incontri, la modificazione avvenuta è forse sostanziale. Fino a qualche anno fa tra il pubblico trovavo due terzi di persone conosciute, ovverosia che conoscevo da almeno dieci anni, adesso verifico che c e una gran parte di giovani sconosciuti che chiedono una quantità enorme di informazioni e di riferimenti, superiori, per esempio alle mia personale capacità di dare risposte. Ciò significa che è in corso qualcosa. Faccio un esempio riferendomi ancora ai cyberpunk. In una prima fase la tentazione di sabotare il terrorismo mediatico è stata molto forte e in parte alcune componenti la pensano ancora così. Si andava dal semplice sabotaggio alle cabine telefoniche al mito di Chomski che va in galera perché sabota un calcolatore Poi, successivamente, mi sembra che si sia cominciato a riflettere sul come mettere effettivamente il bastone tra le ruote negli ingranaggi così perfettamente oliati delle macchine comunicative moderne. La risposta non poteva che essere la necessità di conoscere in profondità la nuova e mostruosa macchina comunicativa. Ed è nel corso di questo processo di riappropriazione di competenze che si scopre la possibilità di usarla per fini diversi e nel contempo si scopre anche la fragilità complessiva delle nuove tecnologie Ciò significa che mentre acquisisco conoscenza mi rendo conto che posso pure gestire le mie conoscenze in maniera diversa. Non è che la cosa sia nuova nella storia dei comportamenti collettivi: è noto che una parte rilevante del movimento operaio all’inizio dell’Ottocento era luddista, sabotatore, perché pensava che con le macchine utensili si era affermato definitivamente il potere del capitale, dell’ascesa del capitale sull’uomo e quindi bisognava sabotarle. Da lì si forma la figura moderna dell’antagonismo che, dentro al processo complessivo capitalistico produrrà il conflitto. Ora, credo che il percorso fatto da coloro che sono ancora identificabili nell’area della controcultura radicale, come i cyberpunk per intenderci, abbiano messo in moto lo stesso meccanismo: hanno scoperto che un uso sociale delle tecnologie poteva essere rovesciato addosso al potere. Allora questo è uno dei tanti sensori di un avvenuta metabolizzazione della distruzione, della lunga fase distruttiva degli anni Ottanta: c’è, ma nessuno glielo ha insegnato, è avvenuto come percezione soggettiva ed è nutrita di tante culture che precedentemente erano frammentarie e che in quell’elaborazione hanno trovato sintesi. E’ particolarmente rilevante quanto avviene in questo modo perché è un percorso che si snoda contemporaneamente nel mondo occidentale: senza che si siano mai conosciuti hanno pensato la stessa cosa contemporaneamente a Londra, nel Texas, ad Amburgo o a Milano. Il che vuol dire che nei cicli storici sostanzialmente c’è un periodo distruttivo che frantuma e macera i soggetti, poi c’è però anche una ricomposizione che rimette in moto delle intelligenze, parziali, minoritarie, collettive, ma che sono i sensori della trasformazione in atto. E’ una trasformazione che si vede anche in altri ambiti: il movimento degli studenti, la Pantera e poi ancora la gente che ricomincia a fare controinformazione autogestendo l’informazione. E’ un processo unico, anche se diversificato, che magari avrà teoricamente una sua possibile disarmonica sintesi tra qualche anno, ma è un processo in atto. Sono ricominciati larghi frammenti di laboratorio sociale che ancora non possono essere progetto politico. L’unica cosa che si può dire è che si sta attivando una stimolazione delle intelligenze che porta a considerare i saperi un elemento determinante del piacere di stare al mondo, un nutrimento complessivo della soggettività quotidiana. Questa trasformazione sta avvenendo nei fatti, per percorsi che sono paralleli, in una somma di microstrutture e di comportamenti la cui unitarietà è data dai fatti reali, ed è un elemento di risposta esistenziale in atto nell’età della tecnologia flessibile nella quale si incrociano l’ira di dio di riferimenti, dai situazionisti agli operaisti agli storici della Resistenza. Come ci si sia arrivati fa parte dei processi reali, non è che cl sia una spiegazione sociologica: fa parte di tanti frammenti che prima rimanevano separati e che invece lentamente si fondano nel soggetto creando la sua identità. Questo è un processo in atto che richiede, nella sua fase intermedia, un continuo afflusso e una stimolazione di saperi e di informazioni: altrimenti si neofondamentalizza nel punto raggiunto, crede che quello sia un punto di arrivo che gli ha permesso di confrontarsi, invece è semplicemente il tempo storico necessario alla formazione del soggetto perché dia la risposta alle modificazioni della forza innovatrice e rivoluzionaria del capitale. Chi fa oggi un progetto politico complessivo in realtà opera una sola determinazione: mischiarsi col mondo in tutte le componenti, socializzando al massimo tutti i saperi di cui si è portatori. Quando lavoravo negli anni Settanta in Calusca, tutti pensavano che ero più intelligente perché sapevo un sacco di cose: in realtà io ero semplicemente il collettore di oltre duecento intelligenze che frequentavano la libreria: così, quando parlavo, ne sapevo di più, ma perché erano tante cose separate che continuavo a elaborare lungo coordinate comuni. Oggi continuo praticamente più o meno a fare questo: ormai è quasi un automatismo, forse non potrei vivere se non facendo così, è la mia condizione vera, esistenziale, irriducibile.

Non a caso dopo anni hai riaperto la Calusca
Sì, anche se oggi sono convinto che andrebbe realizzata una cosa molto più complessa della Calusca, occorrerebbe una libreria vera, completa, in grado di creare confronto con un archivio gestito intelligentemente, un posto dove stare, una via di mezzo tra un club, un circolo, una libreria, un bar, un luogo di socialità aperto, che faccia trasversalità con questa città, che ricostruisca reti di comunicazione anche con le strutture professionali di questa città. La grande intelligenza degli anni Settanta era che noi avevamo avvocati che hanno cambiato la loro cultura giuridica, hanno usato i saperi acquisiti nell’ambito delle università rovesciandoli contro, non svolgendo semplicemente il ruolo di garante del processo, ma il ruolo di distruttore del significato del processo, così come anche abbiamo avuto scienziati o medici (si pensi a tutta l’esperienza di Medicina Democratica o di Psichiatria Democratica). In tutti i campi ancor oggi questa capacità di stabilire reti e relazioni, di riconoscersi nella differenza è fondamentale: solo così, infatti, a un certo punto, le culture si mischiano producendo intelligenza reciproca. Per questo motivo, se potessi fare una libreria vera, avendone la forza economica e l’energia che non ho in questo momento, quella sarebbe un luogo di incrocio delle differenze, tra i democratici, tra i rivoluzionari, tra i teppisti di periferia e quant’altro esiste sulla piazza.

Come mai hai deciso di aprirla all’interno di un centro sociale?
E’ stata nel contempo una scelta soggettiva e un incrocio territoriale perché abito in questa parte della città praticamente da sempre. Ma questo non è il solo motivo. Oltre alla simpatia umana e sociale per coloro che hanno dato vita al Centro Sociale di via Conchetta, il Cox 18, ho pensato che riaprire la libreria in un luogo giuridicamente insicuro come un Centro Sociale occupato e autogestito, fosse una risposta simbolica e soggettiva al razzismo politico e amministrativo del Comune nei confronti di questi luoghi. I centri sociali sono malvisti? Allora io mi metto in quei luoghi, spendo la mia persona e il mio progetto proprio in questi luoghi e mentre faccio questo creo o voglio creare, un luogo di produzione e di ricerca culturale. Un piccolo spazio dentro un centro sociale occupato e quindi insicuro come pare inevitabile oggi. Un luogo che inizialmente sarà solo parzialmente libreria se lo diventerà sarà il prodotto delle richieste, dei bisogni e della partecipazione dei suoi fruitori ma tenterà di essere uno spazio di socializzazione di saperi, in una società sovraccarica di dati ma povera di informazione reale. Ciò senza nessuna illusione illuministica e, come abbiamo sempre fatto, evitando qualsiasi equivoco con i portatori di coscienza che troppo spesso si rivelano cialtroni o possibili nuovi padroni. Un gesto quindi per contribuire a riempire un vuoto utilizzando solidarietà e partecipazione delle culture creative del ghetto metropolitano. Contro la città fasulla dell’eccellenza e alla ricerca di nuove e possibili comunità . E’, in piccolo, una situazione-cuscinetto, un’agorà tendenziale perché qui arriva tantissima gente dalla città, dagli hinterland e da molti altri luoghi nazionali ed esteri. La gran parte non è forse mai stata in un centro sociale, ma è proprio per questo che si cominciano a creare quegli incroci, quel conoscersi e comunicare nella differenza di cui parlavo.

Cronache al capolinea della modernità

La meticolosa e ossessiva autopsia di una società nei romanzi di uno scrittore dalle incerte fortune editoriali. [«il manifesto», mercoledì 18 dicembre 1996, pp.22-23]

di Primo Moroni

La polemica e lo scandalo sull’uscita del film Crash rischia di mettere il bavaglio anche a James G. Ballard, autore del romanzo omonimo uscito in Italia nel 1990, con grande ritardo rispetto al mercato inglese (l’edizione originale è addirittura del 1973) e che al tempo ebbe in sorte di finire sugli scaffali dei remainder.
Ballard è considerato nei paesi di lingua anglosassone uno dei più grandi scrittori contemporanei e una delle firme più prestigiose di The Guardian, ma in Italia è uno scrittore che vende poco e per lo più in edicola. Ma quali sono i temi centrali della sua scrittura e perché egli stesso viene talvolta censurato (come accaduto tra gli altri per La mostra delle atrocità, che nella sua prima edizione americana del 1970, fu totalmente distrutta dall’editore Doubleday, preoccupato per le possibili conseguenze legali di uno dei testi compresi nel libro: «Ecco perché voglio fottere Ronald Reagan»)? La radicalità di Ballard sta nel fatto che lo scrittore americano estremizza la modernità, una modernità che diventa mitologia – e proprio per questo condivisa dai giovani – portando alle più radicali conseguenze situazioni già esistenti nel nostro quotidiano.

LIVORI METROPOLITANI


In
Condominium un megaresidence diventa teatro, a causa di una serie di eventi straordinari, di una lotta post-moderna di bande di coinquilini coalizzati sulla base del piano del proprio appartamento (quasi a evocare con largo anticipo, estremizzandoli, i livori metropolitani legati alle esistenze perimetrate, alle difese dei microterritori urbani, ai localismi dei comitati dei cittadini).

In Isola di cemento un banale incidente proietta l’autista in una sorta di terra di nessuno, contornata da grandi autostrade che ne impediscono ogni via di uscita.
Ma è soprattutto nei quattro magistrali racconti (Vento dal nulla, Deserto d’acqua, Terra bruciata e Foresta di cristallo) che la metafora della modernità dispiegata e i suoi pericoli raggiungono tonalità quasi apocalittiche e primordiali. Le foreste di simboli che vi si sovrappongono diventano un’evidente archeologia del presente e del recente passato, e nella loro immediata simbiosi fondono le memorie «genetiche» dei tempi e delle ere scolpiti nelle tracce dell’inconscio collettivo.

I protagonisti dei racconti sono infatti posti di fronte a repentini, sconvolgenti eventi che modificano la loro relativa tranquillità quotidiana e sono quindi «costretti» a dare risposte. Risposte drammatiche che ricercano dentro di loro e nelle immense risorse del proprio bagaglio di conoscenze e dei propri universi vitali. E se è vero che acqua, sabbia, cemento e cristallo sono elementi che si incontrano in tutta l’opera di Ballard – e che gli stessi hanno molteplici significati simbolici all’interno dei quali l’estetica ballardiana costruisce questo inno alle «infinite possibilità del presente» – altrettanto chiara risulta l’ambivalenza delle scelte legate ai dilemmi delle modernità ininterrotte di questo secolo morente. E qui siamo in tutta evidenza agli scritti di Marshal Berman, quando lo studioso americano reinterpreta Marx, considerandolo un teorico della rivoluzione ininterrotta di sé e del rapporto mortale e vitale tra uomo, natura e tecnica, tra epistème e technè. Spesso, riconosce Berman, «il prezzo di una modernità in via di sviluppo e in espansione è la distruzione non solo di situazioni e ambienti tradizionali e premoderni, ma – e qui è la vera tragedia – anche di tutto quanto vi è di più bello e vitale nello stesso mondo moderno». I personaggi di Ballard sono costantemente posti di fronte a questi dilemmi, costretti a sfidare forze materiali, economiche e tecnologiche spaventose. Uomini e donne che vedono morire e rinascere le proprie appartenenze – etniche, di genere, di classe – e convinzioni, come le figure dipinte da Picasso in Guernica, che lottano per tenersi in vita, proprio mentre urlano la loro morte.
C’è poi la scrittura e lo scavo dei personaggi e delle loro psicologie. Qui tutta la storia personale di Ballard (basti pensare all’Impero del sole) risulta nella sua complessità. Ma ciò che poteva essere rimosso come in incubo, un trauma originario, diventa invece materia vitale di una scrittura tesa a trasformare l’autore stesso in un raffinato psicologo delle situazioni estreme. Si comprendono quindi le difficoltà di comprensione di queste universi estetici. È un segno dei tempi e della staticità di molte soggettività, come è accaduto negli Stati uniti dove il film di Cronenberg non ha ancora trovato un distributore. Osservava Nietzsche: «C’è in giro una moltitudine di ‘piccoli suonatori di corno’, la cui soluzione al caso e alla difficoltà’ del moderno è cercare di ‘non vivere’ affatto: per loro ‘divenire mediocri’ è ormai l’unica morale che produce senso».

ANGOSCIA CONTEMPORANEA


Qui sta la grandezza di Ballard e delle sue sfide contro le quali l’uomo cerca una nuova difficoltosa e avventurosa via per «ricollocarsi» in un tempo interiore che spesso si dilata nell’allucinazione. E che la ricerca sia difficile lo testimonia, più di tutto, il suo stile che ricrea l’angoscia contemporanea del vivere (sbaglia totalmente Tullio Ketzich sul Corriere della Sera a definire involuta la scrittura di Ballard). Ballard è sempre stato uno scrittore ripetitivo e ossessivo e, proprio in
Crash, lo è come non mai. Qui, infatti, la franchezza sessuale e le lunghe descrizioni di ferite e mutilazioni e l’unione tra carne e macchina (che Cronenberg riproduce in maniera moderata) si esplicitano in una scrittura che è più medico-scientifica che letteraria, perfetta immagine di rapporti sociali totalmente disgregati e vissuti senza alcun sentimento: un incubo ad aria condizionata, qual è la nostra epoca.

La Milano di Primo Moroni

Tratto da «Milano.Istruzioni per l’uso», a cura di Dina Bara e Mimosa Burzio, CLUP, Milano, 1983, pp. 46-49

[Con questo primo contributo Qui e Ora comincia, in collaborazione con la Calusca/Archivio Primo Moroni/Cox 18, la pubblicazione di alcuni scritti e interventi di Primo Moroni. La diffusione di materiale inedito o di difficile reperimento crediamo sia, tra le iniziative in occasione del ventesimo anniversario delle scomparsa del più grande “organizzatore culturale” dei movimenti italiani dagli anni ‘60 ai ‘90, se non la più importante certamente la più significativa. Per quanto ci riguarda cercheremo di pubblicare quei testi e quei contributi che sentiamo vicini a quelli che sono i nostri interessi e sensibilità. Quindi materiali sulla modificazione della metropoli, sulle culture radicali e sulle forme di vita, a partire da quella che Primo Moroni stesso incarnò. E dunque non potevamo che iniziare da un articolo di Primo sulla “sua” Milano. L’articolo di Primo Moroni è preceduto da un’introduzione di Calusca/Archivio Primo Moroni/Cox 18]

VENTI

Il 30 marzo di vent’anni fa ci lasciava Primo Moroni, un compagno, un amico. Primo aveva attraversato anni intensi di lotte, insubordinazioni e rivolte, quel vasto processo sociale ch’egli chiamò, nel titolo di un suo giustamente famoso libro, “L’orda d’oro”, con una singolare intelligenza e sensibilità. Antropologo della città, libraio del movimento, crocevia delle più varie anime della rivolta, scientifico ballerino della vita, ha saputo unire diversità e percorsi singolari senza mai dimenticare l’obiettivo di un mondo che fosse per tutti migliore, costantemente impegnato in un’attività intesa a “socializzare saperi senza fondare poteri”. Nel 1992 Primo riapre la libreria Calusca all’interno del Centro Sociale Cox18, in via Conchetta 18 a Milano, a riprova della sua disponibilità a confrontarsi con culture e contro-culture anche generazionalmente distanti dalla sua. Di questa scelta disse “ho pensato che riaprire la libreria in un luogo giuridicamente insicuro come un Centro Sociale occupato e autogestito, fosse una risposta simbolica e soggettiva al razzismo politico e amministrativo del Comune”, o, aggiungiamo noi ora, di qualsiasi altra istituzione nazionale, “nei confronti di questi luoghi. I centri sociali sono malvisti? Allora io mi metto in quei luoghi, spendo la mia persona e il mio progetto proprio in questi luoghi e mentre faccio questo creo o voglio creare, un luogo di produzione e di ricerca culturale”. Da allora Primo ha partecipato attivamente all’assemblea di gestione del centro di cui si è preso cura insieme con noi, che con lui ci siamo confrontati, abbiamo discusso, ci siamo scambiati conoscenza, pratiche e memoria. Morendo Primo ci ha lasciato un patrimonio di libri, riviste, documenti di cui si fa carico, dal 2002, l’Archivio Primo Moroni, nei locali di quella che fu e continua a essere la Libreria Calusca City Lights. Benché lenti e incostanti, cerchiamo di rendere disponibile questo patrimonio a chi ne ha piacere, sicuri che un occhio rivolto con intelligenza al passato possa aiutare, e non poco, nelle lotte dell’ora che annunciano il poi.

I materiali che seguono fanno parte degli scritti di Primo che abbiamo in questi anni conservato insieme a quanto di più caro egli ci ha lasciato.

Non temiamo tribunali, poliziotti o malasorte. QUI SIAMO E QUI RESTEREMO

CSOA Cox18, Calusca City Lights, Archivio Primo Moroni

 

Primo Moroni, milanese, 47 anni, è il fondatore della libreria Calusca, uno dei luoghi di aggregazione e produzione della cultura politica di sinistra più attivi a Milano negli ultimi dieci anni. Editore di varie pubblicazioni che privilegiano la storia “orale” dei comportamenti collettivi (tra cui la rivista “Primo Maggio”), ha avuto la possibilità di attraversare la storia della città da un osservatorio esterno alle versioni ufficiali. E non tutti sanno che è anche un grande ballerino di rock’n’roll …

Gli anni ’60 sono segnati da una grande svolta nel clima politico nazionale, e i cambiamenti si avvertono maggiormente in una grande città come Milano. Nel luglio 1960, quando la Dc tentò di fare il governo Tambroni con i fascisti, i giovani di tutta Italia scesero in piazza per protestare. Erano la nuova leva, i giovani dalle magliette a righe, che mal sopportavano la disciplina dei partiti, ormai insofferenti al clima un po’ immobile degli anni ’50. Sicuramente la maggior parte erano figli di proletari, ma anche di artigiani e della piccola borghesia. Facciamo un piccolo passo indietro: negli anni ’50 Milano aveva una classe operaia molto forte ma molto chiusa nelle fabbriche, e una borghesia altrettanto compatta. Esistevano degli straordinari luoghi di aggregazione: l’Isola, la Bovisa, il Giambellino, il Ticinese, la Trecca, ecc., lo stesso centro storico che, a differenza di adesso, era un grande quartiere popolare. In questi “territori” si erano formate delle grandi compagnie di giovani, vere e proprie bande basate su una forte solidarietà fra i maschi.

Nello stesso tempo la speculazione edilizia spingeva la popolazione dal centro verso la periferia, i quartieri ghetto come Quarto Oggiaro o Gratosoglio si ingrandivano a dismisura, e piccoli paesi come Cologno Monzese si trasformavano da borgo contadino di 8/9000 abitanti in grandi quartieri dormitorio con 80.000 abitanti. Tutto questo provocava una forte alterazione del tessuto sociale dei quartieri, e uno degli effetti fu proprio la disgregazione delle bande di cui parlavo, che non potevano sopravvivere alla distruzione delle case e delle strade in cui questi giovani erano nati e cresciuti tutti insieme. I ventenni degli anni ’60 si distinguono dalla generazione precedente perché sono meno condizionati da valori politici morali, e cominciano a produrre comportamenti nuovi. Prima, ad esempio, le relazioni fra ragazzi e ragazze erano molto rigide, i rapporti sessuali rarissimi, mentre questi giovani sono molto più spregiudicati. In particolare nella sfera del tempo libero avviene un fatto che un po’ ironicamente potrei definire “antiproletario”: le vecchie sale da ballo, in cui da un lato stavano le donne e dall’altro gli uomini, tendono a sparire, ed anche la grande stagione delle sale “esistenzialiste”, dove si ballavano il rock e il boogie-woogie, lentamente comincia a spegnersi. Sorge un nuovo tipo di locale, l”’whisky-a-gogo”, in cui si entra già in coppia. Chiaro che ne era avvantaggiato chi andava a scuola, e poteva fare amicizia al di fuori della vita di strada di tutti i giorni. Gli altri, per forza di cose, ricadevano sulle ragazze che abitavano nella loro stessa strada, le quali, essendo quasi tutte sorelle di amici, obbligavano ad un comportamento più regolare. La reazione fu un incredibile fiorire di feste private, l’antidoto al ”’whisky-a-gogo” per poter continuare a conoscere delle ragazze. Il fatto ebbe anche un riflesso sulle gare di ballo moderno, visto che uno degli scopi era di far notare la propria abilità alle donne, e in locali in cui si andava già in coppia diventavano esibizioni senza senso.

Sempre in quegli anni nei quartieri periferici nasce un nuovo fenomeno: le bande di “teddy boys”. Giovani “arrabbiati”, che andavano in cerca della rissa, i primi a reagire all’emarginazione con la violenza, calando dalla periferia nel centro della città. Le bande degli anni precedenti si confrontavano tra loro, tra quartieri diversi, non avevano il problema di chi fosse emarginato e chi no, semmai il problema era di avere un’identità di gruppo. I “teddy boys” no, loro giravano di notte. Bisogna tener presente che allora la vita notturna milanese era molto molto intensa. C’erano un mucchio di locali che aprivano alle quattro del mattino e chiudevano a mezzogiorno; nel cuore della notte piazza del Duomo era sempre piena. L’introduzione di una “variabile” violenta come fu quella dei “teddy boys”, provocò tremendi scontri, anche a botte, con gli altri nottambuli milanesi, e suscitò una certa incomprensione. Ci furono perfino convegni alla Casa della Cultura, alla Fondazione Cini. In capo a un paio d’anni, però, vennero come riassorbiti da quel grande movimento che cominciava a nascere proprio allora. Dall’hinterland confluivano in tutte le grandi città i beats, giovani che rifiutavano il lavoro, vivevano in comune, erano pacifisti, diffondevano a migliaia i manifestini per la marcia della pace di Bertrand Russel. Ci furono delle grandi marce per la pace, in concomitanza con la questione di Cuba e dei missili sovietici. Durante una di queste storiche manifestazioni, a cui partecipò anche il PCI nonostante non fosse autorizzata, morì Ardizzone ucciso dalla polizia. Lentamente, intanto, i giovani si staccavano dalla militanza nei partiti, e cominciavano a cercare nei comportamenti quotidiani la realizzazione di certi bisogni, accompagnati da una profonda, tenace, ostilità della vecchia generazione, compresa quella operaia che era stata più generosa, ad esempio negli anni ’50, nei confronti dei diversi. La situazione non era certo semplice. Chi, come me, allora aveva poco meno di trent’anni, faceva sforzi tremendi per capire a fondo quello che succedeva. Credo che molte persone della mia generazione, ad esempio, siano uscite dal Pci non tanto perché fossero in disaccordo sulla linea generale, quanto perché cercavano di dare una risposta più immediata ai loro bisogni nella vita quotidiana. Basta pensare al rifiuto dei giovani verso la famiglia, o all’opposizione di una borghesia rozza e volgare come era quella del boom economico. La società italiana si stava trasformando: c’erano il centro sinistra, il boom, l’arricchimento improvviso, ma anche le grandi e drammatiche svolte all’interno dei partiti. Fu allora che nacquero “Quaderni Rossi”, “Quaderni piacentini”, e risale a quei giorni l’episodio di piazza Statuto, cioè la ribellione degli operai contro il sindacato. E da qui che ha origine quel lungo percorso sotterraneo che sicuramente può essere definito il “presessantotto”, un percorso difficile, fatto di modelli diversi che si opponevano decisamente a tutto ciò che di vecchio continuava ad esistere nei partiti e nella società. Il disagio toccava un numero sempre maggiore di giovani, anche perché la scolarizzazione di massa faceva affluire ai gradi superiori dell’istruzione molti che fino a quel momento ne erano stati esclusi. Erano anni veramente difficili, di grandi trasformazioni e di grande tristezza: ci si sentiva un po’ senza sbocchi, non si poteva ancora immaginare che tutto sarebbe sfociato nelle grandi manifestazioni di massa del ’68.

Intanto la città si trasformava rapidamente, e imbruttiva anche. I beats “occuparono” Brera, ed è normale perché, come i quartieri popolari, i quartieri degli artisti sono quelli che accettano più facilmente i diversi. Si diffuse l’uso delle droghe leggere; ci fu la sorpresa di vedere questi ragazzi produrre giornali propri come “Mondo beat” o “Il Grido beat”.

Fra il ’65 e il ’66 ricordo il tentativo di creare un grande accampamento della gioventù in fondo a via Ripamonti: “Barbonia City”, questa era la definizione che ne davano i giornali borghesi. Un giorno venne attaccato dalla polizia e bruciato con i lanciafiamme. Gran parte delle “culture” parallele che sono poi rimaste parallele al ’68, l’underground, le filosofie orientali, il pacifismo, la sperimentazione delle droghe leggere, nascono proprio ora all’interno di questi primi movimenti. I quali, del resto, hanno introdotto nella società nuovi gusti musicali, nuove tendenze letterarie, nuove forme di lettura che, all’inizio minoritarie, diventavano sempre più diffuse.

La città subiva l’immissione di queste lingue diverse con difficoltà, ma poi l’integrazione è stata abbastanza rapida. Drammatica era, invece, la distruzione dei quartieri popolari di cui parlavo prima. Se si sventra un quartiere la cultura che vi è nata si disintegra; ognuno va per la propria strada, in altre zone, e diventa un’entità isolata incapace di riaggregarsi. Proprio a Porta Genova, in quegli anni, venne demolito l’albergo popolare di via Marco d’Oggiono: aveva 200 stanze, e si pagavano 200 lire per notte; anche un disgraziato poteva andarci se non aveva un posto per dormire. E non è l’unico episodio del genere: la zona che in assoluto ha subito più trasformazioni, ad esempio, è quella intorno all’Università Statale. Era un grande quartiere popolare, che noi oggi non possiamo immaginare vedendo i palazzi con gli uffici.

Altri frammenti, intorno al ’67. L’occupazione dell’Hotel Commercio; “Lettera a una professoressa” di Don Milani, il primo importante episodio di contestazione della scuola; la censura di “Rocco e i suoi fratelli” perché mostra scene di violenza sessuale … Ecco, gli anni ’60 a Milano sono essenzialmente questo: un blocco di potere che si oppone al nuovo negandolo rigidamente, diffamandolo; mentre diverse generazioni si sovrappongono nel tentativo di trovare un tessuto comune, un modo di comunicare che si evolve lentamente nella pratica quotidiana, senza interiorizzazioni. E poi esplode di colpo, dando vita a un’altra storia.