Falene

Intervallo

Sta arrivando l’inverno, usate dire. Ma il vostro inverno non può arrivare perché è già sempre con voi, vestito del vostro lutto fin dal primo giorno che vi siete aperte. Il mio inverno è fatto solo di luce tagliente, e finisce ora, nel soggiorno illuminato di primavera. La tavola è pronta di una nuova colazione, la casa è un gioco di alba che si specchia e rimbalza di lame e chiazza di rosso frammenti di cose. Ma c’è ancora silenzio nelle stanze. Tra poco invece sarà tutto un fermento di verde bambino, un gorgheggiare di cori, un tinnire di tazze, un frusciare di vesti, un ruzzolare di passi e germogli sui gradini.

Intanto cade il mio velo da sposa della notte, risalgo la mia placenta di seta fino alla luce, alla ricerca di spazio per dispiegare le mie ali piccole e molli.  Addio mie spoglie di pupa! Mie bende d’immortalità! Mio succo di papavero! Ecco l’aperto! Ma non il vostro aperto. Non vedo l’abisso chiuso e sordo che si solleva inarcandosi dalla buca notturna, solo l’aprirsi di fiori senza fine. Non sento le vostre sirene, solo gli echi vaganti dei pipistrelli a tracciare la rotta. Ora sono falena, sfinge, ninfa o saturnia, ora volo affamata tra queste pagine aperte.

Il fuoco è acceso, la fiamma arde, brucia il mistero, dal fondo si alza il suo lamento.

Ora volo incurante delle ore e dei giorni, scrivo traiettorie nell’aria, e non so dire se c’è un tremito di inchiostro sulle ali, salto di nettare in nettare, vivo.

Ecco la mia ultima trionfante metamorfosi che non conosce fine svolazzare in nessun luogo senza no! La fine è dietro di me, uno spettacolo tutto vostro.

Altrove, il sole dalle braccia aperte cade a picco sulle onde scalpitanti, mentre qui, io volo ondeggiando tra le fronde in una selva di luce e di ombre, e scantono al primo segnale che mi vorrebbe preda e mi poso indistinta là dove divento foglia, tronco, erba, fiore. Non mi nascondo, mi faccio solo mondo.

E intanto spengo anch’io, come voi, senza saperlo, ad uno ad uno i miei falò, e disincanto il tempo con l’amore, come voi, senza saperlo, e forse gioco, forse fuoco.

VIII. L’Aula di Giustizia

F non credeva ai suoi occhi.

A. se ne stava in una loggetta identica alla sua, incastonata nella parete opposta di un immenso edificio circolare sormontato da una cupola.

Le loggette erano poste su cinque livelli e formavano grandi anelli che abbracciavano tutta la circonferenza dell’edificio. Lui ed A. si trovavano entrambi al quarto livello. Ci mise un bel po’ a contarle tutte. Tutti gli inquilini di quelle loggette erano seduti su comodissime poltroncine colorate con tanto di braccioli e porta bibite.

F ne aveva sentito parlare durante la latitanza ma in fondo non aveva mai creduto che potessero esistere luoghi del genere. Doveva ancora abituarsi all’idea di aver oltrepassato una soglia oltre la quale a nulla valevano tutte le sue vecchie categorie.

Una luce opalescente filtrava attraverso due grandi vetrate poste esattamente sopra quello che pareva essere un altare. Su di esso, a dominare l’aula, un maestoso scranno. Vuoto.

F distolse gli occhi da A.. Uno sciame chiassoso di persone aveva invaso la platea e andava a riempire i banchi vuoti disposti come in chiesa.

C’erano famiglie con nugoli di bambini al seguito che si abbuffavano di pop corn traboccanti da enormi bicchieri di carta plastificata il cui odore pervadeva l’aria, c’erano giovani coppie inghirlandate di umori torbidi, c’erano gruppi di ragazzetti schiamazzanti che ingollavano liquami colorati da cannucce colorate, c’erano uomini soli col cappotto che prendevano posto nelle ultime file e che facevano di tutto per conservare il loro posto vicino all’uscita, c’erano donne anziane vistosamente imbarazzate d’essere lì, come in preda a un’imperdonabile debolezza.

L’aula si riempì in pochi minuti, ordinatamente, a dispetto dell’apparenza caotica di quella fiumana di persone.

Quando tutti furono seduti il chiacchiericcio si fece più sboccato. Nessuno, tra il pubblico, pareva intenzionato a volgere lo sguardo in direzione delle logge. Per quasi nessuno di loro doveva essere la prima volta. Sapevano tutti benissimo cosa fare. Cosa aspettare. E non era lo spegnersi delle luci. Quelle non si spensero mai.

Solo dopo che il pubblico ebbe preso posto in platea F ripassò con lo sguardo, questa volta con più calma, i volti degli altri inquilini delle loggette.

Al primo livello sedevano facce straniere, facce di paesi lontani. Al secondo livello sedevano vecchie facce dallo sguardo smarrito. Al terzo livello facce pazze, inequivocabilmente folli. Al quarto livello sedevano, con lui ed A., molte persone conosciute durante la latitanza. Al quinto livello sedevano facce d’angeli, inafferrabili, con braccia che parevano fronde più che ali.

Poi notò che ai piedi del primo livello correva un recinto lungo tutto il perimetro dell’aula.

Di lì a poco, da una specie di grande gattarola, uscirono compostamente e in silenzio centinaia di cani e di gatti di tutte le razze e le stazze. Ma non solo. Uscirono anche canarini, pappagalli, serpenti, ragni, iguane, tartarughe, pesciolini, rospi, criceti ed esemplari di innumerevoli altre specie piegate alla domesticità. Non si udì alcun abbaiare né miagolio, nessuna baruffa tra cani e gatti, nessuna zampa fuori posto. Nessun morso, nessun cinguettio, nessun litigio tra le specie. Nessun tentativo da parte dei predatori di predare le prede. Ordinatamente si sistemarono lungo tutto l’arco della recinzione, rispettando financo una certa distanza gli uni dagli altri.

Quando gli animali ebbero preso posizione si aprì, in fondo all’aula, un imponente portone di legno intarsiato.

Allora il pubblico si zittì all’unisono e tutti gli sguardi dei presenti, animali compresi, si volsero verso di esso.

Entrarono, con passo risoluto e come un corpo solo, sette individui togati tra uomini e donne. Sotto un braccio sorreggevano pesanti faldoni e nell’altra mano leggerissime apparecchiature elettroniche.

Quello che per F aveva tutta l’aria di essere un piccolo plotone d’esecuzione andò ad occupare le prime file. Tra loro e l’altare c’era soltanto un grande tavolo ovale su cui poggiarono tutti i loro faldoni, i quali rimasero abbandonati lì.

Le apparecchiature elettroniche restarono invece sempre attive e luminose tra le loro dita vitree e sottili come zampette di formiche.

IX. Capi d’accusa

Il pubblico attendeva in silenzio.

L’aula intera era come sospesa, immobile. Ogni accenno di rumore veniva subito inghiottito da quel silenzio irreale. Anche gli animali non fiatavano. Quella specie di trono sull’altare continuava a restare vuoto.

F pensava al suo destino e a quello di A. Pensava all’operazione.

Nessuno sapeva esattamente che cosa fosse l’operazione. Erano girate voci di ogni sorta tra compagni di latitanza. Qualcuno aveva prefigurato orrende scene di torture, stagliuzzamenti, coltelli, seghetti, sale operatorie al neon e camici bianchi. Qualcun altro era stato più propenso a immaginarsi interventi di controllo mentale, microchip inseriti nelle reti neuronali e via dicendo. C’era poi chi si era immaginato costretto, per non essere soppresso, a prendere parte a segretissime operazioni militari. C’era anche chi semplicemente aveva associato all’operazione il significato di annientamento, di mera eliminazione fisica.

Comunque nessuno nutriva alcun dubbio, A. ed F compresi, sul fatto che quella parola puzzasse tremendamente di eufemismo, di uno di quegli eufemismi che all’improvviso sono sulla bocca di tutti quando ci si sta preparando a giustificare qualcosa di atroce, di atrocemente violento.

– Voi siete accusati.

Una voce atona echeggiò nell’aula rompendo il silenzio.

A. ed F volsero insieme lo sguardo in direzione della voce.

Uno degli individui togati svettava su tutti gli altri da un pulpito posto alla destra del grande tavolo ovale.

A quelle parole seguì nuovamente un lungo silenzio.

– Siete accusate di essere colpevoli. Siete tutte accusate di aver abbandonato volontariamente e senza autorizzazione le vostre rispettive funzioni. Siete accusate di esservi esiliate senza alcuna disposizione in merito. Siete accusate di aver dileggiato la vostra regolamentare messa al bando giocando a fare i banditi, le escluse, gli ostracizzati, le fuggitive. Siete accusate di aver cercato di ricomporre le vostre separazioni e di aver profanato il vostro campo di appartenenza. Siete accusate di esservi prese gioco dell’eccezione, della norma, dello Stato e dello stato di eccezione. Siete accusate di aver oltrepassato confini invalicabili e di aver passeggiato divagando in territori interdetti. Siete accusate di aver sottratto i vostri corpi ai controlli sanitari e i vostri occhi a quelli immaginari. Siete accusate di aver rifiutato ogni identificazione ed ogni riconoscimento. Siete accusate di aver eluso la vostra protezione e la vostra sicurezza sottraendovi a tutti gli schermi e a tutte le telecamere. Siete accusate di aver sputato sulla vostra cittadinanza, sui vostri diritti e i vostri doveri. Siete accusate di aver voltato le spalle allo spettacolo e di essere uscite dalla sala. Siete tutte accusate di latitanza con l’aggravante, per alcune di voi, di recidiva inoperosità.

Il magistrato si tolse gli occhiali e guardò la platea che a quel segno esplose in un applauso fragoroso.

F non aveva mai sentito niente di simile. L’applauso durò venti minuti. Sembrava che nessuno volesse cedere, come se farlo fosse vergognoso, disdicevole e magari si potesse anche incorrere in qualcosa di spiacevole. Ma forse questa era solo una sua impressione.

Quando finalmente l’applauso si spense, il magistrato, che doveva essere un pezzo grosso, scese i gradini del pulpito, un po’ goffamente a dir la verità, e riprese il suo posto su una delle poltrone.

Un altro magistrato lo sostituì sul pulpito e gridò subito con veemenza:

– Imputati di livello zero!

A queste parole cani, gatti, canarini, pappagalli, tartarughe, pesciolini, pitoni, iguana e via dicendo rizzarono per un istante le orecchie. Ma i più ripresero quasi subito l’attività in cui erano impegnati, come grattarsi, spulciarsi, leccarsi, sonnecchiare o becchettare o chissà che altro.

– Oltre ai generici capi d’accusa già menzionati siete accusati di aver abbandonato i vostri padroni e le vostre padrone che vi volevano tanto bene e che hanno tappezzato i muri dei loro quartieri con le vostre fotografie e il loro numero di telefono. Siete accusati di aver rigettato la vostra qualifica di animali da compagnia preferendo un destino solitario o in compagnia non autorizzata di altri viventi vostri simili e non. Siete accusati di aver cercato di estrarre dalla vostra carne il microchip identificativo. Siete accusati di aver preferito il nomadismo alla stanzialità, la vita all’aria aperta alla comodità degli appartamenti, un prato alla lettiera o alla passeggiatina. Siete accusati di aver rifiutato il guinzaglio, la gabbia, l’acquario e tutte le proiezioni dei vostri rispettivi due zampe. Siete accusati di esservi sottratti alla vostra funzione di sopperire ai vuoti e alle mancanze. Siete accusati di aver fatto piangere vecchi e bambini. Siete accusati di non esservi fatti trovare dai vostri proprietari e di aver a lungo eluso la cattura da parte della forza pubblica. Siete accusati di aver violato la proprietà privata dei vostri padroni sottraendovi al vostro status di cose o di beni in loro possesso. Siete accusati di infedeltà, di irriconoscenza e di alto tradimento. Come attenuante si terrà conto dei vostri anni di servizio e dello sterminato indotto che si è creato attorno alla vostra riparazione e al vostro sostentamento.”

Alla lettura dei capi d’accusa seguì un nuovo lungo applauso, benché più breve del primo, accompagnato dal lancio di alcuni oggetti da parte dei bambini, prevalentemente bicchieri e scatole di stuzzichini, in direzione degli animali. Questi si limitarono a reclinare il capo e ad abbassare le orecchie. Non uscì un mugolio dalle loro bocche.

– Imputati di primo livello!

Una nuova voce si alzò dal pulpito.

Le facce straniere che sedevano nelle gabbie del primo livello intesero che si parlava di loro nonostante la lingua fosse per molti incomprensibile. C’era nelle loro espressioni un che di amaro.

– Voi siete poco più che bestie. – Continuò il magistrato. – Siete accusati, oltre ai generici capi d’accusa già menzionati, di esservi movimentati senza precisa ordinanza e di aver abbandonato la vostra Nazione di appartenenza e le vostre mansioni. Siete accusati di essere sopravvissuti a innumerevoli naufragi, supplizi e sevizie, e di aver preteso in più di una occasione di essere considerati alla stregua di persone. Siete accusati di non aver piegato abbastanza la schiena e di aver accettato del denaro, seppur poco, in cambio dei vostri servigi. Siete accusati di non aver vinto, di non essere riusciti, una volta superate le prime selezioni, a conquistarvi un’identità in quel mondo spettacolare che tanto sognavate. Siete accusati di essere arrivati fin qui per restare delle nullità, delle inesistenze clandestine incapaci di assurgere alla legale clandestinità dei cittadini, al loro tanto invidiato anonimato. Siete accusati, con la vostra presenza su questo territorio, di aver esibito la vostra nuda vita mettendo così in pericolo la sicurezza della nuda vita dei cittadini e la stabilità dello Stato stesso, nonché la legittimità del Diritto e quindi anche di questa Aula di Giustizia. Come circostanza attenuante sarà tenuto conto che passando inosservata ai più questa vostra esplosiva potenzialità, lungi dall’aver minato le fondamenta della Nazione, la vostra presenza ha più di una volta contribuito a cementare nuove proficue alleanze, a rinsaldare identità inconsistenti, a catalizzare e neutralizzare furori soffocati troppo a lungo e a dirottare i pensieri di guerra su nemici alla portata di tutti.

Seguì il solito scroscio di applausi accompagnato questa volta da insulti razzisti della peggior specie. Anche gli imputati del primo livello, così come gli animali prima, ebbero una reazione piuttosto compassata davanti agli scoppi di violenza della platea.

Ad F sembrava che tutti i suoi compagni di sventura, di qualunque livello, e lui compreso, fossero immersi in uno stato di stordimento tale da attutire le bordate della realtà, da impedire loro di collassare come stelle al capolinea, pronte a disintegrarsi nello spazio infinito in nebulose planetarie.