Iter in silvis. L’ecologia e il suo mondo, la Terra e i suoi abitanti…

 A partire da questo numero Qui e Ora apre una nuova rubrica che, ogni volta che avremo qualcosa di interessante da proporre, fluttuerà nella varie categorie – pensare, attaccare, costruire, il culto – e sarà dedicata alla cosiddetta “crisi ecologica” e a quelle sperimentazioni che vengono compiute in tanto che forme di vite che mettono in questione quelle dominanti nella civiltà occidentale. In specie, ma senza farne un manufatto ideologico, a quelle che approssimativamente possiamo chiamare forme di vita contadine, in un mondo che ne fa e ne farebbe volentieri a meno. Da un lato vorremmo quindi dedicare attenzione all’analisi teorica dell'”ecologia e del suo mondo” e dall’altra alle pratiche di vita e di lotta che agiscono direttamente nei termini di un’altro rapporto al mondo. Il nome della rubrica è Iter in silvis, indicando in questo modo tanto l’inoltrarsi nel bosco, quanto la discesa agli inferi.

Louis Janmot, The Wrong Path

 

 

ITER…

«Colui che si meraviglierà avrà il Regno»

 

 

ɑ} La civiltà occidentale non è altro che un esperimento fallito. La sua è la storia di un Grande Errore. Quando sentiamo parlare di crisi – crisi ecologica, crisi politica, crisi economica, crisi esistenziale, crisi dei valori e chi più ne ha ne metta – dovremmo rammentare questo fatto funesto e riportarlo alla sua origine. E l’origine insiste tanto nel passato quanto nel qui e ora. Il tempo si conosce solamente nell’adesso, questo vortice in cui convergono tutte le dimensioni – passato, presente e futuro –  che l’Occidente ha immaginato in quanto vettori della Storia, separandoli tra loro. Da quale di queste direzioni arriva la catastrofe? Ci si rende subito conto che è una domanda priva di senso. La catastrofe è oggi. Ne senti l’odore a ogni passo sulla strada lattiginosa che porta al supermercato dietro casa. La vedi scorrere sullo schermo che rimanda l’idea di una foresta. L’ascolti venire ogni volta che paghi per sopravvivere. Nell’adesso, l’Occidente è sempre in via di nascere e di morire. Più utile sarebbe invece comprendere che accanto a questo ticchettio di cui è fatta la Storia e che ha fatto del mondo una bomba a orologeria, vi è un altro tempo che non scorre ma si dilata, non segue la freccia che da ieri porta a domani, ma esplode nell’adesso, non indica la fine, ma è la fine di ogni indicazione. L’anomia del tempo contro l’ordine della Storia.

Se si parla di crisi di civiltà non è sufficiente dire allora che quello che è fallito è il sistema socialista, quello liberale o quello fascista, e cercare un perfezionamento di questi sistemi, magari incrociandoli tra loro, per rimettere in carreggiata l’Occidente. Cedere a questa follia relativista, sarebbe ancora una volta cedere alla macchina propagandistica di Atene, la metacittà democratica, l’archetipo di ogni governo, sempre sterminatore e già da sempre fallito. Assumere questa verità – l’Occidente è un esperimento finito male – non vuol dire darsi alla disperazione, al contrario: assumere lucidamente la diagnosi è il solo modo di essere in pace con se stessi.

Si parla molto di questi tempi di una “estinzione” in corso, riferendosi alle specie animali e vegetali, basandosi sul discorso della scienza. Ma…

Sono secoli che il discorso della scienza pretende di dirci cosa è bene e cosa è male, cosa è possibile e cosa non lo è, cosa esiste e cosa non ha esistenza. Ha partecipato alla devastazione del mondo in prima fila, e oggi se ne vuole il salvatore. Razionale è bene, irrazionale è male. Reale è ottimo, irreale è pessimo. Cambiare il clima, ma non l’atmosfera capitalista. Consumare di meno, ma si produca, si produca, si produca. Certo è che nessuno scienziato vi dirà mai che ciò che si sta estinguendo è la nostra capacità di sentire, la nostra capacità di ascoltare il silenzio senza la quale non possiamo godere della musica, la nostra possibilità di compiere gesti che mutano la percezione di che cosa siamo, la nostra capacità di pensare a cosa potremmo essere al di fuori delle proiezioni e dei simulacri che costituiscono l’intero paesaggio della vita umana sulla terra. Sappiamo bene di incorrere in una incomprensione generale, tuttavia quello che vorremmo dire è questo: in via di estinzione è innanzitutto la nostra anima. Ne segue una desolazione totale.

Ogni discorso sulla “crisi ambientale” non ha alcun senso se non riusciamo a pensare questa origine sempre contemporanea dell’errore devastante che è l’Occidente. Riparare il mondo e riparare le nostre anime sono la stessa identica cosa.

β}Come spesso è accaduto per i concetti che muovono l’Occidente, anche l’ecologia è qualcosa che allo stesso tempo è il prodotto e la produzione di una confusione, un errore che ne ha prodotto una serie che arriva fino a oggi, quando questa parola ha guadagnato nel senso comune un significato in buona parte alieno a quello datogli dall’inventore del termine, il biologo Ernst Haeckel nel 1866. Oggi infatti il termine ecologia è usato comunemente per indicare, più che un ramo della biologia, la “difesa” della natura in ogni sua manifestazione, o ancora meglio la protezione dell’“ambiente”, altra parola foriera di equivoci, dalle azioni dell’uomo. In fondo, nel discorso ecologista dominante non c’è una gran differenza tra “difendere la società” e “difendere la natura”. Per questo sentiamo sempre quell’odore inconfondibile di guerra che quel “difendere” porta con sé. Noi diciamo che bisogna opporre l’uso della natura alla sua difesa.

La prima confusione dell’ecologismo probabilmente risiede nel fatto che sottintende l’esistenza di un unico e solo mondo, mentre un altro iniziatore dell’ecologia in quanto scienza biologica e che ha avuto una grande influenza sulla filosofia contemporanea, il barone Jakob von Uexküll, aveva già avuto modo di mostrare che, invece, ciò che esiste sono i mondi, ognuno con un proprio regime di percezione. Il barone estone arrivava buon ultimo, certamente, considerato che i mistici hanno sempre saputo che esiste ben più di un unico regime di percezione e di presenza. In realtà è proprio questa credenza, la quale vuole che esista un solo mondo per tutti i viventi e una sola forma di presenza al mondo per tutti gli esseri, ad essere stata una tra le cause scatenanti di quella che oggi viene chiamata “crisi ambientale”. È la crisi della presenza del mondo, che così viene evocata.

Tuttavia, è estremamente significativo che Haeckel abbia coniato il nome unendo due parole greche, oikos (casa) e logos (discorso),cosa che ci fa immediatamente comprendere che dire “crisi ecologica” significa nient’altro che dire “crisi dell’abitare”.  Ma l’etimo di ecologia indica anche la sua stretta parentela con un’altra parola-baluardo della civiltà occidentale, quella di “economia” ovviamente. L’ecologia, per dirla con le parole stesse del vecchio biologo, non è altro che “l’economia della natura”. Ora, dobbiamo immediatamente precisare che non si tratta solamente, anche in questo caso, dell’economia nel senso divenuto comune, cioè di ciò che concerne la merce e il mercato, ma va intesa nel suo senso proprio di strumento del governo. Nell’idea di Hackel l’ecologia è la scienza che si occupa dello studio delle relazioni di un animale o specie vivente qualsiasi con il complesso organico e inorganico che lo circonda, con quello che è il suo ambiente appunto, parola che significa, secondo la sua etimologia, “quello che sta attorno”, cosicché l’ambiente viene immaginato sempre come qualcosa di “esterno” al suo soggetto (per cui gli ambientalisti sarebbero coloro che difendono questa esteriorità che sarebbe “la natura” dalle azioni umane). Questa “cerniera” tra dentro e fuori, interno ed esterno, è propriamente ciò che deve essere governato e che appare invariabilmente in tutti i discorsi ecologisti, anche quelli più radicali. Anche per questo definizioni come “ecologia politica” o “ecologia sociale” sono fondamentalmente degli errori, gli aggettivi vi appaiono come un inutile rafforzativo, poiché se è vero che non esiste nessuna economia che non sia immediatamente una politica, così deve valere per l’ecologia. La politica è la gestione del conflitto e infatti l’inventore dell’ecologia, nel definirla, non esitò a metterla in stretta relazione alla teoria darwiniana della “lotta per l’esistenza”. E dunque. In quanto condividiamo la diagnosi della crisi di civiltà, non siamo affatto certi che quella ecologica debba essere una lotta della politica, siamo propensi a pensare invece sia una lotta contro la politica. Anche per questo, ci poniamo a distanza tanto dell’ecologia politica in generale, che è giusto un ramo del marxismo, che di quella specificamente italiana che sembra oggi animata principalmente da uno strano mélange che potremmo derubricare come fricchettonismo-postoperaista. Un’altra economia non guarirà il mondo dall’economia.

γ} Ciò che si vorrebbe anche far notare infine è che, non per nulla, i contadini e coloro che hanno vissuto ai margini della civiltà industriale non sono mai stati ecologisti o ambientalisti. Non hanno vissuto come vi fosse una netta cesura tra loro e la natura, semplicemente perché ne venivano attraversati tanto quanto la attraversavano. I contadini non avevano un ambiente, ma una forma di vita. L’ecologia nel senso moderno di “difesa della natura” è, integralmente, una ideologia cittadina, praticata da chi vive nelle metropoli, pensata da chi vive in una condizione acosmica: ecologista è prima di tutto la protesta del disperato che si accorge di non avere un mondo ma, al limite, un ambiente. La fine della civiltà contadina è, storicamente, la nascita dell’ecologia come difesa e salvaguardia della “natura”. Se non partiamo da questa semplice evidenza ogni lotta contro la degradazione dell’esistenza è inficiata in partenza da un falso discorso. Gli ecologisti conseguenti diremmo allora che sono quelli che, più che difendere qualcosa, lottano per tornare ad avere un mondo, per ricosmicizzare l’esistenza. È questo il loro divenire rivoluzionari. La disperazione del cittadino metropolitano può così trasformarsi, nel caso più felice, in ostilità verso l’ambiente nel quale si è trovato a dover vivere. Positivamente essa si svolge nello sforzo di concepire altri modi di vita che entrino in relazione con le forze e le energie a cui la metropoli fa da schermo. Il mondo dell’ecologia non è l’Eden, ma il giardino devastato.

Il problema che hanno di fronte coloro che si pongono la questione ecologica non consiste in altra cosa dall’operazione contenuta nell’etimo generico della parola, l’economia cioè. Il cittadino ecologista deve allora intraprendere una via che lo porti a spogliarsi tanto della cittadinanza quanto di questa equivoca definizione di ecologista, in quanto la sua opera ha senso solamente se si rivolge contro l’economia, destituendo il governo in ogni sua accezione. Distruggere l’economia è il solo modo di tornare alla dimora naturale. È così che schegge cosmiche si sprigionano da ogni gesto destituente diretto verso l’ecologia e il suo mondo.

 

…IN SILVIS

È così che quelle stesse schegge cosmiche potranno forse riportarci alla nostra dimora naturale, nelle silvae.

Le selve, le montagne, le terre selvatiche e impervie che sfuggivano alle geometrie ordinate erano i luoghi dell’incivilitas, nei quali i Romani vedevano l’impossibilità della civilitas, della città.

È quindi proprio in questi luoghi, in ciò che di essi rimane, nonostante tutto, fuori o ai bordi della civilitas, che forse possiamo ancora ritrovare brandelli della nostra anima silvana: dispersi, sparuti, smarriti. Questi luoghi erano quelli della barbaritas, da dominare e tramutare  in luoghi funzionali alla città e alla sua economia; ma erano, nello stesso tempo, luoghi colmi di mistero, dove lo spirito della natura obbligava l’essere umano a confrontarsi con i propri limiti. Terre sacre per Plinio, che non si potevano ferire, tagliare, scavare senza commettere sacrilegio perché in essi dimoravano le divinità, erano porte all’Ade o al Tartaro, terre nelle quali lo spirito umano si fondeva con il mistero.

Ecco allora che Iter in silvis potrà forse aprire dei sentieri verso la nostra dimora perduta, là dove umanità e mondo non sono ancora scissi, là dove possiamo vivere l’eterno ciclo di vita, morte e rigenerazione, “esposti alla estatica visione della zoé.

Dea madre uccello, Cultura Vinca, Balcani, ca. 5000 a.c

 

Uno di questi sentieri riteniamo possa essere la vita contadina.

“La civiltà contadina sarà sempre vinta, ma non si lascerà mai schiacciare del tutto, si conserverà sotto i veli della pazienza , per esplodere di tratto in tratto; e la crisi mortale si perpetuerà.”

Carlo Levi scriveva queste parole nel suo Cristo, alla vigilia della seconda guerra mondiale, vent’anni prima che si perpetrasse il genocidio dei mondi contadini della nostra penisola, genocidio culturale, e quindi linguistico, puntualmente registrato e descritto da Pasolini nei suoi attacchi, in pieno boom economico, all’ideologia dello sviluppo.

Il plurale “mondi contadini” è dovuto nel parlare di una forma-di-vita strettamente connessa al luogo, ovvero alla terra, che abita e lavora, soprattutto in un paese come l’Italia che vede convivere al suo interno bio-regioni estremamente difformi tra loro per clima, morfologia e storia.

E parleremo di mondi contadini, più che di civiltà contadine, perché riteniamo che nei loro orizzonti di senso siano sopravvissuti attraverso i secoli frammenti di quella incivilitas pre-romana e pre-greca, intrisa di magia, di compenetrazione tra visibile e invisibile, di riti misterici e di intima comunione con la madre terra. Sopravvivenze che per la loro difformità e dissonanza rispetto alla Storia dell’Occidente sono state periodicamente oggetto di persecuzione e sterminio.

Dagli anni Cinquanta le sirene delle fabbriche, come un piffero di Hamelin, hanno chiamato a sé le masse contadine depauperate dal latifondo, dalla mezzadria e da cinque anni di guerra totale: manodopera salariata per alcuni, soggetto rivoluzionario per altri, sogno piccolo borghese per se stesse.

Mentre si realizza l’esodo, o la deportazione forzata, delle masse contadine verso la fabbrica della città, le campagne vengono progressivamente trasformate in fabbriche a cielo aperto: è la rivoluzione verde. Nuove generazioni di trattori, di semi brevettati ai raggi gamma, di prodotti chimici all’avanguardia (diserbanti, pesticidi e fertilizzanti) privano i contadini rimasti sulla terra della loro forma-di-vita e li trasformano in agricoltori/imprenditori, operai specializzati dell’industria agroalimentare che vengono, al pari di tutti gli altri operai, separati dal prodotto, dal fine e dalla ragione del proprio lavoro. Essi diventano a tutti gli effetti esecutori materiali del loro stesso genocidio, in una competizione fratricida nel nome della produttività che vede, in un processo durato decenni, l’affermarsi del modello azienda medio-grande a discapito della piccola azienda agricola a conduzione familiare. Allo stesso tempo il lavoro agricolo da attività manuale che vedeva coinvolti uomini e donne in comunione tra loro, diventa quasi prerogativa maschile,  dell’uomo-macchina che a bordo di mezzi sempre più potenti ara, erpica, semina e raccoglie senza aver mai mescolato le sue mani con la terra. Avanti e indietro, avanti e indietro…per campi sconfinati.

E’ l’era della monocoltura, del conto-terzista, dei tecnici da consorzio.

Intanto, mentre quasi decade per esternalizzazione la figura dell’operaio e i centri storici delle città italiane diventano parchi divertimento per turisti e impiegati, (che poi sono la stessa cosa), ridisegnando se stesse sul modello degli outlet e dei centri commerciali che fioriscono come tumori nelle periferie, la campagna italiana diventa uno dei fiori all’occhiello del made in Italy.

A tal punto da divenire oggetto di esposizione spettacolare in occasione dell’Expo di Milano 2015, non a caso intitolato “Nutrire il pianeta, Energia per la Vita!”. Per metastasi, nasce a Bologna F.I.CO: Fabbrica Italiana Contadina, un parco divertimenti del cibo in cui la campagna, già trasformata in fabbrica, viene assunta nel cielo del capitalismo con il contratto degli addetti allo spettacolo.

In questo scenario parrebbe scontato il ritenere morta e sepolta ogni possibile forma-di-vita contadina.

Eppure, a ben guardare, forse non è così.

Alla fine degli anni Settanta le campagne dovevano ancora finire di spopolarsi che già piccoli contro-esodi di persone muovevano dalle città per cercare un senso nella terra, una vita non più separata dalla propria forma. Quel contro-esodo continua, crediamo abbia avuto un incremento negli ultimi anni, ed è forse numericamente più consistente di quello che appare perché avviene il più delle volte in sordina, clandestinamente, nonostante i tentativi di assorbimento da parte dello Spettacolo, attraverso la retorica del ritorno alla terra cavalcata dai vari guru dello Show Food Admnistration.

C’è stato e c’è, da parte di molte persone protagoniste di questo contro-esodo, un esplicito e consapevole intento di diserzione: dalla polis, dall‘officium, dal governo. L’unico im-piego possibile diventa per alcune di loro un mi-piego, sulla terra, alle potenze naturali, aderendo al succedersi delle stagioni e provando a ricucire in questo modo la frattura io-mondo che dopo almeno venticinque secoli di disastri ha reso possibile l’esistenza di un discorso ecologico sulla difesa della natura come elemento separato dall’essere umano. Chi ha vissuto e sta vivendo questo contro-esodo non cessa mai di reimparare l’adesione alla potenza degli elementi, alle silvae, nella speranza che un giorno questa adesione possa tornare ad essere non più una conoscenza ma un intimo sentire.

Certo è difficile sottrarsi alle reti del Grande Pescatore, che cercano di catturare e assorbire ogni gesto di diserzione nella macchina dello Spettacolo o della Produzione, che poi sono la stessa cosa.

Ma nonostante tutto, nonostante il Grande Pescatore e le sue reti, è innegabile che sempre più persone abitano sulla terra, di terra e con la terra.

Incarnano una specifica forma-di-vita? È giusto nominarla? Se sì, come la nominiamo? E quale  potenza attribuire ai suoi gesti?

Questa è la questione che vogliamo portare alla luce.

Innanzitutto occorre sfrondare il campo da quei meri imprenditori agricoli che non portano con sé o che hanno rinnegato ogni residuo dei mondi contadini, né sono mossi da alcun intento di diserzione dalla realtà. Costoro coltivano la terra ma vanno al supermercato a fare la spesa, sono operai specializzati nelle monocolture, non mangiano del loro lavoro, non sono sulla terra, operano soltanto con essa: ci seminano coriandolo da esportare in Arabia Saudita o imbottigliano vini per vincere premi.

Tra questi la vecchia guardia dei trattoristi della rivoluzione verde, spesso figli o nipoti dell’ultima generazione di contadine/i, e i nuovi rampanti yuppies della green economy che cavalcano la moda del sano, giusto e pulito e che sono anche ecocompatibili con i fridays for future e i saturdays for fun.

Restano da considerare allora due grandi tipi di persone, naturalmente popolate al loro interno da mille sfumature: chi diserta dall’arruolamento metropolitano per abbracciare una vita di terra che non conosce e che deve apprendere dalle fondamenta, e chi è testimone, non sommersa, dei mondi  contadini che si dicono estinti, sopravvissuta al genocidio, tuttora vivente sulla terra e con la terra, nonché preziosa portatrice di una cultura materiale viva e di inestimabile valore.

Abbiamo forse assunto troppo frettolosamente e acriticamente come un fatto compiuto l’estinzione dei mondi contadini. Certo è innegabile che una loro specifica manifestazione storica si sia estinta e che le masse contadine non esistano più.

Così come nella marginale Arcadia durò fatica l’installarsi del modello ateniese della polis, differenze regionali e morfologiche hanno fatto sì che, in alcuni territori “barbari” e marginali, di questo paese, il processo di genocidio e deportazione sia stato più lungo e sia di fatto ancora in corso. Ma anche nei territori più colonizzati esistono residui, resti umani di quei mondi rimasti incastonati nei gesti quotidiani di quella specifica regola monastica che è la forma-di-vita contadina: alzarsi, accudire gli animali, innaffiare l’orto, sarchiare, scerbare, seminare, trapiantare, legare, potare, zappare, vangare, fare legna, accatastare, portare il grano al mulino, raccogliere, stivare, torchiare, impastare, travasare, imbottigliare, bacchiare, essiccare, trasformare, falciare, tenere acceso il fuoco, riparare, aspettare, accudire gli animali e coricarsi.

Esistono tuttora persone che sono nate e cresciute in un mondo contadino e che di quel mondo continuano ad essere impregnate, non lo hanno rigettato, sono rimaste sulla terra quando tutte, o quasi, andavano in città, e ci sono rimaste non come mere esecutrici dei dettami dei consorzi o delle associazioni di categoria e dei loro tecnici ma come contadine.

Queste persone dunque esistono e sono a tutti gli effetti delle sopravvissute che portano nelle loro mani ricurve dall’artrite un testimone di qualche migliaio di anni. Esistono contro la storia a riprova ulteriore della simultaneità di temporalità differenti del qui e ora. Spetta a chi ha disertato la metropoli per andare sulla terra da neofita saper accogliere quel testimone: nell’alleanza inattesa e non detta tra questi due tipi di persone continuano a vivere i mondi contadini di cui tutti, alcuni in buona fede, hanno decretato, con premura un po’ sospetta, la  morte.

È in quest’unione che riteniamo possa continuare a esistere una forma-di-vita contadina.

Come nominare altrimenti chi siede alla propria mensa davanti al pane del grano che ha seminato, all’olio delle olive che ha raccolto e al vino dell’uva che ha pestato?

Aveva ragione Carlo Levi, la morte che muore la “civiltà contadina” non cessa mai di compiersi.

E in questo modo sopravvive, non si lascia mai schiacciare del tutto, perché le braci sotto la cenere sono ancore vive, ardenti, pulsanti. Anche dopo l’esodo o la deportazione forzata. Le alimenta un profondo cumulo di legna raccolta in qualche millennio di passi nella foresta.

Non le hanno spente i padroni, il latifondo, i feudatari, la Chiesa, la distruzione dei boschi sacri, i consorzi agrari, i roghi dell’Inquisizione, i tecnici, non le hanno spente le facoltà agrarie, le facoltà non agrarie, la rivoluzione verde, i massacri, i piani quinquennali, le rivoluzioni, il boom economico, le fabbriche, la metropoli, le guerre, i diserbanti, i pesticidi, i supermercati, la grande distribuzione, lo spettacolo, il ritorno alla terra, la neo-epica contadina e le sue mappature.

Non le hanno spente perché la storia di quelle braci è molto più antica della storia dell’Occidente.

Esse ardono di un fuoco lontano e profondo, ardono dai fuochi dei villaggi neolitici non fortificati della Dea Madre, accesi nelle case/tempio nelle quali non c’era separazione tra sacro e quotidiano e la vita stessa era un lungo inno al mistero; ardono dai tempi del Giardino in cui Adamo ed Eva erano un tutt’uno con l’albero della vita, con la vita animale e quella vegetale.

Chi erano essi in fondo se non un contadino e una contadina che coltivavano il paradiso qui e ora?

Amanti” di Gumelnita, Romania, ca. 5000 a.c.

Se dunque può ancora esistere una forma-di-vita contadina si tratta di capire quanto i suoi gesti possano effettivamente ricucire quella frattura io-mondo che appare ormai insanabile, se possano in qualche modo indicare la via per un ri-medio al Grande Errore dell’Occidente uccisore, nel senso medico del termine di riportare equilibrio tra gli umori sconvolti del vivente terra umano.

Se per chi compie quei gesti una possibile salvezza si manifesta a tratti come vivida sensazione, forse essi possono, in questa lunga eterna apocalisse, testimoniare l’esistenza di un possibile cammino per chi, nella metropoli in fiamme come in quella sinistramente avvolta da una “pace terrificante”, cerca di tornare alla sua dimora naturale.

È nelle sembianze di un lupo che Lazzaro, dopo il linciaggio consumatosi nella banca, abbandona la città nella sequenza finale di “Lazzaro Felice”: solo in quella forma, non più soltanto umana, una volta distrutta l’economia, potremo tornare a essere terra nelle antiche silvae mai consegnate alla civilitas.

Iter in silvis vagherà allora per l’inferno che ci è dato vivere, cercando di dare spazio e di far durare ciò che in mezzo all’inferno non è inferno, ma foresta.

“No volvemos a la tierra, volvemos a ser tierra”, Fulgencia Burgos, 2009, india della Puna Argentina

 

La gaia scienza degli Amerindiani

di Andrea Russo

Il ridicolo e il grottesco, ha scritto Michel Foucault, sono alcuni fra gli ingranaggi più antichi e perversi dei meccanismi di potere. Da sempre, nella società occidentale, la politica si è data la possibilità di produrre i suoi effetti, o addirittura di «trovarne l’origine», in una dimensione che è «volontariamente ed esplicitamente squalificata dall’odioso, dall’infame e dal ridicolo». Esempi della meccanica grottesca del potere si trovano ovunque nella nostra storia: il potere ha preso più volte la forma di un essere abbietto, infame, fisicamente e moralmente ripugnante. Svetonio in De vita Caesarum, arrivò a distinguere la serie degli imperatori virtuosi (principes) da quella degli imperatori viziosi (monstra) – rappresentati dalle figure di Nerone, Caligola, Vitellio ed Eliogabalo – per evidenziare non solo gli eccessi del potere imperiale, ma soprattutto la logica dell’eccesso alla base di ogni forma di potere fondata, in ultima analisi, sulla maestà della persona. Il personaggio teatrale di Re Ubu, inventato da Alfred Jarry – osserva ancora Foucault – è l’emblema che riassume l’insieme di questi attributi del potere ed è un modello le cui riproduzioni abbondano anche nel corso del XX secolo. Il grottesco di Mussolini, per esempio, apparteneva alla meccanica di un potere «che si dava l’immagine di essere generato da qualcuno teatralmente vestito, disegnato come un clown, come un buffone». E il tremendo grottesco di Hitler «che, nel fondo, del suo bunker, coronato da quaranta milioni di morti, domandava solo due cose (che tutto il resto al di sopra di lui venisse distrutto e che gli si portassero, fino a creparne, dei dolci al cioccolato)», è un altro tragico epilogo della stessa storia.

Che ci si atteggi a clown o che si esprimano desideri ridicoli, la natura dell’autorità grottesca non cambia: «mostrando il potere come abietto, infame, ubuesco o semplicemente ridicolo, non se ne limitano gli effetti». Al contrario, il grottesco e il ridicolo diventano mezzi per manifestare «l’insormontabilità e l’inevitabilità del potere, che può funzionare in tutto il suo rigore» o, eventualmente, in tutta la sua violenza, «anche quando è nelle mani di qualcuno realmente squalificato».

Oggi, che all’interno degli apparati democratici occidentali la figura della sovranità grottesca è diventata egemonica e attraverso il ridicolo passa la percezione dell’inevitabilità del potere, può essere utile, come esercizio immaginifico, volgere lo sguardo a quelle società cosiddette arcaiche o primitive in cui il grottesco, più che garantire la massimizzazione del potere, assolve la funzione di limitarne e scongiurarne gli effetti.

Nel saggio intitolato Di che cosa ridono gli amerindiani? (1967), Pierre Clastres espone l’analisi strutturale di due miti da lui raccolti fra gli indiani Chulupi del Chaco paraguayano che presentano lo sciamano e il giaguaro come figure grottesche e come oggetti di riso. Chi volesse, può leggere questo articolo nel testo intitolato La società contro lo Stato, alle pagine 97-112 dell’edizione italiana (ombre corte). Nelle righe che seguono, invece, ricapitoleremo l’analisi di Clastres sullo statuto reale di questi due tipi di esseri e la relazione vissuta che gli indiani hanno con loro.

Lo sciamano è una figura importantissima delle società amerindiane, in quanto è il solo a possedere dei poteri soprannaturali, il solo a padroneggiare il mondo pericoloso degli spiriti e dei morti. «Lo sciamano è “un sapiente” che mette il suo sapere al sevizio del gruppo curando i malati. Ma i medesimi poteri, che fanno di lui un medico, cioè un uomo capace di propiziare la vita, gli permettono anche di dominare la morte: è un uomo che può uccidere. Sotto questo aspetto è pericoloso, inquietante, si diffida costantemente di lui. Padrone della morte come della vita, lo si fa immediatamente responsabile di ogni evento straordinario e, molto spesso, lo si uccide, appunto perché lo si teme. Ciò significa dunque che lo sciamano si muove in uno spazio troppo lontano, troppo esterno a quello del gruppo perché questo, nella vita reale, si permetta di avvicinarlo col riso».

E il giaguaro? «Questo felino è un temibile cacciatore, forte e astuto. Le prede che egli più volentieri attacca (maiali, cervidi, ecc.) sono altresì l’alimento preferito dagli indiani. Ne risulta che il giaguaro è da loro sentito […] più come un concorrente da non trascurare, che come un temibile nemico. […] Del resto, le sue stesse qualità di cacciatore, e la sovranità che esso esercita sulla foresta, incitano gli Amerindiani a stimarlo nel suo giusto valore e a guardarsi dal sottovalutarlo: rispettano nel giaguaro un loro eguale e mai si prendono gioco di lui. Nella vita reale, il riso degli uomini, e il giaguaro, sussistono sempre in due sfere distinte».

Per completare il quadro, c’è un ultimo dato che attiene allo statuto reale di questi due esseri: nella cultura amerindiana i migliori stregoni possono trasformarsi in giaguari. In alcuni miti, si narra che nei tempi antichi i giaguari erano effettivamente sciamani; «cattivi sciamani, però, che invece del tabacco fumavano i propri escrementi, e anziché guarire i pazienti cercavano di divorarli». Fra sciamani e giaguari c’è identità, poiché da un certo punto di vista gli sciamani sono giaguari.

Dunque, sul piano delle relazioni effettivamente reali fra gli uomini da una parte, lo sciamano e il giaguaro dall’altra, la posizione di questi ultimi è esattamente l’opposto di quella che questi miti, ora burleschi ora licenziosi, lasciano supporre: il giaguaro e lo sciamano sono esseri pericolosi, capaci di ispirare il timore, il rispetto, l’odio, mai, certo, la voglia di ridere. «La contraddizione fra l’immaginario mitico e il reale quotidiano – per Clastres – si risolve quando si riconosce nei miti un’intenzione derisoria: i Chulupi fanno a livello mitico, ciò che è vietato loro nella vita reale. […] Svalutano, sul piano del linguaggio, ciò che non si lascia svalutare nella realtà. […] Non si ride degli sciamani reali, o dei giaguari reali, perché non sono affatto risibili. Si tratta, dunque, per gli Indiani, di mettere in discussione, di demistificare ai loro propri occhi, il timore e il rispetto che ispirano loro giaguari e sciamani. Questa demistificazione può avvenire in due modi: sia realmente, e allora si uccide lo sciamano giudicato troppo pericoloso o il giaguaro incontrato nella foresta; sia simbolicamente, mediante il riso, e il mito, che diventa così strumento di demistificazione, inventando una varietà di sciamani e di giaguari dei quali ci si possa burlare, spogli come sono dei loro attributi reali e trasformati in idioti del villaggio».

Quando gli Amerindiani ascoltano questi racconti non pensano naturalmente che a riderne, ma nel riso così provocato si manifesta una seria intenzione pedagogica: pur divertendo gli ascoltatori, questi miti trasmettono la cultura della tribù, creando così la “gaia scienza” degli indiani.

Pierre Clastres non studia le culture imperiali dell’America centro-meridionale (Inca, Maya, Aztechi), ma le culture tribali dei Chulupi, dei Guayaki, dei Guarani: popolazioni che sono state spazzate via dall’avanzata della civiltà occidentale, ma che sono anche sempre state ostili al Messico di Montezuma o al Perù degli Inca. Quel che è certo è che il primo contatto di queste popolazioni con il Leviatano non coincide con l’arrivo dei conquistadores nel continente. Secondo l’ipotesi dell’Urstaat, lo Stato è sempre esistito: non possiamo immaginare culture primitive che non siano state in contatto con Stati imperiali, alla periferia o in zone mal controllate.

Le scienze umane occidentali hanno spesso definito le società primitive come società senza Stato: questo giudizio fattuale, vero in se stesso, dissimula però un pregiudizio etnocentrico. Ciò che di fatto viene enunciato, è che le società primitive sono prive di qualcosa – lo Stato – e che pertanto sono incomplete. È ciò che dicono, più o meno confusamente, le cronache e i diari dei primi viaggiatori in America o una parte consistente degli studi antropologici: è impossibile concepire le società senza lo Stato, lo Stato è il destino di ogni società. Se i primitivi non si sono dotati ancora di un dispositivo così complesso, è perché non hanno raggiunto il grado di sviluppo economico o il livello di differenziazione politica che ne renderebbe ad un tempo possibile e inevitabile la formazione. È solo una questione di tempo: ogni società deve necessariamente percorrere tutte le fasi che dallo stato selvaggio conducono alla civiltà.

Il principale interesse delle tesi di Clastres è di rompere con il postulato teleologico dell’ideologia evoluzionista: lo Stato non è la mèta necessaria di ogni forma di aggregazione umana. Le società primitive, lungi dall’offrirci l’immagine patetica di un’incapacità a risolvere il problema del potere politico, ci stupiscono per la sottigliezza culturale con cui l’hanno posto e regolato. Ben presto esse hanno percepito che la trascendenza del potere racchiude, per la tribù, un rischio mortale e che il principio di un’autorità esterna e separata dal contesto collettivo è negazione della cultura stessa. «La comunità primitiva – scrive Clastres – è nello stesso tempo totalità e unità. Totalità, in quanto insieme compiuto, autonomo, completo, attento a preservare in ogni istante la propria autonomia […]. Unità, in quanto il suo essere omogeneo persiste nel rifiuto della divisione sociale, nell’esclusione della diseguaglianza, nell’interdetto dell’alienazione. […] Da una parte la comunità vuole permanere nel proprio essere indiviso e impedisce perciò che un’istanza unificante – la figura di un capo che comanda – si separi dal corpo sociale e introduca la divisione sociale tra dominante e dominato. D’altra parte, la comunità vuole permanere nel proprio essere autonomo, cioè restare sotto il segno della propria Legge: di conseguenza, respinge qualsiasi logica che la porterebbe a sottomettersi a una legge esterna, si oppone all’esteriorità della Legge unificante».

La cultura della comunità primitiva consiste nel rifiuto di un potere separato e stabile, perché è essa stessa il luogo del potere. Essa si impone di non lasciar scivolare fuori dal suo essere nulla di ciò che potrebbe alterarla, corromperla, dissolverla. Non c’è potere trascendentale del re nella tribù, ma un capo che non è un capo di Stato. Che cosa significa? Per Clastres, semplicemente che «il capo non dispone di alcuna autorità, di alcun potere coercitivo, di alcun mezzo per impartire un ordine. Il capo non comanda, la gente della tribù non ha alcun dovere di obbedienza». Il capo non è un giudice e la sua parola non ha forza di legge. «Destinato essenzialmente a riassorbire i conflitti che possono sorgere fra individui, famiglie ecc., egli non dispone, per ristabilire l’ordine e la concordia, che del solo prestigio che gli riconosce la società. Ma prestigio non significa potere e i mezzi a disposizione del capo per assolvere il suo compito di pacificatore si limitano esclusivamente all’uso della parola. […] Armato della sola eloquenza, cerca di persuadere coloro che deve pacificare di rinunciare alle ingiurie, ricordandogli di imitare gli antenati che sono sempre vissuti in buona armonia. […] Se lo sforzo di persuasione fallisce, il conflitto rischia di risolversi con la violenza e il prestigio del capo può non sopravvivergli avendo egli dato prova della sua impotenza a realizzare quanto si attendeva da lui».

Da quali segni la tribù giudica che un uomo è degno di essere un capo? «In definitiva – spiega Clastres – solo dalla sua competenza “tecnica”: doti oratorie, abilità nella caccia, capacità di coordinare le attività guerriere, offensive e difensive. E la società non permette in nessun modo che il capo superi questo limite tecnico, né che una superiorità tecnica si trasformi in autorità politica. Il capo è al servizio della società, ma è la società stessa – sede del potere effettivo ̶ che esercita, in quanto tale, la propria autorità sul capo. Perciò il capo non può capovolgere il rapporto a proprio vantaggio, esercitare sulla tribù quello che si chiama un potere: la società primitiva non tollererà mai che il suo capo si trasformi in despota. […] Nella società primitiva il capo, come possibile volontà di potere, è condannato a morte sin dal principio. Il potere politico separato è impossibile nella società primitiva, dove non vi è posto per lo Stato».

Scongiurare la formazione di un apparato di Stato, rendere impossibile una tale formazione è lo scopo di un certo numero di tecniche elaborate dalla cultura primitiva. Attraverso il mito, il gioco, l’ozio, la festa, la guerra, la comunità destituisce a priori lo Stato, facendo girare a vuoto qualsiasi forma centralizzata del comando economico-politico. Certo, come ci spiega Furio Jesi in Conoscibilità della festa, non esistono più i presupposti sociali e culturali per far sì che queste tecniche siano esperienze condivise della collettività. «Quanto ai nostri tentativi di adeguarci a miraggi di festa nostra – quasi tali miraggi fossero latenze da attuare – essi possono condurre unicamente a qualcosa di morto, di grottesco perfino, come le prove di chi insistesse a voler danzare non solo avendo perso l’udito, ma in assenza oggettiva di musica». Tuttavia, al di là della situazione storica che ha reso vere ed efficaci tali tecniche, la strategia preventiva e deterrente elaborata dalla comunità primitiva può esserci ancora d’ispirazione per marcare una distanza tra lo Stato e noi.

Il più sicuro meccanismo diretto contro la formazione di Stato è, per Clastres, la guerra. Come Hobbes ha visto chiaramente che lo Stato è contro la guerra, così, per l’etnologo, la guerra è contro lo Stato e lo rende impossibile. Nelle società primitive la guerra, lungi dall’essere uno stato di natura, è al contrario una modalità culturale per esorcizzare e impedire la formazione dello Stato. La guerra primitiva, a differenza di quella occidentale, non produce lo Stato e nemmeno ne deriva.

Al contrario, l’arte occidentale della guerra si spiega a partire dallo Stato. In epoca moderna, la guerra è definita come la continuazione della politica con altri mezzi, ciò significa che la guerra è innanzitutto e per lo più guerra esterna, cioè guerra interstatuale. In età moderna, insomma, è la politica, attraverso il suo portatore (lo Stato), a decidere sulla guerra. Il sistema «westfaliano» della statualità moderna e della «guerra in forma», istituito con la fine delle guerre di religione, si fonda su diverse modalità di organizzazione politica che vanno dall’equilibrio fra Stati, con i rispettivi giochi di alleanze che di volta in volta si determinano, ai tentativi di qualche Stato di realizzare sugli altri, anche tramite una guerra, l’egemonia. La guerra fra Stati sovrani, l’un per l’altro justus hostis, determina uno spazio politico – l’Europa – in cui non vige più il principio, proprio dello stato di natura, che tutto è possibile ovunque. Per l’occidente lo spazio è reso significativo soprattutto dalla presenza o dall’assenza della forma-Stato. Fuori d’Europa le potenze europee, non incontrando alcuno Stato sovrano, possono darsi alla conquista, scatenando una violenza illimitata orientata al massacro.

Lo specifico modo con cui gli occidentali hanno pensato la guerra e la violenza gli ha impedito di comprendere la presenza diffusa della guerra nelle comunità primitive, se non in termini di essenziale impoliticità. Solamente Clastres è riuscito a demolire questo stereotipo, mostrando che la violenza guerriera è un mezzo utilizzato dalla comunità per permanere nel proprio essere autonomo. Per mezzo della violenza la tribù manifesta la sua volontà di preservare un tessuto di relazioni immanenti, impedendo l’emergere di un potere politico individuale o di casta, centrale e separato, capace di appropriarsi della potenza comune.

La guerra primitiva non è separata dalla vita della tribù. Essa è una forma di incontro, di contatto, di collisione con altri, è tempo libero, è festa crudele, è un certo modo di vivere e di morire, è una forma-di-vita. La politica dello Stato e del capitale ha impiegato secoli per vanificarla, nonostante ciò essa è ritornata, sotto mutate vesti, ad inselvatichire la metropoli contemporanea. «La guerra primitiva – ha di recente scritto qualcuno – è ancora una volta intra muros. È anche di questo che parlano le prefetture e i media europei, quando indicano nei casseurs, nei teppisti, negli autonomi o nel blocco nero qualcosa di estraneo e, tuttavia, presente dentro i territori civilizzati. Non è mai il numero di cose distrutte ciò che veramente fa scandalo, bensì la presenza irriducibile di un qualcosa di barbarico che attacca i poteri nel suo fondamento, cioè mostrandone l’assenza – e dunque l’illegittimità – e che, mentre lo fa, indica che esistono in questo mondo altre maniere di vivere, e anche di morire. […] Si può divenire-altro-che-occidentali in Occidente? Questa è forse la vera scommessa rivoluzionaria sul presente»i.

i M. Tarì, Non esiste la rivoluzione infelice, DeriveApprodi, Roma 2017, p. 48.