Spiritualità e combattimento: un’intervista con Marcello Tarì

di Matt Peterson*

Pubblichiamo la traduzione dell’intervista di Matt Peterson a Marcello Tarì pubblicata dalla rivista e-flux nel numero di maggio 2021, in occasione della pubblicazione negli Stati Uniti di There is no unhappy revolution. The communism of destitution  ( Non esiste la rivoluzione infelice. Il comunismo della destituzione, deriveapprodi) tradotto da Richard Braude per la casa editrice newyorkese Common Notions.

Matt Peterson: C’è una frase potente nel secondo capitolo del libro, “Il mondo o niente”, rispetto alla storia e la modernità dove scrivi: “Per i rivoluzionari, infatti, il problema è sempre quello di entrare in rotta di collisione con l’una e con l’altra: una politica contro la Storia e un comunismo più forte della modernità”. Scrivi anche che la rivoluzione non è tanto una questione di superamento dello stato, ma di un superamento di tutta la metafisica occidentale del governo, della sua soggettivazione, depoliticizzazione, dei suoi ritmi di vita, ecc. Come si fa, in questo superamento, a fare i conti con l’ostilità del terreno con cui sembriamo avere a che fare in questo momento e con la realtà della coscienza e dello spirito contemporaneo che abbiamo di fronte?

Marcello Tarì: Credo che questa sia la questione principale ed essenziale della destituzione. Se non usciamo dal paradigma della metafisica occidentale, cioè da ciò che viene dalla filosofia e dalla politica greca antica – la polis, la democrazia, l’individuo, il concetto stesso di vita – mi sembra molto difficile sovvertire il presente. Questo significa sia fare i conti con la vecchia tradizione rivoluzionaria, il marxismo, l’anarchismo o altro, ma anche con il pensiero a noi più contemporaneo, sul quale ci siamo basati per molto tempo. Foucault, Deleuze e ciò che ne è seguito fino ad oggi, perché anch’essi rimangono all’interno di quella tradizione. Non è un caso che in molti si siano messi alla ricerca di alternative. Tiqqun riprende la cabala ebraica, altri riprendono conoscenze dall’Estremo Oriente o dalle montagne andine. Del resto anche il cristianesimo, che credo sia molto significativo per il gesto della destituzione, in origine viene dall’Oriente. Queste ricerche degli ultimi anni sono un sintomo eclatante dell’insoddisfazione per gli strumenti a disposizione. L’idea stessa di destituzione è nata da una difficoltà evidente, cioè che il modo di pensare la rivoluzione era ormai insufficiente, carente, destinato a non realizzarsi se non nella sua nemesi. Il problema mi sembra sia che ogni volta ricopriamo ogni idea, ogni pratica, con il suo significato e concetto derivante dalla metafisica occidentale e la stessa “potenza destituente” corre questo rischio, quindi forse dovremmo deconcettualizzarlo. Meno filosofia, più spiritualità; meno chiacchiere, più esperienze, meno volontà di potenza, più ascolto. Quindi, “ama e fa’ ciò che vuoi”.

Ora, è certo che non possiamo liberarci improvvisamente di millenni di storia e cultura, ma essere consapevoli che questa eredità costituisce un problema è un primo passo. Il secondo passo che propongo, e questo non viene molto compreso, è che se non passiamo attraverso una destituzione del nostro Ego, cioè di come è costruita la nostra soggettività, con le sue passioni, egoismi e cupidigia, non è credibile pensare di sovvertire qualsiasi altro potere esteriore. La realtà di cui parli non è la realtà. Per citare un autore che non mi piace molto, è solo “realismo capitalista”. Per avere accesso a una realtà diversa, che significa guardare e vivere le cose in modo diverso, con un cuore nuovo, dobbiamo abbandonare il modo in cui abbiamo vissuto, quello che chiamerei una destituzione della forma di vita mondana. E penso che possiamo farlo individualmente e collettivamente, in solitudine e in comune.

Matt: Il tuo libro è per molti versi un resoconto e una risposta agli ultimi 20 anni di politica e teoria radicale e un’elaborazione delle idee di Mario Tronti, Giorgio Agamben e del Comitato Invisibile. Pensando a queste polemiche mi chiedo se la questione della rivoluzione sia o meno una questione di vittoria in questi dibattiti, o se invece dimostri la necessità di un più ampio cambiamento spirituale, di trasformazione, o “risveglio”, come abbiamo spesso avuto nel contesto religioso americano. Tu parli nell’ultimo capitolo, “Insurrezione destituente”, della lamentela ricorrente della sinistra, “Ora non è il momento, dobbiamo aspettare che le ‘condizioni oggettive’ maturino. Il popolo non capirà”, ma mi chiedo: cosa si può dire delle condizioni soggettive? Il marxismo ha la sua teoria secolare, razionale e materialista della coscienza, ma sembra incapace di accedere alle profondità spirituali del credo, della devozione e della fede che sentiamo necessarie per la rivoluzione.

Marcello: Spiritualità e combattimento è il tema attorno al quale Mario Tronti ed io abbiamo iniziato a lavorare in quest’ultimo anno, quindi è una buona domanda per me. Inizierei con una parafrasi di Marx, “la condizione esistenziale e spirituale determina la coscienza”. La frase originale marxiana parlava della “condizione sociale”, ma penso che non sia sufficiente perché porta a pensare che se cambiamo le condizioni esterne, cioè le strutture economiche e politiche, tutto andrà per il meglio. La ragione e il cuore vengono così separati. Questo è stato il modo della rivoluzione marxista classica, in Russia e altrove. Tutte sono state sconfitte. Inoltre, oggi il capitalismo colonizza le nostre anime e la soggettività è una merce come le altre. “Vivere” è un campo di battaglia.

Tu ricorderai il testo di Tiqqun, “Come fare?”, che significa in definitiva: “Come vivere?”. Questa è la domanda centrale, il Come e non il Che cosa – e il Quando dipende dal Come. Heidegger ne ha parlato in uno dei sui primi corsi, quello sulla fenomenologia della vita religiosa. Riferendosi all’annuncio di San Paolo, Heidegger disse che il Come cristiano riguarda l’autocondotta, cioè il come comportarsi nella vita effettiva, perché “il confronto tra la fede e la legge è decisivo: il come della fede e del compimento della legge – come mi rapporto alla fede e alla legge”.

ll Come è una prassi, una prassi esistenziale fondata su di un credere. E questo Come è anche e fondamentalmente connesso alla parousia, alla promessa messianica di una liberazione totale: è il Come ti comporti adesso che realizza il compimento escatologico. Non “aspetta e vedrai”! Ora bisogna sapere come vivere nel regno e farlo crescere in questo mondo. Questo modo di vivere del cristianesimo primitivo è una totale sconfessione del tipico atteggiamento di sinistra che ricordavi. Possiamo anche pensare all’immagine di Benjamin del tempo-ora messianico: “Poiché in esso ogni secondo era la piccola porta attraverso la quale poteva entrare il messia”. Come dice Tronti, bisogna essere sempre pronti, organizzati per questo momento, cioè: bisogna avere un modo di vita in grado di farlo, di tenere aperta quella piccola porta. E questo modo è il Come che procede dalla fede.

Kairos e Metanoia

La fede vuole una metánoia, una conversione, che significa un cambiamento radicale nel modo di pensare e di vivere che ci porti oltre (metá). Conversione oggi significa perciò anche una critica di civiltà, non solamente una critica sociale. Una critica che include il mio Ego come produttore e non solo come prodotto di questa civiltà. Simone Weil ha scritto in L’ombra e la grazia: “La realtà del mondo è fatta da noi, col nostro attaccamento”. Ecco perché la povertà, come ho scritto nelle prime pagine del libro, è la forma della nostra libertà. Per andare oltre noi stessi.

Infine, Heidegger ha detto che il Come paolino è una relazione, una relazione comune con il sé, con gli altri, con il mondo, quindi con il tempo stesso. Questo ci porta a pensare che la comunione degli spiriti viene per prima. Il comunismo dei beni è una conseguenza del comunismo dello spirito. Lo spirito brucia nelle cose che fai, in come ricevi, in come condividi, in come parli e in come ami. Brucia tutti gli attaccamenti. Lo si vede chiaramente negli Atti degli Apostoli quando, dopo aver ricevuto e condiviso lo Spirito, la loro comunità acquisisce un modo di vivere che è diventato un modello per tutte le future forme di vita comunitaria e le insurrezioni dei poveri: “Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune … La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune“. Omnia sunt communia. La domanda del Quando è quasi priva di significato in questa prospettiva: “Ma viene l’ora – ed è questa” (Giovanni 4:23). Da quello che posso vedere, tu e i tuoi amici di Woodbine siete ora colmi di uno spirito ardente**.

Ma dobbiamo fare attenzione alla giusta sequenza, perché senza una forte spiritualità, come molti di noi hanno fatto esperienza, le passioni individuali presto prendono il sopravvento e tutto finisce nel risentimento. Le migliori intenzioni si mutano nel loro contrario. Questa sarebbe una coppia di domande interessanti da fare a compagni e amici: sei un credente? In che cosa credi? La comunità in cui vivi, ha uno spirito? E se lo ha, come agisce?

Matt: Nel preambolo scrivi: “I rivoluzionari sono I militanti del tempo della fine” e parli anche di “un comunismo della fine” che risuona con il recente libro di Sabu Kohso “Radiation and Revolution” (Duke University Press, 2020). Più avanti dici: “purtroppo noi occidentali, a differenza degli zapatisti o di altri popoli indigeni, non abbiamo a disposizione nessuna tradizione maya, nessun sapere ancestrale, per giunta neanche una teologia della liberazione come tessuto vivente della rivoluzione; ciò che abbiamo è solamente la possibilità di imparare a fare uso del campo di rovine – della tradizione, del sapere e della teologia – che caratterizza il paesaggio della modernità compiuta”. E più avanti, in “No future for us”, continui: “Il comunismo non è un altro mondo, bensì un altro uso di questo mondo”. Così sembra che il compito di tutti noi, naufraghi della metropoli occidentale, sia ora quello di vivere e utilizzare le rovine che abbiamo ereditato, il che diventa una questione sia infrastrutturale che metafisica. Seguendo sia te che Sabu, pensare alla rivoluzione e al comunismo oggi significa quindi affrontare la questione delle rovine nei termini di una loro condivisione sia tecnica che esistenziale.

Marcello: Esattamente. Innanzitutto, per avere un altro uso del mondo, bisogna cambiare il cuore, e dico cuore e non intelletto. Il cuore nell’antica antropologia ebraica, a differenza di quella ellenistica, è il luogo della ragione e dell’amore insieme. Il cuore impedisce il cinismo e il calcolo. Questo tipo di cambiamento, penso, potrebbe darci una visione diversa delle rovine: discernere le cose che meritano di essere dimenticate o distrutte, e altre che richiedono la nostra compassione e il nostro amore. Il grande problema è: come condividere le cose sia tecnicamente che esistenzialmente? Come non separare cuore e ragione? Non sono d’accordo con l’idea che “la rivoluzione è giusto una questione tecnica”, ma d’altra parte, pensare che possa consistere solo in un fenomeno interiore è un’illusione pericolosa.

Penso che sia utile fare una distinzione tra tecnica e tecnologia. Se la tecnica è qualcosa di appropriabile, la tecnologia porta un enorme numero di problemi. È nel suo nucleo che è nichilista, per la sua velocità disumana tra le altre cose. Nel libro faccio un grande uso di Heiner Müller, il drammaturgo tedesco, e lui insiste molto sulla “potenza del rallentamento”. Credo sia questo che dobbiamo imparare, come imprimere una certa lentezza nel mezzo di un territorio ostile come la metropoli. Credo che le nostre relazioni sarebbero migliori e più belle.

Quindi, la fine dei tempi e il comunismo della fine. Trovo che il modo in cui l’Apocalisse è rappresentata oggi sia una grande menzogna, una forma di subalternità a questo mondo basata sulla paura. La vera Rivelazione è qualcosa di buono, perché dice che questo mondo finirà. In questo senso scrivo che i rivoluzionari sono militanti della fine, i suoi “assistenti”. Il comunismo della fine è la Buona Novella. Pessimismo per i tempi attuali, speranza infinita per la loro fine. Coraggio amici, sursum corda! Vinceremo questo mondo!

* Matt Peterson è tra gli animatori del centro sociale Woodbine a New York e regista di documentari.

** Woodbine durante la pandemia è diventato un importante centro di mutuo aiuto per il quartiere dei Queens a New York.