La cosa enorme

Una colata vi seppellirà (ancora)

Il 6 agosto 1945 rappresentava

il giorno zero di un nuovo computo del tempo:

il giorno a partire dal quale l’umanità era

irreparabilmente in grado di autodistruggersi.

(Günther Anders, Il mondo dopo l’uomo. Tecnica e violenza)

C’è una cosa che sfugge alla comprensione di tutti. Eppure è una cosa enorme. È intorno a noi e non la vediamo. Ne sentiamo parlare e non ci crediamo. È una frattura epocale e incolmabile.

La cosa enorme si chiama sesta estinzione di massa. O meglio: si chiama irreversibilità del disastro climatico di cui l’estinzione è uno dei possibili scenari. Nella storia della Terra, ce ne sono state altre, ma sarebbe la prima autoprovocata. Mai nessuno nel corso della storia si era mai trovato a fronteggiare un tale rischio.

Non parliamo solo del negazionismo nei confronti dell’irreparabilità di questo disastro. Non parliamo solo dell’ignoranza, della cecità o del menefreghismo. Parliamo della totale impotenza di fronte a qualsiasi tipo di azione concreta: una vera e propria paralisi. Eppure, agire ora è per molti di noi un’impellente necessità. Una necessità che non è solo ecologica, non è solo umana: è una necessità per il mondo della vita.

Gennaio 2010: Feltre si profila sempre più come una cittadina seriale, quella che definiamo una Mc-città come tante. Anche qui, in mezzo agli ambienti che ci circondano con le bellezze e le peculiarità dei luoghi e di chi li abita, si insinuano per volontà politica le contraddizioni più deleterie della logica metropolitana…

(Una colata vi seppellirà, Feltre, Stamperia Desiderio, 2010)

A 9 anni di distanza, la frase che apre Una colata vi seppellirà, dossier autoprodotto sul ciclo dell’alluminio a Feltre (BL), è ancora drammaticamente attuale.

Allora, Feltre veniva definita Mc-città a causa del tentativo di appiattire le sue peculiarità a favore di una maggiore produttività ed efficienza termini che negli anni hanno mascherato i peggiori abusi fatti all’ambiente e alle comunità. Allo stesso modo, Feltre oggi vive la desolazione delle zone industriali Mc-ificate nello spopolamento, nei mille appartamenti sfitti, negli innumerevoli cantieri, nei centri commerciali dove comprare le stesse Mc-merci, nelle grandi catene, nelle telecamere di videosorveglianza in ogni dove, nella retorica della sicurezza ad ogni costo… e, ovviamente, nelle industrie con le loro nocività — in particolare, quella dell’alluminio.

Si parlava al tempo del progetto di ampliamento della fonderia Sapa (ex Alcoa), che avrebbe portato a un aumento vertiginoso dell’inquinamento e delle tossicità variamente disperse nel territorio urbano. Oggi, a distanza di 9 anni, la storia non cambia cambia solo il nome: non più Sapa, ma Norsk Hydro, che ha rilevato la fonderia nel 2016. Abbiamo già ricordato che il 28 gennaio 2019 ci è giunta notizia dell’ennesimo progetto di ampliamento con il relativo incremento della produzione e tutte le conseguenze che immaginiamo…

Come costruire un’opposizione realmente efficace a questo progresso scorsoio, secondo l’efficace espressione del poeta Andrea Zanzotto? È facile bollare questo proposito come un’utopia o un sogno lontani dalla realtà e dalle esigenze della vita quotidiana… e di fatto lo sono. Sappiamo, ad esempio, che certi comportamenti antiecologici sono oggi per molti delle necessità. L’automobile non a caso prodotta a partire da componenti in alluminio — è una di queste. Poche persone possono permettersi di fare a meno dei mezzi di trasporto, di muoversi solo in bicicletta, o più in generale di condurre una vita 100% toxic-free, di consumare solo prodotti bio a kilometro zero o a filiera corta e fare la spesa solo al mercato di quartiere. Molto spesso, il pontificato ecologista di queste persone costituisce una parte organica del problema. All’epoca in cui in Francia monta la rivolta dei Gilet Gialli, è sempre più chiaro che la transizione ecologica non può gravare sulle spalle dei poveri, dei precari, dei pendolari. È sempre più chiara l’enorme contraddizione insita nei discorsi sull’ecologia che non fanno i conti con il penoso stato di questo mondo. Chi cerca di individualizzare le responsabilità del disastro climatico vuole solo nascondere le sue malefatte. Chi cerca di convincerci che partecipare ai Fridays for future e cambiare condotta di vita potrà salvare il mondo e il futuro è in realtà un illuso o un disonesto. È, in entrambi i casi, qualcuno che non può o non vuole guardare in faccia il vero problema di questo mondo. Serve aggiungere che stiamo parlando del capitalismo?

Siamo tristemente giunti al punto in cui è impossibile non vedere il sottile filo rosso che tiene unito ciò che i discorsi vorrebbero dividere: i disastri ambientali, le nocività, il profitto senza scrupoli, lo sfruttamento, la guerra al povero e al diverso, il razzismo, il fascismo eterno… decidete voi da quale punto cominciare a percorrere questo miglio verde: la destinazione non cambia, e sappiamo tutti qual è.

Dunque sì, viviamo un’utopia, abbiamo un sogno: un mondo in cui i più non debbano soccombere perché pochi (sempre meno, sempre quelli) possano esercitare il loro potere sulla vita. Un mondo che non sia ineluttabilmente destinato al disastro che ci sta di fronte. Scrivendo, vogliamo dare il nostro contributo alla lotta di chi si oppone alla società del razzismo, dello sfruttamento e delle nocività.

A chi, lontano dalle nostre città di alluminio scintillante, resiste a queste ed altre usurpazioni.

Abbiamo parlato dello stabilimento di Alunorte a Barcarena, e delle atrocità che le varie multinazionali (Vale prima, Norsk Hydro poi) commettono ogni giorno nell’amazzonia nord-orientale. Eppure, questa lunga matassa di nocività, sfruttamento e ricatto si dipana fino all’Italia, dove Norsk Hydro possiede 7 stabilimenti dedicati alla raffinazione dell’alluminio (ad Atessa, Paglieta, Aielli, Feltre, Ornago, Varese, Milano). Si dipana fino a Feltre, un piccolo paese di montagna dove, in un enorme stabilimento a pochi passi dal centro, si fonde l’alluminio dal 1942.1

Nel corso degli anni, l’impianto ha cambiato nomi e proprietari — dalla storica Metallurgica Feltrina a Montecatini/Montedison, da Allumix ad Alcoa, da Sapa all’attuale Hydro Extrusion Italy, braccio italiano della multinazionale Norsk Hydro — rappresentando, sotto qualunque nome, un enorme pericolo ambientale e sociale per gli abitanti e il territorio.

Sin dall’inizio, come sempre avviene per i grandi complessi industriali, il destino dello stabilimento è stato quello di servire ai biechi scopi di chi esercita il proprio potere sulla vita. Due anni dopo la sua inaugurazione, nell’autunno del 1944, il cortile dell’allora Metallurgica Feltrina viene utilizzato dagli occupanti nazisti per concentrare 3000 persone arrestate nell’ambito di un rastrellamento. Tre giovani resistenti (Schenal, Castellan e Vendrame) furono impiccati in Largo Castaldi, e 114 feltrini furono deportati nel lager di Bolzano ed in altri più tristemente famosi — come Flossenburg e Mauthausen. Un parallelismo inquietante, se pensiamo che, negli stessi anni, Norsk Hydro collabora con IG Farben e Nordische Aluminium Aktiengesellschaft (Nordag) alla costruzione di nuovi stabilimenti di alluminio e magnesio in sostegno allo sforzo bellico del Reich tedesco…

Piccola curiosità resistenziale: nel giugno dello stesso anno i partigiani riuscirono a minare la cabina elettrica dello stabilimento di Feltre (che produceva allora per la macchina bellica nazista), interrompendone per circa tre mesi la produzione.

Da Sapa a Hydro. Nel 2009 Sapa ha annunciato (e ottenuto) un progetto di potenziamento della fonderia. L’azienda è arrivata a fondere 54446 tonnellate di alluminio all’anno (dati del 2016). Nel 2014, la multinazionale ha ottenuto i permessi per fondere fino a 20000 tonnellate di rifiuti, scarti e rottami oleosi e verniciati inclusi. Per la Provincia e per il Comune di Feltre, dunque, raddoppiare la quantità di rifiuti fusi annui (che possono contenere fino al 20% di materiali plastici) non comporta significativi impatti sulle componenti ambientali…

Nel 2015, per due volte l’Arpav rileva sforamenti nei valori-limite per l’emissioni di diossine pari a più del doppio del limite consentito. La stessa Agenzia regionale ha poi evidenziato come Sapa abbia ritenuto di giudicare autonomamente il superamento come valore inattendibile, sostituendo immediatamente il laboratorio di analisi che aveva effettuato i rilevamenti. Dei veri amanti del territorio e della salute di abitanti e operai, non c’è che dire… D’altronde, cosa cambia? L’idea stessa di «soglia di inquinamento consentita» suona alle nostre orecchie come una contraddizione in termini.

Il 26 ottobre 2016 Norsk Hydro incorpora Sapa, e a dicembre dello stesso anno richiede un investimento che prevede l’aumento di produzione della fonderia da 160 a 250 tonnellate/giorno.

L’11 agosto 2018, la ditta Hydro Extrusion Italy S.R.L. presenta la documentazione per l’Autorizzazione Integrata Ambientale per il progetto di «aggiornamento tecnologico del forno fusorio», con «aumento della capacità di fusione attuale pari a 160 Mg/giorno ad una capacità di fusione di 250 Mg/giorno», ma tranquillizzando gli animi: «gli impatti ambientali si possono riassumere in un limitato aumento del traffico veicolare e in un limitato aumento delle emissioni in atmosfera solo di alcuni inquinanti».2

Dai dati allegati alla richiesta di Valutazione di Impatto Ambientale, le emissioni di polveri —monossido di carbonio (CO), ossidi di azoto (NOx), cloro… — dichiarate tramite autocontrollo, sono di molto superiori a quelli previsti dall’azienda.

Oggi, Hydro non prevede alcun incremento a seguito del potenziamento della fonderia, nonostante la produzione aumenti di oltre il 50%. Si rilevano invece emissioni di diossine (PCDD/DF) e di metalli pesanti (per il valore di oltre 1 grammo/ora) precedentemente non previste. Parliamo di metalli come Mercurio (Hg), Cadmio, Arsenico, Cromo, Manganese, Cobalto e Vanadio, classificati dalla IARC (International Agency for Research of Cancer) a livello I come Rischio Oncogeno Documentato.

Materiali inquinanti. La fonderia ha disperso nell’aria un’enorme quantità di sostanze inquinanti nel corso dei decenni, se si pensa che dal 1942 al 2009 — come candidamente dichiarato dall’allora direttore della Sapa in un’assemblea pubblica — non veniva impiegato alcun tipo di filtro o abbattitore di polveri (e posto che possano servire realmente a qualcosa). Come dire, polveri sottili e cancerogene liberate allegramente nella vallata. È inoltre risaputo che il sottosuolo di proprietà dell’azienda è stato utilizzato per anni come discarica di materiale tossico e, come ciliegina sulla torta, per anni gli operai hanno lavorato con l’amianto — tanto che anche Feltre ha potuto «vantare» il suo Comitato esposti amianto dei lavoratori ex Allumix…

Effetti dell’inquinamento. È stato annunciato un incremento nei valori di fusione dei rottami di alluminio (cioè rifiuti con presenza di plastiche, olii e varie sostanze chimiche): passeranno da 11056 a 19000 tonnellate — un incremento del 72% che provocherà l’aumento delle diossine e delle altre schifezze che dovremo respirare.

Il feltrino è una zona già pesantemente colpita da inquinamento atmosferico e incidenza tumorale. E aumenterà considerevolmente, con tutte le conseguenze ambientali, sociali e sanitarie: quello che colpisce, come riportano le scrupolose Osservazioni che citiamo, è che «la nuova fonderia Hydro inquinerà come uno dei più grandi inceneritori d’Europa, ed è posizionata in centro città!»

Insomma: non serve essere grandi esperti per capire che quello che Norsk Hydro chiama «investimento sulla città» sarà, come al solito, una grande operazione economica per la multinazionale a danno dei lavoratori e degli abitanti della zona. Massimo profitto col minimo investimento, se pensiamo che oggetto del potenziamento è la sola fonderia — che occupa solo il 15% del personale, quindi senza nemmeno un aumento significativo dell’occupazione!

Un vero e proprio ricatto del lavoro, visto che la stessa azienda, nella relazione delle ipotesi alternative al progetto dichiara: «La situazione di produttività attuale potrebbe diventare non concorrenziale rispetto ad altri stabilimenti a livello internazionale, e le scelte strategiche del gruppo potrebbero portare a impatti negativi sia sotto il profilo economico che occupazionale».

Che tradotto significa: o ci fate aumentare la produzione, o… la stessa solfa più volte ascoltata negli anni.

1 I dati tecnici citati sono tratti dal Dossier di osservazioni al progetto di ampliamento fonderia Hydro Extrusion Italy S.R.L, prodotto da alcune associazioni di Feltre (respirafeltre@gmail.com). Al riguardo, vedi anche ARPAV, Rapporto tecnico emissioni in atmosfera, Stabilimento Sapa Profili Srl, Feltre (BL), Belluno, 6 ottobre 2015.

2 Progetto di aggiornamento tecnologico, aumento dell’efficienza e incremento della capacità di fusione del forno fusorio dello stabilimento Hydro Extrusion Italy S.r.l. di Feltre, gennaio 2018 (https://bit.ly/2DSUJWP).

‏Keep the wheels turning: Chi è Norsk-Hydro?

Una colata vi seppellirà (ancora) — esercizi di materialità  vol. I

Subisco minacce costantemente.  
‏Non conosco il nome di nessuno,  
‏ma loro mi conoscono. 
 
‏Sono preoccupata per la mia vita,  
‏ma anche per quella della mia famiglia.  
‏Se mi succede qualcosa, che ne sarà di loro? 
 
‏Da dove sono, vedo una 4X4 argentata.
‏Mi segue ovunque. Ma non ho paura, non starò zitta,  
‏continuerò a denunciare quello che succede a Barcarena. 

‏Sembra una poesia da sussidiario, vero? E invece no. Sono le voci di tre donne impiegate nello stabilimento HydroAlunorte di Barcarena. Donne minacciate, perseguitate e intimidite per aver avuto il coraggio della verità, denunciando la contaminazione delle sorgenti del fiume Riberinhas causata dalla sfrenata estrazione e raffinazione di bauxite da parte di questo colosso dell’alluminio.

‏Donne minacciate, perseguitate e intimidite per aver parlato chiaro: la città di Barcarena manca di servizi igienico-sanitari di base, le acque sono tossiche, l’impatto ambientale di HydroAlunorte è disastroso — senza parlare delle pesantissime disuguaglianze sociali.

‏Sono queste voci che vogliamo ci parlino di Norsk Hydro. Nessun c’era una volta, nessun incipit da pagina wikipedia: ogni storia è soltanto una delle storie. I manuali ne sono pieni, le brochure pubblicitarie pure. Qui ne trovate una particolarmente appassionante: una cronoscalata al successo firmata dalla stessa Norsk Hydro.

‏Eppure a volte scrivere una storia è necessario. La nostra, però, non può che procedere per frammenti, a singhiozzi, restituendo la misura delle scellerate manifestazioni nel tempo e nello spazio che in definitiva fanno di una multinazionale ciò che è. Per chi come noi si oppone alle nocività come allo sfruttamento, al razzismo come ai muri e ai confini, alla guerra ai poveri e all’umanità — attività a cui le multinazionali partecipano come azioniste di maggioranza — non c’è altro senso nel farlo. Così come non c’è altro alcun senso nel parlare di Norsk Hydro e non di un’altra azienda se non per queste verità: che conosciamo solo oggetti particolari, ma l’unica teoria possibile è quella generale; e che, specularmente, il generale sta nel cuore del particolare. Il conoscibile, nel cuore del mistero.

‏Gli albori — quattro salti in Europa

‏Parigi, 1905. Non squillano ancora le trombe del genocidio organizzato meglio noto come Grande Guerra, ma la Banque de Paris (oggi BNP Paribas) sta già investendo a tappeto su infrastrutture e industria civile e bellica. Indovinate chi c’è tra i beneficiari?

‏Stoccolma, 1905. La famiglia Wallenberg è la più potente di tutta la Svezia. Banchieri, industriali, politici — un albero genealogico che risale alla fine del ‘600. Il loro motto? Esse non videri — essere, non apparire. Questioni di realpolitik.

‏Notodden, Norvegia, 1903. Sono gli ultimi anni del controllo svedese sulla Norvegia. A una festa indetta dal Segretario all’agricoltura, Kristian Birkeland, docente di Fisica all’accademia, incontra Sam Eyde, un ingegnere di formazione tedesca. Ricco, già a capo di una grande azienda e molto vicino agli ambienti Reali svedesi e alla famiglia Wallenberg, Eyde ha appena comprato (letteralmente) due tra le più grandi cascate della Norvegia. Birkeland è desideroso di fama e successo: dopo tre anni di esperimenti con l’energia idroelettrica, i due sviluppano un processo industriale per la produzione di fertilizzanti azotati (il processo Birkeland-Eyde) che in quegli anni di carestia e povertà «attira gli investitori» (si dice così, vero?) e distoglie lo sguardo dall’imminente dissoluzione dell’Unione tra Svezia e Norvegia — che in quell’anno, tra l’altro, contrae debiti di guerra proprio con la Francia.

‏Nel 1905, una commissione composta, tra gli altri, da Marcus Wallenberg e dalla BNP Paribas, fa visita alla loro fabbrica per considerare la possibilità di un investimento. Pochi mesi dopo, Eyde e Birkeland fondano la prima multinazionale norvegese: la Norsk Hydro Electric Nitrogen Company. Non male, per un paese povero e affamato.

‏È curioso che un mostro ecologico come Norsk Hydro sia nato come produttrice di fertilizzanti. È curioso anche notare che la nascita di una multinazionale abbia rappresentato il punto di continuità tra conflitti politici, interessi economici e alleanze diplomatiche. Mai successo…
‏Norsk Hydro continua indisturbata la sua produzione durante la crisi norvegese — probabilmente grazie alle conoscenze Reali di Sam Eyde e a quel presidente del CdA di Hydro che risponde al nome di Marcus Wallenberg… — e sembra non accusare minimamente il colpo della I guerra mondiale.
‏Piccola curiosità. negli stessi anni, Sam Eyde fonda Elkem, oggi colosso dell’industria norvegese specializzato in siliconi — ma con un passato fortemente ancorato nell’alluminio.
‏ ’30 -’40: amici dei nazisti

‏Francoforte sul Meno, 1927. Nel corso degli anni Venti, processo Birkeland-Eyde non regge più il confronto con la tecnologia tedesca tanto amata da Eyde. Norsk Hydro comincia così una fruttuosa collaborazione con un conglomerato di aziende teutonico, la IG Farben. Per i profani: il cuore finanziario del regime di Adolf Hitler — la principale fornitrice di Zyklon-B per i lager — la società che utilizzava i deportati come cavie per esperimenti e test medicinali — l’inventrice del metadone e del gas nervino (grazie ai «test» condotti dalla Bayer, una delle società del gruppo).

‏Ecco, quella IG Farben.  Al tempo ancora saldamente in mano a un CdA a maggioranza ebrea, il colosso rimaneva in ogni caso ben disposto nei confronti degli investitori del Terzo Reich — prima che quest’ultimo ne cominciasse l’arianizzazione…

‏Norsk Hydro deve ringraziare un’altra volta i suoi fondatori e il loro obsoleto metodo di produzione. Siamo nel 1933 — gli anni delle prime indagini sul nucleare. Un paio di anni prima, era stato scoperto un isotopo dell’idrogeno, il deuterio — un ottimo candidato per il processo di fissione dell’atomo, necessaria allo sviluppo di energia e armamenti nucleari. L’analisi di alcuni residui dello stabilimento di Vemork, in cui Hydro utilizzava ancora il vecchio processo Birkeland-Eyde, rivela una presenza inusuale di deuterio nell’acqua. Un esperimento condotto nello stabilimento riesce a isolare questa tipologia di acqua con il deuterio al posto dell’idrogeno come sottoprodotto del processo di produzione dei fertilizzanti: dal 1935 in poi, Norsk Hydro diventa così la leader mondiale nella produzione della cosiddetta acqua pesante.

‏Una scoperta che farà brillare gli occhi alla Germania nazista, che sta facendo passi da gigante nella corsa agli armamenti atomici, complice anche la partecipazione di IG Farben alle attività di Hydro. Scorrendo la pagina ufficiale della multinazionale, ci si imbatte in un bellissimo passaggio:

‏Hydro vedeva un futuro nella produzione di metalli, grazie anche all’accesso agevolato a fonti di energia idroelettrica […] Nel 1940 Hydro iniziò la costruzione di uno stabilimento per la produzione di carbonato di magnesio, da utilizzare come materiale di spolvero per il metallo. Tuttavia, l’invasione a sorpresa della Germania nazista mutò il corso degli eventi. La luftwaffe era infatti una grande consumatrice di alluminio e magnesio fin dagli anni ’30, e l’investimento in aziende situate in nazioni da occupare era già stato pianificato da tempo. Poco tempo dopo l’invasione della Norvegia, la Germania programmò proprio qui [in due stabilimenti di Norsk Hydro] l’espansione dell’industria di alluminio e di magnesio.

‏Fantastico: in questa versione della storia Norsk Hydro, business virtuoso e senza macchia — modo elegante per dire compartecipata dalle maggiori società, banche e potenze europee — si prepara a investire legittimamente nei metalli leggeri, completamente ignara dei propositi bellici della Germania (con cui fa comunque affari d’oro) — fino a che quei bruti dei nazisti non invadono la Norvegia per sfruttare le sua capacità di produzione. Una versione suffragata anche da un’ostentata retorica della resistenza, che ha coinvolto individualmente molte figure vicine a Norsk Hydro.

‏Le cose non sono andate esattamente così. Anette H. Storeide, professore associato in German and European Studies alla Norwegian University of Science and Technology, afferma perentoriamente che Norsk Hydro e la Germania nazista sarebbero già state in contatto prima della guerra, per discutere l’ingresso della multinazionale nell’industria dell’alluminio. Dietro il programma di produzione di metalli leggeri iniziato dagli occupanti nazisti, inoltre, ci sarebbe stata la forte volontà, da parte dei maggiori business scandinavi — il cosiddetto Consorzio di Oslo, che nel 1941 aveva investito l’equivalente di 175 milioni di euro in Norsk Hydro — di strumentalizzare gli investimenti tedeschi per acquisire potere sulla produzione di metallo norvegese, le cui prospettive economiche sul lungo periodo erano a dir poco promettenti.
‏Abbiamo così un’altra conferma: la multinazionale dei fertilizzanti deve la sua fortuna come colosso dell’alluminio a un… buon investimento suggerito dalla Germania nazista.

‏In ogni caso, Hydro non produsse mai alluminio per i tedeschi. Lo stabilimento norvegese individuato per la produzione del metallo non fu mai completato; quello che riforniva di acqua pesante la IG Farben, incaricata da Hitler di sviluppare il reattore nucleare tedesco, fu invece tra gli obiettivi dei raid delle Forze Alleate, e venne bombardato dagli USA il 24 luglio 1943 — il giorno prima della caduta di Mussolini…
‏È solo a quel punto che l’atteggiamento nazi-friendly del CdA di Norsk Hydro cambia, e molte figure legate all’azienda si affiliano alla resistenza. In questo senso, Storeide li definisce «degli approfittatori, più che dei collaborazionisti». Gli affari sono affari, no?

‏Il motto di Norsk Hydro era infatti keep the wheels turning. Norsk Hydro utilizzò proprio questa frase come slogan durante il processo ai molti businessman indagati per collaborazionismo. Le motivazioni, sempre le stesse: «non c’entriamo nulla con la politica», «siamo interessati solo all’economia», «volevamo solo garantire posti di lavoro»…

‏Nessuno degli imputati legati a Norsk Hydro fu condannato. Furono invece condannati molti dipendenti. Soprattutto donne, dette tyskertøsene o femme tondues, accusate di collaborazionismo più o meno esplicito e sottoposte quindi a varie umiliazioni tra cui, appunto, la rasatura dei capelli.
‏Piccola curiosità. Per una gustosa coincidenza, fu il neonato stato di Israele a utilizzare l’acqua pesante prodotta da Norsk Hydro nel dopoguerra per alimentare il reattore Dimona, nel deserto del Negev, per i suoi «scopi nucleari ambigui»…
‏Oggi

‏Gli anni del dopoguerra vedono Hydro abbandonare il mercato dei fertilizzanti per business più profittevoli. L’alluminio — la cui importanza nell’industria aerospaziale e per la costruzione di armi sempre più sofisticate è fondamentale; l’acqua pesante — utilizzata dai reattori nucleari delle superpotenze; e, non ultimo, il petrolio — nel quale comincia a investire massicciamente dal 1965 e che la porta, nel 2007, a divenire StatoilHydro (oggi Equinor), la maggiore compagnia offshore di petrolio e gas al mondo. Norsk Hydro, già leader nell’idroelettrico, ha inoltre proseguito la sua vocazione a leader del settore energetico investendo massicciamente nell’eolico.

‏Barcarena, 2010. È nel primo settore, tuttavia, che Norsk Hydro mette tutta se stessa. Nel 2010 acquista Alumina do Norte do Brasil — oggi HydroAlunorte, la più grande raffineria di bauxite al mondo con i suoi 6,3 milioni di tonnellate annue, nata da accordi bilaterali giappo-brasiliani nel 1976 ed entrata in funzione nel 1995. Lo stabilimento ha sede a Barcarena, Parà, nell’Amazzonia orientale. È da lì che vengono le voci che ascoltiamo dalle prime righe di questa breve storia, tra il cielo carico di nuvole tossiche e la terra arrossata dalla bauxite, la principale economia del paese.

‏È lì che è nato lo scandalo che ha visto protagonista Norsk Hydro in questi ultimi mesi. Quello che i principali quotidiani economici avevano definito (con spocchia infinita) «un caso di inquinamento», riguarda in realtà acque irrimediabilmente contaminate, quelle di Barcarena, laghi e pozzi artesiani che nel febbraio 2018 sono stati inondati dal fango rosso scaricato nei torrenti Bom Futuro e Burajuba, e nei fiumi Murucupi, Tauá e Pará. «Ho visto la mia casa inondata e ho chiesto a mio figlio di filmare la situazione. So come funzionano le cose. Il giorno dopo, l’acqua sarebbe scesa e loro ci avrebbero detto che stavamo mentendo. Se non avessimo registrato nulla, sarebbe stato come nel 2009», dice Maria, una delle dipendenti minacciate.

‏La comunità ha ricevuto le visite di ispettori, giornalisti, ambientalisti, creando un forte tam-tam mediatico. Mentre si intensificano le manifestazioni — e l’associazione Cainquiama accusa Norsk Hydro di scarico illegale di rifiuti, frode nelle licenze ambientali e contaminazione delle acque — aumentano anche le minacce alle vite di chi si ribella a questo stato di cose ripugnante: Ludmilla e le altre subiscono quotidianamente minacce; sono seguite da automobili in agguato; le loro case sono bersagliate dalle pietre nottetempo; giornalisti ammanicati a Norsk Hydro minacciano i membri delle loro famiglie con alcune foto scattate di nascosto durante le interviste. Paulo Sérgio Almeida Nascimento e Fernando Pereira, leader dell’associazione, sono stati assassinati a distanza di un mese e mezzo.

«Hydro ci sta uccidendo lentamente. Ogni giorno beviamo acqua contaminata, ogni giorno moriamo un po’», continua Maria. Prima dell’acquisizione da parte di Hydro, Alunorte era di proprietà di Vale, compagnia brasiliana leader mondiale nell’esportazione di ferro e generalmente conosciuta come «la peggior multinazionale al mondo» per impatto ambientale, condizioni dei lavoratori e rispetto della popolazione. «Nel 2009 [anno dell’ultimo grande disastro ambientale] tutti hanno visto, sentito, fotografato, e nessuno ha preso provvedimenti. Vale ha comprato il silenzio di tutti, compresi alcuni leader della comunità. Ha iniziato a regalare delle protesi dentarie, macchine da cucire, spicci ai centri comunitari». Con Hydro la storia non è cambiata. «Non mi fido della polizia», continua Ludmilla, «Non mi fido del governo dello stato di Pará. So solo che ci saranno altri morti. Potrei essere la prossima, perché questa volta abbiamo portato la situazione all’attenzione del mondo». 
‏Dopo il «caso di inquinamento», a Norsk Hydro è stata imposta come «sanzione» una riduzione della produzione al 50%. Per tutta risposta, la multinazionale ha annunciato, nell’ottobre del 2018, la chiusura dello stabilimento: la fonderia, affermano, ha esaurito lo spazio in cui smaltire i residui, senza aver ottenuto l’autorizzazione a utilizzare nuove aree. Il solito ricatto legalizzato: mi denunci? Ti umilio, ti minaccio, ti uccido. Non mi dai il diritto di inquinare? Allora chiudo, e con me se ne vanno anche i due spicci che prendevi per la vita di merda che fai. E con te, altre 4700 persone.

‏Non è necessario aggiungere che, ovviamente, Norsk Hydro ha fatto marcia indietro dopo aver ottenuto, pochi giorni fa, l’autorizzazione eccezionale che consentirà di proseguire le operazioni a capacità dimezzata – in «continuo dialogo con le istituzioni per la ripresa a pieno regime della produzione». Allarme rientrato, quindi, per speculatori e sfruttatori di tutto il mondo.

‏Ecco, chi è Norsk Hydro. Ecco cos’è arrivato nella nostra città.
‏Non che prima fosse rose e fiori…

‏Ma questa è un’altra storia. Alla prossima puntata.

Una colata vi seppellirà (ancora)

di alcune compagni di Feltre (BL)

Il caso Hydro: esercizi di materialità

Più affiniamo la teoria della critica dell’esistente, meno i nostri discorsi di militanti hanno presa sulla realtà. Questo è un dato di fatto. Le riflessioni che seguono sono un tentativo di riportare il discorso alla vibrante materialità senza perdere la raffinatezza. Siamo abituati a pensare secondo categorie di tipo oppositivo: particolare-universale, centro-margine, singolare-plurale. Questo può essere valido per chi, come noi, si trova nella necessità di adottare una griglia di intelligibilità; ma per chi ha a cuore la devastazione e il saccheggio di questo pianeta queste categorie sono ampiamente superate.

Il caso Hydro, colosso mondiale della produzione di alluminio, ne è un esempio: qui, dimensione provinciale e multinazionale si fondono, letteralmente. Dalla Norvegia a Feltre, in provincia di Belluno, fino alla foresta amazzonica brasiliana, le parole d’ordine sono profitto, nocività, ricatto del lavoro. Mentre la protesta (con fiammate insurrezionali) dei Gilet Gialli sta esprimendo tutte le contraddizioni insite in un discorso sull’ecologia che non faccia i conti con lo stato di cose presente, al grido di «la transizione ecologica la paghino i ricchi!», riteniamo fondamentale procedere su quel solco, estendendo un ragionamento che porti a pensare (e a passare) all’azione.

In questa prima parte della nostra analisi, un’introduzione alla questione Hydro.

Norway today, 25 febbraio 2018. Hydro accusata di inquinamento in Brasile

Amazonia, 23 marzo 2018. Tre donne di Barcadena minacciate, perseguitate e umiliate

The Guardian, 16 marzo 2018. Inquinamento, malattie, minacce, omicidi: un’azienda amazzonica come l’anello mancante?

The Guardian, 21 luglio 2018. Dovrebbero andare in prigione: contro lo stabilimento di alluminio in Brasile

Sono solo alcuni dei molti articoli che negli ultimi anni hanno riguardato l’azienda Hydro, colosso della produzione di alluminio.

In una vita precaria come quella che l’umanità sta vivendo, una delle poche certezze di questi anni è l’irreversibilità della catastrofe ambientale e sociale che, a quanto pare, il capitalismo è riuscito ad inculcare nella testa di tutti noi. Si ha come la sensazione che tutto quello che ci accade intorno, tutti i rospi che dobbiamo ingoiare per continuare a scimmiottare un’esistenza dignitosa, siano naturali ed inevitabili: l’importante è digerirli il prima possibile.

L’ultimo di questi rospi riguarda proprio l’alluminio. È del 28 gennaio 2019 la notizia dell’accordo tra comune e azienda sul progetto (ormai in stadio avanzato) di potenziamento della fonderia di proprietà della multinazionale Norsk Hydro — succeduta ad Alcoa, Sapa e altre aziende prima di loro, lungo un filo che rimonta agli anni Quaranta — che continua a produrre alluminio in pieno centro cittadino, col relativo aumento di conseguenze nocive. Nello specifico, il progetto prevede un incremento della produzione da 160 a 250 tonnellate giornaliere di materiale lavorato. Unica gentile concessione, dopo un’iniziale resistenza legata ai «costi», quella che riguarda il «monitoraggio delle emissioni».

Certo, Hydro è solo una delle tante fabbriche più o meno nocive che «producono» a ridosso di zone fortemente abitate. Ma è paradigmatico, perché nel caso Hydro ritroviamo gran parte delle contraddizioni che oggi soffocano il mondo e noi che ci viviamo: si parla di nocività, appunto, e del paradosso per cui nel bel mezzo della foresta amazzonica o in un comune di montagna si respira aria velenosa; si parla di ricatto del lavoro (in quello stabilimento, circa 200 operai); si parla dei disastri che una multinazionale come questa combina in giro per il mondo; e, last but not least, dell’impatto micidiale che proprio la produzione di alluminio ha sulle nostre vite e sul mondo intero in tutte le fasi di produzione e consumo.

Il tentativo di questo intervento è, chiaramente, quello di costruire un’opposizione a questo progetto e ai suoi simili, ponendoci su un piano diverso rispetto a un certo ambientalismo «compatibile». La questione non è limitare l’emissione di fumi o la fusione di rottami inquinati o radioattivi (i cosiddetti “scarti secondari”), o magari monitorare le emissioni. I problemi riguardano lo stesso ciclo produttivo, la sfrenata produzione di merci (che si tratti di pannelli solari, barattoli o involucri per mine antiuomo la musica non cambia!); riguardano l’enorme consumo di energia, i veleni che respiriamo — Oltre, ovviamente, ai metodi utilizzati per procacciarsi le materie prime…

Nelle prossime puntate:

1. Chi o cosa è la multinazionale Hydro?

2. Hydro e la non-soluzione di continuità con le aziende che l’hanno preceduta (Alcoa e Sapa)

3. Una piccola inchiesta sul ricatto del lavoro

Per un primo approfondimento sul tema, rimandiamo al dossier sull’alluminio Una colata vi seppellirà prodotto a Feltre nel 2010 e attualmente in fase di aggiornamento.

So ancora guardare in alto

e perdermi nel cielo

Mentre vibro assieme ad un torrente

… e penso all’acciaio che ci stringe.

(Kina, Questi anni)