COSTRUIRE IL FUOCO E NON ADORARNE LE CENERI

di  Rattas de ciudad

Note sul movimento studentesco in Messico

Sono le 3:30 del pomeriggio, è il 3 settembre 2018, siamo in una delle più grandi metropoli del mondo: Città del Messico. 

Una manifestazione studentesca inizia ad organizzarsi, si dirige verso la torre del Rettorato, il simbolo più evidente dell’ordine gerarchico dentro l’ UNAM, la più grande università pubblica Messicana, che ha anche un ampio settore di istruzione secondaria.

Studenti del colleggio CCH Oriente, Vallejo e Naucalpan, insieme alle scuole secondarie numero 5, 6 e 9, e la Facoltà di Lettere, sono tutti riuniti per sostenere le richieste dei CCH Azcapotzalco. 

Alle loro richieste si sono uniti studenti della CCH Oriente, chiedendo giustizia per il femminicidio della loro compagna di studi Miranda Menoza Flores, 18 anni, scomparsa davanti all’uscita del CCH il 20 agosto scorso, e il cui corpo, sepolto nel cemento, è stato trovato il giorno successivo in una strada che collega Città del Messico con il limitrofo Stato del Messico, Stato in cima alla lista per femminicidi di un paese femminicida.

Già da mesi gli studenti erano entrati in agitazione: “non ci sono insegnanti, non ci sono aule, ma c’è la corruzione” è uno degli slogan. 

Il 25 agosto avevano iniziato uno sciopero dopo la rimozione arbitraria dei murales fatti dagli studenti della scuola in ricordo del massacro del 1968 e della lotta di liberazione degli zapatisti. E contro il pagamento di una tassa inesistente nei regolamenti, contro i maltrattamenti, l’arroganza, il finanziamento di gruppi di “porros”[1] e la chiusura di spazi di libertà di espressione.

Il giorno dopo l’inizio dello sciopero, gli studenti sono stati attaccati dai “porros” con bombe carta e bastoni.

Il 3 settembre, i rappresentanti delle assemblee di questi istituti stavano leggendo una petizione con le loro richieste nel piazzale antistante il rettorato, quando improvvisamente vengono brutalmente attaccati da un gruppo di più di trenta “porros”. L’attacco avviene con petardi, pietre, molotov, bastoni e coltelli. Molti studenti rimangono feriti, uno studente – Emilio Aguilar Sanchez – del Liceo 6 viene accoltellato e colpito all’arteria iliaca, mentre Joel Garcia Meza, allievo di Studi latino -americani presso la Facoltà di Lettere, viene perforato da una lama al rene destro, oltre a riportare varie fratture al naso e un trauma cranico. 

1. L’anomia interna all’UNAM  

Un tale dispiegamento di forze, sospettosamente eccessivo, ha generato il più tipico degli effetti che il potere produce quando fa mostra della sua potenza: un terrore diffuso che ti induce a chiedere protezioni agli stessi che hanno messo in piedi questa “dottrina del terrore”.

Non è necessario avere una mente complottista per comprendere la vera cospirazione che “porros”, Auxilio UNAM (sorveglianza autonoma dell’università) e le autorità “al comando ” – come le ha descritte un lavoratore di Auxilio UNAM riferendosi alle persone che gli hanno ordinato di non intervenire durante l’attacco agli studenti – hanno concertato quel giorno: quello che ha avuto luogo durante l’attacco del 3 settembre è una chiara coordinazione tra forze istituzionali e giuridiche dell’UNAM e forze informali: i “porros”. 

Le irregolarità in questo attacco – inspiegabili per chi rispetta l’istituzione più di qualsiasi altra cosa – erano: l’accesso degli autobus che hanno trasportato il gruppo dei porros fino ad un parcheggio al quale possono accedere solo i giocatori della sezione universitaria di calcio; la presenza di Gesù Teófilo Licona, alias “El Cobra”, ex-Coordinatore della società di sorveglianza dell’UNAM, che quel pomeriggio è stato ripreso dalle telecamere di sicurezza interne mentre coordinava l’attacco e dava pacche sulle spalle ai “porros” per esprirmere il suo entusiasmo rispetto al loro operato.

L’insieme di molte irregolarità nel corso di poche ore evidenzia paradossalmente, un risvolto di cio che a tutti i costi volevano nascondere: la perfetta coordinazione fra le istituzioni della UNAM e i loro “anomali” gruppi armati .

L’UNAM, nelle sue vesti di “istituzione onorevole”, ne esce così illesa, malgrado siano numerosi gli studi storici sul “porrismo” che mostrano chiaramente come partiti politici e autorità univeristarie ne abbiano fatto – e ne facciano ancora – un vergognoso ‘uso strumentale.

 Il “porrismo”, quindi, è solo un esempio che rivela uno degli aspetti di cui nessuna istituzione – organizzata per sistemi di norme e che si ponga l’obiettivo di governare il comportamento della popolazione – può fare a meno: un braccio armato irregolare che interviene quando serve per attuare il suo piano di governabilità. 

Il terrore è già una forma normalizzata di governo in Messico, per il semplice fatto che le più diverse componenti della popolazione, anche solo psicologicamente, ne hanno sperimentato – e ne sperimentano – gli effetti anche in altri ambiti: dai trafficanti di droga, alle organizzazioni paramilitari e a tutti quei “gruppi di attacco” cui lo Stato messicano delega il lavoro sporco che le “forze ufficiali” non sempre possono fare senza rischiare che la loro legittimità si sgretoli.

Comprendiamo facilmente come la strategia, sia dentro l’UNAM che fuori, sia quella di una divisione in sfere spaziali, temporali e discorsive separate, introducendo elementi di divisione tra studenti e non studenti, cittadini e non cittadini, legali e illegali, quando in realtà si tratta di identità coesistenti e intercambiabili.

Secondo una dichiarazione del ex-Rettore il “porro rappresenta l’Anti-Universitario per eccellenza”.

Nel 2014, ad esempio, è stato chiaro che la responsabilità della scomparsa di 43 studenti della normale di Ayotzinapa era del Narco-Stato messicano, il nemico era altrettanto chiaro: “è lo Stato “. Quei giorni di mobilitazione misero uno accanto all’altro gli studenti della città, soprattutto delle scuole medie superiori, con quelli delle scuole rurali e con la forza delle loro forme di protesta. I blocchi, il fuoco, i sabotaggi sono stati in quel momento vissuti più da vicino, in tutti i sensi.  In quel momento era più evidente che chi condannava quelle forme di lotta come illegittime erano i liberali o i fascisti, e che la loro funzione era di contrastare ogni forma autonoma di insorgenza.

Quando militari e/o polizia commettono massacri di civili, il dispositivo statale perde la sua legittimità e si produce un divario incolmabile tra il governo e la popolazione, tra le norme e la realtà: Acteal 1997, Atenco 2006, Iguala 2014, sono solo alcuni degli eventi che si possono ricordare negli ultimi venti anni.  In realtà, così come la fossa comune funge da paradigma per comprendere il capitalismo (bio o necropolítico), ciò che è accaduto in Messico con i 43 studenti Ayotzinapa deve essere inteso non come eccezione, ma come la regola non detta eppure nota a tutti coloro che abitano questo Paese. Gli elementi anomici al servizio del potere sono, quindi, quegli elementi da cui il potere non può prescindere per mettere in atto le sue strategie. Nel caso dell’UNAM, la funzione dei “porros” è quella di intervenire per ripristinare l’ordine istituzionale quando nè l’Auxilio né l’illusione di una “comunità universitaria” sono in grado di farlo.  

La proposta di far accedere nelle univesità la forza diretta dello Stato, piuttosto che le sue articolazioni infami, si traduce così in una sorta di riconoscimento ufficiale dei diversi gruppi di attacco che si scontrano all’interno dell’UNAM: significa, in sostanza, sostituire organizzazioni non ufficiali, il cui uso della violenza non è legalizzato o canalizzato sistematicamente, con altre considerate ufficiali. Ma, fenomenologicamente, non vi è alcuna differenza tra l’azione dei “porros” e quella della polizia. Vi è solo una differenza giurisdizionale. Lo slogan che entrambi portano è quello di difendere la società, di fatto, agendo come sovrani. 

2. L’universitarismo come apparato di cattura

Superare la dimensione studentesca o universitaria non è solo necessario, ma auspicabile per formulare un’analisi più coerente della realtà che ci si pone di fronte. Recentemente, un professore di scienze politiche dell’Unam ha detto che questa università sarebbe una sorta di “termometro” della situazione politica generale in Messico. La trappola insita in questa diagnosi/tesi è che, implicitamente e ingenuamente, formula una soluzione di sicurezza per l’UNAM, il cui ordinamento poliziesco sarebbe replicato magicamente in tutto il paese. Del resto, il “porrismo” funziona efficacemente nel microcosmo dell’UNAM come il “traffico di droga” e i gruppi paramilitari funzionano nel macrocosmo messicano, dove “la guerra contro il traffico di droga” è il nome che si dà alla guerra civile che porta avanti questo Stato, colluso con compagnie minerarie, cartelli della droga, multinazionali di altri Stati, e impegnato a contrastare tutti quegli elementi che sfuggono al suo controllo o che, piuttosto, potrebbero essere valorizzati in termini di “risorse”. Un esempio tra tutti sono le sanguinose strategie di espropriazione che il capitalismo pratica continuamente in Messico.

È una situazione  molto più complessa, in comparazione con i  problemi interni nella nicchia dell’UNAM, dove il “porrismo” è solo una delle biforcazione con cui la “politica universitaria” opera nel paese. Omettendo la storia delle sue origini coloniali o il suo processo costitutivo moderno, positivista e liberale, durante quasi tutto il XX secolo l’UNAM e’ stata il centro di formazione, il prodotto e il laboratorio, del PRI e, di conseguenza, di tutti i gruppi che aspiravano al potere in Messico. 

La storia politica dell’UNAM corre parallela a quella dei leader politici del paese. Tuttavia questo non significa, come è stato detto, che l’attacco del 3 settembre sia stato un modo per mettere sotto controllo la “transizione vellutata” tra i governi entranti e quelli uscenti, percè il rischio di quest’ottica è quello di incappare nella trappola della “stabilità”.

Più che da termometro, l’UNAM può fungere da osservatorio per comprendere quei processi che i liberali – di destra e di sinistra – continuano a chiamare la “democratizzazione” del Paese. Quello che è avvenuto è stato, prima la pacificazione forzata, che si è sviluppata con la vittoria della prima tecnocrazia – grigia, burocratica, nazionalista –, poi con la presa del potere da parte della cupola neoliberista e con la recente restaurazione della figura del “laureato della UNAM” (“el licenciado”), onesto, semplice, discreto, come una icona del paese e del cittadino desiderabile. Per questa ragione, nell’ultimo mese, hanno preso piede all’interno delle assemblee universitarie tutti gli opportunismi dei trotskisti e di coloro i quali aspirano ad ottenere una fetta della torta del potere a suon di petizioni e indignazione.

Ecco perché la democratizzazione è stata, almeno per cinquant’anni, una delle terminologie più utilizzate in tutti quei “movimenti studenteschi” che l’UNAM ha creato e monopolizzato.

Tuttavia, è noto che “democratizzazione” è l’eufemismo che la sinistra, piena di sensi di colpa, usa per richiedere l’immediata incorporazione nell’apparato statale. Non è un caso, quindi, che la narrativa liberale sulla “transizione democratica” messicana sia iniziata con il movimento studentesco del 1968 e culminata in una serie di rotture dentro il PRI ( partito rivoluzionario indipendente, al governo del Messico negli ultimi 70 anni), che hanno permesso l’ingresso della sinistra nei luoghi del potere statale. O che i personaggi più ridicoli e visibili degli scioperi del Consiglio Studentesco Universitario nel 1987-1988 siano ora uno dei gruppi più potenti, all’interno del governo appena eletto.

Forse l’unico movimento che è stato in grado di rompere con le forme della politica universitaria – e, con questa, di tutta la mediocre storia della politica messicana – è stato lo sciopero del 1999-2000. Chiunque abbia ascoltato quelle storie, considerando che è una forma organizzativa ancora esistente, sa che la posta in gioco, insieme alla lotta per l’educazione gratuita, è stata la trasformazione degli spazi universitari in spazi veramente politici, collettivamente occupati, deviati dai loro soliti canali, aperti a tutti i tipi di potenziale al di là della “vita studentesca”.

Le petizioni “universali”, emesse in quel periodo, erano un di più rispetto alla vera rivolta che puntava alla trasfigurazione materiale del tempo. Il movimento, insomma, aspirava a molto di più che al miglioramento delle condizioni di vita degli studenti o alla “democratizzazione dell’UNAM”, il cui unico obbiettivo non è altro che la sostituzione di un potere con un altro. Era, in realtà un mettere collettivamente in discussione la destituzione della miseria esistente. Un fatto che può avvenire solo in una sperimentazione politica dove quello che si mette in gioco sono le forme stesse del esistenza. È forse questa componente destituente e il suo esodare della debole struttura studentesca che fa dello sciopero del 1999-2000, il principale oggetto di ripudio sia per “i buoni studenti universitari” che per i porros, la cui complicità segreta venne resa evidente in questa rivolta.

La risposta delle autorità universitarie e del governo federale a quello sciopero selvaggio di oltre 9 mesi continua a essere il modello secondo cui le autorità hanno neutralizzato tutti i movimenti studenteschi che corrono il rischio di diventare pericolosi, cioè che mirino ad eccedere il loro quadro. Da un lato, la repressione aperta e brutale di coloro che sostengono materialmente un movimento e, dall’altro, la produzione di un’immagine di ciò che l’Università dovrebbe essere, i suoi studenti e le sue forme: uno “spazio educativo di eccellenza”, costituito da studenti laboriosi e discreti, profondamente orgogliosi della loro formazione liberale, il cui ABC è già stato definito dalla ridicola campagna “Valori dell’UNAM” ​​[4]. Uno studente che diventerà, ovviamente, il modello del funzionario meritocratico per il prossimo mandato presidenziale. Ecco perché non è un caso che il rettore incaricato di gestire questo doppio movimento, dopo lo sciopero del 1999-2000, sarà il prossimo responsabile della vendita di quell’immagine in tutto il mondo: il futuro ambasciatore messicano all’ONU.

Un caso opposto è il “movimento studentesco” del 2012. Questo è stato il momento in cui la depoliticizzazione assoluta degli studenti si è cristallizzata. Non è un caso che #YoSoy132 sia iniziato con un video in cui gli studenti di una scuola privata d’elite mostrano le loro credenziali per identificarsi come membri autentici, puri e puliti di quella istituzione.

In quella scuola la credenziale funziona anche come una carta di debito.

Nessuno esprime più pienamente il pathos di “orgoglio” di un bravo studente: la loro intera identità è modellata per coincidere perfettamente con l’istituzione, davanti alla quale prostrarsi in un rapporto di rispetto, obbedienza, ammirazione e debito. Non è raro sentirli dire che “Devo tutto all’università” e che, proprio per questo motivo, metterebbero ciò che resta del loro corpo per difenderla.

“Yo soy 132” è stato anche il luogo dove la parola d’ordine della democratizzazione ha raggiunto la sua più chiara espressione con la campagna “democratizzare Televisa”, vale a dire la principale agenzia di comunicazione rappresentante l’ideologia statale, che la popolazione messicana ha subito durante  tutto il XX secolo. In uno dei suoi momenti più tristi, il movimento # YoSoy132 ha proposto di occupare Televisa per trasmettere “documentari” a livello nazionale usando la sua tecnologia. Anche se, ovviamente, questo non è mai accaduto, la mera proposta riassume ciò che questa volontà di democratizzare i movimenti costituenti significhi.

Tutto quello che la “creatività orizzontale della moltitudine” vuole è questa democratizzazione, e sarà lo Stato a fornirla.  In fondo questa democratizzazione, altro non è che una guerra per l’egemonia, che come già detto, ha l’obbiettivo di integrare nella catena di comando i boia che dominano e schiacciano questa società, ben evidente nelle demarcazioni sempre più grossolane che “gli studenti universitari” demarcano tra loro e chi rifiuta di integrarsi nel loro progetto necessariamente classista e razzista.

Perché, come ogni discorso di unità, non può evitare di cadere nei giudizi di purezza e discriminazione; un buon esempio di questo è stata la recente campagna “Non è tuo amico, è un narco”, dove le autorità universitarie hanno usato la sagoma di un giovane uomo, con chiari determinismi socio-darwiniani, per indicare i “narcomenuditas/spacciatore come l’ unico responsabile della violenza dentro l’UNAM. Ciò che più fa entrare in crisi la soggettività dello “studente universitario” è stato sin dalle sue origini un odio irresistibile nei confronti del plebeo.

Non è un caso che “per la mia razza parlerà lo spirito”, slogan creato dal filonazista cattolico José Vasconcelos, continua ad essere, dopo quasi cento anni, il motto principale dell’UNAM. Da allora non c’è un momento più grande di esaltazione per uno studente che arrogarsi il diritto di indicare qualcun altro come un corpo esterno all’ Università – e, quindi, pericoloso. Allo stesso modo, le denunce liberali contro i gruppi anarchici partono proprio da questo pathos xenofobo: esiste un modo preciso di essere uno studente, e la coincidenza della propria vita con quella forma istituzionale è l’unica garanzia che la vita sia propriamente una vita valida , cioè, convalidato da un’istituzione. Chiunque osi sperimentare o produrre uno stile di vita autonomo diventerà automaticamente un dissidente, sarà squalificato e, in definitiva, si cercherà di reprimerlo per mezzo della forza pubblica.

3 L’uscita dalla “democratizzazione”.

Sono le prime ore di Martedì 2 ottobre 2018. È passato un mese dall’attacco dei Porro e cinquant’anni esatti dal brutale massacro di Tlatelolco, che ha messo fine al movimento del 1968. La torre del Rettorato diventa lo schermo di un piccolo spettacolo di luci: sulla facciata appare la scritta “Mai più” e una colomba bianca ferita da una baionetta militare, uno dei simboli più diffusi di quell’anno. Al mattino, i rappresentanti del governo entrante fanno una cerimonia ufficiale – quasi una messa – nella piazza principale della città. L’Università organizza colloqui, mostre e conferenze; tutti i membri della classe politica – e tutte le piccole celebrità liberali – emettono  tweet in “memoria” delle vittime. 

Nel suo discorso ufficiale, il rettore dell’UNAM chiarisce quale sia la posizione condivisa dall’istituzione, dagli studenti, dagli insegnanti e dagli alunni: “Dobbiamo recuperare l’utopia del 68. La sua eredità non ha nulla a che fare con il sciopero del 99».

Non può esserci miglior immagine di un movimento studentesco trionfante: la sua piena incorporazione nell’apparato statale, la sua conversione in una liturgia civile completamente priva di significato politico, ma ordinata secondo un rigoroso cerimonaile, qualsiasi gesto politico, qualsiasi espressione di conflitto è definitivamente terminata. I funzionari e i commentatori più audaci difficilmente osano dire che “le richieste del 68 sono ancora valide”.

La dichiarazione del Rettore è chiara e trasparente, ma la sua comprensione sfugge a molti di quelli che chiedono “di non dimenticare”.

Da un lato, la feticizzazione democratica della memoria, e la sua progressiva strumentalizzazione. Il movimento del ’68 è stato trasformato in un momento di pura storia istituzionale, dove lungo la linea temporale le peggiori avversità del passato sarebbero state superate. Dall’altro, una storiografia statalista descrive un unico continuum omogeneo e vuoto: la crescente democratizzazione del paese come indice di progresso e di libertà in Messico. In più, quando si affronta l’autoritarismo “del passato” nel descrivere i massacri, si utilizza sempre un tono “sacrificale”, un esempio è una delle tante riflessioni, nel quale si dichiara che ci fù “un terremoto storico che cambiò la vita politica del Messico in meglio”, senza mai menzionare gli omicidi occorsi.

In effetti, i liberali sanno che il sistema politico messicano ha raggiunto la maturità quando la sinistra è arrivata al potere, come Lopez Obrador ha detto in un discorso tre giorni prima del 2 ottobre, nella stessa piazza delle Tre Culture, chiedendo il perdono delle colpe lontane e recenti delle Forze Armate. Non c’è democrazia più perfetta della successione ordinata della potere e dell’uso legale della violenza da parte dello Stato per gestire un territorio e una popolazione. 

Dall’altro lato, c’è la forza che può generare uno sciopero come quello del 1999. Un potere collettivo che nessuna grande storia è in grado di recuperare, non un “modello” di movimento studentesco, da poter essere studiato nelle tesi di laurea o nei libri, al contrario, la sua evocazione mette ancora più in ridicolo le forze istituzionali.

Questo movimento studentesco sapeva che il governo doveva in tutti i modi reprimerlo, perchè si era impegnato nella firma dell’accordo di libero commercio che imponeva la necessità di politiche educative finalizzate alla creazione e formazione dello studente adatto ad integrarsi in un mercato neoliberista.

Data l’importanza di questa lotta, il regime ha serrato le fila per affrontare la resistenza studentesca. Governo, datori di lavoro, partiti, media, chiesa, imprese, burocrazia sindacale e intellettuali hanno lanciato una crociata contro gli studenti, accusandoli di “aver  sequestrato l’UNAM”, “saccheggiato i locali”, e di essere “vandali, “terroristi”, che “vogliono solo mangiare gratis e ubriacarsi” (González de Alba, membro del movimento studentesco del ’68). Ancora oggi, il concetto di “sciopero/Huelga” degli studenti è difficilmente nominato, si cerca invece di descriverlo con dei sinonimi come “sospensione delle lezioni”, “sospensione attiva” o, più recentemente, “autogestione”.

La “Huelga del 99” finì con un plebiscito promosso dal rettore e sostenuto dal PRD e da un centinaio di “personalità” accademiche varie legate al PRI, sindacalisti e intellettuali “progressisti”, come Elena Poniatowska, Carlos Monsiváis e il poeta Javier Sicilia, che decisero l’ingresso della polizia federale nella Unam e la detenzione di un migliaio di studenti.

Il 50° anniversario del 1968 coincide con la salita al potere di Lopez Obrador, una frazione della sinistra alleata con l’elite tradizionale del PRI, rappresenta un cambio di epoca. In effetti, è il punto più caldo della transizione democratica. Non siamo più di fronte ad un sistema autoritario sottosviluppato che gli intellettuali messicani, sostenuti dalle loro istituzioni culturali asservite, hanno cercato di declinare per più di sessanta anni, siamo di fronte a una democrazia perfetta: un apparato statale ben oliato da una serie di dispositivi governativi, gruppi legali e paralegali, responsabili di sostenere la violenza e il terrore nell’ordine delle cose. In un momento come questo, solo chi fa della paura il proprio orizzonte può lasciarsi confondere.

Per la prima volta in decenni, chi cerca di costruire una vita che non sia mediata dallo Stato o dall’Università o da qualsiasi altra istituzione, è completamente solo. Non c’è bisogno di sprecare il nostro spazio di condivisione e di energia con gli studenti i democratici, i funzionari al potere o i professori universitari. Costoro saranno, come sempre, dall’altra parte, cioè continueranno a lavorare per lo stato.

Noi staremo con quelli che si  organizzano, quelli che sanno che politicizzare le nostre forme di vita collettive o rompere delle vetrine sarà sempre molto più politico e felice di redigere un elenco di richieste.

Solo nell’abbandono dell’orgoglio studentesco, della politica universitaria, dell’incantesimo nei confronti dell’istituzione, e nella costante esplorazione delle nostre potenzialità collettive, possiamo tracciare un cammino

Nel movimento fugace dello scorso settembre ci sono stati  momenti politici di questo tipo, specialmente tra le generazioni che non sono cresciute nel militantismo più mite, ovvero quegli stessi che praticano una separazione ben delineata tra la vita e la politica e che una volta che terminano i loro “Anni gloriosi” delle assemblee studentesche, non sanno cosa fare delle loro vite ne come dargli un’evoluzione rivoluzionaria.

Non sorprende che siano state proprio le posizioni e i gesti non demcraticizzati ad essere i primi ad essere squalificati e odiati da coloro che assumono l’identità studentesca.

Ad esempio, nelle assemblee femministe separatiste, non si scrivevano petizioni, ma si aumentava la forza collettiva e di condivisione, si affilavano le armi: “Non si tratta di essere riconosciute dal machismo, si tratta di estirparlo”.

E ‘stato proprio perché l’attuale potere esercita il suo maggior dominio prima di tutto sulle vite delle femministe, che le ha spinte a istanze più rivoluzionarie, non per scrivere petizioni, ma per politicizzare la vita collettiva al di là di ogni divisione tra pubblico e privato. Questo modo di organizzarsi si è tessuto tra le femministe dopo le manifestazioni del 2017 per l’omicidio di Lesvy [6] avvenuto dentro l’Unam, quando hanno messo in discussione la costituzione stessa della UNAM, il cui “Protocollo per la gestione dei casi di violenza domestica” si è dimostrato, in più di una occasione insufficiente e a volte quasi di supporto ai femminicdi, che si sono svolti all’ interno dell’Unam.

Anche i gruppi che hanno occupato nuovi spazi all’interno dell’università per organizzare workshop di autodifesa o addirittura di twerk[7], nonostante venissero accusati sia dai militanti di professione, che dai “buoni studenti” di una “mancanza di contenuti” hanno al contrario reso chiaro che è la petizione e il dialogo ad essere inutile.

Questi gruppi, hanno invece fatto emregere tutta la positività che può esserci nell’organizzarsi oltre i dispositivi che catturano la vita, o i sistemi che la gestiscono e la democratizzano. Diventare ingovernabili non è un’audacia teorica, ma una realtà sensibile che risuona negli altri facendo coincidere la vita con la sua forma.

La verità è che, contro l’identità orgogliosa e impaurita dell’universitario -espressione coniata dal neoliberismo esistenziale contemporaneo- qualsiasi movimento studentesco che oggi vuole inserirsi in un orizzonte apertamente rivoluzionario dovrebbe necessariamente iniziare a pensare come primo compito il suo annullamento.

Non è sufficiente licenziare il rettore dell’UNAM, è necessario invece destituire l’identità universitaria prodotta in ciascuna dalla gerarchie istituzionali. Ciò che più importa nelle analisi successive dei movimenti studenteschi sarà proprio la capacità di dare seguito ad azioni destituenti che creino discontinuità e rotture nel funzionamento del dispositivo universitario.

 

 [1]PORROS Il nome colloquiale usato in Messico per designare questi individui deriva da “Porra”. Ciò è dovuto al fatto che gran parte di loro era inizialmente parte dei sostenitori itineranti delle squadre di calcio e la sua origine risale agli anni 1950. Per uno studio sulla sua “istituzionalizzazione”, vedere: https: //www.ses.unam.mx/integrantes/uploadfile/iordorika/26%20Ordorika.pdf. “

Letteralmente: un membro di un’organizzazione che persegue interessi diversi, sia politici che economici, basati sulla violenza organizzata, in asilo nelle istituzioni studentesche e nella recitazione come un gruppo di scontri mercenari, è chiamato un porro. Gli studenti sono di solito elementi che hanno l’iscrizione universitaria, ma non passano mai l’anno, “fossili” in gergo universitario ma pronti ad agire quando sono richiesti. 

[2] CCH Colleggi universitari di Scienze e Lettere 

 [3] Per “polizia reale” designiamo non solo quella visibilmente in uniforme in quanto tale. Esiste infatti una vasta gamma di forze di polizia, come vedremo nel corso di questo articolo, che deve essere percepita al fine di respingere la polizia generale della società che costituisce la popolazione in società con stato. 

 [4] L’intera intervista di questo partner consapevole della sua funzione (una contraddizione in termini per coloro che vorrebbero salvarli), può essere trovata su https://www.facebook.com/ImagenYuri/videos/452912328550699/

[5] https://valorunam.wordpress.com/ http://www.gaceta.unam.mx/20180226/wp-content/uploads/2018/02/260218.pdf

[6] Lesvy Berlín Rivera Osorio, è una giovane che è stata trovata strangolata, e legata ad una cabina telefonica dentro l’ Unam.

[7] twerk: laboratorio di ballo hip hop.

Critica del movimento (dicembre 1968)

di Maurice Blanchot, Les Lettres nouvelles, giugno-luglio 1969, p. 164-167

Credo sia necessario introdurre, a proposito di ciò che viene chiama movimento, un’interrogazione critica radicale. Necessaria e possibile. Nessun partito sopporterebbe una tale messa in questione, soprattutto se si tratta di un partito la cui lotta teorica e pratica è destinata a trasformare il mondo. Il Partito comunista meno di tutti gli altri, poiché crede di incarnare la serietà e l’intransigenza della nuova legge che esige e comprende tutto.

1 La debolezza del movimento è anche quello che ha fatto la sua forza, e la sua forza è di essere riuscito prodigiosamente in condizioni che hanno reso il suo successo eclatante, ma senza mezzi politici per l’avvenire, senza potere istituzionale. La maggior parte degli osservatori, compreso i commentatori benevoli, dicono che è stato importante ma che ha fallito. Questo è falso. È stato importante e si è sovranamente realizzato. Si parla di rivoluzione, termine molto equivoco, ma se se ne parla, bisogna accettarlo e dire: è vero, c’è stata una rivoluzione, la rivoluzione ha avuto luogo. Il movimento di Maggio è stato la RIVOLUZIONE, nella folgorazione e nello splendore di un evento che si è compiuto e, compiendosi, ha cambiato tutto.

2 Rivoluzione, come non se ne sono avute di eguali; in nulla assimilabile a questo o quel modello. Più filosofica che politica; più sociale che istituzionale; più esemplare che reale; e distruggendo tutto senza aver niente di distruttivo, distruggendo non tanto il passato, ma il presente stesso in cui si compiva e non cercando di darsi un avvenire, estremamente indifferente all’avvenire possibile, come se il tempo che cercava di aprire fosse già al di là di queste usuali determinazioni. Questo ha avuto luogo. La decisione di una DISCONTINUITA’ radicale e, si può dire, assoluta, si è data, separando non due periodi della storia, ma la storia e una possibilità che non gli appartiene più direttamente.

3 Bisogna aggiungere: tutti i tratti che hanno in apparenza marcato ciò che si è chiamata la sconfitta del Maggio furono, al contrario, il segno del compimento. Dal punto di vista delle idee, sarebbe facile da dimostrare. Ma anche politicamente: il regime è caduto; de Gaulle è scomparso in una maniera molto più rovinosa, per lui e l’ordine che proclama e pretende di mantenere, di quanto non sarebbe accaduto se, in effetti, non fosse mai tornato dal suo viaggio in Germania, seppellito laggiù da qualche parte nella caverna di Federico Barbarossa; la vittoria elettorale del gollismo, propriamente favolosa, ha giustamente confermato, dietro l’illusione e la salvaguardia delle apparenze, la rovina dell’intero sistema. Un semplice fatto: la sicurezza politica che una simile vittoria sembrava garantire al partito dell’Ordine, facendo dimenticare lo sconvolgimento dell’insieme, ha fatto precipitare un crollo finanziario che tecnicamente nulla giustificherebbe. Viviamo solo di apparenze. Tutto è una messinscena. Un altro esempio: la riforma di questo povero M. Faure. Riforma di che, per chi? Bisogna dirlo, e gli insegnanti più lucidi lo sanno: non esiste più l’Università, esiste invece un grande e venerabile buco, appena camuffato, un gioco di cerimonie, attraversato da forze a volte selvagge, spesso di una barbarie anch’essa rituale e spettacolare. Rettori, presidi, professori, contestatori, contro-contestatori, tutto si agita per coprire il niente, un niente che disciplina un tempo morto.

4 Il fatto che Maggio abbia avuto luogo, compiendo la sua opera, è quello che dev’essere interrogato e che crea, per lo stesso movimento, le più grandi difficoltà, o meglio: una sorta d’impossibilità quotidiana che è carica di pericoli (forse di promesse). Enuncerò solo qualcuno di questi pericoli, lasciando ad altri la cura di proseguire o di contraddire l’analisi:

a) La tentazione di ripetere Maggio, come se Maggio non avesse avuto luogo o come se avesse fallito, cosicché un giorno o l’altro abbia successo. Così ci si immagina di provare di nuovo, poveramente e tristemente, usando le stesse procedure d’agitazione che ebbero il loro senso e il loro effetto in febbraio-marzo-aprile, con giusto un supplemento di gesti e con le risorse che gli errori del potere, incapace di presagire che non esiste più, ma comunque capendo la sua impotenza, procurano inesauribilmente.

b) La tentazione di continuare Maggio, senza accorgersi che tutta la forza di originalità di questa rivoluzione è nel non fornire alcun precedente, nessuna base, nemmeno quella della propria riuscita, poiché questa si rese essa stessa impossibile come tale, lasciando solo una traccia che, come un lampo, divide tutto, cielo e terra. NIENTE SARA’ PIU’ COME PRIMA. Pensare, agire, organizzare, disorganizzare: tutto si pone in altri termini e non solo i problemi sono nuovi, ma la problematica stessa è cambiata. In particolare, tutti i problemi della lotta rivoluzionaria, e innanzitutto della lotta di classe, hanno preso una forma differente.

c) La cosa peggiore (ma non la più pericolosa, solo la più affaticante) è che si sta costituendo, a partire dalla distruzione del tradizionale, una nuova tradizione che viene rispettata e persino sacralizzata. Anche qui, solo qualche indicazione: è sufficiente siano pronunciate certe parole-chiave come spontaneità, autogestione, doppio potere, azione simbolica, assemblea generale libera, comitato d’azione, perché il “movimento” si rassicuri su se stesso, certo così di continuare senza tradire la sua verità originaria. E lo stesso vale per il prestigio (che bisogna dire sconsiderato) della parola “studente”, pensata implicitamente come l’equivalente della parola “rivoluzionario” (della quale si abusa egualmente), al punto che qualsiasi agitazione in una facoltà, fosse un po’ di casino il giorno della tesi o una sfilata di Saint Nicolas [giorno in cui tradizionalmente gli studenti, prima del ’68, sfilavano in corteo con le loro proteste], compaia a certi oppositori come ai tenutari dell’Ordine una prodigiosa impresa di sovversione. E, beninteso, è il blocco al potere, allo stesso tempo stupido e superautoritario, ossessionato dal ricordo di terrore che Maggio gli ha lasciato, che ogni volta cade nella trappola della ripetizione, rinchiudendovisi con i suoi avversari e girando con loro in un movimento d’immobilità per il quale tutto si ripete senza rinnovarsi, ma obbligando così la ripetizione a esibire la sua potenza di morte, potenza morta che può alla lunga provocare la dissoluzione invisibile dell’insieme.

5 Sono giusto degli spunti riflessione. La conclusione verso la quale alcuni si orientano è che la rivoluzione di Maggio, siccome è stata globale, poiché ha cambiato tutto, ha anche lasciato tutto intatto. Io non lo credo ma, a partire da qui, ricorderò un’esigenza: Prendere coscienza, sempre di nuovo, che siamo alla fine della storia e perciò la maggior parte delle nozioni ereditate, a cominciare da quelle della tradizione rivoluzionaria, devono essere riesaminate e, così come sono, rifiutate. La discontinuità che Maggio ha rappresentato (non meno che prodotto) colpisce in egual modo il linguaggio e l’azione ideologica. Riconosciamolo, Marx, Lenin, Bakounin si sono riavvicinati e si sono subito allontanati. C’è un vuoto assoluto dietro e davanti a noi – e dobbiamo pensare e agire senza aiuti, senza altro sostegno che la radicalità di questo vuoto. Ancora una volta, tutto è cambiato. Anche l’internazionalismo è altro. Non lasciamoci mistificare. Rimettiamo tutto in causa, compreso le nostre certezze e le nostre speranze verbali. LA RIVOLUZIONE E’ DIETRO DI NOI: oggetto già di consumo e a volte di godimento. Ma quello che è davanti a noi e che sarà terribile non ha ancora un nome.

Non è che l’inizio. Frammenti di Maggio parigino

di mar:ta

A come AG

Le Assemblee Generali sono la croce del movimento francese. Quelle che riescono meglio sono quelle che arrivano a divenire altro, ovvero quando si arriva a restituire alla parola la potenza che è la sua abbandonando i vetusti rituali dell’assemblea, i giochetti della politica e le patologie del proceduralismo democratico. Quando vi partecipi il colpo d’occhio è chiaro: da un lato chi ne ha abbastanza della pratica assembleare e spinge perché non si esageri con le sue menzogne, dall’altro coloro che sono stati segnati da Nuit Debut che riconosci per la panoplia di gesticolazioni le quali, appunto, stanno lì a mimare il gioco della democrazia. Comunque sia, le due assemblee tenutesi all’ENS di rue d’Ulm il 3 di maggio ne hanno dato una bella rappresentazione per ognuna di esse. La prima nel cortile – denominata infatti non assemblea bensì «colloquio intempestivo» e che portava un titolo eloquente come «Morte all’università, Vita del sapere» – è stata un’assemblea di presenze, dal filosofo al ferroviere, dalla scienziata della politica al postino, dallo studente al disoccupato. Grande entusiasmo, grandi parole, grande potenza. Quella serale, tenutasi nella Salle des Actes (quando i nomi dei luoghi sono rivelatori), doveva discutere dell’occupazione, di come agire nei confronti della presidenza e delle guardie e se e come dotarsi di «delegati». È stata in fin dei conti un’assemblea abbastanza tradizionale e tuttavia bisogna ammettere che è stata divertente nella sua estrema eterogeneità, con i bravi studenti che muovevano le mani per assentire o meno, gli autonomi che cercavano di strategizzare, gli anarcoidi che sghignazzavano nel fondo e un po’ di altri che non si capiva bene dove si collocassero. Ma infine, nonostante la «volontà generale», ha toccato l’impossibilità di decidere. Che è semplicemente il destino di ogni AG.

B come Black Bloc

1 Maggio 2018 a Parigi. Un blocco nero tanto enorme quanto impotente. Da un lato prigioniero della nasse poliziesca e dall’altro di se stesso. Rinchiuso dentro meno di un chilometro quadrato ha distrutto tutto quello che poteva, ma non ha potuto fare quello che davvero voleva. Ovvero superare i blindati e perdersi in una folle corsa contro il mondo così qual è. Forse per una volta se ne sarebbe potuto fare a meno per non dare il via libera alla più che prevedibile propaganda governamentale, oltre che per non accettare il terreno di scontro accortamente preparato dalla Prefettura, tuttavia anche i movimenti hanno i loro riflessi condizionati. Per tutta la settimana successiva, infatti, i media e gli uffici stampa e propaganda del governo non hanno fatto altro che disquisire su questo «problema» che sarebbe la violenza dei cortei e delle misure – giuridiche, morali e politiche – per porgli rimedio. Infine il ministro dell’Interno non ha saputo trovar di meglio che dire che chiunque chiami all’insurrezione sarà perseguito (attenzione non solo chi commette un atto violento ma anche chi porta una parola rivoluzionaria).

Ma cos’è che letteralmente spinge i corpi, anche di fronte a una chiara impossibilità, a far scoppiare un émeute? Ad esempio il fatto che è un gesto politico che non ha alcun bisogno di discorsi e rivendicazioni. È sufficiente essere , anonimo tra gli anonimi e tuttavia insieme. Per provare le stesse sensazioni contro il potere – il calore dato dal viso coperto dai fazzoletti e dalla prossimità, quasi un’intimità, dei corpi, l’odore acre dei lacrimogeni e del fumo degli incendi, l’urtarsi e il tenersi per mano durante le fughe, le urla quando si avanza, il sentire i tonfi sordi delle granate e il rumore dei vetri che vanno in frantumi nel puro silenzio che spesso caratterizza la sommossa – ma soprattutto per il sentimento di questa impersonalità della rivolta che affratella più intensamente di qualsiasi scambio tra individui. Vi sono, certamente, coloro che tentano di emergere in quanto individui nel mezzo della sommossa, ma sono patetici nel loro indicare «io, io, io», mentre la rivolta dice «noi, noi, noi» intendendo «noi, che non siamo nessuno e quindi siamo tutto». La bellezza della rivolta è tutta nell’essere un evento senza soggetto. Neanche il corpo viene vissuto in quel momento come il “proprio” corpo, anzi il solo mezzo di riappropriarsene è andarsene, abbandonare gli altri, rompere la catena di solidarietà. Ciò che riesci a sentire di te durante gli scontri è solo lo spirito, l’anima si sarebbe detto un tempo, ma è un’anima che si percepisce giusto in quanto emanazione di quella comunità effimera che viene creata dal tempo della rivolta. E solo e solamente per questo essere senza soggetto che la rivolta ha possibilità di propagarsi da un luogo all’altro, da un tempo all’altro, senza mai soffrire delle interruzioni perché è lei stessa la regina di tutte le interruzioni.

C come Corteo di testa

Potenza del corteo di testa del 1 maggio. Le cifre della prefettura parlano chiaro: aderenti alla marcia dei sindacati: 20.000; blocco nero: 1200; corteo di testa: 14.500. Il potere può ben tenere a bada i 1200 ma ha un fottuto terrore di questa decina di migliaia di persone diversissime tra loro e che però insieme non vogliono più marciare dietro i palloni dei sindacati, che trovano che essere nel corteo di testa è più “divertente”, “interessante”, “emozionante”, che non condannano le distruzioni anche se non vi partecipano in prima persona, che desiderano solamente che questo mondo finisca: in un modo o nell’altro. È vero che il corteo ufficiale non è riuscito per la prima volta a terminare il percorso del 1 maggio per colpa delle manovre della polizia, comunque accettate di buon grado dalle centrali sindacali, ma la verità è che era stato già destituito dal corteo di testa. E credo ne siano perfettamente coscienti (sia i sindacati che il governo).

D come Destituzione

Ci si può rompere la testa in due, in cento o in mille cercando di immaginare cosa fare per proseguire il movimento: proposte sensate, folli o imbecilli, obiettivi a breve, medio e lungo periodo, ma la realtà è che la potenza del rifiuto assoluto, il non darsi alcuna rivendicazione positiva da dover realizzare, il rendere inoperanti tutte le manovre del governo e sospendere il funzionamento delle sue istituzioni, sono i soli gesti che indicano una via d’uscita dall’impasse del movimento. E l’impasse consiste nel fatto che non c’è azione politica possibile (vedi alle lettere A, B e G).

Il divenire del movimento, adesso, sta nel rifiutarsi di essere costruttivo: sciopero destituente riconducibile!

E come ENS e EHSS

Malgrado l’occupazione della antica Scuola Normale di Parigi sia durata solo una notte, l’essere stata attraversata dall’entusiasmo delle 600 persone raccolte nel cortile per il «colloquio intempestivo» con la partecipazione di Fredric Lordon, Giorgio Agamben e Antonia Birnbaum, l’invasione della mensa per continuare l’assemblea una volta che era cominciato a piovere, i ragazzi e le ragazze che la sera tardi si sfidavano a ping pong e a volley, persino la delusione per la durata infinitesimale dell’occupazione, ecco, tutte queste cose ne hanno fatto un momento memorabile di questo jolie mai déferlante.

L’occupazione dell’École des hautes études en sciences sociales in Boulevard Raspail, cominciata il 30 aprile in modo da poter accogliere anche molti dei giovani arrivati da fuori per partecipare l’indomani alla manifestazione del 1 Maggio, è invece tutt’ora in corso restando così la sola istituzione universitaria occupata nel centro di Parigi, per il resto intoccabile e quotidianamente vittima del quadrillage poliziesco – quella di Paris 8, posta nella banlieue di Saint Denis, infatti prosegue da più di un mese – e dura probabilmente perché ben pensata e organizzata e che in più vede molti insegnanti solidali (compreso il suo presidente in fin dei conti). La festa tenutasi nel suo giardino il 5 maggio in solidarietà con i postini in sciopero non è stata solo una bella festa ma un esempio di come questo genere di eventi può essere messo in opera senza scadere nel «festismo». È stato emozionante ascoltare nel giardino di questa scuola le discussioni accese tra lavoratori e studenti, discussioni che mai si avvitavano su questioni ideologiche ma che partivano dalle differenti sensibilità consapevoli di condividere un punto di vista comune e cioè di parte.

F come Force de l’Ordre

Dove il 1 maggio si scoprì – per l’ennesima volta – che le forze dell’ordine non sono solo quelli vestiti di blu, i ministri in carica o i fascisti ma anche il presunto capo dell’opposizione, questo Melanchon, il quale in un soprassalto di sinistra ha dichiarato che le violenze contro il mobilio urbano e la polizia erano state commesse da estremisti di destra. Mi ricorda qualcosa…

G come Giorgio Agamben

Giorgio Agamben era senza dubbio la voce più attesa dalla grande assemblea tenutasi il pomeriggio del 3 maggio in rue d’Ulm. Il suo intervento o, secondo le sue parole, il messaggio di cui si è fatto latore, concerneva il fatto che siamo in uno di quei periodi della storia – «non è il caso di disperare, non è la prima volta che accade», diceva – che vedono una impossibilità di agire e che proprio per questo qualsivoglia “azione” risulta subalterna al governo. Si è intrattenuto su Pasolini e la potenza sovversiva della lingua dialettale sottintendendo che quel paradigma può essere trasportato in altri ambiti – «voi francesi forse non potete capire perché non avete una lingua e tanto meno dialetti, siete prigionieri di una grammatica». Infine, suggeriva, bisogna cercare delle alternative al paradigma teleologico dell’azione e inventare ogni volta quel gesto puro della destituzione che riesce a liberarci dall’ostacolo che ci troviamo di fronte. Nel dibattito «ufficiale» al quale ha partecipato prima di recarsi in assemblea, Agamben ha detto una cosa, rispetto alla questione della destituzione di cui si stava dibattendo in quel momento, che ha suscitato un riso isterico tra i professori presenti: «Se qualcuno ha distrutto qualcosa, ha compiuto così la sua opera e non si capisce perché dovrebbe affrettarsi a costruire qualcos’altro al suo posto». Ricordo solamente che il titolo dell’assemblea che da lì a pochi minuti sarebbe cominciata era Morte all’università.

L come L’Echangeur e La commune (Teatri)

Sono i due teatri che hanno aperto le loro porte al movimento e lo hanno fatto perché se ne sentono parte, invitando gli altri luoghi a raggiungerli e cioè ad aprirsi agli altri e uscire a loro volta dall’isolamento dorato in cui sono immersi. È molto importante questo tentativo di coinvolgere questi luoghi nel «maggio dilagante»; infatti è coscienza abbastanza diffusa che rompere la separazione – prodotta dalla mercificazione integrale – tra chi opera artisticamente con le parole, la musica e i gesti e tutti gli altri può significare un grande salto in alto, un salto di linguaggi, di corpi e di intensità di cui ogni movimento deve essere capace se vuole essere tale fino in fondo. E lo si fa non per rispetto verso la «cultura» ma, ben al contrario, per distruggerla.

M come Maurice Blanchot

Lo spettro di Maurice Blanchot si aggirava in ogni luogo invaso dalla folla in tumulto, in ogni presa di parola, in ogni scritta sui muri, in ogni pavè tirato contro i CRS, in ogni auto che bruciava, su ogni barricata. Una sera una compagna mi diceva «la cosa strana e bella di questi giorni è che passi il tempo a parlare con degli sconosciuti». Non sapeva di parafrasare il Blanchot cantore del Maggio destituente di 50 anni prima: «checché ne dicano i detrattori del Maggio, fu un bel momento quello in cui ciascuno poteva parlare all’altro, anonimo, impersonale, uomo tra gli uomini, accolto senz’altra giustificazione che quella proprio di essere un uomo».

Quando ciò accade è uno dei pochi segni per cui si può essere sicuri che l’evento che si sta vivendo è proprio quello che può essere chiamato «un momento rivoluzionario».

O come Occupazione

Molte occupazioni delle università o delle stazioni ferroviarie o delle piazze e delle strade non durano molto ma, appunto, non dobbiamo ragionare con i vecchi schemi. Infatti, ripetendosi il gesto dell’occupazione pressoché giornalmente, la realtà è che vi è una sola occupazione che si muove. Un’occupazione che dilaga, nomade, effimera ma che porta con sé le intensità che la abitano. È anche in questo modo che per la città si diffonde anonimamente lo spirito rivoluzionario.

Q come Quartiere Latino

La presa del Quartiere Latino è, come sempre, al centro del desiderio del movimento parigino. Infatti è al centro anche delle preoccupazione dei tenutari dell’ordine: dalla Sorbona alla Contrescarpe i flics sono sempre presenti in forze anche quando non ce ne sarebbe apparentemente motivo. La sera del 1 maggio, dopo la manifestazione, ci si era dati appuntamento su quella collina che fin dal Medio Evo ha visto passare tutte le rivolte giovanili e studentesche. E, nonostante la folta partecipazione dei celerini al rendez-vous, per un paio di ore si è materializzata la presenza dell’insurrezione in quel pezzo di mondo antico ormai prostituito al turismo. E manifestazioni selvagge hanno traversato di corsa il Quartiere urlando «Parigi, in piedi! Sollevati!».

Le strade improvvisamente vuote del centro di Parigi risuonavano solo dei rumori dei bidoni d’immondizia rovesciati, dei passi di corsa e delle urla dei rivoltosi. Quel vuoto è in realtà la testimonianza del venire a «contatto» della rivolta con lo spazio della città che normalmente è occupato dai dispositivi che forzano ciascuno a entrare in una qualche forma di relazione e così individualizzarsi. In quel vuoto invece i corpi affettano la strada mentre ne sono affetti, ovvero fanno uso di sé e della strada modificando sé e lo spazio pur se per un brevissimo momento. I celerini che li inseguivano apparivano giusto come le ombre del mondo/dispositivo che cercava di riguadagnare il suo essere «pieno». Ma per quell’istante la notte della comune impregnò lo spazio e lo svuotò di ogni potere.

R come Rivoluzione

Dopo molti anni di frequentazione mi pare di aver capito una cosa dei modi di apparizione dei movimenti in Francia e cioè la presenza ineliminabile dello spettro della Rivoluzione nell’arena pubblica francese. Quello che appare come il suo «radicalismo» viene dal fatto che quando un movimento prende respiro, coloro che pensano dentro di esso non si pongono l’obiettivo di raggiungere un qualche risultato esteriore – una legge in meno o in più etc. – ma pensano da subito a come fare la rivoluzione. Quel tanto o poco di ritualità che caratterizza i movimenti francesi – le barricate, le ondate di scritte sui muri, la comparsa di tribuni, etc. – deriva proprio dal voler ogni volta ripetere il gesto inaugurale del rovesciamento dell’ordine in vigore. La citazione del passato – la presa della Bastiglia, la Comune, il Maggio 68 – è all’ordine del giorno.

C’è da dire che lo spettro della Rivoluzione, e in particolare del 1793, ossessiona anche i governanti e ciò spiega anche la loro radicalizzazione nello scontro. Nessun capo del governo ama immaginarsi senza testa.

Tutto ciò, credo, è allo stesso tempo la virtù e il limite dei movimenti francesi. La virtù perché sono animati da una feroce e gioiosa determinazione, il limite perché si trovano spesso a pensare la rivoluzione dentro una storia, un modello, un paradigma della modernità che invece bisognerebbe destituire anch’esso perché un altro divenire sia finalmente possibile.

Ben venga maggio
e ‘l gonfalon selvaggio!


Pensare e agire lo sciopero infinito

di Silent

Articolo scritto in seguito ad un’appassionata lettura di “Verso lo sciopero infinito” sul blog Il Franti. Ricordiamo che nello scorso numero di Qui e Ora abbiamo parlato del Franti, pubblicando la presentazione del loro “Trattatello di anatomia ergonomico funzionale contemporanea”.

C’è stato un mondo in cui in tanti hanno creduto che col duro lavoro avrebbero fatto strada e si sarebbero realizzati, in cui ci si è illusi che il fallimento fosse qualcosa di personale dovuto alla mancanza di impegno e di convinzione. Si era convinti che piccoli momenti di felicità si potessero acquistare al centro commerciale durante la stagione dei saldi e che il segreto per una sana vita sociale fosse il culto del proprio corpo e della bellezza estetica.

Un mondo in cui, per risolvere le grandi questioni nazionali e internazionali, fedelmente riportate dai notiziari televisivi, bastava affidarsi al politico giusto, un mondo in cui non c’era disputa che non potesse risolversi dialogando democraticamente. Un mondo in cui contava il merito, in cui chi studiava i manuali poteva dirsi affidabile e sicuramente aveva la migliore soluzione a tutti i nostri problemi. Un mondo in cui ci si era spinti oltre il progresso, si conosceva tutto di ogni cosa e rimaneva ben poco da scoprire. La storia era finita, l’umanità aveva trionfato. Chi si lamentava erano solo degli idealisti, dei figli di papà viziati che avevano tutto e non riuscivano neanche ad apprezzarlo.
Poi ci siamo tutti svegliati e questo sogno si è infranto. Non abbiamo aperto gli occhi svegliandoci in un incubo. Semplicemente ci era impossibile credere con la stessa convinzione con cui credevamo prima. Il sogno liberale si è infranto. La tolleranza liberale ci ha regalato l’avanzata delle destre e l’assolutizzazione delle tecniche e della scienza ci ha lasciato nelle mani del pensiero tecnocratico, mentre il liberissimo mercato ci ha consegnato con Amazon una crisi finanziaria globale. L’atteggiamento che sembra essersi diffuso più ampiamente rispetto a questo stato di cose è quello nichilista: è come una diffusa quanto passiva presa di distanza dal mondo che ci circonda, come per dire che esso non ci rappresenta.

Ciò che accomuna i cosiddetti “millenials”, che con cinismo ridono amaramente di un mondo che si sgretola pian piano, pezzo per pezzo, e la generazione che li ha preceduti, la quale non capisce e si indigna davanti ai talk show e ai telegiornali, è un profondo sentimento di disillusione. L’Occidente capitalistico ha vinto e si è fatto totalità, ovunque si vive secondo le leggi del mercato e della burocrazia, eppure pare che quasi nessuno creda con tanta convinzione che il mondo in cui viviamo sia poi così soddisfacente. In questo quadro desolante Stato e fascisti si organizzano. Le istituzioni non possono più chiedere al popolo di avere fede nelle riforme? Allora, se serve buttare qualche dipendente pubblico in mezzo alla strada, far lavorare gratuitamente i giovani, far diventare la pensione un miraggio, ci vorranno più manganellate a chi protesta.

Se serve che i flussi di merci e uomini-merce non si blocchino, che le persone continuino a far compere nei negozi e considerino la proprietà privata sacra, ci vorranno più telecamere di sicurezza e l’esercito a pattugliare le strade. Ciò che non si può ottenere col consenso della maggioranza silenziosa, lo si può ottenere con la paura e il controllo. Così, diventa tutto sommato facile sentire l’ansia e il vuoto dentro di sé e continuare a seguire le mode del momento, facendo compere da Zara e da Foot Locker, o manifestare un non ben specificato disagio esistenziale ascoltando prima la Trash e poi la Dark Polo Gang o scrivere un commento su Facebook per far vedere a tutto il mondo di essere un cinquantenne molto arrabbiato, con la speranza che qualcosa cambi.
Diventa altrettanto facile per il lavoratore umiliato e vessato quotidianamente, quando arriva la crisi, cercare un capro espiatorio nell’immigrato che cerca riparo dalla miseria e dalla guerra. Quando il responsabile della tua miseria appare troppo forte rispetto a te, diventa più facile cercare il nemico in chi è debole almeno quanto te. Il migrante, in questo mondo allo sfacelo, è sul nostro stesso piano: non è responsabile del nostro inferno, ma non è certo un poverino, un soggetto passivo bisognoso di tutta la nostra pietà. Se il migrante accetta di lavorare senza contratto, senza diritti e sottopagato, non lo fa certo per ferirci, ma allo stesso tempo non possiamo vederlo semplicemente come un poveraccio illetterato che non sa cosa fare. Accontentarsi e accettare una paga da fame diventa molto più facile quando pensi che, tutto sommato, col cambio di valuta puoi dare una mano ai tuoi cari rimasti a casa. E quindi? Cosa ci sarebbe di eticamente scorretto in questo? Chi non si comporterebbe nello stesso modo nella stessa situazione? Il migrante è debole quanto noi, nel senso che prova a modo suo a svoltare una situazione infame, seguendo le regole del gioco dal momento che cambiarle sembra impossibile.
Ciò che sembra mancare, in questo scenario desolato e desolante, è una prospettiva di lotta e riscatto contro un esistente che non ha più nulla di buono da offrire. Sembra mancare e, almeno in Italia, effettivamente manca. Non che non ci siano occasioni di lotta: lottano i facchini, lottano le donne, lottano gli studenti, lottano gli occupanti di case. Il punto, però, è che in tutti questi casi ci si limita a lottare per stare un po’ meglio in un mondo che, per come funziona, non ispira alcuna fiducia. Le soggettività rivoluzionarie pure non mancano. Purtroppo però, queste si confinano in spazi minoritari e si arrendono all’autoreferenzialità, non uscendo dalle proprie sedi, non parlando se non fra militanti e sviluppando, in tal modo, un linguaggio politico esoterico per i soli militanti. La propaganda del nemico li ha convinti che non si possa fare in altro modo e questa è stata per loro la più grande sconfitta.
Rispetto al deserto che ci circonda, alla miseria con cui dobbiamo fare i conti in merito ai nostri bisogni materiali, affettivi e intellettuali, c’è chi si indigna e chi si organizza. C’è chi rivendica qualche briciola per provare a sentire un po’ più propria un’esistenza che gli è del tutto estranea e chi, invece, costruisce pezzo per pezzo un mondo per cui valga la pensa darsi da fare, un mondo in cui credere. Del resto, la storia è sempre stata fatta da chi si è organizzato e ha costruito.

A organizzarsi in tal senso per ora sono stati, soprattutto in Italia, i fascisti. I fascisti stanno costruendo il loro mondo città per città, Nazione per Nazione, con risposte chiare a problemi evidenti che vengono largamente vissuti nei quartieri; opponendo al nichilismo imperante la ripresa di vecchi valori, di una propria mitologia; agendo politicamente su una consapevolezza ampiamente diffusa che individua nella globalizzazione e nell’apertura delle frontiere – per merci e uomini-merce – la causa dei mali di oggi e che ha nostalgia per ciò che vi era prima. E noi? Il noi a cui mi riferisco non riguarda i militanti. Anzi, riguarda i militanti, ma non in quanto militanti. Tutti in ordine, ciascuno nella propria casella: il centro sociale organizza le serate, il sindacato indice lo sciopero (se poi è davvero radicale lo sciopero lo indice per 24h), il collettivo autonomo convoca compagni da tutta Italia per fare a botte con gli sbirri davanti a questo o quel luogo-simbolo, il collettivo disobbediente stessa cosa, “ma vestiamoci colorati, che nero fa brutto”, gli anarchici fanno azioni dirette, mentre i marxisti-leninisti “organizzano”, fanno analisi, puntano tutto sulla convocazione di manifestazioni oceaniche che, ad oggi, non sono ancora mai pervenute. Nessuna sorpresa per i militanti, nessuna sorpresa per i tutori dell’ordine, tutto perfettamente previsto dagli annuali dossier prodotti dal Ministero dell’Interno. No, la categoria del militante ha perso tutto il suo fascino dal momento che questa militanza, con tutte le sue divisioni e le lotte fra micro-fronti per la conquista dell’egemonia, non sembra avere senso. Quindi parlo di tutti noi, militanti e non: noi che non crediamo ad un mondo illuminato dai poster pubblicitari, noi che di fronte alle vetrine dei negozi sappiamo quanto sia insensato rammaricarsi per il “volere ma non poter…”, noi che ficcheremmo volentieri la testa del nostro insegnante/padrone nel cesso alla prima occasione, noi che non vogliamo produrre, noi che non crediamo nell’ordine. Noi che non ne possiamo più dell’associazione di idee “star bene = divertimento”. Noi che vorremmo dire basta a questi legami effimeri basati sul passare piacevolmente il tempo in compagnia, mentre si custodisce gelosamente l’intimità. Noi che riconosciamo quotidianamente la miseria economica, affettiva e intellettuale del presente. Noi che non crediamo in questo mondo, noi che siamo sì disillusi, ma che ancora non ci siamo arresi. NOI. Cosa facciamo NOI? Tutti al corteo, cori e canti (magari qualche mazzata) fra i fumogeni, una passeggiata adrenalinica di un paio d’ore e poi ognuno per la sua strada. Si sciopera un giorno e poi il giorno dopo si torna a lavoro. Ricomincia tutto da capo: la produzione, lo stordimento/divertimento, la miseria. E allora leggo Il Franti – “Verso lo sciopero infinito”- e penso che parlare di sciopero infinito non sia solo retorica e poesia. Basta! Pensare e agire lo sciopero infinito! Questo non vuol essere uno sfogo, né tanto meno uno spunto per i buoni propositi da farsi il prossimo capodanno. Questa vuol essere una riflessione pratica per il qui e l’ora. Andare al primo corteo che scatena in ciascuno di NOI un senso di affinità e complicità, arrivare al traguardo fissato con la Questura e, invece di tornare a casa, mantenere la posizione, non arrendersi. Quanto può essere difficile? Quanto può essere difficile stampare autonomamente dei volantini in cui si spiega perché non si ha intenzione di far ricominciare l’indomani il giro degli ingranaggi della macchina infernale, in cui si invita chi ha una stessa sensibilità a restare, a prendere posizione? Quanto può essere difficile prendere parola, per una volta, per confrontarsi su ciò che ci tocca nell’intimità? Decine, centinaia, migliaia di volantini che esprimono altrettante inconfutabili verità, più interessanti di qualsiasi stantia assemblea di movimento.

Un’immagine che vuole descrivere un momento, il momento in cui finalmente parleremo e ci uniremo per essere partigiani non più di una fede, ma di un’insoddisfazione incontestabile. Daremo finalmente un volto al nemico, lo riconosceremo in chiunque trarrà vantaggio dalla messa in competizione degli individui e dalla messa in sicurezza delle città e dei quartieri. E daremo finalmente anche un corpo al nemico, un corpo su cui agire perché tanto più lui sarà debole e inerte, tanto più noi potremo sentirci forti. Consapevoli che la soggettività è un campo di battaglia, riconosceremo il nemico anche in noi stessi, in quella parte di noi che desidera in fondo un po’ di pace sociale per tornare a casa a guardare la propria serie Netflix preferita, fare qualche soldo, metter su famiglia. Sapremo riconoscere in noi stessi il nemico perché finalmente non saremo più soli. Sapremo che questo mondo non ci basta. Uniti nella diversità, sapremo però riconoscere i nostri amici solo in coloro che saranno al nostro fianco per non tornare più indietro. E prenderemo posizione per non fermarci, ragionando non più di pratiche che definiscano chi siamo (perché chi siamo ci sarà più chiaro che mai), ma dei mezzi con cui fare salti in avanti e sentirci più vivi. Non c’è fase da aspettare, perché un discorso tale può essere agito in qualsiasi momento in cui si abbia al tempo stesso la coscienza di vivere male e il coraggio di voler vivere bene. Quindi agiamo qui e ora. Qui, nel momento in cui inizia lo sciopero infinito, inizia la fine del mantenimento dell’ordine.

Microdosing LSD – in corteo.

di Alfio Marruggia

“In questa epoca insurrezionale anche la pratica dell’espansione della coscienza e dell’energia è di fatto una possibile strategia operativa avanzata di lotta all’ideologia borghese di una società a tecnocrazia avanzata. Le “droghe” in senso stretto […] sono un mito pubblicitario già da lungo tempo legato al modo di produzione del capitale e non hanno nulla in comune, in quanto a pericolosità, con le droghe di cui è impregnata la vita quotidiana. Il mito della scienza che misura la morfina a centimetri cubici misura allo stesso tempo la miseria di una società la cui ideologia – espressione del potere dominante – cerca disperatamente di corrodere la teoria rivoluzionaria […]”
Aa.vv, Ma l’amor mio non muore : origini documenti strategie della cultura alternativa e dell’underground in Italia, Novembre 1971

In un articolo pubblicato sul sito della MAPS1, riguardante l’assunzione di micro-dosi di LSD durante la pratica di sport estremi, si legge:

“Virtually all athletes who learn to use LSD psycholytic dosages believe that the use of these compounds improves both their stamina and their abilities. According to the combined reports of 40 years of use by the extreme sports underground, LSD can increase your reflexes time to lightning speed, improve your balance to the point of perfection, increase your concentration untilyou experience “tunnel vision”, and make you impervious to weakness or pain. LSD’s effects in these regards amongst the extreme-sport community are in fact legendary, universal, and without dispute”.

La tesi dell’autore, di nome J. Oroc, è questa: la pratica del microdosing con sostanze psichedeliche è diffusa tra chi pratica sport estremi perché di fatto non mette a rischio il consumatore. Al contrario, sembra che l’effetto sub-threshold, ovvero sotto la soglia di comparizione degli effetti di alterazione delle percezioni sensoriali, dato dalla micro-dose di LSD aiuti i consumatori a ottenere una maggiore concentrazione, una maggiore percezione di sé e del proprio corpo, e quindi permetta non solo di ottenere una migliore prestazione ma anche di trarre maggiore godimento dall’esperienza sportiva (spesso praticata in mezzo a paesaggi naturali).

L’autore dell’articolo sembra difendere una tesi che a prima vista pare appare paradossale: afferma infatti che è possibile utilizzare delle sostanze psichedeliche nel bel mezzo di situazioni “estreme” in cui è essenziale possedere una padronanza totale del proprio corpo e dei propri riflessi. Quello descritto nell’articolo è un esempio concreto di come la LSD può aiutare a mantenere la lucidità in momenti di forte tensione, e non il contrario, come invece si ha la tendenza a credere se ci si attene alla comune vulgata sugli usi di tali sostanze.

La situazione alla quale faccio riferimento qui di seguito costituisce un altro esempio concreto a conferma delle tesi di Oroc e della comunità degli sportivi americani. Racconterò brevemente l’esperienza di tre differenti situazioni di piazza, rigorosamente affrontate con l’aiuto di una piccolissima dose di LSD.


Micro Introduzione

[L’autore scrive nei mesi subito successivi al movimento contro le elezioni francesi tenutesi nei mesi di aprile-maggio 2017, ndr.]

Da qualche tempo a questa parte, a Parigi, le occasioni di scendere in strada non sono mancate. Che si trattasse di manifestazioni oceaniche di centinaia di migliaia di persone o di piccole e rapide manif sauvages [manifestazioni non autorizzate, per natura assai mobili e imprevedibili], sono molte le volte in cui giovani e meno giovani si sono trovati a condividere una situazione di tensione collettiva nelle strade. Che la manifestazione prevedesse uno scontro diretto con la polizia, o di giocare al gatto col topo nei vicoli del ventesimo arrondissement, abbiamo scoperto che prendere una micro-dose di LSD prima dell’inizio dei giochi può aiutare per diverse ragioni.

Il microdosing con sostanze psichedeliche (quali LSD-25 e psilocibina) differisce dall’assunzione di dosi normali o “eroiche” di tali sostanze. Inoltre, si tratta di una pratica che non ha effetti negativi sul corpo – al contrario di droghe quali caffeina e alcol, che causano una forte dipendenza fisica e psicologica.
Tale pratica prevede l’assunzione di bassissime dosi (corrispondenti a circa 10-20 microgrammi di LSD e tra 0.2 e 0.5 grammi di funghi secchi, ovvero un decimo di una dose normale) di sostanza attiva con una frequenza che varia dalle 2 alle 3 volte a settimana. Tale pratica è consigliata da James Fadiman, psicologo americano e fondatore della scuola di Psicologia transpersonale, come terapia a media-lunga durata (minimo un mese, con assunzioni ogni 4 giorni) per curare stati di depressione e ansia, per aumentare il proprio livello di creatività e vitalità o per migliorare le relazioni col gruppo.

Creatività e vitalità sono due caratteristiche apprezzate da molti, compresi i biohackers della Silicon Valley. Questi NERD psichedelici, avanguardisti del turbocapitale in salsa Yankee, hanno preso in considerazione l’idea di drogarsi al lavoro già da tempo. Dopo averci riflettuto un po’ su, ci siamo chiesti se e come avesse senso ricercare tali effetti anche in un contesto estraneo al tempo e al luogo del lavoro, per scopi diametralmente opposti a quelli degli imprenditori della Silicon Valley. Quando si prendono delle piccole dosi di LSD, il consiglio dei “terapeuti” è di non interrompere assolutamente lo svolgersi delle nostre attività quotidiane. Abbiamo preso alla lettera tale consiglio: fortuna ha voluto che le quattro manifestazioni di cui vi racconterò siano state organizzate proprio nei giorni in cui il calendario prevedeva l’assunzione di una micro-dose.

Election Day

Parigi, 23 aprile 2017. Giorno di elezioni. I sondaggi non fanno ben sperare. Il milieu è percorso da un mormorio teso. La notizia del passaggio al secondo turno della Marescialla Le Pen corre veloce, fa il giro di Parigi. L’altro candidato è la caricatura renziana Emmanuel Macron. Ci guardiamo attorno: la città è depressa. I Bobo di rue Menilmontant, aggrappati alle terrasses dei loro cafés e alle loro speranze elettorali disattese, non sembrano dare alcun cenno di vita.

Ma per qualcun altro, le parole d’ordine nel caso di un eventuale passaggio al secondo turno della Le Pen erano chiare: foutre le bordel, partout.

[RESOCONTO ESPERIENZA]

La prima sera abbiamo diviso un blotter di LSD di buona qualità e non tagliato con anfetamine o stimolanti in dieci parti e ne abbiamo prese tre, una per ciascuno, verso le 19. L’effetto ha cominciato a palesarsi, come accade solitamente, dopo circa mezz’ora. La serata si è svolta senza troppi scontri diretti. Il tentativo delle piccole ma determinate manifestazioni era di seminare la polizia, seguendo percorsi imprevedibili, seminando al contempo il disordine, costruendo barricate per bloccare le strade e attaccando banche e manifesti elettorali.
Il primo effetto notato era un aumento considerevole della resistenza alla stanchezza, un aumento più longevo e soprattutto meno invadente – privo di effetti collaterali – di quello dato dall’adrenalina. Inoltre, soprattutto alla fine della serata, abbiamo notato un cambiamento in positivo dell’umore. Un cambiamento positivo che non sembrava sfociare nell’incoscienza; anzi, avevamo la sensazione di essere più coscienti che mai – nonostante avessimo bevuto parecchie birre e whisky – e non solo grazie all’effetto stimolante della sostanza. C’era un effetto “di più” che in quel momento non eravamo troppo in grado di riconoscere, ma che si sarebbe palesato nei giorni a venire con sempre maggiore chiarezza.
La Nuit des barricades si è protratta per ore e ore. Una notte, per l’appunto.
Alla fine dei giochi, ci siamo rifugiati in casa di un’amica. In quel momento abbiamo saputo che un amico era stato arrestato durante una delle tante passeggiate notturne. Per fortuna eravamo ancora svegli e attivi, crediamo non solo grazie all’adrenalina ma anche alle micro-dosi, per cui ci siamo attivati subito con la procedura di “recupero” del nostro amico, senza aspettare il giorno dopo.
Erano le 5 di mattina quando siamo andati a letto, dopo una lunghissima discussione sul risultato elettorale e i possibili sviluppi futuri della situazione politica, molto contenti di avere provato la micro-dose.

La Petite manif: trop mignonne!

Tre giorni dopo, questa volta chiamata dagli studenti medi, si svolge un’altra manifestazione. L’appuntamento è in Place de la Republique alle 11.30, il percorso previsto è: Place de la Republique – Boulevard Filles du Calvaire – Place de la Bastille – Boulevard Diderot – Place de la Nation.

Partiamo da una facoltà del centro bloccata per l’occasione: prima micro-dose. Stavolta a sperimentare non siamo più tre, ma cinque. Nel trambusto del blocco, tenendo sulla mano il cartoncino per sforbicinarlo in piccole parti, entra attraverso la pelle una dose maggiore di quella prevista. La dose è sicuramente troppo alta, un po’ rischiosa forse, ma il contesto è favorevole perché non si tratta di una manifestazione che si annuncia particolarmente violenta. Dopo aver fatto visita a un liceo – sempre centrale e bloccato da una catasta di cassonetti dell’immondizia – in una quarantina diamo vita a una piccola ma assai gioiosa manifestazione che arriva in Place de la République bloccando parte di un grande boulevard.

E’ durante questa micro-manif sauvage che qualcuno (che se non sbaglio aveva assunto la microdose) scandisce un coro che si sarebbe ripetuto per tutta la giornata: “La petite manif / c’est trop mignonne!” – “Le piccole manifestazioni sono così carine!”.
Infatti, da place de la Bastille sono partite diverse manifestazioni, alcune delle quali giocano al gatto col topo per le vie della città per ore, bloccando strade e seminando la polizia, altre si incontrano durante il percorso tra cori e scene di gioia incontenibile, altre – meno fortunate – vengono bloccate in nasse dai CRS [il reparto celere francese, ndr]. Ma più o meno tutti coloro che sono partiti si sono ritrovati, prima di partire con l’ultima manif sauvage (terminata con il tentativo di occupazione di un liceo vicino a Place de la Nation).

[RESOCONTO ESPERIENZA]

Questa volta la manifestazione si è svolta di giorno; prendere una micro-dose la mattina permette una maggiore “freschezza” e quindi una maggiore lucidità nell’identificazione degli effetti della sostanza. Inoltre, non abbiamo mischiato la LSD con altre droghe quali alcol o fumo. Probabilmente anche per la dose maggiore assunta involontariamente, gli effetti si sono sentiti con più chiarezza.

Uno degli effetti principali della LSD, se assunta in gruppo, nello stesso modo e nello stesso momento, è quella di dotare ogni singolo individuo di una sensazione di comunanza con il resto delle persone che condividono l’esperienza. E’ una sensazione difficile da descrivere a parole; durante il “viaggio”, quando la sostanza fa effetto, questa sensazione è sempre presente, anche quando, e qui si comprende il motivo per cui i popoli tradizionalmente votati all’uso di piante sacre considerano “magiche” questo tipo di sostanze, il gruppo non è riunito nello stesso luogo e nello stesso momento. Insomma, la sostanza tende ad aiutare nell’identificare le persone di cui dobbiamo avere cura, e, al contrario, di quelle contro cui dobbiamo batterci per salvaguardare il nostro gruppo. L’effetto della LSD è di ri-dotare l’individuo, spersonalizzato, impaurito, solo, della capacità di giudicare e quindi determinare le distanze tra lui e il resto del mondo; e ciò funziona sia per quanto riguarda gli amici che i nemici.

Dal nostro punto di vista, ci veniva più facile “umanizzare” il poliziotto. Ciò non significa che non considerassimo la Polizia nel suo complesso come un avversario. Al contrario: veniva spontaneo giudicare l’aggressività dei poliziotti come una caratteristica connaturata alla situazione e al loro ruolo. Ma al contempo eravamo in grado di comprendere che spesso tale aggressività era frutto della paura che la grande massa di persone instillava in loro. Questa nostra consapevolezza li indeboliva poiché ci rendevamo conto che loro avevano ragione di avere paura di noi tanta quanta ne avessimo noi di loro. E che, come recita un vecchio adagio, l’unione fa la forza.

Con la LSD-25, come in un gioco, diventa più facile muoversi tra le maglie del Dispositivo. Rende le mosse dell’avversario più prevedibili. Ogni dispositivo (ad esempio, quello della nasse, [l’accerchiamento di un gruppo di manifestanti da parte della polizia, ndr]) non è altro che un gioco inventato da degli esseri umani per controllare altri esseri umani. La sostanza psichedelica ammorbidisce il sistema, ne rivela le falle, ne rende palesi le regole. Avere piena coscienza delle regole del gioco è fondamentale anche e soprattutto in una situazione di scontro: la sostanza può aiutare chi ha deciso di non seguirle. Ciò che abbiamo notato dalla nostra esperienza è che la LSD dona un’innegabile sensazione di lucidità sotto la pioggia di lacrimogeni. Gli effetti: una maggiore concentrazione e un migliore controllo di sé e del proprio corpo.

Dal mio punto di vista, ho sentito una maggiore consapevolezza dei mille e uno modi per sabotare il Dispositivo. La LSD aiuta a capire quando e se è il momento giusto di uccidere il poliziotto che è in noi, ma senza ricadere in comportamenti temerari, egocentrici e fini a se stessi. Inoltre, rende le mosse dell’avversario più prevedibili, perché regala una visione d’insieme straordinariamente chiara, come se si potesse osservare la piazza, il campo di battaglia, da un luogo privilegiato, da una collina. Come se le vie della città diventassero il tabellone di un gioco da tavolo, e i flics e i manifestanti pedine.
Per dirla con Debord «relevé des positions successives de toutes les forces au cours d’une partie».
Abbiamo anche notato che, anche grazie all’aumento generale della consapevolezza, dota di un sano coraggio, ma non rende più incoscienti, come invece può fare l’ebrezza alcolica.

Tutte queste riflessioni sono state prodotte una volta tornati sani e salvi a casa dopo la manifestazione. Ovviamente, non è necessaria una micro-dose di LSD perché sia possibile concepire tali pensieri e per poterci riflettere su collettivamente. Ma la sostanza, nel nostro caso, ha funto da pretesto.
Certo, avevamo rischiato, come avevano rischiato tutte e tutti. Ma con una consapevolezza “diversa”. E, sicuramente, senza mai farci mancare il buonumore.

Joy or sorrow
What does revolution mean to you?
To say today’s like wishing in the wind
All my beautiful friends have all gone away
Like the waves
They flow and ebb and die

There’s a revolution
There’s a revolution
There’s a revolution
There’s a revolution

Primo Maggio.

“La quiete paradossale dell’istante dello scontro”

Furio Jesi, Spartacus. Simbologia della rivolta

Il primo maggio abbiamo partecipato ad una battaglia campale. Entrambi gli schieramenti erano organizzati e pronti per lo scontro, che si è prodotto puntualmente poco dopo l’inizio della manifestazione. Duecento metri dopo essere partiti da Place de la Republique, il cortége de téte si era già formato. In testa, tre striscioni rinforzati per difendersi dalle flash-ball e dalle granate. Di fianco ad essi, una grande fenice di cartone montata su un carrello mobile, pronta per essere data alle fiamme e gettata contro lo schieramento dei celerini, ricordava le enormi manifestazioni dell’anno scorso (con la differenza che il livello di violenza da parte della polizia, la scorsa primavera, è stato di gran lunga maggiore).

[RESOCONTO DELL’ESPERIENZA]

Abbiamo ripetuto per la terza volta l’esperimento, in cinque persone. Una micro-dose (un decimo di blotter imbevuto di LSD di buona qualità e non tagliato con anfetamine o stimolanti). Al contrario delle altre volte, pero’, non siamo riusciti a tenerci insieme fino alla fine del corteo. Userò quindi la prima persona singolare per descrivervi le sensazioni che ho provato durante questa manifestazione oceanica. In primo luogo, la sensazione di vicinanza – già sperimentata durante gli altri cortei – con le altre persone che avevano assunto la micro-dose si è estesa alla totalità delle compagne e compagni che prendevano parte allo scontro. Ho notato infatti quanto fosse imponente la partecipazione attiva o passiva – cioè il supporto dato “da dietro” tramite cori o rilanciando i lacrimogeni al mittente – delle persone ai momenti di scontro. Ad esempio, era impressionante il numero e l’intensità degli applausi che si levavano da parte dei manifestanti dopo che una bottiglia molotov andava a rompere le linee della polizia.

Il primo effetto, già notato la volta precedente, è stato un aumento del coraggio, probabilmente causato a sua volta da una maggiore lucidità provocata dalla sostanza, la quale non era di ostacolo, anzi; permetteva di comprendere meglio (in qualche modo, di arrivarci prima) se e quando si sarebbe prodotta di lì a breve una situazione che non mi sentivo pronto a sostenere, vuoi per mancanza di equipaggiamento, vuoi per timore. Credo sia anche grazie all’effetto della sostanza, oltre che per una micro-dose di fortuna, che sono riuscito a tornare a casa intatto dopo una giornata di scontri sì lunga e faticosa. In generale, credo di essere riuscito a sostenere come volevo i compagni e le compagne che erano in prima linea e per la prima volta mi sono tenuto per più di qualche minuto dietro lo striscione rinforzato, compreso durante una nostra carica, scoprendo de facto l’utilità di una tale protezione. Credo che questo sarebbe stato possibile anche senza la calma e la lucidità fornitami dalla micro-dose. Ma, sicuramente ci avrei messo molto più tempo e avrei avuto bisogno di molte persone di fiducia vicino a me per arrivare a sostenere un tale livello.

Conclusione

“Di stupefacenti sarebbero, secondo i sapienti, avvelenati i selvaggi. Infatti, la droga guadagna spazio, mentre sulla droga guadagna il capitale. Ma la droga allucinogena, quella che per intenderci libera dall’allucinazione della “vita”, con l’abbassare la soglia che filtra cioè economizza le percezioni, attacca direttamente l’economia che impoverisce ciascuno inchiodandolo alla scheda perforata delle percezioni programmate per lui dalle gerarchie del sapere, e, con il consentirgli finalmente di vedere ciò che non aveva mai visto prima, lo dischioda dal “reale”, gli restituisce la verità che gli pertiene. Non può essere, tale verità, che atroce: umiliante e terrifica. Ma definitiva, indimenticabile. Lo strappo non è reversibile, si lamentano i sapienti. Terrorizza, sgomenta, inselvatichisce. Ciò che terrorizza, ciò che sgomenta e ciò che, nel migliore dei casi, inselvatichisce non è, al contrario, che la visione della loro “verità”, di colpo denudata.” – G. Cesarano, Critica dell’Utopia capitale, opere complete vol. III, a cura del centro di iniziativa Luca Rossi, Milano.

Di seguito sono elencati gli effetti che abbiamo potuto sperimentare. Tale lista è frutto di una riflessione avvenuta con una compagna poco tempo dopo le giornate di lotta.

Aumento della presenza nel qui ed ora.
Aumento della sensazione di comunanza/condivisione con il proprio gruppo.
Sensazione di maggiore capacità di comprendere e di influire sui dispositivi nostri e degli avversari, collettivamente e individualmente.
Sensazione di partecipare a un tempo condensato dove ogni gesto assume la giusta importanza.
Sensazione di lieve “decompressione” spazio-temporale.
Aumento della resistenza fisica.
Aumento della lucidità / diminuzione degli stati ansiosi. Ciò comporta:
Aumento del coraggio / diminuzione della paura
Diminuzione delle inibizioni (se assunto in quantità maggiori che un decimo di blotter.)
Maggiore impressione del vissuto (immagini si fissano in maniera più duratura del normale)

I risultati degli “esperimenti” qui riportati non hanno, beninteso, nulla di scientifico in senso stretto. Questo testo è frutto della volontà di un singolo e le sensazioni sono perlopiù scaturite dall’esperienza soggettiva. Nondimeno, è importante sottolineare come oggi più che mai si renda necessario un recupero da parte nostra di un savoir faire consapevole rispetto all’uso di sostanze psichedeliche. Tale mole di conoscenze e di pratiche è ormai da troppo tempo caduta nelle mani del Capitale e dei suoi accoliti. Infatti, mentre spesso il movimento si lambicca il cervello con questioni di relativa importanza (e purtroppo spesso perdendo tempo con le solite guerre tra parrocchiette), dimentica che l’esperienza psichedelica ha costituito, in particolare, un momento-chiave dell’esperienza del proletariato giovanile negli anni che hanno preceduto la crisi del 1977. E’ forse tempo di riprendere in mano questa storia, ed entrare di nuovo a farne parte.

Attenzione – nota a margine

La LSD è una sostanza attiva a dosi ESTREMAMENTE basse. Pur non sfiorando il rischio di un vero e proprio bad trip, assumere più della dose consigliata (un decimo di cartoncino9), può comportare l’apparizione di effetti non desiderati (soprattutto in situazioni di rischio e di tensione) quali distorsioni delle percezioni visive e auditive. Le micro-dosi devono quindi corrispondere a un decimo di blotter, (dipendentemente in ogni caso dalla quantità di sostanza disciolta in ogni cartoncino), e devono essere divise possibilmente a casa, prima dell’inizio dell’azione, quando si possono maneggiare i cartoncini con attenzione. Ogni aumento di dose corrisponde ad un aumento del rischio di ottenere effetti indesiderati.

Un tentativo di autoriflessione critica – Un viaggio all’inferno.

 

Premessa: in luglio abbiamo pubblicato uno “speciale Amburgo”  dedicato alle mobilitazioni contro il g20 e nei vari articoli trasparivano le tensioni che gli eventi avevano prodotto anche all’interno dei movimenti tedeschi. In particolare un grande e duro dibattito aveva messo in questione il comportamento di due “portavoce” vicini al centro sociale Rote Flora. Pubblichiamo oggi la lettera aperta di Andreas Beuth, avvocato e portavoce della campagna “Welcome to hell”, nella quale egli si scusa per il suo comportamento a dir poco avventato e attraverso la quale possiamo comprendere bene i termini del dibattito tedesco. Inoltre ci sembra un buon esempio per noi in Italia, abituati a che nessuno faccia mai autocritica e che va sempre tutto bene madama la marchesa.

[In basso anche la versione della lettera in inglese]

Cari amici e compagni,

Sono Andreas Beuth, un avvocato in pensione seppure ancora eserciti la professione, un attivista della campagna “Welcome to Hell”, organizzatore della manifestazione Welcome to Hell del 6 luglio scorso ( ad Amburgo), nonché uno dei portavoce ufficiali della campagna in questione.

Prima di tutto vorrei prendere le distanze dalle dichiarazioni che io stesso ho rilasciato, in cui mi dissociavo dalle azioni militanti contro il G20, con particolare riferimento a quanto avvenuto il venerdì (7 Luglio) nel quartiere dello Schanzenviertel. Le mie affermazioni sono state politicamente sbagliate e dannose per il movimento della sinistra radicale. Per queste vorrei esprimere le mie più sincere scuse.

Mi piacerebbe anche provare a spiegare come, in 30 anni di relazioni con la stampa più o meno ben tenute su temi politici e giuridici, un errore così grave possa essere stato commesso, senza tuttavia relativizzare la portata di dichiarazioni politicamente sbagliate o dannose.

Prima del corteo del sabato (8 Luglio), ho rilasciato un’intervista all’ARD (Consorzio delle emittenti di radiodiffusione pubblica della Repubblica Federale Tedesca o Federazione delle Radiotelevisioni tedesche) e al NDR (Radio del Nord della Germania con sede ad Amburgo) “sui riot nello Schanzenviertel”, senza che ce ne fosse alcun bisogno e per il solo fatto che mi si puntavano i microfoni in faccia. Non avrei dovuto farlo. Ero emotivamente provato e sotto pressione per quanto accaduto la notte di venerdì, durante la quale avevo pensato che fossero avvenute molte cose buone ma altrettante completamente sbagliate. Ero stato a discutere degli eventi per metà nottata, avevo dormito solo 4 ore, ed ero psicologicamente esausto. In assoluto, ma anche per questi particolari motivi, anziché essere esposte alla stampa, certe valutazioni sarebbero dovute rimanere interne ad una discussione di movimento, discussione che, con qualche esitazione, è appena iniziata tra coloro che hanno partecipato alla campagna (Welcome to Hell). Solo allora si poteva decidere collettivamente se fare o meno un comunicato. Non avrei mai dovuto rilasciare dichiarazioni così fatali e sicuramente non avrei mai dovuto farlo di testa mia, senza consultare altri!

Ora sulle singole affermazioni:

Tutto è iniziato con la citazione su “Poeseldorf” (una zona chic di Amburgo), sulla quale la stampa, con mia enorme sorpresa, si è principalmente concentrata. In realtà avevo detto molto di più di ciò che è stato riportato, ma l’intervista completa non è mai stata mandata in onda e ancora oggi non ne ho completa cognizione. La citazione pubblicata è quella che segue:

Noi, come attivisti della sinistra ed autonomi, ed io, come portavoce di questo gruppo, sicuramente abbiamo una simpatia per certe azioni, ma sicuramente non se accadono nel nostro quartiere, quello in cui viviamo. Perché non fare certe azioni a Poeseldorf o Blankenese (zone chic di Amburgo)? Infatti c’è molta incomprensione per la distruzione dei nostri stessi negozi nello Schanzenviertel, posti in cui noi stessi e gli altri abitanti facciamo compere”.

Rispetto a questa dichiarazione, innanzitutto io non sono il portavoce degli autonomi, in quanto questi chiaramente non hanno portavoce, e ciò corrisponde evidentemente anche alla mia idea di politica autonoma. Non ho davvero cognizione di come ho potuto dire una cosa simile. Ciò che veramente avrei voluto dire è che io ero il portavoce della campagna autonoma “G20-Welcome to Hell”. Ma detto ciò non avrei dovuto rilasciare dichiarazioni senza prima essermi consultato con altri componenti di questo gruppo. Trovo ancora più complicato valutare il contenuto di questa affermazione e, senza rivelare completamente la mia posizione sul tema (vedi infra), per ora, su questo, basti pensare che sono molte e diverse le posizioni e le valutazioni politiche. Per alcuni lo Schanzenviertel è ancora un quartiere resistente, in cui molti appartenenti alla sinistra antagonista vivono insieme ai molti simpatizzanti e in cui ci sono ancora molti posti appartenenti alla comunità di movimento. Per altri invece è un quartiere gentrificato e radical chic come molti altri. Inoltre ci sono anche prospettive differenti sulla “distruzione dei nostri stessi negozi”. Alcuni sottolineano il fatto che negozi come Rewe e Budney (appartenenti a grandi catene) facciano del bene allo Schanzenviertel, donando prodotti agli asili ed ai senzatetto e dimostrando tolleranza verso spazi come il Rote Flora. Per altri, sono semplicemente negozi appartenenti a grandi catene indipendentemente da dove nella città si trovino. Invece, c’è un accordo di fondo sul fatto che siano stati coinvolti anche i negozi più piccoli che simpatizzano con il Rote Flora. Inoltre tutti concordano sul fatto che sia del tutto privo di legittime ragioni militanti l’aver messo in pericolo delle persone incendiando edifici, compresi gli uffici in cui potevano ancora esserci persone a lavorare o pulire.

Trovo che, tra tutte, la dichiarazione su “Poeseldorf”, ad eccezione della parte relativa al “portavoce del movimento autonomo”, sia quella politicamente meno grave rispetto alle prese di distanza contenute nelle successive interviste all’ Abendblatt, al MoPo e al TAZ (quotidiani tedeschi).

Nel frattempo però, si era messo in atto un coordinato attacco contro la mia persona che ha senz’altro contribuito alle mie prese di distanza, senza perciò che io possa o voglia in ogni caso giustificarle.

La stessa sera, dopo la trasmissione dell’intervista tv, è iniziata una sempre più aggressiva e odiosa invettiva contro di me. Per strada, sono stato anche ferocemente insultato e minacciato al punto da aver avuto bisogno di una scorta (ringrazio tutti quelli che hanno contribuito alla mia protezione). Contemporaneamente contro di me è stata messa in campo dalla stampa, poi costantemente alimentata dai politici, un’incredibile campagna diffamatoria. Lunedì 10 luglio 2017 ho ricevuto tantissime telefonate e richieste per e-mail, soprattutto da parte di giornalisti di Amburgo, che mi ponevano di fronte alla scelta tra rilasciare subito una dichiarazione chiarendo la mia posizione o passare grossi guai.

È stato in queste condizioni che ho commesso l’errore più grande. Non sono riuscito a sostenere tutta quella pressione e sono andato nel panico. Ho pensato di dover reagire immediatamente e, invece di prendermi qualche ora di tempo per ragionare insieme a qualche compagno immediatamente disponibile, ho agito da solo senza pensare.

Nei giorni e nelle settimane successive le minacce sono anche peggiorate. Sono stati pubblicati numerosi testi contenenti minacce esplicite. Alcuni li hanno interpretati come satira di movimento mentre altri, tra cui me in quanto obiettivo, li hanno letti come minacce dirette. Contemporaneamente la campagna diffamatoria della stampa non sembrava affatto cessare e la dichiarazione su Poeseldorf veniva continuamente ripresa e commentata. Inoltre ho ricevuto una condanna pubblica da parte dell’Ordine degli avvocati con conseguente inizio di un procedimento disciplinare. E in più, a peggiorare la situazione, a seguito di ben 25 diverse denunce, è iniziato anche a mio carico un procedimento penale preliminare per apologia di comportamenti criminali. Proprio a causa della pendenza di questi procedimenti, al di là di questo scritto, voglio fare attenzione alle dichiarazioni pubbliche che faccio.

Le minacce, la campagna diffamatoria della stampa e la repressione sono anche i motivi per i quali solo molto lentamente sono riuscito a tornare in carreggiata e a schiarirmi le idee. Solo allora sono riuscito a condividere un percorso di critica e autocritica con coloro che fanno parte del mio contesto più prossimo, sia a livello personale che politico. Ciò ha portato ad una discussione che ha a sua volta prodotto questo testo. Sono consapevole che questo testo sarebbe dovuto uscire prima, ma allora non mi è stato soggettivamente possibile.

Ora tornando alle interviste rilasciate lunedì 10 Agosto 2017 e pubblicate contemporaneamente l’11 agosto 2017 su Abendblatt, su MoPo e su TAZ.

Abendblatt:

Certe azioni erano solo insensate violenze ed hanno superato il limite. Mi dissocio completamente da quanto avvenuto venerdì sera. Anche noi siamo scioccati dagli eventi”.

Mi dà i brividi ogni volta che la leggo. Come posso aver fatto un commento così superficiale e banalizzante. Non riesco a riconoscermi in questa affermazione e ancora non mi spiego come possa mai averla sostenuta. È anche strano che io abbia sempre parlato di un “noi” senza spiegare cosa fosse questo “noi” e senza che avessi ricevuto alcun mandato né dagli organizzatori della campagna (Welcome to Hell) né tanto meno dagli autonomi.

Noi rappresentiamo gli attivisti autonomi moderati di sinistra in Europa e non abbiamo invitato queste altre persone. I gruppi che abbiamo contattato sono venuti senza alcuna intenzione di incendiare, saccheggiare e commettere gravi atti di violenza. Di solito rifiutiamo tutto ciò”.

Questa differenza tra autonomi moderati e altri autonomi è certamente un assoluto nonsense e sono pienamente caduto nella trappola mediatica. “Welcome to Hell” si era mobilitata e aveva mandato inviti a livello internazionale ed io ho partecipato anche in questo aspetto. “Benvenuti a tutti voi”! Per lo più abbiamo cercato di fare del nostro meglio nello spiegare il senso della manifestazione “Welcome to Hell”, ma allo stesso tempo non abbiamo dato alcuna linea guida. Non possiamo e non vogliamo farlo. Per questo motivo severamente ed esplicitamente condanno la mia affermazione sul fatto che non avremmo dovuto per qualunque motivo invitare certe persone.

Abbiamo visto, specialmente il venerdì, una nuova e ripugnante dimensione di violenza commessa da queste persone. Mi assumo parte della responsabilità di tutto ciò”.

Ripugnante dimensione di violenza” non è stata una mia scelta terminologica. Non posso neanche immaginare di averlo detto. Ma poiché ho apparentemente prestato il mio consenso (avendo a disposizione appena un’ora di tempo per farlo), me ne assumo la responsabilità politica. Trovo questa affermazione particolarmente brutta. Sono stati la regia del summit e la brutale repressione della polizia, fatta una stima delle vittime, ad essere “ripugnanti”.

MoPo ( Laddove differisce dall’ Abendblatt):

Incendi dolosi e saccheggi non hanno nulla a che fare con proteste legittime, ed io sicuramente troverei sbagliate certe azioni anche se fatte a Blankenese o Poeseldorf”.

Mi sono già espresso su questo e non farò ulteriori commenti qui.

Sono stato citato anche per aver detto che la frenesia del riot del venerdì sera era dovuta al fatto che molti militanti non erano riusciti ad arrivare prima di venerdì stesso (questa non è una citazione diretta e non ne ho parlato in questo modo). “Ho anche sentito parlare in italiano, spagnolo e francese. Non abbiamo invitato noi queste persone con cui non abbiamo neanche mai parlato”.

Si questo l’ho detto. Trovo sia un errore davvero madornale, è mai possibile cadere così in basso? Questo non è accettabile. Noi/Io avevo esplicitamente invitato compagni da fuori ed ero stato in contatto con molti di loro durante il summit.

Vedrò di fare in modo che questo testo venga tradotto in altre lingue, come l’inglese, e spedito come corrispondenza, nonostante il ritardo. Tutti i prigionieri politici che sono stati reclusi per il summit del G20 hanno la mia solidarietà incondizionata, specialmente quelli venuti da fuori che sono stati sottoposti a ulteriori soprusi e che hanno dovuto passare più tempo in carcere rispetto ai prigionieri tedeschi.

TAZ ( Laddove differisce dall’ Abendblatt e dal MoPo):

Posso chiaramente dire che condanno del tutto cose come i saccheggi e le macchine bruciate, e ancor di più gli incendi ai negozi in cui le fiamme avrebbero potuto raggiungere i piani abitati”.

Mi sono già espresso sull’incendio di edifici. Ho fatto diverse considerazioni sui saccheggi. La stessa cosa vale per le macchine. C’è una bella differenza tra uno show room Porsche a Eidelstedt e una piccola utilitaria di una mamma single che la usa per andare avanti ed indietro dall’asilo tutti i giorni. Per alcuni questa differenza è evidente. Altri vedono le macchine come macchine, come status symbol della società capitalista. Non dirò altro su questo argomento.

Mi assumo parte della responsabilità politica, ma non sono responsabile per quello che hanno fatto spagnoli, italiani e francesi, che neanche conosco. (…) Non sono riuscito a parlare per tempo con queste persone”.

È indegno l’aver addossato la responsabilità di azioni militanti ai compagni arrivati da fuori. E ancora, è molto arrogante da parte mia l’aver detto che avrei voluto parlare con loro prima che certe cose accadessero. Con che diritto avrei potuto farlo? Sono sinceramente mortificato.

Ci sarebbero ancora alcune dichiarazioni da commentare criticamente, ma sarebbero solo considerazioni ripetitive.

Per riassumere ancora: ho fatto un grave ed imperdonabile errore. Me ne pento profondamente e per questo chiedo scusa. Spero che almeno alcuni possano accettare queste mie sentite scuse. Altrimenti dovrò semplicemente conviverci per sempre.

Alcuni commenti finali:

Questo testo è stato scritto dopo alcune discussioni con quei compagni che mi hanno dimostrato solidarietà nonostante fossero critici nei miei confronti. Tuttavia questo testo rimane il mio. Sono sia preparato che interessato a continuare la discussione, che comunque preferirei avvenisse in incontri a tu per tu e che non fosse lasciata alla corrispondenza scritta. Chiunque mi voglia cercare mi troverà lungo la strada da lui/lei scelta.

23.8.17

Andreas Beuth

g20_statement

ATMOSFERA

di Woodpecker

Sono stati in molti a leggere e ricevere gli appelli che chiamavano a raccolta dall’Europa e da tutto il mondo, anticapitalisti, autonomi, popoli in rivolta e curiosi. Erano presenti anche le strutture politiche di movimento e i partiti organizzati della sinistra estrema o radicale, i sindacati e le associazioni di ogni tipo.

Alla base c’era il rifiuto di un summit dei venti Stati più potenti al mondo in una città emblema del capitalismo logistico; c’era la volontà di sfasciare il G20; c’era la volontà chiara di fronteggiare il dispositivo poliziesco più potente che lo stato tedesco potesse mettere in campo; c’era la volontà di alzare il livello del conflitto giorno dopo giorno.

Possiamo tranquillamente mettere la spunta a tutti questi obiettivi.

 

Martedì l’aria che si respira è piacevole: accoglienza, ospitalità, solidarietà. Ad ogni angolo dei quartieri solidali c’è musica, da bere, persone da incontrare. Il cornering a due passi dalla zona rossa la fa impallidire, la polizia non si avvicina, i negozi espongono cartelli che non si prestano ad interpretazioni. Inserite nelle vetrine ci sono composizioni colorate che invitano a contestare il G20. Il trait d’union è un secco Nein! C’è chi si spinge oltre, con scritte come ACABSMASH G20 o con caricature dei presidenti. I meno temerari semplicemente hanno affisso un manifesto che dice “No G20-Risparmia il nostro negozio!” Tutti gli altri negozi e catene di supermercati stanno cominciando a tamponare le vetrine con pannelli di legno o strutture in ferro. Tutto può ancora accadere!

Girando per le strade gli sguardi di complicità ed i saluti solidali cominciano a diventare normali. Tutti quelli che si trovano in giro in questi giorni conoscono gli obiettivi e vogliono portarli a termine. La mutazione comincia a prendere forma. Vestiti di nero per mimetizzarti, scomparire ed essere più di impatto. Passa in un’infoshop e prendi le informazioni sul supporto legale, e una mappa.

Mercoledì sfila la Street Parade per le strade della città, colori, musica a palla e svago. Rito per tranquillizzare gli spiriti, per cominciare a contarci e riempire le strade al posto della polizei. Ci si ferma per un po’ nello snodo che collega i quartieri St. Pauli e Pferdemarkt, vicino al Centro Sociale Rote Flora; quartieri amici dove torneremo ogni sera!

Giovedì è il primo giorno di azione, la manifestazione inzia alle 19. Dalle 16 le persone confluiscono al mercato del pesce lungo gli argini dell’Elbe. La polizia presidia tutta la zona. Mentre il blocco nero si prepara per sfilare la polizia sbarra la strada. Sarà una tonnara. La testa del corteo viene disintegrata e violentemente repressa. Una volta dispersi tutti convergono a St. Pauli e Pferdemarkt. C’è rabbia e voglia di vendetta. L’inferno comincia a prendere forma: benvenuti!

Dalle 7 del mattino la città è bloccata, non è chiaro quante cose stiano accadendo contemporaneamente oltre quelle rese pubbliche in precedenza. Gli elicotteri si muovono in continuazione, sono sei o sette. La giornata è scandita da appuntamenti con piccole pause, la partecipazione è tanta, la motivazione non sempre al massimo, ma la rivolta sta prendendo forma. Col passare delle ore tutte le persone si ritrovano per scelta o per volere dei cordoni di polizia costrette nello snodo tra i due quartieri amici. In migliaia cominciano a difendersi dalle continue aggressioni dei plotoni di polizia e degli idranti. Vengono erette barricate poi date alle fiamme, il tempo passa e nessuno fa un passo indietro.

La polizia ha perso il controllo di una parte della città, non le resta che interrompere l’invio di nuove forze per evitare l’escalation.

A quel punto il riot diventa anche esproprio, festa, dove tutti partecipano più o meno attivamente. Il primo supermercato viene svuotato. E poi ne seguono altri. Tutte catene tedesche della grande distribuzione. Tutto questo per ricaricarsi, trovare materiale e continuare la resistenza. Il tempo è rallentato, i dispositivi non rispondono, le persone si organizzano. Ad un certo punto la situazione si trasforma. Invece di distruggere le bottiglie di alcolici, le persone cominciano a bere. I gruppi organizzati mano a mano si ritirano. Una volta lasciato il campo di battaglia, la situazione degenera e finisce in mano ad ubriachi e addirittura fascisti. Il distretto ormai non oppone alcuna resistenza e la polizia riesce a riprendere in mano il quartiere.

Il giorno seguente l’escalation della polizia ed i pesanti scontri della notte precedente non preoccupano i 76.000 partecipanti alla manifestazione finale NoG20. La polizia prova ad attaccare il blocco dei curdi per tentare di prendere la grande bandiera del YPG (che è illegale in Germania), ma senza successo.

Queste giornate dimostrano che è possibile vincere una battaglia!

Parigi, 1° Maggio 2017: il fiammeggiante ritorno del «corteo di testa»

 Macron ti si farà piangere. Firmato: i giovani
(tag comparsa il Primo maggio a Parigi)

 

Il 1° Maggio, ancor prima di essere da poco più di un secolo la festa dei lavoratori, è sempre stata la ricorrenza di Beltaine, questa festa pagana diffusa in ogni angolo d’Europa la quale celebra, passando per il fuoco e l’unione del principio femminile con quello maschile, la fecondità e la rigenerazione dei mondi, il passaggio dall’oscurità alla luce, il risveglio dei sensi, l’insorgere della natura, la vita che vince la minaccia del nulla.

L’intelletto comune non sceglie mai a caso le sue date.

Alcuni amici di Qui e Ora hanno avuto l’intuizione che per questo Maggio sarebbe valsa la pena vivere l’evento di  festa a Parigi.

 Il corteo di testa è un’esperienza

Una scritta apparsa sul muro di un’avenue parigina durante il riot del Primo Maggio, “corri compagno, un mondo di vecchi è dietro di te”, ci pare aver espresso bene il sentimento di questa festa insurrezionale: la rigenerazione del mondo passa attraverso la sottrazione sia individuale che collettiva a questo universo sociale che odora di morte e al quale, per tenersi in piedi, è restata solo la polizia come muro portante. Per tutti gli altri essa è infatti solamente un duro e allo stesso tempo banale ostacolo alla vita.

Le forme del conflitto seguono le rotture e le ricomposizioni di quelle della vita, cioè degli incontri, dei legami, degli affetti che le danno forma a sua volta. Per questo sono forme nomadi: un giorno sono a Barcellona, l’altro ad Atene, l’anno prima a Roma, l’anno dopo a Berlino, oggi a Parigi e domani chissà. Tutto dipende dall’intensità alla quale quella forma può arrivare e spesso, purtroppo per noi, tutto si risolve in una sola giornata. Il problema dei rivoluzionari oggi è infatti come dare consistenza, profondità e continuità alle sue forme.  E attraverso queste portare l’intensità a superare la dimensione del punto e farsi linea, piano, vita.

È da circa un anno, dalla primavera del 2016, che in Francia è apparsa la forma politica attualmente più viva sul piano europeo. Il “corteo di testa” è oggi, senza alcun timore di smentita, la forma ritrovata di cosa vuol dire autonomia, di che significa praticare l’offensiva e provare la gioia del combattimento, di che vuol dire fare un buon uso di sé e dei legami con gli altri , quelli con i quali si abiterà il piano d’intensità, con i quali si camminerà sulla linea discontinua che, passo dopo passo, disegna un divenire rivoluzionario.  Il corteo di testa è più di una tattica, è più e altro di un’espressione della politica, il corteo di testa è un’esperienza e sappiamo bene quanto poche siano le possibilità di farne nella civiltà in decomposizione in cui ci troviamo a vivere, ovvero uno spazio operativo in cui le esperienze non le fanno i corpi ma sono delegate, si fa per dire, ai dispositivi tecnologici. Anche per questo, chi voglia capirci qualcosa deve innanzitutto levarsi dagli occhi le lenti con il quale  è abituato a pensare e vivere “la politica”: per correre, compagno, è meglio che provi a liberarti del peso del tuo vecchio bagaglio. Ciò che serve lo troverai per strada, insieme agli altri che diverranno così i tuoi compagni.

In breve, il corteo di testa ci parla di cosa può significare vivere e lottare all’altezza dell’epoca nella nostra parte di mondo, dove viviamo, non dove vorremmo o fingiamo di essere. Esso espone un gesto appropriabile che apre alla possibilità di uscire da questo presente. Ciò non toglie che vi sia ancora molto da fare, da distruggere e costruire, per arrivare a superare un’ulteriore soglia etico-politica e gli stessi compagni francesi, essendone perfettamente consapevoli,  iniziano a ragionare ad esempio su come inventare e mettere su dei “comitati d’azione” non solo nelle scuole ma negli ospedali, nelle fabbriche, nei quartieri, ovunque. Degli organismi capaci di far comunicare tra loro giovani e pensionati, banliesaurds e universitari, corteo di testa e sindacati e così creare i presupposti di un’organizzazione comune. L’idea dei comitati d’azione viene proprio dalla considerazione che, nella misura in cui si parte da delle possibilità pratiche, quelle che ogni situazione contiene, essi sarebbero, almeno in linea di principio, aperti a chiunque voglia battersi: “nell’azione non ti si chiede che cosa sei, ma che cosa fai e ciò che vi è da fare”.

Tuttavia qui e ora, quantomeno in Europa, la forma di autonomia e di potenza sperimentata in Francia nel corteo di testa offre a tutti noi la possibilità di leggere attraverso di essa i propri limiti e il primo limite è proprio l’incapacità di molti di figurarsi al di fuori dei propri asfittici confini nazionali o addirittura cittadini, se non quelli di appartenenza ideologica, con buona pace della retorica europeista e/o internazionalista che inflaziona i nostri lidi. Volenti o nolenti veniamo modificati tanto dai movimenti di stato e capitale quanto da quelli rivoluzionari e in un senso come nell’altro è il loro studio, la condivisione delle esperienze e il cercare la propria singolare interpretazione delle forme che, solamente, può farci crescere e divenire più forti. Più veri, anche.

Poiché è sempre così, dalle scintille emanate dal fuoco della rivolta, che i nuovi mondi si aprono nella vita di tutti e di ciascuno.

Dentro la fenice

Nei giorni precedenti il Primo Maggio vi era stato un certo scoramento tra i giovani e meno giovani compagni; la gente non era scesa in piazza in gran numero come avvenne nel 2002, quando Le Pen padre arrivò a superare il primo turno nelle elezioni presidenziali. Nei giorni successivi al 23 maggio, la giornata del primo turno elettorale, infatti solamente i liceali si sono organizzati praticamente, bloccando le scuole e lanciando diverse manifestazione selvagge. Come se una rassegnazione generale avesse fatto presa sugli spiriti, ricomponendo il gregge per dirigerlo verso la cabina elettorale come lo si conduce al macello. Pareva come se il gioco politico del momento fosse quello di far tornare tutto a prima del 2016, come se la rivolta contro la Loi Travail non fosse mai avvenuta. Ma 2+2 non fa mai 4. Difatti i compagni sostengono che non sono due i turni di questa campagna politica, bensì tre: ogni volta che vengono chiuse le cabine elettorali comincia l’altra campagna e dopo il secondo viene il terzo di turno, quello destituente.

Come una fenice, anche questa volta materializzatasi nel corteo di testa e poi lanciata in fiamme contro i CRS (celerini), lo spazio autonomo del corteo di testa è riapparso il Primo Maggio: vivo, denso e forte. Chi, in quella manifestazione di decine di migliaia di persone, ha compreso che esso è attualmente il solo spazio di uscita dal ricatto al quale si è ridotta ogni politica, ha rimontato il lungo serpentone della manifestazione e, scavalcando servizi d’ordine sindacali e squadroni della polizia, ha raggiunto la testa. Perché una delle virtù di questa forma è appunto la sua raggiungibilità, la quale non è affatto data dalla castrazione della forza selvaggia del corteo, ben al contrario, è una forma porosa attraversabile da chiunque senta dentro di sé il desiderio di combattere al di là e a volte contro ogni identità e appartenenza, compresa la propria ovviamente. Il carattere destituente del corteo di testa è infatti rivolto tanto all’esterno che al suo interno. All’esterno perché è con ogni evidenza una manifestazione di estraneità offensiva verso l’ordine esistente, al suo interno perché il solo segno di appartenenza è al limite segnalato dai k-way neri e dai fazzoletti e passamontagna che coprono il volto. È autonomo chi si comporta da autonomo; come già nel 1977 italiano, questa è la regola alla quale le diverse soggettività che compongono il corteo di testa si attengono.  Liceali, sindacalisti sinceri, vecchi e nuovi militanti, disoccupati, lavoratori, banlieusards depongono le loro identità e vivono un rinnovato sentimento di uguaglianza e fratellanza: qualunque è il nome della sua composizione. È in questo modo che il corteo di testa ha potuto contare durante la manifestazione del Primo Maggio tra le 1500 e le 3000 presenze. Presenza molteplice e affermativa contro Le Pen, contro Macron, contro il lavoro, contro le elezioni, contro la vita di merda, contro la metropoli: una pioggia di molotov contro il niente.

All’inizio della giornata, già verso le 14 h, la “testa” del corteo di testa, tra le 300 e le 500 persone, si è trovata, grazie ad una manovra congiunta della celere e del servizio d’ordine della CGT, separata dal resto della manifestazione, o sarebbe meglio dire che è la manifestazione a essere stata separata in questo modo dal corteo. La strategia politica della prefettura è sempre la stessa: cercare in ogni modo di isolare gli uni dagli altri, evitare gli incontri e scongiurare le solidarietà.  I CRS hanno quasi immediatamente cominciato a sparare ad alzo zero contro la testa di corteo un’infinità di lacrimogeni, pallottole di gomma e granate stordenti, attacco  al quale è stata data una risposta decisa, fino al lancio di alcune molotov, tra le quali quella immortalata da un fotografo siriano e che ha fatto il giro del mondo, avendo preso in pieno un poliziotto. Nel frattempo un altro gruppo che contava meno di un centinaio di persone affrontava la polizia, e incidentalmente anche un servizio d’ordine sindacale, anche dal lato opposto, quello del grosso della manifestazione che desiderava congiungersi con gli altri, cosa che ha permesso di abbassare leggermente la pressione sulla testa la quale, a un certo momento, si è trovata comunque costretta ad avanzare verso place de la Bastille e poi su via Daumesnil. In questo punto la polizia ha caricato e massacrato diverse decine di persone, sia per mezzo delle loro armi cosiddette non letali che con i loro bastoni. Una fitta nube di gas riempiva la strada, non si riusciva a vedere oltre un metro dal proprio naso.

La manifestazione ha quindi raggiunto e formato il corteo di testa, il quale si è finalmente composto  acquisendo tramite la sua stessa molteplicità un aspetto ancora più offensivo, non permettendo più alle milizie del governo di spezzare il corteo o di isolare dei gruppi per tutto il resto del percorso. Ancora e ancora “tout le monde dèteste la police”.

Poco prima di arrivare al termine della manifestazione, prevista a place de la Nation, il corteo di testa ingaggia una intensa battaglia con i CRS che cercano a più riprese di caricare e spezzare nuovamente il corteo: vengono caricati e respinti a loro volta. Purtroppo riescono a bloccare e arrestare qualcuno, pestandolo dietro i loro cordoni, cosa che fa montare ancora di più la rabbia. Bisogna a volte camminare velocemente a zig zag o a capo chino dietro le automobili per cercare di non essere raggiunti dalle pallottole di plastica o dai frammenti rilasciati dalle granate, ma chi viene colpito trova fortunatamente dei commando di street medic a soccorrerlo. Questi conteranno alla fine 150 feriti, alla quale bisogna aggiungere i molti che non sono ricorsi alle loro cure, a fronte dei tre poliziotti sbandierati dai media e dal governo, tra i quali uno si è ferito da solo alla mano non avendo gettato in tempo utile la granata che voleva far planare sui manifestanti. È da sottolineare che l’agire della polizia non mira semplicemente a “intimidire” ma esplicitamente a fare del male, a ferire, a mutilare.

A non molto dal termine della manifestazione due brigate di agenti poste a due angoli di strada, quasi uno di fronte l’altro, e che sparano continuamente gas, flashball e granate antiaccerchiamento vengono affrontate duramente dal corteo di testa. Le lastre in marmo della facciata di un palazzo borghese vengono letteralmente smontate e fatte a pezzi per farne dei proiettili che, insieme a diverse molotov, convincono le truppe a restare ben ferme nel loro angolo. Rimbomba forte per tutto il boulevard uno slogan leggermente modificato rispetto all’originale: “Di chi è la strada? La strada è nostra” diventa “Di chi è la strada? Di quelli col passamontagna”. Le ultime molotov vengono scaricate, prima di arrivare in place de la Nation, su di una campana di vetro e ferro per la ricarica delle odiatissime autolib tra gli hurrà della gente.

Alla fine si ride, ci si saluta in diversi idiomi, ci si disseta.

 La forma è contenuto

Il corteo di testa è dunque la “novità” consegnataci dalle manifestazioni francesi. Un vero e proprio campo di aggregazione e intensificazione delle più diverse soggettività ma dentro il quale nessuna di esse sembra prevalere, mostrandosi piuttosto come una sorta di spazio misto in cui esprimersi liberamente, con un grado di offensività evidente, ad ogni discesa in strada. Il corteo di testa, come dicevamo, è ad oggi l’ unica forma politicamente viva in Francia, dentro la quale piccoli gruppi, collettivi e molto più spesso bande di amici si organizzano autonomamente facendo uso dello sfondo comune disegnato dal corteo di testa. Chi lo attraversa si sente parte di qualcosa di più grande del semplice scendere in strada con la propria struttura di riferimento, diviene parte di una specie di “atmosfera”, di “clima”, di un’aura magica che il corteo di testa materializza compiendo il gesto della ricomposizione. In questa strana alchimia, sperimentata durante il movimento contro la Loi Travail, risuona l’eco delle manifestazioni degli autonomi di 40 anni fa in Italia. Giovani e meno giovani fanno la loro parte e superano fisicamente le posizioni arretrate dei sindacati, guadagnando metro dopo metro, con determinazione e anche col sorriso, la strada della ribellione. C’ è da dire che nel corteo di testa tutto è più evidente: ragazzi e ragazze disposti allo scontro, militanti di lungo corso che condividono i saperi di piazza, gli applausi della gente ai lati quando esplodono le molotov a difesa del corteo, persone che semplicemente vogliono essere lì e da nessun altra parte nella manifestazione per un motivo semplice, perché lì c’è la vita.

I nemici da affrontare nella manif del 1 maggio erano molti: l’ antisommossa che divide il corteo, poi il sindacato, con i servizi d’ordine della CGT e di Fource Ouvrier che in quella giornata hanno preso il posto della BAC[1], non permettendo la ricongiunzione del corteo più volte spezzato all’inizio dalla polizia e da molti cordoni di CRS, picchiando i manifestanti rimasti indietro e che volevano raggiungere gli striscioni di testa, infine i politici candidati alle elezioni con le loro false promesse da teatrino.
Dentro l’alchimia del corteo di testa ci sono tanti elementi che sono di difficile trasmissione ma che non possono non essere menzionati. Uno striscione firmato “castori antifa”, ironicamente riferito al dibattito un po’ surreale sulla “diga” antifascista che avrebbe dovuto essere costituita dal voto a Macron, teste di drago e fenici di cartapesta che rammentano il ‘77 bolognese, tag disseminate lungo il percorso, a cominciare dal fatidico “Macron: 1° avertissement!”. Tutti gli striscioni di testa sono rinforzati e di una misura tale che ne permette la mobilità per difendere i nuclei d’attacco e il corteo stesso dalle centinaia di proiettili di gomma (considerati non letali!) e dalle granate antiaccerchiamento. Che coraggio questi ragazzi e queste ragazze che si sono incontrati a Parigi! Quante lingue diverse in questa festa! Poteva essere la solita sfilata colorata della sinistra soddisfatta dei risultati dei vari Melanchon & co, ma tra il primo e il secondo turno di queste elezioni il movimento ha dato una chiara indicazione: “Hai votato? Non hai votato? Che importa. Scendi in strada per spegnere la fiamma della candidata fascista Le Pen, scendi in strada per combattere il candidato ultraliberista di destra/sinistra Macron. Cerca l’uscita da questo manicomio” e così continuano a fare con ostinazione, con determinazione, con coraggio, con intelligenza.

La grande mobilità dei gruppi di combattimento, al contrario dei lenti e pesanti spezzoni d’organizzazione che vediamo spesso andare allo sbaraglio dalle nostre parti, permette al corteo di testa tanto la pratica dell’obiettivo che specialmente la difesa del corteo, tenendo a debita distanza la polizia. Mobilità congiunta a flessibilità: se durante le manif sauvages o altre manifestazioni capita di prendere come obiettivi banche, catene commerciali e qualsiasi cosa richiami la gestione capitalista dello spazio metropolitano, il Primo Maggio obiettivo e difesa convergevano, considerato che la polizia costituiva evidentemente allo stesso tempo la presenza della politica governamentale e si sostituiva all’arredo urbano, oltre ad essere ovviamente una continua minaccia fisica per il corteo. Ogni volta l’obiettivo non viene deciso in estenuanti assemblee “inter-gruppi” ma in situazione, seguendo l’istinto e l’intuizione comune: mezzo e fine coincidono. L’eterogeneità dei componenti del corteo di testa non si traduce nella banalizzazione della retorica della “diversità delle pratiche”, nel senso che vi sarebbero allo stesso tempo chi fa gli scontri e chi i sit in pacifici: tutti sono determinanti e determinati allo scontro, ma ciascuno trova la sua collocazione, fosse anche solo quella di gridare gli slogan, cantare per dare coraggio agli altri o sparare sui muri le più devastanti tag del momento. La vera eterogeneità delle pratiche consiste nel fatto che, oltre a coloro che si impegnano direttamente nello scontro,  vi sono nuclei di pronto soccorso autorganizzati, reporter di movimento che con i loro video e fotografie contrasteranno il lavoro sporco dei media mainstream e della prefettura oltre che a creare un certo immaginario condiviso, manifestanti che prendono appunti mentalmente per poi scrivere report e analisi e così via. Questi compagni e compagne sono dei combattenti allo stesso livello dei lanciatori di bocce incendiarie e degli autori delle più spericolate manovre di allontanamento degli sbirri. Una macchina da guerra rivoluzionaria non è mai composta da “soldati”, ma da guerriere e guerrieri di ogni sorta e ciò ancora una volta per un semplice motivo, perché il nostro concetto di guerra non è lo stesso dei nostri nemici. Il nostro motto potrebbe infatti essere la ripresa di quello della Colonna Colonel Fabien[2]: “Vincere e vivere”.

P.S. Non più di due parole sugli intellettuali di sinistra.

A parte poche eccezioni in cui alcuni intellettuali hanno espresso pubblicamente una posizione chiaramente rivoluzionaria e, considerata l’atmosfera, anche di alcuni meritevoli e significativi silenzi, la gran parte dei cosiddetti intellettuali di sinistra ha dato ancora una volta riprova, se ce ne fosse ancora bisogno, della sua vigliaccheria, del suo servilismo e dell’assenza flagrante di qualsiasi genere di relazione con i movimenti, impegnandosi spasmodicamente nel lanciare appelli tragicomici a votare Macron per contrastare la Le Pen – qualcuno, che forse aveva bevuto un po’ troppo champagne, ha addirittura azzardato un paragone con De Gaulle e Hitler… – riuscendo a non nominare mai neanche la possibilità di sostenere, se non unirsi, alla rivolta in corso. Tutti loro fanno parte di quel mondo di vecchi dal quale fuggire. E lo sanno. Finiamo queste note acquisendo la notizia che l’astensione in questo turno di presidenziali è il più alto dal 1969, cioè dalle elezioni celebrate all’indomani del Maggio ‘68.


[1]Polizia politica in borghese, in verità più una gang di fasci palestrati ultraviolenti che un classico corpo di polizia ma che, dopo averle buscate più volte, sembrano non aver più voglia di mettersi a fare gli sbruffoni cercando di intrufolarsi a colpi di manganello spagnolo nel corteo di testa

[2]Colonel Fabien fu il nome di battaglia di Pierre Georges, militante comunista che, dopo aver combattuto nella guerra civile spagnola, fu il primo partigiano a fare fuoco su di un soldato nazista a Parigi nel 1941. Costituì poi una Colonna di resistenti con la quale, dopo l’insurrezione di Parigi nel settembre 1944, si spostò sul fronte in Alsazia Lorena, dove morì il 27 dicembre 1944.

INGOVERNABILI

Risuona un nuovo vocabolario

Le insurrezioni non si diffondono linearmente alla maniera di un’epidemia di peste o come l’incendio di una foresta bensì, ci dicemmo qualche tempo fa ascoltando ciò che accadeva nel mondo, per risonanza, come un ritornello musicale che si libra nello spazio e nel tempo e che si poggia laddove c’è qualcuno capace di sentirlo, ripeterlo e modificarlo a seconda delle pieghe del proprio territorio, politico ed esistenziale. Le parole, i nomi, le forme dell’enunciazione della rivolta sono un indice importante di questa risonanza: è l’insorgenza che riflette su sé stessa e che, allo stesso momento, parla al mondo. È il susseguirsi di queste note musicali a tracciare la linea favolosa della rivoluzione che viene.
Comincia così a formarsi un vocabolario comune, indispensabile per costruire quel linguaggio condiviso senza il quale nessuna rivoluzione è pensabile e tanto meno praticabile. Il blocco, la piazza, l’occupazione, la comune, l’acab e oggi l’ingovernabile. Lo abbiamo scorto una decina di anni fa l’ingovernabile; era ancora un rumore sotterraneo, il borbottio di un geyser che si apprestava a divenire vulcano. L’abbiamo ascoltato risuonare sempre più nitidamente nelle piazze di mezzo mondo per poi dirsi esplicitamente battendo il pavé dei boulevard parigini, fino ad arrivare oggi a segnare come un tuono l’insorgenza del 20 gennaio negli Stati Uniti ponendosi come una barricata fiammeggiante messa di traverso al fascismo diffuso e direttamente contro l’insediamento di Trump alla Casa Bianca: Become Ungovernable.

è l’insorgenza che riflette su sé stessa e che, allo stesso momento, parla al mondo

Ma, dicevamo, per articolare questo linguaggio bisogna saper ascoltare la melodia che lo porta e a volte, come pare che avvenga in Italia in quest’ultimo periodo, una sorta di membrana – fatta di vecchie parole, di ideologia, di brutta musica – disturba l’ascolto, impedisce di apprezzarne la tonalità, il suo rumoreggiare occulta la potenza silenziosa. In definitiva fa perdere tempo.
Poiché è solo questione di tempo, la sua intensità è più forte di ogni scorza ideologica.

E al centro, nel medio, nel mezzo di questa sinfonia vi è quel
silenzio, calmo e terribile, che è l’Ingovernabile

Trump o della verità del Governo

Se vi è una virtù nel fatto che un miliardario bavoso abbia poggiato il suo culo di pietra sullo scranno della presidenza degli USA, essa consiste nel rendere evidenti alcune verità dell’epoca. Prima di tutto il suo essere la legittima espressione della democrazia reale, questo vecchio dispositivo di cattura che avendo raggiunto e ormai oltrepassato il suo limite storico, si mostra gloriosamente per ciò che è: un governo della mediocrità che produce mediocrità di massa – la famosa piccola borghesia planetaria – per il tramite di qualsiasi forma e pulsione le sia necessaria. Diciamola allora quest’altra verità: tra democrazia e fascismo non c’è differenza di natura ma solo di intensità.
D’altra parte ovunque nel mondo appaiono frotte di imbonitori che promettono, come Trump, di riordinare tutto e di ricostruire una qualche forma di unità sociale, magari al prezzo di eliminare quel “surplus” di popolazione che insiste a voler mangiare nel piatto di finta porcellana del piccolo borghese planetario. Ma, come dimostrano gli Stati Uniti in primis e a seguire tutti gli altri stati falliti, il Governo che vuole unificare ottiene solamente l’intensificazione della frammentazione, la nascita e l’approfondimento di inimicizie – non solo quelle che sono fuori di esso ma anche quelle che dal suo stesso interno lo contrastano – e poi la creazione di nuove solidarietà contro quella maledetta totalità imposta da manganelli, flashball e pallottole vaganti. Senza parlare poi della situazione in paesi come la Siria, la Turchia, la Libia e altri ancora che non sono già e non saranno mai più “uno” Stato.
Non solo tutto ciò mette fuori gioco ogni velleità di ogni possibile “sinistra”, che sia ufficiale, alternativa o radicale, ma specialmente indica ai rivoluzionari che non vi sarà nessuna ricomposizione in o attorno ad un Soggetto, è ora di farla finita con questo antico vezzo idealistico.

non vi sarà nessuna ricomposizione in o attorno ad un Soggetto, è ora di farla finita con questo antico vezzo idealistico

Che vuol dire “divenire Ingovernabili”?

La rivolta francese del 2016 e oggi, ai primi vagiti del 2017, quella in corso negli Stati Uniti, sono ricche di insegnamenti per ciò che riguarda l’attuale configurazione della conflittualità storica.
In Francia le lotte contro “la legge Lavora! e il suo mondo” sono cominciate da subito in maniera incendiaria. Sebbene ovunque nel mondo il lungo marzo 2016 francese sia stato conosciuto sotto l’etichetta di “Nuit Debout”, grazie al lavoro dei media che sempre, come avvenuto già con gli “Indignati”, appioppano il nome a partire da ciò che di meno offensivo e più amministrabile si presenti in un determinato ciclo di lotte, il fenomeno Nuit Debout, ovvero il rituale delle assemblee di piazza, è cominciato solo dopo che per un mese, ogni settimana, vi erano già state manifestazione diffuse sul territorio nazionale e che si presentavano costantemente in forma offensiva, si scontravano con la polizia e attaccavano tutto quello che gli era a portata di mano. Così, negli Stati Uniti, il 20 gennaio, giorno dell’insediamento di Trump, la giornata è stata caratterizzata da una molteplicità di manifestazioni il cui minimo comune denominatore è stata l’offensività, non a caso l’immagine simbolo di quel giorno è quella in cui viene immortalata la devastazione e quindi l’incendio di una limousine. Da quel giorno si sono susseguite negli USA un enorme numero di manifestazioni, blocchi, scontri con i fascisti, in una pluralità di forme di azione che spesso hanno raggiunto, tutte insieme, l’obiettivo di gettare nel caos la governance metropolitana, rendendo così sensibile tutta la “cittadinanza” a quello che è in gioco nel paese e spingendola quindi a schierarsi, a prendere partito.
Questa sequenzialità ci mostra come non sia più vero, se mai lo è stato, che le lotte per conquistare consenso devono iniziare evitando ogni motivo di scontro reale per poi arrivare, in un crescendo, al loro massimo punto di espressione. È il contrario, sono solo quei conflitti che da subito si presentano come “politici”, che dividono cioè il campo in amici e nemici, a permettere di aprire il terreno in cui ciascuna forma di lotta trova la sua possibilità e quindi, a seconda dell’intensità con cui il conflitto prosegue, portarla non fino al suo fisiologico e patetico esaurimento, ma al suo punto di cristallizzazione. Una lotta, arrivata ad un certo punto del suo divenire, può terminare ovviamente, e tuttavia, se è riuscita davvero ad andare in profondità, avrà non solo scavato nel campo nemico, ma specialmente avrà trasformato la qualità soggettiva di chi gli è amico, avrà cioè raggiunto un punto di irreversibilità tanto nei confronti dell’avversario – che, ad esempio nel caso di Trump, da essere il presidente di una nazione è velocemente divenuto quello che realmente è, il capo di una gang fascista – quanto nei confronti del partito della rivolta, avendo creato un tempo e uno spazio nel quale ognuno può continuare nel suo divenire rivoluzionario a partire da quel punto di fusione che il gesto di rottura ha permesso fin dall’inizio del conflitto.

il 20 gennaio, giorno dell’insediamento di Trump, la giornata è stata caratterizzata da una molteplicità di manifestazioni il cui minimo comune denominatore è stata l’offensività
La seconda questione in ballo è l’effettiva decentralizzazione ed asimmetria del conflitto. Tanto in Francia che negli USA la forza della lotta è data dal fatto che nonostante dei picchi vengano raggiunti giorno dopo giorno in alcuni luoghi determinati, vi è una diffusione che ne impedisce la centralizzazione tanto geografica quanto politica. Nessuna “struttura politica” può rivendicare in questo caso la legittimità di rappresentare e decidere sulla totalità del conflitto, mentre la ricercata asimmetria evita quanto più è possibile il confronto campale con le forze contro-insurrezionali. In passato, specie qui in Europa, le famose giornate di lotta decentralizzate non hanno mai veramente funzionato per un semplice, banale, motivo: o perché sono state indette da una struttura centralizzata, oppure perché costruite del tutto artificialmente, senza cioè tener conto in alcun modo delle inclinazioni e potenzialità dei possibili partecipanti. Effetto non assolutamente secondario della diffusione/decentralizzazione del conflitto è quello di disperdere le forze di intervento delle bande nemiche – polizia, milizie, fascisti, etc. – permettendo fra le altre cose anche ad una piccola forza rivoluzionaria di agire con determinazione in uno qualsiasi dei tanti luoghi di intensificazione del conflitto. Oggi anche le lotte, giustamente, hanno cominciato ad assumere l’inarrestabile frammentazione del mondo piegandola al proprio gioco, alla propria strategia, cercando così di far consistere ogni frammento in una “situazione” e da qui provare a farlo divenire un mondo tra i molti mondi possibili.
Divenire ingovernabili non significa allora assumere giusto una posizione di esteriorità rispetto alle forme più classiche della politica – la rappresentanza istituzionale, la mediazione sociale, etc. – ma indica la maniera stessa di essere di ciascuno e di tutti dentro la lotta, destituendo così il potere della “politica” ad ogni scala della sua manifestazione. Non vuol nemmeno dire essere disorganizzati, disarmati o passivi ma, al contrario, divenire consapevoli che bisogna organizzarsi a partire da questa interruzione nel continuum della governabilità.
Persino il Governo è ormai ingovernabile: prima ce ne rendiamo conto e meglio sarà, non per tutti, ma per noi, per il partito della rivoluzione: Spread the Ungovernable, Live communism!

far consistere ogni frammento in una “situazione”