Meme senza fine

di Adrian Wohlleben

[Pubblichiamo la traduzione di questo denso articolo apparso su Ill Will del 17 maggio 2021. Su diverse questioni abbiamo delle perplessità su come vengono affrontate, per fare un solo esempio tra tutti lo sguardo abbastanza comune che denuncia la corruzione del movimento dovuta a elementi a lui esteriori e quindi l’eterna dinamica del “recupero”. Comunque sia è un articolo importante per capire livello e problematiche del dibattito statunitense post-rivolta di George Floyd]

Ciò che conta non è l’enunciato del vento, è il vento.

Georges Bataille

La rivolta contro il potere della polizia dopo l’assassinio di George Floyd è l’orizzonte insuperabile di questo momento. I limiti con cui si è scontrata segnano oggi il confine delle nostre possibilità politiche e vitali. Le riflessioni qui proposte tentano di tracciare solo alcune di queste soglie. Sono nate come appunti presi al volo, conversazioni tra amici tra il fuoco e il fumo di una lunga e calda estate. La riflessione può essere riassunta in quattro proposizioni:

1. L’insurrezione oggi dipende più dalla circolazione di pratiche o gesti trainanti che non dal consolidamento di identità catalizzanti.

2. La ribellione della scorsa estate non è iniziata come rivendicazione abolizionista incentrata su cambiamenti politici, ma come contagio virale di un desiderio demolizionista e diretto su stazioni di polizia, veicoli e tribunali. Tuttavia, quando ha bruciato il Terzo Distretto, il movimento ha proposto una pratica che non è stato in grado di ripetere.

3. La controinsurrezione non avviene solo attraverso manovre esterne «contro» il movimento, ma anche incanalando forme indomite e decivilizzanti di tradimento razziale, ribellione e comunicazione, entro quadri riconoscibili di ciò che un «movimento sociale» dovrebbe essere, per meglio gestirle e pacificarle.

4. La capacità offensiva del movimento reale della scorsa estate era divisa in due modalità, riot politici e riot dei negozi; e l’estraneità dell’una rispetto all’altra ha limitato la potenza dell’insurrezione. Rompere questo blocco richiederebbe di dissociare l’impulso di riconfigurazione dello spazio urbano dalla sua iscrizione unilaterale nei riot politici, e l’intelligenza logistica dalla sua limitazione al riot dei negozi. Tuttavia, questo compito implica un salto qualitativo e non semplicemente quantitativo, per il quale non esiste un percorso strategico lineare.

Soggetti guida / Gesti guida

Alcuni anni fa, dopo aver assistito in prima persona all’esplosiva insurrezione dei Gilet Gialli in Francia, io e Paul Torino ci siamo chiesti se un’insurrezione capace di sospendere l’ordine dominante si potesse assemblare con più probabilità attraverso una logica memetica piuttosto che attraverso una logica convenzionale di movimento sociale. In un articolo scritto all’epoca, abbiamo esposto un’opposizione tra i movimenti sociali classici e ciò che abbiamo chiamato meme-con-la-forza, intendendo con ciò conflitti della vita reale organizzati memeticamente attraverso gesti contagiosi.

«Il paradigma del movimento sociale si riferisce a un processo in cui alcuni gruppi si organizzano attorno alle loro distinte esperienze delle istituzioni sociali (o attorno alle loro distinte esperienze di oppressione, come nel caso della New Left), e in seguito provano a far avanzare gli interessi delle loro constituency connettendosi con altri segmenti istituzionali. Dai “Comitati d’Azione Operai-Studenti” del Maggio ’68 alla fallita alleanza tra ferrovieri francesi e occupazioni universitarie esattamente 50 anni dopo, questo modello trotskysta di organizzazione continua ad esercitare una durevole influenza su come immaginare l’escalation dei conflitti».1

Poiché si basano su un «dialogo» con il potere, i movimenti sociali sono costretti ad accettare un dato terreno di verità e muoversi al suo interno, rendendo facili per le élite dominanti le strategie di de-escalation, il deragliamento e la riduzione all’inoffensività dei movimenti stessi (ne parleremo più avanti). Al contrario, i Gilet Gialli ci hanno mostrato che i conflitti originati come attività memetiche sono molto più difficili da contenere, poiché hanno il potere di aprire un vortice che invita cerchie sempre più ampie di persone a saltarci dentro e innovare. E se gli esperimenti memetici di massa potessero – con molto tatto e un po’ di fortuna – degenerare in autentiche crisi per l’ordine della classe dominante, aprendo la finestra a esperimenti di massa di condivisione e auto-organizzazione non economica? I meme possono essere il modo in cui cominciano le insurrezioni nel 21° secolo?

Quando parliamo di meme-con-la-forza, non ci riferiamo ai meme sui social network, utilizzati come propaganda per promuovere ideologie sociali radicali, ma ai movimenti che si diffondono come meme. In poche parole, sosteniamo che l’apparente forza dei movimenti sociali costituisce in realtà un limite dal punto di vista di un’insurrezione. I movimenti sociali rimandano a soggetti istituzionali, nel senso che si presume abbiano origine in esperienze condivise di sofferenza che voi o io subiamo per mano di un’istituzione. Esperienze che possono svilupparsi all’interno di un’istituzione, come l’università nel caso degli studenti, la fabbrica per gli operai, o fuori di essa, come quando alle persone senza documenti vengono negati permesso di soggiorno e spostamento, o quando i giovani sperimentano il razzismo della polizia, ecc. I movimenti sociali sono concepiti come dialoghi tra inferiori e superiori, o tra beneficiari e fornitori di servizi, quindi hanno senso se il tentativo è quello di correggere o migliorare un’istituzione. Ma cosa succede se si vuole rovesciare la società capitalista? Nella mitologia della sinistra, il potenziale rivoluzionario dei movimenti sociali dipende da una cosiddetta «convergenza delle lotte», un momento molto celebrato ma raramente realizzato in cui varie lotte separate si uniscono improvvisamente in una forza comune di lotta attraverso la «solidarietà». Sebbene la sinistra americana abbia rinunciato da decenni all’articolazione di strategie pratiche per produrre rotture rivoluzionarie, la logica della convergenza sociale è ancora implicitamente alla base della sinistra «intersezionale» di oggi. Purtroppo tali convergenze non funzionano mai: la miriade di separazioni sociali, gli «interessi» strettamente circoscritti e le gerarchie rinnegate ma sempre riprodotte nei movimenti sociali, assicurano il treno ai suoi binari, fanno in modo che nessuno speri in qualcosa in più di una vittoria difensiva. Mentre il ciclo boom-depressione incanala le energie radicali fresche anno dopo anno, la logica classica dei movimenti sociali e della convergenza riproduce un cinismo demoralizzante per quanto riguarda le prospettive rivoluzionarie nel nostro tempo.

Il fascino del meme sta nella possibilità di aggirare l’intero problema. Il carattere intrinsecamente virale del meme può facilitare l’assorbimento e il coordinamento della rabbia e della collera di chiunque senza essere canalizzato dalle istituzioni.

Sia chiaro fin dall’inizio: non si tratta di negare o evitare le contraddizioni sociali. Chiunque può vedere che la dominazione di classe e la degradazione razziale costituiscono la logica strutturante della sofferenza in questa terra. Ma come si compone una rivolta contro lo sfruttamento e l’oppressione?

La razionalità politica mainstream ci ha insegnato a credere che il destino delle rivolte dipende dall’identità degli attori coinvolti (studenti, neri, donne, operai, migranti, ecc.), poiché è questa che determina la radicalità delle «richieste» che il movimento può immaginare di fare, così come le concessioni sufficienti a pacificarlo. Di conseguenza (secondo questo pensiero), l’unica speranza di superare il sistema stesso è quella di una lotta condotta da persone le cui richieste fossero troppo radicali per essere accolte dal sistema. Il problema della composizione appare quindi, da questa prospettiva, come riducibile al contenuto sociale delle lotte. Chi le ha guidate? Chi ha preso il controllo del movimento? Da chi venivano le rivendicazioni principali? Gli attivisti della classe media hanno cooptato il movimento? La composizione sociale di riferimento del movimento è risultata poco coinvolta? E, se è così, come lo si spiega? Molte analisi della scorsa estate si concentrano sull’identità di classe e di razza dei partecipanti, mentre relativamente meno attenzione è stata data alla grammatica dell’azione che l’ha guidata.

Ma cosa succederebbe se spostassimo per un momento la nostra attenzione dall’identità e dalle «intenzioni» degli attori alle pratiche del movimento? E se la precondizione per una rivoluzione oggi non risiedesse nel consolidamento politico e nel comando sociale di una «identità-guida» (la classe operaia, il subalterno, il lumpen, il nativo, il nero, ecc.), ma piuttosto nel contagio e nella ramificazione di gesti-guida?2

I gesti non «guidano» nello stesso modo in cui una volta si pensava che i gruppi sociali potessero farlo, vale a dire affermando rivendicazioni storiche o morali che garantissero loro la legittimità di dirigere le lotte. Un gesto è capace di guidare (i) se è copiato e imitato, accumulando istanze di ripetizione; (ii) riorganizzando forzatamente il campo di intelligibilità in cui è inserito, modificando il problema, in modo tale che le pratiche vicine vadano ripensate e riorganizzate in risposta a esso, anche se solo temporaneamente; (iii) facilitando altri interventi intorno ad esso, «partire, fuggire, ma facendo fuggire…».3 La caratteristica di un gesto-guida è che diventa un recipiente in cui un’ampia fascia di antagonisti singolari si sente invitata a riversare la propria indignazione, aggressività e gioia selvaggia. Coerenza, risonanza e contagio misurano il successo di un atto decisivo.

Camionisti incazzati per le norme di sorveglianza si organizzano autonomamente attraverso gruppi su Facebook e cominciano a fare rallentamenti di massa sulle autostrade, bloccando le autostrade e i centri cittadini. Il gesto si diffonde rapidamente non solo ad altri camionisti, ma anche alla gente del posto che arriva con il proprio veicolo per i propri motivi, guidando accanto ai camionisti, fino a superare del tutto i camionisti, portando a sciami di veicoli che si spostano in carovane per i centri città…

Spunta un filmato della polizia che dopo aver tentato di disperdere una battaglia viene inzuppata da folle di adolescenti urlanti con pistole ad acqua. In pochi giorni, i poliziotti sono perseguitati e bagnati da folle di giovani in due stati…

In risposta agli aumenti delle tariffe sui trasporti pubblici, degli adolescenti organizzano un gioco sovversivo che chiamano «Evasione di Massa», e lo promuovono sui social media. Il gioco adatta una forma quotidiana di sovversione individuale – non pagare il biglietto del treno – trasformandola in un gesto collettivo riproducibile in gruppi. La repressione statale del gioco non fa che diffonderlo sempre di più, catalizzando una sequenza insurrezionale ancora oggi attiva…

Così come non ha senso parlare di «rivoluzionari» al di fuori delle rivoluzioni a cui partecipano, i gesti non sono mai liberatori di per sé, ma solo in funzione della situazione in cui intervengono. Ciò che conta è lo spazio di gioco che ognuno di essi apre, il loro potere di creare risposte autonome da parte degli astanti («sì, e…»), e gli esperimenti che riempiono lo spazio man mano che più persone vi si gettano. La caratteristica di un meme-con-la-forza è che, prima che qualcuno si renda conto di ciò che è successo, migliaia di persone si sentono improvvisamente autorizzate a prendere l’iniziativa e iniziare ad attaccare la fonte della loro sofferenza, partendo da dove si trovano.

Sia il movimento Occupy del 2011 che il movimento per la legge sul lavoro del 2016 in Francia (con il suo cortège de tête) consistevano in un mix di gesti memetici con una grammatica di movimento sociale e di sinistra.4 La prima rivolta di massa a esplodere interamente attraverso una piattaforma memetica è stata la lotta dei Gilet Gialli in Francia. Qui è stato il gesto di «mettersi il gilet» ha porre ognuno su un piano comune con tutti coloro che avevano fatto lo stesso. Se i meme possono circolare al di là e attraverso i confini istituzionali e persino nazionali, questo non è perché sono in qualche modo «universali». Al contrario, i meme sono sempre colti per ragioni locali, anche se queste risuonano con forme più ampie di violenza sociale (austerità, atomizzazione, oppressione, ecc.). A differenza delle organizzazioni politiche, che generano coerenza traducendo esperienze singolari di violenza in ideologie condivise, si può indossare un gilet giallo e presentarsi a una rotonda e rimanere una singolarità. Laddove si «appartiene» a un’organizzazione politica aderendovi, ai gesti ci si unisce solo ripetendoli, introducendovi variazioni. Tuttavia, la differenza non riguarda solo a chi e a cosa si «appartiene», ma anche come si combatte. Mentre la tendenza dei movimenti sociali è quella di articolare i conflitti in termini di richieste a questa o quella istituzione – tasse scolastiche, indennità di lavoro, documenti, ecc. – un meme-con-la-forza non si presenta con una serie di richieste già pronte, né bisogna appartenere a un certo gruppo sociale per poterlo utilizzare. Poiché ci sono pochi prerequisiti o condizioni preliminari, i meme permettono agli individui di muoversi l’uno accanto all’altro pur conservando le loro rispettive ragioni di lotta, invitando ciascuno di noi a confidare nella propria singolare valutazione della situazione. Il grande vantaggio dei movimenti memetici è quello di far leva sulle forme di vita pre-politiche5 a cui ognuno di noi già partecipa: pensiamo agli hooligan e agli ultras che hanno combattuto nella rivolta di Gezi Park in Turchia, alle reti di mutuo soccorso e agli hub autonomi che hanno alimentato le formazioni di frontliner, o ai club di motociclisti e ai guidatori di baracconi i cui motori rombanti sono diventati una caratteristica sensoriale permanente della rivolta di George Floyd. Quando si innescano dei conflitti, queste forme di vita ante-politiche diventano improvvisamente potenziate in modi nuovi, si piegano, si incrociano e si intrecciano come tante schegge di luce attraverso il caleidoscopio dell’evento, aggiungendo carburante al fuoco. Quando una forza di lotta è assemblata in questo modo, può crescere e moltiplicarsi lungo percorsi che rispondono al terreno realmente esistente della situazione, piuttosto che affidarsi a rituali obsoleti tramandati dalla sinistra istituzionale. E poiché non esiste un soggetto specifico i cui “interessi” possano essere placati o comprati per sedare l’escalation, nessuna scadenza delle ostilità è programmata in anticipo nel movimento.6 Anche se incontrano sempre dei limiti reali a livello formale gli antagonismi memetici sono illimitati, poiché non hanno orizzonti riconciliatori.

Questo stretto legame tra i meme e le forme pre-politiche assicura che la politica rimanga connessa alla nostra intima vita quotidiana, fornendole delle armi. Allo stesso tempo, è nella natura di ogni meme l’essere strappato dal suo contesto e dal suo creatore, poiché chiunque può prenderlo e piegarlo in altre direzioni.7 La memetica si colloca in questa tensione tra intimità e anonimato, tra banalità e contagio: il suo luogo è il punto di commutazione dove la vita diventa combattimento, dove pratiche e culture non politiche come cantare «Baby Shark» a un bambino ansioso, saltare i tornelli della metropolitana o portare un ombrello con sé a Hong Kong, diventano improvvisamente magnetiche e si trovano incorporate come ingranaggi in macchine da guerra. Il vero segreto, quello che l’ideologia occidentale ha sempre lavorato per nascondere, è che non c’è separazione tra «politica» da un lato e «vita» dall’altro. C’è solo un’unica superficie piana – l’esperienza, la vita quotidiana – articolata in varie grammatiche della sofferenza e popolata da innumerevoli forme pre-politiche che qua e là raggiungono una soglia di intensità che le polarizza, spesso (ma non sempre) sotto l’influenza di eventi più grandi.8 Ciò che conta è identificare nelle varie situazioni, in che modo pratiche non riconosciute, inappropriabili, anonime, originate nella vita quotidiana, vengano magnetizzate dai conflitti e quale portata potenziale ciascuna possa ancora contenere.

Se è difficile immaginare che un’insurrezione negli Stati Uniti oggi possa prendere la forma di un consolidamento disciplinato di gruppi sociali marginali – ad esempio in una cristallizzazione di folle in «classi» attraverso la solidarietà, o entro nuovi quadri militanti razzialmente separatisti9 – è invece più facile immaginare un contagio virale di azioni che rispondono intelligentemente al loro momento, che si intensificano in esperimenti di massa di condivisione comunista su varie scale. Che questi esperimenti possano poi tendere all’orizzonte di un’insurrezione o meno, dipenderà dalla potenza materiale ed etica di questi esperimenti; dalla sua capacità, cioè, rendere il ritorno alla vita normale e all’economia borghese indesiderabile a milioni di persone.

Non c’è niente di male nel prestare attenzione e persino nel partecipare ai movimenti sociali organizzati intorno a richieste istituzionali o identitarie, ma non dovremmo vederli come terreni di vittoria in sé e per sé, ma come laboratori per nuovi meme-con-la-forza. Da questo punto di vista, l’obiettivo degli insorti all’interno dei movimenti sociali è quello di propagare meme attraverso di essi, come virus anonimi su una piattaforma ostile. Il black bloc era uno di questi virus. La carovana di automobili un altro. L’occupazione delle piazze – una tattica ormai prossima all’esaurimento, almeno in Nord America – un altro ancora. Quali forme di azione costituiscono l’avanguardia di ciò che è pensabile oggi? Quali gesti minori sono già emersi, ma hanno perso l’occasione di diffondersi?

Aprire il vortice, estendere il meme, fino al punto di ingovernabilità.10 Ripetere, espandere, innovare. Fate quello che potete per assicurare che il movimento rimanga invitante e aperto a nuovi e più ampi gruppi di persone. Cercate di impedire a qualsiasi gruppo di egemonizzarlo ideologicamente – non solo di estrema destra, ma anche di estrema sinistra11. Solo in questo modo potremo radicare gli esperimenti massificati di vita fuori dalle norme del denaro, della misura e dell’oppressione razziale.

Il partito non è nei suoi fini ma nei suoi gesti. È solo ciò che fa. E – come la sostanza per Spinoza – va sempre fin dove può.

Demolizione / Abolizione

La prima fase della ribellione seguita all’assassinio di George Floyd è stata qualitativamente diversa dalla mobilitazione improntata al policy making che successivamente ha cercato di soppiantarla. La spontanea intuizione pratica della folla praticava una risposta del tutto logica alle forze che avevano assassinato Floyd: espellere la polizia, sabotare le loro basi, affondare le loro navi da guerra. Distruggere i luoghi dove si organizza la loro violenza – distretti, sottostazioni, tribunali – così come le auto e i furgoni che le fanno circolare. In contrasto con le campagne abolizioniste per «definanziare» i dipartimenti di polizia o (nelle sue versioni più deboli) per integrarli a «commissioni di revisione civile» – quindi entro paradigmi discorsivi, dialogici e rivendicativi che lasciano l’iniziativa nelle mani dello stato – il demolizionismo mira ad appiattire materialmente gli organi del potere statale, a rendere logisticamente e socialmente impossibile per la polizia e i tribunali affermare la loro pretesa di governare; in breve, a rendere la situazione ingovernabile e a rendere questo fatto palese per tutti. È stata la pratica demolizionista e non la politica abolizionista a bruciare il Terzo Distretto. E che dire del saccheggio di centinaia di negozi che ha accompagnato questa impresa storica? È importante ricordare che il saccheggio non è semplicemente un attacco alla forma merceologica, o una forma rinnegata di consumismo. È anche il modo più diretto possibile per una folla di concretizzare, esibire e sentire il potere che ha strappato allo stato e alla sua polizia, di rendere questo potere reale, di realizzarlo. Nessuna attività come il saccheggio conferma in modo così diretto l’assenza di controllo della polizia su un territorio, la sospensione e l’inoperatività della legge.12

Che l’incendio del distretto di polizia fosse un meme era evidente a chiunque abbia prestato attenzione durante i primi giorni della rivolta. Non appena il Terzo Distretto è stato bruciato, le folle di Minneapolis hanno tentato spontaneamente di bruciarne un altro. Sforzi simili hanno avuto luogo in altre città tra cui Brooklyn, Reno, Portland. Il 29 maggio 2020 a Minneapolis, una feroce battaglia ha avuto luogo nel Quinto Distretto. Come è successo con il Terzo, la polizia è salita sul tetto usando flash-bang e proiettili di gomma per tenere a bada la folla. Che la folla intendesse ripetere i successi dei giorni precedenti lo ha dimostrato non solo la catena di negozi ed edifici governativi dati alle fiamme dall’altra parte della strada e lungo tutto l’isolato, ma più direttamente le Molotov lanciate contro i muri esterni del distretto stesso. Anche se è difficile saperlo con certezza, è molto probabile che il Quinto Distretto sia stato effettivamente evacuato durante il conflitto, perché la polizia ha formato una linea in strada e ha spinto la folla in un vicino centro commerciale sotto una raffica di munizioni chimiche e granate flash-bang. Anche se la folla ha esercitato una valorosa spinta finale verso il distretto, non è stata in grado di disperdere la linea della polizia prima che la Guardia Nazionale intervenisse. La battaglia per un secondo distretto è stata combattuta e persa. L’agenda logica del movimento non poteva proseguire.

La successiva grande opportunità di continuare il meme è stata a Seattle. Anche se c’erano elementi nella folla che spingevano per bruciare il distretto dopo che la polizia si era ritirata, una combinazione di fantasie paranoiche e di arbitrarie scelte forzate (distruzione oppure occupazione, ecc.) alla fine è riuscita a dissuaderli. Di conseguenza, ciò che si è verificato è stato invece un ritorno alla familiare tattica di sinistra delle occupazioni all’aperto popolarizzate durante Occupy e le più recenti proteste anti-ICE.13 Dal momento in cui Seattle non è riuscita a riprodurre il meme dell’incendio dei distretti, questa prima fase della ribellione è finita. Altre città ci avrebbero provato: tribunali sono stati incendiati a Oakland, Portland, Nashville e Seattle; gli edifici in costruzione di un nuovo centro di detenzione giovanile sono stati incendiati a Seattle – ma tutto questo è rimasto al di sotto dell’asticella fissata da Minneapolis14. Solo con l’esplosione insurrezionale in Colombia e in Nigeria l’attacco alle infrastrutture della polizia è stato riprodotto con successo a livello memetico, e l’asticella si è nuovamente alzata.

Come è stato notato altrove, l’articolazione tra senso e gesto è dinamica e fluida. In alcune lotte gli slogan, le idee e il pensiero non sono all’altezza delle tattiche e dei gesti che stiamo mettendo in atto, e ci troviamo a pretendere cose che già possediamo o a inquadrare le cose attraverso termini e opposizioni che il movimento ha già superato a livello pratico. Altre volte il pensiero supera il repertorio tattico, così che ogni sforzo per elaborare una pratica adeguata alla declinazione affettiva delle ostilità e delle idee della gente sembra non riuscire a raggiungere il risultato. Quando la ribellione di George Floyd non è riuscita a sviluppare il suo meme centrale, la conseguente assenza di un orizzonte ha aperto la strada a un apparato di movimento che si è inserito nella confusione e ha ridisegnato la posta in gioco del conflitto.15

Il tradimento razziale e il movimento reale

Considerata dall’esterno, la ribellione di George Floyd appare come una «coalizione» storicamente aberrante tra identità socialmente contrapposte. Se questo linguaggio ha senso da una certa prospettiva sociologica, il limite di questo punto di vista è che se uno ha la pelle bianca e ci è andato giù pesante durante la ribellione di George Floyd, può articolare questa esperienza solo negativamente come «traditore della razza», ma non positivamente. Poiché interpreta le azioni esclusivamente attraverso le posizioni soggettive nella struttura o nel «diagramma» del sistema di caste razziali, la retorica del tradimento razziale coglie la situazione correttamente ma esternamente, dal lato della governance. Nel frattempo la fenomenologia del tradimento razziale – cioè la descrizione di questa sovversione dall’interno – rimane sostanzialmente non scritta.

Niente è più intimamente reale del muoversi in una folla anonima gli uni accanto agli altri, spinti come falene verso la fiamma. Descrivere l’esperienza delle rivolte dell’estate scorsa come «tradimento» significa leggerla solo attraverso il «bando» che struttura la società civile anti-black. Allo stesso tempo rimane non raccontata l’inclinazione, la propensione a cui ci si abbandona durante l’esperienza della rivolta. Quando consideriamo le cose dall’interno, ciò che potrebbe apparire dall’esterno come un tradimento delle norme egemoniche spesso si rivela l’esatto contrario. Dall’interno ci è sembrato il recupero di una esperienza qualitativa di cui la società borghese razzializzata ci ha privato: una presenza luminosa e fiduciosa a una situazione condivisa, ricca di poste in gioco concrete, rischi condivisi e dipendenze reciproche. Un’opportunità per esprimere la nostra non-appartenenza all’ordine storico dominante. Prima di poter tradire le nostre identità ascritte, dobbiamo porre fine a quel tradimento verso noi stessi, quell’incessante mutilazione dei nostri sensi che ci viene richiesta dalla «religione sensoriale» dell’Impero.16 Mentre il «tradimento della razza» guarda a questo momento dall’esterno, noi parleremo invece da una prospettiva interna o modale del movimento reale – una prospettiva incentrata sulla grammatica dell’azione e sull’esperienza della presenza.

Qualsiasi comprensione integrale di eventi politici come il saccheggio e la lotta contro la polizia deve anche rendere conto del ripristino dell’esperienza che per prima rende possibili tali attacchi, un ripristino di natura etica. Con «movimento reale» mi riferisco non solo a un repertorio specifico di metodi e gesti ma anche al ripristino della fiducia che questi presuppongono, una certa presenza al mondo dentro di noi che essi attestano. Ogni rivolta è prima di tutto un’esplosione di fiducia vitale nelle nostre stesse percezioni, un’improvvisa volontà di prendere sul serio le nostre stesse vite come luogo e fonte di verità «legittima». Le rivolte dell’estate scorsa non sarebbero mai avvenute senza una singolarizzazione di questo tipo, in cui ci rifiutiamo di sganciarsi dalla nostra percezione, dal nostro contatto con il mondo. Prima che ci si metta a demolire lo «stato di cose presente», il vero movimento coincide con l’assunzione messianica del nostro ingresso singolare nel mondo: la soppressione delle mediazioni, la fine dell’attesa, il momento in cui smettiamo di chiedere il permesso o di dialogare e cominciamo a fare ciò che ha senso per noi e per le nostre ragioni. “Come ha scritto un vandalo molto saggio su un muro di Minneapolis: «Welcome back to the world»”.17

Questo movimento etico interno si riflette nella grammatica dell’azione della rivolta. Durante la prima settimana di conflitto la scorsa estate (ma anche nell’esplosione di Kenosha, nella recrudescenza dei saccheggi in agosto a Chicago, a Philadelphia dopo l’assassinio di Walter Wallace, ecc.) c’era un’assenza radicale di pratiche politico-discorsive classiche. Quasi nessuno si preoccupava di identificarsi o di soggettivizzarsi, non c’era praticamente alcun dialogo formale o informale con lo stato, né le decisioni venivano avallate tramite assemblee, riunioni di municipio o altre forme quasi-democratiche. In contrasto con il discorso amputato che caratterizza la politica classica occidentale, in cui i cittadini si riuniscono per discutere le idee in uno spazio formalmente separato dal dominio della vita quotidiana, quando la gente voleva «dire qualcosa» lo scriveva con vernice spray sulle finestre e sui muri delle imprese e delle proprietà statali. Questo legame tra pensiero e gesto caratterizza il movimento reale. Potremmo anche dire che il movimento reale inizia nel momento in cui la gente smette di cercare una fonte di legittimazione esterna per le proprie azioni e comincia invece a fidarsi e ad agire a partire dalla propria sensibilità, dalla propria percezione di ciò che ha senso e ciò che è intollerabile. Da questo momento in poi, l’intero apparato della politica ufficiale comincia a crollare, permettendo a tutti di vederlo come l’inferno manageriale che realmente è.

Nella misura in cui il movimento reale segnala un’uscita dall’apparato della politica classica, saremmo tentati di parlare, qui, di un «anti-movimento» o di un movimento «antipolitico».18 Tuttavia, la negatività di tali formulazioni sarebbe fuorviante. Ciò che è in questione è una liberazione positiva dell’azione conflittuale dalle regole e dalle consuetudini stabilite, un allontanamento dal «gioco» logocentrico e costituente in cui la politica scopre la sua consistenza nei discorsi, nelle opinioni e nei programmi ideologici, e la sostituzione di questo gioco con un altro.19 Come Blanchot aveva già rilevato a suo tempo, ogni «rottura con i poteri che sono… con tutti i luoghi in cui il potere predomina» deve essere anche una rottura con «un discorso che insegna, che conduce e forse [con] ogni discorso». Tuttavia, si è affrettato a insistere il filosofo francese, questo «non è semplicemente un momento negativo», ma deve essere inteso come un «un rifiuto che afferma, un estrarre o mantenere un’affermazione che non torna all’ordine, che disturba e si disturba, in rapporto con la non-conciliazione, con il disordine, con il non-strutturabile».20 Hannah Black l’ha messa giù bene: «Il comunismo è un movimento di allontanamento dallo stato e di avvicinamento all’altro. Tutto ciò che accade in strada è una lezione perché è un punto di contatto».21

Tuttavia, ciò che c’è di «comunitario» nel movimento reale non è facilmente nominabile o identificabile in senso positivo dall’esterno. Parlare di una fedeltà alle proprie inclinazioni, o di una fine dell’auto-tradimento, non è ancora parlare positivamente di comunità con altri. Evocare un nuovo soggetto politico o una nuova «specie» («il ribelle per George Floyd») come hanno fatto alcuni amici, non fa che evitare la questione senza risolverla. Non è un caso o una svista che l’America non abbia un linguaggio con cui descrivere internamente il tradimento razziale. Forse il problema dovrebbe essere invertito: mentre la razzializzazione ha le sue origini in un diagramma triangolare che articola l’umanità dei soggetti pieni e parziali attraverso la rimozione della posizione terza di un non soggetto (si tornerà su questo punto), il tradimento razziale nelle Americhe appartiene a una lunga stirpe di diserzione e opacità che rifiuta affermativamente di apparire sulla mappa della storia dominante. Dalla colonia perduta di Croatan alle guerre di Lowry, dalla ribellione di Bacon al Free State of Jones, una storia potente ma sotterranea di defezione razziale e secessione anonima ha costellato la politica americana fin dagli albori.22

Come insiste a dire con ragione Kiersten Solt, «contrariamente a ogni prospettiva spettacolare, la relazione tra gli elementi rivoluzionari e i loro aspiranti rappresentanti è quella di un conflitto persistente e asimmetrico».23 Che l’offerta sul tavolo della società civile assomigliasse a un’economia di piantagione inglese in fallimento o all’inclusione imprenditoriale nel bell’inferno di uno spettacolo tardo capitalista razzializzato, il fatto primario e crudo del movimento comunista reale in questo paese ha sempre risposto a un’unica formula: recupero dell’esperienza = decomposizione del sociale; la comune come diserzione dell’esperienza sociale che ci viene offerta. La comunicazione vissuta durante i disordini della scorsa estate appartiene a questo lignaggio: è stato «un movimento di contestazione che, provenendo dal soggetto, lo devasta, ma ha come origine più profonda il rapporto con l’altro che è la comunità stessa».24 Come osserva Keno Evol, assemblare una forza di lotta è sempre anche assemblare «relazioni di costante attenzione» che, dobbiamo aggiungere, rimangono sempre illeggibili all’ordine spettacolare.25

Il dispositivo del movimento sociale

Com’è stata sconfitta la ribellione per George Floyd? Sessant’anni fa un esperto in teoria della controinsurrezione ha distillato una strategia di base nella formula lapidaria: il ruolo della controinsurrezione è costruire (o ricostruire) una macchina politica dalla popolazione in su.26 Il cuore di questa formula offre una fresca prospettiva sulla repressione del movimento per George Floyd nella scorsa estate.

La pacificazione della rivolta non è avvenuta soltanto o neanche primariamente con le granate stordenti e i lacrimogeni, ma conducendo una guerra sul significato della guerra stessa. In risposta alla loro autogiustificazione messianica, le forze dell’ordine non hanno solo tentato di «schiacciare» dall’esterno la più intensa e minacciosa forma di rottura e ribellione, ma anche di dispiegare modalità «soft» di cattura e di spostamento deputati ad abbassare la posta in gioco del conflitto traducendolo in un movimento sociale. Questo dispositivo di traduzione-pacificazione del movimento reale può essere chiamato, appunto, dispositivo del movimento sociale.

Come ci ricorda Laurent Jeanpierre, anche quando si oppongono alle istituzioni ufficiali della società, i movimenti sociali «sono essi stessi istituzioni, in quanto dipendono da norme legali e costumi, regole del gioco della contestazione».27 Nel 2014 i media di Stato, la sinistra e la polizia hanno schiacciato la rivolta di Ferguson non solo gasando, picchiando e arrestando gli insorti nelle strade, ma anche canalizzando la ribellione stessa nel quadro della politica di sinistra (Black Lives Matter). Oggi la campagna intorno al defunding gioca un ruolo simile.28 L’operazione è sempre la stessa: incanalando la ribellione in una forma consentita e annacquata di dialogo tra interlocutori riconosciuti, marginalizza e criminalizza ogni grammatica dell’azione e modo di comunicazione che non si adatti a tale quadro. Il fatto che il dispositivo faccia leva sia sull’influenza istituzionale esistente che su proteste moderatamente radicali non dovrebbe trarci in inganno sul suo significato essenziale, che consiste nel neutralizzare e pacificare la gioiosa fiducia collettiva che la ribellione ha instillato in migliaia di persone arrabbiate. Spostando i termini del confronto da un’ondata demolitrice a richieste abolizioniste, il dispositivo del movimento sociale altera i termini del conflitto, reindirizzando le forme selvagge e non mediate di cooperazione, ribellione e azione che hanno dato inizio alla sommossa in una riconoscibile grammatica dialogica della politica, per meglio gestirle e pacificarle.

Inoltre, mentre è consueto associare la categoria di «movimento sociale» alla contestazione dello Stato o del potere economico (sia da sinistra che da destra), anche le istituzioni dominanti ne assumono spontaneamente le modalità quando la loro legittimità è messa in discussione. Ciò può essere rilevato sia ad un livello superficiale, quando la polizia e la proprietà privata mobilitano il vittimismo per puntellare il loro discredito, ma anche a un livello più profondo, che penetra il nucleo stesso della matrice razziale di questo paese.

Gli abitanti della zona possono ricordare un momento farsesco nel 2017 quando, dopo aver perso il controllo del centro di St. Louis, preso dai dimostranti in rivolta per più di un’ora, gli sbirri, ripresa in mano la situazione, hanno sentito il bisogno di cantare all’unisono «Di chi sono le strade? Sono le nostre!». La notte seguente, le finestre del quartier generale del sindacato di polizia sono in frantumi, i muri coperti di graffiti, i veicoli di servizio vandalizzati. Il sindacato risponde posizionando un cartello alla porta che diceva: «Siamo aperti. Non ci faremo sconfiggere». Un portavoce del sindacato disse alla stampa, quel giorno, che i vandali stavano «cercando di intimidirli», che avevano «dichiarato loro guerra» – e in effetti i poliziotti della zona si lamentano incessantemente, da allora, di soffrire «l’odio» del pubblico. Quante volte, la scorsa estate, i poliziotti si sono «inginocchiati» come Colin Kaepernick? E non solo la polizia. Quando le imprese scrivono «proprietà di una minoranza» sulle loro finestre nella speranza di evitare di essere saccheggiate e incendiate, vediamo in azione una logica simile: la piccola borghesia, vedendo che il regime di proprietà viene messo in discussione, traduce la sua rivendicazione di proprietà nella politica identitaria del movimento sociale anti-oppressione. In entrambi i casi, è come se una struttura socio-istituzionale ferita, accorgendosi che la sua legittimità è allo sbando, cominciasse improvvisamente a parlare non più con la voce maggioritaria della società giuridica, ma piuttosto come una cricca o fazione organizzata tra le altre. Riprendendo i canti di protesta e gli slogan-manifesto, le forme di dominio sociale adottano spontaneamente la struttura del movimento sociale per riaffermare la loro credibilità.

A un livello più profondo, tuttavia, se l’ordine razziale in questo continente non può essere rovesciato per mezzo di un movimento sociale, è perché è stato originariamente prodotto da un movimento. Il diagramma razziale strutturante le Americhe non inizia a Port Comfort, in Virginia, nel 1619; fu forgiato esattamente 100 anni prima, come una supplica per affrontare la sofferenza degli «indiani» (in parte civilizzati, in parte selvaggi), a cui la schiavitù degli africani offriva una soluzione.29 La proposta di importare schiavi in massa dal Portogallo alle Americhe fu tra i primi frutti di una nascente razionalità decolonializzatrice quando, nella sua udienza del 1520 con la corona, il grande «Protettore degli Indiani» Bartholomé de Las Casas propose di sostituire la forza lavoro recalcitrante e in rapida diminuzione delle popolazioni native con gli africani, un gruppo che riteneva essere «più adatto» a una vita di fatiche e morte sociale.30 Fu attraverso il gesto civilizzatore di Las Casas che la discriminazione verso i neri fece il suo ingresso in America, distinguendo i legittimi pretendenti al manto della civiltà (i suoi interlocutori minori) da coloro che non possono né potranno mai trovare un posto in essa, perché non appaiono sulla sua «mappa antropologica». L’analogia civilizzatrice tra il colono e il nativo che Las Casas mobilitò nella sua lotta per garantire il riconoscimento degli «indiani» all’interno della comunità universale dell’Umanità era fondata sia economicamente che ontologicamente sulla fungibilità dello schiavo africano. In altre parole, quando il razzismo contro i neri salpò per le Americhe, lo fece sotto la bandiera indennizzante della politica della rispettabilità.

L’ordine razziale del «Nuovo Mondo» fu una macchina binaria (civilizzato/selvaggio) solo per circa trent’anni; dagli anni 1520 in poi divenne una struttura ternaria (maggiore/minore/non soggetto). La sua firma fu forgiata da un antirazzismo decoloniale il quale capì che, affinché gli «indiani» diventassero partner minori della civiltà occidentale, era necessaria la schiavitù incontrastata degli africani. Naturalmente, il mezzo secolo che Las Casas passò a perorare la sua causa presso l’Impero fece poco per fermare il genocidio dei nativi americani. Tuttavia, servì a installare un apparato sociale triangolare che permane a tutt’oggi. L’ironia è solo apparente, ma Las Casas, «l’uomo spesso messo alla gogna per aver sostenuto, ipocritamente, l’inizio della tratta degli schiavi africani», sarà in seguito considerato come «uno dei progenitori filosofici e spirituali del movimento abolizionista che prese vita un secolo e mezzo dopo la sua morte».31 Dopo aver vissuto la scorsa estate, l’ironia si dissolve. Nel suo moralismo, nel suo pseudo-universalismo, nell’ingenuità della sua fede nei valori cristiani e nella coscienza della classe dirigente, Las Casas rimane il padre rinnegato della sinistra occidentale avant la lettre. Il fatto che l’istituzione della schiavitù dei neri abbia attraversato il passaggio atlantico, co-firmato da un gesto umanitario salvifico, offre un promemoria pertinente che l’Occidente è una civiltà che può salvare con la sua mano sinistra solo relegando gli altri alla frusta con la sua destra.

Questa intuizione offre anche un indizio su come (e come non) combattere. La funzione ultima del diagramma razziale ternario non era semplicemente quella di legittimare lo stupro e la riduzione in schiavitù della vita non europea, bensì il disperato sforzo di ricucire le pericolose crepe della sua stessa finzione dominante: la finzione della civiltà unitaria in sé. Per difendere l’universalità della pretesa di verità assoluta della cristianità contro la grande crisi antropologica che la minacciava dall’esterno – «la possibilità di più mondi veri»32 – ma anche dall’interno, sotto forma di un contadino indisciplinato – era necessaria una figura liminale. Come ha dimostrato Ronald Judy, se gli indiani non erano considerati «irrazionali» ma «non razionali» alla maniera dei bambini, ciò era dovuto al fatto che assegnare loro lo status di «potenzialmente civilizzati» permetteva all’ideologia europea di interiorizzare e disinnescare la minaccia che essi rappresentavano per il suo ordine, relegandola a un’innocua alterità. A cavallo del divario tra interno ed esterno, tra ragione e irragionevolezza, il «junior partner» razziale permette all’epistemologia civilizzatrice di posizionarsi sia all’interno che all’esterno del proprio ordine, e quindi di dominarne i bordi. È diventando il principio di sé stesso e dell’altro, facendo della sua attualità il destino di tutte le potenzialità, imparando ad anticipare le forze di sovversione e concedendo loro un posto (subordinato) nel suo mondo che l’umanesimo diventa il paradigma di governo del sociale. «Il momento della storia occidentale in cui il riconoscimento di mondi alternativi diventa possibile – nell’incontro spagnolo con gli Aztechi – è anche il momento in cui l’umanesimo raggiunge l’egemonia».33

Il risultato, come ha mostrato Frank B. Wilderson, è un’ambivalenza etica che diventa fondamentale per la modernità: immaginiamo l’emancipazione in termini di analogia tra «selvaggio» e «colono», e ci organizziamo attraverso rivendicazioni di sovranità, umanità, inclusione e riconoscimento (il movimento sociale)?34 Oppure – e questo pone l’eredità del tradimento razziale negli Stati Uniti – si persegue un’alleanza paradigmatica con la blackness e si diserta il progetto dell’umanesimo occidentale? È una decisione che deve essere presa non solo dai nativi americani e dagli ebrei, la cui grammatica della sofferenza li lascia sospesi tra la dislocazione genocida e la sovranità minore, ma anche da tutti gli altri. Anche coloro che non sono nativi devono decidere se «adattare la loro logica» a quella dell’ontologia genocida o se fare la pace con l’anti-Blackness.35 Tuttavia, mentre Wilderson legge questa possibilità esclusivamente attraverso l’assenza di mondo e la morte ontologica, l’insistenza di Judy sulla razzializzazione come risposta alla «possibilità di più mondi veri» apre un’altra strada: mentre il movimento sociale eredita il progetto civilizzatore di interiorizzare ogni esteriorità e alterità attraverso inclusioni parziali, «annerendo» ciò che non può digerire, il tradimento razziale non cerca tanto l’inclusione quanto piuttosto di far esplodere la stessa finzione di una società unificata permettendo alla molteplicità di mondi e forme di vita che ha schiacciato sotto il suo peso di detonare.

La recente riabilitazione del pensiero «vitalista» in Nord America potrebbe forse essere compresa da una prospettiva simile: non tanto un’importazione del pensiero comunista europeo, ma una prosecuzione dell’eredità americana del tradimento razziale secessionista. Una volta strappata dalle fauci dell’estrema destra spiritualista,36 un’idea affettiva della vita può aiutare a richiamare l’attenzione sulla molteplicità vitale che rimbomba senza pietà sotto la superficie della facciata unitaria della civiltà, minando la pretesa di quest’ultima di includere tutti i soggetti reali e potenziali. Per esempio, applicando questa intuizione alla ribellione per George Floyd, H. Bolin e Sonali Gupta descrivono la viralità delle sue folle combattenti come «una modalità di contagio che destabilizza il modo in cui i gruppi costituiti si interfacciano tra loro, confondendo la loro posizione all’interno dell’ordine stabilito, il che prepara il terreno su cui possono emergere poteri destituenti».37

Gli approcci neo-abolizionisti alla decarcerazione e alle «riforme non riformiste», a partire dagli anni ‘80, erano intesi come un intervento combattivo contro la sinistra carceraria del loro tempo, aiutando a «immaginare la possibilità di ridurre il complesso carcerario-industriale e porre fine alla dipendenza dalla detenzione». Tuttavia, con il ritorno del movimento reale, gli abolizionisti si trovano ora di fronte a una scelta cruda: mantenere la strategia politica di un «riformismo non riformista» o accettare la strategia della demolizione-come-abolizione, sviluppata in risposta all’omicidio di George Floyd. Se la linea di fuga dell’abolizionismo è stata ora catturata, per poter produrre nuove fughe – nel movimento reale – è necessario rompere la cornice.

Così come il movimento reale può essere catturato e canalizzato nel movimento sociale, le formazioni di un movimento sociale possono subire dei divenire che le mettano in contatto con il movimento reale, permettendo loro di superare i propri quadri direttivi. Questo è ciò che è successo al movimento contro la Loi Travail nel momento in cui il cortège de tête lo ha trasformato in un meme. Questo è quello che è successo per due mesi alle organizzazioni BLM consolidatesi a Chicago la scorsa estate, una volta che si sono lasciate trascinare in uno scontro fisico con la polizia e in un abbraccio tabù con i saccheggiatori imprigionati. È ciò che è successo nella «cultura frontliner» di Portland, quando nuovi e variegati gruppi di persone hanno cominciato a presentarsi al tribunale con maschere antigas e attrezzatura da hockey, pronti a combattere. Come spesso accade, molti di questi cambiamenti alla fine sono stati bloccati, instradati o intrappolati all’interno di una nuova coscienza attivistica. Ma queste defezioni e ricomposizioni, per un momento, sono state autentiche desoggettivazioni e diserzioni.

Non dobbiamo né abbandonare né abbracciare i movimenti sociali; piuttosto dobbiamo far esplodere la loro struttura, romperli, costringerli a incontrare il loro esterno e tenerli in contatto con esso. In breve, dobbiamo metterli in fuga. Quello che vogliamo è allo stesso tempo più e meno di un movimento sociale: più antagonista di quanto un quadro istituzionale potrà mai esprimere – più contagioso, più virale, più complesso e capace di assorbire i divenire, le mutazioni, le autodistruzioni e le rinascite dei soggetti, e non semplicemente il «riconoscimento» delle loro rivendicazioni esistenti – ma anche meno di un movimento sociale, poiché non vogliamo sempre dover «apparire» gli uni agli altri o al potere come un’entità sociale, non vogliamo fare i giochi del linguaggio, del dialogo, della critica e della negoziazione. Siamo stanchi di giocare in un campo di gioco predisposto contro di noi fin dall’inizio.

L’antropologo Pierres Clastres ha definito le società primitive o «senza classi» in base alle tecniche che sviluppano internamente per tenere in sospeso la funzione statale. In uno spirito simile, oggi dovremmo cercare di identificare quelle caratteristiche e dimensioni delle lotte che riescono a scongiurare la cattura non solo da parte dello Stato ma anche dell’apparato dei movimenti sociali. Questo è, ancora una volta, il motivo per cui alcuni di noi hanno iniziato a teorizzare la rivolta e le potenzialità comuniste attraverso il quadro della memetica partigiana. I meme ci invitano a prendere sul serio la nostra percezione singolare, poiché ci chiamano a rispondere, a ripeterli, secondo i contorni della nostra vita, della nostra situazione, a rispondere in modi che riverberano con i nostri corpi, minando le rigide separazioni attraverso cui l’ordine razziale governa la nostra separazione. Eppure, di per sé, questo non è sufficiente a metterci su una linea temporale rivoluzionaria a lungo termine. I meme da soli non possono offrirci una forma di vita nei termini della quale possiamo esistere insieme agli altri in modo duraturo, un mondo condiviso da abitare. Quello che possono fare è mettere in fuga l’apparato del movimento sociale, rompere la sua cornice, rifiutare la sua interpellazione discorsiva e rappresentativa, la sua temporalità episodica, e sopprimere la sua tendenza ad adottare forme-soggetto governative come linguaggio pratico. Ma non sono sufficienti per sfuggire ai cicli di recupero, cattura e combustione, né forniscono un terreno in cui piantarci a lungo termine. Il meme è un treno in movimento. A lungo termine, abbiamo bisogno di piantare le radici su qualcosa di leggermente più stabile.

A differenza dei Gilet Gialli, il cui radicamento sulle rotonde ha spostato il luogo del politico su basi situate in estrema prossimità della vita quotidiana, filtrandolo attraverso i blocchi collettivi e le baracche che hanno costruito, gli sforzi per territorializzare la ribellione per George Floyd hanno incontrato risultati contraddittori e spesso deludenti. Dalla CHAZ di Seattle alla paranoia armata della no-cop zone di Wendy’s ad Atlanta, gli esperimenti di costruzione del territorio – sebbene troppo eterogenei a livello locale per essere riassunti sotto qualsiasi schema coerente – generalmente non sono riusciti a stabilire consistenze durature che puntino oltre il tempo sospeso della battaglia. L’orizzonte della ribellione per George Floyd è rimasto, nel bene e nel male, l’orizzonte della rivolta, e una volta che le sue capacità offensive sono state strozzate il movimento reale non ha avuto altra possibilità che ritirarsi.

Rivolta politica e rivolta delle vetrine

Le capacità offensive del movimento, così come l’immaginazione del proprio potere, si sono distribuite entro due dinamismi distinti. Da un lato, le rivolte politiche prendono di mira i simboli e le sedi del potere statale (municipi, tribunali, distretti di polizia, monumenti e statue, ma anche i media); dall’altro, le rivolte che colpiscono le vetrine dei negozi prendono di mira le merci, dai grandi magazzini e le banche fino a Seven Eleven, negozi di cellulari, Gamestop, ecc. Mentre la rivolta politica consiste generalmente in una geografia stazionaria in cui la folla tenta di respingere le linee della polizia e, se possibile, di affondare la corazzata del nemico, la rivolta che attacca le merci è definita da una folla mobile in fuga dalla polizia. Anche se le due rivolte possono avere luogo lo stesso giorno, o anche all’interno del medesimo spazio d’insieme (come a Minneapolis), si distinguono non solo per la selezione degli obiettivi ma per il dinamismo affettivo che organizza la folla: ci stiamo muovendo in avanti o indietro, vicino o lontano? L’obiettivo è attaccare e disperdere la polizia, o evitarla il più a lungo possibile, prendendoci la nostra momentanea indipendenza? Mentre la mentalità d’assedio di una rivolta politica dipende dal conflitto sostenuto con gli agenti al di fuori di siti altamente simbolici del potere statale (ad esempio il tribunale di Portland), nella rivolta che punta alle merci l’esperienza del potere collettivo è sentita attraverso il vortice di vandalismo, il saccheggio e l’incendio doloso lungo il suo percorso di fuga.38

Generalmente, lo schema è che le rivolte politiche si mutino in rivolte dirette alle merci quando la folla viene allontanata dagli obiettivi statali.39 A volte la folla mobile può incontrare proprietà statali lungo la strada, come è successo quando l’edificio del Bureau of Corrections è stato incendiato a Kenosha la seconda notte, ma questo non mette fondamentalmente in discussione la differenza dinamica in gioco nelle due tipologie di rivolta. Questa differenza è il nocciolo della verità di quella cinica bugia dello stato che tenta, come parte della sua strategia di divisione e conquista, di distinguere i rivoltosi  «buoni» da quelli «cattivi». In effetti le due folle erano già divise, anche se nessuna delle due può essere ridotta a «puro crimine» come lo Stato ha cercato di fare.40

La combinazione di questi due vettori sfocia in un’ondata di devastazione che oltrepassa ogni ribellione avvenuta negli Stati Uniti nel corso del ventesimo secolo. Solo tra il 26 maggio e l’8 giugno si è raggiunto il record di stimato di 1-2 miliardi di dollari di danni, con mobilitazioni aventi luogo in 1700 città e vari centri.

Mentre la pace liberal-democratica veniva infranta, le classi dominanti impiegavano tutte le loro forze per contenere l’assalto scatenato contro di esse. Ben abituata alle battaglie d’assedio, la polizia ha avuto pochi problemi nel sostenere conflitti che si accontentavano di restare stazionari. Anche quando si sono trascinate per un bel po’, come a Portaland, è improbabile che le forze dell’ordine abbiano mai realmente temuto la perdita della vita o delle loro basi per mano della folla. Per contrasto, la velocità e l’agilità del saccheggio di auto ha creato problemi senza precedenti: la polizia poteva riconquistare un blocco solo perdendone un altro, e non appena si ritirava dal primo posto i saccheggiatori tornavano.41 Incapace di combattere mano a mano (in italiano nel testo, ndt) sulla scala dell’intera città, la polizia era obbligata a trovare un altro metodo per proiettare il proprio controllo sul territorio urbano. Come risultato, le forze dell’ordine iniziavano una sequenza senza precedenti di controinsurrezione infrastrutturale. La città di Chicago è stata davvero esemplare a questo proposito. In risposta alla seconda ondata di saccheggio di caravan tra il 10 e il 12 agosto, la città cibernetica è stata rimpiazzata da un’architettura da fortezza medievale disegnata per interrompere selettivamente i suoi flussi circolatori: i ponti sono stati sollevati, gli autobus della città sono stati riadattati come barricate mobili e navette per la polizia anti-sommossa, i camion della nettezza urbana, della spazzatura e del sale sono stati schierati per bloccare strade e autostrade, barriere di cemento costeggiavano i quartieri commerciali. L’obbiettivo era chiaro a tutti: isolare in modo mirato la popolazione nera dai quartieri dei ricchi, alzando il ponte levatoio tra il castello e le zone selvagge intorno.

La controinsurrezione infrastrutturale porta con sé dei rischi per i poteri in carica. Se il senso della riproduzione urbana è disegnato in un teatro di guerra, il velo dell’unità sociale proiettato dalla città in periodo di pacificazione è lacerato. In questo modo, spingendo l’ordine poliziesco a reagire sul piano infrastrutturale, il saccheggio di auto completa la destituzione senza precedenti della finzione della pace sociale cominciata con le prime battaglie di strada alla fine di maggio 2020.42 Ogni pretesa di neutralità si è ritirata: polizia e classe politica chiudono i ranghi e difendono il loro territorio come la gang che in fondo sono, il transito pubblico è sospeso per ordine prefettizio, mentre le città del Capitale si espongono come poco più di un insieme di apparati progettati per incanalare la ricchezza nei quartieri bianchi mentre contengono il proletariato razzializzato, da cui dipende ai suoi margini, «incluso come escluso». Questa visionaria destituzione del potere ha segnato il limite esterno che le rivolte del 2020 sono state in grado di raggiungere, esibendo nudamente sia la crudeltà sociale che le fragilità materiale su cui riposa il potere economico e poliziesco. Ciò prova che con sufficiente determinazione, il controllo delle grandi città americane può essere strappato alla polizia per giorni e giorni, mentre i viali dove vivono i ricchi possono essere devastati.

Ma la controffensiva della classe dominante è stata rapida ed efficace. Una volta privata dei suoi centri simbolici, una volta chiuse e messe sotto sorveglianza poliziesca 24/7 le sue vetrine eleganti, gli insorti sono stati generalmente incapaci di sviluppare efficaci strategie alternative per continuare l’offensiva. È stato facile mettere in imbarazzo il potere, ma difficile sconfiggerlo.

È con questo in mente che, facendo un passo indietro, i gesti gemelli della rivolta politica e della rivolta contro le vetrine ora cominciano ad apparire in una luce diversa, quasi come se questa divisione (polis e oikos) ponesse due estremità di un unico dispositivo in cui il potere dell’insurrezione si era lasciato intrappolare. In cosa consisterebbe il superamento di questo dispositivo?

Secondo una certa linea di pensiero dell’ultrasinistra, ciò che serve è che la rivolta delle merci risalga la catena logistica al contrario, che la rivolta delle vetrine si trasformi in una rivolta delle infrastrutture capace di rispondere alla logistica della polizia interrompendo i flussi circolatori da cui dipende l’economia. Da questo punto di vista, cortocircuitare la rete della circolazione capitalista prendendo di mira porti, magazzini e fabbriche rappresenta una minaccia al potere molto più grande che svuotare i punti vendita nei quartieri commerciali. Da qui il fiato sospeso intorno al verdetto di Breonna Taylor, mentre i materialisti fantasticavano sul fatto che le rivolte si sarebbero rovesciate e avrebbero interrotto l’UPS WorldPort, un’arteria chiave per la circolazione regionale delle merci.43

Piuttosto che partire dalla mappa del Capitale e andare a ritroso dovremmo chiederci come gli impulsi che il movimento stesso ha generato potrebbero essere estesi in nuove direzioni. Da un lato è innegabile che il saccheggio delle automobili – per non parlare del saccheggio dei treni merci – include già un certo grado di logistica partigiana (comunicazione criptata, coordinamento mobile, padronanza del terreno, ingresso/uscita, ecc.), sebbene rimanga ancora subordinata al dinamismo merce-riot.44 D’altra parte, le occupazioni del CHAZ/CHOP a Seattle, la piazza del tribunale federale a Portland, il Municipio a New York, attestano tutti un potente impulso verso la creazione di spazi, la cui scelta dei luoghi era però subordinata alla dinamica della rivolta politica.45

Per il movimento rompere l’apparato in cui il potere del movimento è stato catturato significherebbe dissociare l’impulso alla creazione di spazi dalla sua iscrizione unilaterale nella rivolta politica e, in secondo luogo, estendere l’intelligenza logistica del saccheggio delle auto oltre la forma della rivolta delle vetrine.

È possibile – quando non addirittura semplice – immaginare una cultura della prima linea, sinora generalmente confinata agli scontri con la polizia, capace di divenire antagonistica in termini più esplicitamente infrastrutturali. Nel corso dell’insurrezione contro lo stato autoritario cinese a Hong King, la dialettica della repressione e della ritorsione si è intensificata al punto che la gioventù ribelle ha dichiarato aperta la stagione di caccia al gigantesco sistema di trasporto cittadino. Quattro anni prima, dopo l’omicidio di Remi Fraisse in Francia, gli ZADisti avevano organizzato assieme ai sopravvissuti delle violenze poliziesche un weekend di azioni fuori da una fabbrica di munizioni della polizia: la pericolosità delle manifestazioni violente che ne sono scaturite hanno fatto chiudere la fabbrica per quattro giorni. Se la forza di entrambi gli approcci risiede in uno sguardo gettato oltre il nemico sociale e verso le griglie infrastrutturali che sostengono il potere, la loro debolezza si rintraccia nell’esausta volontà di potenza che attacchi del genere richiedono per sostenersi e – nel caso della fabbrica Nobelsport – la lontananza del campo di battaglia dagli spazi della quotidianità dei combattenti.

A questo riguardo, quando si tratta di combinare iniziative logistiche con la creazione di spazialità situate (situated placemaking), l’occupazione delle rotonde da parte dei Gilets Jaunes rimane il modello insuperato.46 Vincolando i loro corpi a stretto contatto con i luoghi e i tempi della vita quotidiana, bloccando la circolazione non nel punto di massima importanza per il capitale ma nel punto in cui il capitale entra nello spazio della vita quotidiana (le rampe autostradali di paesi e città), i Gilets Jaunes hanno politicizzato la membrana che separa vita e denaro in termini a loro favorevoli. Il vero orizzonte strategico dei blocchi logistici in periferia non è quello di sospendere i flussi dell’economia tout court, ma di produrre su basi territoriali abitate un reintegro delle periferie nelle mappe della vita quotidiana, a un livello in cui sia possibile impadronirsene. Come i blocchi eretti dai maestri di Oaxaca nel 2016 hanno già mostrato nitidamente, i blocchi di successo sono selettivi. Il modello di riferimento non è la trincea ma il filtro: le corporazioni nemiche vengono respinte e saccheggiate, mentre la comunità avanza sorridendo.47

Ad ogni modo un salto del genere nel contesto statunitense implicherebbe una mutazione qualitativa per cui non si dà percorso lineare. Sarebbe necessario un nuovo repertorio memetico, capace di parlare non solo alle rovine suburbane, ma anche alle periferie lontane. L’occupazione di stazioni di servizio e di caselli autostradali, di supermercati deserti, il saccheggio coordinato di depositi Amazon e di treni merci: nulla di tutto ciò può accadere senza che il movimento ponga un problema radicalmente nuovo.

Ogni scelta di campo è un modo di porre a noi stessi una domanda circa la natura della guerra che stiamo combattendo. Il problema della logistica, come quello del luogo, deve essere compreso da questa prospettiva. Non vi è alcun legame implicito tra la rivolta, lo sciopero, il blocco infrastrutturale, né tanto meno è possibile rintracciare una escalation naturale o quantitativa che conduca organicamente dall’una agli altri. Ci confrontiamo qui con una delle sfide definitive per ogni movimento insurrezionale: come si può passare da uno scenario di guerra a un altro, da un’immagine della vittoria a un’altra, come cambiare la natura del conflitto, mentre si combatte? Come ingaggiare non tanto un conflitto, ma lanciarsi in un «conflitto dentro il conflitto» a partire dal suo centro, ponendo così un nuovo problema?48

Potrà un’altra ribellione contro gli assassinii polizieschi di vite nere aprire un vortice sufficientemente vasto da dare fuoco al comando capitalista? Sarà possibile, dal centro del momento demolitore, immaginare un secondo, un terzo, un quarto «marcatore ritmico» che introduca una dinamica diversa entro le rivolte – com’è successo in Cile quando la ribellione memetica iniziata dagli studenti è mutata, assorbendo la rabbia femminista, indigena, anarchica ecc. e divenendo un antagonismo generale entro il quale la nozione stessa di potere costituente diviene qualcosa di scontato?49

Senza Fine

Nessuno ha bisogno di sentirsi dire che il mondo è sull’orlo di un precipizio. Questa è evidente ovunque. Eppure nulla della catastrofe entro cui viviamo rende inevitabile una rivoluzione. Ciò che è decisivo non è tanto denunciare o criticare, ma studiarne le cuciture permetterebbero alle situazioni di strapparle dando modo agli antagonismi di diffondersi e generalizzarsi, ripristinando il movimento e la fiducia nelle nostre vite qui e ora. Le lotte contemporanee non si espandono attorno a idee o ideologie, ma attorno a gesti che danno senso al loro momento, attorno verità situate da difendere. Un milione di idee giuste sul presente è spazzato via da un singolo atto che altera tale realtà.

Quando l’intollerabile esplode nuovamente in pubblico scandalo, va fatto di tutto per spingere in direzione della sua irreversibilità. In che modo è possibile fare perno tra il demolizionismo e gli esperimenti collettivi di condivisione non-monetaria? Come si sopprimono e si disattivano gli organi di rappresentanza che tentano di incorporarci e disarmarci? Come si esce dal terreno del sociale, creando al contempo spazi di comunione, di diserzione e di contatto lungo il percorso?

Mentre il movimento, allo stato attuale, è nuovamente morto, le finzioni che reggono la pace sociale restano più fragili che mai. Niente è finito. Con molto tatto e un po’ di fortuna, la prossima volta colpirà anche più forte.

Maggio 2021

1 Paul Torino, Adrian Wohlleben, Meme con la forza – lezioni dai gilet gialli, «Mute Magazine», febbraio 2019 (https://www.metamute.org/editorial/articles/memes-force-%E2%80%93-lessons-yellow-vests); poi in «Qui e ora», settembre 2019 (https://quieora.ink/?p=3262). Una intervista con «Interchange Radio» sull’argomento è disponibile al link: https://wfhb.org/news/interchange-memes-with-force-transforming-the-political-imaginary/.

2 «Nelle insurrezioni contemporanee…[la] struttura gerarchica del comando e la sua concomitante spinta verso l’unità viene sostituita da una forma di intelligenza collettiva immanente. Gesti e comunicazioni si diffondono in un socius sempre più frammentato senza consolidare alcun corpo o identità organizzativa coerente. Azioni e tattiche, condivise su Telegram o sui social media e detournate per adattarsi alle esigenze di specifiche località, si diffondono in modo memetico». Anonimo, At the Wendy’s: Armed Struggle at the End of the World, «Ill Will», novembre 2020 (https://illwill.com/at-the-wendys).

3 Deleuze e Guattari, L’anti-edipo, capitolo 4.3 Psicanalisi e capitalismo

4 Occupy Wall Street è stato inizialmente costruito su una piattaforma memetica: «impadronirsi di una piazza, creare circuiti autonomi di riproduzione sociale, prendere decisioni attraverso il consenso, difendere l’occupazione se necessario». In linea di principio, chiunque si presentasse poteva partecipare: non c’era un’appartenenza «preventiva» che autorizzasse la partecipazione, né c’erano «richieste» centrali attraverso le quali il movimento rimandava a un particolare soggetto sociale in modo aprioristico. Tuttavia, nel giro di poche settimane il movimento si è rigorosamente istituzionalizzato: il proceduralismo democratico, il fariseismo degli attivisti e gli infiniti «gruppi di lavoro» lo hanno fatto regredire, dirigendo le energie verso l’interno piuttosto che verso l’esterno. Quando ci siamo presentati all’occupazione eravamo delle singolarità, ma «partecipare» significava essere arruolati in composizioni costituenti modellate interamente sul processo decisionale centralizzato e sulle ossessioni rappresentative. Ben presto, gli unici momenti in cui ci siamo sentiti potenti sono stati quando lo Stato ha preso l’iniziativa di sgomberare le occupazioni, interrompendo così la echo chamber democratica. Da Occupy abbiamo imparato due cose. (i) La contraddizione centrale oggi non è più tra metodi di organizzazione verticali e orizzontali, né tra organizzazione all’interno o all’esterno dei canali istituzionali formali; tutta l’azione di massa significativa oggi è orizzontale, e solo quei movimenti che iniziano fuori dalle istituzioni possono arrivare a costituire una minaccia. (ii) In effetti, la contraddizione centrale è tra i movimenti che mantengono la struttura della politica classica – cioè i cui mezzi si basano sul discorso e sul dialogo, e i cui fini risiedono nell’avanzamento dell’influenza simbolica ed egemonica all’interno della società civile – e quei movimenti che sfidano l’apparato del «discorso politico» e della rappresentanza evitando qualsiasi riferimento a un soggetto costituente e sviluppando altre modalità di collaborazione e comunicazione. Detto questo, anche se questa differenza di base rimane decisiva, molto probabilmente continueremo a vedere strani amalgami nei prossimi anni.

5Il prefisso «ante-» serve a rimarcare che l’evento della rivolta non è sui generis, ma mobilita forme vitali che erano «già in qualche misura presenti» prima di esso. Vedi K.N., Paul Torino, Vita, Guerra e Politica: dopo la ribellione di George Floyd, «Ill Will», novembre 2020, parte III; poi in «Internazionale vitalista», novembre 2020 (https://vitalista.in/2020/11/17/vita-guerra-e-politica-dopo-la-ribellione-di-george-floyd/). Un’idea analoga sta alla base di ciò a cui Moten e Harney si riferiscono in The Undercommons come «the surround».

6 «Cos’è una richiesta? […] [È] un contratto, la data di scadenza garantita della propria lotta, le condizioni per la sua conclusione», Johann Kaspar, We demand nothing, «Fire to the Prisons»,7), 2009; poi in «The anarchist library» (https://theanarchistlibrary.org/library/johann-kaspar-we-demand-nothing).

7«Sono piuttosto i gesti che ci usano come i loro strumenti, i loro portatori, le loro incarnazioni», Milan Kundera, L’immortalità (1990), Milano, Adelphi, 1993, capitolo 2.

8Con «politica» intendiamo quei conflitti all’interno della vita quotidiana che si intensificano al punto che bisogna schierarsi, dove la neutralità non è più possibile. Quindi non ci sono gesti o pratiche specificamente politiche (parlare, discutere, votare, ecc.). Lo stesso vale al contrario: tutti i gesti, tutte le pratiche sono potenzialmente politici, o pre-politici, compreso il discorso – a condizione, naturalmente, che si parli dall’interno di una polarizzazione, non dall’alto. Quando un conflitto diventa abbastanza intenso, gesti e relazioni precedentemente innocui diventano improvvisamente iper-potenziati e attirano altre forme e materiali nel vortice. Più tardi, una volta che il conflitto si placa, le pratiche o gli slogan polarizzati vengono riassorbiti nella banalità della vita quotidiana, oppure abbandonati.

9 «Massa e classe non hanno gli stessi contorni né la stessa dinamica, benché il medesimo gruppo possa essere notato con i due segni […] I movimenti di massa si precipitano e si danno il cambio (o si smorzano per lunghi momenti, con lunghi stupori), ma saltano da una classe all’altra, passano attraverso mutazioni, liberano o emettono nuovi quanta che vengono a modificare i rapporti di classe,a rimettere in questione la loro surcodifìcazione e la loro riterritorializzazione, a far passare altrove nuove linee di fuga. C’è sempre una carta variabile delle masse sotto la riproduzione delle classi. La politica opera per macrodecisioni e scelte binarie, interessi binarizzanti; ma il campo del decidibile resta di piccole proporzioni. E la decisione politica è necessariamente immersa in un mondo di microdeterminazioni, di desideri e di attrattive, che deve presentire o sondare in qualche altro modo», Gilles Deleuze, Félix Guattari, Mille piani. Capitalismo e schizofrenia (1980), Roma, Cooper-Castelvecchi, 2003, p. 317.

10 Per essere un po’ semplicistici, l’ipotesi operativa qui è che la diffusione dell’anarchia o dell’ingovernabilità offrano la via più opportuna per aprire un nuovo orizzonte di diserzione e invenzione comunista di massa. Tuttavia, poiché non possiamo sapere quale forma assumerà questo orizzonte, né vogliamo soccombere alla trappola profetica di chi «attende il miracolo», le scommesse sulle potenzialità rivoluzionarie devono allo stesso tempo essere radicate non in proiezioni probabilistiche ma nel nostro contatto sensibile con la realtà, il nostro senso di dignità e gioia qui e ora, nel mondo che è, non nel mondo che dovrebbe essere.

11 Sul tema della cooptazione di destra dei movimenti memetici, vedi nota 1.

12 Proprio come lo status trascendente delle merci sotto la religione sensoriale dello spettacolo dipende in «ultima istanza» dalla capacità della polizia di proiettare il suo potere ben oltre i suoi mezzi fisici, il saccheggio annuncia la restaurazione profana sia delle merci che dei poliziotti nel dominio del sensibile: d’ora in poi, la polizia è solo dove appare, proprio come le merci possono essere «possedute» solo a condizione che si possa trasportarle o consumarle sul posto. Riducendo il potere e il consumo al dominio del libero utilizzo, il saccheggio permette di sentire l’assenza di autorità in un modo altrimenti impossibile.

13Anche se un quadro completo dei fattori che hanno giocato in questa decisione non esiste ancora pubblicamente, alcuni dettagli sono raccontati in una prima intervista con il collettivo Liaisons. Cfr. Tutto sembra così fragile e potente allo stesso tempo. Una conversazione sulla zona autonoma di Seattle, «The New Inquiry», 16 giugno 2020; poi, in «Capre nere anarchiche» (https://caprenereanarchiche.noblogs.org/post/2020/09/06/tutto-sembra-cosi-fragile-e-potente-allo-stesso-tempo-una-conversazione-sulla-zona-autonoma-di-seattle/). Come ha mostrato la ribellione di Bogotà, non c’è alcun bisogno di imporre una scelta forzata tra occupazione e demolizione.

14Alcuni mesi dopo, delle Molotov sono state lanciate contro le finestre del tribunale della città di Kenosha, WI, ma nessun incendio si è innescato; anche un parole office minore è stato dato alle fiamme. Cfr. Fran, JF, Lane, In the Eye of the Storm: A Report from Kenosha, «Hard Crackers», settembre 2020 (https://hardcrackers.com/eye-storm-report-kenosha/).

15 Phil Neel giunge a conclusioni simili: «Nonostante le apparenze, anche la nascita della TAZ è stata un prodotto dell’iniziale asfissia del movimento. Oltre a fornire un certo stimolo spettacolare a eventi accaduti altrove e ad offrire un’esperienza di trasformazione per un ristretto gruppo di persone, la TAZ ha posto un sigillo di pietra su tutte le regressioni tattiche che avevano già preso forma nel momento in cui il movimento sociale istituzionalizzato si apprestava a strangolare il movimento reale sottostante. In effetti, allora, questa ribellione nazionale, innescata dai fuochi di posizione accesi in una stazione di polizia, ha visto terminare il suo primo atto in termini simmetrici quando i manifestanti si sono rifiutati di bruciare un’altra stazione, lasciata loro in seguito a una ritirata della polizia». Cfr. Phil Neel, The Spiral, «Brooklyn Rail», settembre 2020 (https://brooklynrail.org/2020/09/field-notes/The-Spiral-Epilogue-to-the-French-Edition-of-Hinterland-Americas-New-Landscape-of-Class-and-Conflict). Traduzione inedita.

16 Tiqqun, Il bell’inferno (2004), in «Rivista polemos» (https://www.rivistapolemos.it/il-bellinferno/?lang=it).

17 Tobi Haslett, Magic Actions. Looking back on the George Floyd rebellion, «N+1», maggio 2021 (https://nplusonemag.com/online-only/online-only/magic-actions/).

18 Laurent Jeanpierre, In Girum. Les leçons politiques des ronds-points, Paris, La Decouverte, 2019, p. 19. Come esempio particolarmente suggestivo di questa formulazione negativa, anche se forse in ultima analisi inadeguato, si può pensare alla recente descrizione svolta su Endnotes dei movimenti rivoluzionari dei nostri tempi in termini di «non movimenti», sulla scorta di Asef Bayat. Cfr. Onward Barbarians, «Endnotes» (https://endnotes.org.uk/other_texts/en/endnotes-onward-barbarians).

19 Ivi, pp. 27-29: «Secondo la maggioranza dei Gilet Gialli, la politica non trae la sua consistenza nel discorso, né è in primo luogo una questione di opinioni, di richieste o di programmi».

20 Maurice Blanchot, Affermare la Rottura (1968), ora in Id., Écrits politiques, Paris, Éditions Léo Scheer, 2003, pp. 104-106 (https://carminemangone.com/2013/02/26/maurice-blanchot-affermare-la-rottura/). Si trova qui una delle prime rigorose formulazioni della potenza destituente.

21 Hannah Black, Go Outside, «Art Forum», dicembre 2020 (https://www.artforum.com/print/202009/hannah-black-s-year-in-review-84376).

22 Anche se nessuno di questi esempi è libero da contraddizioni, testimoniano di una tendenza persistente tra gli insorti impoveriti e razzializzati verso un «livellamento», una «diserzione di massa» e (secondo la relazione del consiglio al governatore in seguito alla ribellione di Bacon) «vane speranze di strappare l’intero paese alle mani di sua Maestà e impadronirsene». Cfr. Howard Zinn, A People’s History of the United States, Harper Collins, 2005, pp. 41-42.

23 Kiersten Solt, Seven Theses on Destitution (After Endnotes), «Ill Will», February 2021 (https://illwill.com/seven-theses-on-destitution).

24 Maurice Blanchot, La comunità inconfessabile (1983), Milano, SE, 2002, p.50.

25 Keno Evol, Daunte Wright: A Billion Clusters of Rebellion and Starlight, «Mn Artists», aprile 2021 (https://mnartists.walkerart.org/daunte-wright-a-billion-clusters-of-rebellion-and-starlight).

26 David Galula, Counterinsurgency Warfare: Theory and Practice, Westport, Praeger, 1964, p. 95.

27 Laurent Jeanpierre, In Girum, cit., p. 19.

28 Come osserva Phil Neel, poco importa se i militanti di sinistra che mettono in atto questa repressione sostitutiva siano consapevoli del loro autentico ruolo politico, o se collaborino esplicitamente o meno con la polizia. Il fatto che «ritengano seriamente di contribuire al movimento, anche mentre lo soffocano» rende l’intera operazione ancora più efficace. Cfr. Phil Neel, The Spiral, cit.

29 «Così fece Las Casas, e i coltivatori scesero a patti. A spade sguainate contro la schiavitù degli “indiani”, la vedevano allo stesso modo sulla schiavitù dei “neri” […] la giustizia per i nativi fu comprata al prezzo dell’ingiustizia per gli africani. Il belligerante protettore dei nativi divenne il benevolo promotore della schiavitù nera e della tratta degli schiavi», Eric Williams, From Columbus to Castro. The History of the Caribbean 1492-1969, New York, Vintage Books, 1970, p. 43. Nonostante Las Casas abbia poi ritrattato questa suggestione, Williams nota che questo ripensamento non contraddiceva la sua grammatica anti-nera, enfatizzando piuttosto un «errore empirico» circa la fisionomia africana che non la totale mancanza di un giudizio morale universale sulla dignità di ogni vita.

30 Bartholomé de Las Casas è stato un conquistatore spagnolo, che in seguito ha tentato di impedire (o, laddove fosse impossibile, di porre rimedio) l’ondata di violenza genocida scatenatasi sui nativi americani durante le prime fasi della colonizzazione dell’America Centrale. Nel corso delle sue udienze con il Re, Las Casas adottava un approccio strategico, mettendo in discussione non tanto la legittimità per sé della Conquista quanto i metodi impiegati, insistendo sull’urgenza morale e materiale-finanziaria di introdurre ordine e sorveglianza nelle missioni coloniali nella speranza di controllare la violenza efferata dei coloni. In questo, potrebbe essere considerate il progenitore di progetti quali le commissioni di vigilanza poliziesca e altre riforme politiche volte a contenere la violenza dello stato senza rinunciarvi. Al contempo, Las Casas fu anche tra i primi europei a sostenere la «giusta causa» di una guerra armata per l’autodeterminazione da parte degli «indiani», e per questo è stato a lungo considerato un progenitore delle politiche abolizioniste e di decolonizzazione. Che si scelga di enfatizzare il suo ruolo di colonizzatore, di riformatore umanistico o di partigiano della decolonizzazione (o un amalgama dei tre), è certo che, nella sua nascente consapevolezza che «civilizzazione è plurale, non singolare», nella sua sensibilità alla «discontemporaneità degli sviluppi storici e alla relatività della posizione europea» (cfr. Hans Magnus Enzensberger, Las Casas, o uno sguardo indietro nel futuro, in Id., Zig Zag: saggi sul tempo, il potere e lo stile, Torino, Einaudi, 1999, pp. 90-93), Las Casas non fu solo il primo soggetto autenticamente moderno, ma la figura che meglio esemplifica l’apparato tramite il quale la moderna coscienza politica si estende sulla conoscenza attraverso la sussunzione dell’alterità e lo stratagemma dell’analogia con il quale la modernità cerca di governare ciò che sta al di fuori di sé.

31 Lawrence Clayton, Bartolomé de las Casas and the African Slave Trade, «History Compass», 7, 6, 2009.

32 Ronald Judy, (Dis)forming the American Canon: African-Arabic Slave Narratives and the Vernacular, Minneapolis, University of Minnesota Press, 1993, p. 81.

33 Judy, (Dis)forming the American Canon, cit., p. 83: «Il pensiero, in quanto parte dell’essenza dell’uomo, è considerate ciò che ci permette di distinguere il bene dal male, ma lo fa entro un ordine universale che traduce logicamente i prima praecepta in precetti secondari che funzionano come base di ogni codice di comportamento sociale».

34 Questa analogia getta le fondamenta per «l’insieme intra-coloniale di questioni fondative dei dilemmi etici [occidentali] (ossia marxismo, femminismo, psicanalisi). Cfr. Frank B. Wilderson, Red, White, and Black: Cinema and the Structure of U.S. Antagonisms, Durham, Duke University Press, 2010, 215-219.

35 Ivi, p. 219.

36 Lo sforzo di posizionare una politica vitalista riabilitata al servizio di un movimento giovanile anticapitalista e antifascista ha dei precedenti non solo negli «indiani metropolitani» dell’Autonomia italiana (e forse già attorno al circolo di Cesarano dieci anni prima), ma anche nei gruppi rivoluzionari americani degli anni ’60 e ’70, come MOVE o Up Against the Wall / Motherfucker. Sul vitalismo di destra e di sinistra, cfr. Alberto Toscano, Vital Strategies. Maurizio Lazzarato and the Metaphysics of Contemporary Capitalism, «Theory, Culture, and Society», 24, 6, novembre 2007, pp. 71-91.

37 Sonali Gupta, H. Bolin, Virality. Against a Standard Unit of Life, «e-flux», febbraio 2021 (https://www.e-flux.com/journal/115/373014/virality-against-a-standard-unit-of-life/).

38 In uno dei testi migliori composti la scorsa estate, The Siege of the Third Precinct of Minneapolis: An Account and an Analysis (CrimethInc, June 2020, disponibile al link: https://it.crimethinc.com/2020/06/10/the-siege-of-the-third-precinct-in-minneapolis-an-account-and-analysis), entrambi i dinamismi sono teorizzati esclusivamente dal punto di vista dell’agenda della rivolta politica. Nonostante la teoria della composizione offerta in questo testo giungesse quanto più vicino possibile a descrivere l’animo organizzativo «sul campo», è forse troppo frettolosa nel sussumere ogni aspetto della situazione in un solo tipo di folla. Secondo gli autori, la caratteristica principale che ha permesso ai saccheggiatori di acquisire un «ruolo» entro la composizione di folla della rivolta politica (insieme a medici, tiratori, puntatori di laser, responsabili del sound system o della comunicazione, ecc.) è l’aver contribuito all’ingovernabilità generale della situazione complessiva. Se da un lato questa fretta è comprensibile a partire dallo sguardo ristretto portato nell’articolo, che mirava a mappare la costellazione di forze che ha portato al rogo del Terzo distretto, dal punto di vista di una più ampia teoria della folla insorta nel XXI secolo sembra importante riconoscere una differenza qualitativa tra questi due dinamismi rispetto ai loro obiettivi, alle loro movenze, all’orientamento nei confronti del nemico, ecc. Tra rivolta politica e rivolta da vetrina si individuano infatti due tipi diversi di folla: anche quando coesistono da una sponda all’altra del medesimo parcheggio, come nel caso del negozio Target di fronte al Terzo distretto, passare dall’una all’altra richiede una mutazione e un divenire, una «restrizione» e un «allentamento», come afferma Elias Canetti.

39 Certo, vi sono molte varianti locali; alle volte una delle due rivolte domina sino a escludere l’altra. Per esempio, la lunga estate di Portland è stata marchiata da una rivolta politica estremamente sostenuta ma pressoché priva di saccheggi, mentre le rivolte delle vetrine a Chicago hanno avuto luogo senza alcun attacco alla proprietà statale o scontri stabili tra folla e polizia.

40 Sulla distinzione tra manifestanti «buoni» e «cattivi», cfr. Nevada, Imaginary Enemies: Myth and Abolition in the Minneapolis Rebellion, «Ill Will», novembre 2020. (https://illwill.com/imaginary-enemies Where the state doctrine speaks of “good” and “bad” rioters, we speak of political riots and storefront riots). (Cfr. anche Riflessioni sugli sfasci in manifestazione e sugli avvenimenti del 1º maggio, «Paris Luttes», maggio 2018 https://postaz.noblogs.org/post/2018/05/11/riflessioni-sugli-sfasci-in-manifestazione-e-sugli-avvenimenti-del-1o-maggio/ ndt).

41 Shemon e Arturo hanno svolto un’analisi ammirevole della pratica del saccheggio automobilistico dopo l’omicidio di Walter Wallace a Philadelphia. Cfr. Shemon, Arturo, Cars, Riots, and Black Liberation, «Mute», novembre 2020 (https://www.metamute.org/editorial/articles/cars-riots-black-liberation). Ciò nonostante, si dovrebbe aggiungere che la genealogia della guerra veicolare non si limita in alcun modo alla lotta per la liberazione nera. Dagli [slowroll] di Black Smoke Matters allo sciame di 3000 motociclette nel corso della rivolta a Porto Rico, fino al taxi mob volontario di Hong Kong, che ha permesso ai manifestanti di fuggire dai guai, l’impiego tattico di veicoli di proprietà personale è divenuta una caratteristica sempre più generale nella grammatica dell’azione globale. Se ognuno di questi casi rappresenta certamente un’innovazione tattica nella mobilitazione dei veicoli personali come forza di intervento, laddove si tratti invece di considerarne il loro impiego come arma bisognerà guardare al 2016 – quando, all’apice degli scontri a Standing Rock, i veicoli personali sono stati trasformati in barricati per bloccare l’arteria principale sino al cantiere della DAPL [Dakota Access Pipeline], prima che venissero dati alle fiamme quando la polizia aveva mosso un attacco ai manifestanti che li presidiavano. Un anno dopo, la destra ha replicato a Standing Rock: James Fields si è infatti deliberatamente lanciato a bordo della propria auto su una folla di antifascisti a Charlottesville, nel 2017, uccidendo Heather Heyer. Da allora, i mezzi di trasporto sono divenuti un elemento tattico e affettivo permanente degli scontri di strada, dalle Covid Caravans alla prima fallimentare apparizione delle flottiglie tra i sostenitori di Trump. Non c’è niente di più americano di portarsi in manifestazione l’intero contenuto di un garage.

42 Il concetto di destituzione era stato glossato in una lettera pubblicata da Ill Will lo scorso anno: «da un lato, la destituzione si riferisce allo svuotamente delle finzioni governative (le sue pretese di universalità, imparzialità, legalità, consenso); dall’altro, al ripristino della positività e alla pienezza dell’esperienza. I due processi sono legati come i due lati di una nastro di Möbius: ovunque gli esclusi, gli inermi, chiunque sia solitamente consegnato a un’esistenza da spettatore nel mondo, prendano improvvisamente parte della propria situazione, partecipanti attivi di una polarizzazione etica, la classe dominante è trascinata senza scampo nella polarizzazione e non può evitare di esibire il proprio carattere partigiano. La polizia ritorna così ad essere un’altra gang tra le gang».

43 Come recentemente osservato da Shemon e Arturo, c’è un «chiaro limite tra la rivolta e lo sciopero logistico»; sarebbe perciò poco realistico aspettarsi da BLM una modalità di azione che invita al salto verso il livello delle azioni industriali nelle fabbriche, nei depositi e nei porti. Cfr. Shemon, Arturo, After the Tear Gas Clears, «It’s Going Down» (podcast: https://itsgoingdown.org/after-the-tear-gas-clears-a-discussion-on-the-revolutionary-horizon-post-rebellion/). Wendy’s, ad Atlanta, è un’eccezione a questa regola, dal momento che la scelta del luogo non obbediva a nessuno dei due orizzonti qui indicati; sembrava anzi non avere alcun orizzonte se non se stesso.

44 È un fatto occasionalmente rimarcato anche dai poteri dominanti. Il presidente cileno Sebastián Pinera, ad esempio, ha dichiarato: «Siamo in guerra contro un potente nemico […] siamo estremamente consapevoli che loro [i manifestanti] hanno un grado di organizzazione anche logistica tipica di un’associazione criminale» (20 ottobre 2019).

45 L’occupazione di Wendy’s ad Atlanta è un’eccezione alla regola, avendo avuto luogo in un quartiere povero e a maggioranza afroamericana, lontano sia dalle sale del potere che dalle vetrine.

46 Al riguardo, cfr. la discussione in merito a destituzione e luogo in Wohleben, Torino, Meme con la forza, alla nota 1.

47 Come illustrato all’epoca da un insegnante delle scuole medie a NPR, «lasciamo passare le auto, ma non i tir che trasportano beni per multinazionali come Wal-Mart e Coca-Cola».

48 Al riguardo, cfr. K.N., Paul Torino, Life, War, Politics, cit., alla nota 5. Tra i migliori esempi delle difficoltà in gioco nell’ingaggiare un «conflitto nel conflitto» vi è sicuramente lo sforzo da parte dei residenti della ZAD di Notre-dame-des-landes di modificare la cornice della propria lotta dopo che lo stato aveva di fatto riconosciuto la loro vittoria, cancellando i piani di costruzione dell’aeroporto che la ZAD intendeva bloccare. Cfr. Mauvaise Troupe, Considérations sur la Victoire (et ses consequences). Depuis la zad de Notre-Dame-des-Landes, «Lundi Matin», ottobre 2019 (https://lundi.am/Considerations-sur-la-victoire-et-ses-consequences-depuis-la-zad-de-Notre-Dame).

49 Sulla rivolta cilena e l’idea dei «marcatori ritmici» grazie ai quali è stata in grado di espandersi, Rodrigo Karmy Bolton, The Anarchy of Beginnings. Notes on the Rhythmicity of Revolt, Ill Will, May 2020 (https://illwill.com/the-anarchy-of-beginnings-notes-on-the-rhythmicity-of-revolt). È importante sottolineare che il concetto sviluppato da Karmy resta ambivalentemente situato tra il problema trotskista della «convergenza delle lotte» (che l’autore, pensando all’evento cileno, cerca con ogni evidenza di evitare), e un’altra immagine virale della politica alla quale non riesce a dare nome. Lungi dal decretarne il fallimento teorico, questa ambivalenza è, con ogni evidenza, il dilemma strutturale della nostra epoca.

COSTRUIRE IL FUOCO E NON ADORARNE LE CENERI

di  Rattas de ciudad

Note sul movimento studentesco in Messico

Sono le 3:30 del pomeriggio, è il 3 settembre 2018, siamo in una delle più grandi metropoli del mondo: Città del Messico. 

Una manifestazione studentesca inizia ad organizzarsi, si dirige verso la torre del Rettorato, il simbolo più evidente dell’ordine gerarchico dentro l’ UNAM, la più grande università pubblica Messicana, che ha anche un ampio settore di istruzione secondaria.

Studenti del colleggio CCH Oriente, Vallejo e Naucalpan, insieme alle scuole secondarie numero 5, 6 e 9, e la Facoltà di Lettere, sono tutti riuniti per sostenere le richieste dei CCH Azcapotzalco. 

Alle loro richieste si sono uniti studenti della CCH Oriente, chiedendo giustizia per il femminicidio della loro compagna di studi Miranda Menoza Flores, 18 anni, scomparsa davanti all’uscita del CCH il 20 agosto scorso, e il cui corpo, sepolto nel cemento, è stato trovato il giorno successivo in una strada che collega Città del Messico con il limitrofo Stato del Messico, Stato in cima alla lista per femminicidi di un paese femminicida.

Già da mesi gli studenti erano entrati in agitazione: “non ci sono insegnanti, non ci sono aule, ma c’è la corruzione” è uno degli slogan. 

Il 25 agosto avevano iniziato uno sciopero dopo la rimozione arbitraria dei murales fatti dagli studenti della scuola in ricordo del massacro del 1968 e della lotta di liberazione degli zapatisti. E contro il pagamento di una tassa inesistente nei regolamenti, contro i maltrattamenti, l’arroganza, il finanziamento di gruppi di “porros”[1] e la chiusura di spazi di libertà di espressione.

Il giorno dopo l’inizio dello sciopero, gli studenti sono stati attaccati dai “porros” con bombe carta e bastoni.

Il 3 settembre, i rappresentanti delle assemblee di questi istituti stavano leggendo una petizione con le loro richieste nel piazzale antistante il rettorato, quando improvvisamente vengono brutalmente attaccati da un gruppo di più di trenta “porros”. L’attacco avviene con petardi, pietre, molotov, bastoni e coltelli. Molti studenti rimangono feriti, uno studente – Emilio Aguilar Sanchez – del Liceo 6 viene accoltellato e colpito all’arteria iliaca, mentre Joel Garcia Meza, allievo di Studi latino -americani presso la Facoltà di Lettere, viene perforato da una lama al rene destro, oltre a riportare varie fratture al naso e un trauma cranico. 

1. L’anomia interna all’UNAM  

Un tale dispiegamento di forze, sospettosamente eccessivo, ha generato il più tipico degli effetti che il potere produce quando fa mostra della sua potenza: un terrore diffuso che ti induce a chiedere protezioni agli stessi che hanno messo in piedi questa “dottrina del terrore”.

Non è necessario avere una mente complottista per comprendere la vera cospirazione che “porros”, Auxilio UNAM (sorveglianza autonoma dell’università) e le autorità “al comando ” – come le ha descritte un lavoratore di Auxilio UNAM riferendosi alle persone che gli hanno ordinato di non intervenire durante l’attacco agli studenti – hanno concertato quel giorno: quello che ha avuto luogo durante l’attacco del 3 settembre è una chiara coordinazione tra forze istituzionali e giuridiche dell’UNAM e forze informali: i “porros”. 

Le irregolarità in questo attacco – inspiegabili per chi rispetta l’istituzione più di qualsiasi altra cosa – erano: l’accesso degli autobus che hanno trasportato il gruppo dei porros fino ad un parcheggio al quale possono accedere solo i giocatori della sezione universitaria di calcio; la presenza di Gesù Teófilo Licona, alias “El Cobra”, ex-Coordinatore della società di sorveglianza dell’UNAM, che quel pomeriggio è stato ripreso dalle telecamere di sicurezza interne mentre coordinava l’attacco e dava pacche sulle spalle ai “porros” per esprirmere il suo entusiasmo rispetto al loro operato.

L’insieme di molte irregolarità nel corso di poche ore evidenzia paradossalmente, un risvolto di cio che a tutti i costi volevano nascondere: la perfetta coordinazione fra le istituzioni della UNAM e i loro “anomali” gruppi armati .

L’UNAM, nelle sue vesti di “istituzione onorevole”, ne esce così illesa, malgrado siano numerosi gli studi storici sul “porrismo” che mostrano chiaramente come partiti politici e autorità univeristarie ne abbiano fatto – e ne facciano ancora – un vergognoso ‘uso strumentale.

 Il “porrismo”, quindi, è solo un esempio che rivela uno degli aspetti di cui nessuna istituzione – organizzata per sistemi di norme e che si ponga l’obiettivo di governare il comportamento della popolazione – può fare a meno: un braccio armato irregolare che interviene quando serve per attuare il suo piano di governabilità. 

Il terrore è già una forma normalizzata di governo in Messico, per il semplice fatto che le più diverse componenti della popolazione, anche solo psicologicamente, ne hanno sperimentato – e ne sperimentano – gli effetti anche in altri ambiti: dai trafficanti di droga, alle organizzazioni paramilitari e a tutti quei “gruppi di attacco” cui lo Stato messicano delega il lavoro sporco che le “forze ufficiali” non sempre possono fare senza rischiare che la loro legittimità si sgretoli.

Comprendiamo facilmente come la strategia, sia dentro l’UNAM che fuori, sia quella di una divisione in sfere spaziali, temporali e discorsive separate, introducendo elementi di divisione tra studenti e non studenti, cittadini e non cittadini, legali e illegali, quando in realtà si tratta di identità coesistenti e intercambiabili.

Secondo una dichiarazione del ex-Rettore il “porro rappresenta l’Anti-Universitario per eccellenza”.

Nel 2014, ad esempio, è stato chiaro che la responsabilità della scomparsa di 43 studenti della normale di Ayotzinapa era del Narco-Stato messicano, il nemico era altrettanto chiaro: “è lo Stato “. Quei giorni di mobilitazione misero uno accanto all’altro gli studenti della città, soprattutto delle scuole medie superiori, con quelli delle scuole rurali e con la forza delle loro forme di protesta. I blocchi, il fuoco, i sabotaggi sono stati in quel momento vissuti più da vicino, in tutti i sensi.  In quel momento era più evidente che chi condannava quelle forme di lotta come illegittime erano i liberali o i fascisti, e che la loro funzione era di contrastare ogni forma autonoma di insorgenza.

Quando militari e/o polizia commettono massacri di civili, il dispositivo statale perde la sua legittimità e si produce un divario incolmabile tra il governo e la popolazione, tra le norme e la realtà: Acteal 1997, Atenco 2006, Iguala 2014, sono solo alcuni degli eventi che si possono ricordare negli ultimi venti anni.  In realtà, così come la fossa comune funge da paradigma per comprendere il capitalismo (bio o necropolítico), ciò che è accaduto in Messico con i 43 studenti Ayotzinapa deve essere inteso non come eccezione, ma come la regola non detta eppure nota a tutti coloro che abitano questo Paese. Gli elementi anomici al servizio del potere sono, quindi, quegli elementi da cui il potere non può prescindere per mettere in atto le sue strategie. Nel caso dell’UNAM, la funzione dei “porros” è quella di intervenire per ripristinare l’ordine istituzionale quando nè l’Auxilio né l’illusione di una “comunità universitaria” sono in grado di farlo.  

La proposta di far accedere nelle univesità la forza diretta dello Stato, piuttosto che le sue articolazioni infami, si traduce così in una sorta di riconoscimento ufficiale dei diversi gruppi di attacco che si scontrano all’interno dell’UNAM: significa, in sostanza, sostituire organizzazioni non ufficiali, il cui uso della violenza non è legalizzato o canalizzato sistematicamente, con altre considerate ufficiali. Ma, fenomenologicamente, non vi è alcuna differenza tra l’azione dei “porros” e quella della polizia. Vi è solo una differenza giurisdizionale. Lo slogan che entrambi portano è quello di difendere la società, di fatto, agendo come sovrani. 

2. L’universitarismo come apparato di cattura

Superare la dimensione studentesca o universitaria non è solo necessario, ma auspicabile per formulare un’analisi più coerente della realtà che ci si pone di fronte. Recentemente, un professore di scienze politiche dell’Unam ha detto che questa università sarebbe una sorta di “termometro” della situazione politica generale in Messico. La trappola insita in questa diagnosi/tesi è che, implicitamente e ingenuamente, formula una soluzione di sicurezza per l’UNAM, il cui ordinamento poliziesco sarebbe replicato magicamente in tutto il paese. Del resto, il “porrismo” funziona efficacemente nel microcosmo dell’UNAM come il “traffico di droga” e i gruppi paramilitari funzionano nel macrocosmo messicano, dove “la guerra contro il traffico di droga” è il nome che si dà alla guerra civile che porta avanti questo Stato, colluso con compagnie minerarie, cartelli della droga, multinazionali di altri Stati, e impegnato a contrastare tutti quegli elementi che sfuggono al suo controllo o che, piuttosto, potrebbero essere valorizzati in termini di “risorse”. Un esempio tra tutti sono le sanguinose strategie di espropriazione che il capitalismo pratica continuamente in Messico.

È una situazione  molto più complessa, in comparazione con i  problemi interni nella nicchia dell’UNAM, dove il “porrismo” è solo una delle biforcazione con cui la “politica universitaria” opera nel paese. Omettendo la storia delle sue origini coloniali o il suo processo costitutivo moderno, positivista e liberale, durante quasi tutto il XX secolo l’UNAM e’ stata il centro di formazione, il prodotto e il laboratorio, del PRI e, di conseguenza, di tutti i gruppi che aspiravano al potere in Messico. 

La storia politica dell’UNAM corre parallela a quella dei leader politici del paese. Tuttavia questo non significa, come è stato detto, che l’attacco del 3 settembre sia stato un modo per mettere sotto controllo la “transizione vellutata” tra i governi entranti e quelli uscenti, percè il rischio di quest’ottica è quello di incappare nella trappola della “stabilità”.

Più che da termometro, l’UNAM può fungere da osservatorio per comprendere quei processi che i liberali – di destra e di sinistra – continuano a chiamare la “democratizzazione” del Paese. Quello che è avvenuto è stato, prima la pacificazione forzata, che si è sviluppata con la vittoria della prima tecnocrazia – grigia, burocratica, nazionalista –, poi con la presa del potere da parte della cupola neoliberista e con la recente restaurazione della figura del “laureato della UNAM” (“el licenciado”), onesto, semplice, discreto, come una icona del paese e del cittadino desiderabile. Per questa ragione, nell’ultimo mese, hanno preso piede all’interno delle assemblee universitarie tutti gli opportunismi dei trotskisti e di coloro i quali aspirano ad ottenere una fetta della torta del potere a suon di petizioni e indignazione.

Ecco perché la democratizzazione è stata, almeno per cinquant’anni, una delle terminologie più utilizzate in tutti quei “movimenti studenteschi” che l’UNAM ha creato e monopolizzato.

Tuttavia, è noto che “democratizzazione” è l’eufemismo che la sinistra, piena di sensi di colpa, usa per richiedere l’immediata incorporazione nell’apparato statale. Non è un caso, quindi, che la narrativa liberale sulla “transizione democratica” messicana sia iniziata con il movimento studentesco del 1968 e culminata in una serie di rotture dentro il PRI ( partito rivoluzionario indipendente, al governo del Messico negli ultimi 70 anni), che hanno permesso l’ingresso della sinistra nei luoghi del potere statale. O che i personaggi più ridicoli e visibili degli scioperi del Consiglio Studentesco Universitario nel 1987-1988 siano ora uno dei gruppi più potenti, all’interno del governo appena eletto.

Forse l’unico movimento che è stato in grado di rompere con le forme della politica universitaria – e, con questa, di tutta la mediocre storia della politica messicana – è stato lo sciopero del 1999-2000. Chiunque abbia ascoltato quelle storie, considerando che è una forma organizzativa ancora esistente, sa che la posta in gioco, insieme alla lotta per l’educazione gratuita, è stata la trasformazione degli spazi universitari in spazi veramente politici, collettivamente occupati, deviati dai loro soliti canali, aperti a tutti i tipi di potenziale al di là della “vita studentesca”.

Le petizioni “universali”, emesse in quel periodo, erano un di più rispetto alla vera rivolta che puntava alla trasfigurazione materiale del tempo. Il movimento, insomma, aspirava a molto di più che al miglioramento delle condizioni di vita degli studenti o alla “democratizzazione dell’UNAM”, il cui unico obbiettivo non è altro che la sostituzione di un potere con un altro. Era, in realtà un mettere collettivamente in discussione la destituzione della miseria esistente. Un fatto che può avvenire solo in una sperimentazione politica dove quello che si mette in gioco sono le forme stesse del esistenza. È forse questa componente destituente e il suo esodare della debole struttura studentesca che fa dello sciopero del 1999-2000, il principale oggetto di ripudio sia per “i buoni studenti universitari” che per i porros, la cui complicità segreta venne resa evidente in questa rivolta.

La risposta delle autorità universitarie e del governo federale a quello sciopero selvaggio di oltre 9 mesi continua a essere il modello secondo cui le autorità hanno neutralizzato tutti i movimenti studenteschi che corrono il rischio di diventare pericolosi, cioè che mirino ad eccedere il loro quadro. Da un lato, la repressione aperta e brutale di coloro che sostengono materialmente un movimento e, dall’altro, la produzione di un’immagine di ciò che l’Università dovrebbe essere, i suoi studenti e le sue forme: uno “spazio educativo di eccellenza”, costituito da studenti laboriosi e discreti, profondamente orgogliosi della loro formazione liberale, il cui ABC è già stato definito dalla ridicola campagna “Valori dell’UNAM” ​​[4]. Uno studente che diventerà, ovviamente, il modello del funzionario meritocratico per il prossimo mandato presidenziale. Ecco perché non è un caso che il rettore incaricato di gestire questo doppio movimento, dopo lo sciopero del 1999-2000, sarà il prossimo responsabile della vendita di quell’immagine in tutto il mondo: il futuro ambasciatore messicano all’ONU.

Un caso opposto è il “movimento studentesco” del 2012. Questo è stato il momento in cui la depoliticizzazione assoluta degli studenti si è cristallizzata. Non è un caso che #YoSoy132 sia iniziato con un video in cui gli studenti di una scuola privata d’elite mostrano le loro credenziali per identificarsi come membri autentici, puri e puliti di quella istituzione.

In quella scuola la credenziale funziona anche come una carta di debito.

Nessuno esprime più pienamente il pathos di “orgoglio” di un bravo studente: la loro intera identità è modellata per coincidere perfettamente con l’istituzione, davanti alla quale prostrarsi in un rapporto di rispetto, obbedienza, ammirazione e debito. Non è raro sentirli dire che “Devo tutto all’università” e che, proprio per questo motivo, metterebbero ciò che resta del loro corpo per difenderla.

“Yo soy 132” è stato anche il luogo dove la parola d’ordine della democratizzazione ha raggiunto la sua più chiara espressione con la campagna “democratizzare Televisa”, vale a dire la principale agenzia di comunicazione rappresentante l’ideologia statale, che la popolazione messicana ha subito durante  tutto il XX secolo. In uno dei suoi momenti più tristi, il movimento # YoSoy132 ha proposto di occupare Televisa per trasmettere “documentari” a livello nazionale usando la sua tecnologia. Anche se, ovviamente, questo non è mai accaduto, la mera proposta riassume ciò che questa volontà di democratizzare i movimenti costituenti significhi.

Tutto quello che la “creatività orizzontale della moltitudine” vuole è questa democratizzazione, e sarà lo Stato a fornirla.  In fondo questa democratizzazione, altro non è che una guerra per l’egemonia, che come già detto, ha l’obbiettivo di integrare nella catena di comando i boia che dominano e schiacciano questa società, ben evidente nelle demarcazioni sempre più grossolane che “gli studenti universitari” demarcano tra loro e chi rifiuta di integrarsi nel loro progetto necessariamente classista e razzista.

Perché, come ogni discorso di unità, non può evitare di cadere nei giudizi di purezza e discriminazione; un buon esempio di questo è stata la recente campagna “Non è tuo amico, è un narco”, dove le autorità universitarie hanno usato la sagoma di un giovane uomo, con chiari determinismi socio-darwiniani, per indicare i “narcomenuditas/spacciatore come l’ unico responsabile della violenza dentro l’UNAM. Ciò che più fa entrare in crisi la soggettività dello “studente universitario” è stato sin dalle sue origini un odio irresistibile nei confronti del plebeo.

Non è un caso che “per la mia razza parlerà lo spirito”, slogan creato dal filonazista cattolico José Vasconcelos, continua ad essere, dopo quasi cento anni, il motto principale dell’UNAM. Da allora non c’è un momento più grande di esaltazione per uno studente che arrogarsi il diritto di indicare qualcun altro come un corpo esterno all’ Università – e, quindi, pericoloso. Allo stesso modo, le denunce liberali contro i gruppi anarchici partono proprio da questo pathos xenofobo: esiste un modo preciso di essere uno studente, e la coincidenza della propria vita con quella forma istituzionale è l’unica garanzia che la vita sia propriamente una vita valida , cioè, convalidato da un’istituzione. Chiunque osi sperimentare o produrre uno stile di vita autonomo diventerà automaticamente un dissidente, sarà squalificato e, in definitiva, si cercherà di reprimerlo per mezzo della forza pubblica.

3 L’uscita dalla “democratizzazione”.

Sono le prime ore di Martedì 2 ottobre 2018. È passato un mese dall’attacco dei Porro e cinquant’anni esatti dal brutale massacro di Tlatelolco, che ha messo fine al movimento del 1968. La torre del Rettorato diventa lo schermo di un piccolo spettacolo di luci: sulla facciata appare la scritta “Mai più” e una colomba bianca ferita da una baionetta militare, uno dei simboli più diffusi di quell’anno. Al mattino, i rappresentanti del governo entrante fanno una cerimonia ufficiale – quasi una messa – nella piazza principale della città. L’Università organizza colloqui, mostre e conferenze; tutti i membri della classe politica – e tutte le piccole celebrità liberali – emettono  tweet in “memoria” delle vittime. 

Nel suo discorso ufficiale, il rettore dell’UNAM chiarisce quale sia la posizione condivisa dall’istituzione, dagli studenti, dagli insegnanti e dagli alunni: “Dobbiamo recuperare l’utopia del 68. La sua eredità non ha nulla a che fare con il sciopero del 99».

Non può esserci miglior immagine di un movimento studentesco trionfante: la sua piena incorporazione nell’apparato statale, la sua conversione in una liturgia civile completamente priva di significato politico, ma ordinata secondo un rigoroso cerimonaile, qualsiasi gesto politico, qualsiasi espressione di conflitto è definitivamente terminata. I funzionari e i commentatori più audaci difficilmente osano dire che “le richieste del 68 sono ancora valide”.

La dichiarazione del Rettore è chiara e trasparente, ma la sua comprensione sfugge a molti di quelli che chiedono “di non dimenticare”.

Da un lato, la feticizzazione democratica della memoria, e la sua progressiva strumentalizzazione. Il movimento del ’68 è stato trasformato in un momento di pura storia istituzionale, dove lungo la linea temporale le peggiori avversità del passato sarebbero state superate. Dall’altro, una storiografia statalista descrive un unico continuum omogeneo e vuoto: la crescente democratizzazione del paese come indice di progresso e di libertà in Messico. In più, quando si affronta l’autoritarismo “del passato” nel descrivere i massacri, si utilizza sempre un tono “sacrificale”, un esempio è una delle tante riflessioni, nel quale si dichiara che ci fù “un terremoto storico che cambiò la vita politica del Messico in meglio”, senza mai menzionare gli omicidi occorsi.

In effetti, i liberali sanno che il sistema politico messicano ha raggiunto la maturità quando la sinistra è arrivata al potere, come Lopez Obrador ha detto in un discorso tre giorni prima del 2 ottobre, nella stessa piazza delle Tre Culture, chiedendo il perdono delle colpe lontane e recenti delle Forze Armate. Non c’è democrazia più perfetta della successione ordinata della potere e dell’uso legale della violenza da parte dello Stato per gestire un territorio e una popolazione. 

Dall’altro lato, c’è la forza che può generare uno sciopero come quello del 1999. Un potere collettivo che nessuna grande storia è in grado di recuperare, non un “modello” di movimento studentesco, da poter essere studiato nelle tesi di laurea o nei libri, al contrario, la sua evocazione mette ancora più in ridicolo le forze istituzionali.

Questo movimento studentesco sapeva che il governo doveva in tutti i modi reprimerlo, perchè si era impegnato nella firma dell’accordo di libero commercio che imponeva la necessità di politiche educative finalizzate alla creazione e formazione dello studente adatto ad integrarsi in un mercato neoliberista.

Data l’importanza di questa lotta, il regime ha serrato le fila per affrontare la resistenza studentesca. Governo, datori di lavoro, partiti, media, chiesa, imprese, burocrazia sindacale e intellettuali hanno lanciato una crociata contro gli studenti, accusandoli di “aver  sequestrato l’UNAM”, “saccheggiato i locali”, e di essere “vandali, “terroristi”, che “vogliono solo mangiare gratis e ubriacarsi” (González de Alba, membro del movimento studentesco del ’68). Ancora oggi, il concetto di “sciopero/Huelga” degli studenti è difficilmente nominato, si cerca invece di descriverlo con dei sinonimi come “sospensione delle lezioni”, “sospensione attiva” o, più recentemente, “autogestione”.

La “Huelga del 99” finì con un plebiscito promosso dal rettore e sostenuto dal PRD e da un centinaio di “personalità” accademiche varie legate al PRI, sindacalisti e intellettuali “progressisti”, come Elena Poniatowska, Carlos Monsiváis e il poeta Javier Sicilia, che decisero l’ingresso della polizia federale nella Unam e la detenzione di un migliaio di studenti.

Il 50° anniversario del 1968 coincide con la salita al potere di Lopez Obrador, una frazione della sinistra alleata con l’elite tradizionale del PRI, rappresenta un cambio di epoca. In effetti, è il punto più caldo della transizione democratica. Non siamo più di fronte ad un sistema autoritario sottosviluppato che gli intellettuali messicani, sostenuti dalle loro istituzioni culturali asservite, hanno cercato di declinare per più di sessanta anni, siamo di fronte a una democrazia perfetta: un apparato statale ben oliato da una serie di dispositivi governativi, gruppi legali e paralegali, responsabili di sostenere la violenza e il terrore nell’ordine delle cose. In un momento come questo, solo chi fa della paura il proprio orizzonte può lasciarsi confondere.

Per la prima volta in decenni, chi cerca di costruire una vita che non sia mediata dallo Stato o dall’Università o da qualsiasi altra istituzione, è completamente solo. Non c’è bisogno di sprecare il nostro spazio di condivisione e di energia con gli studenti i democratici, i funzionari al potere o i professori universitari. Costoro saranno, come sempre, dall’altra parte, cioè continueranno a lavorare per lo stato.

Noi staremo con quelli che si  organizzano, quelli che sanno che politicizzare le nostre forme di vita collettive o rompere delle vetrine sarà sempre molto più politico e felice di redigere un elenco di richieste.

Solo nell’abbandono dell’orgoglio studentesco, della politica universitaria, dell’incantesimo nei confronti dell’istituzione, e nella costante esplorazione delle nostre potenzialità collettive, possiamo tracciare un cammino

Nel movimento fugace dello scorso settembre ci sono stati  momenti politici di questo tipo, specialmente tra le generazioni che non sono cresciute nel militantismo più mite, ovvero quegli stessi che praticano una separazione ben delineata tra la vita e la politica e che una volta che terminano i loro “Anni gloriosi” delle assemblee studentesche, non sanno cosa fare delle loro vite ne come dargli un’evoluzione rivoluzionaria.

Non sorprende che siano state proprio le posizioni e i gesti non demcraticizzati ad essere i primi ad essere squalificati e odiati da coloro che assumono l’identità studentesca.

Ad esempio, nelle assemblee femministe separatiste, non si scrivevano petizioni, ma si aumentava la forza collettiva e di condivisione, si affilavano le armi: “Non si tratta di essere riconosciute dal machismo, si tratta di estirparlo”.

E ‘stato proprio perché l’attuale potere esercita il suo maggior dominio prima di tutto sulle vite delle femministe, che le ha spinte a istanze più rivoluzionarie, non per scrivere petizioni, ma per politicizzare la vita collettiva al di là di ogni divisione tra pubblico e privato. Questo modo di organizzarsi si è tessuto tra le femministe dopo le manifestazioni del 2017 per l’omicidio di Lesvy [6] avvenuto dentro l’Unam, quando hanno messo in discussione la costituzione stessa della UNAM, il cui “Protocollo per la gestione dei casi di violenza domestica” si è dimostrato, in più di una occasione insufficiente e a volte quasi di supporto ai femminicdi, che si sono svolti all’ interno dell’Unam.

Anche i gruppi che hanno occupato nuovi spazi all’interno dell’università per organizzare workshop di autodifesa o addirittura di twerk[7], nonostante venissero accusati sia dai militanti di professione, che dai “buoni studenti” di una “mancanza di contenuti” hanno al contrario reso chiaro che è la petizione e il dialogo ad essere inutile.

Questi gruppi, hanno invece fatto emregere tutta la positività che può esserci nell’organizzarsi oltre i dispositivi che catturano la vita, o i sistemi che la gestiscono e la democratizzano. Diventare ingovernabili non è un’audacia teorica, ma una realtà sensibile che risuona negli altri facendo coincidere la vita con la sua forma.

La verità è che, contro l’identità orgogliosa e impaurita dell’universitario -espressione coniata dal neoliberismo esistenziale contemporaneo- qualsiasi movimento studentesco che oggi vuole inserirsi in un orizzonte apertamente rivoluzionario dovrebbe necessariamente iniziare a pensare come primo compito il suo annullamento.

Non è sufficiente licenziare il rettore dell’UNAM, è necessario invece destituire l’identità universitaria prodotta in ciascuna dalla gerarchie istituzionali. Ciò che più importa nelle analisi successive dei movimenti studenteschi sarà proprio la capacità di dare seguito ad azioni destituenti che creino discontinuità e rotture nel funzionamento del dispositivo universitario.

 

 [1]PORROS Il nome colloquiale usato in Messico per designare questi individui deriva da “Porra”. Ciò è dovuto al fatto che gran parte di loro era inizialmente parte dei sostenitori itineranti delle squadre di calcio e la sua origine risale agli anni 1950. Per uno studio sulla sua “istituzionalizzazione”, vedere: https: //www.ses.unam.mx/integrantes/uploadfile/iordorika/26%20Ordorika.pdf. “

Letteralmente: un membro di un’organizzazione che persegue interessi diversi, sia politici che economici, basati sulla violenza organizzata, in asilo nelle istituzioni studentesche e nella recitazione come un gruppo di scontri mercenari, è chiamato un porro. Gli studenti sono di solito elementi che hanno l’iscrizione universitaria, ma non passano mai l’anno, “fossili” in gergo universitario ma pronti ad agire quando sono richiesti. 

[2] CCH Colleggi universitari di Scienze e Lettere 

 [3] Per “polizia reale” designiamo non solo quella visibilmente in uniforme in quanto tale. Esiste infatti una vasta gamma di forze di polizia, come vedremo nel corso di questo articolo, che deve essere percepita al fine di respingere la polizia generale della società che costituisce la popolazione in società con stato. 

 [4] L’intera intervista di questo partner consapevole della sua funzione (una contraddizione in termini per coloro che vorrebbero salvarli), può essere trovata su https://www.facebook.com/ImagenYuri/videos/452912328550699/

[5] https://valorunam.wordpress.com/ http://www.gaceta.unam.mx/20180226/wp-content/uploads/2018/02/260218.pdf

[6] Lesvy Berlín Rivera Osorio, è una giovane che è stata trovata strangolata, e legata ad una cabina telefonica dentro l’ Unam.

[7] twerk: laboratorio di ballo hip hop.

Critica del movimento (dicembre 1968)

di Maurice Blanchot, Les Lettres nouvelles, giugno-luglio 1969, p. 164-167

Credo sia necessario introdurre, a proposito di ciò che viene chiama movimento, un’interrogazione critica radicale. Necessaria e possibile. Nessun partito sopporterebbe una tale messa in questione, soprattutto se si tratta di un partito la cui lotta teorica e pratica è destinata a trasformare il mondo. Il Partito comunista meno di tutti gli altri, poiché crede di incarnare la serietà e l’intransigenza della nuova legge che esige e comprende tutto.

1 La debolezza del movimento è anche quello che ha fatto la sua forza, e la sua forza è di essere riuscito prodigiosamente in condizioni che hanno reso il suo successo eclatante, ma senza mezzi politici per l’avvenire, senza potere istituzionale. La maggior parte degli osservatori, compreso i commentatori benevoli, dicono che è stato importante ma che ha fallito. Questo è falso. È stato importante e si è sovranamente realizzato. Si parla di rivoluzione, termine molto equivoco, ma se se ne parla, bisogna accettarlo e dire: è vero, c’è stata una rivoluzione, la rivoluzione ha avuto luogo. Il movimento di Maggio è stato la RIVOLUZIONE, nella folgorazione e nello splendore di un evento che si è compiuto e, compiendosi, ha cambiato tutto.

2 Rivoluzione, come non se ne sono avute di eguali; in nulla assimilabile a questo o quel modello. Più filosofica che politica; più sociale che istituzionale; più esemplare che reale; e distruggendo tutto senza aver niente di distruttivo, distruggendo non tanto il passato, ma il presente stesso in cui si compiva e non cercando di darsi un avvenire, estremamente indifferente all’avvenire possibile, come se il tempo che cercava di aprire fosse già al di là di queste usuali determinazioni. Questo ha avuto luogo. La decisione di una DISCONTINUITA’ radicale e, si può dire, assoluta, si è data, separando non due periodi della storia, ma la storia e una possibilità che non gli appartiene più direttamente.

3 Bisogna aggiungere: tutti i tratti che hanno in apparenza marcato ciò che si è chiamata la sconfitta del Maggio furono, al contrario, il segno del compimento. Dal punto di vista delle idee, sarebbe facile da dimostrare. Ma anche politicamente: il regime è caduto; de Gaulle è scomparso in una maniera molto più rovinosa, per lui e l’ordine che proclama e pretende di mantenere, di quanto non sarebbe accaduto se, in effetti, non fosse mai tornato dal suo viaggio in Germania, seppellito laggiù da qualche parte nella caverna di Federico Barbarossa; la vittoria elettorale del gollismo, propriamente favolosa, ha giustamente confermato, dietro l’illusione e la salvaguardia delle apparenze, la rovina dell’intero sistema. Un semplice fatto: la sicurezza politica che una simile vittoria sembrava garantire al partito dell’Ordine, facendo dimenticare lo sconvolgimento dell’insieme, ha fatto precipitare un crollo finanziario che tecnicamente nulla giustificherebbe. Viviamo solo di apparenze. Tutto è una messinscena. Un altro esempio: la riforma di questo povero M. Faure. Riforma di che, per chi? Bisogna dirlo, e gli insegnanti più lucidi lo sanno: non esiste più l’Università, esiste invece un grande e venerabile buco, appena camuffato, un gioco di cerimonie, attraversato da forze a volte selvagge, spesso di una barbarie anch’essa rituale e spettacolare. Rettori, presidi, professori, contestatori, contro-contestatori, tutto si agita per coprire il niente, un niente che disciplina un tempo morto.

4 Il fatto che Maggio abbia avuto luogo, compiendo la sua opera, è quello che dev’essere interrogato e che crea, per lo stesso movimento, le più grandi difficoltà, o meglio: una sorta d’impossibilità quotidiana che è carica di pericoli (forse di promesse). Enuncerò solo qualcuno di questi pericoli, lasciando ad altri la cura di proseguire o di contraddire l’analisi:

a) La tentazione di ripetere Maggio, come se Maggio non avesse avuto luogo o come se avesse fallito, cosicché un giorno o l’altro abbia successo. Così ci si immagina di provare di nuovo, poveramente e tristemente, usando le stesse procedure d’agitazione che ebbero il loro senso e il loro effetto in febbraio-marzo-aprile, con giusto un supplemento di gesti e con le risorse che gli errori del potere, incapace di presagire che non esiste più, ma comunque capendo la sua impotenza, procurano inesauribilmente.

b) La tentazione di continuare Maggio, senza accorgersi che tutta la forza di originalità di questa rivoluzione è nel non fornire alcun precedente, nessuna base, nemmeno quella della propria riuscita, poiché questa si rese essa stessa impossibile come tale, lasciando solo una traccia che, come un lampo, divide tutto, cielo e terra. NIENTE SARA’ PIU’ COME PRIMA. Pensare, agire, organizzare, disorganizzare: tutto si pone in altri termini e non solo i problemi sono nuovi, ma la problematica stessa è cambiata. In particolare, tutti i problemi della lotta rivoluzionaria, e innanzitutto della lotta di classe, hanno preso una forma differente.

c) La cosa peggiore (ma non la più pericolosa, solo la più affaticante) è che si sta costituendo, a partire dalla distruzione del tradizionale, una nuova tradizione che viene rispettata e persino sacralizzata. Anche qui, solo qualche indicazione: è sufficiente siano pronunciate certe parole-chiave come spontaneità, autogestione, doppio potere, azione simbolica, assemblea generale libera, comitato d’azione, perché il “movimento” si rassicuri su se stesso, certo così di continuare senza tradire la sua verità originaria. E lo stesso vale per il prestigio (che bisogna dire sconsiderato) della parola “studente”, pensata implicitamente come l’equivalente della parola “rivoluzionario” (della quale si abusa egualmente), al punto che qualsiasi agitazione in una facoltà, fosse un po’ di casino il giorno della tesi o una sfilata di Saint Nicolas [giorno in cui tradizionalmente gli studenti, prima del ’68, sfilavano in corteo con le loro proteste], compaia a certi oppositori come ai tenutari dell’Ordine una prodigiosa impresa di sovversione. E, beninteso, è il blocco al potere, allo stesso tempo stupido e superautoritario, ossessionato dal ricordo di terrore che Maggio gli ha lasciato, che ogni volta cade nella trappola della ripetizione, rinchiudendovisi con i suoi avversari e girando con loro in un movimento d’immobilità per il quale tutto si ripete senza rinnovarsi, ma obbligando così la ripetizione a esibire la sua potenza di morte, potenza morta che può alla lunga provocare la dissoluzione invisibile dell’insieme.

5 Sono giusto degli spunti riflessione. La conclusione verso la quale alcuni si orientano è che la rivoluzione di Maggio, siccome è stata globale, poiché ha cambiato tutto, ha anche lasciato tutto intatto. Io non lo credo ma, a partire da qui, ricorderò un’esigenza: Prendere coscienza, sempre di nuovo, che siamo alla fine della storia e perciò la maggior parte delle nozioni ereditate, a cominciare da quelle della tradizione rivoluzionaria, devono essere riesaminate e, così come sono, rifiutate. La discontinuità che Maggio ha rappresentato (non meno che prodotto) colpisce in egual modo il linguaggio e l’azione ideologica. Riconosciamolo, Marx, Lenin, Bakounin si sono riavvicinati e si sono subito allontanati. C’è un vuoto assoluto dietro e davanti a noi – e dobbiamo pensare e agire senza aiuti, senza altro sostegno che la radicalità di questo vuoto. Ancora una volta, tutto è cambiato. Anche l’internazionalismo è altro. Non lasciamoci mistificare. Rimettiamo tutto in causa, compreso le nostre certezze e le nostre speranze verbali. LA RIVOLUZIONE E’ DIETRO DI NOI: oggetto già di consumo e a volte di godimento. Ma quello che è davanti a noi e che sarà terribile non ha ancora un nome.

Non è che l’inizio. Frammenti di Maggio parigino

di mar:ta

A come AG

Le Assemblee Generali sono la croce del movimento francese. Quelle che riescono meglio sono quelle che arrivano a divenire altro, ovvero quando si arriva a restituire alla parola la potenza che è la sua abbandonando i vetusti rituali dell’assemblea, i giochetti della politica e le patologie del proceduralismo democratico. Quando vi partecipi il colpo d’occhio è chiaro: da un lato chi ne ha abbastanza della pratica assembleare e spinge perché non si esageri con le sue menzogne, dall’altro coloro che sono stati segnati da Nuit Debut che riconosci per la panoplia di gesticolazioni le quali, appunto, stanno lì a mimare il gioco della democrazia. Comunque sia, le due assemblee tenutesi all’ENS di rue d’Ulm il 3 di maggio ne hanno dato una bella rappresentazione per ognuna di esse. La prima nel cortile – denominata infatti non assemblea bensì «colloquio intempestivo» e che portava un titolo eloquente come «Morte all’università, Vita del sapere» – è stata un’assemblea di presenze, dal filosofo al ferroviere, dalla scienziata della politica al postino, dallo studente al disoccupato. Grande entusiasmo, grandi parole, grande potenza. Quella serale, tenutasi nella Salle des Actes (quando i nomi dei luoghi sono rivelatori), doveva discutere dell’occupazione, di come agire nei confronti della presidenza e delle guardie e se e come dotarsi di «delegati». È stata in fin dei conti un’assemblea abbastanza tradizionale e tuttavia bisogna ammettere che è stata divertente nella sua estrema eterogeneità, con i bravi studenti che muovevano le mani per assentire o meno, gli autonomi che cercavano di strategizzare, gli anarcoidi che sghignazzavano nel fondo e un po’ di altri che non si capiva bene dove si collocassero. Ma infine, nonostante la «volontà generale», ha toccato l’impossibilità di decidere. Che è semplicemente il destino di ogni AG.

B come Black Bloc

1 Maggio 2018 a Parigi. Un blocco nero tanto enorme quanto impotente. Da un lato prigioniero della nasse poliziesca e dall’altro di se stesso. Rinchiuso dentro meno di un chilometro quadrato ha distrutto tutto quello che poteva, ma non ha potuto fare quello che davvero voleva. Ovvero superare i blindati e perdersi in una folle corsa contro il mondo così qual è. Forse per una volta se ne sarebbe potuto fare a meno per non dare il via libera alla più che prevedibile propaganda governamentale, oltre che per non accettare il terreno di scontro accortamente preparato dalla Prefettura, tuttavia anche i movimenti hanno i loro riflessi condizionati. Per tutta la settimana successiva, infatti, i media e gli uffici stampa e propaganda del governo non hanno fatto altro che disquisire su questo «problema» che sarebbe la violenza dei cortei e delle misure – giuridiche, morali e politiche – per porgli rimedio. Infine il ministro dell’Interno non ha saputo trovar di meglio che dire che chiunque chiami all’insurrezione sarà perseguito (attenzione non solo chi commette un atto violento ma anche chi porta una parola rivoluzionaria).

Ma cos’è che letteralmente spinge i corpi, anche di fronte a una chiara impossibilità, a far scoppiare un émeute? Ad esempio il fatto che è un gesto politico che non ha alcun bisogno di discorsi e rivendicazioni. È sufficiente essere , anonimo tra gli anonimi e tuttavia insieme. Per provare le stesse sensazioni contro il potere – il calore dato dal viso coperto dai fazzoletti e dalla prossimità, quasi un’intimità, dei corpi, l’odore acre dei lacrimogeni e del fumo degli incendi, l’urtarsi e il tenersi per mano durante le fughe, le urla quando si avanza, il sentire i tonfi sordi delle granate e il rumore dei vetri che vanno in frantumi nel puro silenzio che spesso caratterizza la sommossa – ma soprattutto per il sentimento di questa impersonalità della rivolta che affratella più intensamente di qualsiasi scambio tra individui. Vi sono, certamente, coloro che tentano di emergere in quanto individui nel mezzo della sommossa, ma sono patetici nel loro indicare «io, io, io», mentre la rivolta dice «noi, noi, noi» intendendo «noi, che non siamo nessuno e quindi siamo tutto». La bellezza della rivolta è tutta nell’essere un evento senza soggetto. Neanche il corpo viene vissuto in quel momento come il “proprio” corpo, anzi il solo mezzo di riappropriarsene è andarsene, abbandonare gli altri, rompere la catena di solidarietà. Ciò che riesci a sentire di te durante gli scontri è solo lo spirito, l’anima si sarebbe detto un tempo, ma è un’anima che si percepisce giusto in quanto emanazione di quella comunità effimera che viene creata dal tempo della rivolta. E solo e solamente per questo essere senza soggetto che la rivolta ha possibilità di propagarsi da un luogo all’altro, da un tempo all’altro, senza mai soffrire delle interruzioni perché è lei stessa la regina di tutte le interruzioni.

C come Corteo di testa

Potenza del corteo di testa del 1 maggio. Le cifre della prefettura parlano chiaro: aderenti alla marcia dei sindacati: 20.000; blocco nero: 1200; corteo di testa: 14.500. Il potere può ben tenere a bada i 1200 ma ha un fottuto terrore di questa decina di migliaia di persone diversissime tra loro e che però insieme non vogliono più marciare dietro i palloni dei sindacati, che trovano che essere nel corteo di testa è più “divertente”, “interessante”, “emozionante”, che non condannano le distruzioni anche se non vi partecipano in prima persona, che desiderano solamente che questo mondo finisca: in un modo o nell’altro. È vero che il corteo ufficiale non è riuscito per la prima volta a terminare il percorso del 1 maggio per colpa delle manovre della polizia, comunque accettate di buon grado dalle centrali sindacali, ma la verità è che era stato già destituito dal corteo di testa. E credo ne siano perfettamente coscienti (sia i sindacati che il governo).

D come Destituzione

Ci si può rompere la testa in due, in cento o in mille cercando di immaginare cosa fare per proseguire il movimento: proposte sensate, folli o imbecilli, obiettivi a breve, medio e lungo periodo, ma la realtà è che la potenza del rifiuto assoluto, il non darsi alcuna rivendicazione positiva da dover realizzare, il rendere inoperanti tutte le manovre del governo e sospendere il funzionamento delle sue istituzioni, sono i soli gesti che indicano una via d’uscita dall’impasse del movimento. E l’impasse consiste nel fatto che non c’è azione politica possibile (vedi alle lettere A, B e G).

Il divenire del movimento, adesso, sta nel rifiutarsi di essere costruttivo: sciopero destituente riconducibile!

E come ENS e EHSS

Malgrado l’occupazione della antica Scuola Normale di Parigi sia durata solo una notte, l’essere stata attraversata dall’entusiasmo delle 600 persone raccolte nel cortile per il «colloquio intempestivo» con la partecipazione di Fredric Lordon, Giorgio Agamben e Antonia Birnbaum, l’invasione della mensa per continuare l’assemblea una volta che era cominciato a piovere, i ragazzi e le ragazze che la sera tardi si sfidavano a ping pong e a volley, persino la delusione per la durata infinitesimale dell’occupazione, ecco, tutte queste cose ne hanno fatto un momento memorabile di questo jolie mai déferlante.

L’occupazione dell’École des hautes études en sciences sociales in Boulevard Raspail, cominciata il 30 aprile in modo da poter accogliere anche molti dei giovani arrivati da fuori per partecipare l’indomani alla manifestazione del 1 Maggio, è invece tutt’ora in corso restando così la sola istituzione universitaria occupata nel centro di Parigi, per il resto intoccabile e quotidianamente vittima del quadrillage poliziesco – quella di Paris 8, posta nella banlieue di Saint Denis, infatti prosegue da più di un mese – e dura probabilmente perché ben pensata e organizzata e che in più vede molti insegnanti solidali (compreso il suo presidente in fin dei conti). La festa tenutasi nel suo giardino il 5 maggio in solidarietà con i postini in sciopero non è stata solo una bella festa ma un esempio di come questo genere di eventi può essere messo in opera senza scadere nel «festismo». È stato emozionante ascoltare nel giardino di questa scuola le discussioni accese tra lavoratori e studenti, discussioni che mai si avvitavano su questioni ideologiche ma che partivano dalle differenti sensibilità consapevoli di condividere un punto di vista comune e cioè di parte.

F come Force de l’Ordre

Dove il 1 maggio si scoprì – per l’ennesima volta – che le forze dell’ordine non sono solo quelli vestiti di blu, i ministri in carica o i fascisti ma anche il presunto capo dell’opposizione, questo Melanchon, il quale in un soprassalto di sinistra ha dichiarato che le violenze contro il mobilio urbano e la polizia erano state commesse da estremisti di destra. Mi ricorda qualcosa…

G come Giorgio Agamben

Giorgio Agamben era senza dubbio la voce più attesa dalla grande assemblea tenutasi il pomeriggio del 3 maggio in rue d’Ulm. Il suo intervento o, secondo le sue parole, il messaggio di cui si è fatto latore, concerneva il fatto che siamo in uno di quei periodi della storia – «non è il caso di disperare, non è la prima volta che accade», diceva – che vedono una impossibilità di agire e che proprio per questo qualsivoglia “azione” risulta subalterna al governo. Si è intrattenuto su Pasolini e la potenza sovversiva della lingua dialettale sottintendendo che quel paradigma può essere trasportato in altri ambiti – «voi francesi forse non potete capire perché non avete una lingua e tanto meno dialetti, siete prigionieri di una grammatica». Infine, suggeriva, bisogna cercare delle alternative al paradigma teleologico dell’azione e inventare ogni volta quel gesto puro della destituzione che riesce a liberarci dall’ostacolo che ci troviamo di fronte. Nel dibattito «ufficiale» al quale ha partecipato prima di recarsi in assemblea, Agamben ha detto una cosa, rispetto alla questione della destituzione di cui si stava dibattendo in quel momento, che ha suscitato un riso isterico tra i professori presenti: «Se qualcuno ha distrutto qualcosa, ha compiuto così la sua opera e non si capisce perché dovrebbe affrettarsi a costruire qualcos’altro al suo posto». Ricordo solamente che il titolo dell’assemblea che da lì a pochi minuti sarebbe cominciata era Morte all’università.

L come L’Echangeur e La commune (Teatri)

Sono i due teatri che hanno aperto le loro porte al movimento e lo hanno fatto perché se ne sentono parte, invitando gli altri luoghi a raggiungerli e cioè ad aprirsi agli altri e uscire a loro volta dall’isolamento dorato in cui sono immersi. È molto importante questo tentativo di coinvolgere questi luoghi nel «maggio dilagante»; infatti è coscienza abbastanza diffusa che rompere la separazione – prodotta dalla mercificazione integrale – tra chi opera artisticamente con le parole, la musica e i gesti e tutti gli altri può significare un grande salto in alto, un salto di linguaggi, di corpi e di intensità di cui ogni movimento deve essere capace se vuole essere tale fino in fondo. E lo si fa non per rispetto verso la «cultura» ma, ben al contrario, per distruggerla.

M come Maurice Blanchot

Lo spettro di Maurice Blanchot si aggirava in ogni luogo invaso dalla folla in tumulto, in ogni presa di parola, in ogni scritta sui muri, in ogni pavè tirato contro i CRS, in ogni auto che bruciava, su ogni barricata. Una sera una compagna mi diceva «la cosa strana e bella di questi giorni è che passi il tempo a parlare con degli sconosciuti». Non sapeva di parafrasare il Blanchot cantore del Maggio destituente di 50 anni prima: «checché ne dicano i detrattori del Maggio, fu un bel momento quello in cui ciascuno poteva parlare all’altro, anonimo, impersonale, uomo tra gli uomini, accolto senz’altra giustificazione che quella proprio di essere un uomo».

Quando ciò accade è uno dei pochi segni per cui si può essere sicuri che l’evento che si sta vivendo è proprio quello che può essere chiamato «un momento rivoluzionario».

O come Occupazione

Molte occupazioni delle università o delle stazioni ferroviarie o delle piazze e delle strade non durano molto ma, appunto, non dobbiamo ragionare con i vecchi schemi. Infatti, ripetendosi il gesto dell’occupazione pressoché giornalmente, la realtà è che vi è una sola occupazione che si muove. Un’occupazione che dilaga, nomade, effimera ma che porta con sé le intensità che la abitano. È anche in questo modo che per la città si diffonde anonimamente lo spirito rivoluzionario.

Q come Quartiere Latino

La presa del Quartiere Latino è, come sempre, al centro del desiderio del movimento parigino. Infatti è al centro anche delle preoccupazione dei tenutari dell’ordine: dalla Sorbona alla Contrescarpe i flics sono sempre presenti in forze anche quando non ce ne sarebbe apparentemente motivo. La sera del 1 maggio, dopo la manifestazione, ci si era dati appuntamento su quella collina che fin dal Medio Evo ha visto passare tutte le rivolte giovanili e studentesche. E, nonostante la folta partecipazione dei celerini al rendez-vous, per un paio di ore si è materializzata la presenza dell’insurrezione in quel pezzo di mondo antico ormai prostituito al turismo. E manifestazioni selvagge hanno traversato di corsa il Quartiere urlando «Parigi, in piedi! Sollevati!».

Le strade improvvisamente vuote del centro di Parigi risuonavano solo dei rumori dei bidoni d’immondizia rovesciati, dei passi di corsa e delle urla dei rivoltosi. Quel vuoto è in realtà la testimonianza del venire a «contatto» della rivolta con lo spazio della città che normalmente è occupato dai dispositivi che forzano ciascuno a entrare in una qualche forma di relazione e così individualizzarsi. In quel vuoto invece i corpi affettano la strada mentre ne sono affetti, ovvero fanno uso di sé e della strada modificando sé e lo spazio pur se per un brevissimo momento. I celerini che li inseguivano apparivano giusto come le ombre del mondo/dispositivo che cercava di riguadagnare il suo essere «pieno». Ma per quell’istante la notte della comune impregnò lo spazio e lo svuotò di ogni potere.

R come Rivoluzione

Dopo molti anni di frequentazione mi pare di aver capito una cosa dei modi di apparizione dei movimenti in Francia e cioè la presenza ineliminabile dello spettro della Rivoluzione nell’arena pubblica francese. Quello che appare come il suo «radicalismo» viene dal fatto che quando un movimento prende respiro, coloro che pensano dentro di esso non si pongono l’obiettivo di raggiungere un qualche risultato esteriore – una legge in meno o in più etc. – ma pensano da subito a come fare la rivoluzione. Quel tanto o poco di ritualità che caratterizza i movimenti francesi – le barricate, le ondate di scritte sui muri, la comparsa di tribuni, etc. – deriva proprio dal voler ogni volta ripetere il gesto inaugurale del rovesciamento dell’ordine in vigore. La citazione del passato – la presa della Bastiglia, la Comune, il Maggio 68 – è all’ordine del giorno.

C’è da dire che lo spettro della Rivoluzione, e in particolare del 1793, ossessiona anche i governanti e ciò spiega anche la loro radicalizzazione nello scontro. Nessun capo del governo ama immaginarsi senza testa.

Tutto ciò, credo, è allo stesso tempo la virtù e il limite dei movimenti francesi. La virtù perché sono animati da una feroce e gioiosa determinazione, il limite perché si trovano spesso a pensare la rivoluzione dentro una storia, un modello, un paradigma della modernità che invece bisognerebbe destituire anch’esso perché un altro divenire sia finalmente possibile.

Ben venga maggio
e ‘l gonfalon selvaggio!


Pensare e agire lo sciopero infinito

di Silent

Articolo scritto in seguito ad un’appassionata lettura di “Verso lo sciopero infinito” sul blog Il Franti. Ricordiamo che nello scorso numero di Qui e Ora abbiamo parlato del Franti, pubblicando la presentazione del loro “Trattatello di anatomia ergonomico funzionale contemporanea”.

C’è stato un mondo in cui in tanti hanno creduto che col duro lavoro avrebbero fatto strada e si sarebbero realizzati, in cui ci si è illusi che il fallimento fosse qualcosa di personale dovuto alla mancanza di impegno e di convinzione. Si era convinti che piccoli momenti di felicità si potessero acquistare al centro commerciale durante la stagione dei saldi e che il segreto per una sana vita sociale fosse il culto del proprio corpo e della bellezza estetica.

Un mondo in cui, per risolvere le grandi questioni nazionali e internazionali, fedelmente riportate dai notiziari televisivi, bastava affidarsi al politico giusto, un mondo in cui non c’era disputa che non potesse risolversi dialogando democraticamente. Un mondo in cui contava il merito, in cui chi studiava i manuali poteva dirsi affidabile e sicuramente aveva la migliore soluzione a tutti i nostri problemi. Un mondo in cui ci si era spinti oltre il progresso, si conosceva tutto di ogni cosa e rimaneva ben poco da scoprire. La storia era finita, l’umanità aveva trionfato. Chi si lamentava erano solo degli idealisti, dei figli di papà viziati che avevano tutto e non riuscivano neanche ad apprezzarlo.
Poi ci siamo tutti svegliati e questo sogno si è infranto. Non abbiamo aperto gli occhi svegliandoci in un incubo. Semplicemente ci era impossibile credere con la stessa convinzione con cui credevamo prima. Il sogno liberale si è infranto. La tolleranza liberale ci ha regalato l’avanzata delle destre e l’assolutizzazione delle tecniche e della scienza ci ha lasciato nelle mani del pensiero tecnocratico, mentre il liberissimo mercato ci ha consegnato con Amazon una crisi finanziaria globale. L’atteggiamento che sembra essersi diffuso più ampiamente rispetto a questo stato di cose è quello nichilista: è come una diffusa quanto passiva presa di distanza dal mondo che ci circonda, come per dire che esso non ci rappresenta.

Ciò che accomuna i cosiddetti “millenials”, che con cinismo ridono amaramente di un mondo che si sgretola pian piano, pezzo per pezzo, e la generazione che li ha preceduti, la quale non capisce e si indigna davanti ai talk show e ai telegiornali, è un profondo sentimento di disillusione. L’Occidente capitalistico ha vinto e si è fatto totalità, ovunque si vive secondo le leggi del mercato e della burocrazia, eppure pare che quasi nessuno creda con tanta convinzione che il mondo in cui viviamo sia poi così soddisfacente. In questo quadro desolante Stato e fascisti si organizzano. Le istituzioni non possono più chiedere al popolo di avere fede nelle riforme? Allora, se serve buttare qualche dipendente pubblico in mezzo alla strada, far lavorare gratuitamente i giovani, far diventare la pensione un miraggio, ci vorranno più manganellate a chi protesta.

Se serve che i flussi di merci e uomini-merce non si blocchino, che le persone continuino a far compere nei negozi e considerino la proprietà privata sacra, ci vorranno più telecamere di sicurezza e l’esercito a pattugliare le strade. Ciò che non si può ottenere col consenso della maggioranza silenziosa, lo si può ottenere con la paura e il controllo. Così, diventa tutto sommato facile sentire l’ansia e il vuoto dentro di sé e continuare a seguire le mode del momento, facendo compere da Zara e da Foot Locker, o manifestare un non ben specificato disagio esistenziale ascoltando prima la Trash e poi la Dark Polo Gang o scrivere un commento su Facebook per far vedere a tutto il mondo di essere un cinquantenne molto arrabbiato, con la speranza che qualcosa cambi.
Diventa altrettanto facile per il lavoratore umiliato e vessato quotidianamente, quando arriva la crisi, cercare un capro espiatorio nell’immigrato che cerca riparo dalla miseria e dalla guerra. Quando il responsabile della tua miseria appare troppo forte rispetto a te, diventa più facile cercare il nemico in chi è debole almeno quanto te. Il migrante, in questo mondo allo sfacelo, è sul nostro stesso piano: non è responsabile del nostro inferno, ma non è certo un poverino, un soggetto passivo bisognoso di tutta la nostra pietà. Se il migrante accetta di lavorare senza contratto, senza diritti e sottopagato, non lo fa certo per ferirci, ma allo stesso tempo non possiamo vederlo semplicemente come un poveraccio illetterato che non sa cosa fare. Accontentarsi e accettare una paga da fame diventa molto più facile quando pensi che, tutto sommato, col cambio di valuta puoi dare una mano ai tuoi cari rimasti a casa. E quindi? Cosa ci sarebbe di eticamente scorretto in questo? Chi non si comporterebbe nello stesso modo nella stessa situazione? Il migrante è debole quanto noi, nel senso che prova a modo suo a svoltare una situazione infame, seguendo le regole del gioco dal momento che cambiarle sembra impossibile.
Ciò che sembra mancare, in questo scenario desolato e desolante, è una prospettiva di lotta e riscatto contro un esistente che non ha più nulla di buono da offrire. Sembra mancare e, almeno in Italia, effettivamente manca. Non che non ci siano occasioni di lotta: lottano i facchini, lottano le donne, lottano gli studenti, lottano gli occupanti di case. Il punto, però, è che in tutti questi casi ci si limita a lottare per stare un po’ meglio in un mondo che, per come funziona, non ispira alcuna fiducia. Le soggettività rivoluzionarie pure non mancano. Purtroppo però, queste si confinano in spazi minoritari e si arrendono all’autoreferenzialità, non uscendo dalle proprie sedi, non parlando se non fra militanti e sviluppando, in tal modo, un linguaggio politico esoterico per i soli militanti. La propaganda del nemico li ha convinti che non si possa fare in altro modo e questa è stata per loro la più grande sconfitta.
Rispetto al deserto che ci circonda, alla miseria con cui dobbiamo fare i conti in merito ai nostri bisogni materiali, affettivi e intellettuali, c’è chi si indigna e chi si organizza. C’è chi rivendica qualche briciola per provare a sentire un po’ più propria un’esistenza che gli è del tutto estranea e chi, invece, costruisce pezzo per pezzo un mondo per cui valga la pensa darsi da fare, un mondo in cui credere. Del resto, la storia è sempre stata fatta da chi si è organizzato e ha costruito.

A organizzarsi in tal senso per ora sono stati, soprattutto in Italia, i fascisti. I fascisti stanno costruendo il loro mondo città per città, Nazione per Nazione, con risposte chiare a problemi evidenti che vengono largamente vissuti nei quartieri; opponendo al nichilismo imperante la ripresa di vecchi valori, di una propria mitologia; agendo politicamente su una consapevolezza ampiamente diffusa che individua nella globalizzazione e nell’apertura delle frontiere – per merci e uomini-merce – la causa dei mali di oggi e che ha nostalgia per ciò che vi era prima. E noi? Il noi a cui mi riferisco non riguarda i militanti. Anzi, riguarda i militanti, ma non in quanto militanti. Tutti in ordine, ciascuno nella propria casella: il centro sociale organizza le serate, il sindacato indice lo sciopero (se poi è davvero radicale lo sciopero lo indice per 24h), il collettivo autonomo convoca compagni da tutta Italia per fare a botte con gli sbirri davanti a questo o quel luogo-simbolo, il collettivo disobbediente stessa cosa, “ma vestiamoci colorati, che nero fa brutto”, gli anarchici fanno azioni dirette, mentre i marxisti-leninisti “organizzano”, fanno analisi, puntano tutto sulla convocazione di manifestazioni oceaniche che, ad oggi, non sono ancora mai pervenute. Nessuna sorpresa per i militanti, nessuna sorpresa per i tutori dell’ordine, tutto perfettamente previsto dagli annuali dossier prodotti dal Ministero dell’Interno. No, la categoria del militante ha perso tutto il suo fascino dal momento che questa militanza, con tutte le sue divisioni e le lotte fra micro-fronti per la conquista dell’egemonia, non sembra avere senso. Quindi parlo di tutti noi, militanti e non: noi che non crediamo ad un mondo illuminato dai poster pubblicitari, noi che di fronte alle vetrine dei negozi sappiamo quanto sia insensato rammaricarsi per il “volere ma non poter…”, noi che ficcheremmo volentieri la testa del nostro insegnante/padrone nel cesso alla prima occasione, noi che non vogliamo produrre, noi che non crediamo nell’ordine. Noi che non ne possiamo più dell’associazione di idee “star bene = divertimento”. Noi che vorremmo dire basta a questi legami effimeri basati sul passare piacevolmente il tempo in compagnia, mentre si custodisce gelosamente l’intimità. Noi che riconosciamo quotidianamente la miseria economica, affettiva e intellettuale del presente. Noi che non crediamo in questo mondo, noi che siamo sì disillusi, ma che ancora non ci siamo arresi. NOI. Cosa facciamo NOI? Tutti al corteo, cori e canti (magari qualche mazzata) fra i fumogeni, una passeggiata adrenalinica di un paio d’ore e poi ognuno per la sua strada. Si sciopera un giorno e poi il giorno dopo si torna a lavoro. Ricomincia tutto da capo: la produzione, lo stordimento/divertimento, la miseria. E allora leggo Il Franti – “Verso lo sciopero infinito”- e penso che parlare di sciopero infinito non sia solo retorica e poesia. Basta! Pensare e agire lo sciopero infinito! Questo non vuol essere uno sfogo, né tanto meno uno spunto per i buoni propositi da farsi il prossimo capodanno. Questa vuol essere una riflessione pratica per il qui e l’ora. Andare al primo corteo che scatena in ciascuno di NOI un senso di affinità e complicità, arrivare al traguardo fissato con la Questura e, invece di tornare a casa, mantenere la posizione, non arrendersi. Quanto può essere difficile? Quanto può essere difficile stampare autonomamente dei volantini in cui si spiega perché non si ha intenzione di far ricominciare l’indomani il giro degli ingranaggi della macchina infernale, in cui si invita chi ha una stessa sensibilità a restare, a prendere posizione? Quanto può essere difficile prendere parola, per una volta, per confrontarsi su ciò che ci tocca nell’intimità? Decine, centinaia, migliaia di volantini che esprimono altrettante inconfutabili verità, più interessanti di qualsiasi stantia assemblea di movimento.

Un’immagine che vuole descrivere un momento, il momento in cui finalmente parleremo e ci uniremo per essere partigiani non più di una fede, ma di un’insoddisfazione incontestabile. Daremo finalmente un volto al nemico, lo riconosceremo in chiunque trarrà vantaggio dalla messa in competizione degli individui e dalla messa in sicurezza delle città e dei quartieri. E daremo finalmente anche un corpo al nemico, un corpo su cui agire perché tanto più lui sarà debole e inerte, tanto più noi potremo sentirci forti. Consapevoli che la soggettività è un campo di battaglia, riconosceremo il nemico anche in noi stessi, in quella parte di noi che desidera in fondo un po’ di pace sociale per tornare a casa a guardare la propria serie Netflix preferita, fare qualche soldo, metter su famiglia. Sapremo riconoscere in noi stessi il nemico perché finalmente non saremo più soli. Sapremo che questo mondo non ci basta. Uniti nella diversità, sapremo però riconoscere i nostri amici solo in coloro che saranno al nostro fianco per non tornare più indietro. E prenderemo posizione per non fermarci, ragionando non più di pratiche che definiscano chi siamo (perché chi siamo ci sarà più chiaro che mai), ma dei mezzi con cui fare salti in avanti e sentirci più vivi. Non c’è fase da aspettare, perché un discorso tale può essere agito in qualsiasi momento in cui si abbia al tempo stesso la coscienza di vivere male e il coraggio di voler vivere bene. Quindi agiamo qui e ora. Qui, nel momento in cui inizia lo sciopero infinito, inizia la fine del mantenimento dell’ordine.

Microdosing LSD – in corteo.

di Alfio Marruggia

“In questa epoca insurrezionale anche la pratica dell’espansione della coscienza e dell’energia è di fatto una possibile strategia operativa avanzata di lotta all’ideologia borghese di una società a tecnocrazia avanzata. Le “droghe” in senso stretto […] sono un mito pubblicitario già da lungo tempo legato al modo di produzione del capitale e non hanno nulla in comune, in quanto a pericolosità, con le droghe di cui è impregnata la vita quotidiana. Il mito della scienza che misura la morfina a centimetri cubici misura allo stesso tempo la miseria di una società la cui ideologia – espressione del potere dominante – cerca disperatamente di corrodere la teoria rivoluzionaria […]”
Aa.vv, Ma l’amor mio non muore : origini documenti strategie della cultura alternativa e dell’underground in Italia, Novembre 1971

In un articolo pubblicato sul sito della MAPS1, riguardante l’assunzione di micro-dosi di LSD durante la pratica di sport estremi, si legge:

“Virtually all athletes who learn to use LSD psycholytic dosages believe that the use of these compounds improves both their stamina and their abilities. According to the combined reports of 40 years of use by the extreme sports underground, LSD can increase your reflexes time to lightning speed, improve your balance to the point of perfection, increase your concentration untilyou experience “tunnel vision”, and make you impervious to weakness or pain. LSD’s effects in these regards amongst the extreme-sport community are in fact legendary, universal, and without dispute”.

La tesi dell’autore, di nome J. Oroc, è questa: la pratica del microdosing con sostanze psichedeliche è diffusa tra chi pratica sport estremi perché di fatto non mette a rischio il consumatore. Al contrario, sembra che l’effetto sub-threshold, ovvero sotto la soglia di comparizione degli effetti di alterazione delle percezioni sensoriali, dato dalla micro-dose di LSD aiuti i consumatori a ottenere una maggiore concentrazione, una maggiore percezione di sé e del proprio corpo, e quindi permetta non solo di ottenere una migliore prestazione ma anche di trarre maggiore godimento dall’esperienza sportiva (spesso praticata in mezzo a paesaggi naturali).

L’autore dell’articolo sembra difendere una tesi che a prima vista pare appare paradossale: afferma infatti che è possibile utilizzare delle sostanze psichedeliche nel bel mezzo di situazioni “estreme” in cui è essenziale possedere una padronanza totale del proprio corpo e dei propri riflessi. Quello descritto nell’articolo è un esempio concreto di come la LSD può aiutare a mantenere la lucidità in momenti di forte tensione, e non il contrario, come invece si ha la tendenza a credere se ci si attene alla comune vulgata sugli usi di tali sostanze.

La situazione alla quale faccio riferimento qui di seguito costituisce un altro esempio concreto a conferma delle tesi di Oroc e della comunità degli sportivi americani. Racconterò brevemente l’esperienza di tre differenti situazioni di piazza, rigorosamente affrontate con l’aiuto di una piccolissima dose di LSD.


Micro Introduzione

[L’autore scrive nei mesi subito successivi al movimento contro le elezioni francesi tenutesi nei mesi di aprile-maggio 2017, ndr.]

Da qualche tempo a questa parte, a Parigi, le occasioni di scendere in strada non sono mancate. Che si trattasse di manifestazioni oceaniche di centinaia di migliaia di persone o di piccole e rapide manif sauvages [manifestazioni non autorizzate, per natura assai mobili e imprevedibili], sono molte le volte in cui giovani e meno giovani si sono trovati a condividere una situazione di tensione collettiva nelle strade. Che la manifestazione prevedesse uno scontro diretto con la polizia, o di giocare al gatto col topo nei vicoli del ventesimo arrondissement, abbiamo scoperto che prendere una micro-dose di LSD prima dell’inizio dei giochi può aiutare per diverse ragioni.

Il microdosing con sostanze psichedeliche (quali LSD-25 e psilocibina) differisce dall’assunzione di dosi normali o “eroiche” di tali sostanze. Inoltre, si tratta di una pratica che non ha effetti negativi sul corpo – al contrario di droghe quali caffeina e alcol, che causano una forte dipendenza fisica e psicologica.
Tale pratica prevede l’assunzione di bassissime dosi (corrispondenti a circa 10-20 microgrammi di LSD e tra 0.2 e 0.5 grammi di funghi secchi, ovvero un decimo di una dose normale) di sostanza attiva con una frequenza che varia dalle 2 alle 3 volte a settimana. Tale pratica è consigliata da James Fadiman, psicologo americano e fondatore della scuola di Psicologia transpersonale, come terapia a media-lunga durata (minimo un mese, con assunzioni ogni 4 giorni) per curare stati di depressione e ansia, per aumentare il proprio livello di creatività e vitalità o per migliorare le relazioni col gruppo.

Creatività e vitalità sono due caratteristiche apprezzate da molti, compresi i biohackers della Silicon Valley. Questi NERD psichedelici, avanguardisti del turbocapitale in salsa Yankee, hanno preso in considerazione l’idea di drogarsi al lavoro già da tempo. Dopo averci riflettuto un po’ su, ci siamo chiesti se e come avesse senso ricercare tali effetti anche in un contesto estraneo al tempo e al luogo del lavoro, per scopi diametralmente opposti a quelli degli imprenditori della Silicon Valley. Quando si prendono delle piccole dosi di LSD, il consiglio dei “terapeuti” è di non interrompere assolutamente lo svolgersi delle nostre attività quotidiane. Abbiamo preso alla lettera tale consiglio: fortuna ha voluto che le quattro manifestazioni di cui vi racconterò siano state organizzate proprio nei giorni in cui il calendario prevedeva l’assunzione di una micro-dose.

Election Day

Parigi, 23 aprile 2017. Giorno di elezioni. I sondaggi non fanno ben sperare. Il milieu è percorso da un mormorio teso. La notizia del passaggio al secondo turno della Marescialla Le Pen corre veloce, fa il giro di Parigi. L’altro candidato è la caricatura renziana Emmanuel Macron. Ci guardiamo attorno: la città è depressa. I Bobo di rue Menilmontant, aggrappati alle terrasses dei loro cafés e alle loro speranze elettorali disattese, non sembrano dare alcun cenno di vita.

Ma per qualcun altro, le parole d’ordine nel caso di un eventuale passaggio al secondo turno della Le Pen erano chiare: foutre le bordel, partout.

[RESOCONTO ESPERIENZA]

La prima sera abbiamo diviso un blotter di LSD di buona qualità e non tagliato con anfetamine o stimolanti in dieci parti e ne abbiamo prese tre, una per ciascuno, verso le 19. L’effetto ha cominciato a palesarsi, come accade solitamente, dopo circa mezz’ora. La serata si è svolta senza troppi scontri diretti. Il tentativo delle piccole ma determinate manifestazioni era di seminare la polizia, seguendo percorsi imprevedibili, seminando al contempo il disordine, costruendo barricate per bloccare le strade e attaccando banche e manifesti elettorali.
Il primo effetto notato era un aumento considerevole della resistenza alla stanchezza, un aumento più longevo e soprattutto meno invadente – privo di effetti collaterali – di quello dato dall’adrenalina. Inoltre, soprattutto alla fine della serata, abbiamo notato un cambiamento in positivo dell’umore. Un cambiamento positivo che non sembrava sfociare nell’incoscienza; anzi, avevamo la sensazione di essere più coscienti che mai – nonostante avessimo bevuto parecchie birre e whisky – e non solo grazie all’effetto stimolante della sostanza. C’era un effetto “di più” che in quel momento non eravamo troppo in grado di riconoscere, ma che si sarebbe palesato nei giorni a venire con sempre maggiore chiarezza.
La Nuit des barricades si è protratta per ore e ore. Una notte, per l’appunto.
Alla fine dei giochi, ci siamo rifugiati in casa di un’amica. In quel momento abbiamo saputo che un amico era stato arrestato durante una delle tante passeggiate notturne. Per fortuna eravamo ancora svegli e attivi, crediamo non solo grazie all’adrenalina ma anche alle micro-dosi, per cui ci siamo attivati subito con la procedura di “recupero” del nostro amico, senza aspettare il giorno dopo.
Erano le 5 di mattina quando siamo andati a letto, dopo una lunghissima discussione sul risultato elettorale e i possibili sviluppi futuri della situazione politica, molto contenti di avere provato la micro-dose.

La Petite manif: trop mignonne!

Tre giorni dopo, questa volta chiamata dagli studenti medi, si svolge un’altra manifestazione. L’appuntamento è in Place de la Republique alle 11.30, il percorso previsto è: Place de la Republique – Boulevard Filles du Calvaire – Place de la Bastille – Boulevard Diderot – Place de la Nation.

Partiamo da una facoltà del centro bloccata per l’occasione: prima micro-dose. Stavolta a sperimentare non siamo più tre, ma cinque. Nel trambusto del blocco, tenendo sulla mano il cartoncino per sforbicinarlo in piccole parti, entra attraverso la pelle una dose maggiore di quella prevista. La dose è sicuramente troppo alta, un po’ rischiosa forse, ma il contesto è favorevole perché non si tratta di una manifestazione che si annuncia particolarmente violenta. Dopo aver fatto visita a un liceo – sempre centrale e bloccato da una catasta di cassonetti dell’immondizia – in una quarantina diamo vita a una piccola ma assai gioiosa manifestazione che arriva in Place de la République bloccando parte di un grande boulevard.

E’ durante questa micro-manif sauvage che qualcuno (che se non sbaglio aveva assunto la microdose) scandisce un coro che si sarebbe ripetuto per tutta la giornata: “La petite manif / c’est trop mignonne!” – “Le piccole manifestazioni sono così carine!”.
Infatti, da place de la Bastille sono partite diverse manifestazioni, alcune delle quali giocano al gatto col topo per le vie della città per ore, bloccando strade e seminando la polizia, altre si incontrano durante il percorso tra cori e scene di gioia incontenibile, altre – meno fortunate – vengono bloccate in nasse dai CRS [il reparto celere francese, ndr]. Ma più o meno tutti coloro che sono partiti si sono ritrovati, prima di partire con l’ultima manif sauvage (terminata con il tentativo di occupazione di un liceo vicino a Place de la Nation).

[RESOCONTO ESPERIENZA]

Questa volta la manifestazione si è svolta di giorno; prendere una micro-dose la mattina permette una maggiore “freschezza” e quindi una maggiore lucidità nell’identificazione degli effetti della sostanza. Inoltre, non abbiamo mischiato la LSD con altre droghe quali alcol o fumo. Probabilmente anche per la dose maggiore assunta involontariamente, gli effetti si sono sentiti con più chiarezza.

Uno degli effetti principali della LSD, se assunta in gruppo, nello stesso modo e nello stesso momento, è quella di dotare ogni singolo individuo di una sensazione di comunanza con il resto delle persone che condividono l’esperienza. E’ una sensazione difficile da descrivere a parole; durante il “viaggio”, quando la sostanza fa effetto, questa sensazione è sempre presente, anche quando, e qui si comprende il motivo per cui i popoli tradizionalmente votati all’uso di piante sacre considerano “magiche” questo tipo di sostanze, il gruppo non è riunito nello stesso luogo e nello stesso momento. Insomma, la sostanza tende ad aiutare nell’identificare le persone di cui dobbiamo avere cura, e, al contrario, di quelle contro cui dobbiamo batterci per salvaguardare il nostro gruppo. L’effetto della LSD è di ri-dotare l’individuo, spersonalizzato, impaurito, solo, della capacità di giudicare e quindi determinare le distanze tra lui e il resto del mondo; e ciò funziona sia per quanto riguarda gli amici che i nemici.

Dal nostro punto di vista, ci veniva più facile “umanizzare” il poliziotto. Ciò non significa che non considerassimo la Polizia nel suo complesso come un avversario. Al contrario: veniva spontaneo giudicare l’aggressività dei poliziotti come una caratteristica connaturata alla situazione e al loro ruolo. Ma al contempo eravamo in grado di comprendere che spesso tale aggressività era frutto della paura che la grande massa di persone instillava in loro. Questa nostra consapevolezza li indeboliva poiché ci rendevamo conto che loro avevano ragione di avere paura di noi tanta quanta ne avessimo noi di loro. E che, come recita un vecchio adagio, l’unione fa la forza.

Con la LSD-25, come in un gioco, diventa più facile muoversi tra le maglie del Dispositivo. Rende le mosse dell’avversario più prevedibili. Ogni dispositivo (ad esempio, quello della nasse, [l’accerchiamento di un gruppo di manifestanti da parte della polizia, ndr]) non è altro che un gioco inventato da degli esseri umani per controllare altri esseri umani. La sostanza psichedelica ammorbidisce il sistema, ne rivela le falle, ne rende palesi le regole. Avere piena coscienza delle regole del gioco è fondamentale anche e soprattutto in una situazione di scontro: la sostanza può aiutare chi ha deciso di non seguirle. Ciò che abbiamo notato dalla nostra esperienza è che la LSD dona un’innegabile sensazione di lucidità sotto la pioggia di lacrimogeni. Gli effetti: una maggiore concentrazione e un migliore controllo di sé e del proprio corpo.

Dal mio punto di vista, ho sentito una maggiore consapevolezza dei mille e uno modi per sabotare il Dispositivo. La LSD aiuta a capire quando e se è il momento giusto di uccidere il poliziotto che è in noi, ma senza ricadere in comportamenti temerari, egocentrici e fini a se stessi. Inoltre, rende le mosse dell’avversario più prevedibili, perché regala una visione d’insieme straordinariamente chiara, come se si potesse osservare la piazza, il campo di battaglia, da un luogo privilegiato, da una collina. Come se le vie della città diventassero il tabellone di un gioco da tavolo, e i flics e i manifestanti pedine.
Per dirla con Debord «relevé des positions successives de toutes les forces au cours d’une partie».
Abbiamo anche notato che, anche grazie all’aumento generale della consapevolezza, dota di un sano coraggio, ma non rende più incoscienti, come invece può fare l’ebrezza alcolica.

Tutte queste riflessioni sono state prodotte una volta tornati sani e salvi a casa dopo la manifestazione. Ovviamente, non è necessaria una micro-dose di LSD perché sia possibile concepire tali pensieri e per poterci riflettere su collettivamente. Ma la sostanza, nel nostro caso, ha funto da pretesto.
Certo, avevamo rischiato, come avevano rischiato tutte e tutti. Ma con una consapevolezza “diversa”. E, sicuramente, senza mai farci mancare il buonumore.

Joy or sorrow
What does revolution mean to you?
To say today’s like wishing in the wind
All my beautiful friends have all gone away
Like the waves
They flow and ebb and die

There’s a revolution
There’s a revolution
There’s a revolution
There’s a revolution

Primo Maggio.

“La quiete paradossale dell’istante dello scontro”

Furio Jesi, Spartacus. Simbologia della rivolta

Il primo maggio abbiamo partecipato ad una battaglia campale. Entrambi gli schieramenti erano organizzati e pronti per lo scontro, che si è prodotto puntualmente poco dopo l’inizio della manifestazione. Duecento metri dopo essere partiti da Place de la Republique, il cortége de téte si era già formato. In testa, tre striscioni rinforzati per difendersi dalle flash-ball e dalle granate. Di fianco ad essi, una grande fenice di cartone montata su un carrello mobile, pronta per essere data alle fiamme e gettata contro lo schieramento dei celerini, ricordava le enormi manifestazioni dell’anno scorso (con la differenza che il livello di violenza da parte della polizia, la scorsa primavera, è stato di gran lunga maggiore).

[RESOCONTO DELL’ESPERIENZA]

Abbiamo ripetuto per la terza volta l’esperimento, in cinque persone. Una micro-dose (un decimo di blotter imbevuto di LSD di buona qualità e non tagliato con anfetamine o stimolanti). Al contrario delle altre volte, pero’, non siamo riusciti a tenerci insieme fino alla fine del corteo. Userò quindi la prima persona singolare per descrivervi le sensazioni che ho provato durante questa manifestazione oceanica. In primo luogo, la sensazione di vicinanza – già sperimentata durante gli altri cortei – con le altre persone che avevano assunto la micro-dose si è estesa alla totalità delle compagne e compagni che prendevano parte allo scontro. Ho notato infatti quanto fosse imponente la partecipazione attiva o passiva – cioè il supporto dato “da dietro” tramite cori o rilanciando i lacrimogeni al mittente – delle persone ai momenti di scontro. Ad esempio, era impressionante il numero e l’intensità degli applausi che si levavano da parte dei manifestanti dopo che una bottiglia molotov andava a rompere le linee della polizia.

Il primo effetto, già notato la volta precedente, è stato un aumento del coraggio, probabilmente causato a sua volta da una maggiore lucidità provocata dalla sostanza, la quale non era di ostacolo, anzi; permetteva di comprendere meglio (in qualche modo, di arrivarci prima) se e quando si sarebbe prodotta di lì a breve una situazione che non mi sentivo pronto a sostenere, vuoi per mancanza di equipaggiamento, vuoi per timore. Credo sia anche grazie all’effetto della sostanza, oltre che per una micro-dose di fortuna, che sono riuscito a tornare a casa intatto dopo una giornata di scontri sì lunga e faticosa. In generale, credo di essere riuscito a sostenere come volevo i compagni e le compagne che erano in prima linea e per la prima volta mi sono tenuto per più di qualche minuto dietro lo striscione rinforzato, compreso durante una nostra carica, scoprendo de facto l’utilità di una tale protezione. Credo che questo sarebbe stato possibile anche senza la calma e la lucidità fornitami dalla micro-dose. Ma, sicuramente ci avrei messo molto più tempo e avrei avuto bisogno di molte persone di fiducia vicino a me per arrivare a sostenere un tale livello.

Conclusione

“Di stupefacenti sarebbero, secondo i sapienti, avvelenati i selvaggi. Infatti, la droga guadagna spazio, mentre sulla droga guadagna il capitale. Ma la droga allucinogena, quella che per intenderci libera dall’allucinazione della “vita”, con l’abbassare la soglia che filtra cioè economizza le percezioni, attacca direttamente l’economia che impoverisce ciascuno inchiodandolo alla scheda perforata delle percezioni programmate per lui dalle gerarchie del sapere, e, con il consentirgli finalmente di vedere ciò che non aveva mai visto prima, lo dischioda dal “reale”, gli restituisce la verità che gli pertiene. Non può essere, tale verità, che atroce: umiliante e terrifica. Ma definitiva, indimenticabile. Lo strappo non è reversibile, si lamentano i sapienti. Terrorizza, sgomenta, inselvatichisce. Ciò che terrorizza, ciò che sgomenta e ciò che, nel migliore dei casi, inselvatichisce non è, al contrario, che la visione della loro “verità”, di colpo denudata.” – G. Cesarano, Critica dell’Utopia capitale, opere complete vol. III, a cura del centro di iniziativa Luca Rossi, Milano.

Di seguito sono elencati gli effetti che abbiamo potuto sperimentare. Tale lista è frutto di una riflessione avvenuta con una compagna poco tempo dopo le giornate di lotta.

Aumento della presenza nel qui ed ora.
Aumento della sensazione di comunanza/condivisione con il proprio gruppo.
Sensazione di maggiore capacità di comprendere e di influire sui dispositivi nostri e degli avversari, collettivamente e individualmente.
Sensazione di partecipare a un tempo condensato dove ogni gesto assume la giusta importanza.
Sensazione di lieve “decompressione” spazio-temporale.
Aumento della resistenza fisica.
Aumento della lucidità / diminuzione degli stati ansiosi. Ciò comporta:
Aumento del coraggio / diminuzione della paura
Diminuzione delle inibizioni (se assunto in quantità maggiori che un decimo di blotter.)
Maggiore impressione del vissuto (immagini si fissano in maniera più duratura del normale)

I risultati degli “esperimenti” qui riportati non hanno, beninteso, nulla di scientifico in senso stretto. Questo testo è frutto della volontà di un singolo e le sensazioni sono perlopiù scaturite dall’esperienza soggettiva. Nondimeno, è importante sottolineare come oggi più che mai si renda necessario un recupero da parte nostra di un savoir faire consapevole rispetto all’uso di sostanze psichedeliche. Tale mole di conoscenze e di pratiche è ormai da troppo tempo caduta nelle mani del Capitale e dei suoi accoliti. Infatti, mentre spesso il movimento si lambicca il cervello con questioni di relativa importanza (e purtroppo spesso perdendo tempo con le solite guerre tra parrocchiette), dimentica che l’esperienza psichedelica ha costituito, in particolare, un momento-chiave dell’esperienza del proletariato giovanile negli anni che hanno preceduto la crisi del 1977. E’ forse tempo di riprendere in mano questa storia, ed entrare di nuovo a farne parte.

Attenzione – nota a margine

La LSD è una sostanza attiva a dosi ESTREMAMENTE basse. Pur non sfiorando il rischio di un vero e proprio bad trip, assumere più della dose consigliata (un decimo di cartoncino9), può comportare l’apparizione di effetti non desiderati (soprattutto in situazioni di rischio e di tensione) quali distorsioni delle percezioni visive e auditive. Le micro-dosi devono quindi corrispondere a un decimo di blotter, (dipendentemente in ogni caso dalla quantità di sostanza disciolta in ogni cartoncino), e devono essere divise possibilmente a casa, prima dell’inizio dell’azione, quando si possono maneggiare i cartoncini con attenzione. Ogni aumento di dose corrisponde ad un aumento del rischio di ottenere effetti indesiderati.

Un tentativo di autoriflessione critica – Un viaggio all’inferno.

 

Premessa: in luglio abbiamo pubblicato uno “speciale Amburgo”  dedicato alle mobilitazioni contro il g20 e nei vari articoli trasparivano le tensioni che gli eventi avevano prodotto anche all’interno dei movimenti tedeschi. In particolare un grande e duro dibattito aveva messo in questione il comportamento di due “portavoce” vicini al centro sociale Rote Flora. Pubblichiamo oggi la lettera aperta di Andreas Beuth, avvocato e portavoce della campagna “Welcome to hell”, nella quale egli si scusa per il suo comportamento a dir poco avventato e attraverso la quale possiamo comprendere bene i termini del dibattito tedesco. Inoltre ci sembra un buon esempio per noi in Italia, abituati a che nessuno faccia mai autocritica e che va sempre tutto bene madama la marchesa.

[In basso anche la versione della lettera in inglese]

Cari amici e compagni,

Sono Andreas Beuth, un avvocato in pensione seppure ancora eserciti la professione, un attivista della campagna “Welcome to Hell”, organizzatore della manifestazione Welcome to Hell del 6 luglio scorso ( ad Amburgo), nonché uno dei portavoce ufficiali della campagna in questione.

Prima di tutto vorrei prendere le distanze dalle dichiarazioni che io stesso ho rilasciato, in cui mi dissociavo dalle azioni militanti contro il G20, con particolare riferimento a quanto avvenuto il venerdì (7 Luglio) nel quartiere dello Schanzenviertel. Le mie affermazioni sono state politicamente sbagliate e dannose per il movimento della sinistra radicale. Per queste vorrei esprimere le mie più sincere scuse.

Mi piacerebbe anche provare a spiegare come, in 30 anni di relazioni con la stampa più o meno ben tenute su temi politici e giuridici, un errore così grave possa essere stato commesso, senza tuttavia relativizzare la portata di dichiarazioni politicamente sbagliate o dannose.

Prima del corteo del sabato (8 Luglio), ho rilasciato un’intervista all’ARD (Consorzio delle emittenti di radiodiffusione pubblica della Repubblica Federale Tedesca o Federazione delle Radiotelevisioni tedesche) e al NDR (Radio del Nord della Germania con sede ad Amburgo) “sui riot nello Schanzenviertel”, senza che ce ne fosse alcun bisogno e per il solo fatto che mi si puntavano i microfoni in faccia. Non avrei dovuto farlo. Ero emotivamente provato e sotto pressione per quanto accaduto la notte di venerdì, durante la quale avevo pensato che fossero avvenute molte cose buone ma altrettante completamente sbagliate. Ero stato a discutere degli eventi per metà nottata, avevo dormito solo 4 ore, ed ero psicologicamente esausto. In assoluto, ma anche per questi particolari motivi, anziché essere esposte alla stampa, certe valutazioni sarebbero dovute rimanere interne ad una discussione di movimento, discussione che, con qualche esitazione, è appena iniziata tra coloro che hanno partecipato alla campagna (Welcome to Hell). Solo allora si poteva decidere collettivamente se fare o meno un comunicato. Non avrei mai dovuto rilasciare dichiarazioni così fatali e sicuramente non avrei mai dovuto farlo di testa mia, senza consultare altri!

Ora sulle singole affermazioni:

Tutto è iniziato con la citazione su “Poeseldorf” (una zona chic di Amburgo), sulla quale la stampa, con mia enorme sorpresa, si è principalmente concentrata. In realtà avevo detto molto di più di ciò che è stato riportato, ma l’intervista completa non è mai stata mandata in onda e ancora oggi non ne ho completa cognizione. La citazione pubblicata è quella che segue:

Noi, come attivisti della sinistra ed autonomi, ed io, come portavoce di questo gruppo, sicuramente abbiamo una simpatia per certe azioni, ma sicuramente non se accadono nel nostro quartiere, quello in cui viviamo. Perché non fare certe azioni a Poeseldorf o Blankenese (zone chic di Amburgo)? Infatti c’è molta incomprensione per la distruzione dei nostri stessi negozi nello Schanzenviertel, posti in cui noi stessi e gli altri abitanti facciamo compere”.

Rispetto a questa dichiarazione, innanzitutto io non sono il portavoce degli autonomi, in quanto questi chiaramente non hanno portavoce, e ciò corrisponde evidentemente anche alla mia idea di politica autonoma. Non ho davvero cognizione di come ho potuto dire una cosa simile. Ciò che veramente avrei voluto dire è che io ero il portavoce della campagna autonoma “G20-Welcome to Hell”. Ma detto ciò non avrei dovuto rilasciare dichiarazioni senza prima essermi consultato con altri componenti di questo gruppo. Trovo ancora più complicato valutare il contenuto di questa affermazione e, senza rivelare completamente la mia posizione sul tema (vedi infra), per ora, su questo, basti pensare che sono molte e diverse le posizioni e le valutazioni politiche. Per alcuni lo Schanzenviertel è ancora un quartiere resistente, in cui molti appartenenti alla sinistra antagonista vivono insieme ai molti simpatizzanti e in cui ci sono ancora molti posti appartenenti alla comunità di movimento. Per altri invece è un quartiere gentrificato e radical chic come molti altri. Inoltre ci sono anche prospettive differenti sulla “distruzione dei nostri stessi negozi”. Alcuni sottolineano il fatto che negozi come Rewe e Budney (appartenenti a grandi catene) facciano del bene allo Schanzenviertel, donando prodotti agli asili ed ai senzatetto e dimostrando tolleranza verso spazi come il Rote Flora. Per altri, sono semplicemente negozi appartenenti a grandi catene indipendentemente da dove nella città si trovino. Invece, c’è un accordo di fondo sul fatto che siano stati coinvolti anche i negozi più piccoli che simpatizzano con il Rote Flora. Inoltre tutti concordano sul fatto che sia del tutto privo di legittime ragioni militanti l’aver messo in pericolo delle persone incendiando edifici, compresi gli uffici in cui potevano ancora esserci persone a lavorare o pulire.

Trovo che, tra tutte, la dichiarazione su “Poeseldorf”, ad eccezione della parte relativa al “portavoce del movimento autonomo”, sia quella politicamente meno grave rispetto alle prese di distanza contenute nelle successive interviste all’ Abendblatt, al MoPo e al TAZ (quotidiani tedeschi).

Nel frattempo però, si era messo in atto un coordinato attacco contro la mia persona che ha senz’altro contribuito alle mie prese di distanza, senza perciò che io possa o voglia in ogni caso giustificarle.

La stessa sera, dopo la trasmissione dell’intervista tv, è iniziata una sempre più aggressiva e odiosa invettiva contro di me. Per strada, sono stato anche ferocemente insultato e minacciato al punto da aver avuto bisogno di una scorta (ringrazio tutti quelli che hanno contribuito alla mia protezione). Contemporaneamente contro di me è stata messa in campo dalla stampa, poi costantemente alimentata dai politici, un’incredibile campagna diffamatoria. Lunedì 10 luglio 2017 ho ricevuto tantissime telefonate e richieste per e-mail, soprattutto da parte di giornalisti di Amburgo, che mi ponevano di fronte alla scelta tra rilasciare subito una dichiarazione chiarendo la mia posizione o passare grossi guai.

È stato in queste condizioni che ho commesso l’errore più grande. Non sono riuscito a sostenere tutta quella pressione e sono andato nel panico. Ho pensato di dover reagire immediatamente e, invece di prendermi qualche ora di tempo per ragionare insieme a qualche compagno immediatamente disponibile, ho agito da solo senza pensare.

Nei giorni e nelle settimane successive le minacce sono anche peggiorate. Sono stati pubblicati numerosi testi contenenti minacce esplicite. Alcuni li hanno interpretati come satira di movimento mentre altri, tra cui me in quanto obiettivo, li hanno letti come minacce dirette. Contemporaneamente la campagna diffamatoria della stampa non sembrava affatto cessare e la dichiarazione su Poeseldorf veniva continuamente ripresa e commentata. Inoltre ho ricevuto una condanna pubblica da parte dell’Ordine degli avvocati con conseguente inizio di un procedimento disciplinare. E in più, a peggiorare la situazione, a seguito di ben 25 diverse denunce, è iniziato anche a mio carico un procedimento penale preliminare per apologia di comportamenti criminali. Proprio a causa della pendenza di questi procedimenti, al di là di questo scritto, voglio fare attenzione alle dichiarazioni pubbliche che faccio.

Le minacce, la campagna diffamatoria della stampa e la repressione sono anche i motivi per i quali solo molto lentamente sono riuscito a tornare in carreggiata e a schiarirmi le idee. Solo allora sono riuscito a condividere un percorso di critica e autocritica con coloro che fanno parte del mio contesto più prossimo, sia a livello personale che politico. Ciò ha portato ad una discussione che ha a sua volta prodotto questo testo. Sono consapevole che questo testo sarebbe dovuto uscire prima, ma allora non mi è stato soggettivamente possibile.

Ora tornando alle interviste rilasciate lunedì 10 Agosto 2017 e pubblicate contemporaneamente l’11 agosto 2017 su Abendblatt, su MoPo e su TAZ.

Abendblatt:

Certe azioni erano solo insensate violenze ed hanno superato il limite. Mi dissocio completamente da quanto avvenuto venerdì sera. Anche noi siamo scioccati dagli eventi”.

Mi dà i brividi ogni volta che la leggo. Come posso aver fatto un commento così superficiale e banalizzante. Non riesco a riconoscermi in questa affermazione e ancora non mi spiego come possa mai averla sostenuta. È anche strano che io abbia sempre parlato di un “noi” senza spiegare cosa fosse questo “noi” e senza che avessi ricevuto alcun mandato né dagli organizzatori della campagna (Welcome to Hell) né tanto meno dagli autonomi.

Noi rappresentiamo gli attivisti autonomi moderati di sinistra in Europa e non abbiamo invitato queste altre persone. I gruppi che abbiamo contattato sono venuti senza alcuna intenzione di incendiare, saccheggiare e commettere gravi atti di violenza. Di solito rifiutiamo tutto ciò”.

Questa differenza tra autonomi moderati e altri autonomi è certamente un assoluto nonsense e sono pienamente caduto nella trappola mediatica. “Welcome to Hell” si era mobilitata e aveva mandato inviti a livello internazionale ed io ho partecipato anche in questo aspetto. “Benvenuti a tutti voi”! Per lo più abbiamo cercato di fare del nostro meglio nello spiegare il senso della manifestazione “Welcome to Hell”, ma allo stesso tempo non abbiamo dato alcuna linea guida. Non possiamo e non vogliamo farlo. Per questo motivo severamente ed esplicitamente condanno la mia affermazione sul fatto che non avremmo dovuto per qualunque motivo invitare certe persone.

Abbiamo visto, specialmente il venerdì, una nuova e ripugnante dimensione di violenza commessa da queste persone. Mi assumo parte della responsabilità di tutto ciò”.

Ripugnante dimensione di violenza” non è stata una mia scelta terminologica. Non posso neanche immaginare di averlo detto. Ma poiché ho apparentemente prestato il mio consenso (avendo a disposizione appena un’ora di tempo per farlo), me ne assumo la responsabilità politica. Trovo questa affermazione particolarmente brutta. Sono stati la regia del summit e la brutale repressione della polizia, fatta una stima delle vittime, ad essere “ripugnanti”.

MoPo ( Laddove differisce dall’ Abendblatt):

Incendi dolosi e saccheggi non hanno nulla a che fare con proteste legittime, ed io sicuramente troverei sbagliate certe azioni anche se fatte a Blankenese o Poeseldorf”.

Mi sono già espresso su questo e non farò ulteriori commenti qui.

Sono stato citato anche per aver detto che la frenesia del riot del venerdì sera era dovuta al fatto che molti militanti non erano riusciti ad arrivare prima di venerdì stesso (questa non è una citazione diretta e non ne ho parlato in questo modo). “Ho anche sentito parlare in italiano, spagnolo e francese. Non abbiamo invitato noi queste persone con cui non abbiamo neanche mai parlato”.

Si questo l’ho detto. Trovo sia un errore davvero madornale, è mai possibile cadere così in basso? Questo non è accettabile. Noi/Io avevo esplicitamente invitato compagni da fuori ed ero stato in contatto con molti di loro durante il summit.

Vedrò di fare in modo che questo testo venga tradotto in altre lingue, come l’inglese, e spedito come corrispondenza, nonostante il ritardo. Tutti i prigionieri politici che sono stati reclusi per il summit del G20 hanno la mia solidarietà incondizionata, specialmente quelli venuti da fuori che sono stati sottoposti a ulteriori soprusi e che hanno dovuto passare più tempo in carcere rispetto ai prigionieri tedeschi.

TAZ ( Laddove differisce dall’ Abendblatt e dal MoPo):

Posso chiaramente dire che condanno del tutto cose come i saccheggi e le macchine bruciate, e ancor di più gli incendi ai negozi in cui le fiamme avrebbero potuto raggiungere i piani abitati”.

Mi sono già espresso sull’incendio di edifici. Ho fatto diverse considerazioni sui saccheggi. La stessa cosa vale per le macchine. C’è una bella differenza tra uno show room Porsche a Eidelstedt e una piccola utilitaria di una mamma single che la usa per andare avanti ed indietro dall’asilo tutti i giorni. Per alcuni questa differenza è evidente. Altri vedono le macchine come macchine, come status symbol della società capitalista. Non dirò altro su questo argomento.

Mi assumo parte della responsabilità politica, ma non sono responsabile per quello che hanno fatto spagnoli, italiani e francesi, che neanche conosco. (…) Non sono riuscito a parlare per tempo con queste persone”.

È indegno l’aver addossato la responsabilità di azioni militanti ai compagni arrivati da fuori. E ancora, è molto arrogante da parte mia l’aver detto che avrei voluto parlare con loro prima che certe cose accadessero. Con che diritto avrei potuto farlo? Sono sinceramente mortificato.

Ci sarebbero ancora alcune dichiarazioni da commentare criticamente, ma sarebbero solo considerazioni ripetitive.

Per riassumere ancora: ho fatto un grave ed imperdonabile errore. Me ne pento profondamente e per questo chiedo scusa. Spero che almeno alcuni possano accettare queste mie sentite scuse. Altrimenti dovrò semplicemente conviverci per sempre.

Alcuni commenti finali:

Questo testo è stato scritto dopo alcune discussioni con quei compagni che mi hanno dimostrato solidarietà nonostante fossero critici nei miei confronti. Tuttavia questo testo rimane il mio. Sono sia preparato che interessato a continuare la discussione, che comunque preferirei avvenisse in incontri a tu per tu e che non fosse lasciata alla corrispondenza scritta. Chiunque mi voglia cercare mi troverà lungo la strada da lui/lei scelta.

23.8.17

Andreas Beuth

g20_statement

ATMOSFERA

di Woodpecker

Sono stati in molti a leggere e ricevere gli appelli che chiamavano a raccolta dall’Europa e da tutto il mondo, anticapitalisti, autonomi, popoli in rivolta e curiosi. Erano presenti anche le strutture politiche di movimento e i partiti organizzati della sinistra estrema o radicale, i sindacati e le associazioni di ogni tipo.

Alla base c’era il rifiuto di un summit dei venti Stati più potenti al mondo in una città emblema del capitalismo logistico; c’era la volontà di sfasciare il G20; c’era la volontà chiara di fronteggiare il dispositivo poliziesco più potente che lo stato tedesco potesse mettere in campo; c’era la volontà di alzare il livello del conflitto giorno dopo giorno.

Possiamo tranquillamente mettere la spunta a tutti questi obiettivi.

 

Martedì l’aria che si respira è piacevole: accoglienza, ospitalità, solidarietà. Ad ogni angolo dei quartieri solidali c’è musica, da bere, persone da incontrare. Il cornering a due passi dalla zona rossa la fa impallidire, la polizia non si avvicina, i negozi espongono cartelli che non si prestano ad interpretazioni. Inserite nelle vetrine ci sono composizioni colorate che invitano a contestare il G20. Il trait d’union è un secco Nein! C’è chi si spinge oltre, con scritte come ACABSMASH G20 o con caricature dei presidenti. I meno temerari semplicemente hanno affisso un manifesto che dice “No G20-Risparmia il nostro negozio!” Tutti gli altri negozi e catene di supermercati stanno cominciando a tamponare le vetrine con pannelli di legno o strutture in ferro. Tutto può ancora accadere!

Girando per le strade gli sguardi di complicità ed i saluti solidali cominciano a diventare normali. Tutti quelli che si trovano in giro in questi giorni conoscono gli obiettivi e vogliono portarli a termine. La mutazione comincia a prendere forma. Vestiti di nero per mimetizzarti, scomparire ed essere più di impatto. Passa in un’infoshop e prendi le informazioni sul supporto legale, e una mappa.

Mercoledì sfila la Street Parade per le strade della città, colori, musica a palla e svago. Rito per tranquillizzare gli spiriti, per cominciare a contarci e riempire le strade al posto della polizei. Ci si ferma per un po’ nello snodo che collega i quartieri St. Pauli e Pferdemarkt, vicino al Centro Sociale Rote Flora; quartieri amici dove torneremo ogni sera!

Giovedì è il primo giorno di azione, la manifestazione inzia alle 19. Dalle 16 le persone confluiscono al mercato del pesce lungo gli argini dell’Elbe. La polizia presidia tutta la zona. Mentre il blocco nero si prepara per sfilare la polizia sbarra la strada. Sarà una tonnara. La testa del corteo viene disintegrata e violentemente repressa. Una volta dispersi tutti convergono a St. Pauli e Pferdemarkt. C’è rabbia e voglia di vendetta. L’inferno comincia a prendere forma: benvenuti!

Dalle 7 del mattino la città è bloccata, non è chiaro quante cose stiano accadendo contemporaneamente oltre quelle rese pubbliche in precedenza. Gli elicotteri si muovono in continuazione, sono sei o sette. La giornata è scandita da appuntamenti con piccole pause, la partecipazione è tanta, la motivazione non sempre al massimo, ma la rivolta sta prendendo forma. Col passare delle ore tutte le persone si ritrovano per scelta o per volere dei cordoni di polizia costrette nello snodo tra i due quartieri amici. In migliaia cominciano a difendersi dalle continue aggressioni dei plotoni di polizia e degli idranti. Vengono erette barricate poi date alle fiamme, il tempo passa e nessuno fa un passo indietro.

La polizia ha perso il controllo di una parte della città, non le resta che interrompere l’invio di nuove forze per evitare l’escalation.

A quel punto il riot diventa anche esproprio, festa, dove tutti partecipano più o meno attivamente. Il primo supermercato viene svuotato. E poi ne seguono altri. Tutte catene tedesche della grande distribuzione. Tutto questo per ricaricarsi, trovare materiale e continuare la resistenza. Il tempo è rallentato, i dispositivi non rispondono, le persone si organizzano. Ad un certo punto la situazione si trasforma. Invece di distruggere le bottiglie di alcolici, le persone cominciano a bere. I gruppi organizzati mano a mano si ritirano. Una volta lasciato il campo di battaglia, la situazione degenera e finisce in mano ad ubriachi e addirittura fascisti. Il distretto ormai non oppone alcuna resistenza e la polizia riesce a riprendere in mano il quartiere.

Il giorno seguente l’escalation della polizia ed i pesanti scontri della notte precedente non preoccupano i 76.000 partecipanti alla manifestazione finale NoG20. La polizia prova ad attaccare il blocco dei curdi per tentare di prendere la grande bandiera del YPG (che è illegale in Germania), ma senza successo.

Queste giornate dimostrano che è possibile vincere una battaglia!

Parigi, 1° Maggio 2017: il fiammeggiante ritorno del «corteo di testa»

 Macron ti si farà piangere. Firmato: i giovani
(tag comparsa il Primo maggio a Parigi)

 

Il 1° Maggio, ancor prima di essere da poco più di un secolo la festa dei lavoratori, è sempre stata la ricorrenza di Beltaine, questa festa pagana diffusa in ogni angolo d’Europa la quale celebra, passando per il fuoco e l’unione del principio femminile con quello maschile, la fecondità e la rigenerazione dei mondi, il passaggio dall’oscurità alla luce, il risveglio dei sensi, l’insorgere della natura, la vita che vince la minaccia del nulla.

L’intelletto comune non sceglie mai a caso le sue date.

Alcuni amici di Qui e Ora hanno avuto l’intuizione che per questo Maggio sarebbe valsa la pena vivere l’evento di  festa a Parigi.

 Il corteo di testa è un’esperienza

Una scritta apparsa sul muro di un’avenue parigina durante il riot del Primo Maggio, “corri compagno, un mondo di vecchi è dietro di te”, ci pare aver espresso bene il sentimento di questa festa insurrezionale: la rigenerazione del mondo passa attraverso la sottrazione sia individuale che collettiva a questo universo sociale che odora di morte e al quale, per tenersi in piedi, è restata solo la polizia come muro portante. Per tutti gli altri essa è infatti solamente un duro e allo stesso tempo banale ostacolo alla vita.

Le forme del conflitto seguono le rotture e le ricomposizioni di quelle della vita, cioè degli incontri, dei legami, degli affetti che le danno forma a sua volta. Per questo sono forme nomadi: un giorno sono a Barcellona, l’altro ad Atene, l’anno prima a Roma, l’anno dopo a Berlino, oggi a Parigi e domani chissà. Tutto dipende dall’intensità alla quale quella forma può arrivare e spesso, purtroppo per noi, tutto si risolve in una sola giornata. Il problema dei rivoluzionari oggi è infatti come dare consistenza, profondità e continuità alle sue forme.  E attraverso queste portare l’intensità a superare la dimensione del punto e farsi linea, piano, vita.

È da circa un anno, dalla primavera del 2016, che in Francia è apparsa la forma politica attualmente più viva sul piano europeo. Il “corteo di testa” è oggi, senza alcun timore di smentita, la forma ritrovata di cosa vuol dire autonomia, di che significa praticare l’offensiva e provare la gioia del combattimento, di che vuol dire fare un buon uso di sé e dei legami con gli altri , quelli con i quali si abiterà il piano d’intensità, con i quali si camminerà sulla linea discontinua che, passo dopo passo, disegna un divenire rivoluzionario.  Il corteo di testa è più di una tattica, è più e altro di un’espressione della politica, il corteo di testa è un’esperienza e sappiamo bene quanto poche siano le possibilità di farne nella civiltà in decomposizione in cui ci troviamo a vivere, ovvero uno spazio operativo in cui le esperienze non le fanno i corpi ma sono delegate, si fa per dire, ai dispositivi tecnologici. Anche per questo, chi voglia capirci qualcosa deve innanzitutto levarsi dagli occhi le lenti con il quale  è abituato a pensare e vivere “la politica”: per correre, compagno, è meglio che provi a liberarti del peso del tuo vecchio bagaglio. Ciò che serve lo troverai per strada, insieme agli altri che diverranno così i tuoi compagni.

In breve, il corteo di testa ci parla di cosa può significare vivere e lottare all’altezza dell’epoca nella nostra parte di mondo, dove viviamo, non dove vorremmo o fingiamo di essere. Esso espone un gesto appropriabile che apre alla possibilità di uscire da questo presente. Ciò non toglie che vi sia ancora molto da fare, da distruggere e costruire, per arrivare a superare un’ulteriore soglia etico-politica e gli stessi compagni francesi, essendone perfettamente consapevoli,  iniziano a ragionare ad esempio su come inventare e mettere su dei “comitati d’azione” non solo nelle scuole ma negli ospedali, nelle fabbriche, nei quartieri, ovunque. Degli organismi capaci di far comunicare tra loro giovani e pensionati, banliesaurds e universitari, corteo di testa e sindacati e così creare i presupposti di un’organizzazione comune. L’idea dei comitati d’azione viene proprio dalla considerazione che, nella misura in cui si parte da delle possibilità pratiche, quelle che ogni situazione contiene, essi sarebbero, almeno in linea di principio, aperti a chiunque voglia battersi: “nell’azione non ti si chiede che cosa sei, ma che cosa fai e ciò che vi è da fare”.

Tuttavia qui e ora, quantomeno in Europa, la forma di autonomia e di potenza sperimentata in Francia nel corteo di testa offre a tutti noi la possibilità di leggere attraverso di essa i propri limiti e il primo limite è proprio l’incapacità di molti di figurarsi al di fuori dei propri asfittici confini nazionali o addirittura cittadini, se non quelli di appartenenza ideologica, con buona pace della retorica europeista e/o internazionalista che inflaziona i nostri lidi. Volenti o nolenti veniamo modificati tanto dai movimenti di stato e capitale quanto da quelli rivoluzionari e in un senso come nell’altro è il loro studio, la condivisione delle esperienze e il cercare la propria singolare interpretazione delle forme che, solamente, può farci crescere e divenire più forti. Più veri, anche.

Poiché è sempre così, dalle scintille emanate dal fuoco della rivolta, che i nuovi mondi si aprono nella vita di tutti e di ciascuno.

Dentro la fenice

Nei giorni precedenti il Primo Maggio vi era stato un certo scoramento tra i giovani e meno giovani compagni; la gente non era scesa in piazza in gran numero come avvenne nel 2002, quando Le Pen padre arrivò a superare il primo turno nelle elezioni presidenziali. Nei giorni successivi al 23 maggio, la giornata del primo turno elettorale, infatti solamente i liceali si sono organizzati praticamente, bloccando le scuole e lanciando diverse manifestazione selvagge. Come se una rassegnazione generale avesse fatto presa sugli spiriti, ricomponendo il gregge per dirigerlo verso la cabina elettorale come lo si conduce al macello. Pareva come se il gioco politico del momento fosse quello di far tornare tutto a prima del 2016, come se la rivolta contro la Loi Travail non fosse mai avvenuta. Ma 2+2 non fa mai 4. Difatti i compagni sostengono che non sono due i turni di questa campagna politica, bensì tre: ogni volta che vengono chiuse le cabine elettorali comincia l’altra campagna e dopo il secondo viene il terzo di turno, quello destituente.

Come una fenice, anche questa volta materializzatasi nel corteo di testa e poi lanciata in fiamme contro i CRS (celerini), lo spazio autonomo del corteo di testa è riapparso il Primo Maggio: vivo, denso e forte. Chi, in quella manifestazione di decine di migliaia di persone, ha compreso che esso è attualmente il solo spazio di uscita dal ricatto al quale si è ridotta ogni politica, ha rimontato il lungo serpentone della manifestazione e, scavalcando servizi d’ordine sindacali e squadroni della polizia, ha raggiunto la testa. Perché una delle virtù di questa forma è appunto la sua raggiungibilità, la quale non è affatto data dalla castrazione della forza selvaggia del corteo, ben al contrario, è una forma porosa attraversabile da chiunque senta dentro di sé il desiderio di combattere al di là e a volte contro ogni identità e appartenenza, compresa la propria ovviamente. Il carattere destituente del corteo di testa è infatti rivolto tanto all’esterno che al suo interno. All’esterno perché è con ogni evidenza una manifestazione di estraneità offensiva verso l’ordine esistente, al suo interno perché il solo segno di appartenenza è al limite segnalato dai k-way neri e dai fazzoletti e passamontagna che coprono il volto. È autonomo chi si comporta da autonomo; come già nel 1977 italiano, questa è la regola alla quale le diverse soggettività che compongono il corteo di testa si attengono.  Liceali, sindacalisti sinceri, vecchi e nuovi militanti, disoccupati, lavoratori, banlieusards depongono le loro identità e vivono un rinnovato sentimento di uguaglianza e fratellanza: qualunque è il nome della sua composizione. È in questo modo che il corteo di testa ha potuto contare durante la manifestazione del Primo Maggio tra le 1500 e le 3000 presenze. Presenza molteplice e affermativa contro Le Pen, contro Macron, contro il lavoro, contro le elezioni, contro la vita di merda, contro la metropoli: una pioggia di molotov contro il niente.

All’inizio della giornata, già verso le 14 h, la “testa” del corteo di testa, tra le 300 e le 500 persone, si è trovata, grazie ad una manovra congiunta della celere e del servizio d’ordine della CGT, separata dal resto della manifestazione, o sarebbe meglio dire che è la manifestazione a essere stata separata in questo modo dal corteo. La strategia politica della prefettura è sempre la stessa: cercare in ogni modo di isolare gli uni dagli altri, evitare gli incontri e scongiurare le solidarietà.  I CRS hanno quasi immediatamente cominciato a sparare ad alzo zero contro la testa di corteo un’infinità di lacrimogeni, pallottole di gomma e granate stordenti, attacco  al quale è stata data una risposta decisa, fino al lancio di alcune molotov, tra le quali quella immortalata da un fotografo siriano e che ha fatto il giro del mondo, avendo preso in pieno un poliziotto. Nel frattempo un altro gruppo che contava meno di un centinaio di persone affrontava la polizia, e incidentalmente anche un servizio d’ordine sindacale, anche dal lato opposto, quello del grosso della manifestazione che desiderava congiungersi con gli altri, cosa che ha permesso di abbassare leggermente la pressione sulla testa la quale, a un certo momento, si è trovata comunque costretta ad avanzare verso place de la Bastille e poi su via Daumesnil. In questo punto la polizia ha caricato e massacrato diverse decine di persone, sia per mezzo delle loro armi cosiddette non letali che con i loro bastoni. Una fitta nube di gas riempiva la strada, non si riusciva a vedere oltre un metro dal proprio naso.

La manifestazione ha quindi raggiunto e formato il corteo di testa, il quale si è finalmente composto  acquisendo tramite la sua stessa molteplicità un aspetto ancora più offensivo, non permettendo più alle milizie del governo di spezzare il corteo o di isolare dei gruppi per tutto il resto del percorso. Ancora e ancora “tout le monde dèteste la police”.

Poco prima di arrivare al termine della manifestazione, prevista a place de la Nation, il corteo di testa ingaggia una intensa battaglia con i CRS che cercano a più riprese di caricare e spezzare nuovamente il corteo: vengono caricati e respinti a loro volta. Purtroppo riescono a bloccare e arrestare qualcuno, pestandolo dietro i loro cordoni, cosa che fa montare ancora di più la rabbia. Bisogna a volte camminare velocemente a zig zag o a capo chino dietro le automobili per cercare di non essere raggiunti dalle pallottole di plastica o dai frammenti rilasciati dalle granate, ma chi viene colpito trova fortunatamente dei commando di street medic a soccorrerlo. Questi conteranno alla fine 150 feriti, alla quale bisogna aggiungere i molti che non sono ricorsi alle loro cure, a fronte dei tre poliziotti sbandierati dai media e dal governo, tra i quali uno si è ferito da solo alla mano non avendo gettato in tempo utile la granata che voleva far planare sui manifestanti. È da sottolineare che l’agire della polizia non mira semplicemente a “intimidire” ma esplicitamente a fare del male, a ferire, a mutilare.

A non molto dal termine della manifestazione due brigate di agenti poste a due angoli di strada, quasi uno di fronte l’altro, e che sparano continuamente gas, flashball e granate antiaccerchiamento vengono affrontate duramente dal corteo di testa. Le lastre in marmo della facciata di un palazzo borghese vengono letteralmente smontate e fatte a pezzi per farne dei proiettili che, insieme a diverse molotov, convincono le truppe a restare ben ferme nel loro angolo. Rimbomba forte per tutto il boulevard uno slogan leggermente modificato rispetto all’originale: “Di chi è la strada? La strada è nostra” diventa “Di chi è la strada? Di quelli col passamontagna”. Le ultime molotov vengono scaricate, prima di arrivare in place de la Nation, su di una campana di vetro e ferro per la ricarica delle odiatissime autolib tra gli hurrà della gente.

Alla fine si ride, ci si saluta in diversi idiomi, ci si disseta.

 La forma è contenuto

Il corteo di testa è dunque la “novità” consegnataci dalle manifestazioni francesi. Un vero e proprio campo di aggregazione e intensificazione delle più diverse soggettività ma dentro il quale nessuna di esse sembra prevalere, mostrandosi piuttosto come una sorta di spazio misto in cui esprimersi liberamente, con un grado di offensività evidente, ad ogni discesa in strada. Il corteo di testa, come dicevamo, è ad oggi l’ unica forma politicamente viva in Francia, dentro la quale piccoli gruppi, collettivi e molto più spesso bande di amici si organizzano autonomamente facendo uso dello sfondo comune disegnato dal corteo di testa. Chi lo attraversa si sente parte di qualcosa di più grande del semplice scendere in strada con la propria struttura di riferimento, diviene parte di una specie di “atmosfera”, di “clima”, di un’aura magica che il corteo di testa materializza compiendo il gesto della ricomposizione. In questa strana alchimia, sperimentata durante il movimento contro la Loi Travail, risuona l’eco delle manifestazioni degli autonomi di 40 anni fa in Italia. Giovani e meno giovani fanno la loro parte e superano fisicamente le posizioni arretrate dei sindacati, guadagnando metro dopo metro, con determinazione e anche col sorriso, la strada della ribellione. C’ è da dire che nel corteo di testa tutto è più evidente: ragazzi e ragazze disposti allo scontro, militanti di lungo corso che condividono i saperi di piazza, gli applausi della gente ai lati quando esplodono le molotov a difesa del corteo, persone che semplicemente vogliono essere lì e da nessun altra parte nella manifestazione per un motivo semplice, perché lì c’è la vita.

I nemici da affrontare nella manif del 1 maggio erano molti: l’ antisommossa che divide il corteo, poi il sindacato, con i servizi d’ordine della CGT e di Fource Ouvrier che in quella giornata hanno preso il posto della BAC[1], non permettendo la ricongiunzione del corteo più volte spezzato all’inizio dalla polizia e da molti cordoni di CRS, picchiando i manifestanti rimasti indietro e che volevano raggiungere gli striscioni di testa, infine i politici candidati alle elezioni con le loro false promesse da teatrino.
Dentro l’alchimia del corteo di testa ci sono tanti elementi che sono di difficile trasmissione ma che non possono non essere menzionati. Uno striscione firmato “castori antifa”, ironicamente riferito al dibattito un po’ surreale sulla “diga” antifascista che avrebbe dovuto essere costituita dal voto a Macron, teste di drago e fenici di cartapesta che rammentano il ‘77 bolognese, tag disseminate lungo il percorso, a cominciare dal fatidico “Macron: 1° avertissement!”. Tutti gli striscioni di testa sono rinforzati e di una misura tale che ne permette la mobilità per difendere i nuclei d’attacco e il corteo stesso dalle centinaia di proiettili di gomma (considerati non letali!) e dalle granate antiaccerchiamento. Che coraggio questi ragazzi e queste ragazze che si sono incontrati a Parigi! Quante lingue diverse in questa festa! Poteva essere la solita sfilata colorata della sinistra soddisfatta dei risultati dei vari Melanchon & co, ma tra il primo e il secondo turno di queste elezioni il movimento ha dato una chiara indicazione: “Hai votato? Non hai votato? Che importa. Scendi in strada per spegnere la fiamma della candidata fascista Le Pen, scendi in strada per combattere il candidato ultraliberista di destra/sinistra Macron. Cerca l’uscita da questo manicomio” e così continuano a fare con ostinazione, con determinazione, con coraggio, con intelligenza.

La grande mobilità dei gruppi di combattimento, al contrario dei lenti e pesanti spezzoni d’organizzazione che vediamo spesso andare allo sbaraglio dalle nostre parti, permette al corteo di testa tanto la pratica dell’obiettivo che specialmente la difesa del corteo, tenendo a debita distanza la polizia. Mobilità congiunta a flessibilità: se durante le manif sauvages o altre manifestazioni capita di prendere come obiettivi banche, catene commerciali e qualsiasi cosa richiami la gestione capitalista dello spazio metropolitano, il Primo Maggio obiettivo e difesa convergevano, considerato che la polizia costituiva evidentemente allo stesso tempo la presenza della politica governamentale e si sostituiva all’arredo urbano, oltre ad essere ovviamente una continua minaccia fisica per il corteo. Ogni volta l’obiettivo non viene deciso in estenuanti assemblee “inter-gruppi” ma in situazione, seguendo l’istinto e l’intuizione comune: mezzo e fine coincidono. L’eterogeneità dei componenti del corteo di testa non si traduce nella banalizzazione della retorica della “diversità delle pratiche”, nel senso che vi sarebbero allo stesso tempo chi fa gli scontri e chi i sit in pacifici: tutti sono determinanti e determinati allo scontro, ma ciascuno trova la sua collocazione, fosse anche solo quella di gridare gli slogan, cantare per dare coraggio agli altri o sparare sui muri le più devastanti tag del momento. La vera eterogeneità delle pratiche consiste nel fatto che, oltre a coloro che si impegnano direttamente nello scontro,  vi sono nuclei di pronto soccorso autorganizzati, reporter di movimento che con i loro video e fotografie contrasteranno il lavoro sporco dei media mainstream e della prefettura oltre che a creare un certo immaginario condiviso, manifestanti che prendono appunti mentalmente per poi scrivere report e analisi e così via. Questi compagni e compagne sono dei combattenti allo stesso livello dei lanciatori di bocce incendiarie e degli autori delle più spericolate manovre di allontanamento degli sbirri. Una macchina da guerra rivoluzionaria non è mai composta da “soldati”, ma da guerriere e guerrieri di ogni sorta e ciò ancora una volta per un semplice motivo, perché il nostro concetto di guerra non è lo stesso dei nostri nemici. Il nostro motto potrebbe infatti essere la ripresa di quello della Colonna Colonel Fabien[2]: “Vincere e vivere”.

P.S. Non più di due parole sugli intellettuali di sinistra.

A parte poche eccezioni in cui alcuni intellettuali hanno espresso pubblicamente una posizione chiaramente rivoluzionaria e, considerata l’atmosfera, anche di alcuni meritevoli e significativi silenzi, la gran parte dei cosiddetti intellettuali di sinistra ha dato ancora una volta riprova, se ce ne fosse ancora bisogno, della sua vigliaccheria, del suo servilismo e dell’assenza flagrante di qualsiasi genere di relazione con i movimenti, impegnandosi spasmodicamente nel lanciare appelli tragicomici a votare Macron per contrastare la Le Pen – qualcuno, che forse aveva bevuto un po’ troppo champagne, ha addirittura azzardato un paragone con De Gaulle e Hitler… – riuscendo a non nominare mai neanche la possibilità di sostenere, se non unirsi, alla rivolta in corso. Tutti loro fanno parte di quel mondo di vecchi dal quale fuggire. E lo sanno. Finiamo queste note acquisendo la notizia che l’astensione in questo turno di presidenziali è il più alto dal 1969, cioè dalle elezioni celebrate all’indomani del Maggio ‘68.


[1]Polizia politica in borghese, in verità più una gang di fasci palestrati ultraviolenti che un classico corpo di polizia ma che, dopo averle buscate più volte, sembrano non aver più voglia di mettersi a fare gli sbruffoni cercando di intrufolarsi a colpi di manganello spagnolo nel corteo di testa

[2]Colonel Fabien fu il nome di battaglia di Pierre Georges, militante comunista che, dopo aver combattuto nella guerra civile spagnola, fu il primo partigiano a fare fuoco su di un soldato nazista a Parigi nel 1941. Costituì poi una Colonna di resistenti con la quale, dopo l’insurrezione di Parigi nel settembre 1944, si spostò sul fronte in Alsazia Lorena, dove morì il 27 dicembre 1944.

INGOVERNABILI

Risuona un nuovo vocabolario

Le insurrezioni non si diffondono linearmente alla maniera di un’epidemia di peste o come l’incendio di una foresta bensì, ci dicemmo qualche tempo fa ascoltando ciò che accadeva nel mondo, per risonanza, come un ritornello musicale che si libra nello spazio e nel tempo e che si poggia laddove c’è qualcuno capace di sentirlo, ripeterlo e modificarlo a seconda delle pieghe del proprio territorio, politico ed esistenziale. Le parole, i nomi, le forme dell’enunciazione della rivolta sono un indice importante di questa risonanza: è l’insorgenza che riflette su sé stessa e che, allo stesso momento, parla al mondo. È il susseguirsi di queste note musicali a tracciare la linea favolosa della rivoluzione che viene.
Comincia così a formarsi un vocabolario comune, indispensabile per costruire quel linguaggio condiviso senza il quale nessuna rivoluzione è pensabile e tanto meno praticabile. Il blocco, la piazza, l’occupazione, la comune, l’acab e oggi l’ingovernabile. Lo abbiamo scorto una decina di anni fa l’ingovernabile; era ancora un rumore sotterraneo, il borbottio di un geyser che si apprestava a divenire vulcano. L’abbiamo ascoltato risuonare sempre più nitidamente nelle piazze di mezzo mondo per poi dirsi esplicitamente battendo il pavé dei boulevard parigini, fino ad arrivare oggi a segnare come un tuono l’insorgenza del 20 gennaio negli Stati Uniti ponendosi come una barricata fiammeggiante messa di traverso al fascismo diffuso e direttamente contro l’insediamento di Trump alla Casa Bianca: Become Ungovernable.

è l’insorgenza che riflette su sé stessa e che, allo stesso momento, parla al mondo

Ma, dicevamo, per articolare questo linguaggio bisogna saper ascoltare la melodia che lo porta e a volte, come pare che avvenga in Italia in quest’ultimo periodo, una sorta di membrana – fatta di vecchie parole, di ideologia, di brutta musica – disturba l’ascolto, impedisce di apprezzarne la tonalità, il suo rumoreggiare occulta la potenza silenziosa. In definitiva fa perdere tempo.
Poiché è solo questione di tempo, la sua intensità è più forte di ogni scorza ideologica.

E al centro, nel medio, nel mezzo di questa sinfonia vi è quel
silenzio, calmo e terribile, che è l’Ingovernabile

Trump o della verità del Governo

Se vi è una virtù nel fatto che un miliardario bavoso abbia poggiato il suo culo di pietra sullo scranno della presidenza degli USA, essa consiste nel rendere evidenti alcune verità dell’epoca. Prima di tutto il suo essere la legittima espressione della democrazia reale, questo vecchio dispositivo di cattura che avendo raggiunto e ormai oltrepassato il suo limite storico, si mostra gloriosamente per ciò che è: un governo della mediocrità che produce mediocrità di massa – la famosa piccola borghesia planetaria – per il tramite di qualsiasi forma e pulsione le sia necessaria. Diciamola allora quest’altra verità: tra democrazia e fascismo non c’è differenza di natura ma solo di intensità.
D’altra parte ovunque nel mondo appaiono frotte di imbonitori che promettono, come Trump, di riordinare tutto e di ricostruire una qualche forma di unità sociale, magari al prezzo di eliminare quel “surplus” di popolazione che insiste a voler mangiare nel piatto di finta porcellana del piccolo borghese planetario. Ma, come dimostrano gli Stati Uniti in primis e a seguire tutti gli altri stati falliti, il Governo che vuole unificare ottiene solamente l’intensificazione della frammentazione, la nascita e l’approfondimento di inimicizie – non solo quelle che sono fuori di esso ma anche quelle che dal suo stesso interno lo contrastano – e poi la creazione di nuove solidarietà contro quella maledetta totalità imposta da manganelli, flashball e pallottole vaganti. Senza parlare poi della situazione in paesi come la Siria, la Turchia, la Libia e altri ancora che non sono già e non saranno mai più “uno” Stato.
Non solo tutto ciò mette fuori gioco ogni velleità di ogni possibile “sinistra”, che sia ufficiale, alternativa o radicale, ma specialmente indica ai rivoluzionari che non vi sarà nessuna ricomposizione in o attorno ad un Soggetto, è ora di farla finita con questo antico vezzo idealistico.

non vi sarà nessuna ricomposizione in o attorno ad un Soggetto, è ora di farla finita con questo antico vezzo idealistico

Che vuol dire “divenire Ingovernabili”?

La rivolta francese del 2016 e oggi, ai primi vagiti del 2017, quella in corso negli Stati Uniti, sono ricche di insegnamenti per ciò che riguarda l’attuale configurazione della conflittualità storica.
In Francia le lotte contro “la legge Lavora! e il suo mondo” sono cominciate da subito in maniera incendiaria. Sebbene ovunque nel mondo il lungo marzo 2016 francese sia stato conosciuto sotto l’etichetta di “Nuit Debout”, grazie al lavoro dei media che sempre, come avvenuto già con gli “Indignati”, appioppano il nome a partire da ciò che di meno offensivo e più amministrabile si presenti in un determinato ciclo di lotte, il fenomeno Nuit Debout, ovvero il rituale delle assemblee di piazza, è cominciato solo dopo che per un mese, ogni settimana, vi erano già state manifestazione diffuse sul territorio nazionale e che si presentavano costantemente in forma offensiva, si scontravano con la polizia e attaccavano tutto quello che gli era a portata di mano. Così, negli Stati Uniti, il 20 gennaio, giorno dell’insediamento di Trump, la giornata è stata caratterizzata da una molteplicità di manifestazioni il cui minimo comune denominatore è stata l’offensività, non a caso l’immagine simbolo di quel giorno è quella in cui viene immortalata la devastazione e quindi l’incendio di una limousine. Da quel giorno si sono susseguite negli USA un enorme numero di manifestazioni, blocchi, scontri con i fascisti, in una pluralità di forme di azione che spesso hanno raggiunto, tutte insieme, l’obiettivo di gettare nel caos la governance metropolitana, rendendo così sensibile tutta la “cittadinanza” a quello che è in gioco nel paese e spingendola quindi a schierarsi, a prendere partito.
Questa sequenzialità ci mostra come non sia più vero, se mai lo è stato, che le lotte per conquistare consenso devono iniziare evitando ogni motivo di scontro reale per poi arrivare, in un crescendo, al loro massimo punto di espressione. È il contrario, sono solo quei conflitti che da subito si presentano come “politici”, che dividono cioè il campo in amici e nemici, a permettere di aprire il terreno in cui ciascuna forma di lotta trova la sua possibilità e quindi, a seconda dell’intensità con cui il conflitto prosegue, portarla non fino al suo fisiologico e patetico esaurimento, ma al suo punto di cristallizzazione. Una lotta, arrivata ad un certo punto del suo divenire, può terminare ovviamente, e tuttavia, se è riuscita davvero ad andare in profondità, avrà non solo scavato nel campo nemico, ma specialmente avrà trasformato la qualità soggettiva di chi gli è amico, avrà cioè raggiunto un punto di irreversibilità tanto nei confronti dell’avversario – che, ad esempio nel caso di Trump, da essere il presidente di una nazione è velocemente divenuto quello che realmente è, il capo di una gang fascista – quanto nei confronti del partito della rivolta, avendo creato un tempo e uno spazio nel quale ognuno può continuare nel suo divenire rivoluzionario a partire da quel punto di fusione che il gesto di rottura ha permesso fin dall’inizio del conflitto.

il 20 gennaio, giorno dell’insediamento di Trump, la giornata è stata caratterizzata da una molteplicità di manifestazioni il cui minimo comune denominatore è stata l’offensività
La seconda questione in ballo è l’effettiva decentralizzazione ed asimmetria del conflitto. Tanto in Francia che negli USA la forza della lotta è data dal fatto che nonostante dei picchi vengano raggiunti giorno dopo giorno in alcuni luoghi determinati, vi è una diffusione che ne impedisce la centralizzazione tanto geografica quanto politica. Nessuna “struttura politica” può rivendicare in questo caso la legittimità di rappresentare e decidere sulla totalità del conflitto, mentre la ricercata asimmetria evita quanto più è possibile il confronto campale con le forze contro-insurrezionali. In passato, specie qui in Europa, le famose giornate di lotta decentralizzate non hanno mai veramente funzionato per un semplice, banale, motivo: o perché sono state indette da una struttura centralizzata, oppure perché costruite del tutto artificialmente, senza cioè tener conto in alcun modo delle inclinazioni e potenzialità dei possibili partecipanti. Effetto non assolutamente secondario della diffusione/decentralizzazione del conflitto è quello di disperdere le forze di intervento delle bande nemiche – polizia, milizie, fascisti, etc. – permettendo fra le altre cose anche ad una piccola forza rivoluzionaria di agire con determinazione in uno qualsiasi dei tanti luoghi di intensificazione del conflitto. Oggi anche le lotte, giustamente, hanno cominciato ad assumere l’inarrestabile frammentazione del mondo piegandola al proprio gioco, alla propria strategia, cercando così di far consistere ogni frammento in una “situazione” e da qui provare a farlo divenire un mondo tra i molti mondi possibili.
Divenire ingovernabili non significa allora assumere giusto una posizione di esteriorità rispetto alle forme più classiche della politica – la rappresentanza istituzionale, la mediazione sociale, etc. – ma indica la maniera stessa di essere di ciascuno e di tutti dentro la lotta, destituendo così il potere della “politica” ad ogni scala della sua manifestazione. Non vuol nemmeno dire essere disorganizzati, disarmati o passivi ma, al contrario, divenire consapevoli che bisogna organizzarsi a partire da questa interruzione nel continuum della governabilità.
Persino il Governo è ormai ingovernabile: prima ce ne rendiamo conto e meglio sarà, non per tutti, ma per noi, per il partito della rivoluzione: Spread the Ungovernable, Live communism!

far consistere ogni frammento in una “situazione”