E il naufragar m’è dolce in questo mare. Per un’autonomia infinita.

 Di Fabrizio Bacciola

Delle generazioni militanti

Where have all the flowers gone? long time passing? Where have all the flowers gone long time ago? ( Peter Seeger )

Nel corso dei tempi, che ci siamo trovati a vivere, generazioni di giovani si sono affacciate sulla soglia dell’incessante confliggere tra gli esseri umani e alcuni tra questi si sono sentiti chiamati a dar voce ad una parte in conflitto, a riparare a qualche torto, a rimediare alle iniquità dell’esistenza dei più, seguendo l’onda e il ritmo delle lotte.

Questo prendere parte portava con sé la generosità degli anni giovanili e non di rado, per alcuni, coinvolgeva tutto il senso della loro vita, in alcuni casi, anche a rischio della vita stessa. L’insurrezione delle menti e dei corpi è sempre un momento felice, un incantesimo che ha l’ apparenza dell’eterno, un po’ simile, in questo, all’innamoramento. Ma, prima o poi, ogni generazione ha dovuto fare i conti con il momento della fine dell’incanto, della sconfitta, del perdurare delle iniquità che si erano credute di vincere. E la normalità, l’ordinario andare delle cose, ha ripreso il suo corso consueto. Tuttavia i momenti della sconfitta sono anche i momenti nei quali si è di nuovo chiamati a delle scelte. E’ una chiamata diversa dalla precedente. Se la prima possiede l’inconsapevole felicità dell’immediatezza e della spontaneità dei corpi in rivolta, la seconda è intrisa di malinconia e ripensamenti.

Difficile, in ogni caso, sottrarsi. Quando le parole prendono congedo dai fatti, quando le parole, che si erano dette, scritte mille volte, suonano false prima di tutto a noi stessi che le avevamo gridate tra il fumo dei lacrimogeni, e il loro senso, allora pieno, si trasforma sempre più in una vuota retorica, allora significa che si è giunti ad un punto di rottura. Succede al termine di ogni ciclo di lotte. Succede nella crisi politica ed esistenziale che sempre l’accompagna. Così Hugo von Hofmannsthal in quella Vienna dell’inizio del secolo passato, prefigurando la fine di un mondo al quale aveva appartenuto, descriveva questo venir meno del senso delle parole:

Allora, in una sorte di costante ebbrezza, tutto quanto esiste mi appariva come una grande unità: il mondo spirituale e quello fisico non mi sembravano giustapposti, né l’ essere cortese e quello animale, né l’ arte e la non arte, la solitudine e la compagnia; in tutto io sentivo la natura, nelle deviazioni della follia come nelle estreme raffinatezze di un cerimoniale spagnolo; nelle goffaggini di giovani contadini, non meno che nelle più dolci allegorie; e in tutta quanta la natura io sentivo me stesso(…) ma ora ho perduto ogni facoltà di pensare o di parlare coerentemente su qualsiasi argomento. Le parole astratte (…) mi si sfacevano nella bocca come funghi ammuffiti.(…) Ogni cosa mi si frazionava, e ogni parte ancora in altre parti, e nulla si lasciava imbrigliare in un concetto. Una per una, le parole fluttuavano intorno a me; diventavano occhi, che mi fissavano e nei quali io a mia volta dovevo appuntare lo sguardo. Sono vortici, che a guardarli io sprofondo con un senso di capogiro, che turbinano senza sosta, e oltre i quali si approda nel vuoto.

Al termine di ogni stagione di lotte, si presentano, per chi le ha vissute, alternative individuali e collettive date da un’impellente necessità. Allora si rompono “i cordoni” una volta così compatti. Amici spezzano un vincolo che sembrava dovesse durare per sempre. Compagni abbandonano i luoghi, le ragioni che avevano difeso con passione in un tempo che appariva eterno e arriva, per molti, il momento di prendere congedo dalle lotte, dagli amici, dalla vita fin lì vissuta. Questo andarsene, questo prendere congedo, ha modalità diverse. C’è un congedarsi che non ha ritorno, che parte dalla consapevolezza che il mondo che abbiamo fin qui combattuto è più forte di noi, che tutte le nostre forze non sono state sufficienti a cambiarlo. Per alcuni, allora, il congedo assume l’aspetto di un rientro nella ‘normalità ‘, proprio là dove si era creduto di uscire per sempre. Come in un giro di valzer, si ritorna al punto di partenza. Ognuno riprende il posto che il destino, il caso, gli dei avevano assegnato nell’ordine gerarchico che costituisce il mondo. Chi più in alto nella scala sociale, chi più in basso, chi in un luogo sospeso, forse in attesa di qualcosa che deve ancora arrivare. C’è però anche un congedarsi, più morbido, quasi inavvertito, silenzioso, che parte dalla convinzione, che lentamente si era insinuata dopo che gli ultimi fuochi spegnevano, che questo mondo può essere combattuto in una lotta estenuante, indefinita, in un tempo lungo, che nessuno è in grado di prevedere. Allora chi è di buona volontà, chi sente ancora l’eco di un’originaria chiamata, comincia a percorrere una strada diversa, più in sintonia con la ‘realtà’. Riparare i torti di questo mondo diventa il suo impegno, mettere dei rattoppi al mondo la sua priorità. A volte tutto questo si manifesta nel lavoro sindacale (la difesa dei più deboli), a volte nell’impegno politico (dare voce a chi non ha voce), talvolta nel volontariato dentro e fuori le istituzioni, ma sempre con la concretezza e il realismo di chi, finalmente, ha abbandonato l’ubriacatura sognante dei tempi appena trascorsi. La strada sembra più semplice. Il rischio però, in questo caso, è grande. E’ il rischio di confondersi sempre più con il mondo che si voleva combattere. Lentamente senza accorgersene ci si fa l’abitudine. Il realismo, a ben vedere, non è altro che questa abitudine. Una semplice modalità di sopravvivenza alle cose. Semplicemente, così come sono. Italo Calvino al termine di uno dei suoi racconti ne dà un immagine definitiva: “accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più”. La buona, vecchia o nuova, sinistra trova qui le sue antiche ragioni e non sempre sono ragioni ignobili.

Oppure? Oppure c’è un ‘noi che resta’. Un’ irriducibilità che non si trova pacificata, che riallaccia il rapporto con una storia discontinua. Una chiamata, che attraversa generazioni insorgenti, nel rifiuto del mondo, nella consonanza con gli ‘ultimi’, nella consapevolezza di stare in questo mondo  ma non di essere di questo mondo .

Proviamo a ripercorrere questo ragionamento in termini temporali. L’instabilità del mondo è sempre data dal continuo avvicendarsi di nuove generazioni insorgenti. Scopriamo continuamente, con stupore e con gioia, che il mondo è sempre gravido di sconnessioni e di sussulti.

” The time is out of joint. O cursed spite. That ever I was born to set it right” (i tempi sono fuori di sesto. Oh poveri noi. Essere nati per rimetterli a posto) proverà a dire, come Amleto, una nuova generazione insorgente che si affacciava alla storia del mondo dopo la fine delle rivolte degli anni Settanta. Alcune parole di quegli antichi anni erano davvero ammuffite, un po’ come le parole di Hofmannsthal, ma altre riprendevano nuova vita e altre ancora erano davvero nuove. Proprio là dove tutto sembrava finito, nell’occidente pacificato dal mercato, tutto riprendeva a correre di nuovo. Negli anni Novanta, alla fine del secolo, nuove generazioni, se ne infischiavano dalla ‘ fine della storia’ della ‘fine delle grandi narrazioni’, della’ fine delle ideologie’ di tutta quella paccottiglia che postmoderna che avevamo ingurgitato nei tristi anni Ottanta.  L’inverno era finito. E tutto sembrava riprendere slancio. La pratica delle lotte smentiva le teorie del nemico. Fuochi, bagliori di un nuovo inizio, nuove figure sociali emergevano sul nuovo terreno del conflitto. Là nel cuore delle metropoli del capitale la rivolta di Los Angeles segnava una tappa importante. I riots nelle metropoli, nei centri del potere mondiale avrebbero, d’ora in poi, inquietato i sonni dei potenti. Nello stesso tempo giungevano gli echi della rivoluzione zapatista dalla periferia del mondo dei ricchi, nel continente americano, dove si erano spenti gli ultimi fuochi guevaristi. E gli zapatisti ci insegnavano, nelle foreste del Chiapas, con le armi della critica e la critica delle armi, a ripensare al comunismo, oltre la tragedia del socialismo novecentesco, ad una rivoluzione senza la presa del potere, ad una rivoluzione senza Stato. Quel ‘camminare domandando’ che prefigurava un’aurorale rivolta destituente.

La narrazione dominante ci aveva detto che tutto era finito, che la storia era finita, che il mondo era giunto all’utopia concreta, all’unica utopia possibile. All’utopia della democrazia del mercato. Non era vero. Non poteva essere vero.

La rivolta di Seattle era una smentita pratica. Da lì in poi un nuovo movimento globale prenderà forma sempre ‘camminando domandando’. E quando la crisi del capitalismo si è data in tutta la sua violenza, un ciclo di lotte si è riaperto e nuove generazioni si sono affacciate alla rivoluzione. In un susseguirsi frenetico di nuove lotte e nuove generazioni. Nuovi fuochi accesi e nuove rivolte. Talvolta le generazioni più giovani riallacciavano una segreta cospirazione con parte di generazioni più antiche sopravvissute alle lotte, che si perdevano nel tramonto del Novecento. Là dove ci dice oggi Mario Tronti, con un’immagine bella e dolorosa, il rosso del sole che sembrava nascere si era confuso con il rosso del sole al tramonto. Quell’antica generazione che alla domanda ” Do you remember revolution? Rispondeva ancora ‘we remember ‘ pur nella fatica di aver vissuto quella storia in parte sconfitta. Tra malinconia e desiderio di rivolta. Pur nella lucida follia di un nuovo tentativo.

Da Seattle passando per le giornate di Genova e poi le rivolte nelle banlieus parigine e mille altri fuochi, passioni, lotte, hanno costellano l’inizio del millennio, con pratiche sempre meno rivendicative, sempre più destituenti. Solo il lavoro certosino dell’antropologo francese Alain Bertho può approssimativamente dare conto delle rivolte che hanno attraversato il nostro tempo. Il ‘tempo delle rivolte’.

Repressione e istituzionalizzazione dei movimenti sono state le risposte del nemico nei confronti di pratiche conflittuali che sperimentavano nuove forme di organizzazione, nuovi modi di stare insieme. Fuori la repressione ad opera degli apparati dello Stato. Dentro l’istituzionalizzazione ad opera della Sinistra. Nella crisi del 2007 una nuova generazione si affacciava alle lotte sociali: in Italia il movimento dell’Onda, la continuazione della lotta no- Tav in Val di Susa, le lotte per l’abitare e tanto ancora. E tutto intorno si sentivano gli echi che provenivano dall’insorgenza della Grecia, della Spagna, delle Primavere arabe. Un movimento rivoluzionario, senza frontiere, sembrava diffondersi a macchia d’olio, acquistare forza, consapevolezza, continuità… Di nuovo repressione e istituzionalizzazione sono state le risposte del nemico. Risposte consuete, risposte potenti, risposte vincenti. Perché? Qui il rompicapo, qui il nodo da sciogliere.

Dentro questa fase una nuova generazione sperimentava, nello stesso tempo, la dolcezza della lotta e il dolore della sconfitta. La tenuta di una comunità combattente e il suo disperdersi tra sconforto e malinconia. Stop and go. Questa è la storia che abbiamo vissuto, questa la condizione che ci troviamo ancora a vivere. Il noi che resta fa i conti con questa storia. Con i casi, gli incontri, gli inciampi, le intensità vissute. Capire tutto questo, farne un nostro prezioso tesoro, è forse il compito che ci possiamo dare. Qui, ora, nella vita che viviamo, nelle lotte che portiamo avanti, tra malinconia e nuovo desiderio di rivolta.

Come provava a spiegarci, qualche tempo fa, uno dei nostri cattivi maestri:

Ciò che è interessante non è mai il modo in cui qualcuno comincia o finisce. L’interessante è in mezzo, ciò che succede nel mezzo (au milieu). Tutti sognano spesso di cominciare o ricominciare da zero; ma hanno anche paura di dove arriveranno, del punto finale. Pensano in termini d’avvenire o di passato, ma il passato, e anche l’avvenire, è storia. Ciò che conta, invece, è il divenire: divenire-rivoluzionario, e non l’avvenire o il passato della rivoluzione. E il mezzo, non vuol dire affatto essere nel proprio tempo, essere del proprio tempo, essere storico; al contrario. E’ ciò per cui i tempi più diversi comunicano. Non è né lo storico, né l’eterno, ma l’intempestivo. (Deleuze.)

Il noi che resta.

 Nel tempo di ora si è prodotto un resto.

Paolo di Tarso

Il resto, mi pare sia il problema che abbiamo davanti, detto in altri termini, è il problema di un’inimicizia ontologica, che persiste, nonostante tutte le sconfitte, nei confronti di questo mondo.

Il noi che resta è l’inconciliabilità che vive nelle pieghe di un mondo apparentemente pacificato. E’ la presenza spettrale, ma tangibile, di una sconnessione che assume volti diversi. Il volto di chi si sente escluso, perché diverso, perché povero, perché straniero, perché matto. Il volto di chi sente che la propria vita è priva di senso, perché casa, lavoro,famiglia, consumo, diventano  ogni giorno sempre più un incubo e sempre meno un piacere. Il volto di quella ‘solitudine immensa’ nel mondo dominato dalla merce, dalla produzione, dal consumo che rende insignificante le relazioni, gli affetti. il piacere della vita e ci condanna  tutti, in diversa misura, all’infelicità.

Il noi che resta è quel processo che Deleuze e Guattari indicano come un divenire-minoranza. Non essere minoritari. Divenire-minoranza non  è il compiacimento machista dell’essere pochi ma buoni, né il compiacimento masochistico degli eterni perdenti, così caro alla sinistra più o meno radicale. Si diventa minoranza in un processo costruttivo, nel gesto di scissione dal tutto, dal potere che ci lega, che ci tiene insieme, che ci unisce forzatamente. Minoranza non è, in questo caso, una porzione numerica, ma è il processo di scissione che avviene dentro e contro il potere. E’ una prova di forza. E’ potenza allo stato puro.

Le minoranze e le maggioranze non si distinguono dal numero. Una minoranza può essere più numerosa di una maggioranza. Ciò che definisce una maggioranza è un modello al quale bisogna conformarsi: per esempio il maschio, adulto europeo, che vive in città… Finché una minoranza non ha un modello è un divenire, un processo. Si può dire che la maggioranza sia nessuno. Tutti, chi per un verso chi per un altro, sono presi da un divenire minoritario, che li trascinerebbe verso strade sconosciute, se solo decidessero di abbandonarvisi. Deleuze

Il noi che resta è la prefigurazione dei possibili incontri tra le soggettività spettrali che popolano il nostro mondo, incontri delle solitudini metropolitane, creazione di amicizie cospirative. Scriveva Franti, in un volantino, alcuni mesi fa :

Nell’ apparente normalità delle nostra metropoli, scandita dal ritmo monotono di lavoro-consumo-lavoro, si aggirano spettri che, spesso nell’anonimato, odiano il lavoro che hanno e quello che non hanno, disprezzano i loro superiori, praticano il furto nei supermercati, occupano abusivamente le case, sono dei sistematici assenteisti, non tollerano il decoro della città. Gli ultimi di questa schiera vivono ai margini della metropoli, senza diritti, e si riconoscono perché il loro aspetto, il loro comportamento, i loro abiti, il colore della pelle, la lingua rivelano immediatamente la loro condizione. Altri sono ben nascosti sotto l’aspetto rassicurante del ‘ buon cittadino’ del ‘buon lavoratore’, dello studente. Spesso non si conoscono, talvolta formano dei piccoli gruppi, altre volte diffidano l’uno dell’altro, ma ciò nonostante esistono, erodono nei comportamenti la sicurezza depotere e, quel che più importante, riescono persino a prefigurare un altro modo di vivere nella metropoli .

Il noi che resta è la pratica dell’abbandono, dell’esodo, della sottrazione. Del vuoto che ci libera dal potere. Costruire questo vuoto significa riconoscere gli amici. Non solo i compagni. I compagni sono necessari, scambiare il pane quando si ha fame è necessario e cosa buona, risponde ad un bisogno. Ma quando il bisogno cessa possono finire anche le ragioni dello stare insieme. L’amicizia è qualcosa di diverso, vive di desideri non di bisogni.

Vivere è desiderabile, soprattutto per i buoni, poiché per essi esistere è un bene e una cosa dolce. Con-sentendo provano dolcezza per il bene in sé, e ciò che l’uomo buono prova rispetto a sé, lo prova anche rispetto all’amico: l’amico è, infatti, un altro se stesso. E come, per ciascuno, il fatto stesso di esistere è desiderabile, così – o quasi – è per l’amico. L’esistenza è desiderabile perché si sente che essa è una cosa buona e questa sensazione è in sé dolce. Anche per l’amico si dovrà allora con-sentire che egli esiste e questo avviene nel convivere e nell’ avere in comune azioni e pensieri. In questo senso si dice che gli uomini convivono e non come per il bestiame, che condividono il pascolo. Amicizia è, infatti, una comunità e, come avviene rispetto a se stessi, cos’ anche per l’amico: e come, rispetto a se stessi, la sensazione di esistere è desiderabile, così anche sarà per l’amico. (Aristotele)

Trovare amicizia è la pratica del resto. E’ il problema dell’organizzazione. Si potrebbe persino dire che è il problema della costruzione del nostro partito (cioè dell’organizzazione della parte, della nostra parte) se la parola non fosse stata così inquinata e dunque invisa ai più. La metropoli è piena di resti, di sconnessioni, di conflitti silenti ma costanti. Il problema è saperli riconoscere, saperli far vivere. L’annosa questione dell’organizzazione può essere per noi solo l’organizzazione della parte, il processo di contaminazione dei resti. L’organizzazione non è uno strumento esterno alla parte, non sta più avanti, o più in alto, non è la parte più cosciente, ma è il coagulo della cosa stessa e il processo di esodo organizzato, fare vuoto, procedere per disgiunzioni e nuove connessioni.

Il noi che resta è il divenire poveri. Non il compiacimento pauperistico ma la ricchezza dell’essere in comune. Povero è la potenza del comune (solo una lunga pratica del nemico ha ridotto il povero a misero, ad un modo di esistenza infelice perché sta al di là del lavoro e della merce). Povero è l’inappropriabile contro l’appropriazione del mondo. Povero è l’allusione della vita in-comune, contro il possesso delle cose, contro il nomos della terra. Al mondo come accumulo di merci, il divenire -povero contrappone l’accumulo degli affetti, la ricerca non del necessario ma del non necessario. Per questo dobbiamo riappropriarci di questa parola, per questo è necessario toglierla dalle mani del nemico, che fa della lotta alla povertà lo strumento di distruzione delle forme comunitarie dell’esistenza. Divenire-poveri è prendere congedo dai giorni vuoti, inutili,  scanditi dalle due divinità del nostro tempo : il lavoro e il consumo; è la critica pratica dell’individuo proprietario dentro ognuno di noi; è la via dell’abbandono , il passaggio dall’ avere all’ essere.  “Chiunque sia così uscito da se stesso sarà veramente reso a se stesso”, Meister Eckhart . In questo senso povero è una categoria potente, non tanto sul piano sociologico ma su quello propriamente ontologico . ‘Beati i poveri…. Perché di loro sarà il regno’

Il noi che resta pone il problema immanente e imprescindibile del comunismo. Prima e dopo la storia del movimento operaio. Prima e dopo la sua tragedia novecentesca. Un filo rosso discontinuo che attraversa la storia moderna, che attraversa forse la storia dell’occidente. Ne sentiamo echi lontani, forse lontanissimi. Il grido dei contadini tedeschi al tempo di Thomas Münzer non ha smesso di risuonarci nelle orecchie: ” Omnia sunt communia”. Echi lontani che non hanno smesso di farsi ancora sentire. Il comunismo resta per noi quello che era per Marx ed Engels nei loro momenti più felici

 Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente.  Marx-Engels

La metropoli è il luogo dell’emergere di un noi che resta

Nella desolazione della metropoli, nel suo espandersi senza più limiti, nella sua continua frantumazione, nelle sue solitudini immense, possiamo trovare le ragioni della potenza del noi che resta.

Il noi che resta vive nella metropoli, ne segue il ritmo, non è altro che una parte della metropoli stessa, non è un fuori, non è la parte cosciente, non è l’avanguardia, è solo parte che cerca di sottrarsi, in qual forma che sia, alla presa di questo mondo.

Non facciamoci ingannare dall’apparenza. La metropoli pacificata, la metropoli che integra, la metropoli smart è solo l’apparenza visibile che occulta un’altra metropoli nascosta. La metropoli delle periferie, del lavoro precario, dei senza casa, del lavoro salariato, dei migranti, dei poveri, un mondo frammentato, che vive di luce riflessa, nello sforzo sempre deluso di integrarsi, confondersi, imitare il mondo dei potenti. Una massa informe di solitudini sempre tesa tra integrazione e rifiuto.

Dentro la metropoli chiamiamo movimento l’organizzazione collettiva della scissione, della separazione, dell’abbandono. Contro l’integrazione della periferia al centro, contro il rammendo, contro la gentrification, movimento è la costruzione di un luogo dell’abitare, che vive di una vita totalmente altra rispetto al lavoro e al consumo. Movimento non è quello che siamo soliti chiamare ‘movimento’, composto da piccoli ceti politici litigiosi in cerca di una qualche visibilità. Movimento dentro la metropoli è il processo che scinde la città in due. Non è il diritto alla città, non è la cittadinanza allargata, ma è la centralità dell’inappropriabile che sta al di là di ogni diritto.

Se il movimento è il processo che tende verso la separazione delle due città, questo movimento si nutre del conflitto ma non si esaurisce in questo. Il conflitto senza le pratiche dell’esodo resta impigliato dentro questo mondo. La società del capitale vive di conflitti, fa del conflitto un elemento dinamico. Un grande nostro nemico, l’economista John Maynard Keynes, dentro l’irrisolutezza della crisi del capitalismo, la crisi del ’29, aveva genialmente capito che persino la lotta di classe può essere funzionale al capitalismo, può trasformarsi in un motore interno del processo di valorizzazione del capitale. Il conflitto è il momento della necessità ma l’esodo è il momento della libertà, dell’autonomia infinita che non può essere recuperata.

Il conflitto ha dei limiti che nel praticarlo dobbiamo saper riconoscere. Quando lottiamo per l’aumento salariale, siamo ancora dentro il mondo delle merci, quando lottiamo per il nostro posto di lavoro siamo ancora dentro il rapporto capitalistico di lavoro, quando lottiamo per la difesa della scuola pubblica siamo ancora dentro la cultura dominante e le sue forme di trasmissione, quando lottiamo per la casa siamo ancora dentro il sistema patriarcale e familista.

Il problema è come trasformare il conflitto in vero è proprio esodo, come la lotta sul lavoro si possa trasformare in rifiuto del lavoro, come la lotta per l’abitare sia in grado di costruire forme di vita oltre la famiglia e il patriarcato, come la lotta nella scuola distrugga il rapporto del sapere con il potere.

Forse il limite delle nostre lotte, delle lotte degli ultimi anni, delle loro sconfitte è che abbiamo insistito sul conflitto ma abbiamo perso di vista l’esodo, le pratiche dell’autonomia, cioè la costruzione di una comunità. Scontiamo delle sconfitte che oggi ci pesano e spiegano in parte il nostro ripiegamento, la nostra debolezza attuale. ‘Noi la crisi non la paghiamo’ avevamo gridato nelle piazze. In realtà l’abbiamo pagata non solo in termini politici ma soprattutto in termini esistenziali.  La società del capitale è stata all’altezza della sua crisi. Il neoliberismo ha dettato le sue leggi non solo economiche ma anche filosofiche. Da qui la crisi delle forme organizzate che il movimento si era dato negli ultimi vent’anni, da qui il ripiegamento dentro fortini sempre più precari, sempre più infiltrati dalla cultura che si voleva combattere. Siamo diventati gestori di discoteche, di bar, di luoghi del divertimento, piccoli imprenditori di noi stessi e poi, piano piano, anche imprenditori di altri.

Viviamo di amori disperati

 la speranza è il peggiore dei mali perché prolunga i tormenti degli uomini  

F. Nietzsche

Il noi che resta vive di amori disperati. La speranza, questo vecchio malsano vizio della sinistra, ci soffoca, ci rende impotenti, non ci permette di vedere ciò che di ricco, di bello sta attorno a noi, ci rende ciechi nei confronti del presente. La speranza popola il mondo di passioni tristi. Succede quando si ama qualcuno che non vuole amarti, che non può amarti. Allora il rischio è sperare che quell’amore impossibile diventi possibile, ma in questo caso la speranza blocca la vita, tutto ciò che ci circonda perde valore,  l’unica cosa importante, la sola, diventa la speranza in un amore possibile posticipato in un futuro indefinito. Solo la disperazione ci rende liberi di guardare ciò che abbiamo intorno. Solo l’amore disperato apre la possibilità all’amore del presente. Solo quell’ amore noi possiamo, noi dobbiamo praticare.

Tu dici che vedrai un giorno Dio e la sua luce? Stolto, non lo vedrai mai, se non lo vedi già ora. Silesius

Gli amori disperati vivono sempre dentro due possibilità: lasciarsi annichilire, vedere solo quel nero che acceca, che toglie senso alla vita o costruire sulle macerie pertugi, vicoli, aperture. Fare delle macerie, come indicava Walter Benjamin, la nostra ricchezza. Il noi che resta vive tra macerie e disperazione, ma può costruire sentieri tra macerie.

Il carattere distruttivo non vede niente di durevole. Ma proprio per questo vede dappertutto delle vie. Ma poiché vede dappertutto delle vie, deve anche dappertutto sgombrare la strada (…) Poiché dappertutto vede vie, egli sta sempre ad un incrocio. Nessun attimo può sapere ciò che il prossimo reca con sé. L’ esistente lui lo manda in rovina non per amore delle rovine, ma per la via che vi passa attraverso. W. Benjamin

Forse oggi la nostra condizione assomiglia a quella che Leopardi descriveva in uno dei suoi momenti lirici più belli: immagina Colombo in navigazione, nel suo primo viaggio verso terre incognite, in una notte, discutere, con l’amico Guttierez, sull’ incertezza di quel viaggiare e sulle ragioni di quell’incerto andare

Guttierez. Di modo che tu, in sostanza, hai posto la tua vita, e quella de’ tuoi compagni, in sul fondamento di una semplice opinione speculativa.

Colombo. Così è: non posso negare. Ma, lasciando da parte il fatto che gli uomini tutto giorno si mettono a pericolo della vita con fondamenti più deboli di gran lunga, e per cose di piccolissimo conto, o anche senza pensarlo; considera un poco. Se al presente tu, ed io, e tutti i nostri compagni, non fossimo in su questa nave, in mezzo di questo mare, in questa solitudine incognita, in istato incerto e rischioso quanto si voglia; in quale altra condizione di vita ci troveremmo essere? in che saremmo occupati? in che modo passeremmo questi giorni? Forse più lietamente? o non saremmo anzi in qualche maggior travaglio o sollecitudine, ovvero pieni di noia? Che vuol dire uno stato libero da incertezze e pericolo (…) Quando altro frutto non ci venga da questa navigazione, a me pare che essa ci sia profittevolissima in quanto che per un tempo essa ci tiene liberi dalla noia, ci fa cara la vita, ci fa pregevoli molte cose che altrimenti non avremmo in considerazione.

Giacomo Leopardi

Forse la nostra navigazione (chiamiamola pure movimento, chiamiamola autonomia infinita) può riprendere da qui, in questa immersione nell’ essere, in questo mare che è, in definitiva, solo la nostra vita e la ricerca della sua dolcezza.

La distruzione prima della fine

di V. Barbarroja

26. La magia dello sguardo, nell’esperienza amorosa, la sua istantaneità sconvolgente, l’aprirsi e il chiudersi di un abisso, è un fenomeno puramente conoscitivo, tuttavia sulla soglia di ciò che non è più rappresentazione. La scossa liberatoria, esaltante dello sguardo è stata celebrata da Platone, da Goethe, da Wagner, in contesti che evadono dalla sfera strettamente erotica. La rivelazione dell’attimo scuote il cuore dell’uomo; ma questo non è che l’ultimo momento, l’emergere nell’individuazione, nella struttura corporea dell’uomo, di una conoscenza anomala. L’attimo come intuizione precede la scossa; nel fluire del tempo si erge improvvisamente un istante, che «non è in nessun tempo», dice impropriamente Platone, ma che a rigore dà inizio al tempo, è già nel tempo, però allude a qualcosa che non è nel tempo, lo ripercuote, lo esprime. Nel bagliore dello sguardo i tre momenti si confondono, e soltanto l’analisi illusoria del pensiero è capace di distinguerli. Al di là dell’esperienza erotica, Eraclito ci fornisce l’enunciazione generale: «Ogni cosa governa la folgore»

{14 [A 82]}.

Giorgio Colli, La saggezza greca

Viviamo un momento paradossale. Quando si guarda salire verticalmente verso l’infinito gli indici antropocenici di consumo di materie prime e della distruzione delle specie, si può capire la rovina che abitiamo gia adesso. Nel frattempo, vecchie metropoli con un certo fascino, come San Francisco, Roma o Barcellona, diventano inabitabili cercando di essere sempre più belle. Come bolle in rete controllate da ingegneri, anche sociali, che fingono di essere estranei a qualsiasi piccolo disturbo ecologico. Ma anche lo spazio metropolitano presenta crepe insondabili ed è incapace di assicurare a chiunque una stabilità futura. The no future is here.

Arricchimento e proletarizzazione sono l’effetto polare antitetico dello tsunami di dollari che percorre queste metropoli. Una crescita proporzionale alimenta e rende questa polarità inscindibile, il lusso tra le rovine produce una miseria terrorificata o “terrorista”. A sua volta, la miseria espansiva rovina ogni lusso, che si imprigiona cercando di racchiudere un fuori che scivola come acqua tra le dita. Tanta, troppa pressione. Ciò che portiamo con noi sono i ruderi di questo mondo. Frammenti sparsi. Da qui l’agitazione continua, l’assedio costante della depressione, la dipendenza generalizzata come paradossale fuga nel profondo della civiltà. L’unica epidemia è quella di suicidi.

Bisogna cercare uno scoglio da dove cominciare a resistere, un punto di partenza per disegnare diagrammi impensabili. E per fare questo dobbiamo abbandonarci, rimuovere le determinazioni che ci separano. Migrante o attivista della lotta per la casa, indipendentista o fornaio, artista o sindacalista, vecchio lavoratore o giovane anarchico di quartiere… Resistere non è una tautologia circolare, resistere a ciò che resiste resistendo a ciò che resiste. Resistere è già una disposizione al combattimento. La costellazione di corpi ed idee, di affetti e di macchine in cui questa disposizione appare, cioè l’esperienza che si è disposti a vivere e non solo le idee come semplice contenuto mentale, definirà l’orientamento passivo-reazionario o attivo-cospirativo di questa disposizione. Anche all’interno degli spazi di politicizzazione.

Pian piano qualsiasi altra opzione opportunistica diventerà sempre più insostenibile. Questo è il motivo per cui è importante chiarire la forma di una conversione favorevole a un processo di cospirazione mondiale. Come globale è la rete di metropoli estrattive. William James sostiene che l’esperienza della conversione arriva quando si abbandona lo sforzo volontaristico per controllare tutto e ci si arrende. Posseduti della stanchezza, al limite dell’esaurimento … è quando il centro, il centro della nostra energia, si sposta dal nostro io cosciente verso forze subconscie o transindividuali. Forze al di fuori del corpo o dell’anima individuale, perché figlie del grande spirito innominabile della Terra. Demoni, capaci di anticipare le impensabili virtualità di sfondo, capaci di far esplodere la crosta morta che anche noi siamo e non siamo. D’improvviso, ricomporsi altrove. Forze…la cui potenza accresce la gioia o la cui gioia accresce la potenza. Intensificando l’ampiezza del campo della percezione, sia virtuale che attuale, dove il delirio è la via della giustizia al di là di ogni certezza e di ogni diritto. Processo d’individuazione rinnovato in un caos che rinnova il processo, rimanendo aperto come il pericolo che salva. Pericolo, fisico ed esistenziale, che immerge in una miseria qui e ora presente come lusso e terrore per coloro che persistono nell’evitarlo.

Nella cospirazione si tramano le forze che sostengono le forze che muovono i combattimenti. Perché ogni realtà è fatta di strati. E se oggettivamente, la forza è una rappresentazione frutto della moltiplicazione della massa per l’accelerazione all’interno di un ambiente dato, come categoria di una metafisica critica contrassegna invece la furia che accresce le capacità di una situazione. José Bergamín disse che l’anima respira secondo il doppio movimento di «enfurecerse» (infuriarsi), «en-fuerecerse» (in-fuoriuscire), uscire fuori di sé; e «ensimismarse» (sprofondare), voltarsi verso l’interno. Ovviamente, senza considerare il “di fuori” e “l’interno” come termini sostanziali, universali perenni e statici. Perché una vita dignitosa vive dello pneuma o respiro che la possiede. Che la dilata e la distende. «All’anima corrisponde un’espressione che accresce se stessa» (Eraclito).

Non esistono cospirazioni astratte. Ciò che non è legato è obb-ligato. L’obbligo vuol dire «invece di» e ostilmente «contro» ciò che è legato (Ernout & Meillet). Da qui la sua origine giuridica. L’obbligo appare “invece di” e pieno di ostilità contro ciò che è intessuto, intrecciato da legami affettivo-mitici ed etico-politici. L’affetto infraindividuale è l’altra faccia del mito sovraindividuale, come qualsiasi politicizzazione (o politica in transitivo) trascorre nella risonanza delle maniere di condursi e di apprendere, di guardare e di colpire, di amare, abitare e pensare: come un ethos o stanza o maniera. Dunque l’obbligo è quello che è «invece di» e «pieno di ostilità» contro la Comune; la quale non è semplicemente il rapporto, il legame, ma il modo concreto di distendere questi legami – di amicizia e di amore ma anche quelli non-intenzionali, come quelli con le creature – che creano sia la Comune che le comunarde e i comunardi. Perché senza un’attenzione, una rielaborazione, un restauro costante di questi legami invisibili, come di se stessi al proprio interno, cesserà di esistere ogni apertura comunale. Né comunarde né comunardi, nessuna Comune. Neanche zone rosse. Le regole possono dare una forma alla vita, ma se tale formazione deve essere viva e non morta non la si può lasciare alle pure regole. Bisognerebbe inoltre, come fanno gli indigeni, lasciare anche uno spazio a ciò che si sogna.

Cospirare è quindi amarsi. Anche come distanza irreversibile. Per questo si cospira ovunque. Specialmente in tanti posti la cui ignoranza i collettivi pagheranno sempre con il corollario dello sfinimento, che è una estremizzazione dell’isolamento e del fallimento. Proprio quando si voleva arrivare dappertutto…

Se il processo di una vita comune insorgente non si ama, se non si osa il terrore incerto dell’amore e dell’amicizia come libero uso alterato di sé e del mondo…allora, tutto ciò a cui può aspirare questo esperimento fallito è la gestione. Oppure, in maniera assai più comica, l’autogestione. Amara comicità o tristezza sul limite di tutti gli abissi, che girando su se stessi arrivano ad assomigliarsi così tanto. Carlo Levi, in Paura della libertà:

Vagano, secondo il mito, i primi uomini nella selva senza forma, finché si fermarono in certi luoghi, amarono certe donne, e adorarono certi dèi. Vagano tuttora gli uomini nella eterna selva, e cercano una eterna certezza: una certezza che si paga con servitù e con morte.

Cospirare, organizzar-si veramente è amarsi condividendo l’orientamento di attacchi ben elaborati. É il processo di incontri transindividuali, infrapersonali, dove l’intelligenza folgora nella prossimità del luccichio dello sguardo, un istante o una crepa, abbandonandosi ad un giusto delirio. Delirio viene da lira, -ae, termine contadino riferito ad un solco aperto nella terra. Così delirare significa uscire dal solco segnato, rompere gli argini, uscire dai ranghi. Rompere le determinazioni che ci incasellano, ci separano e ci condannano in un mondo irrespirabile a un ordine di tristezza.

Cospirare è acuire la percezione delle intensità che sono in gioco in ogni situazione, dappertutto. In primo luogo per bandire tutte le passioni tristi, che accrescono solo l’impotenza. Secondo, per poter avere fiducia nella situazione, nella virtualità potenziale nascosta nel suo apparire, percorribile al di fuori delle rotte tracciate. Solo così l’insurrezione è pensabile. Corpo a corpo e faccia a faccia, mondialmente, in quell’abisso che si riapre e si richiude.

Cronache al capolinea della modernità

La meticolosa e ossessiva autopsia di una società nei romanzi di uno scrittore dalle incerte fortune editoriali. [«il manifesto», mercoledì 18 dicembre 1996, pp.22-23]

di Primo Moroni

La polemica e lo scandalo sull’uscita del film Crash rischia di mettere il bavaglio anche a James G. Ballard, autore del romanzo omonimo uscito in Italia nel 1990, con grande ritardo rispetto al mercato inglese (l’edizione originale è addirittura del 1973) e che al tempo ebbe in sorte di finire sugli scaffali dei remainder.
Ballard è considerato nei paesi di lingua anglosassone uno dei più grandi scrittori contemporanei e una delle firme più prestigiose di The Guardian, ma in Italia è uno scrittore che vende poco e per lo più in edicola. Ma quali sono i temi centrali della sua scrittura e perché egli stesso viene talvolta censurato (come accaduto tra gli altri per La mostra delle atrocità, che nella sua prima edizione americana del 1970, fu totalmente distrutta dall’editore Doubleday, preoccupato per le possibili conseguenze legali di uno dei testi compresi nel libro: «Ecco perché voglio fottere Ronald Reagan»)? La radicalità di Ballard sta nel fatto che lo scrittore americano estremizza la modernità, una modernità che diventa mitologia – e proprio per questo condivisa dai giovani – portando alle più radicali conseguenze situazioni già esistenti nel nostro quotidiano.

LIVORI METROPOLITANI


In
Condominium un megaresidence diventa teatro, a causa di una serie di eventi straordinari, di una lotta post-moderna di bande di coinquilini coalizzati sulla base del piano del proprio appartamento (quasi a evocare con largo anticipo, estremizzandoli, i livori metropolitani legati alle esistenze perimetrate, alle difese dei microterritori urbani, ai localismi dei comitati dei cittadini).

In Isola di cemento un banale incidente proietta l’autista in una sorta di terra di nessuno, contornata da grandi autostrade che ne impediscono ogni via di uscita.
Ma è soprattutto nei quattro magistrali racconti (Vento dal nulla, Deserto d’acqua, Terra bruciata e Foresta di cristallo) che la metafora della modernità dispiegata e i suoi pericoli raggiungono tonalità quasi apocalittiche e primordiali. Le foreste di simboli che vi si sovrappongono diventano un’evidente archeologia del presente e del recente passato, e nella loro immediata simbiosi fondono le memorie «genetiche» dei tempi e delle ere scolpiti nelle tracce dell’inconscio collettivo.

I protagonisti dei racconti sono infatti posti di fronte a repentini, sconvolgenti eventi che modificano la loro relativa tranquillità quotidiana e sono quindi «costretti» a dare risposte. Risposte drammatiche che ricercano dentro di loro e nelle immense risorse del proprio bagaglio di conoscenze e dei propri universi vitali. E se è vero che acqua, sabbia, cemento e cristallo sono elementi che si incontrano in tutta l’opera di Ballard – e che gli stessi hanno molteplici significati simbolici all’interno dei quali l’estetica ballardiana costruisce questo inno alle «infinite possibilità del presente» – altrettanto chiara risulta l’ambivalenza delle scelte legate ai dilemmi delle modernità ininterrotte di questo secolo morente. E qui siamo in tutta evidenza agli scritti di Marshal Berman, quando lo studioso americano reinterpreta Marx, considerandolo un teorico della rivoluzione ininterrotta di sé e del rapporto mortale e vitale tra uomo, natura e tecnica, tra epistème e technè. Spesso, riconosce Berman, «il prezzo di una modernità in via di sviluppo e in espansione è la distruzione non solo di situazioni e ambienti tradizionali e premoderni, ma – e qui è la vera tragedia – anche di tutto quanto vi è di più bello e vitale nello stesso mondo moderno». I personaggi di Ballard sono costantemente posti di fronte a questi dilemmi, costretti a sfidare forze materiali, economiche e tecnologiche spaventose. Uomini e donne che vedono morire e rinascere le proprie appartenenze – etniche, di genere, di classe – e convinzioni, come le figure dipinte da Picasso in Guernica, che lottano per tenersi in vita, proprio mentre urlano la loro morte.
C’è poi la scrittura e lo scavo dei personaggi e delle loro psicologie. Qui tutta la storia personale di Ballard (basti pensare all’Impero del sole) risulta nella sua complessità. Ma ciò che poteva essere rimosso come in incubo, un trauma originario, diventa invece materia vitale di una scrittura tesa a trasformare l’autore stesso in un raffinato psicologo delle situazioni estreme. Si comprendono quindi le difficoltà di comprensione di queste universi estetici. È un segno dei tempi e della staticità di molte soggettività, come è accaduto negli Stati uniti dove il film di Cronenberg non ha ancora trovato un distributore. Osservava Nietzsche: «C’è in giro una moltitudine di ‘piccoli suonatori di corno’, la cui soluzione al caso e alla difficoltà’ del moderno è cercare di ‘non vivere’ affatto: per loro ‘divenire mediocri’ è ormai l’unica morale che produce senso».

ANGOSCIA CONTEMPORANEA


Qui sta la grandezza di Ballard e delle sue sfide contro le quali l’uomo cerca una nuova difficoltosa e avventurosa via per «ricollocarsi» in un tempo interiore che spesso si dilata nell’allucinazione. E che la ricerca sia difficile lo testimonia, più di tutto, il suo stile che ricrea l’angoscia contemporanea del vivere (sbaglia totalmente Tullio Ketzich sul Corriere della Sera a definire involuta la scrittura di Ballard). Ballard è sempre stato uno scrittore ripetitivo e ossessivo e, proprio in
Crash, lo è come non mai. Qui, infatti, la franchezza sessuale e le lunghe descrizioni di ferite e mutilazioni e l’unione tra carne e macchina (che Cronenberg riproduce in maniera moderata) si esplicitano in una scrittura che è più medico-scientifica che letteraria, perfetta immagine di rapporti sociali totalmente disgregati e vissuti senza alcun sentimento: un incubo ad aria condizionata, qual è la nostra epoca.

Burn, baby, burn!

di Feraud77

Riot-the unbeatable high
Riot-shoots your nerves to the sky
Riot-playing into their hands
Tomorrow you’re homeless
Tonight it’s a blast

Riot, Dead Kennedys

Nell’immaginario odierno Detroit appare come l’emblema del fallimento del sogno americano: è la metropoli che nel 2013 è andata in default, che si è spopolata, che è diventata quasi una città fantasma, simbolo estremo, dall’inizio della crisi nel 2008, della catastrofe rappresentata oggi dall’occidente civilizzato. Prima della crisi, però, Detroit è anche stata la città delle fabbriche e del proletariato, una delle metropoli più nere degli Stati Uniti, la città della musica soul e della Motown records, ma anche la città dei riot del 1967. È questa la Detroit che Kathryn Bigelow racconta nel suo ultimo film.

Era il 23 Luglio 1967 e nella ultra “democratica” Detroit, cuore di quel nord degli USA industrializzato, meta privilegiata di migliaia di afroamericani transfughi dal sud rurale e razzista (ma da questi sarcasticamente soprannominato “Up-South”, cioè “il-Sud-al-Nord”), scoppiava quello che è passato alla storia come il 12th Street riot. Un riot che si protrasse per quattro giorni, dal 23 al 27 Luglio, e che ebbe inizio da un raid della polizia in un bar notturno privo di licenza, il Blind pig, situato proprio all’angolo tra la 12th Street e Clairmount Street, nella zona Near West Side, uno dei tanti ghetti neri della città.

È questo lo scenario ritratto dal decimo lungometraggio di Kathryn Bigelow, frutto della sua terza collaborazione consecutiva con lo sceneggiatore Mark Boal (The Hurt Locker e Zero Dark Thirty). Nella prima parte della pellicola Kathryn Bigelow tenta di dare allo spettatore uno sguardo generale su una Detroit devastata dalla rivolta, dagli incendi, dai saccheggi, presidiata dall’esercito e dalla polizia. Si descrive Detroit attraverso uno sguardo quasi entomologico, estremamente minuzioso nei dettagli, che ben rappresenta la condizione di “colonia interna” in cui versano i ghetti neri della città, come in tutte le altre città dell’Up-South, dove stato di eccezione e di polizia, segregazione ed isolamento mostrano il rovescio della medaglia della democrazia americana. Nella seconda parte del film, invece, viene raccontata la storia del motel Algiers, delle torture, dei pestaggi e degli omicidi perpetrati da tre poliziotti bianchi ai danni di alcuni ragazzi afroamericani e di due ragazze bianche, e del processo giudiziario che ne seguì di fronte alla Corte Suprema del Michigan.

Il film Detroit ha ricevuto una fin troppo tiepida accoglienza da parte del pubblico, e un trattamento ben più impietoso da parte della critica: si è parlato di un film, sì impeccabile tecnicamente, ma fondamentalmente freddo, troppo semplice ed esteticamente non all’altezza dei precedenti film della regista. È stato anche sottolineato come la ricostruzione storica dei riot del ’67 sia stata un’operazione riuscita solo a livello formale. Risultato: un vuoto sfoggio di tecnica incapace di comunicare col presente in cui scriviamo.

Ma chi scrive non è dello stesso avviso. Kathryn Bigelow riesce nell’intento di mettere insieme tutta una serie di elementi e di dettagli, spesso scabrosi, che concorrono a fornire un quadro ampio e complesso di una storia realmente accaduta nel passato, ma in cui evidentemente riecheggiano eventi decisamente più recenti e attuali della storia degli Stati Uniti. Ci si riferisce ai riot di Fergusson del 2014, quelli di Baltimora del 2015, quelli di Milwakee e di Charlotte del 2016, e non da ultimi, agli scontri che hanno avuto luogo in diverse città americane dopo l’insediamento alla casa bianca di Donald Trump. Del resto, la scelta di rappresentare i riot del ‘67 non può ritenersi solamente un caso. Dopo le rivolte di Watts e di Harlem del ‘64, in cui per la prima volta oltre ai saccheggi furono usate molotov e armi da fuoco dai rivoltosi nei ghetti, fu proprio il ‘67 a caratterizzarsi per una vera e propria esplosione di rivolte razziali e urbane che raggiunsero un’estensione e un’intensità mai conosciute prima, in cui si registrarono 164 episodi di rivolta in 128 località diverse e che provocarono più di 80 morti.

Il ‘67 fu l’anno in cui il popolo afroamericano prese veramente coscienza della propria condizione di colonia interna, e del fatto che da tale condizione non ci si sarebbe mai potuti emancipare attraverso l’approccio liberal e non-violento alle lotte proposto dai movimenti per i diritti civili. Occorreva organizzarsi per la rivoluzione dei ghetti neri. La prospettiva di una riconciliazione con l’America bianca era oramai svanita nel nulla, soppiantata dalla voglia di dare una risposta armata alle continue sopraffazioni e alle sempre più frequenti violenze ed omicidi della polizia contro la popolazione afroamericana. Non è un caso, che il decennio che segue immediatamente i riot del ‘67 sarà quello del Black Panther Party (BPP) e dell’autodifesa armata. Kathryn Bigelow, solitamente molto attenta ai dettagli e, occorre sottolinearlo, sono proprio questi a fare la differenza anche nell’ultimo film, in un brevissimo segmento riesce a tradurre in immagini l’urgenza e l’importanza di questo momento storico.

In questo senso va letta la scena in cui, durante il secondo giorno dei riot, John Conyers, politico nero, democratico dell’ala liberal e membro della Camera dei Rappresentanti per lo Stato del Michigan dal 1965 al 2017, dal tetto di una macchina bianca tenta, con un comizio, di sedare la folla in rivolta con frasi del tipo: «Il cambiamento per la nostra gente sta arrivando, ma bisogna aspettare ed avere fiducia nelle istituzioni, perchè il cambiamento non arriva da un giorno ad un altro». Dalla folla viene invocato il nome di Stokely Carmichael (Port of Spain, 29 giugno 1941 – Conakry, 15 novembre 1998), in accompagnamento ad un fitto lancio di bottiglie che costringe Conyers a desistere dal suo intento. Carmichael è una figura chiave di quegli anni e non è un caso che venga menzionato proprio lui. Egli fu prima leader dello SNCC (Student National Cordinating Committee), poi membro della Lowndes County Freedom Organization, organizzazione che ispirò la fondazione nel 1966 del Black Panther Party da parte di Bobby Seale e Huey P. Newton, di cui lo stesso attivista trinidadiano-statunitense fu Primo Ministro ad honorem. È interessante notare come Carmichael, soprattutto dopo l’assassinio di Martin Luther King (4 Aprile 1968), si fosse dimostrato favorevole alle azioni spontanee dal basso e ai riot, motivo per cui entrò ben presto in disaccordo con la dirigenza delle Black Panthers. Infatti, il BPP «secondo le indicazioni di Newton, era però sempre stato contrario all’insurrezione spontanea, ai riot. Inoltre, secondo David Hilliard, la maggior parte delle pantere aveva criticato l’atteggiamento di Carmichael dopo l’assassinio di King. La televisione di Washington l’aveva ripreso mentre arringava la folla brandendo una pistola, e il suo intervento era stato giudicato avventurista»1.

L’insorgere di queste divisioni interne al movimento rivoluzionario dei sixties, unitamente ad altri fattori altrettanto determinanti quali la repressione e la sempre più massiva diffusione di sostanze stupefacenti nei quartieri neri, ne segnarono complessivamente la sconfitta. Fin troppo magre consolazioni sembrano essere i risultati conseguiti, quali la legittimazione accademica degli studi afroamericani e una maggiore partecipazione della middle-class nera alla vita politica ufficiale, se si pensa che la maggior parte delle problematiche contro cui lottò il BPP sono ancora ben radicate nel presente della società americana. Un’altra opzione registica per cui si distingue Kathryn Bigelow in questo film è la scelta e la costruzione dei personaggi. In un certo senso, il film può essere visto come una specie di rassegna dei personaggi più infimi che hanno infestato e infestano tuttora le comunità nere e che sembrano emergere ancora più infimamente quando la città diventa una zona di guerra. Ci si riferisce al poliziotto nero che dirige la retata al Blind Pig e al suo infiltrato dentro al locale, anche lui nero, o al sopracitato politicante John Conyers o ancora ai poliziotti sadici e razzisti che irrompono nel motel Algiers.

Ma tra tutti spicca la guardia privata interpretata da John Boyega (Dismukes). È lui la figura chiave del film, sebbene lo sia per contrarium. Operaio in fabbrica di giorno e guardiano anti-saccheggio per conto di un piccolo negoziante di notte, basterebbe già questo per definirne il personaggio. In lui l’ago della bilancia oscilla tra il potenziale rivoluzionario ed il lacchè del potere più spicciolo e becero incarnato nel cittadino qualunque, finendo per pendere fortemente verso quest’ultimo. La sua figura, e ancora di più la sua condotta, è la quintessenza dell’antirivoluzionario, incarna lo zio Tom par exellence. In un breve segmento, precedente alla sequenza del motel, Dismukes si premura di rifocillare alcuni soldati anti-cecchino appostati davanti al negozio da lui sorvegliato. Sono loro i veri paladini della civiltà e dello stato di eccezione che la città sta assaggiando, ma che in effetti già viveva prima dello scoppio dei riot. La sua funzione di personaggio chiave diviene manifesta durante la lunga sequenza del motel, nella quale egli assume la funzione di sostituto dello spettatore. Lui è lì che guarda la scena accadere come facciamo noi in poltrona, è il nostro avatar in un mondo in cui non vorremmo essere e, come noi spettatori, è sostanzialmente impotente. Sebbene gli unici veri primi piani che la regia gli riserva servano a raccontare la sua fatica nell’accettare quel che vede e, nonostante il suo tentativo di tenere sotto controllo la situazione con la discutibile arma dell’acquiescenza, Dismukes non risulta assolutamente meno responsabile dei poliziotti.

Felice anche la scelta di Kathryn Bigelow di affidare la parte del poliziotto tutto cattiveria e grugniti animaleschi al giovane volto dell’attore inglese Will Poulter, che, con le sue sopracciglia ultra squadrate, aggiunge una nota demoniaca alla sua interpretazione e a tutta la sequenza. Tuttavia, forse, tra il demonio e il nulla, il meno peggio resta il demonio.

Insomma, nel complesso Detroit, non sarà il film esteticamente più riuscito di Kathryn Bigelow, ma è sicuramente il più duro e il più implacabilmente politico. Un film che parlando del passato, ci racconta di un presente che sembra intonare: BURN BABY BURN!

1 Paolo Bertella Farnetti, Pantere Nere. Storia E Mito Del Black Panther Party, Shake, Milano, 1995