“Non cadremo nelle loro provocazioni.” Sulla manifestazione femminista del 16 agosto a Città del Messico

A Lesvy, a Karen, a Adriana, a Victoria, a Valeria, a Otilia, a Daniela,

a quelle senza piu’ corpo,

a quelle a cui dedichiamo il nostro

Non ci proteggono, ci stuprano

La notte dello scorso 3 agosto una ragazza di 17 anni stava tornando a casa quando vide avvicinarsi lentamente una volante con dentro quattro poliziotti ; per sviarli suono’ il campanello di una casa. Uno dei poliziotti scese dall’auto e le chiese dove abitasse, offrendole un passaggio; nonostante la sua risposta negativa, questi la fecero salire di forza sull’auto e la violentarono, per poi lasciarla andare fra le risate e gli scherni. Dopo i fatti, la ragazza sporse denuncia alle autorità competenti (la PGJ, Procuraduría General de Justicia di Città del Messico), le quali, qualche giorno dopo, annunciarono di aver perso i campioni-prova di DNA. I poliziotti proseguirono quindi indisturbati il loro lavoro.

Questo é solo uno degli almeno 51 casi di abuso sessuale che avvengono in Messico ogni giorno ; cosi come, secondo cifre ufficiali, nei primi quattro mesi del 2019 si sono registrati almeno 1199 femminicidi avvenuti in diversi stati del Paese. Senza ovviamente tenere in conto i casi di transfemminicidio, sui quali la polizia indaga in modo impreciso e discontinuo, tra cui molti passano sotto silenzio per paura di rappresaglie e altri non vengono registrati nemmeno sotto questa categoria.

E’ importante chiarire che quello descritto non é un caso isolato, ma frutto di un sistema di violenza strutturale di genere. É una realtà quotidiana condivisa da noi tutte quale che sia il diverso grado di vulnerabilità di ciascuna. La paura con la quale usciamo tutti i giorni di casa, pensando a chi sarà il nostro prossimo aggressore, ci ha spinte a dotarci di armi per l’autodifesa come spray al peperoncino, taser, coltelli, e della capacità di usarle. É diventato un rito, ormai, condividere la nostra posizione con i nostri cellulari mentre siamo sulla strada di casa, per avvisare le nostre amiche o le nostre madri che stiamo bene. La paura e la violenza quotidiane che ci inondano non si limitano a quando camminiamo per strada. É risaputo : nessuna istituzione é sicura. Gli eventi degli ultimi giorni ci hanno ricordato che non possiamo sentirci tranquille neanche in un ospedale o in un museo[1]. Non dimentichiamo che la maggior parte degli stupri, degli abusi, delle gravidanze minorili e dei femminicidi in Messico vengono compiuti all’interno dell’istituzione chiamata famiglia. Abbiamo tutte uno zio o un qualche parente scomodo che ci ha violentate, che sia con lo sguardo, con le parole o con le mani, e questo nel migliore dei casi. Quasi sempre gli aggressori sono delle persone che conosciamo.

Cosi come le denunce piovute qualche tempo fa durante il movimento #MeToo hanno costituito delle prove inconfutabili dei maltrattamenti, e talvolta delle aggressioni fisiche e sessuali, che subiamo sistematicamente da parte dei nostri uomini « di fiducia » come fidanzati, fratelli, mariti, colleghi, padri, amici . Ora, pero’, vogliamo smettere di raccontare cio’ che subiamo per cominciare invece a narrare quello che facciamo.

Non siamo le stuprate, le studentesse, le lesbiche, le donne di casa, le vittime ; non siamo nessuna delle categorie alle quali vogliono ridurci.

Le mie amiche mi proteggono, non la polizia.

Di fronte alle dichiarazioni della PGJ sul caso del 3 agosto scorso, decidiamo di organizzare un presidio davanti alla sede centrale della Secretaría de Seguridad Ciudadana a Città del Messico. Durante il presidio, il segretario alla sicurezza esce in strada per parlare esclusivamente con i media, dichiarando la sua disponibilità ad aprire un dialogo con noi ; ottiene, per tutta risposta, un attacco a base di glitter rosa. Dopo averlo visto rientrare nell’edificio con la coda tra le gambe, decidiamo di continuare e prendiamo la strada verso la sede della PGJ, istituzione indicata dalla madre di una vittima di violenza come responsabile del ritiro della denuncia, per paura in seguito alla divulgazione dei dati personali della figlia minorenne. Da quel momento in poi, non é stata la manifestazione a straripare; piuttosto é stato lo straripamento che si é manifestato, dato che sapevamo bene che non eravamo lì per chiedere il permesso a qualcuno per fare quello che volevamo. Per la prima volta in una manifestazione in Messico, gli uffici del PGJ, un edificio intimidatorio a causa della costante e abbondante presenza di polizia, sono stati invasi, le porte di accesso distrutte.

Alla luce degli eventi, la sindaca Claudia Sheinbaum ha dichiarato che le nostre azioni non sono altro che una provocazione per indurre le autorità ad usare metodi violenti contro le manifestanti. Ciò di cui non ha tenuto conto è che siamo abituati a sentirci dire che è a causa delle nostre provocazioni che ci uccidono o ci stuprano. Non ha capito che nessuna chiedeva una marcia pacifica. Non vogliamo essere rappresentate da nessuno. Tantomeno ci é passato per la testa di andare a cercare giustizia dallo stesso sistema che ci violenta, ci uccide e ci fa sparire. Non vogliamo briciole di attenzione da parte di qualsivoglia autorità, né dialoghi utili da sfruttare in campagna elettorale. Non siamo andati a parlare con nessuno perché sappiamo che a loro non importa di noi e a noi non importa di loro. Per molte di noi si è trattato semplicemente di prendere una posizione.
La gioia e la potenza condivise il 12 agosto sono state contagiose. La stanchezza e l’umiliazione provate nel ricevere petali di rosa come forma di sostegno nelle precedenti manifestazioni e di essere scortate dalla polizia stradale[2] – evidentemente le donne, per il governo, non rappresentavano una vera minaccia – ci hanno spinto ad assumere la nostra violenza e scendere in strada, come è stato detto, « a modo nostro ». Venerdì 16 agosto per alcune di noi era chiaro fin dall’inizio come saremmo scese in piazza, quale sarebbe stato il nostro spezzone e con quali amiche avremmo gridato. In altri casi ci siamo sorprese di noi stesse nel ritrovarci in mano bombolette spray, passamontagna fatti in casa, e nello scrivere i nostri numeri di emergenza e i gruppi sanguigni sui nostri corpi[3].

Altre, partite da sole, si sono unite alla spontaneità del momento, sedotte dalla furia delle amiche. A prescindere da questo caso particolare, noi non ci sentiamo mai sole. Le nostre amiche si prendono cura di noi, non certo la polizia.

Maschio coglione, fuori dal mio vagone

Da qualche anno nella metropolitana di Città del Messico vi sono carrozze riservate esclusivamente a donne e bambini al di sotto dei 12 anni, cio’ a causa delle continue molestie subite. Questa divisione è spesso violata da uomini stupidi che insistono nel voler occupare i nostri spazi. Vale anche la pena di ricordare che alcuni mesi fa è stata scoperta una rete “specializzata” in rapimenti di donne che opera sui mezzi pubblici. Uno dei modi piu’ efficaci in cui agiscono i rapitori consiste nel puntare una donna sola e poi prenderla per il braccio, fingendo di essere una coppia e poi portarla via dicendo “calmati, amore mio”. Se qualcuno cerca di intervenire, l’aggressore assicura che si tratta di una questione personale. Anche se la donna afferma di non conoscere il rapitore, di solito quest’ultimo riesce a dissuadere coloro che cercano di aiutarla; la morale infatti impone che questo tipo di problemi di coppia siano risolti in privato. Questo fatto mostra il modo in cui il sistema patriarcale invalidi la nostra parola, interpretando le nostre reazioni come drammi sentimentali femminili, invece di assumerle in quanto problema politico.

Il giorno della manifestazione abbiamo quindi deciso di occupare un intero treno, cacciando tutti gli uomini che erano a bordo. Di fronte alla nostra azione, molti uomini hanno reagito in maniera ostile, provocatoria, ma soprattutto beffarda, e come era prevedibile hanno aggredito chi potevano  con spinte, insulti, registrazioni; alcuni uomini sono addirittura saliti sul tetto del treno per impedirgli di ripartire. Nonostante ci fossero più di 600 donne vestite di nero, con i volti coperti e armate, disposte a difenderci con taser, spray al peperoncino, ombrelli e glitter, abbiamo di nuovo percepito il machismo dilagante da parte degli uomini. Molte di noi provavano paura; alcuni di loro, invece, pur essendo soli, si mostravano ringalluzziti e sicuri di sé, forti del privilegio che li caratterizza e li sostiene. Solo pochi hanno smesso di ridere quando abbiamo chiesto: “Vi prendete gioco del fatto che ci stanno uccidendo?”.

Il patriarcato non cadrà da solo, siamo noi che lo abbatteremo

Non c’era nessun leader, nessuna organizzazione, nessuna bandiera, nessuna teoria che ci rappresentava, ma un comune sentimento di sorellanza e il comune desiderio di distruggere tutto. Nulla era programmato, non c’erano linee guida, nessuno era a conoscenza del percorso della manifestazione, si percepiva solo qua e là la presenza di donne riunite, e ogni tanto circolavano voci per scoraggiarci: “stanno sparando dei lacrimogeni”, “arrivano i granatieri”[4]. Nonostante i timori e la voglia di fuggire, siamo rimaste unite, vicine, a sostenerci l’un l’altra.

Questa mancanza di organizzazione ha pero’ fatto inorridire marxiste e femministe professionali: « Ma tutto questo cosa significa? Non c’e’ nessuna assemblea, nessun coordinamento, nessuna rete. E’ la tirannia dell’antistruttura. I social network sono utili per convocare la piazza, come punto di raccolta, ma non sostituiscono l’organizzazione. E siccome non v’è altro mezzo che questo, l’organizzazione, bisogna costruirla »[5]

Noi invece pensiamo di dover andare oltre l’opposizione tra “organizzazione” e “spontaneità”; qui non sono esisite né l’una né l’altra in quanto separate. Viviamo in maniera strategica per prenderci cura di noi stesse e sopravvivere. Ecco perché agiamo insieme al di là dell’intenzione specifica di ciascuna; c’è complicità ed empatia. Ci sono legami che non possono essere immaginati da un pensiero organizzato a partire dal canone maschile. Se la nostra lotta è efficace, lo è per questo motivo.

Ogni azione era inaspettata, pertanto incontrollabile e senza alcuna aspettativa; non c’erano linee definite in anticipo tramite le quali giudicare se le nostre azioni fossero giuste o sbagliate. Molte di noi hanno percorso strade diverse prendendo viuzze secondarie, trovando negozi aperti, li dove non ci aspettavano. Una volta scesa la notte, non abbiamo più percepito la paura delle minacce che normalmente essa ci riserva. Abbiamo bruciato, spaccato e imbrattato tutto cio che abbiamo potuto, unite da sguardi complici e trafitte dagli affetti della nostra amicizia insorta.

Chi non ha partecipato attivamente alla distruzione, ha protetto e guardato le spalle alle compagne, incoraggiandole e fomentandole. A differenza di altre manifestazioni, portare i passamontagna e le bandane non costituiva di certo un problema. Mascherare le nostre facce é un modo per difenderci dalle tante molestie dei cameraman, pronti a eseguire solerti il loro lavoro di identificazione. Ci tenevamo ben lontane dal protagonismo o dalle identità individuali; queste sono per noi irrilevanti. Piuttosto eravamo li per prestare il nostro corpo a quelle che non ne hanno più uno, per quelle che non possono scendere in piazza, e per noi stesse.

Siamo tutte complici

Il giorno seguente, sul quotidiano Metro[6], le cui prime pagine riportano come consuetudine foto di corpi di donne nude e/o smembrate, per la prima volta la prima pagina è stata occupata da foto di donne che manifestavano con il titolo “Toglietevi di mezzo, stronzi”. Su altri mezzi di comunicazione più “seri”, così come sui social network, è stata condannata la violenza esercitata da presunte minoranze o da gruppi infiltrati per indebolire il movimento pacifico. Si affermano cose come “questi non sono i modi giusti di chiedere le cose”, che sono stati danneggiati monumenti storici, che “la violenza non puo’ essere combattuta con la violenza”, che non serve a nulla distruggere lo spazio pubblico… Ci sono state anche donne che si sono dissociate (usando lo slogan #EllasNoMeRepresentan), oltre a gruppi di uomini che hanno lanciato minacce di morte, di stupro e persino organizzato pestaggi di massa di femminaziste.

Dal nostro punto di vista i monumenti “detournati” hanno finalmente svolto una funzione storica, facendo appello al momento presente e non a un trionfo del passato che non ha nulla a che fare con noi. L’Angelo dell’Indipendenza, chiamato così per errore,  ora si presenta a noi come Victoria[7] ; persino alcune restauratrici si sono rifiutate di ripararlo, perché la sua nuova immagine rende conto della memoria collettiva della nostra manifestazione e delle sue cause.

Tuttavia, sappiamo che dobbiamo conquistare ancora molte altre vittorie. Città del Messico ha il privilegio della centralizzazione che le conferisce visibilità internazionale. Al contempo, la capacità di chiamata e quindi la confluenza delle manifestanti è molto ridotta nelle zone al di fuori della città. Questa bassa incidenza quantitativa implica un maggiore pericolo per le donne che partecipano alle proteste in queste aree. Basta guardare allo Stato del Messico, che confina con la capitale, con uno dei tassi di femminicidio più alti nel paese, accompagnati da una visibilità nulla e da scarso sostegno, per capire che la lotta ora necessita di una decentralizzazione. Alla luce di quanto accaduto, la capa del governo di Città del Messico ha deciso di tenere un incontro con le rappresentanti femministe per far loro sapere che non avrebbe punito o perseguito nessuna delle partecipanti alle devastazioni avvenute il 16 agosto perché, almeno secondo lei, si è immedesimata in noi; ma sappiamo molto bene che la sua empatia in realtà è un’impotenza nell’identificare un obiettivo preciso da attaccare, poiché sia lei che noi sappiamo bene che tutte noi eravamo complici.

Nonostante la grande eterogeneità tra femminismi in Messico, esiste un’esperienza condivisa nella quale si possono ritrovare punti in comune inaspettati. In Messico, I femminismi degli ultimi anni nascono dal fatto di vivere e assistere direttamente a una serie di abusi, sparizioni, stupri e femminicidi che si consumano attorno a noi. La nostra lotta riguarda la difesa della vita, della nostra vita e di quella delle nostre amiche. Cio’ a cui ci riferiamo è immediato; da qui ci siamo interrogate sul modo in cui viviamo, e come condividiamo problemi come l’abuso, il trauma e la paura, che secondo le logiche maschili non sono considerati problemi politici, ma intimi. È durante questo processo che le nostre amicizie si sono politicizzate. Per la stragrande maggioranza di quelle che erano presenti il 16 agosto e che hanno in programma di rimanerlo, si tratta di prendersi cura di noi stesse e di rafforzarsi collettivamente.

Siamo cattive, possiamo esserlo di piu

“A mí ya no me provocan, pobres (…) ¡Con la pena! La vida, Dios, los golpes y la maldad me los heredaron y no me los van a quitar. ¡No era este monstruo! Me convirtieron, y ahora se aguantan. No me intimida, ni me angustia, ni me ahoga, ni me mata.” – Niurka Marcos[8]

Anche se siamo orgogliose del fatto che sappiamo difenderci e che lo stiamo facendo, questo non significa che non proviamo dolore, stanchezza e frustrazione nel dover affrontare e difendere la nostra posizione quotidianamente, anche di fronte alle persone a noi più vicine. Giorni come il 16 agosto ci riempiono di energia collettiva, suscitano in noi l’emozione della violenza e della possibilità di fare meglio in futuro. Saperci capaci di esercitare la violenza è un modo per contrastare la paura di vivere da donne. I tentativi del governo di smantellare la nostra lotta e assoggettare la nostra complicità sovversiva non ci ingannano più, non ci immobilizzano né ci appacificano. Mentre il governo di Città del Messico pianifica dei workshop sulla prospettiva di genere per la sua polizia, per l’esercito e per i suoi funzionari in generale, a noi continuano ad ammazzarci – da venerdì 16 agosto a lunedì 19 agosto, ci sono stati 17 nuovi casi di femminicidio. Le nostre strategie non culmineranno in promesse che dipingono un futuro incerto. Ci rifiutiamo di fare le buone vittime, docili e indifese; non cadremo mai nelle loro provocazioni.

[1]É dei giorni scorsi la notizia di una donna stuprata dal suo “medico di famiglia” e di una ragazza che, durante la visita ad un museo, é stata violentata da un poliziotto mentre era in bagno.

[2]Nelle precedenti manifestazioni organizzate da donne per le donne, l’unico corpo di polizia presente era quello dei vigili addetti al controllo del traffico, mentre la gente applaudiva la nostra iniziativa di “scendere in strada a reclamare i nostri diritti” e, a volte, dai palazzi, venivano gettati fiori.

[3]Da alcuni anni ormai, quando tira una brutta aria prima delle manifestazioni a Città del Messico, siamo abituate a scrivere i nostri dati sul nostro addome in modo che, nel caso qualcosa vada storto, possano identificare i nostri corpi o, nel migliore dei casi, portarci all’ospedale in stato di incoscienza.

[4]Un’altro corpo della polizia messicana. [polizia antisommossa]

[5]Tweet citato

[6]Giornale reazionario che mette in mostra tutti i giorni le morti e le violenze che si vivono quotidianamente in Messico.

[7]Il monumento chiamato erroneamente “Angelo dell’indipendenza” è uno dei monumenti più importanti di Città del Messico. In realtà raffigura una Vittoria Alata: durante la manifestazione del 16 agosto fu uno dei monumenti piu’ presi di mira dalle manifestanti.

[8]“Povera gente, non sarete più in grado di provocarmi [….]. Che peccato per voi! La vita e Dio mi hanno trasmesso in eredità questi colpi e questo male, e nessuno potrà togliermeli. Non ero questo mostro! Cosi voi mi avete trasformato, e ora dovrete sopportarmi. Tutto questo non mi intimidisce, non mi angoscia, non mi annega, non mi uccide.

Niurka Marcos era un’attrice generalmente criticata come pazza isterica

COSTRUIRE IL FUOCO E NON ADORARNE LE CENERI

di  Rattas de ciudad

Note sul movimento studentesco in Messico

Sono le 3:30 del pomeriggio, è il 3 settembre 2018, siamo in una delle più grandi metropoli del mondo: Città del Messico. 

Una manifestazione studentesca inizia ad organizzarsi, si dirige verso la torre del Rettorato, il simbolo più evidente dell’ordine gerarchico dentro l’ UNAM, la più grande università pubblica Messicana, che ha anche un ampio settore di istruzione secondaria.

Studenti del colleggio CCH Oriente, Vallejo e Naucalpan, insieme alle scuole secondarie numero 5, 6 e 9, e la Facoltà di Lettere, sono tutti riuniti per sostenere le richieste dei CCH Azcapotzalco. 

Alle loro richieste si sono uniti studenti della CCH Oriente, chiedendo giustizia per il femminicidio della loro compagna di studi Miranda Menoza Flores, 18 anni, scomparsa davanti all’uscita del CCH il 20 agosto scorso, e il cui corpo, sepolto nel cemento, è stato trovato il giorno successivo in una strada che collega Città del Messico con il limitrofo Stato del Messico, Stato in cima alla lista per femminicidi di un paese femminicida.

Già da mesi gli studenti erano entrati in agitazione: “non ci sono insegnanti, non ci sono aule, ma c’è la corruzione” è uno degli slogan. 

Il 25 agosto avevano iniziato uno sciopero dopo la rimozione arbitraria dei murales fatti dagli studenti della scuola in ricordo del massacro del 1968 e della lotta di liberazione degli zapatisti. E contro il pagamento di una tassa inesistente nei regolamenti, contro i maltrattamenti, l’arroganza, il finanziamento di gruppi di “porros”[1] e la chiusura di spazi di libertà di espressione.

Il giorno dopo l’inizio dello sciopero, gli studenti sono stati attaccati dai “porros” con bombe carta e bastoni.

Il 3 settembre, i rappresentanti delle assemblee di questi istituti stavano leggendo una petizione con le loro richieste nel piazzale antistante il rettorato, quando improvvisamente vengono brutalmente attaccati da un gruppo di più di trenta “porros”. L’attacco avviene con petardi, pietre, molotov, bastoni e coltelli. Molti studenti rimangono feriti, uno studente – Emilio Aguilar Sanchez – del Liceo 6 viene accoltellato e colpito all’arteria iliaca, mentre Joel Garcia Meza, allievo di Studi latino -americani presso la Facoltà di Lettere, viene perforato da una lama al rene destro, oltre a riportare varie fratture al naso e un trauma cranico. 

1. L’anomia interna all’UNAM  

Un tale dispiegamento di forze, sospettosamente eccessivo, ha generato il più tipico degli effetti che il potere produce quando fa mostra della sua potenza: un terrore diffuso che ti induce a chiedere protezioni agli stessi che hanno messo in piedi questa “dottrina del terrore”.

Non è necessario avere una mente complottista per comprendere la vera cospirazione che “porros”, Auxilio UNAM (sorveglianza autonoma dell’università) e le autorità “al comando ” – come le ha descritte un lavoratore di Auxilio UNAM riferendosi alle persone che gli hanno ordinato di non intervenire durante l’attacco agli studenti – hanno concertato quel giorno: quello che ha avuto luogo durante l’attacco del 3 settembre è una chiara coordinazione tra forze istituzionali e giuridiche dell’UNAM e forze informali: i “porros”. 

Le irregolarità in questo attacco – inspiegabili per chi rispetta l’istituzione più di qualsiasi altra cosa – erano: l’accesso degli autobus che hanno trasportato il gruppo dei porros fino ad un parcheggio al quale possono accedere solo i giocatori della sezione universitaria di calcio; la presenza di Gesù Teófilo Licona, alias “El Cobra”, ex-Coordinatore della società di sorveglianza dell’UNAM, che quel pomeriggio è stato ripreso dalle telecamere di sicurezza interne mentre coordinava l’attacco e dava pacche sulle spalle ai “porros” per esprirmere il suo entusiasmo rispetto al loro operato.

L’insieme di molte irregolarità nel corso di poche ore evidenzia paradossalmente, un risvolto di cio che a tutti i costi volevano nascondere: la perfetta coordinazione fra le istituzioni della UNAM e i loro “anomali” gruppi armati .

L’UNAM, nelle sue vesti di “istituzione onorevole”, ne esce così illesa, malgrado siano numerosi gli studi storici sul “porrismo” che mostrano chiaramente come partiti politici e autorità univeristarie ne abbiano fatto – e ne facciano ancora – un vergognoso ‘uso strumentale.

 Il “porrismo”, quindi, è solo un esempio che rivela uno degli aspetti di cui nessuna istituzione – organizzata per sistemi di norme e che si ponga l’obiettivo di governare il comportamento della popolazione – può fare a meno: un braccio armato irregolare che interviene quando serve per attuare il suo piano di governabilità. 

Il terrore è già una forma normalizzata di governo in Messico, per il semplice fatto che le più diverse componenti della popolazione, anche solo psicologicamente, ne hanno sperimentato – e ne sperimentano – gli effetti anche in altri ambiti: dai trafficanti di droga, alle organizzazioni paramilitari e a tutti quei “gruppi di attacco” cui lo Stato messicano delega il lavoro sporco che le “forze ufficiali” non sempre possono fare senza rischiare che la loro legittimità si sgretoli.

Comprendiamo facilmente come la strategia, sia dentro l’UNAM che fuori, sia quella di una divisione in sfere spaziali, temporali e discorsive separate, introducendo elementi di divisione tra studenti e non studenti, cittadini e non cittadini, legali e illegali, quando in realtà si tratta di identità coesistenti e intercambiabili.

Secondo una dichiarazione del ex-Rettore il “porro rappresenta l’Anti-Universitario per eccellenza”.

Nel 2014, ad esempio, è stato chiaro che la responsabilità della scomparsa di 43 studenti della normale di Ayotzinapa era del Narco-Stato messicano, il nemico era altrettanto chiaro: “è lo Stato “. Quei giorni di mobilitazione misero uno accanto all’altro gli studenti della città, soprattutto delle scuole medie superiori, con quelli delle scuole rurali e con la forza delle loro forme di protesta. I blocchi, il fuoco, i sabotaggi sono stati in quel momento vissuti più da vicino, in tutti i sensi.  In quel momento era più evidente che chi condannava quelle forme di lotta come illegittime erano i liberali o i fascisti, e che la loro funzione era di contrastare ogni forma autonoma di insorgenza.

Quando militari e/o polizia commettono massacri di civili, il dispositivo statale perde la sua legittimità e si produce un divario incolmabile tra il governo e la popolazione, tra le norme e la realtà: Acteal 1997, Atenco 2006, Iguala 2014, sono solo alcuni degli eventi che si possono ricordare negli ultimi venti anni.  In realtà, così come la fossa comune funge da paradigma per comprendere il capitalismo (bio o necropolítico), ciò che è accaduto in Messico con i 43 studenti Ayotzinapa deve essere inteso non come eccezione, ma come la regola non detta eppure nota a tutti coloro che abitano questo Paese. Gli elementi anomici al servizio del potere sono, quindi, quegli elementi da cui il potere non può prescindere per mettere in atto le sue strategie. Nel caso dell’UNAM, la funzione dei “porros” è quella di intervenire per ripristinare l’ordine istituzionale quando nè l’Auxilio né l’illusione di una “comunità universitaria” sono in grado di farlo.  

La proposta di far accedere nelle univesità la forza diretta dello Stato, piuttosto che le sue articolazioni infami, si traduce così in una sorta di riconoscimento ufficiale dei diversi gruppi di attacco che si scontrano all’interno dell’UNAM: significa, in sostanza, sostituire organizzazioni non ufficiali, il cui uso della violenza non è legalizzato o canalizzato sistematicamente, con altre considerate ufficiali. Ma, fenomenologicamente, non vi è alcuna differenza tra l’azione dei “porros” e quella della polizia. Vi è solo una differenza giurisdizionale. Lo slogan che entrambi portano è quello di difendere la società, di fatto, agendo come sovrani. 

2. L’universitarismo come apparato di cattura

Superare la dimensione studentesca o universitaria non è solo necessario, ma auspicabile per formulare un’analisi più coerente della realtà che ci si pone di fronte. Recentemente, un professore di scienze politiche dell’Unam ha detto che questa università sarebbe una sorta di “termometro” della situazione politica generale in Messico. La trappola insita in questa diagnosi/tesi è che, implicitamente e ingenuamente, formula una soluzione di sicurezza per l’UNAM, il cui ordinamento poliziesco sarebbe replicato magicamente in tutto il paese. Del resto, il “porrismo” funziona efficacemente nel microcosmo dell’UNAM come il “traffico di droga” e i gruppi paramilitari funzionano nel macrocosmo messicano, dove “la guerra contro il traffico di droga” è il nome che si dà alla guerra civile che porta avanti questo Stato, colluso con compagnie minerarie, cartelli della droga, multinazionali di altri Stati, e impegnato a contrastare tutti quegli elementi che sfuggono al suo controllo o che, piuttosto, potrebbero essere valorizzati in termini di “risorse”. Un esempio tra tutti sono le sanguinose strategie di espropriazione che il capitalismo pratica continuamente in Messico.

È una situazione  molto più complessa, in comparazione con i  problemi interni nella nicchia dell’UNAM, dove il “porrismo” è solo una delle biforcazione con cui la “politica universitaria” opera nel paese. Omettendo la storia delle sue origini coloniali o il suo processo costitutivo moderno, positivista e liberale, durante quasi tutto il XX secolo l’UNAM e’ stata il centro di formazione, il prodotto e il laboratorio, del PRI e, di conseguenza, di tutti i gruppi che aspiravano al potere in Messico. 

La storia politica dell’UNAM corre parallela a quella dei leader politici del paese. Tuttavia questo non significa, come è stato detto, che l’attacco del 3 settembre sia stato un modo per mettere sotto controllo la “transizione vellutata” tra i governi entranti e quelli uscenti, percè il rischio di quest’ottica è quello di incappare nella trappola della “stabilità”.

Più che da termometro, l’UNAM può fungere da osservatorio per comprendere quei processi che i liberali – di destra e di sinistra – continuano a chiamare la “democratizzazione” del Paese. Quello che è avvenuto è stato, prima la pacificazione forzata, che si è sviluppata con la vittoria della prima tecnocrazia – grigia, burocratica, nazionalista –, poi con la presa del potere da parte della cupola neoliberista e con la recente restaurazione della figura del “laureato della UNAM” (“el licenciado”), onesto, semplice, discreto, come una icona del paese e del cittadino desiderabile. Per questa ragione, nell’ultimo mese, hanno preso piede all’interno delle assemblee universitarie tutti gli opportunismi dei trotskisti e di coloro i quali aspirano ad ottenere una fetta della torta del potere a suon di petizioni e indignazione.

Ecco perché la democratizzazione è stata, almeno per cinquant’anni, una delle terminologie più utilizzate in tutti quei “movimenti studenteschi” che l’UNAM ha creato e monopolizzato.

Tuttavia, è noto che “democratizzazione” è l’eufemismo che la sinistra, piena di sensi di colpa, usa per richiedere l’immediata incorporazione nell’apparato statale. Non è un caso, quindi, che la narrativa liberale sulla “transizione democratica” messicana sia iniziata con il movimento studentesco del 1968 e culminata in una serie di rotture dentro il PRI ( partito rivoluzionario indipendente, al governo del Messico negli ultimi 70 anni), che hanno permesso l’ingresso della sinistra nei luoghi del potere statale. O che i personaggi più ridicoli e visibili degli scioperi del Consiglio Studentesco Universitario nel 1987-1988 siano ora uno dei gruppi più potenti, all’interno del governo appena eletto.

Forse l’unico movimento che è stato in grado di rompere con le forme della politica universitaria – e, con questa, di tutta la mediocre storia della politica messicana – è stato lo sciopero del 1999-2000. Chiunque abbia ascoltato quelle storie, considerando che è una forma organizzativa ancora esistente, sa che la posta in gioco, insieme alla lotta per l’educazione gratuita, è stata la trasformazione degli spazi universitari in spazi veramente politici, collettivamente occupati, deviati dai loro soliti canali, aperti a tutti i tipi di potenziale al di là della “vita studentesca”.

Le petizioni “universali”, emesse in quel periodo, erano un di più rispetto alla vera rivolta che puntava alla trasfigurazione materiale del tempo. Il movimento, insomma, aspirava a molto di più che al miglioramento delle condizioni di vita degli studenti o alla “democratizzazione dell’UNAM”, il cui unico obbiettivo non è altro che la sostituzione di un potere con un altro. Era, in realtà un mettere collettivamente in discussione la destituzione della miseria esistente. Un fatto che può avvenire solo in una sperimentazione politica dove quello che si mette in gioco sono le forme stesse del esistenza. È forse questa componente destituente e il suo esodare della debole struttura studentesca che fa dello sciopero del 1999-2000, il principale oggetto di ripudio sia per “i buoni studenti universitari” che per i porros, la cui complicità segreta venne resa evidente in questa rivolta.

La risposta delle autorità universitarie e del governo federale a quello sciopero selvaggio di oltre 9 mesi continua a essere il modello secondo cui le autorità hanno neutralizzato tutti i movimenti studenteschi che corrono il rischio di diventare pericolosi, cioè che mirino ad eccedere il loro quadro. Da un lato, la repressione aperta e brutale di coloro che sostengono materialmente un movimento e, dall’altro, la produzione di un’immagine di ciò che l’Università dovrebbe essere, i suoi studenti e le sue forme: uno “spazio educativo di eccellenza”, costituito da studenti laboriosi e discreti, profondamente orgogliosi della loro formazione liberale, il cui ABC è già stato definito dalla ridicola campagna “Valori dell’UNAM” ​​[4]. Uno studente che diventerà, ovviamente, il modello del funzionario meritocratico per il prossimo mandato presidenziale. Ecco perché non è un caso che il rettore incaricato di gestire questo doppio movimento, dopo lo sciopero del 1999-2000, sarà il prossimo responsabile della vendita di quell’immagine in tutto il mondo: il futuro ambasciatore messicano all’ONU.

Un caso opposto è il “movimento studentesco” del 2012. Questo è stato il momento in cui la depoliticizzazione assoluta degli studenti si è cristallizzata. Non è un caso che #YoSoy132 sia iniziato con un video in cui gli studenti di una scuola privata d’elite mostrano le loro credenziali per identificarsi come membri autentici, puri e puliti di quella istituzione.

In quella scuola la credenziale funziona anche come una carta di debito.

Nessuno esprime più pienamente il pathos di “orgoglio” di un bravo studente: la loro intera identità è modellata per coincidere perfettamente con l’istituzione, davanti alla quale prostrarsi in un rapporto di rispetto, obbedienza, ammirazione e debito. Non è raro sentirli dire che “Devo tutto all’università” e che, proprio per questo motivo, metterebbero ciò che resta del loro corpo per difenderla.

“Yo soy 132” è stato anche il luogo dove la parola d’ordine della democratizzazione ha raggiunto la sua più chiara espressione con la campagna “democratizzare Televisa”, vale a dire la principale agenzia di comunicazione rappresentante l’ideologia statale, che la popolazione messicana ha subito durante  tutto il XX secolo. In uno dei suoi momenti più tristi, il movimento # YoSoy132 ha proposto di occupare Televisa per trasmettere “documentari” a livello nazionale usando la sua tecnologia. Anche se, ovviamente, questo non è mai accaduto, la mera proposta riassume ciò che questa volontà di democratizzare i movimenti costituenti significhi.

Tutto quello che la “creatività orizzontale della moltitudine” vuole è questa democratizzazione, e sarà lo Stato a fornirla.  In fondo questa democratizzazione, altro non è che una guerra per l’egemonia, che come già detto, ha l’obbiettivo di integrare nella catena di comando i boia che dominano e schiacciano questa società, ben evidente nelle demarcazioni sempre più grossolane che “gli studenti universitari” demarcano tra loro e chi rifiuta di integrarsi nel loro progetto necessariamente classista e razzista.

Perché, come ogni discorso di unità, non può evitare di cadere nei giudizi di purezza e discriminazione; un buon esempio di questo è stata la recente campagna “Non è tuo amico, è un narco”, dove le autorità universitarie hanno usato la sagoma di un giovane uomo, con chiari determinismi socio-darwiniani, per indicare i “narcomenuditas/spacciatore come l’ unico responsabile della violenza dentro l’UNAM. Ciò che più fa entrare in crisi la soggettività dello “studente universitario” è stato sin dalle sue origini un odio irresistibile nei confronti del plebeo.

Non è un caso che “per la mia razza parlerà lo spirito”, slogan creato dal filonazista cattolico José Vasconcelos, continua ad essere, dopo quasi cento anni, il motto principale dell’UNAM. Da allora non c’è un momento più grande di esaltazione per uno studente che arrogarsi il diritto di indicare qualcun altro come un corpo esterno all’ Università – e, quindi, pericoloso. Allo stesso modo, le denunce liberali contro i gruppi anarchici partono proprio da questo pathos xenofobo: esiste un modo preciso di essere uno studente, e la coincidenza della propria vita con quella forma istituzionale è l’unica garanzia che la vita sia propriamente una vita valida , cioè, convalidato da un’istituzione. Chiunque osi sperimentare o produrre uno stile di vita autonomo diventerà automaticamente un dissidente, sarà squalificato e, in definitiva, si cercherà di reprimerlo per mezzo della forza pubblica.

3 L’uscita dalla “democratizzazione”.

Sono le prime ore di Martedì 2 ottobre 2018. È passato un mese dall’attacco dei Porro e cinquant’anni esatti dal brutale massacro di Tlatelolco, che ha messo fine al movimento del 1968. La torre del Rettorato diventa lo schermo di un piccolo spettacolo di luci: sulla facciata appare la scritta “Mai più” e una colomba bianca ferita da una baionetta militare, uno dei simboli più diffusi di quell’anno. Al mattino, i rappresentanti del governo entrante fanno una cerimonia ufficiale – quasi una messa – nella piazza principale della città. L’Università organizza colloqui, mostre e conferenze; tutti i membri della classe politica – e tutte le piccole celebrità liberali – emettono  tweet in “memoria” delle vittime. 

Nel suo discorso ufficiale, il rettore dell’UNAM chiarisce quale sia la posizione condivisa dall’istituzione, dagli studenti, dagli insegnanti e dagli alunni: “Dobbiamo recuperare l’utopia del 68. La sua eredità non ha nulla a che fare con il sciopero del 99».

Non può esserci miglior immagine di un movimento studentesco trionfante: la sua piena incorporazione nell’apparato statale, la sua conversione in una liturgia civile completamente priva di significato politico, ma ordinata secondo un rigoroso cerimonaile, qualsiasi gesto politico, qualsiasi espressione di conflitto è definitivamente terminata. I funzionari e i commentatori più audaci difficilmente osano dire che “le richieste del 68 sono ancora valide”.

La dichiarazione del Rettore è chiara e trasparente, ma la sua comprensione sfugge a molti di quelli che chiedono “di non dimenticare”.

Da un lato, la feticizzazione democratica della memoria, e la sua progressiva strumentalizzazione. Il movimento del ’68 è stato trasformato in un momento di pura storia istituzionale, dove lungo la linea temporale le peggiori avversità del passato sarebbero state superate. Dall’altro, una storiografia statalista descrive un unico continuum omogeneo e vuoto: la crescente democratizzazione del paese come indice di progresso e di libertà in Messico. In più, quando si affronta l’autoritarismo “del passato” nel descrivere i massacri, si utilizza sempre un tono “sacrificale”, un esempio è una delle tante riflessioni, nel quale si dichiara che ci fù “un terremoto storico che cambiò la vita politica del Messico in meglio”, senza mai menzionare gli omicidi occorsi.

In effetti, i liberali sanno che il sistema politico messicano ha raggiunto la maturità quando la sinistra è arrivata al potere, come Lopez Obrador ha detto in un discorso tre giorni prima del 2 ottobre, nella stessa piazza delle Tre Culture, chiedendo il perdono delle colpe lontane e recenti delle Forze Armate. Non c’è democrazia più perfetta della successione ordinata della potere e dell’uso legale della violenza da parte dello Stato per gestire un territorio e una popolazione. 

Dall’altro lato, c’è la forza che può generare uno sciopero come quello del 1999. Un potere collettivo che nessuna grande storia è in grado di recuperare, non un “modello” di movimento studentesco, da poter essere studiato nelle tesi di laurea o nei libri, al contrario, la sua evocazione mette ancora più in ridicolo le forze istituzionali.

Questo movimento studentesco sapeva che il governo doveva in tutti i modi reprimerlo, perchè si era impegnato nella firma dell’accordo di libero commercio che imponeva la necessità di politiche educative finalizzate alla creazione e formazione dello studente adatto ad integrarsi in un mercato neoliberista.

Data l’importanza di questa lotta, il regime ha serrato le fila per affrontare la resistenza studentesca. Governo, datori di lavoro, partiti, media, chiesa, imprese, burocrazia sindacale e intellettuali hanno lanciato una crociata contro gli studenti, accusandoli di “aver  sequestrato l’UNAM”, “saccheggiato i locali”, e di essere “vandali, “terroristi”, che “vogliono solo mangiare gratis e ubriacarsi” (González de Alba, membro del movimento studentesco del ’68). Ancora oggi, il concetto di “sciopero/Huelga” degli studenti è difficilmente nominato, si cerca invece di descriverlo con dei sinonimi come “sospensione delle lezioni”, “sospensione attiva” o, più recentemente, “autogestione”.

La “Huelga del 99” finì con un plebiscito promosso dal rettore e sostenuto dal PRD e da un centinaio di “personalità” accademiche varie legate al PRI, sindacalisti e intellettuali “progressisti”, come Elena Poniatowska, Carlos Monsiváis e il poeta Javier Sicilia, che decisero l’ingresso della polizia federale nella Unam e la detenzione di un migliaio di studenti.

Il 50° anniversario del 1968 coincide con la salita al potere di Lopez Obrador, una frazione della sinistra alleata con l’elite tradizionale del PRI, rappresenta un cambio di epoca. In effetti, è il punto più caldo della transizione democratica. Non siamo più di fronte ad un sistema autoritario sottosviluppato che gli intellettuali messicani, sostenuti dalle loro istituzioni culturali asservite, hanno cercato di declinare per più di sessanta anni, siamo di fronte a una democrazia perfetta: un apparato statale ben oliato da una serie di dispositivi governativi, gruppi legali e paralegali, responsabili di sostenere la violenza e il terrore nell’ordine delle cose. In un momento come questo, solo chi fa della paura il proprio orizzonte può lasciarsi confondere.

Per la prima volta in decenni, chi cerca di costruire una vita che non sia mediata dallo Stato o dall’Università o da qualsiasi altra istituzione, è completamente solo. Non c’è bisogno di sprecare il nostro spazio di condivisione e di energia con gli studenti i democratici, i funzionari al potere o i professori universitari. Costoro saranno, come sempre, dall’altra parte, cioè continueranno a lavorare per lo stato.

Noi staremo con quelli che si  organizzano, quelli che sanno che politicizzare le nostre forme di vita collettive o rompere delle vetrine sarà sempre molto più politico e felice di redigere un elenco di richieste.

Solo nell’abbandono dell’orgoglio studentesco, della politica universitaria, dell’incantesimo nei confronti dell’istituzione, e nella costante esplorazione delle nostre potenzialità collettive, possiamo tracciare un cammino

Nel movimento fugace dello scorso settembre ci sono stati  momenti politici di questo tipo, specialmente tra le generazioni che non sono cresciute nel militantismo più mite, ovvero quegli stessi che praticano una separazione ben delineata tra la vita e la politica e che una volta che terminano i loro “Anni gloriosi” delle assemblee studentesche, non sanno cosa fare delle loro vite ne come dargli un’evoluzione rivoluzionaria.

Non sorprende che siano state proprio le posizioni e i gesti non demcraticizzati ad essere i primi ad essere squalificati e odiati da coloro che assumono l’identità studentesca.

Ad esempio, nelle assemblee femministe separatiste, non si scrivevano petizioni, ma si aumentava la forza collettiva e di condivisione, si affilavano le armi: “Non si tratta di essere riconosciute dal machismo, si tratta di estirparlo”.

E ‘stato proprio perché l’attuale potere esercita il suo maggior dominio prima di tutto sulle vite delle femministe, che le ha spinte a istanze più rivoluzionarie, non per scrivere petizioni, ma per politicizzare la vita collettiva al di là di ogni divisione tra pubblico e privato. Questo modo di organizzarsi si è tessuto tra le femministe dopo le manifestazioni del 2017 per l’omicidio di Lesvy [6] avvenuto dentro l’Unam, quando hanno messo in discussione la costituzione stessa della UNAM, il cui “Protocollo per la gestione dei casi di violenza domestica” si è dimostrato, in più di una occasione insufficiente e a volte quasi di supporto ai femminicdi, che si sono svolti all’ interno dell’Unam.

Anche i gruppi che hanno occupato nuovi spazi all’interno dell’università per organizzare workshop di autodifesa o addirittura di twerk[7], nonostante venissero accusati sia dai militanti di professione, che dai “buoni studenti” di una “mancanza di contenuti” hanno al contrario reso chiaro che è la petizione e il dialogo ad essere inutile.

Questi gruppi, hanno invece fatto emregere tutta la positività che può esserci nell’organizzarsi oltre i dispositivi che catturano la vita, o i sistemi che la gestiscono e la democratizzano. Diventare ingovernabili non è un’audacia teorica, ma una realtà sensibile che risuona negli altri facendo coincidere la vita con la sua forma.

La verità è che, contro l’identità orgogliosa e impaurita dell’universitario -espressione coniata dal neoliberismo esistenziale contemporaneo- qualsiasi movimento studentesco che oggi vuole inserirsi in un orizzonte apertamente rivoluzionario dovrebbe necessariamente iniziare a pensare come primo compito il suo annullamento.

Non è sufficiente licenziare il rettore dell’UNAM, è necessario invece destituire l’identità universitaria prodotta in ciascuna dalla gerarchie istituzionali. Ciò che più importa nelle analisi successive dei movimenti studenteschi sarà proprio la capacità di dare seguito ad azioni destituenti che creino discontinuità e rotture nel funzionamento del dispositivo universitario.

 

 [1]PORROS Il nome colloquiale usato in Messico per designare questi individui deriva da “Porra”. Ciò è dovuto al fatto che gran parte di loro era inizialmente parte dei sostenitori itineranti delle squadre di calcio e la sua origine risale agli anni 1950. Per uno studio sulla sua “istituzionalizzazione”, vedere: https: //www.ses.unam.mx/integrantes/uploadfile/iordorika/26%20Ordorika.pdf. “

Letteralmente: un membro di un’organizzazione che persegue interessi diversi, sia politici che economici, basati sulla violenza organizzata, in asilo nelle istituzioni studentesche e nella recitazione come un gruppo di scontri mercenari, è chiamato un porro. Gli studenti sono di solito elementi che hanno l’iscrizione universitaria, ma non passano mai l’anno, “fossili” in gergo universitario ma pronti ad agire quando sono richiesti. 

[2] CCH Colleggi universitari di Scienze e Lettere 

 [3] Per “polizia reale” designiamo non solo quella visibilmente in uniforme in quanto tale. Esiste infatti una vasta gamma di forze di polizia, come vedremo nel corso di questo articolo, che deve essere percepita al fine di respingere la polizia generale della società che costituisce la popolazione in società con stato. 

 [4] L’intera intervista di questo partner consapevole della sua funzione (una contraddizione in termini per coloro che vorrebbero salvarli), può essere trovata su https://www.facebook.com/ImagenYuri/videos/452912328550699/

[5] https://valorunam.wordpress.com/ http://www.gaceta.unam.mx/20180226/wp-content/uploads/2018/02/260218.pdf

[6] Lesvy Berlín Rivera Osorio, è una giovane che è stata trovata strangolata, e legata ad una cabina telefonica dentro l’ Unam.

[7] twerk: laboratorio di ballo hip hop.

La democrazia come sconfitta. Note sulle elezioni presidenziali in Messico

Apparso il 28/06/2018 nel blog dei nostri amici messicani Artillería Inmanente

Possiamo concedere giusto una cosa a quelli che hanno posto tutta la loro fiducia nello spettacolo democratico: mai questo paese aveva conosciuto nella sua storia un grado così alto di speranza condivisa. Ma per comprendere da dove proviene questa apparente energia bisogna aggiungere questo: questa speranza è il prodotto di una sconfitta di lunga durata.

Lo spettacolo democratico di cui si parla non è solo quello che è stato incessantamente martellato dagli apparati statali – attraverso la loro “cultura del diritto” e la loro violenza poliziesca – ma è anche quello che ritorna periodicamente sempre più sfigurato e grottesco della volta precedente, ma che, malgrado tutto – per qualche “urgenza”, una “congiuntura” fabbricata come per caso in questo preciso momento e non in un altro – si trova infine rinforzato dal credito che una popolazione gli accorda, volentieri o meno, o ancor di più, con la sola volontà che gli resta, una volontà bloccata tra l’incudine e il martello. La speranza nella politica è sempre il rovescio di una politica il cui primo motore è la paura.

Chiunque sia sopravvissuto agli ultimi dieci anni – o agli ultimi 500 – sa che, dietro il miraggio che fa vedere una luce nel futuro, si intravede la profonda oscurità del nostro presente. È superfluo ripetere una volta di più le cifre dei morti e dei desaparecidos: queste sono appena la traduzione matematica – cioè amputata – di una realtà invivibile. Solo la tristezza e la confusione che provoca una decade di guerra possono fare in modo che qualcuno veda in un candidato una speranza e non il futuro comandante in capo del nostro più grande nemico: lo Stato.

A partire dall’attacco perpetrato ad Atenco nel 2006 fino alla rottura costituita dalla mobilitazione per i 43 scomparsi di Ayotzinapa, questo sentimento di disfatta si è amplificato ed esteso. Non c’è niente che la democrazia e i suoi attori sappiano fare meglio che tirare profitto dalla desolazione. È per questa ragione che sono più degni di compassione che di ridicolo coloro che da qualche anno urlano “E’ lo Stato” (che ha ucciso gli studenti) e che oggi vedono in esso l’unica via di salvezza.

Forse noi stessi, in parte, siamo stati responsabili di questa sconfitta e della confusione che genera. Forse non siamo stati capaci di produrre un sufficiente numero di nuclei d’organizzazione e di resistenza solidi e duraturi. Ma è anche vero che, almeno in questo caso, il funzionamento dello Stato è efficiente: avanza e attacca per produrre la sconfitta e l’impotenza che gli serviranno, poco dopo, a nutrire la sua rigenerazione.

Solo un bambino, un ingenuo o un politologo possono pensare che la democrazia è un affare di elezioni, di partecipazione o di istituzioni. Anche se noi siamo abituati a descrivere la democrazia – la più potente arma civile dello Stato – con l’espressione apparentemente inoffensiva di “forma di governo”, essa è in realtà un meccanismo complesso di produzione e gestione dell’impotenza collettiva.

In effetti, la funzione essenziale della democrazia non è la rappresentazione ma la relegazione. Tutte le capacità, le conoscenze, le immaginazioni e la forza che richiede una vita condivisa sono catturate dalla macchina democratica per essere gettata da qualche parte nel rovinoso apparato statale. Tutta la creatività e la potenza che possediamo per il semplice fatto di essere vivi sono sottratte e relegate fino a che non restano che degli spettri, fino a che ogni corpo è ridotto al rango minimale al quale può essere ridotto un essere vivente: un cittadino.

Relegare significa mettere da qualche altra parte ciò che ci è proprio. La democrazia è, anche per questa ragione, produzione di allontanamento. Ogni momento della vita, ogni conflitto e ogni uscita possibile sono subordinati alla gestione di una istituzione esteriore e distante. Cioè astratta. Solo quelli che vivono in questo mondo d’astrazione, separati dal loro mondo, trovano ragionevole esigere dallo Stato che risolva un crimine, freni le espropriazioni, sanzioni le Forze Armate per la violazione dei diritti umani. La giustizia, lo sappiamo, non verrà mai né dall’alto né da lontano. Per questo l’antinomia della democrazia non è l’autoritarismo ma la prossimità, la forza collettiva.

Come l’espropriazione “originaria” che alimenta il capitale è sempre all’opera, in ogni momento, la relegazione di cui si nutre la democrazia opera ogni volta che un programma statale si sostituisce a un’opera collettiva, che un deputato locale usurpa il potere di un’assemblea popolare o che un comitato di quartiere si trasforma in ufficio di gestione di un partito politico.

Per questo è un’eccellente notizia che la democrazia in questo paese sia ancora incompleta. Evidentemente ciò non significa che vi sia una mancanza di “partecipazione”, di “trasparenza” e ancor meno di “onestà”. Ciò significa che vi sono dei territori in cui la battaglia contro l’impotenza e l’astrazione è stata vinta, dove lo Stato non è riuscito a imporre la sua logica. Dove è ancora possibile sperimentare una vita comune che non può essere ridotta al meccanismo della democrazia e dei partiti.

Forse non è necessario ripeterlo, ma la democrazia è anche produzione di individualità: “cittadini” o “votanti” sono i termini burocratici che adottano i cadaveri di una collettività distrutta. Per questa ragione non c’è nulla di politico in essa: non c’è esistenza condivisa, luoghi da abitare, vita da difendere. È il solo senso nel quale la democrazia sia un sistema di governo, cioè una gestione verticale delle popolazioni, individui senza nome.

La cooptazione e la relegazione che è all’opera in ogni istante producono l’impotenza e la depressione, che paiono trovare la loro unica risoluzione in una rigenerazione della speranza nello Stato. La speranza è, precisamente, l’iniezione di combustibile di cui, in un dato momento, una forma di governo ha bisogno per sopravvivere. Anche quelli che temono una possibile destabilizzazione se vince un candidato o l’altro appaiono molto ridicoli. Temono un possibile “indietreggiamento della democrazia” quando, in verità, una rigenerazione dell’apparato statale è in marcia in modo da farla sopravvivere ancora per un decennio.
Le sconfitte dei movimenti di resistenza e la vera disperazione di quelli che hanno hanno messo la loro forza in una trasformazione radicale sono state, nuovamente, relegate nel sistema dei partiti e in un futuro governo centrale. Tutta la speranza che ci circonda oggi tende alla stabilizzazione; cioè a una rinascita dello Stato. Non è un caso che il favorito abbia dichiarato di voler risolvere del tutto il dossier di Ayotzinapa per rinforzare l’esercito e restituirgli la sua antica legittimità. In un contesto di guerra, la rigenerazione democratica adotta la sua forma più crudele e sanguinosa: la pacificazione.

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Al di là dell’aura umanista della parola, la pacificazione è il punto culminante di un’operazione militare: il trionfo della mobilitazione delle forze armate e civili su di un territorio e sulle forme di vita che lo abitano. È il nome che i vincitori danno alla sconfitta totale dei loro oppositori, alla sottomissione del nemico al nuovo potere costituito. È, esattamente, quello che i giuristi chiamano “uso legittimo della forza da parte dello Stato”. Perciò vi sono ancora persone che confondono pace e Stato di diritto. La pacificazione non è altro che la continuità del processo di democratizzazione perseguito con altri mezzi. Queste due operazioni, quindi, formano i due fronti contro-insurrezionali con i quali lo Stato cerca di integrare al suo interno tutte le forze politiche, con mezzi sia civili che militari. La fallimentare strategia anti-zapatista degli anni 90 – coordinata in parte da Esteban Moctezuma Barragan – lo dimostra perfettamente: occupare militarmente un territorio per pacificarlo; rimunicipalizzarlo e iniettare dei mezzi per democratizzarlo – non sorprende che ancora oggi i rappresentanti della “crociata contro la fame” abbiano in ogni città, sulla loro porta, l’emblema del Segretariato della Marina. Venti anni dopo l’operazione è sostenuta dalle restanti basi militari e dai gruppi di paramilitari che sono, sempre, associati ai partiti politici. In tempo di elezioni sono degli “operatori politici” e dopo degli squadroni della morte.

Ecco perché la credenza che sia possibile “finirla con la logica della guerra” è la più pericolosa delle buone intenzioni progressiste. In certi quartieri di Città del Messico la guerra sembra essere una “logica”, un “discorso”, cioè una “politica pubblica”. Ma la guerra, lo sappiamo, è una atroce realtà; è la forma che adottano lo Stato e il capitale per garantire la loro continuità attraverso la cooptazione e il saccheggio. Crdere che la guerra possa finire unicamente grazie alla “volontà politica” di un uomo non è solo naif, è suicida. La forma fondamentale di autodifesa in un conflitto prolungato è quella di riconoscerlo in quanto tale. Quelli che sono sopravvisuti resistendo più di cinquecento anni lo sanno perfettamente. La guerra – che sia dichiarata o meno – è lo strumento attraverso cui lo Stato messicano è ricorso ogni volta che ha avuto bisogno di rinnovarsi o di espandersi. Le guardie bianche, i rurales di Porfiriat, le Forze Armate e le cellule di sicari hanno sempre avuto la stessa funzione: pervenire alla pacificazione di un territorio – con lo sterminio o lo spostamento forzato – per garantire l’estrazione delle risorse che contiene. La “guerra contro il narcotraffico” non fu quindi una sconfitta strategica. Fu, al contrario, la perfetta ed efficace riconversione di una vecchia macchina di morte e spoliazione. Oggi la guerra civile è una questione che supera di molto la capacità di decisione di un governo o di un candidato. Quelli che fanno della politica un’operazione più o meno riuscita di consolidamento di un contratto sociale – battuto, rispettato, corrotto, etc – si sbagliano fin dall’inizio: non è il contrato sociale ma la guerra che anima, fin dalla sua origine, il sistema di potere. Così, far credere che la guerra finirà grazie al bacio di un poeta, di Emilio Alvarez Icaza o del papa di Roma, è una manipolazione senza fine. In verità è un crimine di guerra.

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Sempre è necessario vedere quale oscurità nutre la luce della speranza; ma bisogna anche saper osservare la luce che produce questa stessa oscurità. Ovunque lo Stato sembra fallire, ovunque è assente, si apre lo spazio dei possibili. Ogni istante della vita è un minuscolo campo di battaglia in cui la logica democratica può essere respinta, dove possono sperimentarsi forme di organizzazione tanto flessibili quanto potenti. Non c’è nulla di più semplice che affrontare la relegazione e la messa a distanza che nutrono la democrazia. Si tratta semplicemente di afferrare la nostra prossimità con il mondo che ci circonda. Di tornare a incontrarla, di produrre gli strumenti e i saperi collettivi per abitarla. Non c’è evento più felice che riscoprire, nel mezzo delle rovine dello Stato, un’attitudine che pensavamo perduta: imparare senza Università, curarsi senza bisturi, passare una domenica senza angoscia.

Bisogna solamente riapprendere a creare degli spazi di potenza, lontano dalla macchina democratica, avvicinarci gli uni agli altri, ritrovare il filo delle nostre potenzialità. Scoprire di nuovo tutto quello che può un incontro – anche fugace – quando esiste la decisione collettiva di ricostruire tutto. Il compito sembra arduo, senza dubbio, ma quelli che lo sperimentano sanno che non esiste una festa più grande di quella che si fa dopo una giornata di lavoro collettivo.

Per il momento bisognerà lasciar fallire i democratici: i convinti, i confusi, gli ingenui, i vinti. Quanto a noi, non abbasseremo la guardia: sappiamo che continueranno ad attaccare tutto mentre predicheranno la tregua. Alcuni, forse, torneranno dopo qualche anno, ridotti a macerie: famelici e distrutti dopo aver visto dall’interno le viscere dello Stato. Forse allora sentiranno l’ampiezza della loro sconfitta. È anche probabile che uno o due di loro verranno a riscoprire le loro forze nella casa che noi avremo, nel frattempo, costruito.

Se io fossi un capitalista

di John Holloway

Intervento di chiusura, tenuto il 14 marzo 2018, al seminario di studio “Consiglio Indigeno di Governo. Resistenza ed organizzazione dal basso, a sinistra, anticapitalista ed antipatriarcale” organizzato dalla cattedra Jorge Alonso della Università di Guadalajara, Jalisco, Messico.

[Traduzione a cura di Vittorio Sergi]

 

Un sogno, un incubo.

Se io fossi un capitalista o se io fossi un politico cioè un servitore del capitale, sarei abbastanza seccato. Prima di tutto perché non mi hanno invitato in qualità di capitalista, non hanno incluso un rappresentante del capitale tra gli invitati. Però sarei seccato anche con me stesso. Che cosa sto facendo qui, parlando con un mucchio di insubordinati o peggio ancora di insubordinate? E voi? Cosa state facendo qui? E’ mercoledì, perché state qua ad esibire la vostra insubordinazione? Perché non siete al lavoro o a cercarlo? Basta pensare tutto il tempo partendo dal basso! Bisogna anche pensare iniziando dall’alto. Bisogna pensare ai poveri capitalisti ed ai loro servitori politici. Bisogna pensare che la vita non è facile per noi capitalisti. Diamo ordini su come deve andare il mondo e la gente non ci ascolta. Dicono di no. Noi diciamo che si deve aprire una miniera a cielo aperto là in quel villaggio e la gente si alza e inizia a dire che no, che non la vuole. Noi diciamo che costruiremo una diga e no, non vogliono nemmeno questa. Diciamo che i maestri devono capire che l’unico obiettivo di un buon sistema educativo è che gli studenti imparino ad aiutare noi capitalisti a guadagnare più soldi e no, non ci ascoltano. Peggio ancora, organizzano eventi di protesta come questo.

Noi vogliamo delle vittime, della gente che soffra senza fare niente, gente che capisca che l’unica felicità e l’unica giustizia possibili le troveranno sicuramente dopo la morte. Noi vogliamo della gente normale in grado di lavorare per noi e invece arrivo qua stamattina e vi trovo a parlare di disabilità mettendo in discussione il concetto di normalità! Se siete genitori forse mi capirete. Come genitori diciamo ai nostri figli di fare qualcosa e loro non lo fanno. Se pensate che sia difficile essere padri, allora capirete che è difficile anche essere un capitalista. Dovete capire che noi siamo gente molto semplice, che abbiamo anche una nostra purezza. Vogliamo una cosa sola nella vita: essere più ricchi, espandere il nostro capitale, avere ancora più soldi. E’ la nostra unica motivazione ed imprime una logica molto semplice in tutto quello che facciamo, una dinamica molto facile da capire. Se vogliamo aprire una miniera e distruggere il vostro villaggio, non c’è niente di personale, è semplicemente che ci vediamo una possibilità di ricavare un guadagno. Se vogliamo imporre una riforma del sistema educativo è per la stessa ragione: il nostro guadagno alla fine dei conti deriva dallo sfruttamento di lavoratori disciplinati e con le abilità che ci servono. Se inquiniamo i fiumi non è perché vogliamo che i bambini soffrano di cancro ma è semplicemente per tagliare i costi che potrebbero ridurre i nostri guadagni. La nostra logica è molto semplice: è la logica del denaro che cerca la propria espansione, è la logica del capitale. E mi fa molto piacere potere informarvi che questa logica ha fatto grandi passi negli ultimi trent’anni. E’ andata penetrando tutti gli aspetti della vita quotidiana: l’educazione, la salute, la terra, la vita dei bambini, le relazioni sessuali, le disabilità, la giustizia, tutti i temi che abbiamo discusso in questi ultimi giorni.

Ma non voglio che pensiate che non abbiamo problemi. In realtà per noi le cose vanno male. E’ proprio quello di cui sto parlando con voi in questo momento: vorrei farvi capire che le cose non vanno bene per noi. La verità è che da molti anni non stiamo ricavando il guadagno (o il plusvalore direste voi) di cui abbiamo bisogno per continuare a crescere. Siamo in crisi e alla fine è colpa vostra. Voi siete la nostra crisi, voi siete la crisi del capitale. Stiamo facendo tutto il possibile per farvi produrre direttamente o indirettamente maggiore plusvalore, abbiamo introdotto nuove tecnologie, abbiamo abbassato i salari, abbiamo creato zone economiche speciali dove tutti i diritti dei lavoratori sono stati cancellati, abbiamo represso con più ferocia quando vi siete opposti ai nostri piani, abbiamo introdotto delle leggi per promuovere la convenienza di certi settori come quello delle droghe ma non è stato sufficiente. Per questo vi dico che dovete cercare di capire la gravità della situazione. Da circa quarant’anni abbiamo dovuto inventare del denaro per mantenere la nostra espansione. L’accumulazione di capitale è sempre più fittizia. E’ basata su un’enorme espansione del credito, cioè sulla creazione di un mondo di promesse che non corrispondono a nessun valore prodotto, a nessuna ricchezza reale. Immaginatevi la nostra disperazione, la nostra fragilità. Voi ci vedete tanto forti, ma dietro questa immagine di forza ci sono una debolezza e una fragilità terribili. Questa nostra disperazione si esprime sotto forma di violenza. Se la competizione capitalista è sempre come il gioco delle sedie musicali, adesso è diventata una cosa da pazzi, la musica ha raggiunto un ritmo frenetico. Noi capitalisti abbiamo esaurito la tolleranza, non possiamo più spendere i nostri soldi in cose che non contribuiscano all’espansione dei nostri guadagni, adesso non possiamo più accettare che gli Stati, tutti gli Stati, non importa il colore del loro governo, non si sottomettano totalmente alle necessità del capitale. (Si possono ancora realizzare dei cambiamenti all’interno del capitalismo, ma la situazione non è più quella di cinquant’anni fa) Abbiamo cercato di risolvere la situazione a livello mondiale nel 2008, ma non abbiamo potuto farlo bene, per colpa vostra alla fine. La prossima volta ce la faremo. Per questo, dovete cercare di capire i nostri problemi, abbandonate l’insubordinazione!

(applausi)

Gli zapatisti capiscono davvero tutto quello che vi ho descritto e gli hanno dato un nome: la Tormenta.

Levando i pugni in aria. Sul recente terremoto in Messico.

di ratas de ciudad

«Uno spettro si aggira / per il mondo. / Non è la morte. / È l’idea della vita»

«La storia della ragione governamentale e la storia delle contro condotte che le si sono opposte non possono essere dissociate l’una dall’altra». Michel Foucault, “Sicurezza, territorio e popolazione.” Corso al Collège de France (1977-1978)

Cosa si riesce a percepire da uno schermo, dalle notizie che circolano sul web, per quanto provenienti da fonti amiche?

È come vivere dentro un acquario. Voler sapere da chi vive, dai miei amici e compagni, sentire il loro respiro, la loro tristezza, stanchezza, forza e azione. Cosa «ci spinge insieme controvento, lo sforzo li riunisce. È quasi un esodo. Quasi. Ma nessuno patto li tiene insieme, se non la spontaneità dei sorrisi, la crudeltà inevitabile, gli accidenti della passione (Tiqqun, “Tesi sulla comunità terribile”).

Quando si vive, come me, tra due continenti, accade che a volte non sia il tuo corpo fisico a potersi mettere in discussione ma la tua capacità analitica e di diffusione, cioè il come trovare un altro modo di lottare insieme. Mi ritrovo nuovamente davanti a uno schermo che filtra sensazioni, odori, il corpo che reagisce, gli ormoni che si mettono in moto in un momento in cui ACCADE qualcosa.

ACCADE… Come in una rivolta nelle piazze, accade in un incontro per opporsi al G20 come ad Amburgo, sono proprio i corpi a mettersi in gioco, la nuda vita che sperimenta.

Quando si combatte nelle strade, o in qualsiasi altro luogo, è o dovrebbe essere il molteplice a farsi un unico corpo, respirare, cospirare insieme, disertare. La solidarietà è sorella in queste occasioni. Nessuno rimanga indietro, si parte e si torna insieme, queste alcune delle affermazioni che riecheggiano.

Primi minuti dopo il terremoto del 19 settembre 2017, sono già dentro l’Acquario che mi fa nuotare senza poter toccare le strade della mia città. Mi scrivono: “stavamo tornando a casa, ci è crollato un palazzo davanti, stiamo qui a scavare tra le macerie, stiamo tirando fuori gente” oppure “stiamo creando una piattaforma on line Geocomunes e con questa possiamo organizzarci e vedere in tempo reale le zone dove bisogna organizzare brigate autonome di aiuto e cosa serve portare, tutti gli aiuti possono arrivare al centro autogestito Martires del 68, ci hanno appena chiamato, stiamo andando con la Brigada Femminista nella fabbrica tessile in centro, nella Colonia Obrera dove sembrano esserci sepolte moltissime donne, non possiamo saperne il numero esatto perché era una fabbrica ‘non esistente’; hanno tirato fuori dei corpi ma molte sono ancora sepolte e lo Stato non le vuole salvare, vuole solo far entrare le macchine e le gru per rimuovere insieme a quelle macerie anche questa storia di sfruttamento fatta sui corpi di giovani donne, migranti centro americane e cinesi. La polizia e l’esercito hanno circondato tutto il perimetro, stanno impedendo ai Topos [gruppi di soccorritori autonomi, formatosi durante il terremoto del 1985 specializzati nella ricerca di vita sotto le macerie] e alle brigate autonome di accertarsi che non ci sia alcun sotterraneo dove potrebbero essere intrappolate altre donne”.

Chimpalpopoca, il nome di questa fabbrica, rimarrà un nome con un eredità pesante, quella della vita di serie A e di serie B. Quella clandestina può e deve rimanere sotterrata.

Dopo le prime scosse di terremoto, è stato chiaro che solo l’autorganizzazione della popolazione avrebbe fatto tutto il necessario per salvarsi e così iniziare questa nuova sfida.

In pochi minuti migliaia di persone sono li a scavare, spostare macerie, ad alzare il pungo in segno di silenzio assoluto: si sta cercando di sentire il rumore di chi è ancora vivo li sotto, si sono battuti dei colpi, si attendono le risposte. Curioso come un pugno alzato, che io vedevo nelle immagini e foto, assuma un significato tanto differente dal solito. Ma anche questo pugno alzato ha in se una sembianza di resistenza. Questa si è da subito organizzata, in una città di 20.000.000 di abitanti, e nei successivi 3 giorni non farà altro che scavare, raccogliere, attrezzarsi e per farlo dovrà lottare per i suoi spazi di agibilità contro uno Stato ed un governo che vuole normalizzare la situazione il prima possibile.

L’uomo animale sceglie l’agire e non l’obbedire, sceglie la diserzione. Questo l’ordine del governo: dopo 24 ore non ci sono più possibilità di trovare corpi in vita, che si proceda con la seconda fase: la rimozione e la ricostruzione. Una gran fretta di tornare a una “normalità” apparente, anche se per realizzarla devono far sparire persone ancora intrappolate tra le macerie, alcuni vivi, altri no. L’obiettivo è nascondere la vera entità della tragedia e l’enorme corruzione di chi gestisce e ha gestito fino a ieri tutto, ovvero i governi a ogni livello, locale, regionale e nazionale. Le vite non hanno importanza, né la dignità dei morti. Per loro, un funerale dignitoso non rientra nei calcoli monetari o politici. Essi si preoccupano che “non ci sia odore di morte” e che il numero delle vittime, almeno quello ufficiale, non aumenti. Il 21 settembre esce il primo comunicato delle brigate autonome di Città del Messico, che sostengono il progetto del consiglio nazionale indigeno: “Come nel 1985, coloro che si definiscono ‘governo’ sono stati completamente superati dalla realtà. Oggi il ‘paese delle meraviglie’ non lo riescono a vedere neanche loro. Alcuni che hanno molto contribuiscono con molto, quelli che hanno poco contribuiscono con ciò che possono e a volte tutto ciò che hanno sono le loro mani. Coloro che non hanno niente sanno dare il loro cuore e sono pronti a mettersi al servizio di ciò che è richiesto. Sono loro che riempiono le strade e si coordinano per raccogliere gli aiuti e distribuirli”.

I piccoli negozi sono solidali e offrono cibo e bevande a chi dedica tempo e sforzo nei soccorsi, quelli che hanno come unico ingresso monetario la loro piccola bottega donano tutto mentre le grandi catene commerciali come Walmart lucrano sulla tragedia.

Questo è il momento in cui si produce l’incontro tra segmenti di popolazione e dove si innesca la possibilità di cambiare la visione dei molti. La realtà è che ci sono momenti unici di solidarietà da celebrare, è questa la reale strategia di ricostruzione.

La speranza vera nasce da quei sorrisi e da quegli sguardi di solidarietà. In questo momento in cui la democrazia è diventata un significante vuoto e in cui sempre più persone iniziano a vedere che è impossibile mascherare le grandi crepe che essa presenta, la solidarietà e il sostegno reciproco riappare nella metropoli, spinta violentemente dall’enormità del disastro. Non esiste alcuna rappresentanza, siamo gettati in strada con le nostre singolarità, lottando per salvare qualcosa della nostra vita tra i detriti di un sistema collassato che oggi si evidenzia nei suoi fragili edifici e nelle sue istituzioni fondate sulla corruzione del settore pubblico e privato”. Subversiones 

Proprio l’autonomia ha fatto spavento al governo, oggi come nel terremoto del 1985. La solidarietà della popolazione è in realtà la vera presa del potere.

Di fronte a questa risposta comune, creativa, costruttiva e autonoma il mal governo risponde nell’unico modo che conosce: con la violenza, chiamando la protezione civile a un’occupazione militare repressiva.

Scrivono le Brigate Autonome: “Lungi dal fare ciò che è loro dovere, assistere le vittime, inviano invece l’esercito, la marina e le varie forze di polizia ad occupare gli spazi della vita civile per cercare di evitare l’incontro tra quelli che stanno in ‘basso’. Gli agenti si danno ad atti di banditismo, di violenza, sottraggono gli aiuti che il popolo ha raccolto e se ne appropriano, consegnandoli come fossero donazioni da parte dello Stato solo a coloro che suscitano un loro interesse elettorale, i loro governi, le istituzioni e i loro partiti. Per i governanti si tratta di un macabro spettacolo che è utile solo ai loro interessi: la militarizzazione della vita quotidiana e l’intento di ricostruire un immagine sociale di un esercito che, lungi dal difendere il popolo e la sovranità del resto della nazione, ha dimostrato di essere il principale protettore degli interessi dei capitalisti transnazionali e un assassino spietato del popolo, specialmente a scapito di chi resiste all’espropriazione delle loro terre, delle loro acque, della loro cultura, della loro vita comunitaria. Un tentativo di saccheggio e un esodo forzato delle vittime” . Brigadas Autonomas

Nelle città, soprattutto in Messico, il terremoto serve ad accelerare i processi di gentrificazione e garantire nuovi territori alla vera mafia immobiliare associata con i politici di tutti i colori. Ciò è evidente nelle costruzioni di questi ultimi anni, dove gli edifici costruiti sono stati i più danneggiati, riflettendo così il lassismo nell’applicazione delle leggi e anche l’adattamento di queste per eliminare i requisiti di sicurezza minimi imposti nella costruzione degli edifici dopo il devastante terremoto del 1985.

Poiché questa solidarietà non si riduce ad un atto emotivo di aiuto per poi rientrare nella normalità, non è neanche prevedibile, è più fugace di un battito di ali di farfalla,

Ma il “suo popolo” sa ormai chiaramente che il governo li considera superflui, che possono essere uccisi, lasciati morire o seppelliti vivi. Cosi cercano i suoi semi sotto le macerie.

Η αλληλεγγυη το οπλο των λαων πολεμο στον πολεμο των αφεντικων

La solidarietà tra il popolo è la nostra arma contro i padroni (celebre slogan che si grida nelle strade greche).

Istmo di Theuantepec, Costa Mixteca,Oaxaca

Messico, 7 settembre 2017 – 23 settembre 2017

Il presidente messicano Pena Nieto prova per l’ennesima volta ad entrare a Oaxaca.

Stavolta oltre alla resistenza della popolazione, che già aveva barricato strade e piazze, il terremoto incombe su di lui. Quasi volesse essere un presagio di ciò che verrà.

Il primo terremoto ha come epicentro la regione del Chiapas, provoca la distruzione della costa centrale pacifica, Arriaga all’ Istmo di Theuantepec, per arrivare poi a Oaxaca e alla costa Mixteca. Le zone colpite sono la sede di uno dei più grandi e più contestati parchi eolici di proprietà spagnola infatti l’intera zona, dal Chiapas a Oaxaca, è “zona di interesse speciale” sia per le infrastrutture eoliche che per l’ estrazione mineraria e i resort di lusso. Da anni le comunità organizzate di queste zone si stanno opponendo al saccheggio delle loro terre da parte di imprese spagnole, europee e canadesi.

Da anni, in alcuni di questi luoghi, le comunità non permettono che si svolgano le elezioni, non viene permessa l’istallazione dei seggi, non viene permesso l’ingresso o anche il solo passaggio dei governanti. Le comunità hanno deciso di autogovernarsi dichiarandosi “comunità di usi e costumi”. Secondo l’articolo 1 e 2 della costituzione scritta dopo la Rivoluzione Messicana, esse possono decidere di non essere governate tramite le elezioni, ma in forma assembleare. Hanno preso questa decisione per non permettere che il politicante corrotto possa continuare a saccheggiare le loro terre e costringerli così alla migrazione. Queste scelte non sono state accettate dal governo che, con violenza, ha sempre cercato di imporre la sua presenza, senza però mai riuscirci. Intanto ha incarcerato, ucciso e inviato gruppi di paramilitari e narcotrafficanti per generare altra violenza e l’esodo delle popolazioni.

Il 18 settembre, in una seduta del parlamento, i politicanti di tutti i partiti (PAN PRI PRD MORENA) hanno deciso di non intervenire in quelle zone terremotate, né destinare una parte dei fondi della campagna elettorale 2018 per la ricostruzione e per gli aiuti. L’intenzione reale è quella di costringere all’esodo le popolazioni e così continuare a fiaccare le sacche di resistenza in terra Magonista e avere così campo libero per il saccheggio, per far spazio al già mostruoso parco eolico presente in quella zona e allo sciacallaggio delle industrie del cemento e del turismo.

Ma è sempre l’autorganizzazione, l’autonomia, a prendere la situazione in mano.

Da CDMX si parte con camion di aiuti, attrezzi, teli, capacità e conoscenze messe in comune per andare a ricostruire dal basso là dove il terremoto ha distrutto. Ma i camion vengono assaltati quasi quotidianamente sia da parte dell’esercito messicano che dal suo volto informale, ovvero da gruppi di Narcos e affini. Quasi ci fosse una strategia.

In alcune città del Chiapas, Oaxaca, Guerrero, Puebla, Morelos, Stato del Messico e Città del Messico, vengono sottratti gli aiuti dati dalla popolazione da parte dei militari. i quali li ridistribuiscono a loro piacimento ma con l’attenzione a non darne a chi non è incondizionatamente sottomesso a loro.

Assistiamo ad un totale e volontario attacco e abbandono nei confronti delle vittime, che non sono disposte a lasciare le loro terre ai progetti capitalisti che promuovono la morte, come il progetto eolico nello stato di Oaxaca o lo sfruttamento del sottosuolo per le miniere a Puebla o ai progetti immobiliari nel Distretto Federale. Nelle città, i mega progetti portatori di morte sono rappresentati dall’industria immobiliare che colonizza il paese e agisce con l’appoggio e la complicità delle autorità dei malgoverni”. (https://twitter.com/proamboax)

Mi viene in mente il 6 aprile l’Aquila, il terremoto di Haiti, l’uragano Katrina a New Orleans, solo alcuni esempi ma che illuminano le possibili strade future. Sarà anche in Messico così?

Eppure fin dal primo istante, fin da quella richiesta di condivisione dall’Acquario, mi accorgo che non saremo spettatori passivi.

Il “governo degli uomini”, in questo ordine paradigmatico, non può non esercitarsi che secondo geometrie che riconoscono il proprio criterio di legittimità nell’economico. Il “soggetto politico” tende a coincidere con il “soggetto economico”, nel senso che l’individuo deve riconoscersi e identificarsi nell’ordine economico. Ma nel paese regna invece un clima di non-conformità. Di esodo dalla comunità terribile. I terremoti di settembre hanno aperto un enorme squarcio nell’edificio istituzionale della democrazia rappresentativa. Mentre si promettono ricostruzioni e fondi, nelle terre messicane si bloccano miniere, nella strada che dal Chiapas porta al confine i contadini e i pescatori hanno formato blocchi con pietre e pali per esigere che che il sindaco di Tonala non sottragga i soldi destinati alla costruzione della strada.

Sempre in Chiapas oltre 5000 uomini e donne di varie comunità in resistenza hanno convocato una manifestazione contro le miniere e il saccheggio della terra da parte del governo messicano nei suoi 3 livelli di potere (municipale, federale, statale). Chiedono la cancellazione del progetto della miniera e di tutti i progetti di morte. “La terra è un eredità che ci hanno lasciato i nostri avi, per questo la dobbiamo difendere e proteggere”. Il 22 settembre anche nello stato di Morelos gli abitanti hanno preso possesso del deposito comunale dove il sindaco teneva chiuse 3 tonnellate di aiuti. Poi arriva l’anniversario della sparizione forzata dei 43 studenti di Ayotzinapa, in molto scendono silenziosi nelle strade, la loro tragedia non è differente e ha il medesimo mandante: il governo.

FUERA! è il grido ripetuto. Sono proprietari del proprio destino, senza alcun intermediario politico. La solidarietà, l’autonomia la cooperazione sono i semi per un altro Messico. Pugni si levano nell’aria.

Fonti:

https://noticiasdeabajoml.wordpress.com/

brigata autonoma feminista

brigada autonoma

subversiones

Foto:

quarto oscuro

contralinea