Una voce: comunismo.

di Franco Fortini (pubblicato per la prima volta sulla rivista satirica Cuore nel 1989)

Il combattimento per il comunismo è il comunismo. È la possibilità (scelta e rischio, in nome di valori non dimostrabili) che il maggior numero di esseri umani viva in una contraddizione diversa da quella odierna. Unico progresso, ma reale, è e sarà un luogo di contraddizione più alto e visibile, capace di promuovere i poteri e le qualità di ogni singola esistenza. Riconoscere e promuovere la lotta delle classi è condizione perché ogni singola vittoria tenda ad estinguere quello scontro nella sua forma presente e apra un altro fronte, di altra lotta, rifiutando ogni favola di progresso lineare e senza conflitti.

Meno consapevole di sé quanto più lacerante e reale, il conflitto è tra classi di individui dotati di diseguali gradi e facoltà di gestione della propria vita. Oppressori e sfruttatori (in Occidente, quasi tutti; differenziati solo dal grado di potere che ne deriviamo) con la non libertà di altri uomini si pagano quella, ingannevole, di scegliere e regolare la propria individuale esistenza. Il confine di tale loro “libertà” non lo vivono essi come confine della condizione umana ma come un nero Niente divoratore. Per rimuoverlo gli sacrificano quote sempre maggiori di libertà, cioè di vita, altrui; e, indirettamente, della propria. Oppressi e sfruttati ( e tutti, in qualche misura lo siamo; differenziati solo dal grado di impotenza che ne deriviamo) vivono inguaribilità e miseria di una vita incontrollabile, dissolta in insensatezza e non-libertà. Né questi sono meglio di quelli, finché si ingannano con la speranza di trasformarsi in oppressori e sfruttatori. Migliori cominciano invece ad essere da quando assumono la via della lotta per il comunismo; che comporta durezza e odio per tutto quello che, dentro e fuori degli individui, si oppone alla gestione sovraindividuale delle esistenze; e flessibilità e amore per tutto quello che la promuove e fa fiorire.

Il comunismo in cammino (un altro non ne esiste) è dunque un percorso che passa anche attraverso errori e violenze tanto più avvertite come intollerabili quanto più chiara sia la consapevolezza di che cosa siano gli altri, di che cosa noi si sia e di quanta parte di noi costituisca anche gli altri. Comporterà che gli uomini siano usati come mezzi per un fine che nulla garantisce; invece che, come oggi avviene, per un fine che non è mai la loro vita. Ma chi sia dalla lotta costretto ad usarli come mezzi mai potrà concedersi buona coscienza o scarico di responsabilità sulla necessità e la storia.

Dovrà evitare l’errore di credere in un perfezionamento illimitato; ossia di credere che l’uomo possa uscire dai propri limiti biologici e temporali. Con le manipolazioni più diverse quell’errore ha già prodotto e può produrre dei sotto uomini o dei sovrauomini; questi cioè e quelli. Ereditato dall’illuminismo e dallo scientismo, depositato nella cultura faustiana della borghesia vittoriosa, quell’errore ottimistico fu presente anche in Marx e Lenin. Oggi trionfa nella maschera tecnocratica del capitale. Un al di là dell’uomo può essere solo un al di là dell’uomo presente, non quello della specie. Comunismo è rifiutare ogni specie di mutanti per preservare la capacità di riconoscerci nei passati e nei venturi.

Il comunismo in cammino adempie l’unità tendenziale tanto di eguaglianza e fraternità, quanto di sapere scientifico e di sapienza etico-religiosa. La gestione individuale, di gruppo e internazionale dell’esistenza (con i nessi insuperabili di libertà e necessità, di certezza e rischio) implica la conoscenza dei limiti della specie umana e della sua infermità radicale (anche nel senso leopardiano). È una specie che si definisce dalla capacità di conoscere e dirigere se stessa e di avere pietà di sé. La identificazione con le miriadi scomparse e con quelle non ancora nate è rivolgimento amoroso verso i vicini e i prossimi, allegoria dei lontani.

Il comunismo è il processo materiale che vuole rendere sensibile e intellettuale la materialità delle cose dette spirituali. Fino al punto di saper leggere e interpretare nel libro del nostro medesimo corpo tutto quello che gli uomini fecero e furono sotto la sovranità del tempo, le tracce del passaggio della specie umana sopra una terra che non lascerà traccia.

Gli anni Trenta dentro di noi

Alcune note a partire dal libro di Fabrizio Denunzio, “La morte nera. La teoria del fascismo di Walter Benjamin“, Ombre Corte, Verona 2016.

a cura di PensareAttaccareCostruire 00176

Percepire le “nuove” forme di fascismo, usando gli anni trenta del XX secolo come una lente d’ingrandimento: questa l’esortazione che abbiamo colto leggendo questo libro.
La ricerca si divide in due parti. Nella prima, che possiamo definire storico-filologica, vengono reperiti i singoli frammenti dell’opera benjaminiana dedicati al tema del fascismo. Questi vengono a loro volta disposti in ordine progressivo e periodizzati, mentre per ogni scansione temporale viene proposto un modello. I tre modelli teorici di fascismo individuati sono, secondo Denunzio, pensati e definiti da Benjamin in periodi diversi della sua vita: 1924-1927, 1934-1936 e 1940. A ciascuno di essi l’autore fa corrispondere uno stile politico-intellettuale ben preciso: «giornalistico-informativo, eroico-combattivo e tragico».
Se la prima parte è storico-filologica, la seconda è socio-psicologica, nel senso che si propone di indagare il fascismo intrapsichico di Benjamin. La tesi enunciata su questo tema è di forte impatto: «la coerenza sistemica della teoria del fascismo benjaminiana può essere assicurata solo postulando che il suo autore si sia profondamente identificato con esso. Dal momento che non si può dare fascismo senza l’uomo fascista, allora, la validità di questa teoria di Benjamin sta nel fatto che ad averla pensata è il fascista che lo abitava, ma che, per fortuna, non lo possedeva».
Non solo, quindi, Benjamin studia il fascismo in quanto oggetto teorico nemico ma, secondo Denunzio, ha anche un fascista dentro di sé. Per sostanziare questa tesi l’autore cita alcuni ricordi infantili di Benjamin contenuti in Cronaca Berlinese, il rapporto con Gustav Wyneken, suo docente di letteratura tedesca nel collegio di Haubinda in Turingia e futuro “capo autoritario” della Libera Gioventù tedesca, il ruolo del tiranno nello studio sul barocco tedesco, ed infine la lettura del grigio e anonimo funzionario kafkiano.
Ora, questa precisa sequenza di figure autoritarie, a cui corrisponde una altrettanto precisa topologia, viene letta in chiave sostanzialmente psicanalitica.
Come si evince dai ricordi d’infanzia consegnati alla Cronaca berlinese, lo spazio domestico è quello in cui si manifesta agli occhi del piccolo Benjamin la crisi d’autorità della figura paterna. A partire da questo evento traumatico, il filosofo tedesco sarà portato nel corso della sua esistenza a dislocare questo spazio archetipico su altri spazi, trovando in ciascuno di essi quella figura autoritaria compensativa della crisi d’autorità paterna. «Così negli anni Dieci del Novecento, la casa del padre diventa la scuola con il suo Wyneken; negli anni Venti, la corte barocca col suo tiranno; negli anni Trenta, l’ufficio kafkiano con il suo burocrate». A partire da questa rassegna di figure autoritarie, è possibile comprendere meglio «quanto il sentimento della forza intensa del fascismo non aggredisca da fuori il filosofo tedesco», ma sia un’affezione intrinsecamente legata all’originario rapporto irrisolto padre-figlio. Questo sarebbe il motivo per cui Benjamin si sarebbe trovato ad aver interiorizzato la figura del Capo fascista.
Al di là del rischio di chiusura che comporta il discorso psicanalitico, ciò che questa tesi fa ben emergere è che nel fascismo la componente “soggettiva” riveste un ruolo determinante. Il fascismo è sempre riconducibile a gruppi, organizzazioni, partiti, sindacati, forme di governo, ma è anche sempre una forma di socialità, di comunità, di eticità, cioè: una forma di vita. Nella tesi l’elemento suscettibile di sviluppo è, per così dire, di carattere metodologico: per comprendere il fascismo in tutta la sua portata è sempre necessario raddoppiare la prospettiva “molare” (inerente alle grandi strutture come gli stati, i partiti e le forme di governo) con una prospettiva “molecolare” (specifica invece della postura etica e della sfera esistenziale). «Il fascismo è inseparabile dai nuclei molecolari che pullulano e saltano da un punto all’altro, in interazione, prima di risuonare tutti insieme nello Stato fascista». Ciò che è importante non lasciarsi sfuggire è l’invariante della dimensione molecolare del fascismo: essa permane a prescindere dalla centralizzazione in una forma-Stato.
La dimensione molecolare del fascismo, Benjamin la intuisce verso il 1935-1936, quando, insieme a Brecht, conia l’espressione “estetizzazione della politica”. A suo avviso tra le caratteristiche principali del fascismo vi è infatti quella di presentarsi come una mobilitazione “estetica” nel senso forte, cioè “metafisico”, del termine. L’estetica non è solamente la scienza del bello o del gusto, ma l’organizzazione di un regime di verità che è in primo luogo un regime di sensibilità e percezione. Impadronendosi con estrema facilità di cinema e radio, ovvero le grandi innovazioni tecnologiche dell’epoca, il fascismo è riuscito a creare un’organizzazione concertata del “sentire” di massa, vale a dire che è riuscito a far vedere e a far parlare in una certa forma grandi masse di popolazione.
Le tesi e i materiali che Benjamin usa per combattere il fascismo sul terreno della teoria estetica, così come vengono a strutturarsi dal 1934 al 1936 in L’autore come produttore, L’Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica e la Prima Lettera da Parigi, sono passati in rassegna da Denunzio con stile battente e chiosa cristallina. A nostro avviso, è questa parte della ricerca che fornisce alcune chiavi per comprendere oggi la rinnovata presenza del fascismo negli ambienti popolari. Proviamo a capire meglio.
Nella Postilla all’Opera d’arte, Benjamin scrive che il colpo di genio del fascismo è consentito nella capacità di: «organizzare le masse proletarizzate senza però intaccare i rapporti di proprietà di cui esse perseguono l’eliminazione. Il fascismo vede la propria salvezza nel consentire alle masse di esprimersi (non di veder riconosciuti i propri diritti). Le masse hanno diritto a un cambiamento dei rapporti di proprietà; il fascismo cerca di fornire loro una espressione nella conservazione delle stesse».
Il fascismo, dunque, riconosce il desiderio delle masse proletarie a un legittimo miglioramento delle condizioni di vita, ma lo fa riuscendo a deviare tale desiderio dal suo obbiettivo rivoluzionario, vale a dire dalla distruzione del regime della proprietà privata.
Ai tempi della seconda guerra mondiale Karl Korsch scriveva a Brecht che «la guerra lampo è energia di sinistra incatenata». Con ciò intendendo dire che il fascismo, tramite la guerra, catturò e incanalò esattamente quella forza e quella violenza accumulata dal proletariato tedesco che non era riuscita a divenire rivoluzione.
La guerra mondiale fu infatti una guerra tra lavoratori, cosa molto ben espressa dal rapporto uomo-macchina che in essa si mostrò in tutta la sua capacità distruttiva. Il campo di battaglia divenne libera espressione delle forze produttive e distruttive della classe operaia mondiale, la guerra divenne un enorme sistema di produzione di merci e di nemici, la guerra infine riuscì persino a configurarsi come illusorio riscatto della classe operaia che da preda diventava cacciatrice. Il capitalismo nella modernità è finora sempre riuscito a deviare in extremis la violenza che il proletariato gli stava scagliando contro. Se la guerra mondiale negli anni ‘30-‘40 divenne ersatz della rivoluzione, magari adesso è la caccia allo straniero a poter divenire ersatz della rivolta contro la “crisi”.
Oggi che la crisi è permanente e che i “bisogni” delle periferie sono ormai fuori dalle agende politiche della sinistra, perché mai un proletario non dovrebbe dare ascolto al demagogo di turno che gli addita la “vera” causa della sua miseria? Un nemico nel suo significato concreto, e non come metafora o simbolo, può ricostruire il senso di una vita amputata. La verità infatti, seguendo il ragionamento di Korsch, è che ogni volta che ci troviamo di fronte ad avvenimenti quale può essere la violenza che in un quartiere “popolare” viene diretta contro chi è ancora più in basso nella scala sociale, una violenza che a sua volta viene ricodificata e utilizzata dai fascisti, dobbiamo pensare che è il sintomo di una rivolta mancata.
Non solo.
Quello che il mondo intero ci presenta oggi nelle maschere di Trump, Le Pen, Erdogan o chi per lui, è il conto di una rivoluzione fallita, quella che avrebbe dovuto seguire le insurrezioni e le rivolte del 2010-2011. La sconfitta delle “primavere arabe”, di Occupy, degli Indignados, del movimento contro la riforma delle pensioni in Francia, dei moti romani e londinesi e delle banlieue, eventi che non sono mai riusciti a oltrepassare lo stadio della rivolta, ha avuto come risultato politico il fatto che la reazione – si presenti essa nelle vesti laico-pagane dei fascisti nostrani o in quelli esotico-religiose di Daesh – sia riuscita a infiltrarsi e impadronirsi di buona parte dell’energia rivoluzionaria che in quegli anni si era espressa un po’ ovunque.
Se è pur vero che da sempre l’antidoto al fascismo è la presenza dei rivoluzionari nelle strade, bisognerà fare in modo che il prossimo incendio non si spenga fino a che non avrà incenerito ogni postazione nemica.

L’angoscia dell’individuazione: note sul movimento del ’77

di Franco Piperno

Come per il ’68, Il Movimento  del ’77 nasce dall’università – lo attestano le cronache.
Ma a differenza di quel che era accaduto nel marzo del ’68, nel febbraio del ’77 affiora, fin da subito, già all’inizio di quel mese, un sentimento collettivo, spartito dalle moltitudini in rivolta, quasi una dichiarazione pubblica di estraneità assoluta non solo verso la scuola e l’università, ma anche verso il regime politico-sociale vigente nel paese; una autonomia irreversibile dalle istituzioni statuali che è penetrato nel senso comune e si esprime  nella determinazione manifesta di rompere il monopolio statale della violenza per praticare, in forma finalmente scoperta, la legittima difesa, fosse anche tramite l’uso delle armi.
L’immagine icastica di questa autonomia si è fissata per sempre nelle foto di Tano D’Amico che mostrano Paolo e Daddo cadere feriti a Roma, il due di febbraio, in piazza Indipendenza; feriti nel tentativo di difendere il corteo degli studenti dall’assalto dei gendarmi; feriti sì ma armati, con la pistola ancora  in pugno.
Il due di febbraio è un evento precursore di quel che successivamente avverrà nel corso di quell’indimenticabile anno: ancora qualche settimana e il diciassette dello stesso mese, Lama segretario della CGIL, verrà cacciato in malo modo, assieme al servizio d’ordine sindacale, dalla università di Roma; e poco più di un mese dopo, il dodici di marzo, ancora a Roma, ecco il giorno della “terribile bellezza”, quando avrà luogo, per la prima volta nella Italia del dopoguerra, una vera e propria prova generale della difficile arte dell’insorgere…

Il ’77 troverà poi il suo compimento  sul finire di settembre di quell’anno; per concludersi con “l’espugnazione dolce” di Bologna, la città dove le istituzioni repubblicane apparivano fondate, esemplarmente e senza residui, sul compromesso tra operai e capitale.
Se il diciassette di febbraio, con  la cacciata di Lama, si consuma una definitiva rottura etico-politica tra processo sovversivo e tradizione della sinistra, ivi compreso lo stesso operaismo; a Roma il dodici di marzo segna la riappropriazione collettiva di una potenzialità latente: la violenza di massa; mentre il ventiquattro di settembre, a Bologna, il Movimento si ricompone, fa, per dir così, teatro di se stesso; riconduce ad unità le diversità che lo articolano all’interno –da Radio Alice all’Autonomia organizzata, dalla satira alla tragedia, dagli Indiani Metropolitani alle Brigate Rosse: e così misura il radicamento sociale conseguito; e, ad un tempo, stana i suoi nemici, li costringe a mostrarsi, a prender parte allo  spettacolo.

il dodici di marzo, ancora a Roma, ecco il giorno della “terribile bellezza”, quando avrà luogo, per la prima volta nella Italia del dopoguerra, una vera e propria prova generale della difficile arte dell’insorgere

Conviene, per la criticità della questione, ricostruire con qualche dettaglio l’uso della violenza nello scontro sociale di quegli anni.
Per il Movimento del ’77, o almeno per la “volontà generale” che lo sottendeva, l’uso delle armi  era come una dichiarazione di una “potenzialità” riconquistata; un gesto simbolico, insomma, per mostrare lo spessore della inimicizia e dare una misura dell’odio sociale di cui era ormai gonfia la vita morale e civile del Paese.
Vediamo le cose più da vicino. A partire dalla metà degli anni settanta — quando ormai la crisi economica, innescata dal rialzo vertiginoso del costo del petrolio, consegue i suoi effetti ultimi restaurando il regime di fabbrica ovvero il dominio capitalistico sulla cooperazione produttiva –tra le moltitudini in rivolta avviene come una biforcazione. Per le organizzazioni armate (BR, Prima Linea etc. che, sia pure in una dimensione, dirò così, specializzata, fanno di certo parte del Movimento del ’77), il terreno elettivo dove dispiegare il loro agire diviene propriamente quello militare; sicché la forma organizzativa che assumono è quella guevarista, “i fuochi di guerriglia urbana”.
Invece, Il Movimento, ovvero la “stragrande maggioranza di quella minoranza agente”, a partire dalla metà degli anni settanta, è venuto via via strutturandosi attorno a forme di vita, a pratiche quotidiane  alternative che lo hanno radicato in luoghi specifici della città come i quartieri, le scuole, le università, gli ospedali, etc. — dove, nella generalità dei casi, la violenza ha una dimensione di massa e raramente ricorre alle armi e quasi mai alle armi da fuoco.
In breve non si avanzano più richieste, non si chiede l’intervento della mano pubblica; semmai, al contrario, si intima allo stato di non immischiarsi.
Infatti, si tratta, per lo più, non di rivendicazioni ma di pratiche riappropriative dei beni comuni: occupazioni delle case sfitte (“la casa si prende l’affitto non si paga” recita uno slogan di quegli anni) autoriduzioni delle bollette, espropri delle merci nei supermercati, cura dei luoghi e difesa dall’inquinamento industriale, e così  via.
La prassi del Movimento mostra intera la potenza sovversiva proprio perché  il mezzo ed il fine si convertono l’uno nell’altro. L’azione  diretta mira a realizzare “qui ed ora” bisogni e desideri;  non chiede nuovi diritti ma piuttosto punta a far riemergere  abitudini che dormono nella memoria comune, a rievocare, attualizzandoli, antichi  costumi.

L’azione diretta mira a realizzare “qui ed ora” bisogni e desideri; non chiede nuovi diritti ma piuttosto punta a far riemergere abitudini che dormono nella memoria comune

Il Movimento del ’77 ha in questo “immediatismo”, per usare una espressione di Bogdanov, un tratto distintivo che lo contrappone alla tradizione moderna, capitalistica o socialistica che essa sia. L’una e l’altra infatti sono intrise, entrambe in ugual misura, di spirito faustiano, pervase da una superstiziosa fiducia nell’inevitabilità  del progresso. Una credenza consolatoria che si è insediata, ha fatto nido, nel senso comune occidentale, scacciando il sentimento religioso;  per affidarsi a ciò che ancora non c’è, il nuovo che verrà — come se il futuro fosse di una qualità ontologica superiore al presente; un modo d’essere completo, senza le lacune che affliggono “ciò che è già stato come ciò che c’è”.
Questo paradossale  ottimismo della ragione, questo andare oltre i limiti, al di là dell’uomo, verso il mutante, al di là della specie — questo nutrire aspettative crescenti di bisogni voraci e inautentici, ha il suo fondamento concreto nella pratica dell’usura, dell’interesse, del denaro che crea denaro, del denaro messo a frutto. Qui davvero il meglio è sistematicamente perseguito come nemico del bene.

Viceversa, nel Movimento del ’77 sembra all’opera un altro principio di individuazione; in particolare, una temporalità, un sentimento della trasformazione, che si sottrae al feticismo delle merci; e privilegia l’essere sul produrre, la politica sull’economia, l’attività scelta per vocazione sul lavoro salariato.
Per una simile temporalità, la classe operaia perde quella centralità che l’aveva connotata. Lo scontro sociale non ha più il suo epicentro nella fabbrica — che anzi con l’automazione  tende a apparire senza senso, come un dentifricio nel deserto.
Sono le città, e per esse i quartieri, i luoghi del dispiegamento di quelle facoltà sociali generalmente umane come l’abitare  e l’auto governo; dove il “presente” è fuori del tempo; e di conseguenza l’individuo opera non già per realizzare una qualche utopia ma agisce per divenire se stesso, ovvero ciò che già è; in una parola, “individuo sociale”.
Tutti sanno che, a settembre, con la grande assemblea di Bologna, la parabola del Movimento toccherà il suo apice; infatti, da lì a qualche mese, nella primavera del “78, le leggi eccezionali, i poteri straordinari  conferiti alle Procure, gli arresti di massa dei sospettati di “concorso esterno al terrorismo”, le violenze praticate durante gli interrogatori, le carceri speciali, la condotta omertosa dei partiti e dei media– tutto questo ed altro ancora farà sì che un grande fenomeno di trasformazione sociale venga snaturato, accartocciato fino ad apparire una caricatura di se stesso, ad un problema d’ordine pubblico.
Occorre chiarire: la sconfitta del Movimento non è addebitabile unicamente alle Procure;o meglio, queste spartiscono il merito, se così si può dire, con variegati altri soggetti. Vi contribuisce grandemente l’apparato del PCI che, per la regia del “rinnegato Pecchioli”, diviene una agenzia di spionaggio e di reclutamento di giurati preventivamente indottrinati: un ruolo decisivo poi è quello di Cossiga, l’astuto ministro di polizia, che autorizza l’uso sistematico delle armi da fuoco nelle operazioni di repressione; e innalza così il livello di violenza fin quasi a rasentare la forma del terrore di stato.
Va da se, ma è bene sottolinearlo per onestà intellettuale, che convergono verso lo scontro militare, le stesse azioni delle formazioni sovversive armate; in primo luogo le BR che agiscono per rapimenti ed agguati, via via più clamorosi e sanguinosi, giungendo a catturare, per poi ucciderlo, l’on. Aldo Moro,” il sovrano”, il simbolo stesso dell’equilibrio istituzionale.
Si trattò di un errore fatale, anche se del tutto prevedibile; generato dalla ideologia guevarista che privilegia l’azione armata delle avanguardie su quella politica delle moltitudini; una sorta di primitivismo d’origine latino-americana, che non a caso svelerà intera la fragilità o meglio l’inconsistenza ideologica proprio durante il caso Moro: ad una rapida azione militare, di grande perizia, seguirono due lunghi mesi di gestione politica, rovinosamente infantile, degli effetti di quella stessa azione.

Le cose, grosso modo, sono andate proprio così. A ben guardare fu accidentale se i protagonisti della sconfitta del Movimento del ’77 furono quelli che abbiamo sommariamente indicati; in realtà la sconfitta era iscritta fin dalla nascita: il riappropriarsi della violenza di massa faceva sì che la vittoria divenisse possibile anche se, ad un tempo, la rendeva altamente improbabile.
Del resto la “volontà generale” del Movimento aveva operato una cesura con la tradizione socialista; infatti non intendeva vincere, cioè impadronirsi della macchina statuale; semmai desiderava mandarla in rovina, distruggerla.
Infatti, l’idea-forza era quella di fare la rivoluzione senza prendere il potere, la rivoluzione delle abitudini o meglio dei costumi, come avrebbe detto Leopardi.
In fondo cosa è mai il comunismo se non una buona vita, delle buone abitudini di vita?
Le temps revient.

la “volontà generale” del Movimento aveva operato una cesura con la tradizione socialista; infatti non intendeva vincere, cioè impadronirsi della macchina statuale; semmai desiderava mandarla in rovina, distruggerla

“Tanica di benzina e via andare”

Suggestioni dal ’77 bolognese

Alla vigilia del 40° anniversario degli eventi del marzo 1977, abbiamo incontrato alcuni e alcune militanti dell’Autonomia Operaia bolognese. Davanti a qualche bicchiere, Lucia, Giorgio e Valerio ci hanno raccontato come è stato vivere quegli anni, quali forme-di-vita irrequiete animavano la città-feudo del PCI e cosa è avvenuto prima, durante e dopo il ’77 bolognese. Questi sono alcuni estratti della conversazione.

Sulle forme di vita

L: La vita collettiva era sempre e per situazioni diverse, che potevano essere di cazzeggio come di relazione amicale, di studio, di analisi politica. Non eri mai da solo: andavi in posti dove trovavi x persone, non una o due, con le quali condividere qualcosa. Questo è difficile da comprendere adesso. Era una dimensione molteplice, comune, sempre. Questo a tutti i livelli, anche per quanto riguardava i quartieri.
Posso fare l’esempio dell’esperienza di San Ruffillo (quartiere a sud-est di Bologna, ndr), dove c’era l’ex-dazio. Anche se non ero di lì, l’ho frequentato. Ci si trovava e si organizzavano cose, che fosse la propria vita personale o strettamente politica. Tutto questo si abbracciava e si riversava sulla piazza, dove ancora si moltiplicava. In confronto alla vita prima, quella “normale”, con le regole, che avevano tutti, la collettività era balsamo per l’anima.
G: Per quanto riguarda la mia esperienza personale, la dividerei in tre periodi, a grandi linee. Il primo va dal ’70 al ’74, durante il quale il movimento era un movimento di militanti. Ci si vedeva, ci si riuniva nelle sedi delle organizzazioni o nei luoghi dove si faceva intervento politico. Lì si conoscevano i compagni, si viveva, si cominciava ad uscire al cinema tutti insieme, ci si passava le dritte su dove passare le serate. Nacquero così i primi luoghi d’aggregazione. Poi dal ’74 al ’76 il movimento si tirò indietro, più o meno sparì. Quello per me fu un momento importante perché uscivo dalle superiori e mi ritrovavo nell’università, dove vedevo che non c’era il casino che c’era alle superiori: si andava, si studiava. Contemporaneamente, questa dimensione del frequentare militanti tendeva a scemare perché i vari gruppi della sinistra extraparlamentare uno dopo l’altro entravano in crisi, per cui ci si vedeva in numeri molto più ridotti. Fu il periodo in cui prendemmo la sede di Via San Giorgio. Poi, improvvisamente, il 22 gennaio del ’77 il movimento tornò fuori. Fu per una questione banalissima: i decreti delegati sulla scuola. Partirono le occupazioni dell’università; rimase occupata ininterrottamente per mesi, anni. Il movimento mese dopo mese acquistò una forza sempre maggiore. L’equilibrio dei rapporti che c’era nella città si sbilanciò fortemente, mentre le zone controllate dal movimento da un bar e due o tre posti dove c’erano le sedi delle organizzazioni cominciarono a diventare strade, interi quartieri, case occupate da compagni, centri sociali, tutta la zona universitaria. Le basi rosse si allargarono fino ad arrivare a un punto critico, vale a dire quando venne fuori Radio Alice, che mise insieme tutte queste cose. Si aveva la sensazione che la cosa potesse funzionare veramente.
L: Un contropotere territoriale vero.
G: La città era tua: si cominciava ad andare a mangiare e al cinema senza pagare. Controllo del territorio.
V: Mi piace molto parlare di questa continuità che riguarda Bologna. In altre città l’autonomia ha avuto una nascita diversa, quella di Bologna invece è molto particolare, anche perché non è una grande metropoli. Quindi, quando dopo il convegno di Rosolina nell’aprile ’73 Potere Operaio, che ad un certo punto con le tesi di Scalzone e di Piperno aveva persino pensato di diventare partito, partito dell’insurrezione, appunto, si scioglie, Potere Operaio bolognese (che essenzialmente faceva riferimento a Toni Negri, l’area padovana) nel ’74 transita alle prime esperienze autonome. Ricordo che già nell’ottobre ’73 andavamo a prendere i primi contatti con i compagni autonomi di Milano. L’autonomia nasce già con Gatto Selvaggio e i comitati autonomi studenteschi. Noi nell’inverno tra il ‘73 e il ‘74 avevamo già, a Bologna, i primi vagiti dell’Autonomia Operaia Organizzata. In Potere Operaio, quando eravamo ancora piccolini che io avevo 18-19 anni, la questione del rifiuto del lavoro era un tratto costitutivo perché nasceva, alla lunga, dal primo operaismo italiano (dove, in generale, nasce il rifiuto del lavoro). In Potere Operaio le 36 ore pagate 40 e il rifiuto del lavoro, inteso come rifiuto del modo capitalistico di produzione, non erano soltanto uno slogan o un enunciato teorico: erano una pratica di vita.
G: “Meglio morire che lavorare.”
V: Cosa cambia nelle forme di vita? Che in Potere Operaio eravamo militanti di partito, militanti severi, divisi tra studio e lotte. Scontri di piazza con la polizia memorabili, con una strumentazione che non vi sto a descrivere perché sarebbe troppo lungo. Già qualcuno cominciava a praticare piccole illegalità (mai confessate perché poteva essere problematico all’interno dell’organizzazione), ma quello che poi cambiò è che, in base alle questioni del rifiuto del lavoro e delle forme di vita, si fece avanti la forma di vita dell’illegalità di massa. Da allora, fino al ’79-’80, si visse di illegalità collettiva.
G: Questo porta a un discorso sulla differenza tra legalità e legittimità. Vale a dire:ciò che è legale è istituzionale, ma ciò che è legittimo è determinato dai rapporti di forza. Se andavamo a tirare i pomodori a Andreotti non ci succedeva niente, se uno di voi va a fischiare Renzi lo vengono a prendere a casa il giorno dopo.
V: La gente si autoriduceva la bolletta o trovava il sistema di bloccare il contatore.
L: Ho vissuto un anno e mezzo coi gettoni delle gettoniere.

Ma anche noi all'istituto d'arte, c'era una supplente che rompeva i coglioni e la macchina subito, la prima cosa. Tanica di benzina e via andare, ma alla brutta proprio. Eh oh, rompeva il cazzo.

V: Per quanto riguarda la mia esperienza, che può essere paradigmatica della vita dei tempi, nel ’73 mi iscrissi all’università e, essendo di famiglia molto modesta, avevo diritto al presalario: 750.000 lire annue. Nel ’75 ci comprai una bella R4 color becco d’oca. Il problema era come mantenere questa cazzo di auto e come mantenere te mentre facevi militanza autonoma e guidavi la Renault R4. Questo era affidato all’illegalità, che faceva spesso forza sui saperi operai tecnici, come, ad esempio, bloccare un contatore, portar via i gettoni senza spaccare la gettoniera (così dopo te la riempivano), falsificare bollo dell’auto o biglietti del treno. Io la macchina 5 anni l’ho tenuta, per 5 anni non ho pagato il bollo. Le gomme e la benzina le rubavi da altre auto o al distributore.
G: Tra il ’76 e il ’78 la cosiddetta autonomia diffusa, chi gravitava attorno al movimento o che era nel movimento, viveva nell’illegalità senza neanche averne pienamente coscienza. Fumare marijuana per la città o vivere in una casa occupata non è che fosse proprio legalissimo, girare con gli autobus senza biglietto non è che fosse… però la maggior parte viveva così.
L: Il bello era viaggiare ovunque senza pagare. Autostop, treno non pagato. L’autobus a Bologna fino al ’77 per gli studenti era gratuito. Poi lo misero a 50 lire e a quel punto le macchinette venivano sabotate tutte; alla fine non si pagava comunque.
G: Per molti compagni questa roba era ormai normale. Mi dispiace ed è triste che molti non lo ricordino, perché era il risultato di una forza che si aveva.
L: Come anche a scuola. In particolare negli istituti tecnici, i rapporti di forza erano tali che non è che bisognasse fare chissà che sciopero interno per imporsi. Se una cosa non quadrava, il collettivo andava a parlare con l’insegnante. Noi fumavamo in classe, i professori no. Chiaro che per mettere un attimo a posto le cose c’erano le realtà organizzate. Se il preside era faccia di merda gli saltava la macchina e poi si stava tranquilli.
V: Sìsì eh, hai voglia. Ne sono andate a fuoco tante così. Ma anche noi all’istituto d’arte, c’era una supplente che rompeva i coglioni e la macchina subito, la prima cosa. Tanica di benzina e via andare, ma alla brutta proprio. Eh oh, rompeva il cazzo.
L: Non c’era bisogno di proclami o rivendicazioni: stava nelle cose.
V: Nelle superiori c’erano modalità veramente originali. I rapporti di forza erano tali per cui alla prima ora chi ci andava? Nessuno. Alzarsi così presto? Ma tu sei fuori. Prima delle 10 non si presentava nessuno.
G: Io ho fatto un’ora di lezione di matematica in quarta.
V: La ricreazione durava un tempo indefinito. I rapporti di forza ti consentivano anche di imporre il voto. Non è che si azzardassero tanto a bocciare. Il 6 minimo garantito. Il discorso è che o mi dai il 6 politico o ti salta la macchina, o anche le rotule.
L: Quando me ne sono andata di casa, le prime 2 settimane ho dormito al collettivo dell’Aldini, che non era la mia scuola. Era quella la rete, non è che i compagni facessero un piacere a me. Era una dimensione diversa.
G: L’Aldini era il fiore all’occhiello del PCI. Una scuola costruita come una fabbrica.
V: Quello che era straordinario erano anche le forme di vita nelle scuole, soprattutto negli gli istituti tecnici, che a Bologna erano il grosso del movimento, quando erano occupate. Alle Aldini c’erano figli di operai che avrebbero dovuto seguire le orme dei padri. Oltre a farsi i cazzi propri e alle attività culturali alternative, si puntava alla gioia di vivere, di fare cazzate divertenti. Durante le occupazioni, in questa scuola, che siccome era una fabbrica aveva i montacarichi al posto degli ascensori, il divertimento era portare una 500 all’ultimo piano e andare a manetta per i corridoi. I compagni delle Aldini ci hanno stupito tantissime volte. Si andava a vedere le corse per i corridoi, dentro le aule… banchi sbaragliati, sedie per aria… Mi sono divertito un casino. il PCI era impazzito ché gli trattavamo così il fiore all’occhiello.
Il contagio, il virus è una buona rappresentazione del propagarsi dell’autonomia e della rivoluzione, perché c’era poca ideologia e molto senso del pratico, del vivere quotidiano, della materialità.
G: A 14 anni il mio primo approccio alla rivoluzione fu con l’Unione dei Comunisti Marxisti Leninisti che pubblicava “servire il popolo”. Gli articoli erano su quanto stessero bene i lavoratori in Cina. Cose veramente fuori di testa, io leggevo e dicevo: “mah, che figata”. C’era ideologia, ma su Rosso c’era un inizio di critica a questa ideologia. L’autonomia iniziava ad essere una critica.
V: La caratteristica del vivere autonomo è che era proprio proiettato sul qui e ora, sul cambiamento immediato. Noi stessi eravamo la rivoluzione nel momento in cui ci trasformavamo facendo militanza. Il cambiamento, il qui e ora, era questo: il militante autonomo era la rivoluzione in sé, ora, adesso, mentre la stava facendo. C’era anche un discorso di lunga gittata, ma noi ci si rivolgeva alla materialità, poca ideologia. Chiaro, studiavamo anche molto, però non stavamo a raccontarcela.
L: C’era meno necessità di progettualità. Poi cercavamo di viver bene, mica ceneri sulla testa o ceci sotto i piedi.

La qualità della socialità era talmente alta che senza conoscere nessuno pigliavi e andavi su. Tiravi fuori la tua roba, offrivi, prendevi, ci si conosceva.

V: Questo è un argomento che fa anche ridere volendo, ma ha importantissimo fondamento e dignità politica. Volere il lusso.
G: L’ideologia del PCI era il sacrificio. Al meglio, della dignità operaia del lavoro. L’operaio è meglio del padrone perché lavora, pensa che assurdità.
V: Pensavamo che il massimo sviluppo delle forze produttive potesse darci la possibilità di vivere senza lavorare. Abbiamo applicato quella che era già teoria politica anche di Potere Operaio alla pratica. Significava che quando si andava a battezzare un supermercato per fare spesa gratis si andava con una composizione spuria: autonomi, Lotta Continua, cani sciolti. Un osservatore attento poteva distinguere militanti autonomi e militanti di lotta continua. Quelli di Lotta Continua portavano via le cose essenziali, noi il caviale, i formaggi francesi più raffinati, il whiskey, lo champagne. Con tutta ‘sta roba si andava in sede e festa, grandissima festa. Stessa cosa le boutique: si portava via tutto e si distribuiva. Altro che autonomi cattivi, incazzati, che facevano ‘sta vita illegale. Noi ci siam divertiti un casino. Ma di cosa stanno parlando? Il nostro slogan era “duri ma con gioia”. C’era sempre festa. Giravi per Bologna e le case degli studenti le sgamavi subito perché alle finestre c’era luce, spesso intermittente, e casino bestiale. La qualità della socialità era talmente alta che senza conoscere nessuno pigliavi e andavi su. Tiravi fuori la tua roba, offrivi, prendevi, ci si conosceva.

G: Quello che distingue il cosiddetto autonomo dal resto del mondo è la radicalità. Una certa condivisione, ampia, della consapevolezza che legalità e legittimità sono cose diverse. Il pensiero radicale, essere totalmente contro lo stato presente. Il rifiutare il modo di pensare secondo cui migliorando i rapporti con il nemico, discutendo, si possano ottenere miglioramenti. Punto di vista che trovo si sia perso, conclusa l’esperienza del movimento e dell’autonomia. La visione radicale dello scontro sociale: da una parte noi, dall’altra il nemico. Alle cose si dà un certo valore a seconda di come sono in rapporto a questo scontro. La radicalità di quello che vogliamo per la nostra vita. L’idea di non voler regalare gli anni che uno ha a disposizione all’universo del lavoro.

Se invece decidevamo politicamente che in un momento era necessario scontrarsi per una specifica strategia, attaccavamo direttamente, a freddo. Non gli si andava sotto come si fa adesso con gli scudi... spingi-spingi. È uno sbaglio che non commettevamo, il corpo a corpo è una stronzata.

V: Per tirare una riga sull’argomento, possiamo sintetizzare in poche parole: il nostro stile di militanza era uno stile che nulla toglieva alla socialità. Non abbiamo mai interpretato con sacrificio le cose che facevamo, le abbiamo sempre interpretate come la felicità di farle. La nostra è stata una militanza bella, felice, gioiosa, gaia. C’era rifiuto totale del martirio. Ci si divertiva un casino. Non è che fosse tutto rose e fiori, non le davamo sempre… magari. Ogni tanto le prendevamo, a differenza di adesso che si prendono e non si danno mai. In piazza decidevamo noi se lo scontro si faceva o no. La polizia stava cagata perché oramai sapeva che, se avesse caricato, 7, 8, 10 di loro sarebbero rimasti a terra. Era fatto assodato. Ma non roba leggera… feriti gravi.
G: Soprattutto sapevano che se avessero caricato non sarebbe finita lì, avrebbero dovuto caricare ogni giorno finché non si stancavano.
V: Se invece decidevamo politicamente che in un momento era necessario scontrarsi per una specifica strategia, attaccavamo direttamente, a freddo. Non gli si andava sotto come si fa adesso con gli scudi… spingi-spingi. È uno sbaglio che non commettevamo, il corpo a corpo è una stronzata.
L: Era tutto organizzato, soprattutto nelle manifestazioni grosse. Si rubavano le macchine e si riempivano con le molotov fabbricate la notte precedente.
G: Io negli scontri con la polizia a cui ho partecipato non ho mai visto un poliziotto da vicino.
L: Nelle manifestazioni delle donne i rapporti di forza erano diversi. Botte le ho prese due volte: una dalla celere ad una manifestazione femminista. Colpivano le donne coi manganelli solo in pancia e in faccia. L’altra volta le ho prese dalla FGCI al corteo dei medi.
G: Che non erano poliziotti… veri.
L: Nelle manifestazioni organizzate ero protetta dal servizio d’ordine. Non ho mai visto una carneficina. Stavi tranquilla anche se eri più piccola.
V: A proposito di forme di vita, c’era pure il trasporto. Anche lì era tutto affidato all’illegalità più o meno di massa. Se avevi fretta o non c’erano autobus prendevi una macchina, ma senza rovinarla.
L’aprivi, andavi dove dovevi e poi la parcheggiavi in un posto normale, chiudendo lo sportello. Uno doveva fare la denuncia, però la trovava. Serviva per spostarsi, non per rubarla. La macchina era un mezzo collettivo.
L: C’era anche un’immediatezza diversa nel riconoscersi coi compagni fuori da Bologna. Nonostante fossi una ragazzina, per andare a Milano non pagavo il treno. Milano la conoscevo poco, però trovavi sempre un compagno che ti dicesse dove andare, dove dormire. Lo davi per scontato, come era la vita in comune.

Sul femminismo

L: In quegli anni dalle compagne fu portato avanti magnificamente il lavoro che era partito da prima del ‘77. Anzitutto nei rapporti dentro la famiglia, con padri e fratelli, ma anche con i propri compagni (che erano più teste di cazzo di come sia successivamente emerso). Facevamo una doppia fatica: quella della militante e quella della femminista. La realtà era che i compagni, in situazioni pubbliche, forse per i rapporti di forza, stavano più cagati. In privato però un po’ dell’aberrazione maschilista emergeva.
Molte compagne femministe, poi, vivevano nell’intimo situazioni ambigue.
G: Potrei dire una cosa breve? Il mio rapporto col femminismo è stato segnato dal fatto che una femminista con cui stavo diceva: “tutti gli uomini sono dei bastardi tranne Giorgio”.
Mi è sempre rimasto il dubbio (rivolto a Valerio): che cazzo facevate voi, invece?
L: C’era molta ambiguità, che poi è emersa. Dicendola in due parole: su dei “fondamentali” in generale abbiamo educato i compagni. Il baratro tra i generi, però, non è stato assolto da quella lotta. C’era la questione del “leaderismo”, maschio per antonomasia, che mi faceva incazzare parecchio.
Io certi atteggiamenti di potenza da “io sono il verbo” non li ammettevo, che fossero per scherzo o veri.
Per quanto lavoro sia stato fatto, è stata dura e siamo arrivate fino a un certo punto. Devo dire che il bello dell’antagonismo di adesso è che trovo rapporti molto più equilibrati tra generi nei compagni. Mi fa pensare che non tutto sia stato vano.
Prima non esisteva un corteo dove nel servizio d’ordine o in prima fila ci fossero donne. Ora ci sono e la presenza non è formale, ma di pratica.

Dopo

L: La cosa più eclatante del dopo è stata la solitudine. Dopo l’81, al di là della mia attività politica che continuava su altri fronti, andavo in Piazza Verdi e rimanevo ferma lì. Per me era incomprensibile che si fosse dispersa tutta questa dimensione collettiva che fino a poco prima era stata il quotidiano.
Era un modo di vivere altro che alla fine si era interiorizzato nella città, era dato. Al di là dell’antagonismo, del portare avanti un progetto politico rivoluzionario,io questa collettività di vivere (anche la propria intimità) non l’ho più trovata.

Nell'80 dopo il diploma andai a lavorare part-time come impiegata. Avevo bisogno di quei soldi, ma il mio problema principale era che l'orario mi permettesse di andare alle manifestazioni: era superiore come esigenza.

V: Cambia la quotidianità perché, a un certo punto, il movimento perde quota. Dopo il convegno del settembre ’77, il canto del cigno, c’è il momento più basso del movimento dopo le precedenti sconfitte operaie. Questo determina uno sfaldamento nella comunità antagonista in generale, che era fatta dai gruppi e da quella ampia porzione dell’autonomia organizzata o diffusa, soprattutto dopo lo sfondamento da parte del PCI attraverso Calogero e il suo teorema. Tranne pochi focolai di resistenza, dopo la fine della rivista Rosso – perché finiamo praticamente tutti in galera noi di Rosso – continua con Magazzino e poi con altre piccole esperienze, ma sostanzialmente quell’area si dissolve. Negli anni ’80 la maggior parte dei compagni autonomi più attivi dell’area organizzata era in carcere. Lì c’è un cambiamento: non solo non c’è più uno stile di militanza, ma non c’è proprio più la militanza, perché eravamo in galera o perché eravamo latitanti. Stiamo parlando di migliaia di latitanti; gli arresti erano quotidiani ed erano decine e decine al giorno in tutta Italia. Questo ha determinato nei compagni e nelle compagne quella militanza, diciamo, più o meno collaterale, di area larga.
Tutto questo purtroppo, e lo dico con molto rispetto e tantissima tristezza, ha fatto sì che noi perdessimo tantissimi compagni e compagne morti di eroina. Fu una strage: dall’80 all’82 tanti, pensando di aver interiorizzato in sé la sconfitta, non avendo la cassetta degli attrezzi per elaborare politicamente quel particolare passaggio di bassa, finirono chi nell’eroina, chi nella delinquenza comune vivendo di reati (continuando individualmente pratiche che si facevano da molto prima, ma per motivi politici), chi andò in India e abbracciò varie religioni e spiritualismi. Poi ritorno al privato: quindi chi si sposò, chi fece figli, chi trovò un lavoro. Non passano dall’altra parte, non collaborano con il nemico, semplicemente si ritirarono per i cazzi loro.
L: Io, per esempio, dal momento che me ne andai di casa a 17 anni, nel ’77, fu la dimensione collettiva ad accogliermi. Come diceva giustamente Valerio, negli ’80 tutto questo non era più possibile e dovevi pensare anche a come sopravvivere. Era molto difficile venire a patti con tutte queste cose. Ricordo il mio primo lavoro. Nell’80 dopo il diploma andai a lavorare part-time come impiegata. Avevo bisogno di quei soldi, ma il mio problema principale era che l’orario mi permettesse di andare alle manifestazioni: era superiore come esigenza. È chiaro che quando ho parlato della solitudine è perché avevo trovato una dimensione che a un certo punto non c’era più. Non potevi calcolare di sostituirla con la vita “regolare”, perché non ti dava un cazzo. Comunque, fino a metà degli anni ’80 c’è stato tutto il lavoro di sostegno ai compagni e alle compagne che erano latitanti, però non era più come prima, era una roba da carbonari, per cui avveniva per rapporti assolutamente personali e individuali. Diventava sempre più grande la separazione tra il tuo essere e quello che c’era intorno, ancora più evidente, più grande, più sentita che prima, non so come descriverlo. Credo che anche nella migliore delle ipotesi, vale a dire chi non ha avuto grosse vicende giudiziarie, chi è stato fortunato, insomma, questa separatezza se la sia portata sempre dentro. Questa separatezza io ce l’ho ancora.
G: A Bologna l’esplosione dell’eroina fu allucinante. I bar che facevano parte della rete che ho descritto prima diventarono rapidamente luoghi di spaccio.
I compagni inizialmente reagirono sprangando gli spacciatori. La cosa non funzionò. Nel giro di pochi mesi gli stessi che sprangavano diventavano a loro volta spacciatori. Questo per la natura stessa di quest’arma dello Stato. L’eroina è un veleno che si propaga per contatto: basta immetterla.
I compagni ebbero la capacità di contenere questo fenomeno solo tramite il movimento delle occupazioni e dei centri sociali, che traghettò un certo numero di compagni, forse in modo settario, dalla fine degli anni ‘70 ai ‘90. Con una politica piuttosto rigida nei confronti delle droghe pesanti riuscì a creare una sorta di cordone sanitario e consentire che una parte del potere del movimento riuscisse a riprodursi e ad arrivare fino ad oggi. Va riconosciuto a questi compagni.
L: Allora non c’era la consapevolezza che l’eroina fosse un’arma mortale. E non c’era l’AIDS, emersa dall’83, per cui sembrava semplicemente un peccato veniale. È per questo che ebbe una diffusione incredibile.
G: C’era pure un’ideologia della droga – fricchettona – nel movimento.
L: In molti compagni ci salvammo grazie alla filosofia militante per la quale non potevamo rischiare di accostarci all’eroina, pena diventare anelli troppo deboli e ricattabili.
Io sono, peraltro, una persona cui piace sperimentare le cose, però se io non mi sono accostata all’eroina è stato proprio per la politica. Per me l’autonomia è stata assolutamente un tampone.
V: Io ero un militante di struttura, avevo uno stile di vita adeguato alla mia militanza. Significa che certa droga con me non c’entrava. Era qualcosa da combattere, era il capitale, un suo strumento.
L: Beh, le canne sì. E qualche acido, la cui assunzione veniva vissuta comunque come momento conviviale.
V: Non c’era proibizionismo. L’eroina però era interpretata come droga di Stato. E combattuta in quanto tale. Senza mediazione.

Ricordi del ’77

G: Ricordo la sera dell’11 marzo ’77. Quando arrivai in piazza Verdi la vidi completamente ricoperta da cocci di bottiglie. L’atmosfera mi ricordava i film sulla rivoluzione messicana. Era molto cinematografico.
Nel pomeriggio il corteo si diresse invece verso la sede del PCI in via Barberia: era l’obiettivo. La polizia caricò. Non avevo mai visto a Bologna una carica così. Lacrimogeni ad altezza uomo: rimasero i segni sul granito del palazzo di fronte.
L: Nel ’77 era uso girare coi limoni: come ora, servivano contro i lacrimogeni. A partire dall’11 marzo a Bologna c’era uno scenario da guerra civile: carri armati a parte, gli elicotteri giravano tutto il giorno.
Come sempre quando ci incontravamo per un concentramento, prendevamo l’autobus. In quei giorni, però, gli sbirri presero a fermare gli autobus, come in Sudamerica. Se trovavano i limoni, ti fermavano: la consideravano arma impropria!
G: Queste cose la questura di Bologna le sapevano dal PCI, che gli passava fotografie e schede sui militanti. Gli avranno riferito come usavamo i limoni.
L: In Piazza Maggiore, sempre piena di gente, l’«ala creativa» del movimento faceva rappresentazioni. In quei giorni riprodussero un autobus col cartone, perché era ridicolo che li fermassero!
V: Ricordo la manifestazione del 12 a Roma. Io ero nel gruppo dell’autonomia bolognese che rappresentava la nostra parte al corteo. Molti rimasero in città. Prendemmo il treno verso le 9. Francesco Lorusso fu ucciso intorno alle 10. In centinaia, quindi, eravamo già in treno e non sapemmo niente fino all’arrivo a Roma. Mentre il treno si fermava, i compagni di Roma ci mostravano i giornali. Ricordo, mentre scendevo, il Paese Sera che diceva: “ucciso uno studente a Bologna”. Una volta scesi dal treno, telefonammo ai compagni di Bologna. Decidemmo insieme di restare a Roma: quella manifestazione dovevamo tenerla. I compagni delle varie organizzazioni ci misero in testa al corteo in onore di Francesco. Ci incamminammo per le vie di Roma e arrivammo a Piazza del Gesù, dove c’era la sede nazionale della DC. Mentre noi ci affacciavamo come cordone di testa alla piazza, i compagni dei Volsci attaccarono a colpi di molotov la sede della DC. Non ho mai visto un incendio così. Non so quante ne lanciarono, ma dovevano essere veramente tante, perché tutta la piazza si colorò di rosso… roba da Spielberg! Rimanemmo impressionati. Un tiro di molotov di quella portata non l’ho mai visto né prima e neanche dopo.