David Maria Turoldo. Lo spettro, la spada e l’eterna vita

Oggi 6 febbraio 2021 ricorrono 29 anni dalla scomparsa di padre David Maria Turoldo.

di Massimiliano Cappello

«Gli ultimi momenti di una cultura politica milanese furono la mattina di gelo dei funerali delle vittime di piazza Fontana; e il pomeriggio di ghiaccio di quello di Pinelli. Pochi giorni fa, ventidue anni dopo, una grandissima folla era intorno alla bara di padre Turoldo. Brutto segno, le esequie. Lungo corso Vittorio stracolmo di folla potevi toccare con mano la fine di una forza politica (quella democratico-popolare che per quasi mezzo secolo aveva retto, ma sempre più debolmente, agli assalti della destra) e, forse, l’ancora incerto diffondersi di un impegno morale (e, per ora, pre-politico) fra giovani nuovi, silenziosi e, speriamo, implacabili».

In questo passo di Fortini (da Milano, città scomparsa?, 1992) si potrebbe riassumere un’epoca. Il senso lacerante della sconfitta dell’età delle rivoluzioni si esprime qui in tre momenti, funebri ed esemplari, sotto il basso continuo dell’atmosfera invernale che permea le sue pagine migliori. Ma che Fortini associ per contrasto i funerali degli assassinati a quelli di Turoldo la dice lunga su quell’epoca e su quella sconfitta.

Per la storia della cultura, scrive Guido Mazzoni, i nomi sono innanzitutto delle metonimie: indicano flussi collettivi, intensità di pensiero, esemplarità degli attimi da trasmettere alle generazioni successive. David Maria Turoldo, in questo circolo, è custode di un flusso sotterraneo e spesso dimenticato oggigiorno: quello di un’esperienza e di un’intensità che traggono alimento dalla battaglia di resistenza per la liberazione combattuta tra il 1943 e il 1945. «Non si può assolutamente raggiungere una qualsiasi liberazione per le vie dell’odio e della morte», dirà nel 1978, «anche se la lotta e lo scontro e la guerriglia e gli attentati erano, a volte almeno, inevitabili. Il migliore ricordo che conservo di quei giorni è che le nostre scelte non erano fatte per odio ma per amore».

Ma in una cultura politica fondata su una menzogna, e che Fortini stesso si preoccupava di additare – il partigianato inteso nel suo sacrificio per una patria più che nelle sue finalità rivoluzionarie, la solidarietà antifascista come incontro di vecchi amici, eccetera: insomma, l’ideologia della «sinistra» – solo la recrudescenza della violenza e della morte possono svelarne la verità. Così, ventidue anni dopo, attorno alla bara di Turoldo, di questa verità sembra estinguersi anche la forza. È il 6 febbraio 1992.

Per avvicinarsi a questa figura e a questa forza, bisognerà dire che Padre Davide Maria Turoldo –  poeta, filosofo, membro dell’Ordine dei Servi di Maria, frate ribelle e sorvegliato speciale del Sant’Uffizio per quasi mezzo secolo, militante antifascista nella Milano occupata dai nazisti – fu innanzitutto un essere umano sino alla fine votato agli ultimi, alla «fraternità come unica legge», a un rifiuto della modernità (così spesso da altri ammantato di tratti reazionari, nostalgici, «evoliani») di matrice comunalistica.

Turoldo con Rigoberta Menchù

Non bastava soffrire «pour l’église», occorreva soffrire «par l’église»: l’esperienza di vita di Turoldo riflette meglio di altri, in questo senso, il movimento contraddittorio di un uomo di chiesa contro la Chiesa, e di un uomo di fede contro l’ufficialità della fede, cioè contro la religione. Allontanato da Milano, Firenze, Udine, ovunque cercasse di fare comunità «altrimenti», Turoldo trovò infine a Fontanella (Sotto il Monte), paese natale di Giovanni XXIII, il luogo dove stabilirsi e profondersi in un’esperienza aperta di condivisione. E, dopo gli esordi poetici, cominciare a scrivere versi salmodianti di predicazione.

La sua autentica eredità, in questo senso, ci appare tanto presente quanto incomunicabile. E saranno le sue poesie, allora, a farne le veci. Nella misura in cui, cioè, ci fanno accedere a una zona della sua esperienza che non è affidata se non parzialmente alla «cultura», a ciò che si può assimilare e inventariare; a qualcosa di intimamente non-citabile, e che insieme rinvia al momento della sua espressione compiuta.

Sembra questo ora il senso delle parole di Fortini: contro ogni formalismo compiaciuto di sé, l’opera di Turoldo proviene da una pratica quotidiana in equilibrio tra la nobile povertà della predicazione e il furore mediatico dell’intellettuale. Più che altrove, nelle sue pagine si avverte tutta l’inconsistenza e la provvisorietà di ogni parola rispetto alla Parola, della voce rispetto alla Voce, della vita rispetto alla Vita.

Questa provvisorietà ci suona come un’allegoria e una promessa, e un preciso e insistente invito ad agire. Ma questa insistenza – che è lessicale e tematica, e tende a dare alle cose un solo nome – è sempre sul punto di annullarsi nella vocazione contraria all’invisibile, al silenzio e all’anonimato.

Il punto è che, leggendo Turoldo, ci si accorge di quanto questa contraddizione sia solo apparente. Scomparire negli ultimi, divenire «qualunque» è l’imperativo che sgorga da questa solo apparentemente dispotica verità. «A chi si è fatto da parte e non vuole più contare per nessuno, la cosa più importante che può accadere è di intralciare il passaggio», scrive Walter Benjamin, «questo è il senso ultimo della lotta di classe».

Leggere Turoldo sottintende allora almeno una disposizione: quella a fare esperienza dello spettro di uno spettro; e di farla in termini a sua volta spettrali.

disegno di Aldo Carpi nel campo nazista di Gusen

Il primo spettro è quello insito nell’esperienza della poesia in quanto distinta da quella della vita – nella sua quasi-presenza o quasi-assenza rispetto a «noi». Qualsiasi cosa voglia dire, «noi». Se la tendenza è quella di rifiutare ogni formalizzazione della vita, ogni germe della norma, è anche vero che nel testo prende forma la vita come potrebbe essere.

Da una parte c’è il testo, forma cristallizzata e mediata che rinvia solo simbolicamente o allegoricamente a un «fuori», a un «altro» da sé. Dall’altra – davanti, dietro o a lato; prima, dopo o adesso – c’è la vita, e la destinazione mediata dalla poesia nella pratica.

Il secondo spettro è quello sottinteso o postulato da questi versi. È anche il più difficile da avvicinare per questa umanità in pessimo stato, spesso marcia o comunque tanto più bacata dal verme di un materialismo-realismo soffocante quanto più si crede libera dall’idolatria.

In una parola, quello spettro è «Dio»; un dio intimamente rinnegato dai progetti della modernità, e assunto invece come stendardo nella sua forma più deteriore e reazionaria da fanatici e «uomini di fede».

«Il nostro è un tempo di torture, di prigionie, di assassini», scriveva Turoldo nel 1974. «Non dimenticherò mai le invocazioni di Hitler alla “divina provvidenza”: come l’“Iddio giusto” del fascismo […] e le esecuzioni capitali di Franco, eseguite durante il congresso eucaristico di Spagna: e il giuramento di Nixon sulla Bibbia […], le sue preghiere durante i bombardamenti del Vietnam a Natale». («Corriere della sera», 26 luglio).

Ma questo dio – e il suo regno dei cieli che, si dice, i marxisti abbiano rimpiazzato col «più tardi» della rivoluzione – rappresenta anche la potenza di «altro». Qualcosa di ancora possibile per l’uomo – di cui, ricorda Turoldo, la stessa «infinita possibilità» è di origine teologica –, alla quale il frate scelse di subordinare integralmente quanto balena sotto questo cielo.

«Come tu ora parli, questo è l’etica», scrive Agamben in conclusione del suo Il linguaggio e la morte (Einaudi, 1982). Turoldo, per contro, sostiene che in questo orrore niente è più determinante del nostro modo di credere.

La riflessione agambeniana, infatti, intendeva designare il luogo (mitico o storico) del quasi-incontro tra il linguaggio e la voce, separati per sempre dal ciglio di due abissi; e da questo muovere verso un’etica, intesa come la scelta sempre da compiere una volta cadute le ultime illusioni di una qualche vocazione storica o spirituale dell’uomo, di una sua qualche sostanza o destino.

Turoldo, invece, vuole testimoniare la sua credenza nella Parola, che assume precisamente i contorni del ciglio che separa linguaggio e voce. Il problema del credere, a ben vedere, sta proprio qui: nel suo non essere riconducibile a un’etica. Ciò che è stato pensato potrà ancora essere detto. Dalla parola pensata non prendiamo congedo per sempre.

Il dio di Turoldo è intimamente silenzio, vuoto, nulla. Ma un nulla quanto mai presente, elaborato, che lo avvicina al tormento di certi atei e lo allontana dalla timorata ferocia degli uomini di religione. «Meglio che il silenzio scenda su quella […] tua notte del 2 novembre, Pier Paolo», scriverà al suo defunto conterraneo Pasolini, dopo aver partecipato agli «scandalosi» funerali del poeta. Il dio di Turoldo si oppone all’«orgia di inchiostri di tutti i colori», al «livore e alla bava della gente “più pura”», i suoi stessi «fedeli», incapaci del minimo gesto di pietà, con il suo silenzio.

Turoldo ai funerali di P.P. Pasolini

Questo dio, allora, non è che l’allegoria di se stesso o, appunto, di «altro»: di una «eterna vita»… ma – avverte Turoldo – in questo senso le cose sono piuttosto chiare nella loro difficoltà. «La sola risposta di dio al dolore dell’uomo è il Cristo»: all’infuori di questo, altro silenzio.

È stata spesso lodata la figura di un Turoldo parresiaste; ma a questa vulgata la sua poesia si oppone come pratica e come testimonianza. Come può questo linguaggio mediato «parlare chiaro» quando la sua sola «familiarità» è quella con il silenzio di dio? Sarà semmai l’uomo e il frate Turoldo a indicarci «come fare» con il suo esempio e la quotidianità della sua vita.

Tuttavia, se una «verità» ci viene, è solo dopo quel «fare» cui la parola dà nome. La verità affidata alle pagine di Turoldo, allora, non è vera in quanto tale, ma è piuttosto una verità potenziale, in stato di dormienza o di invisibilità. Sempre che le poesie, d’altronde, possano davvero testimoniare di uno scarto minimo tra parola ed esperienza.

Il terzo e ultimo spettro che si affronta leggendo Turoldo è proprio il dolore. Perché il dolore, rispetto al male o alla morte (a cui possiamo più o meno dare un luogo), è veramente disumano; eppure, senza dolore non c’è umanità.

Il dolore ci ricorda le rovine che attraversiamo, la miseria che ci sta attorno. E una domanda e un’indicazione sul perché viviamo. Ci ricorda quanto davvero non possiamo credere né sperare possa venire nulla di buono o migliore da quello che c’è. Compresi noi stessi. «Tra quelli dei nemici scrivi anche il tuo nome».

L’enfasi di Turoldo sulla tragica dignità della morte, del senso di abbandono e del dubbio non vuol dire altro che questo: che non è la morte o il male a redimere il mondo, ma il dolore; e che del dolore si capisce più nel silenzio che parlando. D’altronde, le sue poesie più dolorose (e più di conforto) quasi «non ci sono», tese come sono allo stesso lancinante silenzio che le genera. Ma le sue parole più intense, ormai eroso dal cancro, parlano ancora di speranza.

Risuona ancora nelle nostre orecchie l’esortazione «invisibile» a non attendere né sperare (Comitato Invisibile, Adesso). E in questo senso la poesia di Turoldo può sembrarci d’intralcio, ferma com’è nel contrapporre al silenzio di Dio e a questo dolore una forma di speranza.

Tutto il libro di Giobbe è incentrato sulla speranza e la disperazione – e sulla disperazione come vera e propria categoria della ragione, dice il frate. Sperare, d’altronde, è sempre più difficile. Ma quanto vorremmo aiutare le amicizie che disperano?

Forse, allora – come suggerisce anche la lettura che ne dà un altro poeta, Andrea Zanzotto – una disperata speranza, una spes contra spem è ancora possibile. A patto di sapere quantomeno dove non rivolgerla: nel «futuro», nelle «istituzioni», nel reinserimento entro categorie rassicuranti di tutto ciò che potrebbe turbare il dis-ordine presente.

Ciò che questa poesia ci chiede è di «immaginare abbastanza» il senso e il luogo in cui queste parole smettono di essere una «lode a dio» e cominciano a parlare a noi. Il momento in cui questa speranza cessa di essere tale; e, in definitiva, l’azione coerente che vi si prefigura.

In questo senso, la poesia di Turoldo è veramente una liturgia della Parola. Non è un caso quindi che a troneggiare nei componimenti più ardui e ispirati sia l’immagine della spada mentale. La simbologia della spada subisce un’inversione tra Antico e Nuovo testamento: da forma del castigo e dell’insidia diventa stemma araldico della Parola.

Ma non è una transizione senza conseguenze. La Rivelazione di Giovanni si apre proprio sull’immagine del Cristo risorto, dalla cui bocca esce una spada affilata e a doppio taglio (Ap 16). «Non sono venuto a portare pace, ma la Spada», dice Gesù ai suoi discepoli prima di partire in predicazione. «Sono venuto a dividere» (Mt 10,32-11,5).

Traslitterando l’esperienza nei mille nomi di dio, e questi in altra e più intensa esperienza della vita, Turoldo ci insegna ad andare al di là di qualsiasi «io» o «noi» deperibile, oltre ogni miseria che gradualmente trascolora nella più generale desolazione cosmica. E ascoltare invece quanto davvero ci unisce; anche se ci unisce dividendo.

D’altronde, di rivoluzioni vere, Turoldo ne riconosceva una sola: quella dell’Esodo, nata dall’esperienza del deserto, cioè di uno spazio senza modelli. Perché non si può abbattere alcun faraone imitandone i sistemi.

POESIA…

E COMBATTIMENTO

***

 

Sempre sul ciglio di due abissi

tu devi camminare e non sapere

quale seduzione,

se del Nulla o del Tutto,

ti abbatterà…

*

Almeno un poeta ci sia

per ogni monastero:

qualcuno che canti

le follie di Dio.

La città non conosce più canti

le strade stridono di rumore:

e anche là dove ancora

pare sopravviva il silenzio

è solo muta assenza.

Ma in qualche parte

tu devi esserci, Signore.

*

Più della «chemio» altro mi devasta:

ricordi come vermi mi divorano:

minore sbigottimento avrei

se fossi un assassino.

*

La spada mentale

I.

No, non sei tu l’abisso insondabile

non tu la spada mentale

che ci dilania:

tua e nostra rovina è l’altro

abisso: così

nell’infinita tensione

che dentro ti rode

natura erompe

per innumeri mondi:

e ogni creatura

ti muore tra le mani,

nel mentre che si forma

e fiorisce.

II.

Tuo dramma inenarrabile

è fare argine:

tue gesta sono

il filo d’erba sulle macerie

il raggio d’una stella da millenni

già spenta e le perle

di rugiada nel prato dell’alba

*

Crederti è scegliere

di essere

credere

è volere il Bene:

anche noi Teopati!

III.

Sì, è vano chiederti «perché»

pure per te esiste il mistero

Sì, darti un nome

è offenderti.

Tu non puoi che pensare

te stesso: uscire da te

è franare nel Nulla

Tu non puoi non essere

Tu devi essere

pure se il Nulla

è il tuo oceano.

IV.

E pure il tuo figlio

il divino tuo figlio, il figlio

che ti incarna, l’amato

unico figlio uguale

a nessuno, anche lui

ha gridato

alto sul mondo

«Perché…?»

Era l’urlo degli oceani

l’urlo dell’animale ferito

l’urlo del ventre squarciato

della partoriente

urlo della stessa morte:

«perché?»,

E tu non puoi rispondere

non puoi…

Condizionata onnipotenza sei!

Pretendere altro è vano.

*

O poeti, fratelli miei

sempre più solitari ed esclusi:

fanciulli di Dio,

a questa generazione

ancora più inutili,

di una colpa voi siete liberi:

di volere tutto spiegare.

Giorgio Cesarano – La fine e l’inizio

 di Massimiliano Cappello

Donne profonde di passione e di lotta
dolci amici rabbiosi d’amore
vado col cuore pieno di voi
verso le vostre tracce.
(21 gennaio 1975)

Non sarebbe così difficile constatare la pressoché totale dispersione dell’opera poetica di Giorgio Cesarano. Lo dico nonostante e anzi a dispetto dell’intensa attività di recupero e commento ai testi da parte di alcuni blog, a modo loro «eroici» nel tentare di salvare dall’erosione del tempo e dei server una porzione assolutamente vitale nella ricerca di questa figura tanto centrale quanto sfuggente – sia per il nostro recente passato (più o meno remoto o «da remoto»), sia per l’arroventata attualità del suo personale contributo alla causa poetica e rivoluzionaria, impresso o da imprimere indelebilmente sulla pelle di chi si incontra, si scalda e si organizza attorno a quel focolare.

Dimenticato dalle antologie, mai ristampato, il poeta Cesarano sembra condannato a un destino bifronte e contraddittorio: riverbero del gesto rivoluzionario del politico e del teorico da una parte, dall’altra lirico espressionista del desiderio e della disperazione. È da qui che dovremmo partire, se non altro per opporci all’insensibilità del primo per una parola che oltrepassa se stessa, e alla malafede con cui il secondo, volendola esaltare in sé e per sé, la soffoca nel suo discorso veteroumanista.

Fuori dalle antologie di ieri, dalle query di ricerca di oggi, la poesia perde voce e mandato, cittadinanza ed eredi. Ma Cesarano, quel passo fuori dal cerchio, lo ha compiuto volontariamente. Come non manca di sottolineare Giovanni Raboni nell’Avvertenza al postumo Romanzi naturali (1980), quelli che compongono il volume sono «gli ultimi testi poetici composti da Giorgio Cesarano prima di abbandonare la ricerca letteraria»: una franchezza che ci permette di avvicinare questi «canti ultimi» come altrettanti segnali.

Il primo segnale è questo. «Dentro e contro» una tradizione – quella che fa del «poetico» il fuoco supremo a cui darsi interamente, la parola «pura» di una «verità» sempre più minoritaria, le ormai innocue spoglie di una «sublime lingua borghese» –, Cesarano attraversa la poesia come «ricerca». E quando la abbandona non è per disamore o scoramento: ma è piuttosto per guadagnare un «fuori» dalla parola-forma poetica. I testi tardi e quelli incompiuti – da Apocalisse e rivoluzione (1973) a Manuale di sopravvivenza (1974), fino alla vasta Critica dell’utopia capitale alla quale stava attendendo nell’ora estrema –, ne danno ragione; così come ne danno ragione i testi poetici trascritti senza sosta fino alla morte.

Il secondo segnale che ci viene da questa interruzione volontaria dovrebbe essere la coerente e quasi lancinante estraneità della scrittura poetica di Cesarano da quel «codice di codici» che è la letteratura; e il conseguente rifiuto di qualsiasi «civiltà delle lettere». I maggiori poeti del nostro Novecento sono tali proprio perché furono capaci di non scrivere «ciò che avrebbero voluto», ma «ciò che dovevano»; ma il loro agire fu un agire mediato, messo in forma per quanto informale, interamente racchiuso nello specchio della catarsi o della sublimazione, sospeso indefinitamente tra «esposizione» di questa vita e «prefigurazione» di un’altra per tramite delle lame rotanti della lingua. Cesarano, che pure di questa tradizione è erede e partecipe, ne ricerca intensamente lo sbando, la deviazione. E la tempesta arriverà, sbalzandolo per sempre fuori da ogni tracciato in una data sin troppo simbolica (ma originariamente un nodo concretissimo di fatti e di emozioni): il ’68.

Presentando Gli strumenti umani di Sereni, Franco Fortini ebbe a dire che «per dare torto a questi versi non ci vuole nulla di meno d’una trasformazione, intorno a noi, della vita sociale che per un certo tempo li renda incomprensibili o muti» (Il libro di Sereni, «Quaderni Piacentini», V, 26, marzo 1966, p. 74). Dei versi di Cesarano, si può dire il contrario, e cioè che suonano davvero chiari solo in quell’interruzione, solo nel sopravvenire, attorno a noi, di quella trasformazione della vita sociale:

«Una parola che non suoni come l’ipotetico verbo della salvezza pronunciato dal di fuori del disastro, non si ponga come ricattatorio e falso “altrimenti” che non può darsi; ma suoni invece, compromessa, distorta, a malapena riconoscibile, dal di dentro del disastro (non dalla parte del disastro) dove tutti siamo, egualmente dannati, e finisca per valere come pegno – come uno dei pegni – di resistenza, d’oltranza, d’irriducibilità all’inumano».
(Il bersaglio umano, in «Rinascita», 48, 8 dicembre 1967, p. 26)

Quando i sentieri cominciano a biforcarsi senza scampo (siamo nel 1969), Cesarano non ha esitazioni. È questo ciò che più rifulge nella sua fedeltà e nella sua abiura a questa lingua «ridotta a sognare di esistere», ormai appannaggio esclusivo di una élite sempre più altezzosa e umiliata, tanto più sconfitta quanto più in cerca di un riconoscimento. Cesarano preferisce gli operai, gli studenti, i giovani rivoltosi. Poco più che quarantenne, partecipa al movimento con un fervore e una nostalgia del presente (sono parole ancora di Raboni) che non potevano non lasciargli il segno di un’ustione immedicabile.

All’oltranza poetica, Cesarano preferirà l’oltranza della lotta, dell’incontro, della condivisione politica con un numero sempre più ristretto di compagni; fino alla severa, dolorosa, necessaria solitudine del teorico. Destituire, con la propria poesia, il mondo che rappresenta – lingua sempre più della separatezza e del rifiuto dell’esperienza, lingua «senza vita» – deve essergli apparso il gesto più coerente da compiere; così il suicidio. Ma la sua voce dura, finché dura, per essere sempre fedele alla vita.

Così anche in Cesarano, poeta nella fine e della fine della poesia, il senso e il luogo più profondi si trovano nelle premesse, in quel vago inizio di là da venire. Un’esperienza totalmente organica a quella diversa destinazione d’uso delle nostre esistenze che chiamiamo, provvisoriamente, comunismo. Un’esperienza che non va esposta né prefigurata, ma che c’è irriducibilmente; e incomunicabile solo a chi non l’abbia ancora provata.

Non cercare di dirci,

tornato sulla barca,

ciò che hai visto nel freddo

grigio immerso;

non cercare parole che non esistono:

se nessuno di noi è stato

laggiù, nessuna parola

potrà evocare per noi. Così taci.

[da A Damiano, in La pura verità (1963), poi in La tartaruga di Jastov (1968), p. 14]

Da Reperti del Ghetto e del Lager

1961-1962

1

(I riflettori)

Giocando per strada.

Finché viene sera.

La luce del lampione, prima

come una polvere

leggera: brilla, sfuma,

si consuma, ma poi

s’addensa

e cade

sul lastrico, in tondo, cono

dove non si può entrare, limite

che non si varca (come

certi stralunati gatti

si potrebbe restare, trattenuti

appena percettibilmente

prigionieri).

[…]

2

(L’inventario)

Cinque bidoni di capelli

opachi.

(Si dice che i falsari

per la filigrana, se

non è una storia da bambini.)

Una cassa di protesi dentarie.

D’oro,

            (le collane etrusche

            del Museo di Köln,

            trovate nelle tombe).

Ma quando

il cielo avvamperà

ma dopo:

lo sguardo nella lente imperterrito

la mano americana sulla penna:

il testo del rapporto

con punti di domanda

(per ipotesi).

Otto casse di sapone.

«Il corpo umano contiene

tanto per cento di grassi,

Helmut

sta attento, sì

professore.»

Cenere.

Grassa

come nessuna

altra cenere, chi

scrisse «tornerai

cenere» non vide

questa mai non così

immaginò alcuno.

E corda:

ferme le dita nel bianco

pomeriggio del Gauleiter posate

sulla trave: la cenere

per attimi

che è possibile contare e poi

lo strappo di corda

li farà crollare.

***

Da Una visita di fine estate

1962-1963

A Franco, Ruth e Livietta

 

 

(L’arrivo e prima)

 

Dentro qui non vedo quasi niente.

Che

mi sembra di scemare già e sono

disilluso come prevedevo (mite

come un canceroso). Duole

la ragione che non so.

So di voler resistere ma è poco.

«Lei scrive lettere

di domande, non annunziano

nulla e alle sue favole

manca sempre qualcosa: la morale

forse, la testa o la coda» (e

subito mi vedo fra meduse).

Veniamo al dunque: sono in fuga.

(…«cerca un cubetto,

Nina, una casettina

quasi proletaria, non ne so di più,

fece mi pare un disegno in aria»)

ma telefonavano

sindacalisti da Torino – nel cuore

della cosa – «accade

il nostro progettato imprevisto»

e io sentivo

materialmente convergere in un fuoco

reale tutte le linee della mente

(della sua, a me niente

Pareva mai possibile:

«Certo già solamente

D’ogni bene il morire…»).

Ma ecco esce di corsa:

«Non poteva telegrafare?»,

la borsa sotto il braccio, «vado

dal sindaco, a più tardi.»

Dentro qui non vedo quasi niente.

[…]

 

(Prima glossa)

L’amico che mi viene incontro,

che si avvicina,

(in una specie di dis-allontanamento)

dalla strada,

mi è più lontano della strada,

(di quel complesso di strade che è il mondo);

con la qual strada,

col quale complesso di strade come esistente

consapevole

sono in un certo modo immedesimato.

Le cose

(sarà da aggiungere)

si fanno innanzi, vengono incontro,

come sono,

in quel loro essere in sé…

(L’altra voce)

«Ciò che si deve vedere reso invisibile; poi le mani

che si tesero a mostrare:

giacciono, oggetti, nelle teche dei potenti; le voci

che intesero dimostrare ora suonano

registrate hi-fi nei soggiorni

della specie cadetta e tutto

sempre più veloce, fino

all’istantaneità.

Allora dico: siano mani

putrefatte sotto belletti, atti

di sordomuti sorridenti, intollerabili.

Non affreschiamo più le griglie

della fornace!