PROCESSO G20 – SI PUÒ CONSIDERARE UNA MANIFESTAZIONE «BANDA CRIMINALE ORGANIZZATA»?

Il processo è destinato a scrivere un capitolo della storia giuridica tedesca e potrebbe compromettere irreversibilmente il diritto a manifestare.

Articolo apparso su lundimatin#173, il 7 gennaio 2019

Il 18 dicembre scorso si apriva l’incredibile processo a cinque persone arrestate nel corso del G20 di Amburgo nel luglio 2017 (avevamo diffuso in quell’occasione un appello). Perché incredibile?
1) Perché fa seguito a una delle più grandi sconfitte dell’ordine pubblico tedesco, durante il contro-vertice di Amburgo del luglio 2017

2) Per il carattere esemplare : 5 le persone giudicate, ma il processo si è aperto con il resoconto di tutte le devastazioni commesse nella mattina del 7 luglio, come se gli imputati dovessero rispondere anche di queste
3) Per i mezzi impiegati dallo stato per vendicarsi: una propaganda mediatica senza precedenti, appelli alla delazione, perquisizioni, mandati d’arresto europei, 180 inquirenti a tempo pieno per 15 mesi
4) Per le innovazioni, come l’enorme schedatura automatizzata dei manifestanti attraverso un software di riconoscimento facciale acquistato per l’occasione, o la creazione di un portale di ricerca che permette agli «onesti cittadini» di inviare video personali per aiutare gli inquirenti: una delazione a malapena mascherata. 100 terabyte di informazioni, 32mila file tra immagini e video, il tutto senza alcun inquadramento legale.
5) Malgrado tutto, per qualche imprevisto: il dossier è pieno, ma ben vuoto al momento di fornire prove affidabili circa i 5 detenuti, a cui viene contestato soprattutto di essere stati… presenti al contro-vertice; la giudice non sembra disposta ad avallare i nuovi metodi della polizia tedesca e il loro fondamento politico senza esaminare attentamente il dossier; il commissario alla protezione dei dati di Amburgo ha ordinato la soppressione del database utilizzato dalla polizia.

«Questa è dunque l’atmosfera nella quale si è aperto questo processo-spettacolo, su cui ogni attivista, giurista o politicante è d’accordo: è destinato a scrivere un capitolo della storia giuridica tedesca e potrebbe compromettere irreversibilmente il diritto a manifestare».
Tutti sanno che la giustizia non è altro che un volgare teatro in cui i ricchi e i loro ausiliari se la prendono con i poveri e con i ribelli. Ma questo teatro non sarà valido per sempre. È spesso un espediente raffazzonato. A volte sembra persino troppo ben oliato per il suo gioco d’anticipo, povero di recitazione. La pièce che si è aperta nella mattinata di martedì 18 dicembre al tribunale di Amburgo si annuncia al contempo allettante (29 udienze fissate nei prossimi 6 mesi) e più sorprendente del previsto. In atto un copione mal scritto, imbarazzanti errori di casting e un intervento del tutto inatteso.
Cerchiamo di decriptare.
La sinossi è ben nota. Da un lato, la città di Amburgo, i suoi sbirri e la sua giustizia in cerca di rivalsa dopo l’umiliazione subita in seguito alle rivolte che hanno rovinato il loro G20 nel 2017, che si è giocata il tutto e per tutto per costruirsi un successo strepitoso. La promozione del processo è stata in gran parte affidata ai media. Gli appelli alla delazione, le perquisizioni, i mandati di arresto europei e gli altri arresti avvenuti all’estero danno l’illusione di un efficace lavoro da parte degli inquirenti (180 agenti a tempo pieno per 15 mesi, ad ogni buon conto).
Dall’altro lato, cinque co-imputati, smascherati, braccati, arrestati e (tre di loro) detenuti, che devono pagare per alcuni fatti che gli sono contestati: in particolare, la loro partecipazione al veloce saccheggio dell’Elbchaussee, una via altolocata di un quartiere borghese della città, nella mattinata di venerdì 7 luglio 2017. Nel giro di pochi minuti, questa passeggiata contro l’incontro dei potenti del pianeta avrebbe causato più di un milione di euro di danni, attaccando sistematicamente i simboli del denaro e del potere: banche, consolati, veicoli e attività commerciali, tra cui un famoso negozio scandinavo di mobilio scadente.

Da un lato, dunque, cinque giovani sotto i 25 anni, quattro tedeschi e un francese, dall’altra, un’armata di poliziotti, giudici, politici e giornalisti convinti della loro colpa. Ma di che colpa si tratta, esattamente? Ecco l’enigmatica questione apparsa evidente agli occhi di tutti durante la prima giornata d’udienza.
Dopo aver alzato in ritardo il suo sinistro sipario — a causa delle decine di persone assembrate a sostegno degli imputanti davanti agli altoparlanti e nella sala — il tribunale ha proceduto con la lunga lettura degli atti di accusa, e a quella ancora più soporifera delle degradazioni causate dalla manifestazione mattutina. Un lunga litania di targhe di veicoli incendiati, di stime dei danni di ogni vetrina rotta. Perché è di questo che si sta parlando. Quando le auto bruciano e le vetrine saltano, lo Stato chiede che venga condannato chi brucia le auto e fa saltare le vetrine.
Ciò che non poteva non stupire i commentatori di ogni sponda è l’assenza di qualsivoglia legame tra le persone incolpate e i fatti incriminati. In altri termini: questo processo, annunciato ovunque come «quello contro gli appicciafuoco dell’Elbchaussee», fa comparire come imputate cinque persone a cui non è assolutamente contestato l’incendio di veicoli o la distruzione di vetrine.
Ciò che viene loro contestata, essenzialmente, è la loro supposta presenza a questa manifestazione — e a qualche gesto supplementare nel caso del nostro amico Loïc. E ciò che il procuratore, ovverosia lo Stato, intende provare nel corso dei prossimi mesi, che può benissimo portare a una condanna a svariati anni di carcere duro delle persone colpevoli di essere presenti a una manifestazione nel corso della quale hanno avuto luogo devastazioni, senza dover per forza dimostrare che queste persone abbiano preso parte attiva in queste azioni.
Per riuscire in questo gioco di prestigio, bisogna riuscire a trasformare una manifestazione politica in una banda criminale organizzata. È questa la prodezza che si appresta a compiere Tim Pashowski, procuratore di Amburgo.

Ma ecco che questo dramma costruito dal ministero può trasformarsi in una sarcastica satira! Sì, perché — anche se la difesa ha constatato da mesi il vuoto del dossier (malgrado le sue migliaia di pagine) — sembra che questo vuoto non sia sfuggito nemmeno alla presidente della 17a camera penale. Durante le negoziazioni orali preliminari, Anne Meyer-Goring ha stimato delle pene massime nettamente inferiori a quelle auspicate dal procuratore, e ha richiesta, invano, la liberazione sotto condizionale di due dei detenuti. Questa giudice della corte di giustizia giovanile (due degli imputati erano minorenni all’epoca dei fatti) si è già resa illustre per aver inflitto in passato severe umiliazioni al lavoro degli inquirenti (accusandoli in particolar modo di aver gonfiato dei dossier sotto pressioni politiche e mediatiche). Di fronte a un tale rischio di rifiuto, il procuratore ha ben pensato di richiedere la sua estromissione dal processo a inizio dicembre! La sua richiesta è stata respinta, e sarà dunque lei a presiedere questo processo fiume in cui la giustizia avrà per compito quello di convalidare o rigettare i nuovi metodi repressivi della polizia tedesca e i loro fondamenti politici (la criminalizzazione dell’insieme delle persone presenti a una manifestazione).

[Lungi da noi comunque la volontà di fare l’elogio di un magistrato che se da una parte si erge in difesa del “buon diritto” contro certe derive politico-poliziesche, dall’altra abbraccia in pieno le logiche dell’accusa proponendo pene che vanno fino ai tre anni di prigione]

Tra le più gioiose innovazioni troviamo l’enorme schedatura automatizzata di abitanti e manifestanti grazie a un potente software di riconoscimento facciale acquistato per l’occasione. Decine di migliaia di volti sono stati registrati, selezionati, classificati e archiviati secondo dei «profili di identità facciale biometrica» che permette di riconoscerli in altre immagini, di seguire i loro movimenti in una folla, eccetera. Tutto questo non dispone di alcun inquadramento legale, e non sono solo gli attivisti e i loro avvocati a rendersene conto. Martedì, nel preciso istante in cui si apriva il processo dell’Elbchaussee, il commissario alla protezione dei dati di Amburgo ha ordinato la soppressione di questo database. Parliamo di 100 terabyte di informazioni, 32mila file tra immagini e video, di un numero incalcolabile di persone coinvolte.
La polizia ha utilizzato le immagini in suo possesso, ma anche quelle delle telecamere poste a bordo dei mezzi pubblici, nelle stazioni, dei media e di tutte le foto amabilmente inviate da alcuni «onesti cittadini» su un portale di ricerca (ovverosia di delazione).

Il commissario alla protezione dei dati stima che questa procedura «usurpa in maniera significativa i diritti e le libertà di un grande numero di persone», reclama la soppressione del database e l’interdizione del software Videmo360. Gli sbirri, dal canto loro, vorrebbero continuare a giochicchiare con questo ninnolo da svariati milioni di euro, per quanto non sia servito a identificare granché fino oggi (tre persone nell’ambito del G20). Prova ne è la nuova serie di 54 volti pubblicata questa settimana sul sito della Hamburg Polizei. Con la speranza di suscitare nuove vocazioni all’infamata.

Questa è dunque l’atmosfera nella quale si è aperto questo processo-spettacolo, su cui ogni attivista, giurista o politicante è d’accordo: è destinato a scrivere un capitolo della storia giuridica tedesca e potrebbe compromettere irreversibilmente il diritto a manifestare. E, dato che nessuno spettacolo sarebbe tale senza pubblico, l’ipotesi di un processo a porte chiuse è stata abbandonato. Le prossime udienze, l’8 e il 10 gennaio, saranno aperte al pubblico. Questi atti e quelli che seguiranno porteranno la loro infornata di rivelazioni sulla debolezza del dossier e, forse, risposte ad alcune domande.
Per esempio: la sbirraglia tedesca può permettersi quel che le pare quando si autoinvita all’estero?
O ancora: il black bloc è il risultato di una «cooperazione deliberata e fondata sulla divisione del lavoro», come afferma il procuratore?
E che cos’è esattamente il «supporto mentale» che i manifestanti «pacifici» sono accusati di aver fornito a chi commetteva delle devastazioni?
Si può essere riconosciuti colpevoli di eventi sopravvenuti nel corso di una manifestazione anche se non si era più presenti?
Si può seriamente credere che l’andatura di una persona sia unica e identificabile come le sue impronte digitali?
Il dramma che lo Stato si ostina a scrivere probabilmente non virerà verso toni da commedia. Per il momento, ognuna delle future udienze deve essere un’occasione per sottolineare quanto siano ridicole le accuse e la pertinenza degli atti di resistenza impiegati. È l’occasione, soprattutto, di portare agli imputati il proprio sostegno — siano essi nostri compagni o nostri amici, attori loro malgrado di questa farsa grottesca. I primi presidi si sono tenuti a Parigi, Nancy, Friburgo, Francoforte e Berlino la settimana scorsa, insieme a una grande manifestazione per le strade di Amburgo alla vigilia dell’apertura del processo.
Fuochi d’artificio sono stati lanciati dai tetti degli squat vicini, e canti si sono levati davanti alle mura della galera in cui tre degli accusati sono ancora detenuti. L’indomani, gli imputati sono entrati in aula accompagnati dagli applausi, e sono usciti a pugno chiuso. Il processo sarà lungo, ed è a loro che va il nostro pensiero in questi giorni!

Libertà per Loïc!
Libertà per tutte e tutti i prigionieri del G20!
Comité de soutien transfrontalier

DATE DEI PROSSIMI PROCESSI
Gennaio: 8, 10, 15, 17, 22, 24, 29, 31 Febbraio: 7, 8, 14, 15, 20, 21
Marzo: 18, 22, 28, 29
Aprile: 4, 5, 25, 26
Maggio: 2, 3, 9, 10

PER CONTRIBUIRE ALLE SPESE LEGALI E DI SOSTEGNO
La difesa di Loïc, la sua vita in prigione e gli spostamenti per andare a portargli sostegno costano molto. Se volete e potete partecipare, vi preghiamo di inviare le vostre donazioni all’associazione CACENDR precisando «Don pour Loïc» sulla causale del bonifico. Grazie!
Via assegno: Cacendr, 5 rue du 15 septembre 1944, 54320 Maxeville Via bonifico : Link all’IBAN

LA SPINOSA QUESTIONE DEI LIBRI
Loïc vuole libri, molti libri, un sacco di libri per — come dice — «sfamare l’arma intellettuale». Divora circa due libri al giorno in una piccola cella, tra le ore di sonno e le manciate di minuti d’aria.
Le regole dell’amministrazione penitenziaria per farglieli pervenire sono chiaramente molto rigide: in particolare, devono essere nuovi, già dichiarati all’amministrazione, eccetera. I primi libri inviatigli gli sono arrivati dopo un mese e mezzo.
Se volete partecipare a questo atto di solidarietà, e per evitare doppioni negli invii, il meglio che si possa fare è fare una donazione affinché glieli si possa procurare.

Se siete librai, editori o editrici, autori o autrici e volete esprimere il vostro sostegno con dei libri (copia saggio, nuovi o in ottimo stato eccetera) non esitate a contattarci all’indirizzo: soutienloic@riseup.net, gli farà molto piacere. Grazie!

Mattatoio #3

Di Vultlarp

Un mattatoio per accettare il presente e mutarlo di senso.

  1. Corrispondenze

Il 7 gennaio su Lundi Matin è apparso un articolo dedicato agli strascichi giudiziari del G20 di Amburgo (la traduzione è disponibile su questo numero di Qui e Ora). Si parla dell’apertura, il 18 dicembre scorso, dello spettacolare processo ordito dalla città tedesca contro cinque imputati — di cui tre ancora detenuti — per i fatti occorsi nella mattinata del 7 luglio 2017 sull’Elbchaussee. Certe cose ce le si scrolla di dosso a fatica.

Ci sarebbe inoltre tutto un discorso da fare sulla pratica dell’autoinvito in giro per l’Europa da parte della Polizei per finalizzare i suoi mandati di cattura (peraltro sempre ben accolta). Così come si potrebbe parlare a lungo del simpatico software di riconoscimento biometrico in dotazione alle forze dell’ordine tedesche, Videmo360. Insieme al ritorno smagliante della grandiosa pratica della delazione in versione 4.0: basta qualche upload sulla piattaforma predisposta et voilà, l’infamata è fatta!

Cambio scena. Qualche giorno fa, oltrereno, Luc Ferry (ex ministro dell’istruzione francese) chiede pacatamente, durante una pacata diretta a Radio Classique, di «dare alla polizia francese (la quarta armata al mondo!) i mezzi per difendersi da quei bastardi di estrema destra, di estrema sinistra, dei quartieri popolari».

In quello stesso lasso di tempo, l’attuale ministro dell’interno francese Edouard Philippe informa in una delle ormai consuete «comunicazioni urgenti» che sabato 12 gennaio 2019, oltre alle 80mila unità poliziesche dispiegate per garantire l’ordine pubblico (e più armate del solito), chiunque parteciperà o verrà trovato all’interno di manifestazioni non autorizzate sarà immediatamente schedato e arrestato. Ciliegina sulla torta: riformerà il diritto a manifestare già da febbraio.

Meme o realtà? Nel momento in cui scrivo, non ho altra certezza che il meme, immagine non dialettica di un potere sempre pronto a serpeggiare nei discorsi.

Al di là di ogni malfatto sberleffo memetico, l’atto IX della mobilitazione dei GJ si è tenuto «“‘ad armi pari’”» (se non bastassero le virgolette) — 80mila guardie contro gli 84mila manifestanti in tutta Francia. Metto per prime le guardie perché, beh, semplicemente sono loro a riversare il loro arsenale offensivo-repressivo contro la presenza irriducibile del popolo nelle strade. Un tour de France è come sempre disponibile qui.

Ma non deprimiamoci. Queste cose le sappiamo. No alle filippiche contro i mala tempora che sappiamo bene dove corrono, né panegirici al primo Traiano dei «diritti». Anche perché è ormai evidente che il «diritto» — garante dell’ordine sociale — semplicemente non esiste più. Ecco perché il processo G20-Hamburg, le promesse di Philippe, le minacce di Nancy, le nutellate di Salvini calzano così bene insieme — su sfondo Orban, con tappezzeria ISIS e altri oggetti di arredamento a piacere. Per questo è così importante e allettante la prospettiva di rovinare questa festa.

Per quanto non abbia che qualche domanda, e nessuna risposta.

  1. Oggi il G20 di Amburgo è un processo. Tutta la mia complicità e il mio sostegno va alle arrestate, ai perseguiti, alle incriminate, ai processati; ma allo stato delle cose un processo è nel migliore dei casi un sospiro di sollievo, e un «arrivederci al prossimo tentativo di farvi un culo quadro». Cosa invece può essere ancora in potenza quel magma di pratiche saperi azioni critiche converso ad Amburgo nel 2017? Perché vederlo sempre come report e mai come officina?

  2. La confusione che in Italia impedisce una comprensione di ciò che i Gilet Gialli significano (e non sono) è fitta almeno quanto l’insulsaggine di molti tentativi di esegesi di movimento. È una volontà di sapere puramente speculativa o ha un qualche sottobosco fertile? E che dire dell’attaccamento morboso di certe singolarità militanti a quegli involucri che, a ben vedere, sembrano considerare più dei paramenti o dei feticci? Non avevamo detto «niente soggetto sociale» questa volta?

Del resto, le immagini di Mainte-la-Jolie dello scorso dicembre parlano da sole. Un rastrellamento, ci voleva, per costringere i ciechi a vedere. Un rastrellamento che non fosse in un qualche altrove abbastanza lontano da scorrerci addosso. Che fosse mediatizzato, rimpallato su ogni piattaforma e (come ogni fatto social) presto dimenticato. Eppure, quelle immagini ci consegnano all’esperienza-limite in cui la nostra messa a nudo virtuale si afferma a sua volta come modalità-limite del governo, all’ombra del quale il potere acquista legittimità attraverso un annientamento in potenza promesso a tutti. Tutti.

È tutto (quasi spudoratamente) da manuale: un concerto repressivo a più voci che si rimpalla dalle grigie sale dei palazzi di governo ai tribunali fino a colpire il mondo della vita. Eccola, la vostra Europa. Un’Europa partecipe di un processo di decomposizione:

Non è difficile scorgere, dietro i tentativi di restaurazione autoritaria in così tanti paesi del mondo, una forma di guerra civile permanente. Che sia in nome della guerra contro «il terrorismo», «la droga» o «la povertà», le cuciture degli Stati cedono un po’ da tutte le parti. Le loro facciate restano in piedi, ma servono ormai solo a nascondere un mucchio di macerie. Il disordine mondiale eccede ormai ogni capacità di riordino.
(
50 nuances de bris, Comitato Invisibile, Maintenant)

II. L’hangover della ragione genera troll

Ma è veramente un crollo? Dovremmo piuttosto vederci una trappola per topi che cerca di erigere i propri atti fondativi nel terrore infuso e diffuso. Nella sicurezza somministrata come purga. Nella narrazione di un’emergenza permanente — o di una crisi umanitaria, come sussurrava stamattina Trump alla radio parlando del suo muro al confine col Messico (vi ricorda qualcosa?). Non solo nella criminalizzazione di ogni scarto (che possiamo accettare), ma nel suo riutilizzo strategico come atto distruttivo del «diritto» — e dell’istituzione di un altro diritto, totalmente positivo nella sua negatività: un diritto penale del nemico. Anche solo a volerla vedere da una prospettiva «democratica» e «civile», assistiamo inermi all’evoluzione mostruosa del meglio (del peggio) della tradizione dell common law e di quella a civil law. Un sistema legislativo tentacolare che sia in grado al contempo di costituirsi come codice ed espandersi all’infinito per similitudine, per analogia, per casistiche esemplari. Bruciare per rinascere dalle proprie ceneri. D’altronde, l’Europa del Capitale che si sogna finalmente confusa necessita ancora di tenere viva la confusione derivante dalla contemporanea presenza e assenza di ciò che per due secoli e mezzo è stato il suo necessario supporto: lo Stato.

Ogni potere genera e alimenta e reitera i propri atti fondativi. Manifest Destiny, allegoria della fede cieca e dello spirito di redenzione generato dall’espansione territoriale americana raffigurata da Leutzle in Westward the course of Empire takes its way (e detournato da David Foster Wallace negli anni ’80). L’idea di patria, che ha coinvolto retrospettivamente 700 anni di letteratura italiana, e giunta alla sua apoteosi (o metastasi) nel Risorgimento: Una d’arme di lingua d’altare/di memorie di sangue e di cor (bleah!). I culti rivoluzionari francesi, e la mitologia tedesca che Schelling ne deriva. La dialettica resistenziale, quella repubblichina, la Perestrojka, l’Europa libera dai totalitarismi — la pace repubblicana mentre gli sbirri massacrano Genova, l’ordine repubblicano mentre le banlieue bruciano… Atti fondativi. Sempre. Anche quando sono atti di dissoluzione.

In questo senso, la condizione postmoderna per come ne parla Lyotard è bella e terminata. «Semplificando al massimo, possiamo considerare “postmoderna” l’incredulità nei confronti delle metanarrazioni», ossia nelle legittimazioni onnicomprensive e totalizzanti. Ma il problema della legittimazione non ci riguarda più. La metanarrazione è di fatto già ripristinata. È in ogni discorso che porti lo stigma della «democrazia», dell’«istituzione», del «bene comune». Dei «diritti». Nuovi paradigmi assolutizzati. Un vero colpo da maestro: l’attuale metanarrazione si nutre della sua morte apparente.

È in questo senso che andrebbe letta la radicale transizione sulla faccenda tra la Teoria del Bloom di Tiqqun:

In realtà, il nostro «senso del reale» non si limita mai a una modalità del «senso del possibile che è la facoltà di pensare tutto ciò che potrebbe benissimo essere altrimenti […] Sotto l’occupazione mercantile, la più grande verità su ogni cosa è quella della sua infinità sostituibilità.

(TIQQUN, Teoria del Bloom, p. 29)

e l’ultima pubblicazione del Comitato Invisibile, Maintenant, a distanza di una quindicina d’anni:

La vera menzogna è in ogni schermo, in ogni immagine, in ogni spiegazione che frapponiamo tra noi stessi e il mondo. È la maniera in cui calpestiamo quotidianamente le nostre percezioni. Per cui, fino a che non si tratterà della verità, non si tratterà di nulla. Non ci sarà nient’altro che questo manicomio planetario. La verità non è un qualcosa verso cui tendere, ma un rapporto ineludibile con ciò che c’è.
(
Demain est annulé, Comitato Invisibile, Maintenant)

Non è uno scarto banale. All’ambiguità che fonda il senso della realtà del Bloom subentra nuovamente la necessità di un rapporto con la verità — quella verità che sembrava dovessimo espungere per sempre dal dizionario.

È triste ma inevitabile vedere questa metanarrazione che nega se stessa legittimarsi anche nella percezione di chi è di parte — la nostra parte. Un sentimento straniante di ambiguità e di incredulità in ogni gesto. Eredità taciute del postmoderno. Certe cose, dicevamo, ce le si scrolla di dosso a fatica. La verità sembra non contemplabile: di qui, la percezione del doppio fondo di ogni situazione, l’orrore debordiano dello spettacolo integrato. Poi, solo la memetica (spasmodica forma d’arte popolare) come extrema ratio nei confronti di un mondo che, al suo massimo, va bucato falsificazione dopo falsificazione, layer dopo layer, fino a riveder le stelle; e al minimo — purtroppo — reitera ed estende infinitamente la propria miseria. Anche questa è una questione spinosissima, e meriterebbe un approfondimento: the left can’t meme è stato uno dei cavalli di battaglia dell’alt right statunitense. Come porsi di fronte a questo?

Non posso che fare domande. Ma la questione va posta. Anche perché da questa modalità percettiva si genera l’assoluta certezza (la metanarrazione legittimata) che «per ogni su, c’è sempre un giù», e che ogni tesi contiene già in sé la propria antitesi. Argomento paradossale, la certezza dell’indecidibilità, buono più per chi vuole dissuadere che per chi vuole affermare. Arriva il momento in cui, come indica Marcello Tarì nel suo Non esiste la rivoluzione infelice, occorre «congiungere una realtà con una verità». Perché è ciò che comunque viene fatto: nello stato di cose presente, una realtà frammentata è congiunta a una verità impossibile. Chi non decide, dunque, ha già deciso.

È il caso, tra gli altri, di Raffaele Alberto Ventura in arte Eschaton, che ha recentemente firmato su Esprit un articolo a tema Gilet Gialli in cui dimostra di aver studiato la teoria destituente nelle sue direttrici genealogiche — una linea che dalle riflessioni di Vinale in Potere Destituente arriva ad Agamben, e da Agamben agli agambeniani… Capace di scorgere il rovescio potenziale di ogni posizione — e incapace di assumerne una come atto politico — fa del cortocircuito che si genera da questo contrasto il fulcro del proprio pensiero. Un esempio:

Quando un popolo si rivolta contro la troppa corruzione in realtà si rivolta perché ce n’è troppo poca per soddisfare tutte le clientele che sarebbero necessarie per garantire la pace.

(Eschaton, 6 gennaio 2019)

Questo significa propriamente essersi persi nella casa stregata, nel gioco infinito, eccetera. Questo significa aver accettato il meme come promessa e come minaccia, come unica realtà e unico idolo. Un idolo che generalizza e non può che generalizzare, indeterminatamente, per nascondere il cuore fragile delle proprie tesi. (Scrivo queste riflessioni conscio che ogni singola parola può diventare parodia).

Torniamo alla teoria destituente, liquidata dall’articolista come «romanticismo politico irresponsabile, dunque inaccettabile». A questa deduzione tutto sommato opinabile fa eco un’argomentazione disillusa e cinica:

Sembrerebbe quasi di rivivere l’irresistibile ascesa del Movimento 5 Stelle in Italia a partire dal 2007 […] Per i 5 Stelle come per i Gilet Gialli, l’unità del movimento attorno a un significante vuoto — la lotta del popolo contro il potere — serve prima di tutto a mascherare interessi profondamente divergenti […] Molti hanno ironizzato su questa Insurrezione che viene annunciata nel 2007 dal Comitato Invisibile, e che non veniva mai; invocazione rinnovata in alcune opere successive, e che sembrava quasi la geremiade di un gruppetto di nostalgici. Ora, la storia sembra finalmente aver dato loro ragione: viene, questa insurrezione, e «tiene». […] «Una politica destituente ha un obiettivo limitato ma preciso: creare le condizioni, ovverosia il vuoto, perché un’altra politica, oggi impensabile, si produca». Frase la cui ironia oggi non può che colpire, dato che il vuoto creato dal Movimento 5 Stelle in Italia è stato effettivamente riempito dall’offerta politica della Lega di Matteo Salvini. È questo lo spazio possibile che la potenza destituente dovrebbe aprire?

Certo, è innegabile: dalle nostre parti siamo al nadir dell’agibilità politica. Innegabile e doloroso. E a questo c’è da aggiungere un’altra abbacinante verità: la contraddizione gigantesca che effettivamente il Movimento 5 Stelle ha costituito negli ultimi 10 anni. Un movimento capace di diffondersi tentacolarmente nelle sacche di scontento, di serpeggiare anche in ambienti vicini alla militanza. Un Movimento che, agli albori, è stato votato anche da alcuni compagni come atto più o meno provocatorio e di rottura. Ma qui siamo al paradosso (di nuovo, postmodernissimo) di chi unisce i puntini alla «come cazzo mi pare» perché autorizzato ad avere ragione quanto gli altri. Scritture come questa, in effetti, rifuggono l’attribuzione di un senso come il cane l’acqua. Stanno in perenne bilico tra il serio e il faceto, tra post e shitpost. Qualche amico dice che la sua è una scelta calcolata: tra l’ennesimo libro di critica dell’esistente e il suo riflesso pop nello specchio deformante, il secondo vende meglio. E quindi è assurto agli onori delle cronache con un testo che, constatato lo stato di cose presenti, procede all’abile détournement dell’operaismo/post-operaismo — «è stata colpa nostra», viviamo un «dramma borghese», la nostra è una corsa al «consumo posizionale», la nostra vita è triste perché «abbiamo desiderato troppo». Quasi un’opera di trolling. Che, a giudicare dalla sua attività social, gli riesce pure parecchio bene.

III. Nemmeno due parole sulla «situazione italiana»

La soggettività prodotta (anche quando sedicente intellettuale) partecipa estatica allo spettacolo del proprio annientamento. Ormai non parla più, estraniata com’è da sé stessa e dalla propria condizione. Eppure articola, si dibatte, esprime: per quel gioco di prestigio che fa di tutto «una responsabilità individuale», è parlata dal linguaggio binario di un potere che si è imposto per saturazione oltre ogni possibilità di replica. Ecco l’aperto e il chiuso (i porti), ecco il pro e il contro, ecco la fake news e il fact checking. Ecco Cesare Battisti, ecco Barabba. Ecco la verità e la menzogna insieme. Ecco l’opinione che maschera l’impotenza.

Non c’è da stupirsi se Salvini appare anche nei meme. È la conseguenza inevitabile della sua superimposizione come pura presenza. Non si può dire che non abbia ben interpretato l’espressione «fare i conti con ciò che c’è». Non riusciamo ad alzare lo sguardo quando le procure comminano le loro misure repressive com’è successo recentemente a Torino, per fare solo un esempio quando le città vengono militarizzate, quando gli sgomberi si estendono nei quartieri sempre più lindi e più pinti… e nei nostri volti sempre più smarriti.

Lasciamo stare la tristezza desolante negli occhi dei pupazzi umanoidi a molla, con le loro frasi preregistrate. Parlo — con la mia totale complicità e sostegno a tutte le situazioni e le singolarità in lotta — delle desolate torri d’avorio. Delle coscienze infelici. Di compagne e compagni che presentono o esperiscono altre forme di vita, ma che nella quotidianità si trovano:

1) In una lotta all’ultimo sangue contro la repressione, l’indifferenza, la sempre più desolante distanza che (per quanto si possa argomentare) separa la provincia, la percezione sfigante di sé, dei propri spazi e dei propri tempi. Contro il ripiego verso forme di amicizia su basi politiche, ma non politiche;

2) Catapultati in una molteplicità di situazioni che dà modo di percepire ciò che c’è, guardare davvero, riconoscere immediatamente l’amicizia politica, ma non riuscire a darle corpo in una dimensione duratura — non avere la radicalità di operare una rottura puramente positiva con questo mondo;

Senza contare chi non si degna nemmeno di guardare e guardarsi.

Ecco quindi cosa direi se dovessi esprimermi sulla «situazione italiana» — ma già dirlo, situazione italiana, mi dà i brividi. È che non posso pensare consapevolmente a cosa è «la situazione italiana» se non ponendomi due problemi: uno categoriale quali elementi assegnerò al suo insieme e uno focalechi definisce questo insieme? Io? Altri per tramite di me? Questa combinazione di problemi può reiterarsi all’infinito, estendersi a dismisura in altri problemucci come «cosa vuol dire Io?», eccetera. Per venire poi sbalzata al di là ogni possibilità di guardare.

E lo fa. Si chiama metafisica. Il si passivante. Nascere in un mondo che ci assegna un’individualità accecante e insegna pure a negarla ogni qual volta si possa non poteva che condurci al paradosso. È un pattern molto semplice, un errore di programmazione che dà luogo a vere e proprie cacce al tesoro: un procedimento che glitcha la realtà (dove glitch, in questo caso, è un’anomalia o un errore imprevisto che altera il funzionamento di un videogioco). Quando si scopre un glitch, il gioco cambia per sempre la percezione che ne abbiamo. Da quel momento in poi, il suo spettro alberga sempre in potenza come scorciatoia o banalizzazione.

Così è la realtà che attraversiamo. E così è l’atteggiamento di tante compagne e compagni che cominciano tentando di attraversare l’estremo détournement e bucare lo spettacolo, per finire poi nel gorgo dello scherzo infinito. Lo spettro di Raffaele Alberto in arte Eschaton è riuscire a tenere l’altezza della situazione solo per tramutarla in gioco estetico o morale, in una scacchiera su cui si riserva di essere alfiere o cavallo. Alla costante ricerca di nuovi glitch.

E ora, come in uno Shyamalan twist, cosa scopriremo alla fine? Che lo stato di cose presente, nel suo paiolo di discorsi contraddittori, ha in realtà tentato di modellare anche noi a loro immagine e somiglianza? Che alla fine eravamo anche noi morti, frammentati, desolati, muti e parlati tutto questo tempo, come Bruce Willis nel Sesto senso? Siamo anche noi fatti della stessa sostanza dei meme?
Bisogna camminare sulla fune.

In un mondo in cui tutti recitano, in cui tutti si mettono in scena, in cui tanto più si comunica quanto meno ci si dice, la sola parola — «verità» — raggela, infastidisce e suscita ilarità. Tutto ciò che quest’epoca ha di social ha preso il vizio di zoppicare sulle stampelle della menzogna, tanto da non poterle più lasciare.
Non bisogna «annunciare la verità». Annunciarla a chi non ne sopporterebbe la più infima dose vuol dire solo esporsi alla loro vendetta. […] non pretendiamo in alcun caso di dire «la verità», ma la percezione che abbiamo del mondo, ciò in cui crediamo, ciò che ci tiene vivi e in piedi. Tirando il collo al luogo comune, diciamo che le verità sono molteplici, ma la menzogna è una sola, perché universalmente coalizzata contro la più piccola verità che emerga.
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Demain est annulé, Comitato Invisibile, Maintenant)