Mattatoio #3

Di Vultlarp

Un mattatoio per accettare il presente e mutarlo di senso.

  1. Corrispondenze

Il 7 gennaio su Lundi Matin è apparso un articolo dedicato agli strascichi giudiziari del G20 di Amburgo (la traduzione è disponibile su questo numero di Qui e Ora). Si parla dell’apertura, il 18 dicembre scorso, dello spettacolare processo ordito dalla città tedesca contro cinque imputati — di cui tre ancora detenuti — per i fatti occorsi nella mattinata del 7 luglio 2017 sull’Elbchaussee. Certe cose ce le si scrolla di dosso a fatica.

Ci sarebbe inoltre tutto un discorso da fare sulla pratica dell’autoinvito in giro per l’Europa da parte della Polizei per finalizzare i suoi mandati di cattura (peraltro sempre ben accolta). Così come si potrebbe parlare a lungo del simpatico software di riconoscimento biometrico in dotazione alle forze dell’ordine tedesche, Videmo360. Insieme al ritorno smagliante della grandiosa pratica della delazione in versione 4.0: basta qualche upload sulla piattaforma predisposta et voilà, l’infamata è fatta!

Cambio scena. Qualche giorno fa, oltrereno, Luc Ferry (ex ministro dell’istruzione francese) chiede pacatamente, durante una pacata diretta a Radio Classique, di «dare alla polizia francese (la quarta armata al mondo!) i mezzi per difendersi da quei bastardi di estrema destra, di estrema sinistra, dei quartieri popolari».

In quello stesso lasso di tempo, l’attuale ministro dell’interno francese Edouard Philippe informa in una delle ormai consuete «comunicazioni urgenti» che sabato 12 gennaio 2019, oltre alle 80mila unità poliziesche dispiegate per garantire l’ordine pubblico (e più armate del solito), chiunque parteciperà o verrà trovato all’interno di manifestazioni non autorizzate sarà immediatamente schedato e arrestato. Ciliegina sulla torta: riformerà il diritto a manifestare già da febbraio.

Meme o realtà? Nel momento in cui scrivo, non ho altra certezza che il meme, immagine non dialettica di un potere sempre pronto a serpeggiare nei discorsi.

Al di là di ogni malfatto sberleffo memetico, l’atto IX della mobilitazione dei GJ si è tenuto «“‘ad armi pari’”» (se non bastassero le virgolette) — 80mila guardie contro gli 84mila manifestanti in tutta Francia. Metto per prime le guardie perché, beh, semplicemente sono loro a riversare il loro arsenale offensivo-repressivo contro la presenza irriducibile del popolo nelle strade. Un tour de France è come sempre disponibile qui.

Ma non deprimiamoci. Queste cose le sappiamo. No alle filippiche contro i mala tempora che sappiamo bene dove corrono, né panegirici al primo Traiano dei «diritti». Anche perché è ormai evidente che il «diritto» — garante dell’ordine sociale — semplicemente non esiste più. Ecco perché il processo G20-Hamburg, le promesse di Philippe, le minacce di Nancy, le nutellate di Salvini calzano così bene insieme — su sfondo Orban, con tappezzeria ISIS e altri oggetti di arredamento a piacere. Per questo è così importante e allettante la prospettiva di rovinare questa festa.

Per quanto non abbia che qualche domanda, e nessuna risposta.

  1. Oggi il G20 di Amburgo è un processo. Tutta la mia complicità e il mio sostegno va alle arrestate, ai perseguiti, alle incriminate, ai processati; ma allo stato delle cose un processo è nel migliore dei casi un sospiro di sollievo, e un «arrivederci al prossimo tentativo di farvi un culo quadro». Cosa invece può essere ancora in potenza quel magma di pratiche saperi azioni critiche converso ad Amburgo nel 2017? Perché vederlo sempre come report e mai come officina?

  2. La confusione che in Italia impedisce una comprensione di ciò che i Gilet Gialli significano (e non sono) è fitta almeno quanto l’insulsaggine di molti tentativi di esegesi di movimento. È una volontà di sapere puramente speculativa o ha un qualche sottobosco fertile? E che dire dell’attaccamento morboso di certe singolarità militanti a quegli involucri che, a ben vedere, sembrano considerare più dei paramenti o dei feticci? Non avevamo detto «niente soggetto sociale» questa volta?

Del resto, le immagini di Mainte-la-Jolie dello scorso dicembre parlano da sole. Un rastrellamento, ci voleva, per costringere i ciechi a vedere. Un rastrellamento che non fosse in un qualche altrove abbastanza lontano da scorrerci addosso. Che fosse mediatizzato, rimpallato su ogni piattaforma e (come ogni fatto social) presto dimenticato. Eppure, quelle immagini ci consegnano all’esperienza-limite in cui la nostra messa a nudo virtuale si afferma a sua volta come modalità-limite del governo, all’ombra del quale il potere acquista legittimità attraverso un annientamento in potenza promesso a tutti. Tutti.

È tutto (quasi spudoratamente) da manuale: un concerto repressivo a più voci che si rimpalla dalle grigie sale dei palazzi di governo ai tribunali fino a colpire il mondo della vita. Eccola, la vostra Europa. Un’Europa partecipe di un processo di decomposizione:

Non è difficile scorgere, dietro i tentativi di restaurazione autoritaria in così tanti paesi del mondo, una forma di guerra civile permanente. Che sia in nome della guerra contro «il terrorismo», «la droga» o «la povertà», le cuciture degli Stati cedono un po’ da tutte le parti. Le loro facciate restano in piedi, ma servono ormai solo a nascondere un mucchio di macerie. Il disordine mondiale eccede ormai ogni capacità di riordino.
(
50 nuances de bris, Comitato Invisibile, Maintenant)

II. L’hangover della ragione genera troll

Ma è veramente un crollo? Dovremmo piuttosto vederci una trappola per topi che cerca di erigere i propri atti fondativi nel terrore infuso e diffuso. Nella sicurezza somministrata come purga. Nella narrazione di un’emergenza permanente — o di una crisi umanitaria, come sussurrava stamattina Trump alla radio parlando del suo muro al confine col Messico (vi ricorda qualcosa?). Non solo nella criminalizzazione di ogni scarto (che possiamo accettare), ma nel suo riutilizzo strategico come atto distruttivo del «diritto» — e dell’istituzione di un altro diritto, totalmente positivo nella sua negatività: un diritto penale del nemico. Anche solo a volerla vedere da una prospettiva «democratica» e «civile», assistiamo inermi all’evoluzione mostruosa del meglio (del peggio) della tradizione dell common law e di quella a civil law. Un sistema legislativo tentacolare che sia in grado al contempo di costituirsi come codice ed espandersi all’infinito per similitudine, per analogia, per casistiche esemplari. Bruciare per rinascere dalle proprie ceneri. D’altronde, l’Europa del Capitale che si sogna finalmente confusa necessita ancora di tenere viva la confusione derivante dalla contemporanea presenza e assenza di ciò che per due secoli e mezzo è stato il suo necessario supporto: lo Stato.

Ogni potere genera e alimenta e reitera i propri atti fondativi. Manifest Destiny, allegoria della fede cieca e dello spirito di redenzione generato dall’espansione territoriale americana raffigurata da Leutzle in Westward the course of Empire takes its way (e detournato da David Foster Wallace negli anni ’80). L’idea di patria, che ha coinvolto retrospettivamente 700 anni di letteratura italiana, e giunta alla sua apoteosi (o metastasi) nel Risorgimento: Una d’arme di lingua d’altare/di memorie di sangue e di cor (bleah!). I culti rivoluzionari francesi, e la mitologia tedesca che Schelling ne deriva. La dialettica resistenziale, quella repubblichina, la Perestrojka, l’Europa libera dai totalitarismi — la pace repubblicana mentre gli sbirri massacrano Genova, l’ordine repubblicano mentre le banlieue bruciano… Atti fondativi. Sempre. Anche quando sono atti di dissoluzione.

In questo senso, la condizione postmoderna per come ne parla Lyotard è bella e terminata. «Semplificando al massimo, possiamo considerare “postmoderna” l’incredulità nei confronti delle metanarrazioni», ossia nelle legittimazioni onnicomprensive e totalizzanti. Ma il problema della legittimazione non ci riguarda più. La metanarrazione è di fatto già ripristinata. È in ogni discorso che porti lo stigma della «democrazia», dell’«istituzione», del «bene comune». Dei «diritti». Nuovi paradigmi assolutizzati. Un vero colpo da maestro: l’attuale metanarrazione si nutre della sua morte apparente.

È in questo senso che andrebbe letta la radicale transizione sulla faccenda tra la Teoria del Bloom di Tiqqun:

In realtà, il nostro «senso del reale» non si limita mai a una modalità del «senso del possibile che è la facoltà di pensare tutto ciò che potrebbe benissimo essere altrimenti […] Sotto l’occupazione mercantile, la più grande verità su ogni cosa è quella della sua infinità sostituibilità.

(TIQQUN, Teoria del Bloom, p. 29)

e l’ultima pubblicazione del Comitato Invisibile, Maintenant, a distanza di una quindicina d’anni:

La vera menzogna è in ogni schermo, in ogni immagine, in ogni spiegazione che frapponiamo tra noi stessi e il mondo. È la maniera in cui calpestiamo quotidianamente le nostre percezioni. Per cui, fino a che non si tratterà della verità, non si tratterà di nulla. Non ci sarà nient’altro che questo manicomio planetario. La verità non è un qualcosa verso cui tendere, ma un rapporto ineludibile con ciò che c’è.
(
Demain est annulé, Comitato Invisibile, Maintenant)

Non è uno scarto banale. All’ambiguità che fonda il senso della realtà del Bloom subentra nuovamente la necessità di un rapporto con la verità — quella verità che sembrava dovessimo espungere per sempre dal dizionario.

È triste ma inevitabile vedere questa metanarrazione che nega se stessa legittimarsi anche nella percezione di chi è di parte — la nostra parte. Un sentimento straniante di ambiguità e di incredulità in ogni gesto. Eredità taciute del postmoderno. Certe cose, dicevamo, ce le si scrolla di dosso a fatica. La verità sembra non contemplabile: di qui, la percezione del doppio fondo di ogni situazione, l’orrore debordiano dello spettacolo integrato. Poi, solo la memetica (spasmodica forma d’arte popolare) come extrema ratio nei confronti di un mondo che, al suo massimo, va bucato falsificazione dopo falsificazione, layer dopo layer, fino a riveder le stelle; e al minimo — purtroppo — reitera ed estende infinitamente la propria miseria. Anche questa è una questione spinosissima, e meriterebbe un approfondimento: the left can’t meme è stato uno dei cavalli di battaglia dell’alt right statunitense. Come porsi di fronte a questo?

Non posso che fare domande. Ma la questione va posta. Anche perché da questa modalità percettiva si genera l’assoluta certezza (la metanarrazione legittimata) che «per ogni su, c’è sempre un giù», e che ogni tesi contiene già in sé la propria antitesi. Argomento paradossale, la certezza dell’indecidibilità, buono più per chi vuole dissuadere che per chi vuole affermare. Arriva il momento in cui, come indica Marcello Tarì nel suo Non esiste la rivoluzione infelice, occorre «congiungere una realtà con una verità». Perché è ciò che comunque viene fatto: nello stato di cose presente, una realtà frammentata è congiunta a una verità impossibile. Chi non decide, dunque, ha già deciso.

È il caso, tra gli altri, di Raffaele Alberto Ventura in arte Eschaton, che ha recentemente firmato su Esprit un articolo a tema Gilet Gialli in cui dimostra di aver studiato la teoria destituente nelle sue direttrici genealogiche — una linea che dalle riflessioni di Vinale in Potere Destituente arriva ad Agamben, e da Agamben agli agambeniani… Capace di scorgere il rovescio potenziale di ogni posizione — e incapace di assumerne una come atto politico — fa del cortocircuito che si genera da questo contrasto il fulcro del proprio pensiero. Un esempio:

Quando un popolo si rivolta contro la troppa corruzione in realtà si rivolta perché ce n’è troppo poca per soddisfare tutte le clientele che sarebbero necessarie per garantire la pace.

(Eschaton, 6 gennaio 2019)

Questo significa propriamente essersi persi nella casa stregata, nel gioco infinito, eccetera. Questo significa aver accettato il meme come promessa e come minaccia, come unica realtà e unico idolo. Un idolo che generalizza e non può che generalizzare, indeterminatamente, per nascondere il cuore fragile delle proprie tesi. (Scrivo queste riflessioni conscio che ogni singola parola può diventare parodia).

Torniamo alla teoria destituente, liquidata dall’articolista come «romanticismo politico irresponsabile, dunque inaccettabile». A questa deduzione tutto sommato opinabile fa eco un’argomentazione disillusa e cinica:

Sembrerebbe quasi di rivivere l’irresistibile ascesa del Movimento 5 Stelle in Italia a partire dal 2007 […] Per i 5 Stelle come per i Gilet Gialli, l’unità del movimento attorno a un significante vuoto — la lotta del popolo contro il potere — serve prima di tutto a mascherare interessi profondamente divergenti […] Molti hanno ironizzato su questa Insurrezione che viene annunciata nel 2007 dal Comitato Invisibile, e che non veniva mai; invocazione rinnovata in alcune opere successive, e che sembrava quasi la geremiade di un gruppetto di nostalgici. Ora, la storia sembra finalmente aver dato loro ragione: viene, questa insurrezione, e «tiene». […] «Una politica destituente ha un obiettivo limitato ma preciso: creare le condizioni, ovverosia il vuoto, perché un’altra politica, oggi impensabile, si produca». Frase la cui ironia oggi non può che colpire, dato che il vuoto creato dal Movimento 5 Stelle in Italia è stato effettivamente riempito dall’offerta politica della Lega di Matteo Salvini. È questo lo spazio possibile che la potenza destituente dovrebbe aprire?

Certo, è innegabile: dalle nostre parti siamo al nadir dell’agibilità politica. Innegabile e doloroso. E a questo c’è da aggiungere un’altra abbacinante verità: la contraddizione gigantesca che effettivamente il Movimento 5 Stelle ha costituito negli ultimi 10 anni. Un movimento capace di diffondersi tentacolarmente nelle sacche di scontento, di serpeggiare anche in ambienti vicini alla militanza. Un Movimento che, agli albori, è stato votato anche da alcuni compagni come atto più o meno provocatorio e di rottura. Ma qui siamo al paradosso (di nuovo, postmodernissimo) di chi unisce i puntini alla «come cazzo mi pare» perché autorizzato ad avere ragione quanto gli altri. Scritture come questa, in effetti, rifuggono l’attribuzione di un senso come il cane l’acqua. Stanno in perenne bilico tra il serio e il faceto, tra post e shitpost. Qualche amico dice che la sua è una scelta calcolata: tra l’ennesimo libro di critica dell’esistente e il suo riflesso pop nello specchio deformante, il secondo vende meglio. E quindi è assurto agli onori delle cronache con un testo che, constatato lo stato di cose presenti, procede all’abile détournement dell’operaismo/post-operaismo — «è stata colpa nostra», viviamo un «dramma borghese», la nostra è una corsa al «consumo posizionale», la nostra vita è triste perché «abbiamo desiderato troppo». Quasi un’opera di trolling. Che, a giudicare dalla sua attività social, gli riesce pure parecchio bene.

III. Nemmeno due parole sulla «situazione italiana»

La soggettività prodotta (anche quando sedicente intellettuale) partecipa estatica allo spettacolo del proprio annientamento. Ormai non parla più, estraniata com’è da sé stessa e dalla propria condizione. Eppure articola, si dibatte, esprime: per quel gioco di prestigio che fa di tutto «una responsabilità individuale», è parlata dal linguaggio binario di un potere che si è imposto per saturazione oltre ogni possibilità di replica. Ecco l’aperto e il chiuso (i porti), ecco il pro e il contro, ecco la fake news e il fact checking. Ecco Cesare Battisti, ecco Barabba. Ecco la verità e la menzogna insieme. Ecco l’opinione che maschera l’impotenza.

Non c’è da stupirsi se Salvini appare anche nei meme. È la conseguenza inevitabile della sua superimposizione come pura presenza. Non si può dire che non abbia ben interpretato l’espressione «fare i conti con ciò che c’è». Non riusciamo ad alzare lo sguardo quando le procure comminano le loro misure repressive com’è successo recentemente a Torino, per fare solo un esempio quando le città vengono militarizzate, quando gli sgomberi si estendono nei quartieri sempre più lindi e più pinti… e nei nostri volti sempre più smarriti.

Lasciamo stare la tristezza desolante negli occhi dei pupazzi umanoidi a molla, con le loro frasi preregistrate. Parlo — con la mia totale complicità e sostegno a tutte le situazioni e le singolarità in lotta — delle desolate torri d’avorio. Delle coscienze infelici. Di compagne e compagni che presentono o esperiscono altre forme di vita, ma che nella quotidianità si trovano:

1) In una lotta all’ultimo sangue contro la repressione, l’indifferenza, la sempre più desolante distanza che (per quanto si possa argomentare) separa la provincia, la percezione sfigante di sé, dei propri spazi e dei propri tempi. Contro il ripiego verso forme di amicizia su basi politiche, ma non politiche;

2) Catapultati in una molteplicità di situazioni che dà modo di percepire ciò che c’è, guardare davvero, riconoscere immediatamente l’amicizia politica, ma non riuscire a darle corpo in una dimensione duratura — non avere la radicalità di operare una rottura puramente positiva con questo mondo;

Senza contare chi non si degna nemmeno di guardare e guardarsi.

Ecco quindi cosa direi se dovessi esprimermi sulla «situazione italiana» — ma già dirlo, situazione italiana, mi dà i brividi. È che non posso pensare consapevolmente a cosa è «la situazione italiana» se non ponendomi due problemi: uno categoriale quali elementi assegnerò al suo insieme e uno focalechi definisce questo insieme? Io? Altri per tramite di me? Questa combinazione di problemi può reiterarsi all’infinito, estendersi a dismisura in altri problemucci come «cosa vuol dire Io?», eccetera. Per venire poi sbalzata al di là ogni possibilità di guardare.

E lo fa. Si chiama metafisica. Il si passivante. Nascere in un mondo che ci assegna un’individualità accecante e insegna pure a negarla ogni qual volta si possa non poteva che condurci al paradosso. È un pattern molto semplice, un errore di programmazione che dà luogo a vere e proprie cacce al tesoro: un procedimento che glitcha la realtà (dove glitch, in questo caso, è un’anomalia o un errore imprevisto che altera il funzionamento di un videogioco). Quando si scopre un glitch, il gioco cambia per sempre la percezione che ne abbiamo. Da quel momento in poi, il suo spettro alberga sempre in potenza come scorciatoia o banalizzazione.

Così è la realtà che attraversiamo. E così è l’atteggiamento di tante compagne e compagni che cominciano tentando di attraversare l’estremo détournement e bucare lo spettacolo, per finire poi nel gorgo dello scherzo infinito. Lo spettro di Raffaele Alberto in arte Eschaton è riuscire a tenere l’altezza della situazione solo per tramutarla in gioco estetico o morale, in una scacchiera su cui si riserva di essere alfiere o cavallo. Alla costante ricerca di nuovi glitch.

E ora, come in uno Shyamalan twist, cosa scopriremo alla fine? Che lo stato di cose presente, nel suo paiolo di discorsi contraddittori, ha in realtà tentato di modellare anche noi a loro immagine e somiglianza? Che alla fine eravamo anche noi morti, frammentati, desolati, muti e parlati tutto questo tempo, come Bruce Willis nel Sesto senso? Siamo anche noi fatti della stessa sostanza dei meme?
Bisogna camminare sulla fune.

In un mondo in cui tutti recitano, in cui tutti si mettono in scena, in cui tanto più si comunica quanto meno ci si dice, la sola parola — «verità» — raggela, infastidisce e suscita ilarità. Tutto ciò che quest’epoca ha di social ha preso il vizio di zoppicare sulle stampelle della menzogna, tanto da non poterle più lasciare.
Non bisogna «annunciare la verità». Annunciarla a chi non ne sopporterebbe la più infima dose vuol dire solo esporsi alla loro vendetta. […] non pretendiamo in alcun caso di dire «la verità», ma la percezione che abbiamo del mondo, ciò in cui crediamo, ciò che ci tiene vivi e in piedi. Tirando il collo al luogo comune, diciamo che le verità sono molteplici, ma la menzogna è una sola, perché universalmente coalizzata contro la più piccola verità che emerga.
(
Demain est annulé, Comitato Invisibile, Maintenant)

Caro Jean-Luc Godard…

Per la zbeulification1 del festival de Cannes

Apparso in lundimatin#143, il 23 aprile 2018

Caro Jean-Luc,

Ti scriviamo questa lettera mentre in questi giorni tutto sta arrivando ad un momento critico. Vittorio Taviani e Milos Forman sono morti. Loro due hanno avuto, come te, il talento e la volontà di filmare una gioventù politica e disinvolta negli anni 60/70. Il primo in Italia e il secondo in Cecoslovacchia.

50 anni fa Milos Forman presentava a Cannes Al fuoco, pompieri! in solidarietà con il movimento, e l’affaire Langlois [Henry Langlois, direttore della Cinémathèque française, fu licenziato nel 1968 dal ministro della cultura Malraux, cosa che provocò l’insurrezione di registi e attori, ndt], ritirò il suo film dalla competizione. E tu ne approfittasti per fare casino in questo festival, rammentando al mondo che l’arte doveva essere impegno e non uno spettacolo o un’industria. Tu dicevi: Non c’è un solo film che mostri gli attuali problemi operai o studenteschi. Non c’è un solo film fatto da Forman, da me, da Polanski, da Truffaut, non ce ne sono. Siamo in ritardo.

Tuttavia tu sei stato raramente in ritardo. E pensiamo anche che tu sia uno dei pochi a esserti posto tutte le buone o cattive domande. Tu hai fatto volare per aria i codici del cinema. Dando un tocco a tutto, passando dalla fiction al documentario, al video, alla televisione, al saggio sociologico, politico, filosofico, alla scrittura. Tu hai saputo destreggiarti con le parole, con la grammatica ma anche tra l’autonomia e le sovvenzioni, il radicale e il popolare. Tu hai firmato dei film che resteranno nella storia tanto per la loro poesia che per il loro impegno. Oggi fa snob il citarti. Ma è comunque divertente ritrovarti nelle serate militanti con Ici et ailleurs o in delle serate romantiche con Fino all’ultimo respiro e in delle serate orribili Tmtc [argot, sta per qualcosa come “per quelli che sanno”]. Ma è anche la tua ricchezza quella di saper alternare e soprattutto di sapere a chi parlare. Tu ci inciti a riflettere e ad analizzare in questa società del premasticato. Ed ecco che adesso, tu, Jean-Luc, 50 anni dopo, ti ritrovi in questo cazzo di festival. Hanno messo un fotogramma di Pierrot le fou nel loro manifesto. Hanno selezionato il tuo ultimo film, Le livre d’image, nella loro rassegna ufficiale. Tu sei il grande regista!

E se si guarda a quello che accade attualmente nel paese si potrebbe quasi pensare che i programmatori amino giocare con il fuoco e le battute di cattivo gusto. Perché per essere un anniversario ne succedono di cose. Ammetterai che si nuota in pieno cinismo, so french!

Ovunque le istituzioni vogliono commemorare il maggio 68 quando dall’altro lato inviano i blindati a Notre-Dame des Landes o i CRS per sgomberare gli studenti. I ferrovieri si fanno bastonare, gli infermieri disprezzare, i vecchi abbandonare. È semplice, la Francia è di un colore blu CRS e rosso sangue. Marker risvegliati, sono diventati pazzi!
Sappiamo bene che tra due partite di tennis l’attualità non ti sfugge e che tu segui con attenzione quello che succede.
Allora caro Jean-Luc, questa volta sarebbe stupido essere in ritardo. D’altra parte sei solo (non si conta certo su Honoré o Brizé…)
Tu sei l’ultimo, tu l’immortale. Con i tuoi 87 anni sei l’ultimo dei moicani, l’ultimo dei combattenti, il punk del cinema francese.
E poi hai una rivincita da prendere. Poiché tu hai fatto la nouvelle vague, maggio 68, ma il cinema francese suona sempre come fosse vuoto. Si è sclerotizzato, come se la parola politica fosse bandita dalle scuole di cinema. Peggio, l’ambiente si è imborghesito ancora di più e non si può non constatare che è fatto da ricchi e da
figli di nella sua gran parte.

Noi sogniamo. Che tu arrivi a testa alta, 50 anni dopo, che tu sia ancora qui per rompergli i coglioni, per farli tremare e farci vibrare nella modalità non me ne fotte un cazzo, mando tutto all’aria. Ecco, ti si scrive giusto per dirti che se in uno slancio pazzesco tu hai voglia di fare casino per questo cinquantenario di merda, di andare al fronte, se tu avessi ancora voglia di mandare all’aria questo piccolo mondo borghese e centrato su se stesso, se Cannes ti fa ancora vomitare, se la lotta avesse ancora un senso per te, allora sappi che saremo lì, pronti ad aiutarti, in una delle tue ultime battaglie.
Il cinema francese puzza di naftalina e di borghesia malgrado tutte le tue epopee. Allora rendigli onore e spaccagli la faccia. Le brecce sono molteplici, che siano davanti a uno schermo, davanti una linea del fronte, davanti una fila di CRS, in una nube di lacrimogeni, a un blocco della facoltà o in un corteo di testa, si è pronti a far vacillare questo vecchio mondo, insieme.


E allora vai Jean-Luc, come un ultima battaglia, come il più bel film, come la poesia che tu sai fare, con il tuo linguaggio ma che farà eco in noi tutti: che tutto si fotta. ZAD A CANNES E BLOCCO DEL PALAZZO!

Un collettivo di amministratori arrabbiati

1 Dall’argot zbeul (fare bordello, fare casino)

L’albero che nascondeva la foresta

Il processo Tarnac: dieci anni di sovversione.

Cerco spesso di spiegare perché il termine di « militante » politico mi fa problema, anche se comprendo quelli che lo utilizzano. Secondo me pone una separazione tra la lotta e la vita. Io penso che la maniera in cui si vive, con la quale si fanno le cose, è in se stessa una maniera di lottare.

Yldune Levy, intervista al Nouvel Obs del 13 aprile 2018

Il processo cosiddetto di «Tarnac» che si è svolto nelle scorse settimane nell’antico palazzo di giustizia di Parigi e conclusosi con la vittoria schiacciante degli «accusati», ovvero con l’assoluzione per Yldune Levy e Julien Coupat imputati di sabotaggio delle linee dell’alta velocità, per loro due insieme ad altri due per violenza e associazione a delinquere per via di un riot durante il summit sull’immigrazione a Vichy nel 2008, per tutti il rifiuto di consegnare il proprio DNA, solo un compagno è stato condannato a 4 mesi con la sospensione per ricettazione di documenti falsi. Ma ricordiamo che per anni l’accusa principale era di aver costituito un gruppo terroristico, «un gruppo di ultrasinistra, di tipo autonomo, che intratteneva legami con movimenti estremisti internazionali». La grande prova di tutto ciò si basava su di un libro, L’insurrezione che viene, sui contatti e sulle amicizie internazionali che gli imputati intrattenevano e su illazioni provenienti da poliziotti infiltrati e false testimonianze. Ma negli anni molto è accaduto: le insurrezioni arrivarono, la crisi del capitale urlava ai quattro angoli del mondo, grandi movimenti rimbalzavano da un lato all’altro del globo e in Francia un nuovo movimento autonomo è nato tra le università e la ZAD, tra i licei e le comuni agricole, tra il vecchio mondo operaio e il nuovo mondo dei precari a vita. Il mondo non è più quello che era e una delle prove di questa trasformazione la troviamo anche nel come è finita questa storia.

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Considerando quello che è stato tutto il suo svolgimento, quello che si conclude oggi è tra i più importanti processi politici riguardante i rivoluzionari degli ultimi decenni. Oltre che per il significato politico generale che ha acquisito nel tempo, questo processo entra oggi direttamente nell’attualità in particolare per ciò che concerne la strategia usata dagli accusati nel processo e per il singolare momento che si sta vivendo in Francia in questi stessi giorni. Il suo svolgimento è ricco di insegnamenti per tutti ben oltre i confini francesi, non fosse altro perché questi compagni e compagne fanno parte di quella generazione che si è politicizzata durante il ciclo noglobal e che come tanti altri e altre, mentre conducevano la loro esistenza politica nel loro paese, hanno fatto dell’intero continente, se non dell’intero globo, il loro campo di azione. E ripetiamo che non bisogna dimenticare che questo processo si colloca temporalmente dentro un momento di grande tensione nel contesto francese: università occupate, scioperi illimitati, battaglia alla ZAD, lotta dei migranti.

In questo breve articolo metteremo in luce alcuni aspetti che questa storia e questo processo hanno rivelato, aspetti attraverso i quali si rendono visibili tra i maggiori enjeux, per dirla alla francese, con cui ci è utile misurarci. A parte le considerazioni sulla «profanazione» della procedura processuale, per provare a descrivere cosa oggi rappresenta nella società francese la presenza di un forte polo di riflessione e organizzazione rivoluzionaria non ci si appellerà principalmente a documenti provenienti dalla mouvance, ma a una doppia pagina del quotidiano Le Monde uscita il 15 marzo 2018, ovvero due giorni dopo l’inizio del processo nella Salle des criées del palazzo di giustizia parigino. Le due pagine vedono in successione un articolo di Nicolas Truong – «Il Comitato Invisibile, dieci anni di sovversione» – che cerca di tracciare una storia pubblica, “visibile”, di una tendenza sovversiva che ha sfondato il muro della marginalità e lo fa a partire dalla antica rivista cartacea Tiqqun per arrivare a quella elettronica Lundimatin, passando per i libri a firma del Comitato Invisibile, azzardandone un bilancio; una tribuna in difesa degli accusati e contro la governance macroniana sottoscritta da diversi intellettuali; un articolo che mette a confronto la vicenda esistenziale dell’attuale presidente francese Emmanuel Macron con quella di Julien Coupat e sull’anarchia che secondo gli autori dell’articolo entrambi rappresentano; infine una brillante intervista fatta da Truong alla poetessa e scrittrice Nathalie Quintane sui rapporti attuali tra politica rivoluzionaria ed estetica, o meglio, sulla politicizzazione dell’estetica che l’attività prima di Tiqqun e poi del Comitato Invisibile e del sito web Lundimatin ha condotto negli ultimi anni.

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«Quale che sia la sentenza, da quest’aula usciremo più forti di come ne siamo entrati».

Innanzitutto il processo. La tattica usata dei compagni è del tutto inedita. Non la classica dichiarazione politica iniziale e poi il silenzio, non il processo di “rottura” e nemmeno la delega assoluta agli avvocati difensori, bensì una difesa libera e di attacco condotta in prima persona e arricchita da piccoli accorgimenti, come il fatto che per evitare di doversi alzare in segno di deferenza quando entrava la corte gli 8 accusati, una volta entrati in aula, restavano in piedi fino a quel momento. Nessuna passività, nessuna postura ideologica ma la capacità e il coraggio di intervenire direttamente nel dibattimento, anche senza andare alla sbarra, interrompendo l’eloquio di giudici e avvocati, contestando una per una le storture dell’inchiesta, la manipolazione politica e poliziesca, non tralasciando di mettere in ridicolo l’amministrazione di una giustizia asservita alla polizia, come Julien Coupat ha dichiarato alla giudice citando Michel Foucault. Rifiutando di rispondere alle domande morbose e alle questioni insinuanti. Trattando da pari a pari chi di solito si pone come incarnazione della trascendenza del potere. Non tralasciando la possibilità di usare la mediatizzazione del processo come tribuna per mostrare il funzionamento dell’antiterrorismo in quanto mezzo di governo e rivendicando la propria esistenza come quella di rivoluzionari, di persone che lì come in strada fanno quello che hanno sempre fatto: resistere e combattere.

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Mathieu Burnel, rivolgendosi alla giudice nella sua dichiarazione finale, ha potuto quindi dire: «Tutti voi avete detto che ciò che stava accadendo qui era qualcosa di “eccezionale” (…) Quello che ho visto non è affatto eccezionale, è qualcosa di estremamente banale: differenti partiti che sono in disaccordo e che dibattono, discutono, parlano. Ovvero quello che è sempre successo in tutte le aggregazioni umane. È banale e normale (…) Quello che voi considerate fuori dal comune è che non siamo entrati qui abbassando gli occhi, inchinandoci e sottomettendoci al piccolo rituale di sottomissione che costituisce la vostra vita quotidiana (…) Siamo venuti qui con una certa curiosità di vedere il funzionamento di questo edificio che conoscevamo ovviamente, ma non questa stanza. Ma per essere onesti, Signora Giudice, non abbiamo scoperto molto altro rispetto a quello che ci aspettavamo. Un rituale, un po’ di teatro (…) Ognuno giocava il suo ruolo, la sua piccola musica, la sua piccola indignazione (…) In realtà io credo, Signora Presidente, che ciò che vi abbiamo obbligato a tollerare in queste tre settimane, quello che voi ci rimproveravate ieri sera [“non ho mai visto persone più maleducate di Julien Coupat e Mathieu Burnel”], è che siamo stati i soli a non giocare nessun ruolo, a non fare come se, a non giocare al piccolo gioco della giustizia. Ci siamo accontentati di difenderci (…) Quello che è accaduto in questi giorni di processo e che i meno ispirati tra i giornalisti hanno preso per leggerezza, puerilità, insolenza o arroganza, è che noi siamo riusciti a sospendere, a destituire temporaneamente un certo regime di enunciazione (…) non abbiamo adottato una posizione di rottura, abbiamo solo parlato quando ci è parso necessario (…) abbiamo riso quando il discorso era divertente o si faceva grottesco e siamo stati dotti quando ci è parso necessario esserlo (…) Cosa è accaduto in questi giorni che voi dite così “eccezionale”? Un piccolo spostamento, un piccolissimo spostamento. Vi aspettavate di vedere il “gruppo di Tarnac”, un guru, una setta, dei «militanti politici», degli «anarco-autonomi», dei professionisti del riot o dei teorici della rivoluzione violenta o chissà che altro, ma alla fine vi siete trovati noi di fronte: Manon Glibert, Julien Coupat, Benjamin Rosoux, Yildune Lévy, Christophe Becker, Bertrand Deveaud, Mathieu Burnel. E io credo che alla sbarra siamo apparsi del tutto banali, normali (…) Questo minuscolo spostamento lo abbiamo provocato noi, ma è dentro di voi che ha operato. Voi avete capito durante questi giorni di processo che quello che si trova di più singolare nei rivoluzionari consiste nel fatto che sono costituiti da ciò che vi è di più comune (…) Non abbiamo bisogno di empatia e d’altronde non ci siamo mai lamentati. Quello che abbiamo fatto durante questi dieci anni è quello che sappiamo fare: combattere (…) Si trattava di attestarsi su di un rifiuto centrale e sovrano: quello di non accettare di essere schiacciati. Le forze coalizzate contro di noi erano molte e potenti. Noi abbiamo dovuto trovare le risorse, il tempo, la forza e le complicità. Ci siamo tenuti a questa piccola ma irriducibile verità: voi non ci schiaccierete. Il “noi” qui non è limitato a noi otto, ovviamente, ma riguarda tutti quelli che sono stati colpiti indirettamente da questa operazione politica, mediatica e giuridica. Noi e i nostri amici, che sono numerosi (…) Quale che sia la sentenza, non ne usciremo indeboliti Signor Procuratore, ma più forti, da quest’aula usciremo più forti di come ne siamo entrati, più forti di dieci anni fa (…) Credo, Signora Giudice, che voi non sarete in grado di giudicarci (…) La possibilità di giudicare, fondamentalmente, è un attributo divino. Bisogna poter sondare le anime, essere moralmente superiori, bisogna essere infallibili e soprattutto il più distante possibile, nei cieli, da quelli che si pretende di giudicare. Salvo essere Dio, giudicare è sempre un po’ una usurpazione (…) Per essere in grado di giudicarci bisognerebbe che noi ci sentissimo «giudicabili», che noi fossimo disposti a sentirci colpevoli, ad ammendarci del male che avremmo commesso contro «la società» (…) Per poterci giudicare, bisognerebbe anche che voi aveste il sentimento, la convinzione di «difendere la società». Io non ho la capacità di leggere nelle vostre anime ma sono assolutamente persuaso che nessuno tra voi ne è convinto. Quello che ha sospeso, gelato, destituito il protocollo e il rituale di giustizia per tre settimane, è che è apparso un elemento terribilmente umano che vi ha sicuramente inquietato. Avete dovuto accettare di uscire dalla forma istituzionale per mantenere superficialmente il suo svolgimento. Quando ieri mi avete detto che non avevate mai conosciuto delle persone più maleducate in tutta la vostra vita, io non vi credo Signora Presidente. Credo che voi mentiate. Il fatto è che voi cercate di mantenere le forme, qualche distanza, senza le quali non avreste altra scelta che togliervi la toga e invitarci a prendere un dolce ai Deux Palaces (…) In realtà, Signora Presidente, se voi foste davvero in grado di giudicarmi, mi battereste la mano sulla schiena dicendomi: «Signor Burnel, voi e i vostri amici vi siete battuti magnificamente e questo impone del rispetto. Sono veramente desolata per quello che vi ha inflitto la mia istituzione. Non è una condanna che meritate ma le nostre più sentite scuse». Ma voi non potete farlo. (…) E’ una delle asimmetrie evidenti di questo processo: voi siete meno liberi di noi. Noi possiamo non giocare al gioco della giustizia, voi no. Anche se umanamente sapete che è tutto una farsa, voi siete tenuti istituzionalmente e simbolicamente a celebrarla. Voi non potete realmente giudicarci, potete solamente cercare di preservare l’istituzione.».

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Julien Coupat invece ha puntato le armi della critica contro un sistema di giustizia che dal Medio Evo ad oggi non è mai veramente cambiato, servendo imperatori, re e repubbliche: « Sono mille anni che questo palazzo di giustizia esiste; sono mille anni che la gente soffre in questi luoghi (…) Tutta la procedura penale francese deriva dall’integrazione delle pratiche inquisitoriali nell’apparato di Stato. Correva del sangue e questo disturbava. La Chiesa preferì fosse lo Stato ad occuparsene (…).

Ma egli aggiunge qualcosa che ha a che fare con l’etica, la propria etica: «L’interrogatorio che voi avete fatto a T3 [un poliziotto] mi ha toccato al cuore. Ho trovato la vostra maniera di porre le questioni molto forte. Vederlo decomporsi, divenire afono, non sapere più come mentire, tutto questo mi ha riempito di tristezza. Vedere un uomo cadere non mi dà mai piacere. E non è per umanismo, ma per sensibilità. Ma so fare le differenze. So fare la differenza tra la gendarmeria e la SDAT e quindi la differenza tra T2 e T3. T2 fa parte di quelli che hanno sparato su Mesrine; e non è qualcosa da niente. Vale dei gradi, delle medaglie (…) Il PM ha fatto un errore ideologico dicendo «Non sono un vostro nemico». Io penso invece che egli ha giocato il suo ruolo, quello che è notevole è la costanza con la quale ha continuamente mentito. D’altra parte in ebraico “procuratore” si dice “Satana” (…) Quello che possiamo toccare con mano qui è l’irrazionalità profonda che dimora nel cuore della ragione di Stato (…) Noi non abbiamo praticato una difesa di rottura. Non abbiamo insultato il tribunale; abbiamo risposto alle vostre domande. Non abbiamo fatto dichiarazioni martiriologiche sulla giustizia borghese, lo avrete notato (…) Foucault: “Non è per il fatto che io abbia dei diritti che sono abilitato a difendermi, è perché io mi difendo che ho dei diritti. Il diritto non è niente se non prende vita dalla difesa che lo provoca (…) Difendersi significa rifiutare di giocare il gioco del potere” (…). In generale il giudice penale si trova di fronte delle persone non armate per difendersi. La singolarità di questo processo è semplicemente che gli accusati avevano i mezzi per difendersi (…) Vorrei dedicare questo processo a tutti quelli che non hanno i mezzi per difendersi, a quelli che sono condannati nel silenzio, senza poter dire una parola».

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Tutti i cronisti presenti hanno dovuto constatare fin dalle prime battute del processo che si era di fronte a una strana procedura giudiziaria, dove quasi sempre pareva come se fossero gli imputati a vestire i panni dell’accusa mentre la pubblica accusa era ridotta a parare i colpi. Difendersi, insomma, non vuol dire necessariamente cercare di evitare i colpi o delegare esclusivamente alla tecnica giuridica la loro contestazione, ma opporre un’altra narrazione, un’altra storia, un’altra maniera di essere al mondo, in sostanza imporre la propria presenza.

In una saggio su Kafka, Giorgio Agamben scriveva che il processo esiste «solo nella misura in cui egli [l’accusato] lo riconosce» (K) ed è esattamente questa la situazione che si è creata: gli accusati si sono rifiutati di riconoscere il giudizio in quanto dispositivo per la produzione della verità, disattivando in questo modo il rito teatrale che ogni processo mette in scena. Ciò si fa ad esempio rifiutando di accettare di riconoscersi nell’alternativa binaria innocente/colpevole che sempre caratterizza il meccanismo del tribunale. L’accusa, basata sui dossier della polizia, è stata fatta letteralmente a brandelli e se l’accusa, come dice Agamben, è l’essenza stessa del diritto e solo essa definisce il processo, allora, se quella viene neutralizzata non c’è più processo, quello che c’è appare più come qualcosa che ha a che fare con il gioco, un altro gioco che quello della giustizia. Un gioco molto serio, come tutti i veri giochi, e qui si trattava di uno talmente serio da mettere in gioco la vita stessa degli accusati e ricordiamo, viste le tante volte che è stato tirato in ballo Michel Foucault durante il procedimento, le parole dedicate dal filosofo francese alla parresìa, ovvero allo scandalo del dire la verità, la propria verità di fronte al potere. Ed è questo, evidentemente, che media e giudici hanno trovato sconveniente, maleducato, «sconcertante» come ha scritto un giornalista, scandaloso appunto.

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Perché è scandaloso il fatto che Julien Coupat abbia fatto notare quanto l’attuale procedura giudiziaria sia la logica continuazione di quella dell’Inquisizione, di quanto sia ridicolo il dibattito sulle manifestazioni pacifiche o meno davanti a una giudice che può oggi giudicare in nome del popolo francese solo perché nel 1789 una violenta rivolta, che iniziò con la distruzione di una prigione e terminò con il taglio della testa del Re, proclamò la Repubblica. Si è trattato di una vera e propria profanazione del tribunale e cioè dell’operazione che, sempre secondo Agamben, definisce il fatto di riportare all’uso comune qualcosa che era stato separato e inserito in una sfera «sacra». In questo caso l’uso comune è consistito nell’appropriazione della parola, liberata dal diritto, dalla cosiddetta educazione e anche dall’ideologia. È per questo che si può ben dire che i nostri compagni e compagne sotto processo a Parigi hanno destituito il tribunale in quanto amministrazione del regime di verità del potere.

«Noi non vogliamo rinchiuderci in un ghetto radicale»

Per comprendere il processo, come anche tante altre cose che accadono in Francia, è molto utile leggere come la stampa mainstream cerca di comprendere il «fenomeno» che prende il nome di Comitato Invisibile. L’articolo di Nicolas Truong che apre lo speciale di Le Monde dedicato non al processo in quanto tale ma a coloro che lo subivano, si intitola infatti «Comitato Invisibile. Dieci anni di sovversione» e comincia rammentando l’uscita nel 2007 di un piccolo libro dalla copertina verde, edito dalla casa editrice La Fabrique, il quale si intitolava «L’insurrezione che viene» e che in poco tempo «incendiò la sfera radicale». Da allora, scrive Truong, i suoi membri sono invecchiati, hanno viaggiato, hanno combattuto e quindi hanno «imparato molto». È così che il giornalista si spiega l’iniziativa tenutasi alla Bourse du Travail (sede dei sindacati francesi) e in uno squat lo scorso 27 gennaio a Parigi, la quale era un’iniziativa non sul lavoro ma contro il lavoro e dove si potevano ascoltare celebri filosofi come Pierre Musso, scrittori come Alain Damasio, lavoratori in lotta, il regista di teatro Silvayn Creuzevault, Franco Piperno o Alessi dell’Umbria, Frederic Lordon, militanti per il reddito universale, giovani barricadieri, sindacaliste di Sud, oltre che ovviamente gli amici e le amiche del Comitato Invisibile. Uno di loro ha detto che se c’è una cosa che i governanti hanno veramente sbagliato nei loro calcoli mettendoli sotto accusa è stata quella di credere in questo modo di isolarli, mentre ciò che è accaduto è non solo l’attivazione di una grande solidarietà – si veda ad esempio la tribuna, nelle stesse pagine, in appoggio agli accusati firmata da personaggi come Alain Badiou e da Giorgio Agamben, dal sociologo Eric Fassin e dalla filosofa Isabelle Stengers – ma la nascita di vere e proprie complicità.

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È per meglio comprendere questo passaggio che Truong dedica buona parte del suo articolo al lavoro del sito Lundimatin, il quale non è semplicemente una «riuscita editoriale» con centinaia di migliaia di visite settimanali, ma un luogo nel quale si può trovare nello stesso numero un articolo proveniente dalla ZAD e uno scritto del filosofo talmudista Ivan Segre, una analisi della strategia insurrezionale dei movimenti autonomi insieme a un testo di Jean Luc Nancy o di qualcuno dei più famosi scrittori francesi. Insomma ciò che Truong trova allo stesso tempo sconcertante e vincente è il fatto che il Comitato Invisibile sia riuscito sostanzialmente in una operazione di egemonia tanto a livello della piazza quanto su quello intellettuale: «Dalla rivista Tiqqun a Lundimatin, passando per L’insurrection qui vient, l’area insurrezionista [in Francia usano questo vocabolo per distinguerla dalla vecchia area insurrezionalista, ndr] ha, tra chiusure e aperture, aperto un cammino». L’intervista che lo stesso Truong pubblica nella pagina successiva alla poetessa e scrittrice Nathalie Quintane è molto istruttiva in relazione a coloro che si sono «incamminati».

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La prima domanda a cui Quintane è sottoposta infatti concerne in che cosa il «caso Tarnac» ha modificato il suo rapporto alla letteratura e alla scrittura [nel 2010 ha pubblicato anche un romanzo, Tomate, ispirato da quell’accadimento] e lei risponde che «improvvisamente il reale non era più un “effetto” a vocazione estetica», ovvero che l’irruzione della brutalità poliziesco-governamentale in delle vite «tranquille (la mia almeno)» la costringeva a prendere in conto e a comprendere qualcosa che fino a quel momento gli era sfuggito o che forse aveva «dimenticato» e che, attraverso la scrittura, si trattava di far riemergere: «una genealogia cancellata dalla sinistra, terribilmente marginalizzata, relativizzata o ridotta (l’antifranchismo, il Maggio 68 e ciò che ne è seguito ad esempio). Essendo poeta ero forzatamente sensibile a questa marginalizzazione e a questa cancellazione. La storia delle avanguardie storiche nella poesia e l’influenza che hanno esercitato sono state sempre minimizzate in Francia».

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C’è da dire che anni fa la stessa Quintane tenne una conferenza dal significativo titolo “Perché l’estrema sinistra non legge letteratura?” e l’intervistatore le chiede se è ancora dello stesso avviso e in che cosa la letteratura può essere utile al pensiero critico. Lei risponde che, effettivamente, la sua interrogazione riguardava i due lati, ovvero sia la letteratura in quanto tale che la militanza nell’estrema sinistra, e che quello che notava era una sostanziale reciproca estraneità. Cosa che in Italia possiamo ancora oggi vedere all’opera: non solo l’estraneità in generale degli ambienti militanti verso la letteratura ma verso tutte le arti e viceversa. Ed è un’opera di distruzione delle possibilità rivoluzionarie.  Eppure giustamente Nathalie Quintane dice «non capisco come si possa rimettere in causa lo status quo (è così perché è così e non può essere altrimenti) e neanche interrogarlo, criticarlo, se lo si fa in una lingua che è una pura emanazione di questo status quo e che contribuisce a mantenerlo». Secondo lei i lettori preda del mercato possono scegliere giusto tra una letteratura reazionaria che disincanta e una letteratura reazionaria che incanta. Della letteratura, della poesia, del teatro, della musica, in realtà non sappiamo che uso farne nella quotidianità, tutte queste cose appaiono occupare delle «parentesi» nella vita ma non la vita in se stessa. Ma è proprio dentro questa atmosfera che a suo avviso si è inserita l’opera del Comitato Invisibile, politicizzando l’estetica appunto e sfondando le «parentesi»: «I testi del Comitato Invisibile sono molto “scritti” … Molto coscienti di ciò che può una letteratura critica… almeno loro non hanno mai avuto dubbi su questo! E l’avvenire gli ha dato ragione. Il loro saggio L’insurrezione che viene (2007) ha avuto un effetto sociale certo, in particolare sulle giovani generazioni. Ho incontrato molti ex-liceali che si sono “politicizzati” leggendolo e che fanno un uso tutt’altro che solo estetico di quella prosa». E conclude questa risposta notando quanta inventività e fantasia infatti mostrano le tag che tappezzano le città francesi in questi ultimi due anni. E insomma «sì, è vero, una parte dell’estrema sinistra oggi legge più letteratura… e sono giovani».

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Infine qualche parola su questo curioso articolo scritto da uno psichiatra, Raphaël Gaillard, insieme a un filosofo-economista già consigliere dei socialisti, Jérôme Batout, che cerca di mettere in parallelo le vite di Emmanuel Macron, l’attuale presidente francese, e di Julien Coupat, uno degli accusati che al tempo fu indicato come «capo della cellula invisibile» e che ancora oggi la polizia politica ritiene essere l’organizzatore occulto di tutte le rivolte e le sommosse francesi (!). I due agenti dell’ordine raccontano di aver riletto L’insurrezione che viene e che si sono trovati «stimolati dalla sua portata psicologica e politica», portandoli a domandarsi se l’anarchia sia oggi non tanto una referenza ad una antica tradizione del radicalismo politico francese ma una «metafora utile a comprendere una delle caratteristiche dell’individuo contemporaneo in questo inizio del XXI secolo». Per procedere nella loro dimostrazione essi mettono in comparazione, appunto, la due vite: entrambi nati in ambienti borghesi nei primi anni 70, tutti e due figli di medici, educati alla scuola dei gesuiti e poi nei grandi stabilimenti francesi (ENA, Essec). Quindi compiono qualche acrobazia citando qualche passaggio del Comitato Invisibile e del libro di Macron En marche e il gioco è fatto, ovvero che entrambi sono anarchici poiché non vogliono rispettare le “regole” esteriori per imporre le proprie. Ma tutto questo secondo loro non è tanto leggibile politicamente, essi riconoscono che nulla è più lontano tra le due vite politiche, ma «psicologicamente», il che a loro avviso è oggi un grande vantaggio performativo, un gioco pericoloso ma che se funziona è estremamente potente. I due sono d’accordo con la constatazione che più volte il Comitato Invisibile ha fatto, ovvero che oggi non è più un’opzione considerare questo mondo come anarchico, ma sbagliano ovviamente nel comprendere cosa questo voglia dire e cioè che non vuol dire che tutti sono o devono diventare anarchici ma che in un mondo senza più fondamenti ogni potere è illegittimo. E se avessero avuto la pazienza di leggersi anche gli ultimi scritti di Giorgio Agamben avrebbero potuto tirare un’altra conclusione dalla loro comparazione, ben più convincente e per nulla psicologizzante. Se il problema, scrive il filosofo, è che il capitalismo e il governo sono capaci di catturare al loro interno qualsiasi cosa, qualsiasi desiderio, ciò è perché sono innanzitutto capaci di catturare l’anarchia al proprio interno – e questo è il vero senso della citazione di Pasolini che i due agenti fanno nel loro articolo: niente è più anarchico del potere – allora il compito è quello di far emergere la vera anarchia e questo è possibile solo disattivando, destituendo e distruggendo le opere del potere. Anche partendo da un semplice processo penale.

«Tarnac. L’albero che nasconde la foresta», recitava lo striscione di una manifestazione parigina in solidarietà con gli accusati dieci anni fa. Oggi non è più così e la battaglia che in questi giorni si sta giocando a Notre Dame des Landes, nelle università, nelle ferrovie e in moltissimi altri settori sociali francesi ci dicono di un’altra semplice e irriducibile verità: la foresta si è mossa e tutti la vedono.

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Da Parigi ai nostri amici dispersi per il mondo

Pubblicato in lundimatin#135, il 26 febbraio 2018

Da qui, da questo paese in cui respiriamo male un’aria ogni giorno più rarefatta, dove ci sentiamo ogni giorno più estranei, non poteva che succederci questa usura che ci mangiava, a forza di vuoto, a forza d’impostura. In mancanza di meglio, ci pagavamo con le parole, l’avventura era letteraria, l’impegno platonico. La rivoluzione domani, la rivoluzione possibile, quanti tra di noi ci credono ancora?

Pierre Peuchmaurd, Plus vivants que jamais (1968)

La brace cova sotto la cenere dell’anestesia macroniana. Il governo lo sa. È per questo che fa attenzione a risparmiarsi ogni prova critica. È per questo che attacca solo i deboli, o quelli che si dichiarano vinti in anticipo. È la strategia della non-battaglia: una guerra la cui vittoria consiste nello schivare ogni prova di forza decisiva. Non c’è alcuna adesione alle manovre governamentali al di fuori delle sfere governamentali, esse stesse del tutto mediatiche. Vi è invece un’immensa indifferenza, una disaffezione, una stanchezza e una demoralizzazione, una demoralizzazione alla quale i proprietari dello spazio pubblico lavorano assiduamente, giorno dopo giorno, Ma dalla fine deludente del movimento contro la legge Lavoro, vi è anche un insieme di energie diffuse, un insieme di diserzioni impercettibili che tracciano discretamente il loro cammino. Vi è un elemento infiammabile in sospensione che attende solo un’occasione per riaggregarsi, un’occasione che non sia la ripetizione meccanica della tattica superata del «corteo di testa». A questo si aggiungono, malgrado la sapiente comunicazione governamentale, così prodiga in contro-piedi, in effetti sorpresa, in giochi virtuali e altre finzioni, i primi effetti della politica realmente esistente. Questi effetti reali suscitano uno scontento che non si lascia stordire facilmente da tutti questi artifici. Se tutto non è alla fine, il burn out generale non è così lontano. Allora perché non mettere tutto Fuori Servizio, prima di essere se stessi Fuori Servizio? Invece che attendere che il potere ci dia l’occasione, cosa che non farà mai, di fermare il treno del malessere sul quale ci trasporta, perché non farla precipitare noi stessi questa occasione? Perché non deciderla? E poiché, in fondo, tutte le ragioni di fare una rivoluzione sono riunite, perché non darsi delle date e concentrare le forze?

Sembra che vi sia chi nel prossimo maggio vuole commemorare il maggio 68. Noi, francamente, ce ne sbattiamo del maggio 68. Si è fatto di meglio. Le nostre scritte durante la primavera 2016 relegano quelle del 1968 alla categoria del «si può fare di meglio», in quantità come in qualità. Onestamente tra «nel sabotare c’è della bellezza» e «godere senza tempi morti, vivere senza ostacoli» non c’è partita. C’è tutta la distanza tra il frizzante e il laborioso. E i nostri scontri, non c’è che dire: meglio organizzati, meglio equipaggiati, senza bisogno di servizi d’ordine trotskisti o maoisti, senza necessità di assemblee generali interminabili, senza capi. Tutto in fluidità, in molteplicità, in intelligenza della situazione. Solo che per noi, siccome siamo ancora qui, non c’è nessuno per commemorarci. Certo, d’accordo, non abbiamo bloccato il paese. Le occupazioni non sono state questo. I sindacati hanno completamente mandato in vacca gli scioperi. Non eravamo milioni come nel 1968. E poi, si ha un grosso problema di prospettiva: prima era sufficiente riprendere il mondo tra le mani più o meno così come era, adesso da un lato il mondo è completamente fottuto e dall’altro è talmente orribile che spesso non ce ne si può far nulla, a parte mandarlo al macero. Insomma, prima bisognava giusto riappropriarsi di ciò che c’era, adesso in più bisogna distruggere e riparare. Senza contare che anche noi non siamo proprio in buone condizioni. Allora, tutto questo significa che c’è molto lavoro da fare, il quale richiede molta immaginazione, molta sensibilità e una sufficiente disposizione alla metamorfosi.

Per quanto ci riguarda, quello che riprendiamo dal maggio 1968 sono 4 cose: 1- c’erano già dei «teppisti» all’epoca, ma quando si è tanti teppisti non si è più dei teppisti si è un evento; 2- non si arriva a nulla se non si perviene a bloccare il paese; 3- il livello di devastazione della Terra, la perdita di senso di tutto, la zombificazione della gente, l’aberrazione dell’ordine sociale, il trionfo della tecnocrazia e l’estensione del malessere, il capitalismo si è applicato a realizzare tutto quello che si diceva di lui nel maggio 1968; 4- poiché nel 68, organizzando l’abbondanza il potere ha raccolto la rivolta, si è detto che organizzando la penuria avrebbe forse avuto la calma. Non è sicuro che abbia avuto la calma, ma la penuria, si sa, non c’è dubbio che vi si sprofonda tranquillamente. Dunque, noi, ce ne fottiamo del maggio 68. Che Cohn-Bendit sia amico di Macron e Debord alla Bibliothèque Nationale non ci fa né caldo né freddo. E soprattutto non sono buone ragioni per non darsi appuntamento al prossimo maggio, vista la situazione. Non si lascerà che Macron svolga i suoi piani tranquillamente per i prossimi dieci anni. Non lasceremo che marcino sulle nostre teste recitando Moliére. Noi vogliamo distruggere il disastro.

Si potrebbe dunque fare così: invece che commemorare il 1968, cercare di organizzare un bel mese di maggio 2018. Far montare dolcemente la pressione attorno alla manifestazione dei ferrovieri & Co. del 22 marzo (quale sarebbe una strategia che metta fine alla maniera in cui la prefettura ha messo fine al «corteo di testa»? Perché non chiamare quella sera a una grande discussione aperta a tutti su quello che si potrebbe fare a maggio?). Tessere dei legami con quelli che vorrebbero far qualcosa ma che vedono anche che le «potenti centrali sindacali» non sono più «uno strumento di lotta adeguato», per dirla educatamente.

Tra il 22 marzo e il 31, far qualcosa per far comprendere al governo che sgomberi=scontri, che sia per la ZAD, i migranti o i luoghi occupati.

In aprile, restare presenti, tenere gli occhi aperti, ma soprattutto preparare un Primo maggio rivoluzionario a Parigi – gli ultimi due non sono stati male, malgrado la crescente ferocia delle tattiche poliziesche. In più, sicuramente, vista la data, vi saranno un sacco di greci, di italiani, di americani, di inglesi, di belgi, di tedeschi un po’ intrippati sul maggio 68 o su quello che è successo in Francia negli ultimi anni. Evidentemente bisognerà pensare a invitarli esplicitamente a venire per questa occasione, invitarli anche a restare e dunque accoglierli e fargli sentire che sono i benvenuti. Per il resto, tutto è da costruire – occupazioni, blocchi, scioperi, start-up da mandare all’aria, notti passate a discutere, manifestazioni selvagge come non si osa più farne, manifestazioni, una bordelizzazione del centro yuppificato di Parigi, non sono certo i bersagli né le occasioni che mancheranno in questo maggio 2018. Per questo bisogna cominciare da subito a captare le componenti disponibili di ogni orizzonte.

In poche parole: far crescere il nostro vantaggio (che cosa? voi celebrate il 68 e la rivolta sarebbe illegittima, l’occupazione illegale, il collasso del potere inimmaginabile, la rivoluzione impossibile e la felicità vietata??!!)

Far crescere il nostro vantaggio fino al punto di rottura.

A presto per discuterne in privato!

Niente è finito, tutto comincia.

«Il rivoluzionario è sempre stato un viandante»

di Marcello Tarì

Su Fragmenter le monde di Josep Rafanell i Orra (éd. Divergences, Paris 2018)

Questo articolo è apparso, in francese, su Lundi Matin del 29 gennaio 2018

Questo di Josep Rafanell i Orra è un libro di avventure, un portolano, un invito a gettare via il superfluo ed a mettersi in viaggio, uno per il quale non importa tanto la meta finale quanto ciò che accade durante il cammino. Ma se è vero che l’origine è la meta, allora, che si percorrano mari, terre, cieli, autostrade o carceri, la riuscita si giocherà sempre all’incrocio di quell’itinerario che saremo capaci di fare dentro noi stessi con quello compiuto con Altri: una fuga in me stesso e le armi che raccoglierò nella fuga non saranno altro che gli incontri felici che farò in una vita.

Il contrario di una situazione rivoluzionaria è quando tutto viene considerato «già fatto» e il tempo come «compiuto», cioè quando non c’è più passato e non c’è più divenire e quindi non si vedono più vie d’uscita dal presente dominante.

In altri termini, potremmo dire anche: quando non c’è più mistero. Non c’è più mistero come gesto che salva e non c’è più mistero come linguaggio «imaginale».

Ma se, come ci invita a fare Josep Rafanell i Orra, pensiamo al mondo come un insieme di mondi, o meglio, al mondo in frantumi, allora questo mondo e questo stesso presente prendono la forma di un labirinto dentro il quale errare tra i frammenti è la principale attività del rivoluzionario, il movimento proprio della sua misteriosa praxis.

Come sappiamo dalla notte dei tempi, l’origine del labirinto ne è allo stesso tempo il centro e l’uscita. Il suo scioglimento, che è verticale, può essere raggiunto solamente affidandosi orizzontalmente ad una deriva irta di incontri, tanto pericolosi che salvifici.

Il rivoluzionario erra perché deve battere molte strade, per la maggior parte ignote, ma anche perché è una creatura che assume su di sé il rischio di sbagliare, di fallire, poiché sa che in quella possibilità, contenuta nella duplice significazione dell’errare, consiste la vera libertà: la sua e quella del suo mondo. La libertà dell’esperienza è possibile solamente a questo prezzo, anche se di questi tempi è più facile ci si faccia una polizza assicurativa che ci si arrischi nel labirinto, cioè in quel mondo «diffratto», per usare un termine caro a Rafanell i Orra, nel quale ci si avventura al solo scopo di perdersi.

È uno dei motivi del perché i rivoluzionari sono sempre una minoranza della minoranza, come si intende bene nelle parole della prefazione a Fragmenter le monde, quando il buon Moses ci dice che ogni divenire rivoluzionario comincia con lo sputare sulla totalità esteriore, sull’universalità, sul Tutto, che è sempre quello del comando, assumendo fino in fondo la propria parzialità, facendo il possibile perché questa si diffonda, ma non aspettando mai che tutti condividano la medesima percezione, lo stesso punto di vista, o «punto di vita» come viene detto nel libro. Fu già l’urlo dell’operaismo degli anni ‘60, cioè di quella prima corrente italiana del pensiero negativo che intraprese un conflitto politico sostenendo che solo assumendo radicalmente il punto di vista di parte, della mia parte, posso distruggere la totalità nemica: Marx + Nietzsche = dieci anni di insurrezione.

Ma l’errare, l’essere in itinere, ci ricorda Rafanell i Orra, è importante anche perché: «Al contrario dei tragitti in uno spazio che ci lasciano intatti, le deambulazioni tra dei luoghi trasformano coloro che vi si avventurano». Senza trasformazione di sé, senza porre a rischio la propria esistenza a contatto col mondo, non solo non esiste alcuna esperienza rivoluzionaria, ma non esiste alcuna esperienza in assoluto.

Questa inclinazione a trasformarsi, la capacità di metamorfosi del rivoluzionario, viene proprio dal fatto che egli, per essere tale e non solo un avventuriero, impara dalle sconfitte, le pone in una dimensione strategica e il suo più grande talento, infatti, è quello di fare in modo che nel suo errare non vi siano due sconfitte uguali, ognuna viene resa singolare e finita. Ma è proprio in questo che si rivela la sua forza: la coscienza della potenza dimora esattamente lì dove non è questione di volontà, di onore e di gloria ma dove sperimentiamo la nostra debolezza, la nostra finitezza, la nostra comicità persino. Solamente chi è disposto a questo, riesce a passare attraverso gli ostacoli senza che la potenza ne risulti indebolita: al contrario, ogni volta ne viene accresciuta. La virtù del rivoluzionario riposa nella sua perseveranza.

L’errare nello spazio e nel tempo, nel corpo e nello spirito, è ciò che ci consegna alla prima esperienza della frammentazione: poiché al mondo non esistono e non esisteranno mai né due corpi né due luoghi né due tempi né due anime che siano uguali. Lo splendore del mondo è nelle sue discontinuità.

Difatti, nonostante la forsennata finzione alla quale il capitalismo cerca di costringerci – collettivi di uguali ovunque, un tempo nella fabbrica e oggi nei Mac Do, negli aeroporti, nei palazzi, nelle start-up, negli ospedali, nelle aule scolastiche e, ovviamente, in Internet – basta poco per infrangerla: una bella martellata su di un vetro, una ragazza che inizia inopinatamente a cantare, un bambino che con le dita disegna nell’aria i segni della ribellione, un attacco hacker di precisione, sono gesti sufficienti a far andare in frammenti ogni somiglianza. D’altra parte, lo diceva già il vecchio Lévi-Strauss che sono solo le differenze a somigliarsi. Ma non di differenze che rimandino ad una identità si tratta, ma di frammenti, ciascuno perfetto esattamente nella sua non-identità a sé. Proprio come perfetta è ogni forma-di-vita. Poiché ogni frammento ha potenza di apparire come forma.

Dio non è morto: è andato anche lui in frantumi. Il cosiddetto fondamentalismo non è che la rabbiosa reazione a questa verità, mentre il presunto politeismo dei postmoderni si deve a una ingannevole percezione dello stato del mondo. Dove vi sono frammenti, vedono solo confusione.

I rivoluzionari sono perciò degli instancabili sperimentatori di forme. Ma, trattandosi di forme prive di un telos esterno, è sempre della disponibilità a un viaggio interiore quello di cui si tratta, per breve o lunga sia la distanza percorsa, o che avvenga nell’immobilità. Un viaggio attraverso i propri frammenti e che si ripete, diacronicamente e sincronicamente, da un’interiorità a un’altra interiorità, e non solo di umane fattezze: oggetti, piante, paesaggi, spiriti che affollano le contrade. E voci senza soggetto, come ci racconta Josep. Scoprendo ogni volta che ciascun frammento è in cerca della sua propria totalità, del suo proprio mondo.

Questi mondi entrano in un divenire rivoluzionario non solo per il fatto di essere eterogenei a quello dominante, ma poiché anch’essi trovano il loro possibile nella non-identità a sé. Che la perfezione sia nel frammento e non nel Tutto, infatti, è una di quelle verità che fanno tremare i polsi ai tenutari della Legge. Non la confusione dei frammenti, ma il loro entrare in risonanza in quanto tali è l’ora della destituzione.

Come fare? Uno dei mezzi avventurosi di cui ci parla questo libro è l’inchiesta, «une politique de l’enquête» attraverso cui costruire amicizie, localmente, da singolarità a singolarità, per abitare ed errare insieme in questo luogo che è nel mezzo, nelle fenditure tra frammento e frammento. Una politica dell’inchiesta è dunque una politica dell’incontro, ci viene detto, ed è strano pensare a quanto fosse stata importante nella genealogia dell’autonomia italiana la presenza di un nuovo modello di inchiesta operaia, la conricerca cioè, una politica dell’inchiesta che il suo “inventore”, tra gli anni ‘50 e ‘60, parliamo di Romano Alquati naturalmente, racconta che fu veramente usata in modo massiccio solo negli anni ‘70. Questo spiega molte cose, a mio avviso.

In una frase come questa: «L’inchiesta è forzatamente un affare collettivo. Il ritorno d’esperienza al quale è condotto colui che fa l’inchiesta, la trasmissione, impegna delle comunità che si trasformano riorientando le situazioni che abitano (…) Essa è l’attualizzazione dei divenire contenuti nelle situazioni del presente», risuona la parola divertita di Alquati quando disse, riferendosi alla violenta rivolta di Piazza Statuto del 1962 che diede avvio all’insurrezione italiana: «noi non ce l’aspettavamo, ma l’abbiamo organizzata». Eccolo il mistero dei rivoluzionari.

Un’altra dichiarazione di metodo – da intendersi sempre nel suo significato etimologico, di riflessione dopo un cammino – di Rafanell i Orra è che «non c’è un mondo comune, ma solamente delle forme di comunizzazione». Non solo non esiste un mondo comune in quanto astratta totalità globale, ma non esiste nemmeno il comune. Non c’è né come volontà di un nuovo arché, come pretendono i nuovi sociologi del vecchio gauchisme, né, come vorrebbero i postoperaisti, è qualcosa di sinteticamente identificabile nel presente modo di produzione, per cui si tratterebbe giusto di cambiare gestore per instaurare il comunismo. Si tratta in entrambi i casi di una cattiva metafisica che non può che produrre una cattiva politica. Se è possibile fare una Rivoluzione tramite un colpo di Stato, il comunismo è davvero su di un altro piano di realtà. Persino Lenin ne era consapevole.

Se ciò che esiste sono solo le forme di comunizzazione, ovvero il movimento che destituisce lo stato di cose presenti, allora invece che ad una Rivoluzione una – la quale è tra i principi da destituire – dobbiamo pensare a una molteplicità selvaggia di mondi-frammento che entrano in un divenire rivoluzionario che condividano la stessa nostra irrequietezza nell’errare senza fine. Come si dice più volte in questo testo, non c’è una guerra sociale o una guerra di classe, ma una guerra tra ambienti che, superata una certa soglia d’intensità, diviene guerra tra mondi – e nei mondi, potremmo aggiungere – e la sola possibilità di spuntarla, per i rivoluzionari, è infatti rifiutare la loro unificazione o, come scrive Rafanell i Orra, rinunciare al Grande Altro. Il grido di battaglia che il Comitato Invisibile lanciò qualche anno fa, «Fare delle comuni, ovunque!», credo andasse in questo senso e che non volesse essere un appello a trovarsi dei “collocatari” tra i disperati della metropoli.

«Infine bisogna osare alterare l’umanità del militante politico», ci viene ancora detto. È stato tentato già altre volte, ma se questa alterazione viene intesa in senso piattamente umanistico o anche antiumanistico il risultato sarà sempre lo stesso, ovvero la Rivoluzione come ineguagliabile macchina di produzione di nemici, di nemici interni soprattutto. L’amicizia, la fraternità, la sorellanza, l’amore come potente dinamica non umana – o superumana se vogliamo dirla con Nietzsche, ma è la stessa cosa – della loro organizzazione, è il rimosso di tutte le Rivoluzioni. La vera alterazione procede solamente da questo affetto, ed è per questo che a Marx e Nietzsche dovremmo aggiungere qualche altro personaggio, come ad esempio: il Giordano Bruno del De vinculis in genere, lo spietato amore di Joe Bousquet o l’erotica insurrezionale di Giorgio Cesarano, giusto per restare in Occidente. La cura dei legami, ci dice Rafanell i Orra, di quelle intensità attraverso le quali i frammenti si legano e comunicano tra loro e divengono così sempre più potenti, è la chiave di ogni divenire rivoluzionario. Ma è una chiave inoperosa: non esiste alcuna porta da aprire, nessuna cassaforte da scassinare, nessuna Legge da rispettare o da tradire. Finire di credere nel loro essere, mandare in frantumi la credenza nell’architettura metafisica di questo mondo, è il primo esercizio spirituale dell’Introduzione ad una vita rivoluzionaria. La sua scrittura, discontinua ed errante, è la chiave. Questo di Josep Rafanell i Orra ne è un frammento.

Come una variazione della rivolta: prendere cura

di Josep Rafanell I Orra

Apparso su lundimatin#104, il 15 maggio 2017

 

Josep Rafanell i Orra è psicologo e psicoterapeuta e opera da più di 20 anni nelle istituzioni di cura e di lavoro sociale. Anima un seminario nei  Laboratoires d’Aubervilliers  attorno alle pratiche di cura e dei collettivi. Le sue ricerche si pongono all’incrocio di una politica situata e della presa di partito contro le macchine di gestione statale e di integrazione all’economia. Il suo ultimo libro è En finir avec le capitalisme thérapeutique per le Editions La Découverte (2011).

’(…) devo lasciare alle cose il tempo di fare il lungo tragitto che mi separa da esse’
Samuel Becket, Malone muore.

Prima che il mondo diventasse Uno e che il Soggetto si imponesse come la triste figura dell’autonomia, sembra che la cura e la guarigione fossero un affare di rapporto tra dei mondi. Diciamolo altrimenti: non si pretendeva e ancora non lo si pretende in molte contrade ai margini del mondo, di curare dei soggetti portandoli verso l’abisso dell’introspezione, né dei mutilati disadattati verso il riadattamento al mondo così com’è. La cura forse non è nient’altro che prendersi cura delle relazioni all’interno di mondi in fase di realizzazione. A nostro rischio e pericolo, tutti possono farlo.

Un vecchio terapeuta ci dice: “I medici sanno che distanziando lo sguardo si permette la nascita di qualcosa, dal nulla”. Deviare lo sguardo verso il nulla non è altro che il momento inaugurale che ci orienta verso il mondo che bisogna creare. Processo d’instaurazione di un mondo con le sue figure, i suoi esseri invisibili, le sue nuove percezioni. Riconfigurazione delle forme della sensibilità. Riparare il mondo.

In fin dei conti, quando qualcuno vi domanda aiuto bisogna deviare lo sguardo verso un punto che si trova altrove, più che dentro lui stesso. Altrove, o all’interno di se stessi. Se la cura è un gesto d’ospitalità allora le domande: chi sei? da dove vieni? ci conducono irrimediabilmente ad altre domande: dove sono? A quale mondo appartengo? Ma lo sappiamo ancora, dove siamo, nel mondo totale in corso di spopolamento?

La domanda non è, quindi, chi è questo paziente, quali sono i suoi processi psichici (come se questi potessero esistere prima che ci si incontrasse) ma piuttosto: nel mondo in cui abito, ho un mondo da condividere con lui? Come saremo trasformati dalla relazione che potremmo stabilire a partire da dei mondi che bisognerà ricreare…? È necessario che io parta dai brandelli di mondo nel quale mi è dato di abitare, con i suoi esseri, i suoi fantasmi, le sue entità concettuali, estetiche, cosmologiche…, per potermi rivolgere a qualcuno, per produrre un discorso, per fabbricare una parola vera. Che significa, qui, una parola vera? Una parola che ha il suo proprio regno d’esistenza, che instaura un tragitto, degli effetti di verità o di conseguenze nei mondi che abitiamo.

Non c’è alcun bisogno di fare qui grandi digressioni etnografiche per ricordare quello che abbiamo appreso dall’etnopsichiatria contro la psicanalisi: che la guarigione è un affare collettivo, la messa in relazione degli esseri, tra i quali vi sono degli esseri non-umani. La cura non è altro che una etopoietica.

“Si tratta del tema già evocato da Socrate nel Fedro (…): dobbiamo scegliere la conoscenza degli alberi, o piuttosto quella degli uomini?”. Si sa quale fu la sua scelta, Michel Foucault inscrive questa interrogazione nella costituzione di un rapporto di sé a sé in quanto esperienza specifica della tradizione occidentale. Lo spagnolo ha una parola per descriverla: ensimismarse, assorbirsi in se stesso.

L’esperienza di un rapporto di sé a sé, che il soggetto può provare attraverso se stesso (conosci te stesso), o attribuire agli altri, è guidata da una cura particolare della conoscenza, legata alla pratica del soggetto sotto il modo del ritorno su di sé o della conversione a sé (che è anche un autogoverno, un pensiero delle cause, una politica del fondamento).

Ma sono i filosofi cinici, ci dice Foucault, che introducono una complicazione che interessa particolarmente una politica decentrata del soggetto. In relazione alla conoscenza attraverso le cause e le loro conseguenze, si pone la questione della conoscenza di quello che è utile. E ciò significa soprattutto il fatto che il mondo è un habitat comune in cui gli uomini sono riuniti per costituirsi in comunità.

Non si tratta allora di un esame di coscienza, né delle cause e dei loro effetti ma di mettere in questione il mondo: gli altri uomini, gli dei, le cose… Un’altra modalità di sapere, un sapere relazionale, in cui si prendono in conto, qui e ora, gli dei, gli altri uomini, il kosmos, il mondo, le cose, gli esseri non-umani… Noi siamo quello che sono le relazioni tra le cose del mondo e dopo veniamo noi.

A quale mondo appartengo? Ma lo sappiamo ancora, dove siamo, nel mondo totale in corso di spopolamento?

È in questi rapporti che un altro sapere, diverso da quello delle cause o da quello dell’esame di sé, potrà dispiegarsi. Quello che bisogna conoscere sono i modi di relazione, le maniere di fare in questo habitat “comune” (un ethos).  Le trasformazioni che accadranno al soggetto costituiscono allora una etopoietica: è attraverso le maniere di rendere abitabile il mondo che un’altra conoscenza di sé può avvenire. Si può dire allora che c’è un sapere utile, in rapporto al sapere inutile, ornamentale, senza effetti per l’essere nel mondo: « la conoscenza di sé non ha per nulla cominciato ancora, almeno a questo livello di elaborazione, a diventare quella decifrazione dei misteri della coscienza, quell’esegesi di sé, che vedremo invece svilupparsi in seguito, e precisamente a partire dal cristianesimo». E nei suoi prolungamenti laici. Un’etica del soggetto deve articolarsi a una etologia della soggettivazione.

La cura è una maniera di ripopolare il mondo di nuovi rapporti, di tenere a degli affetti, di impegnarsi in dei mondi da fare, contro lo pseudo-mondo dell’osservazione maniaca di un sé  asfissiato dalla moltiplicazione di relazioni senza mondo.

Nei gesti di cura si dovrebbe sempre ricorrere a quello che fu uno degli adagi più celebri delle rivolte dell’ultima primavera: “Il mondo o niente”.

Non si trattava di curare solamente i corpi feriti dalla polizia ma di prendersi cura di una situazione

Avete mai visto qualcuno più sinistro di uno psicanalista, di meno allegro, di così poco vivo, di così vicino a un dotto prete pieno di ritegno e di retro-pensieri?  È semplicemente perché pretende di non avere mondo. E di avere a che fare solo con dei soggetti. Di non c’entrare niente con quello che accadrà. Tutto succede nella psiche dell’altro del quale non è che il riflesso su di una superficie incomprensibile. Perché in Francia la psicanalisi resta indistruttibile malgrado il suo anacronismo, malgrado la crescita dei neo-psichiatri produttivisti dello sviluppo personale, delle competenze e del riadattamento che cominciano a rosicchiare parti sempre più importanti del mercato istituzionale? Il fatto è che la Francia, grazie alla Rivoluzione Francese, non è mai uscita dalla logica divenuta poi congenita della sovranità (il popolo, la Nazione, la rappresentazione, gli individui sovrani…). La psicanalisi non è altro, in fondo, che una scienza di Stato, un po’ antiquata senza dubbio, anche quando si vuole di “sinistra”, ma che nondimeno resta una tecnologia di governo. Malgrado le porte aperte dalla fabbrica dell’inconscio, che essa non ha mai cessato di richiudere, in un double-bind  paranoico-depressivo, salvo qualche rara eccezione, il vecchio principio kantiano resta la sua divisa: Obbedite sempre, perché, più obbedirete più sarete signori, giacché non obbedirete che alla ragion pura, cioè a voi stessi (Millepiani). Per governare gli altri bisogna che i soggetti governino se stessi. Da qui la passione francese per la Legge e le Istituzioni, le scuole per l’apprendimento dell’autogoverno. Esiste un culto francese del sé sovrano che è la colonna portante del governo degli altri. La Francia, cristiana fino al midollo, la Francia dei Soggetti della Nazione e della rappresentazione, detesta soprattutto i comunardi irrapresentabili, impresentabili, che singolarizzano la comunità.

Fermiamoci sulla nostra attualità più bruciante. Durante le manifestazioni contro la “loi travail”, si è avuta, come sappiamo, una ricomposizione di forme di presenza nel fantomatico spazio pubblico, nel corteo di testa e altrove. Momento di disintegrazione della rappresentazione tra buoni e cattivi manifestanti.  Ma bisogna considerare che se queste esperienze comportano la loro parte di panico, ciò non è dovuto solamente alle violenze poliziesche, ma anche, più intimamente, ai divenire che si aprono verso delle forme singolari di comunità che bisogna inventare di sana pianta. Contro il “sociale” già fatto, con le sue parti, le sue identità, i suoi percorsi regolati fino alla famosa età della pensione (c’è qualcosa di più sinistro di un vegliardo del XXI secolo?), che costituisce l’oggetto delle prospettive governamentali, improvvisamente, si parte dal niente e si va verso il mondo. Panico davanti all’evidenza che divenendo irrappresentabili è il pastoralismo di Stato, le sue maniere di prendersi cura del sociale, istituendolo, a disgregarsi. Ed è in questo momento che la questione della cura appare nella sua più grande importanza. La cura che fa comunità, per effimera che sia. Salta agli occhi il fatto che la presenza delle squadre di “medici” sul terreno di scontro sia stata vitale in questi momenti di dissoluzione del sociale. Non si trattava di curare solamente i corpi feriti dalla polizia ma di prendersi cura di una situazione, di introdurre delle procedure di attenzione e delle forme di sensibilità che costituiscono un legame tra delle presenze eterogenee.

Al di là di questa situazione particolare, bisogna tornare più largamente sulla questione delle istituzioni di cura. La genealogia delle istituzioni mediche, psichiatriche o anche di lavoro sociale, è quella delle codeterminazioni tra dei dispositivi disciplinari e di controllo e, positivamente, dei modi di soggettivazione dell’anomalia. Come immaginare che l’esperienza della sofferenza, della malattia, dell’isolamento possano essere indipendenti da queste altre specie di polizia che sono le istituzioni? Difficile credere che la passione della psichiatria francese per la psicosi, fascinazione e paura-panico allo stesso tempo davanti all’ideale dell’autonomia di sé nei propri rapporti con gli altri, non abbia un’incidenza sull’esperienza psicotica stessa.

In verità, ogni esperienza collettiva emancipatrice non potrà nascere che in delle nuove determinazioni. Si tratta allora di essere attenti ai nuovi modi d’esistenza dell’esperienza.

È così che dei gruppi di ascoltatori di voci rifiutano l’assegnazione della loro esperienza alla diagnosi della psicosi.  Dopo tutto, gli psichiatri, non sentono anche loro le voci dei propri maestri?  O che dei collettivi di pazienti e di “animatori”, in dei gruppi di mutuo aiuto, ai bordi delle istituzioni del settore psichiatrico, fanno esistere delle forme collettive di convivialità che curano nella più grande precarietà. O che un collettivo di persone interessate dalla malattia “incurabile” di Huntigton, rifiuti la maledizione della diagnosi e del pronostico medico per dedicarsi a un pensiero della metamorfosi in una logica di interessamento reciproco. O che dei botanici esperti si impegnino in una guerriglia urbana per rivitalizzare dei suoli inquinati e trasformare dei terreni incolti in luoghi di coabitazione con le piante che non vediamo più.

Non si tratta qui di un programma politico. Ma di fabbricare un piano. Il piano della riappropriazione di quello che ci appartiene più di ogni altra cosa: le attenzioni.

Non c’è alcuna necessità di un programma politico. Nessuno aspetta che li si fornisca un programma per instaurare delle nuove forme di comunità. Bisogna aver giusto un piano per un lavoro di collegamento. Bisogna inventare le mense popolari, i costruttori di edifici selvaggi, i giardini collettivi, i seminari al di fuori dei quadri accademici, i centri sociali autogestiti…

Ripopolare il mondo. Far proliferare delle sperimentazioni per eterogenesi, significa costituire il piano delle fabbriche della comune. Nessuna comune senza attenzione portata alla co-individuazione. Nessuna co-individuazione senza quelle operazioni di frammentazione del mondo amministrato che fanno emergere dei mondi plurali ai quali noi teniamo perché ci tengono. Non si tratta qui di un programma politico. Ma di fabbricare un piano. Il piano della riappropriazione di quello che ci appartiene più di ogni altra cosa: le attenzioni. Un piano tra i piani che si intrecciano in una potenza comune di destituzione. Niente cura senza comunità, contro le istituzioni ma anche nelle istituzioni, deviando le istituzioni, corrompendo le istituzioni. Ma niente comunalità senza la cura portata alle sue forme singolari d’instaurazione. Quello che ci importa, qui, sono le zone formative dell’esperienza. Le arti degli intermediari e il difficile lavoro della traduzione.

Le esperienze ci vengono incontro per frammenti. Ed è così che delle associazioni divengono possibili. E che la trasmissione reinstaura, di nuovo, i luoghi della comunità.