«Mondeggi è una piccola ZAD dal cuore grande»

Il Lunatico di Bianca Bonavita intervista Giovanni, contadino della fattoria di Mondeggi.

 Caro Giovanni, queste sono le domande che abbiamo pensato:

– Cos’è Mondeggi fattoria senza padroni (storia e attuale
conformazione, quante persone, quali lavori, organizzazione della
fattoria ecc ecc)

– Mondeggi può definirsi una comune? perché?

– Quella contadina è una forma di vita oltreché un lavoro.
Condividete questa affermazione? Come si declina nelle vostre
esistenze quotidiane?

– Riconoscete dei punti di contatto con l’esperienza della Zad? quali?
e le differenze?

– Voi citate esplicitamente il concetto di bene comune e vi siete
sempre definiti mondeggi bene comune. Si tratta di un termine non
privo di problematicità ed è stato spesso utilizzato in chiave
democratico/rassicurante da certi settori benpensanti della sinistra
cittadinista radical chic. Voi, che siete certamente altro rispetto a
quella retorica, come declinate/intendete questo concetto nella vostra
pratica politica e nella vostra quotidianità (che sono strettamente
intrecciate)?

– Come sono i vostri rapporti con le istituzioni? in occasione della
manifestazione del 29 aprile a Firenze la città metropolitana ha
diramato un comunicato molto duro in cui tra le altre cose vi accusa
di fare indebitamente  del “profitto”. Come rispondereste a quel
comunicato?

– Quali sono le vostre prospettive per il futuro? Via aspettate uno
sgombero violento? Come pensate di condurre la lotta nei prossimi
tempi?

Buon giorno amici e compagni,
è sempre un piacere avere a che fare con voi. Oggi è tutto fradicio, è piovuto forte nella notte, la nebbia sale
sulle colline come di autunno solo che il verde è più acceso e
invadente . Ora rileggo con attenzione le vostre domande e mi piace molto pensare a
quello che potrebbero contenere le risposte, sono temi di grande
discussione e riflessione a mondeggi ,le possibili conclusioni in merito
non sono univoche e sono fonte di continuo confronto interno. Mi rendo
conto che, con i tempi che mi avete dato, non riuscirò a fare un lavoro
condiviso con altri mondeggini. Oggi abbiamo una assemblea nel
pomeriggio ma già è piena di argomenti di cui parlare dopo questa
bella tre gg e non credo che potremo dedicare il tempo dovuto alle
vostre domande.
Comunque ho un po’ di tempo in questa mattina e proverò a rispondere
singolarmente. Vedete voi se utilizzare o no quello che segue. In ogni
caso, in seguito cercherò di fare un lavoro in collettivo intorno agli
stimoli che proponete.
Veniamo alle domande :

L’esperienza di Mondeggi non ha una origine nè una storia ma tante
origini e tante storie, una per ognuno di noi. Vi racconterò la mia.
Tutto nasce da un incontro (fortuito e casuale??) di tre diverse
conponenti di persone che nell’area fiorentina ad un cetrto punto , fine
2012 , hanno iniziato a conoscersi , confrontarsi e riunirsi intorno ad
un qualcosa che le accomunava.
Contadini ed attivisti di GC o comunque contadini e contadine in
resistenza , cittadini facenti parte del variegato mondo del consumo
critico come gasisti ,frequentatori abituali dei mercati contadini
autogestiti e più genericamente ecologisti e giovani universitari o
neolaureati che in quel momento erano attivi nel collettivo della
facoltà di agraria di Firenze.
Cosa accomunava queste persone , con vite così diverse ,storie
personali diverse e diverse aspettative?
La campagna terrabenecomune lanciata da GC in opposizione alla svendita
delle terre a vocazione agricola offriva molti spunti di riflessione ed
azione politica.

La voglia di prendere in manole redini della propria autodeterminazione territoriale a partire dalla soddisfazione del bisogno primario che, nel nostro mondo, pare non essere nè il cibo nè l’acqua nè l’aria ma la socialità fra umani e umani, fra umani e animali e piante, fra umani e la terra.

La consapevolezza comune che i nostri governi, le nostre istituzioni, appaiono molto lontane da anche solo immaginare di fare qualcosa di sensato per soddisfare i nostri urgenti bisogni.La fattoria senza padroni di mondeggi prende forma e mette radici in questo humus.

Le assemblee,le passeggiate per i sentieri della tenuta in abbandono e
sulla via della privatizzazione, la condivisione di aspirazioni, sogni e
desideri di qualcosa di altro rispetto alla solita e consentita strada
da percorrere mettono in moto dei meccanismi inaspettati.
Nasce la carta dei principi e degli intenti , primo manifesto
dell’esperienza dove si tracciano le fondamenta di questo esperimento
sociale. La bussola con la quale orientrsi e mantenetenere dritta la
rotta verso pochi e fondamentali principi.
La terra, la sua cura, abitarci sopra, essere presenti con quello che
ci circonda, i campi, i fossi, i boschi, le pietre, le piante e gli
animali (noi compresi) sono il quotidiano con il quale mescolarsi. La
condizione contadina con la ricerca dei modi più corretti di
appropriazione delle risorse necessarie alla nostra vita e alla nostra
riproduzione, per noi e per le generazioni future .
Fare il contadino non è scegliere una professione o un mestiere ma è
praticare un modo di vivere.
In netto contrasto con il sistema che ci vuole cittadini, professionisti
di qualcosa, imprenditori, dediti al reddito e non alla vita ,
costretti ad attraversare i luoghi della nostra esistenza senza nessun
coinvolgimento con essi, l’alloggio (con mutuo o affitto), il mezzo di
trasporto, il posto di lavoro, il parco, il marciapiede, i centri
commerciali, le autostrade, asettici e igienizzati quanto mortiferi e
avvelenati.
Mondeggi è una comunità in ri-costruzione, al momento in forma di
presidio contadino, custodire, prendersi cura è molto diverso
dall’amministrare .
Questa comunità dove i rapporti diretti fra umani, i legami amicali e
solidali fra persone sono più importanti di quelli codificati e
“riconosciuti” dal sistema non saprei se possiamo o no definirla una
comune. L’autogestione, l’autogoverno, poche semplici regole che, in
modo assembleare, trasparente e aperto a chiunque ne condivida i
fondamenti, sono gli strumenti con i quali si tenta di costruire e far
vivere questa comunità che attraverso la terra ed i sui frutti ci
permetta di soddisfare i nostri bisogni .
Molti, fatte le debite proporzioni, sono i punti di contatto con le ZAD
nate in territorio francese: visioni politiche e di convivenza sociale, capacità di immaginare un
futuro senza per forza confrontarsi con le istituzioni, pluralità di
queste visioni, non necessariamente una unica ma che possono convivere
in continuo confronto e reciproca contaminazione, il fatto di essere
partiti da una lotta specifica ed aver poi allargato gli orizzonti a
molto altro, credo siano le più appariscenti.
Mondeggi è una piccola ZAD dal cuore grande e tutti quanti noi nutriamo
il sogno di vederla crescere e moltiplicarsi in territori diversi ,
contagiosa come la libertà e la gioia. Ci piace l’immagine di poter
mantenere dei fuocherelli accesi nel buio totale nel quale sembra che
siamo destinati a piombare, anche molto velocemente, su questo pianeta.

Fuocherelli intorno ai quali, probabilmente, sempre più persone, animali e piante tentino di rifugiarsi.
La terra è un bene comune, la sua privatizzazione senza limiti è un
sopruso e un delitto.
La vita di un contadino che se ha fortuna può utilizzare la terra per
tutta la sua durata (decine di anni) è ben poca cosa rispetto alla vita
della terra (milioni di anni) se la sappiamo mantenere in modo corretto
La comunità autogestita affida la custodia per la minuscola frazione di
tempo della vita del contadino, a lui stesso che si impegna a prenderla
e mantenerla vitale e in salute e a riconsegnarla migliore o come minimo
uguale a come l’ha ricevuta .
Questo semplice meccanismo per poter funzionare e far sì che la terra
sia veramente un bene comune necessita che la comunità esista e che sia
più forte e longeva dell’ individuo e che la sua conduzione sia
effettuata con modalità contadina agroecologica, svincolata dalle
logiche del capitale e del profitto.
Ben diverso dalla ripulitura dalle cartacce e dai rifiuti di una rotonda
o di un angolo di spartitraffico lasciato all’incuria dall’ammonistrazione che è ben lieta, in questo caso solamente. di
accogliere a braccia aperte l’iniziativa del popolo. Va regolamentato ma
si può fare, con calma e senza esagerare.
Nei percorsi legalitari che parlano di beni comuni sembra sia solo
questa la logica con la quale interpretare, ripeto senza esagerare, il
principio di sussidiarietà contenuto nella nostra costituzione .
Come è facile intuire i rapporti con le istituzioni non sono facili.
La posizione dell’istituzione proprietaria del bene che stiamo
custodendo sostituendoci alla loro incapacità e sperimentando nuove
forme di convivenza sociale politica ed economica , di nuovo
sostituendoci alla loro incapacità o meglio alla loro imparzialità è
molto rigida .
Gli amministratori di turno sono presi nella morsa di dover in qulche
modo salvaguardare la parte del corpo che depongono giornalmente sulle
loro amate poltrone da incidenti amministrativi come danno erariale o
peggio e al tempo stesso mantenere salde le redini dell’esercizio del
potere ricevuto dal mandato elettorale. Amministrare proprietà private
come enti pubblici (ripeto ben altro che custodire) non appare facile e
in tempi di vacche magre dove non è più possibile spendere e spandere
in cambio di favori personali o ricerca del consenso lo è ancora di
più. L’ingordigia delle banche e del sistema capital/finanziario
aumenta la pressione estrattivista sulle popolazioni.
Estrattivismo che toglie ricchezza e possibilità alle persone in questa
fase postcapitalista dove i profitti delle produzioni industriali si
stanno spostando in altre parti del globo .
Durante la tre giorni di GC dello scorso 27-28-29 aprile a Firenze il
tema di fondo dell’incontro era proprio l’esperienza di Mondeggi come
pratica di riappropriazione, autogestione, agricoltura contadina e
agroecologia .

Nella giornata del 28 con il riuscito corteo cittadino e la relativa
attenzione dei media abbiamo stanato la bestia. Un durissimo comunicato
della citta metropolitana ( proprietaria di Mondeggi) ringhiava una
retorica della legalità alludendo a reati come l’occupazione ,
l’appropriazione indebita di beni e di frutti di attività illecita,
danni fisici e di immagine alla pubblica amministrazione .
La risposta più immediata è stata la completa smentita delle loro
tesi.
Non esiste una occupazione in quanto non esiste un determinato e
circoscritto nucleo di cittadini che si è impossessato di un bene della
collettività per trarne profitto personale ma esiste una parte della
comunità diffusa territoriale (l’unica al momento) che si è sostituita
alle incapacità dell’amministrazione a mantenere in buono stato quella
parte di territorio tracciando la strda della privatizzazione come unica
percorribile.
Esiste un importante esperimento sociale di autogestione di una
comunità che non trae profitto da quel bene destinato ad arricchire
personalemnte i partecipanti ma in maniera trasparente, assembleare e
aperta a tutti e tutte ridistribuisce nel territorio e per il territorio
la ricchezza prodotta. Esattamente l’inverso della privatizzazione.
Il futuro, al momento può forse darci un po’ di respiro, senza
inasprimenti conflittuali della vertenza, per la mancanza di compratori
disposti a pagare la proprietà per il suo valore di stima reale.
Il costo politico in termini di consensi di uno sgombero violento a
danno di una parte sempre più grande della comunità locale che sta
manifestando il proprio interesse e il proprio attaccamento a quel
territorio e quello che rappresenta senza una alternativa reale appare
difficile da sostenere anche per i più funambolici mestierianti della
mistificazione come i nostri amministratori.
La Fattoria senza padroni continua a produrre cibo sano per la comunità
a custodire la terra con l’agricoltura contadina agroecologica e a
coltivare il bene comune gridando le parole di Zapata «restituiamo la
terra ai suoi legittimi non proprietari!».

Lunatico Marzo

di Bianca Bonavita

Il passaggio dal nomadismo pastorale all’agricoltura sedentaria

è la fine della libertà pigra e senza contenuto, l’inizio della fatica e

del lavoro. Il modo di produzione agricolo in generale, dominato dal

ritmo delle stagioni, è la base del tempo ciclico pienamente costituito.

L’eternità gli è interiore: è, in tale ambito, il ritorno dell’identico.”

Guy Debord, La società dello Spettacolo

È forse la malinconia per la dissoluzione di un mondo dominato dall’eternità di questo tempo autenticamente ciclico ad averci spinto sulla terra a inseguire le stagioni. Il tempo irreversibile della borghesia, il nostro viaggio senza ritorno verso il decadimento e la corruzione, come una merce tra le altre, stava finendo di seppellire quel mondo ciclico contadino con l’illusionismo dei rituali che accompagnano il tempo pseudociclico della società spettacolare, quando alcuni e alcune di noi hanno intravisto sulla terra un gesto capace di redenzione.

Marzo segna l’inizio della fine, il ritorno dell’identico, l’eternità della forma-di-vita contadina. Al disgelo si ritorna a pestare i campi con l’idea di domarli: di domare le erbe, gli alberi, la terra. Ricomincia quella che sembra una lotta amorosa: la natura che è in noi cerca di riunirsi al noi che sta nella natura. Ciò che si può chiamare aderire alle stagioni.

Marzo si attendono con ansia quelle nuvole bastimento che giungono da ovest portate da un vento che profuma di mare e di primavera. Marzo si può dire l’ultima chiamata per le potature. Le gemme si gonfiano e si preparano ad esplodere davvero questa volta. La linfa ricomincia a scorrere copiosa ed è alla fine di questo mese che le viti piangono se tagliate. Forse non piangono per il taglio in sé ma per il ritorno dell’identico. Poi ci si affretta a legare, a vincolare. Un tempo si faceva con i venchi di salice, c’è chi lo fa con la ginestra. E ci si affretta a raccogliere i bacchetti per la stufa o per i lom a merz, i falò di marzo che ancora si accendono nelle campagne. Si bruciano le potature in eccesso, ma si brucia anche l’inverno che ci lasciamo alle spalle per esorcizzarlo: l’abbiamo scampata ancora una volta. Quando la terra si è un po’ asciugata è tempo di lavorarla e di seppellire il vecchio orto con i suoi relitti. Marzo è mese di nuove semine: ravanelli, spinaci, radicchi, bietole, borragine, carote. In vivaio si seminano pomodori, cetrioli, zucche, zucchine, meloni. Si possono trapiantare lattughe e, per chi ha coperture, anche zucchine, cetrioli, pomodori. Per chi ha un’asparagiaia è tempo di fresare l’appezzamento per dare ai turioni un terreno soffice e privo di infestanti su cui affiorare. Nella carciofaia si è ancora in tempo per scarducciare e nella fragolaia è il momento di pulire dalle erbe e di togliere le foglie marce alle piantine. A inizio mese mettiamo a germogliare le patate da seme stendendole in cassette larghe e arieggiate avendo l’accortezza di non accumulare troppi strati. Si tratta di far loro prendere luce e possibilmente un po’ di calore affinché sviluppino dei germogli verdi e tozzi. Da evitare dunque di tenerle al buio dove svilupperanno germogli filiformi e bianchi, come dita larvali, inutili per la semina. Questa vecchia tecnica contadina ha diversi vantaggi rispetto a una semina diretta in campo di tuberi senza germogli. Innanzitutto permette di scartare, dopo un mese di pre-germogliamento, le patate marce, con virosi o semplicemente senza buoni germogli. La luce inverdisce poi i tuberi e i germogli facendo sviluppare solanina, sostanza (anche tossica, di cui le patate, come tutte le solanacee, sono ricche) che offrirà una difesa naturale ai tuberi una volta esposti agli agenti patogeni presenti nella terra. Ed infine, forse l’aspetto più importante per una coltivazione naturale che non usa diserbanti ma zappe, il pre-germogliamento offre un vantaggio di due/tre settimane alle patate rispetto alle erbe infestanti. A fine mese da queste parti, se la terra lo consente, è il momento migliore per seminare. Noi seppelliamo le patate a circa venticinque centimetri sulla fila e a circa ottanta tra le file. Copriamo con un leggero strato di terra e poi, una volta che la pianta sarà uscita e ben formata, passiamo con la zappa a rincalzare e ad estirpare le erbe infestanti.

A marzo si possono seminare anche i topinambur, che delle patate sono gli antenati europei; prima dell’avvento della patata erano diffusissimi in tutta Europa. Come per la patata, in teoria, da ogni occhio del tubero di questi elianti può nascere un germoglio e quindi una nuova pianta. È dunque consigliabile tagliare i topinambur in più parti, più o meno quante sono i suoi occhi, prima di seminarli. La distanza è di trenta sulla fila e settanta tra le file. A marzo si semina la medica che offre un ri-medio ai campi, rimescola gli umori e fa loro trovare un equilibrio, come ogni bravo medico dovrebbe fare. Si può ancora seminare l’orzo e qualche varietà di grano. Sulla pianura/fabbrica a cielo aperto c’è chi semina campi senza fine di barbabietole da zucchero per imbottire di bianco veleno raffinato le pance dei consumatori. In cantina è tempo buono per imbottigliare il vino nuovo, dicono sempre in giornate senza vento di luna calante per un vino fermo, in luna crescente per un vino frizzante.

E qui finisce il Lunatico, il cerchio si chiude, ritorna l’identico.

Iniziano la fatica e il lavoro e si rinnova la messa al bando della libertà pigra e senza contenuto.

In questo senso forse abbiamo sbagliato. Siamo soltanto ritornati a uno stadio precedente di separazione, che conteneva già in sé il seme di questo dirocciare senza fine nel precipizio della storia. Fermarsi su un pezzo di terra e recintarlo, sfruttare e sfruttarsi. Forse dovremmo avere il coraggio, in questo viaggio a ritroso, di andare oltre l’eternità del tempo ciclico dei contadini sedentari, e di ritrovare la nostra infanzia di nomadi raccoglitrici, ancor prima che pastori, e di foreste. Anche in questo senso forse il rivoluzionario è sempre stato una viandante, un errante, una nomade delle forme che riconosce in sé l’eredità di questa nostra infanzia pre-operosa, un flâneur dell’anima che passeggia sull’aperto capace ancora di esperienza, capace ancora di giocare al mondo.

Ricetta nomade

Ed è quasi un delitto camminare nei campi senza un coltello. Gli occhi vigili scandagliano l’incolto in cerca di tesori. Saranno le erbe spontanee a colmare, tra marzo e aprile, i piatti poveri di verdure. Sono questi pochi centimetri terra i nostri”

Lunatico Febbraio

di Bianca Bonavita

Tanti sono i prodotti giocosi e i cosmetici erotici

che si possono acquistare on line,

ma è meglio dare qualche suggerimento mirato.

Soprattutto guardando il lato eco-friendly, bio e veg.”

Bettina Zagnoli, sensual coach su Vivere Sostenibile di Febbraio 2018 (mensile bolognese che si occupa di Ambiente, cibo, comunità, transizione e resilienza”)

Soprattutto guardando il lato eco-friendly, bio e veg appare ormai chiaro che nell’era della sostenibilità è il nostro stesso vivere a risultarci insostenibile.

Sopportare la cifra di questa apocalisse è insostenibile.

Insostenibili sono le parole che uccidono ogni scelta controcorrente e potenzialmente pericolosa e destituente.

Insostenibili sono i discorsi sulla sostenibilità e sulla resilienza, sul benessere e sulle buone pratiche.

Insostenibili sono le esperienze virtuose di cittadinismo, i comuni modello, le start up agricole e la community supported agricolture nel momento in cui inizia a definirsi tale.

Insostenibili sono la transazione e l’Italia che cambia, i corsi di permacoltura a pagamento, i nuovi modelli sociali ed economici, l’agri-fitness e i beni comuni.

C’è un piccolo borgo ancora in vita sulle terrazze liguri in cui i pochi abitanti rimasti, che peraltro si mal sopportano quando non si odiano l’un l’altro, hanno costruito un piccolo acquedotto che a monte del borgo intercetta le acque di un torrente per portare acqua irrigua a tutte le terrazze. Ogni anno dedicano alcune giornate di lavoro collettivo alla manutenzione di questo strumento conviviale di vitale importanza. Nessuno di loro si sogna di chiamare l’acqua del torrente o l’acquedotto che hanno costruito un bene comune. Lo fanno e basta, senza parole, senza proclami o definizioni, a volte senza nemmeno parlarsi. Forse in cuor loro sanno come dice Jacob Von Gunten che è necessario che le grandi imprese si compiano sotto il velo del più assoluto silenzio, altrimenti si infiacchiscono, e il fuoco che già sprizzava vivo torna a spegnersi.

Febbraio è tempo di febbre e di purificazione, non a caso il suo nome viene da februus, purificante. In questo mese è bene starsene a letto, mangiare tarassaco e aspettare la primavera. Anche la terra ha la febbre e se ne dovrebbe stare rintanata sotto una coperta di neve, ma non sempre il cielo provvede e allora si ammala sempre più di secchezza e d’estate tutti gridano all’emergenza siccità. È come se per prepararsi a rivivere la primavera, la vita che rinasce, si dovesse passare ogni anno attraverso una piccola morte, la malattia, la purificazione. Anche la quaresima in fondo è questo, un limbo che prepara la resurrezione delle gemme sugli alberi. Nel campo continuano le potature ed è forse il momento ideale per trapiantare nuovi alberi da frutto. L’orto è praticamente morto, solo qualche sparuto cavolo resiste. Non appena la terra sia un po’ asciutta è decisamente tempo di stendere il letame per prepararla alle lavorazioni di marzo. Verso fine mese si può provare a trapiantare in pieno campo bietole, spinaci e cicorie. Le galline si sono risvegliate dal torpore invernale e hanno ripreso a buon ritmo a fare uova. Gli asini iniziano ad essere un po’ stanchi della melma. Sul grande olmo vive da un po’ di settimane uno stormo di cinciallegre che non si sa bene cosa becchino in mezzo all’incolto, probabilmente semi di chenopodio. Continua anche per tutto il mese il taglio della legna per l’anno prossimo. Attenzione ai vicini appena andati in pensione! Potrebbe essere che si adombrino e che interpellino un geometra per ridefinire i confini su una riva a causa di un’acacia tagliata che forse si trovava qualche centimetro troppo vicino alla loro proprietà privata. In cantina si può iniziare a imbottigliare il vino nuovo in luna calante anche se forse è meglio aspettare marzo. Febbraio è il momento migliore per pensare all’orto che sarà, a dove piantare cosa e in che quantità. È il momento di pensare a come procurarsi semi e piantine e per chi ha costruito un piccolo vivaio protetto si può iniziare a fine mese a seminare i primi ortaggi come lattughe, cicorie, bietole, carote, spinaci.

Una volta sfebbrati si potrà tornare a camminare nel campo come se fosse la prima vera volta e come se l’orto passato e le stagioni finite fossero state soltanto il sogno di un febbricitante in deliquio.

Ricetta di guerra: il pane, quando secco o raffermo

Quando il pane te lo sei fatto e cotto tu con quel pezzetto di madre sempre conservata da una volta all’altra, la farina l’hai macinata, le spighe di grano hai mietuto a mano e quasi le conosci una a una, non ci riesci proprio a buttarlo e se lo fai non è di buon auspicio. Quindi, pane secco (300-400gr) in acqua fino a che ritrovi la sua morbidezza, ben strizzato, posto in una terrina e mescolato a piacere con ciò che abbiamo di avanzato: noi, 3-4 cucchiai di passata di pomodoro, capperi tritati, origano, poi se si vuole e si può, uova (un paio), e formaggio grattugiato. Mescolato bene fino a quando la consistenza non sia omogenea, e abbastanza spessa. Mettere in pirofila con olio d’oliva, in forno a 200° per 30-40 min.

Da gustare intervallando ogni boccone con un W l’autarchia!

Lunatico di Gennaio

di Bianca Bonavita

La terra stanca sotto la neve

dorme il silenzio di un sonno greve

l’inverno raccoglie la sua fatica

di mille secoli da un’alba antica.

Ma tu che stai, perché rimani?

Un altro inverno tornerà domani

cadrà altra neve a consolare i campi

cadrà altra neve sui camposanti.

Inverno di Fabrizio De Andrè,

(Tutti morimmo a stento, 1968)

Gennaio la terra riposa. E noi con lei.

Certo, di lavori ce n’è sempre in campagna, ma mai come ora ci si può occupare del proprio non fare. Tempo di studio e di letture, tempo di camminare per le colline e di accorgersi che dopo essere state gentrificate da impiegati di alto rango, come quartieri verdi della metropoli, ora vengono resortizzate per offrire alle jeune-filles una “meta di charme per il week-end”. Ci sono resort più popolari dallo stile pacchiano, con ombrelloni modello atollo del Pacifico e scivoli a colorare di plastica blu i pendii delle colline, e resort più chic e un po’ meno abbordabili presso dimore d’epoca, che magari organizzano anche prestigiosi festival jazz per le sere d’estate. Accade così che uno dopo l’altro vecchi casolari un tempo abitati da contadini vengano inglobati da questi orribili centri benessere bagnati da false acque termali. E così accade che la collina si trasformi in un residence diffuso, popolato da spettri in mano a una qualche holding le cui tracce svaniscono in un ufficio di Milano. Accade che il resort diventi anche latifondo e si accaparri tutte le terre circostanti piantumando ulivi alternati a bandierine da golf. Accade che laddove un tempo c’era solo il buio della notte ora ci siano le violente luci della più spettrale delle città invisibili.

L’accerchiamento è completo, si è costretti a sperare che i pochi agricoltori rimasti, pur se della chimica e della monocoltura, non cedano le loro terre. Gennaio è tempo di fare legna. Si abbatte il secco e si dirada il vecchio. Da noi è l’acacia a farla da padrona. È anche ora di scavare le buche (almeno sessanta centimetri di profondità così da poter interrare letame fresco e da creare spazio per le radici) per i nuovi alberi da frutto che sarà bene mettere a dimora prima delle esplosioni di primavera. Per risparmiare è consigliabile scegliere piante a radice nuda. In questo caso è necessario interrarle il prima possibile dopo averle prese al vivaio.

Gennaio è anche tempo di pensare alle potature: della vite e degli alberi da frutta. Se il tempo è mite si può iniziare con calma a decidere quali rami saranno portatori dei nuovi frutti e quali diventeranno bacchetti per la stufa. Ma è comunque meglio non avere troppa fretta, le gelate non fanno bene alle ferite da potatura. Un tempo, di questi tempi, la civiltà contadina si dedicava alla riparazione degli attrezzi e alla manutenzione della propria casa, delle stalle e delle rimesse. Sapiente è chi sa mettere le mani dappertutto per chiudere le falle che il tempo inevitabilmente procura alle cose. Nell’orto i cavoli sopravvissuti assumono sempre più le fattezze di reduci e iniziano a sembrare quasi incongrui in mezzo alla desolazione dell’orto passato, che chiede soltanto di essere seppellito con una bella vangata. È tempo di iniziare a fare ordine, a togliere le canne dei pomodori, a sollevare i tubi dell’irrigazione, a preparare la terra per la stesa del letame e il passaggio del trattore. Nel fragolaio si possono togliere le erbacce e ripulire le piante dalle vecchie foglie lasciando solo il cuore con i nuovi germogli. In cantina c’è poco da fare, i travasi sono finiti ed è ancora presto per imbottigliare il vino nuovo. Così anche lì si cerca di fare un po’ d’ordine tra le cose. Marzo non è lontano; non ci si è ancora completamente abituati alla morte che il suo arrivo promesso ci costringe, anche se non sempre lo si vorrebbe, a pensare di nuovo alla vita e alle sue semine. Così chi non ha modo di conservare le patate al meglio per riseminarle è tempo che pensi a come procurarsele, così come tutti i semi che vorrà seminare tra marzo e aprile. Gennaio a volte, nonostante la morte, ad ascoltare bene si sente, seppur ancora chiuso in una gemma, il brusio trionfante del sole.

La ricetta del mese: Verza al forno

La verza è indiscutibilmente, in quell’anarchica monarchia dell’orto, regina dell’inverno. E’ lei che domina e che presidia anche nel periodo più buio, più freddo. Non ha la pelle dura eppure resiste, grazie alle sue millefoglie con le vene gonfie, abbarbicate e strette le une alle altre per difendere il suo tenero cuore dai rigori del mondo invernale. E’ dolce e deliziosa e per gustarla i modi sono tanti. Per esempio, fatta a striscioline sottili e messa in forno. Con l’aggiunta di olio d’oliva, (abbondante) aglio schiacciato, sale e pepe. A chi piace cumino. Condita bene con queste cose e messa in forno ben caldo per circa 40 minuti/1 ora. Mescolandola a metà cottura. Chi ne ha voglia, aggiunge negli ultimi 10 minuti una grattugiata di parmigiano o di pecorino o pezzetti di un qualsiasi formaggio che si abbia in casa.

E’ buona anche senza formaggio!

Con la verza si possono fare mille piatti: involtini ripieni di riso o patate; polpettine vegetali aiutandosi sempre con purè di patate o riso; vellutate unendola ai fagioli. Oppure se non si ha tempo o voglia o entrambi, si tira semplicemente in padella con la cipolla! Insomma, anche se dopo mesi di suo quasi incontrastato regno, siamo tentati di digiunare, rendiamo comunque grazia alla verza!

Lunatico di Dicembre

di Bianca Bonavita

Per il mite dicembre ove l’erba
immune ridonda
offerta ultima sui vecchi balconi,
acque gentili a stimolare i tardi
campi, sussurro fervido di venti
felicemente giunti.
E’ dunque il fausto
pingue inizio,
sparisce la devastazione?
A. Zanzotto, Vocativo

Le foglie che dovevano cadere ormai sono cadute. Resistono solo, ancora per poco, aceri e querce.
La fatica allenta la sua morsa e la stufa lavora a pieno regime.
Il fuoco acceso dietro il vetro non è che un piccolo sole per le nostre ossa orfane dell’estate.


La legna scalda due volte, si dice: quando la tagli e quando la bruci. E quando la bruci, anche se non l’hai tagliata, non ti scalda solo la pelle o le ossa.
Nell’orto resistono solo le verdure con la pellaccia dura.
A volte verso mattina il latte di luna piena tracima dalla tazza della notte e nebbia si riversa sulle cose. Altre volte la notte gela e spesso i prati sono bianchi di brina e la crosta di terra ghiacciata.
Qui da noi non è più tempo di finocchi e se si vuole salvare i cavolfiori aperti dalle prime gelate non troppo cattive si possono strappare le foglie esterne più grosse e usarle come coperte.
Come reduci si stagliano nel campo i ciuffi del cavolo nero e i cardi piegati dalla prima neve e più nascoste tra le erbe le teste coronate pronte ad essere recise di cappucci e verze. Anche il sedano e i radicchi resistono ai primi freddi, ma temono più degli altri le grosse gelate. Qua e là spuntano i ricacci dei broccoletti, che fino a marzo inoltrato saranno una riserva preziosa di verde per i nostri piatti.
In cantina le patate stanno finendo e qui da noi senza frigoriferi non possono arrivare all’anno nuovo, è dunque bene cercare di finire le scorte prima che la polpa annerisca. Gli agli e le cipolle, se correttamente conservati, possono arrivare anche fino a marzo/aprile.
Per il resto l’orto è una distesa di rovine, una vecchia fatiscente costruzione che sta per essere inghiottita dalla vegetazione. Dove crescevano rigogliosi pomodori e melanzane ci sono solo scheletri anneriti, delle piante di zucchine non ci sono più nemmeno i cadaveri. Ovunque mozziconi di fusti recisi e foglie marce in putrefazione. L’incolto è ovunque di nuovo in agguato, una minaccia incombente o una via d’uscita, una speranza.
Si sopravvivrà all’inverno? Si avrà la forza di ricominciare tutto daccapo con la nuova primavera? Muovere la terra, seminare, sarchiare, raccogliere. Si resisterà ancora una volta alla tentazione di lasciar perdere, di lasciar andare, di fare che il selvatico faccia il suo corso?
Sarebbe poi così sbagliato desistere?
Di certo è sbagliato crescere oltremodo, eccedere dalla propria misura, da ciò che è proporzionato alle proprie forze, da ciò che è proporzionato alla propria gioia. Di certo è sbagliato trasformare l’economia di sussistenza in economia di mercato.


Allora non facciamoci risucchiare dal vortice della produzione continua, dalle serre, dai finanziamenti, dal bisogno di assumere dipendenti!
Stiamo fuori da tutto questo cari genuini clandestini!
Ben vengano nuovi mercatini contadini biologici, ma non ci sarà alcuna rivoluzione con la loro proliferazione. Il fine non è fornire alla megamacchina nuove nicchie di produzione e di consumo in cui il mercato può sviluppare il suo piano di social responsability e di green washing. Miriamo all’autosussistenza! Se ci è possibile trovare alternative abbandoniamo anche i mercatini, li hanno già fagocitati nei loro piani di gentrificazione, di pulizia dei quartieri e delle strade. Basta stipulare convenzioni con i comuni in cerca di meritevoli iniziative cittadiniste da usare nella lotta al degrado. Vendiamo solo a trame di amici e clandestinamente ciò che avanza della nostra sussistenza! Il suolo pubblico per cui i mercatini pagano la tassa di occupazione o è occupato o è buono solo per essere divelto e coltivato.
Dicembre è ancora tempo di seminare i bulbi di cipolla, nelle giornate in cui la terra non è troppo malata di freddo e di umido. E si può iniziare a pensare alla vigna, che ha perso le foglie e che richiede l’ordine delle forbici.
Dicembre è tempo di iniziare a fare ordine tra le cose, tra gli attrezzi, le stanze, le rimesse. È tempo di iniziare a pensare a cosa buttare, a cosa aggiustare, a cosa mancherebbe.
A fine mese si può fare un trattamento di rame nel frutteto, preventivo per le malattie fungine, e in un giorno senza vento di luna calante si può fare l’ultimo travaso del vino nuovo. Quindi noi versiamo due dita di olio enologico in damigiana e lasciamo riposare fino a marzo quando inizieremo a imbottigliare. Se tutto è andato bene sarà limpido e buono.
Dicembre peluria di grano sul freddo volto acerbo della terra.
Dicembre che ha la notte più lunga dell’anno e il giorno più bello dell’inverno in cui il sole cesserà di svanire nella notte ogni giorno di più e alzerà il capo e invertirà la rotta e dopo aver quasi toccato l’orizzonte inizierà a risalire verso il cielo per riguadagnare lo zenit e stendere così di nuovo su di noi la sua veste di luce. È questa promessa in fondo il Natale.

Ricetta del mese: Cucinare i cardi
I cardi sono uno dei doni dell’inverno.
Sono una di quelle verdure con la pellaccia dura, fatta apposta per proteggerli dal freddo e dalle miti gelate.
Abituati ai rigori inospitali e alle durezze del campo invernale, una volta portati a casa è necessario far loro sentire calore e cura e sono capaci allora di lasciarsi andare e donare imprevista e imprevedibile delizia al palato.
Per gustare al meglio il cardo, innanzitutto pulirlo bene. La pulizia è simile a quella necessaria per il sedano. Togli le foglie e la parte più alta del gambo. Togli dal gambo i filamenti e taglia quindi il gambo a pezzetti di 3-4 cm. Cuocerlo per circa 1-2 ore (o comunque fino a quando i cardi non risulteranno teneri, quindi dipende dalla tenerezza iniziale del cardo) in acqua a cui aggiungere una noce di burro, un cucchiaio di farina e del succo di limone.
Cuocere coperti ma attenzione a che l’acqua non debordi dalla pentola..fuoco lento.
Dopo questa cottura il cardo è buono anche così…altrimenti gratinarlo in forno con burro e parmigiano o passarlo in padella col pomodoro o in bianco con olio e prezzemolo.

Lunatico Agosto/Settembre

Diario mensile per chi vuole tornare sulla terra.

di Bianca Bonavita

Il segreto di agosto sono gli angoli di luce che iniziano a farsi più vicini alla terra; c’è un che di amaro nell’avvedersi in piena estate del declino che riaffiora.

Agosto inizia con casse di pomodori da salsa in attesa in cantina.

Acqua bollente, ramina e mestolo: si armeggia come streghe intorno al pentolone. I pomodori da salsa si lavano, si tagliano in 2/3 pezzi  e si buttano dentro una grande mastella da cui vengono poi prelevati per buttarli nell’acqua bollente. Il tempo che si ammorbidiscano appena e si tirano su con la ramina lasciandoli a scolare dall’acqua il più possibile. Più scolano, più densa verrà la salsa di pomodoro. Quando si ritiene che si siano sufficientemente liberati del liquido in eccesso, si passano. A mano se sono pochi, con apposite miracolose passapomodoro, addirittura elettriche, se sono tanti. Una volta passati, si imbottigliano. Importante lavare e sterilizzare bene le bottiglie che conterranno la passata: dopo averle lavate col sapone e sciacquate, metterle in forno a 150° per circa 20 minuti. Il procedimento serve per sterilizzare e igienizzare le bottiglie. Poi appena freddatesi, possono accogliere la passata. Prima di chiudere (usare tappi nuovi), mettere una piccola presa di sale grosso e volendo una foglia di basilico o prezzemolo.

Stringere bene le bottiglie, fasciarle col tessuto, in modo da evitare il contatto tra vetri che potrebbe far scoppiare le bottiglie durante il processo di bollitura, e porle in un grande pentolone vuoto, fianco a fianco. Colmare il pentolone con acqua fredda fino a ricoprire completamente le bottiglie. Consigliabile mettere una bella pietra pesante (o comunque un nel peso) sulle bottiglie per evitare che si muovano o emergano durante la bollitura. Porre sul fuoco col coperchio e portare a ebollizione. Bollire per circa 30 minuti. Spegnere il fuoco e fare raffreddare nel pentolone, sopprimendo la tentazione di tirarle fuori bollenti. E’ nel tempo di raffreddamento che le bottiglie andranno sottovuoto e, una volta estratte dall’acqua, si conserveranno per più di un anno.

Un orgoglio vederle tutte allineate sugli scaffali della cantina come una grande “armata rossa”, pronta per affrontare il  “generale inverno”!

Entro la prima metà del mese finiamo di trapiantare gli ortaggi autunnali: finocchi, cavoli, sedani, radicchi e lattughe. A inizio mese si possono ancora seminare fagiolini per avere un raccolto ad ottobre e si può anche azzardare una semina di zucchine sperando in un clima mite e non troppo umido.

Agosto è tempo di muovere la terra e di iniziare a prepararla alle semine autunnali. Le raccolte estive sono terminate e il campo, tra stoppie ed erbe selvatiche rinsecchite, sembra una casa disadorna e abbandonata. Un tempo erano i buoi a solcare quel mare arido e dorato, ora sono le macchine a colorare di bruno il paesaggio. Quelle macchine che hanno alleviato la fatica ma che hanno anche contribuito all’estinzione delle civiltà contadine.

In un piccolo orto è consigliabile aspettare che le prime piogge di settembre ammorbidiscano la terra per vangare il pezzo che si vuole destinare alla semina di agli, cipolle, piselli e fave.

Ma se l’appezzamento è grande, dà un reddito e si vuole anche seminare un po’ di grano per avere la propria farina, è necessario avvalersi di un trattore e anticipare le piogge. Se c’è del letame a disposizione, è buona cosa spargerlo ora sulla terra prima della sua lavorazione.

In agricoltura naturale si tende a non usare lavorazioni profonde che rivoltano la terra come l’aratura, a meno che non siano necessarie, per evitare di sotterrare l’humus. E’ preferibile attaccare al trattore una vangatrice che lavora più superficialmente, arieggia e non ribalta.

Dopo il lavoro si ha l’illusione che l’incolto sia stato domato e allora la terra nuda di pietre terrose può attendere quei bastimenti settembrini di nubi che la scioglieranno dalla morsa dell’estate per consegnarla al graffio gentile dell’erpice. Poi, farina, sarà di nuovo pronta per il seme.

A fine agosto è un buon momento per rinnovare la fragolaia.

Trapiantando ora si avrà un buon raccolto già dal maggio successivo.

Le nuove piantine, o gli stoloni presi dalle vecchie piante, si trapiantano a una distanza di circa trenta centimetri sulla fila e tra le file. Le fragole non amano i ristagni d’acqua quindi è spesso consigliato creare delle baulature rialzate atte a favorire lo scolo. Temendo anche l’attacco delle erbe selvatiche di solito vengono coltivate con una pacciamatura, che può essere di paglia, plastica o materiale biodegradabile. Per avere un buon raccolto la primavera che verrà c’è chi consiglia di asportare gli eventuali fiori che spunteranno in autunno. Ma è anche bello mangiarsi le fragole a ottobre…

Settembre è buono quando inizia con fortezze di nubi dall’oceano a inondare i campi d’acque nuove dopo mesi di siccità. E se l’acqua porta disastri, il più delle volte non fa che portare alla luce disastri avvenuti da tempo che portano i nomi di profitto, cemento, devastazione ambientale, rapacità e abbandono delle terre marginali.

Se settembre è piovoso l’orto autunnale sarà rigoglioso e a rischio lumache. Le più insidiose sono le limacce, più difficili da raccogliere e allontanare. Per contrastarle si sentono tante storie, dal fosfato ferrico a un perimetro di cenere a una ciotola di birra.

Per le larve di cavolaia sui cavoli se l’orto è piccolo basta schiacciare le piccola uova gialle sopra o sotto le foglie prima che nascano i bruchi. Se la coltivazione è più grande si può usare il bacillus turigensis per lepidotteri.

Inizio settembre si possono ancora seminare ravanelli, cime di rapa, rape, senape, rucola e spinaci.

Ma settembre è soprattutto il mese del mosto, che è bello incontrare per caso nell’aria davanti alle aie sopravvissute.

Noi ci prendiamo cura di un vecchio moribondo vigneto di trebbiano e albana (un vitigno tipico della Romagna da cui si ricava anche un buon passito). Di solito vendemmiamo intorno al dieci del mese. Quest’anno il raccolto è scarsissimo per via di una grandinata primaverile. Ma la poca uva rimasta è di alta qualità.

Unendo insegnamenti di alcuni bravi vignaioli abbiamo con gli anni imparato a fare un vino sincero e senza pretese.

Essendo uve bianche le pigiamo con una pigiadiraspatrice che separa i graspi e lascia cadere nel tino soltanto gli acini. E’ in questa fase che di solito si utilizzano i solfiti. Noi non li usiamo e  il vino non ci è mai andato a male per questo. Finita la pigiatura copriamo il tino con un lenzuolo e attendiamo tra le 24 e le 48 ore massimo per effettuare la svinatura, ovvero la separazione del mosto dall’uva. (Per il rosso questa fase dura di solito almeno cinque giorni affinché il vino abbia più corpo e colore). Prima di svinare eliminiamo il cappello, ovvero le uve rimaste a contatto con l’aria e inacidite. In alternativa è d’uso sommergere il cappello tre/quattro volte al giorno per evitare l’inacidimento.

Quando il mosto ha finito di colare nelle damigiane togliamo le uve dai tini e le passiamo nel torchio. Ed è sempre sorprendente vedere quanto ci sia ancora da spremere. La ciambella di bucce che ne resta viene sparsa nel frutteto e pare che un tempo, dall’uva rossa che si pigiava anche con le graspe, si facessero mattonelle secche per accendere la stufa.

A questo punto noi lasciamo il mosto in damigiana coprendo la sommità solo con un sacchetto, lasciandola vuota ben prima del collo cosicché ci sia l’aria sufficiente per la bollitura, fino a quando non ci sono più segni apparenti di fermentazione (può durare anche alcune settimane). Più in là si interrompe la fermentazione più sarà secco il vino. Ma le uve di albana sono talmente dolci che non ci è ancora riuscito ottenere un vino veramente secco. Comunque quando la fermentazione è cessata travasiamo il vino in altre damigiane questa volta riempiendole fino al collo e tappando. Da qui inizia il periodo dei travasi, atto a illimpidire e purificare il vino, che si protrae almeno fino a fine anno quando, dopo l’ultimo travaso, si sigilla il nettare con due dita di olio enologico per proteggerlo nel lungo periodo dall’aria acetificante.

A marzo, in luna calante e in giornate senza vento, ché non s’agiti troppo, si potrà imbottigliare.

Ma settembre per qualcuno è anche tempo di iniziare a pensare di pulire l’oliveto per preparare la raccolta e un pensiero va anche agli amici di montagna che arrampicati sui pendii sprimacciano cuscini e rifanno letti di terra e di foglie ai ricci che traballano sui vecchi castagni.

Settembre si contano i morti e i feriti sul campo di battaglia dell’estate. E’ possibile che un male nuovo sia spuntato ad una spalla e che quello vecchio in qualche luogo più segreto si sia acuito.

Settembre è tempo di raccogliere le forze per affrontare l’inverno, per questo c’è aria di tregua nell’aria, per questo arriva lieve l’autunno. E’ il mese più bello per pensare rivoluzioni.

Sarà un mestiere duro quello dell’ascia.

Lunatico Luglio

di Bianca Bonavita

La morte ha tanti colori. Può avere il colore della terra o quello della neve.

Luglio è il mese della morte gialla.

Irte le stoppie attendono da secoli il vomere che le seppellirà.

Per l’orto è mese di rivoluzioni.

Semine e trapianti primaverili sono nel pieno della loro generosità.

Si raccolgono ancora zucchine, cetrioli e fagiolini e finalmente pomodori, melanzane, peperoni, meloni e angurie.

Per decidere quando un melone è pronto per essere raccolto, oltre al colore e al profumo, si deve prestare attenzione a che l’aureola con la quale è attaccato alla pianta si stacchi quasi naturalmente senza eccessive forzature. Per l’anguria l’ultimo ricciolo lungo il fusto prima del frutto dovrebbe essere secco.

Dopo tre mesi di sarchiature la zappa si riposa un po’. Ora gli ortaggi se la cavano da soli e un po’ di malerbe tra le file contribuiscono soltanto a tenere un po’ più umido il terreno.

È tempo anche delle grandi raccolte di cipolle e patate.

Per le cipolle noi aspettiamo che la parte aerea si sia seccata, quindi le scalziamo e le lasciamo sul campo ad asciugare qualche giorno come si era fatto per l’aglio. Le cipolle rosse soffrono un po’ di più, come lo scalogno, i raggi diretti del sole; quindi meglio non lasciarle troppo nel campo dopo averle scalzate. Quelle dorate sono più resistenti ed è bene che asciughino il più possibile perché saranno loro a costituire la riserva invernale. Se ben conservate, all’aria fino a settembre, e in locale chiuso ma non troppo umido dall’autunno, potranno durare fino a primavera  inoltrata dell’anno successivo senza bisogno di alcun frigorifero.

Le patate si possono raccogliere bene a vanga se l’appezzamento è piccolo. Altrimenti, senza scomodare le nuove macchine a nastro che a vederle in azione sembrano replicare la catena di montaggio, ci sono ancora in circolazione vecchi cavapatate da attaccare al trattore che con vomere e setaccio fanno un ottimo lavoro.

Le patate, a differenza delle cipolle, temono il sole diretto e non devono essere lasciate sul campo. Comunque la raccolta grossa va fatta quando la terra è asciutta e quando la pianta si è seccata. Noi le stipiamo fin da subito in cantina dove riusciamo a conservarle al massimo fino a gennaio asportando naturalmente i germogli prima di usarle. Per riuscire “a fare il giro” con le patate, ovvero ad arrivare al maggio/giugno dell’anno successivo è necessaria la conservazione nei frigoriferi a circa 6°. Da tener presente comunque che più ci si allontana dal periodo di raccolta più le patate sviluppano solanina, sostanza in alte dosi tossica comune a tutte le solanacee, quindi meno si mangiano patate nei primi mesi dell’anno meglio è. Per riprodursi il proprio “seme” di patate si potrebbero selezionare i tuberi di media pezzatura più sani e conservarli in frigorifero fino a febbraio quando si possono fare pregerminare in vista della semina. Tradizionalmente la patata è da montagna anche perché seminando tardi, raccogliendo in autunno e avendo basse temperature fino a primavera inoltrata è più facile conservare e riprodurre il proprio “seme”.

A inizio mese è bene approfittare di una piovuta che ammorbidisca la terra per preparare il terreno a semine  e trapianti delle “autunnali”: cavoli di tutte le specie, porri, sedani, finocchi, radicchi e magari ancora lattughe, cicorie, bietole, fagiolini e zucchine.

I cavoli li trapiantiamo a sessanta centimetri sulla fila, settanta tra le file. I cavoli amano una terra concimata ed è bene tenerli molto ben bagnati nelle prime due/tre settimane dopo il trapianto. La terra attorno alla piantina dovrebbe essere sempre umida. Abbiamo notato che un buon attecchimento è fondamentale, ancora più che per altri ortaggi, per un buon raccolto.

Tra la fine di luglio e l’inizio d’agosto tutte le piantine di cavoli saranno in terra. Rimandare oltre nelle nostre zone vorrebbe dire non avere la garanzia che riescano a compiere il loro ciclo prima del gelo.

Difficile dire se in questo periodo dell’anno sia più temibile la grandine o la siccità. Non potendo contare solo sul cielo è necessario pensare bene al proprio sistema di irrigazione.

Qualunque sia la fonte d’acqua, sorgiva, d’acquedotto o piovana, per l’irrigazione di orti un po’ più che “familiari” si consiglia il cosiddetto “goccia a goccia”, tubi con ala gocciolante di solito a venti/trenta/quaranta centimetri che vanno collegati tramite staffe e rubinetti a un tubo principale. In caso di scarsità d’acqua è un ottimo sistema perché oltre al basso consumo lascia il tempo alla terra e alla pianta di assorbire tutta l’acqua a disposizione.

Entro la fine del mese seminiamo nuovamente le zucchine, termine ultimo nelle nostre zone per avere un raccolto a settembre/ottobre.

Tra le selvatiche del periodo ricordiamo la portulaca, preziosa erba grassa ricca di omega 3 ottima in insalata o tritata in una salsa di yogurt.

Nel frutteto è tempo di prugne e di pesche. In caso di siccità un po’ d’acqua agli alberelli di uno o due anni non va affatto male.

Per i meli valutare se intervenire di nuovo contro la carpocapsa mentre nell’uliveto verso fine mese è bene pensare come far fronte a eventuali attacchi di mosca.

Nella vigna noi passiamo un’ultima volta con rame e zolfo. In questo periodo molto importante lo zolfo per prevenire attacchi di oidio.

Luglio, e poi agosto, sono in queste latitudini i mesi delle cicale e delle formiche del capitale.

In questo periodo la millantata e tanto decantata alleanza città-campagna tra reti contadine e cosiddetti co-produttori va un po’ a farsi friggere.

Sono i mesi in cui le locali piccole borghesie planetarie programmano i propri straordinari vacanzieri al ritmo cicaleggiante delle hits delegando al sistema dei piccoli e grandi funzionari dell’agroindustria il compito di stoccare nei capannoni- formicai le scorte alimentari per l’inverno.

La nuova forma di vita contadina che pensiamo è quella che può dire: noi non siamo le vostre cicale, noi non siamo le vostre formiche, noi cantiamo mentre raccogliamo, noi raccogliamo anche se soltanto cantiamo.

La ricetta “selvatica del mese”: Salsa di portulaca

La Portulaca, dai mille nomi regionali, è una pianta spontanea dei campi estivi che aveva nel passato molti usi nella cucina popolare italiana, nel Lazio e nel centro sud soprattutto (l’insalata tipica napoletana era “rucola e pucchiacchiella”, vendute insieme da ortolani ambulanti).

Conosciuta già dagli Egiziani e dai Romani per le sue proprietà medicinali.

Gioacchino Belli la citava nelle sue poesie, similitudine della miseria, “stai terra a terra come la porcacchia”, per la natura di questa pianta che cresce raso terra espandendosi in larghezza senza mai crescere in altezza.

Si mangia cruda o cotta ma meglio cruda per non disperdere i preziosi omega 3 vegetali, praticamente l’unica pianta che ne ha nel mondo vegetale terrestre.

Insalate, misticanze insieme a rucola, lattuga, altre erbe selvatiche oppure insieme alle patate lesse, come si faceva in Italia nel passato.

Insieme all’insalata di pomodori, cetrioli e cipolla, come fanno in Turchia ancora oggi.

Il gusto leggermente acidulo oltre alla consistenza “grassa” è la sua caratteristica.

I turchi ci fanno una deliziosa salsa con lo yoghurt (semizotu)

(loro ci mettono anche un paio di alici dissalate ma è buona anche senza):

pestate o triturate le parti morbide della portulaca

aggiungete aglio pestato secondo vostro gusto

sale, pepe e olio d’oliva

il tutto deve concretizzarsi in una crema liscia

per ultimo aggiungete lo yoghurt

poi la potete magiare su crostini oppure condirci pasta o riso.