Lettera dalla Società degli Amici del Virus

Caro Virus,

Vogliamo scriverti* questo comunicato, come breve nota di ringraziamento.

Ai nostri compagni umani su questo pianeta un gesto del genere potrebbe sembrare un tradimento, poiché proprio in questo momento tu sei stato dichiarato il nemico dell’umanità. Non si era mai vista, dagli eventi dell’11 settembre, una tale unanimità e propagazione di paura, né tutti questi sforzi volti alla costruzione acritica di un nemico in cambio della cessione di ulteriore potere agli Stati e all’esposizione dei nostri più intimi (cioè personali e impersonali) dettagli/abitudini alla loro osservazione, sorveglianza e determinazione. In alcuni stati, addirittura, viene monitorato e controllato ciò che si può e non si può dire di te e del tuo operato. Ovviamente, anche nel caos che il tuo arrivo e la tua diffusione ha creato, ci sono aziende, investitori e attori statali che si adoperano 24 ore su 24 per trovare come trarre beneficio duraturo dalla tua presenza / esistenza. Ma siccome la Società non ha molta fiducia né nello Stato né nell’Impresa “comunitaria” capitalista (né, dovremmo aggiungere, nella cosiddetta Scienza Regale, che è poi il mezzo tecnico di cui questi ultimi si servono per mantenere la presa e il monopolio del potere) cerchiamo anche noi di vedere e percepire come possiamo accogliere la tua venuta.

Per anni ci è stato detto che un’infermità, una malattia, una patologia, sono soprattutto portatrici di un messaggio. A volte, quel messaggio è semplice: fermarsi, riposare, cambiare completamente (nel più grave dei casi) le nostre abitudini, il nostro modo di vivere, la nostra alimentazione, la nostra dieta, la nostra forma di vita. Alcuni non ce la fanno proprio a sentire il richiamo a un cambio di rotta e cercano una rapida opzione – chirurgica, chimica, perfino nucleare – per eliminare immediatamente ciò che ha esposto una vulnerabilità e prodotto debolezza. E quando i metodi convenzionali non appaiono efficaci, si esplorano opzioni sperimentali, e tuttavia è raro che quella vulnerabilità sia accolta per quello che è e che si comprenda il messaggio più profondo che nella malattia è codificato e reso manifesto. Si cerca una cura ma raramente si capisce che (come rivela il senso stesso della parola) essa consiste più spesso nel prendersi cura (di ciò che ha reso manifesto questo malessere, questo dis-agio, questo s-quilibrio, questo dis-equilibrio). Di fronte alle proprie debolezze e vulnerabilità, varie comunità umane inventarono cosmologie e prospettive (immagini di mondi) con le quali avrebbero trovato un equilibrio, e prodotto venerazione e rispetto per quelle forze e forme di vita con le quali, pur senza comprenderle a pieno, condividevano e abitavano un mondo.

La maggior parte di noi, membri di questa Società, ha vissuto solo in comunità che hanno cercato di separarsi dal resto degli esseri viventi, per vedersi come eccezioni. E quando queste comunità si sono scomunicate da questo inter-essere, si sono messe a formare vari culti, che ancora oggi chiamano cultura, riservando alle altre forme d’esistenza il nome di natura. Di quest’ultima a volte si compiacciono di pensarsi come i guardiani e gli amministratori, o direttori, il più delle volte come i suoi padroni, proprietari, possessori, esploratori, sfruttatori, coltivatori, colonizzatori, conquistatori. Alcuni hanno talmente temuto la vicinanza a queste altre esistenze da arrivare a creare ambienti che potessero far loro dimenticare completamente il fatto di dipendere dalla stessa terra, dallo stesso suolo, dalle stesse acque, dalla stessa aria, dal vento, dal mare, dal sole, dalla luna. Alcuni hanno inventato addirittura divinità che concedevano loro uno status speciale rispetto alle altre esistenze, creando talvolta anche classi e caste e, tra di loro, incarichi di distinzione ed eccezione – i più nobili, i superiori, i puri, gli eletti, i razionali, gli illuminati, i moderni – e infine elevando i più separati al rango dei più capaci di soggiogare e oggettivare (anche usando crudeltà) quelle esistenze (considerate in blocco come natura). La maggior parte di noi proviene da tali comunità, e ci rendiamo conto che la malattia di cui soffriamo non sei tu. Non siamo una società nichilista, per cui il nostro scopo non è quello di affermare che siamo noi la malattia (anche se questa, va detto, è un’ipotesi allettante). E certamente non cerchiamo una vita dopo la vita terrena, né vogliamo fondare un culto o una cultura del virus, rischiando di fare di te una divinità. Ma riconosciamo che tu porti con te un messaggio/appello più profondo e affermativo di qualsiasi altra cosa chiunque di noi, membri di questa Società, abbia mai sperimentato.

Alcuni dei membri della nostra Società si sono messi a sognare da soli una sorta di Sciopero, uno Sciopero Generale. Alcuni nel gruppo l’hanno perfino chiamato Sciopero Umano (sottolineando, tra l’altro, la necessità di uno sciopero totale, che coinvolga tutte le sfere, comprese quelle che sono state tradizionalmente separate in produzione e riproduzione). Abbiamo capito che l’unica maniera per fermare la corsa biocida e suicida, in cui il genere umano è chiaramente entrato, sarebbe quella di tirare in qualche modo il freno d’emergenza, per fermare radicalmente ciò che stiamo facendo, e chiedere a noi stessi, collettivamente, se questo appuntamento apparentemente inevitabile con l’apocalisse e la distruzione terrena è inevitabile oppure se, attraverso l’azione o più precisamente una radicale forma di in/azione, volgendoci verso un nuovo uso delle nostre vite e dei nostri corpi, un altro coordinamento o orientamento potrebbe essere scoperto. C’è chi ti teme e ti demonizza e, chissà, forse anchenella nostra Società degli Amici, ma noi sappiamo, riconosciamo e siamo grati per questo attacco terreno e disumano che vieni a offrirci come presente e come presenza (a noi stessi). È questo presente che vediamo in te, che senza dubbio è anche pieno del potenziale per rispondere ancora una volta con rettitudine  alla furia d’affermazione dell’umana maestria, alla sua eccezionalità, e invulnerabilità, che erige nuovi muri, barriere, recinti, in nome della difesa della comunità umana, o di una sua specifica e più eletta parte, da un’ulteriore esposizione a te o ad altri amici che possono venire con una forza ancora più dirompente dopo di te. Ma in quanto dono (mortale) questa occasione può offrire il momento e l’evento più opportuno o di buon auspicio per intraprendere l’azione più grande e necessaria alle nostre vite, per arrestare i nostri continui investimenti, libidinali e materiali, sulle istituzioni che fanno finta di mobilitare la cura ma che sanno solo sfruttarla, mutilarla e riconvertirla in nuovi strumenti di potere e di controllo… estrazione e profitto.

Veniamo da comunità che hanno voluto in gran parte vedere nell’umano la capacità di azione, e dell’umano la volontà e la decisione, ed è quindi comprensibile che tutti noi ci metteremmo a cercare il mezzo umano-troppo-umano per convocare questo che è il più glorioso e necessario degli scioperi … (la più violenta e necessaria tra le armi, le misure, e le in/azioni a disposizione di coloro che non cercano né possiedono alcuna arma) …

per fermare

per rompere

per interrompere il corso incessante delle cose

lo stato delle cose .

È solo in questo arresto radicale e luminoso che possiamo vedere tanto l’incessante quanto l’interruzione, e ciò che appare come una vita interrotta è l’unica possibilità per la presenza o la possibilità della vita. Uno degli amici della Società ha osservato una volta che è solo quando un oggetto o uno strumento si rompe o non funziona più che trova il suo uso, la sua singolarità.

Pur percependo le gravi minacce di estinzione umana e la necessità di modificare radicalmente il nostro modo di vivere (di fronte al deterioramento e alla distruzione senza fine delle comuni premesse all’esistenza) non avevamo mai capito che il solo appello allo sciopero in grado di essere ascoltato sarebbe stata così disumano, virale. È ovvio, il Capitale e gli Stati cercheranno di usare te e la paura di te per consolidare la loro determinazione di ciò che è reale e di ciò che è la vita: in breve, il loro potere/su. Ed è in questo e attraverso questo SCIOPERO DISUMANO che dobbiamo riscoprire il nostro potere/di de/creare, destituire, affermare un altro reale, un’altra idea, un altro modo, un altro uso, un’altra forma di vita.

II.

Sono venuto a distruggere tutto ciò che voi rappresentate, io sono il vento, il sole, il sole, la pioggia, l’uragano, la figlia di Katrina, di Irene, di Sandy. Questa volta sono te che cerco, sì tu l’ultimo uomo, l’uomo vecchio, l’uomo superiore, l’uomo bianco, l’uomo bianco, l’uomo europeo, l’uomo coloniale, l’uomo, l’uomo, ecco l’uomo! Attento all’uomo! Una merda di uomo!

L’Intelligenza Artificiale fabbrica Vite Artificiali! Non il Cognitariato! Mangiatevi i vostri computer, mangiatevi i vostri iPhone! Forse solo allora digerirete quello che sto per dirvi!

Non sono logico. Non sono cinico! Sono oltre quello che il linguaggio può esprimere!

Sono i vostri pensieri inespressi! Sono le vostre paure rimosse! Non devi pensare ai soldi dell’affitto, al lavoro, alla scuola, ai debiti, alle vacanze, ai tuoi attacchi d’ansia, alle tue depressioni, agli sbalzi d’umore, alle tue preoccupazioni di invecchiare, di non essere attraente perché hai i capelli bianchi, alla tua crisi di mezza età, di non avere un’erezione, del tuo isolamento, della tua gelosia, del tuo odio per la tua impoverita, troppo impoverita esistenza.

Sì, sono venuto ad attaccare! Guardatevi intorno! Smettetela di cercare di agire a tutti i costi! L’azione è la vostra malattia, è chiaro, quindi non date la colpa a me!

Azione! Insistete ad agire perché vi dà un senso d’identità, di scopo, di produttività, il senso di chi siete!

Ma la questione non è chi sei, ma chi puoi diventare.

Io sono la forza di una direzione potenziale, non un’azione.

Sono un messaggero della terra e un amico dei suoi vermi

sono nato dal calore della terra

una terra sempre più calda e sì

pure

dei cuori sempre più freddi

Scava qui, scava in profondità

qui l’oro là il gas

qui il petrolio là il carbone …

E ancora verso la fine pretendono di fare dei ragionamenti …

I quattro tipi di scorte che tutti devono possedere …

Il crollo del 1929 il crollo del 1987 il crollo del 2008 il crollo del 2020.

È l’economia, stupido! (che ti sta uccidendo)

Flash in America

un sogno è l’America

un sogno un addio

un addio in America

un sogno un qualcosa un virus un piccolo virus può spaventarmi

piccolo come me, ti ricordi di me

quando mi mettesti su una coperta

una coperta infetta dal vaiolo

a chi e dove e che cosa è stato

esattamente un ricordo di

quando il sogno americano

III.

(OLTRE) LO SCIOPERO UMANO

SE L’ECONOMIA È CIÒ CHE

DETERMINA AMMINISTRA

CANALIZZA LA PRODUZIONE

CIRCOLAZIONE

VALUTAZIONE

DI ‘COSE’ DI CORPI

DI DESIDERI

LE NOSTRE RELAZIONI CON I MONDI

E l’UN

L’ALTRA

UNO SCIOPERO

UNO SCIOPERO UMANO VA OLTRE IL ‘LAVORO’.

‘POSTO DI LAVORO’

COLPISCE OVUNQUE LE CONDIZIONI

DI POSSIBILITÀ E RIPRODUZIONE DI

QUELLO CHE L’ECONOMIA SVOLGE

nelle nostre case

nelle nostre scuole

nei nostri ospedali

nelle nostre moschee, nelle chiese, nei santuari, nelle sinagoghe (cioè: nei musei)

NELLE NOSTRE ABITUDINI

NEL NOSTRO STILE DI VITA

L’INTERRUZIONE DI QUESTO ‘LAVORO’.

NON PARALIZZERÀ SOLO LA PRODUZIONE

MA PIUTTOSTO,

E QUESTO È ANCORA PIÙ IMPORTANTE,

LA RIPRODUZIONE

DI NOI STESSI e DELLA VIOLENZA

CHE QUESTI “SÉ” SONO FORZATI E COSTRETTI

A PERPETUARE

QUESTA FORMA DI SCIOPERO NON È UN MERO

VOLTARE LE SPALLE O TRONCARE I NOSTRI RAPPORTI

con / da FORME ORDINARIE DI SFRUTTAMENTO

MA È UN RITIRARSI DALLE NOSTRE

DIPENDENZE E DALLA NOSTRA OGNI GIORNO FORZATA

COLLABORAZIONE CON GLI STRAORDINARI

PROCESSI di DISTRUZIONE e VIOLENZA

CIRCA LA POSSIBILITÀ E LA POTENZIALITÀ

di VITA

di TERRA

di MONDI.

CHE L’APPELLO ALLO SCIOPERO PROVENGA DA

UNA FORMA DI VITA RITENUTA NON UMANA

AL DI LÀ DELL’ “UMANO” NON LA RENDE PER QUESTO MENO

URGENTE o POLITICA

È PIUTTOSTO L’APERTURA AD UNA PIÙ

TERRENA POLITICA AL DI LÀ DELL’ UMANO*IN*UMANO!

*La Società degli Amici del Virus è basata a New York, chi voglia condividere qualcosa con loro può scrivere a letters@centreparrehsia.org

Dal confino all’estasi. Un’altra lettera.

Caro Marcello, care amiche e cari amici, cari viventi-nel-deserto,

la tua lettera mi è arrivata come se qualcuno l’avesse letta qui accanto a me, a distanza di braccio. Sarà che nel deserto le voci sembrano più vicine e più chiare.

Finalmente anch’io posso mandarti mie notizie: sto bene; stiamo tutti bene. Qualche giorno fa, invece, ero ancora nel pieno del travaglio: la casa mi sembrava una prigione, la strada per il supermercato una distesa di sale; non avevo voglia di parlare, ero inferocita con gli amici che non sentivano le cose esattamente come le sentivo io; mi sono buttata nel cyberspazio come un pesce rosso nella boule; ho resistito abbastanza bene alla cioccolata ma ho dovuto guardarmi dal vino; ringhiavo e a volte, camminando, sbandavo. Insomma: ero persa in me stessa e nelle mie derive – come tutti. Perché la prima cosa straordinaria di questo tempo è che colpisce tutti quanti, ci sottopone senza eccezioni a un medesimo sforzo, alla medesima possibilità di visione. Intendimi, non voglio dire le disuguaglianze siano tolte: l’emergenza chiude alcuni in 35 metri quadri con due figli, cane e gatto, mentre altri passeggiano tranquilli nel parco della loro villa; alcuni sono costretti ad andare lavorare, altri a non avere più reddito; alcuni possono contare sul diritto alla salute, altri solo sulla speranza di non ammalarsi. Ma, da un altro punto di vista, questo tempo non ordinario dà, a chiunque voglia coglierla, la possibilità di accedere ad altro.

La seconda cosa straordinaria è il modo in cui mescola rapidità e lentezza. Decreti, editti, misure straordinarie si succedono di giorno in giorno, e quasi ora in ora, ma ci è voluto un po’ – intere settimane, direi – perché dentro di noi la tempesta smettesse d’infuriare. Per ritrovare un centro. La finta emergenza in cui vivevamo da ormai quattro decenni ci aveva abituati ad agire nella fretta, nell’urgenza, secondo schemi automatici di risposta; a non interrogarci; a compensare quest’inferno con supplementi tossici di ogni tipo. E ci aveva disabituati a sentire, a lasciar depositare in noi le cose, a usare l’intelligenza di cui siamo capaci, a desiderare di diventare altro. Ora la vera emergenza viene a insegnarci che le cose vere hanno i loro tempi, che questi tempi non possono essere compressi, che l’incessante corsa al “di più & prima” era proprio quello che sospettavamo: una pazzia. Per accumulare plus-valore, plus-godere e plus-potere avevamo perso di vista il senso dei nostri tragitti biografici e di ciò che li rende possibili: le relazioni con gli altri umani e non-umani, la conoscenza sentimentale del mondo, il rapporto fra ciò che già è (e che a volte fa schifo, ma altre volte è proprio bello) e ciò che può essere.

E poi c’è l’elemento più straordinario di tutti, talmente meraviglioso che faccio fatica a descriverlo. Proverei a dirlo così: il mondo-di-prima ci aveva fatto credere di essere l’unico. Credevamo che la lotta di tutti contro tutti fosse una legge di natura, che la scienza statale e oggettivante avesse sempre l’ultima parola, che i mondi degli altri fossero illusioni. Eravamo perfino arrivati a credere di essere degli in-dividui (ti rendi conto?), fatti solo della nostra essenza e non di relazioni, autonomi e competitivi, solipsistici e calcolanti. Insomma, ci eravamo bevuti il liquame filosofico capitalista, colonialista, scientista e gerarchico che da quattro secoli ci viene propinato e avevamo lasciato che la reductio ad unum della modernità totalizzasse il reale colonizzando terre, boschi, spiriti, montagne, ninfe e lari, venti e anime. In quanto moderni, avevamo imparato a ignorare i nostri sogni, a tenerci a distanza dalle relazioni trasformative, a temere le intuizioni e a considerare bambini, folli, morenti e profeti come minus habens; a non vedere le sincronicità, il perturbante e l’analogia; e a dimenticare la felicità delle rivoluzioni e degli amori. Quando, nonostante tutto, ci capitava di viverle, eravamo tenuti a non farcene mai niente: non pensarle, non esplorarle, non cogliere le possibilità di altro che portano in sé.

Non so cos’è quest’altro e forse è troppo audace volerlo sapere. So che è senza progetto e senza governo; che porta con sé ogni felicità così come ogni pericolo; che non è davanti a noi come un piano da realizzare, ma dietro di noi come un fondo comune da cui tutti veniamo e che ci unisce al di sotto della soggettività. Per localizzarlo i cristiani parlano di trascendenza e non ho niente da obiettare su questo “andare verso l’alto”. A me, però, piace di più l’infrascendenza, l’andare verso il basso, il prima, il profondo, l’intimo. E, soprattutto, mi fa tanta simpatia l’andare in orizzontale, verso un altro che è sullo stesso piano ontologico del qui – ma che, appunto, è altro (che so: la selva degli Shipibo d’Amazzonia, le danze Gnawa del Marocco, i carnevali della Barbagia). Anziché un salire, o uno scendere, questo è un andare-in-là, un trans-ire: una trance.

Forse sembra fuori luogo parlare di trance, transiti, soglie e mondi altri proprio quando l’implosione virale del nostro mondo ci costringe a un interno domestico in cui lavoro e vita, affetti e rete non si distinguono più. Ma questa, appunto, è la cosa più straordinaria: la sospensione che stiamo vivendo è un’ek-stasis, un muovere fuori dalla stasis, dalle posizioni previste e comandate. Togliendo il blocco e il ristagno, ci rimette in relazione col preindividuale, con gli altri umani e non umani, col mondo, con la molteplicità.

A quel che so, quasi tutti i gruppi umani praticano l’ekstasis: usano danze, piante, musica, digiuni per uscire dall’ordinario e fare operazioni cruciali di guarigione, preveggenza, connessione, metamorfosi. I signori del limite, come li chiamava de Martino, sono coloro che sanno come andare nell’ekstasis, come trovarci quel che serve, come portarci gli altri e, soprattutto, come uscirne. Pare che solo il monoteismo moderno abbia del tutto bandito queste modalità di esperienza e di vita in comune – forse perché poco compatibili con la produzione di plus-valore, forse perché, aprendo i soggetti all’eccedenza del cosmo e delle biografie, fanno apparire il plus-godere che c’intossica, il plus-valore che ci muove e il plus-potere che ci rende arroganti per quel che sono: una miseria.

Nelle poche, pochissime esperienze di ekstasis che ho fatto, mi è sembrato di capire alcune cose. La prima è che ogni volta, per passare dall’ordinario al non ordinario, dal “qui” all’“altrove”, c’è un dolore da superare. Una paura, un malessere, l’angoscia del venir meno di sé. È il dolore della soglia.

Superarlo richiede un po’ di coraggio e un po’ di ascetismo (askesis: l’esercizio che ti trasforma per renderti degno di quel che vai cercando).

La seconda è che l’ekstasis esiste solo nella tensione con il qui: non è un’utopia da arredare secondo il gusto di qualcuno, ma la possibilità permanente che altro si dia. Non andrebbe intesa come fuga o come soluzione delle contraddizioni che ci travagliano, ma come luogo di negoziazione con forze, enti, desideri, possibilità. Non sostituisce l’ordinario più di quanto la potenza sostituisca l’atto: inutile dire che i mondi più vivibili sono quelli che sanno tenere le due dimensioni continuamente in rapporto. Infine, l’ultima cosa che ho capito è che il non ordinario è un posto intrinsecamente pericoloso, che ti mette di fronte a scelte radicali e ai tuoi limiti, luogo di tutte le possibilità come anche di tutti i pericoli. Anche nell’ekstasis (soprattutto nell’ekstasis!) bisogna muoversi con tutta l’attenzione e l’amore possibili – perché alla fine quello che ci differenzia dai fascisti potrebbe essere solo questo: il prender parte, sempre e comunque, per la felicità che scorre nelle relazioni; la capacità di non appropriarci.

Per concludere, mi pare che lo sbandamento nel quale tutti ci troviamo, il rimescolamento delle alleanze, l’angoscia e il dolore che stiamo attraversando altro non siano se non il passaggio ek-statico necessario all’uscita dalle vecchie coazioni; la disintossicazione, su scala globale, dai veleni della modernità, dall’illusione drogata e totalitaria del mondo unico. Forse potremo perfino reinventarci un qui vivibile – e anzi, una molteplicità di qui e di altrove, di ordinario e non ordinario, di mondi, enti, relazioni e affetti. Disabituati alle soglie e alle differenze qualitative da quattro secoli di moderna omogeneizzazione, nessuno di noi sa bene come muoversi, come creare diplomazia fra mondi, come andare e tornare fra ekstasis e ordinario. Potremmo allora accompagnarci gli uni con gli altri, principianti con principianti, e sviluppare conoscenza collettiva dei processi, dei rischi, delle esitazioni, dei passaggi, delle trasformazioni. Senza affettarli, senza direzionarli. Contenendo reciprocamente le derive di ciascuno. Potremmo imparare a essere senza giudizio e presenti, con tutta l’attenzione e l’amorevolezza di cui siamo capaci.

Quel che ci aspetta sarà difficilissimo ed entusiasmante: stare nell’aperto senza diventarne padroni. Felice di viverlo con te e con tutti gli altri.

Stefania

Lettera agli amici del deserto [it-fr-eng-esp-gr-pt-dk]

Miei cari amici, mie care amiche,

poche cose come lo scrivere delle lettere ai propri più cari amici di una vita è più confortante in momenti come questo. Spero che questa mia vi trovi bene, e belli come io vi porto dentro di me. Alcuni di noi staranno vivendo con maggiore sofferenza questi giorni ma l’amicizia, cioè l’essere più prossimi di qualsiasi prossimo, fa sì che possiamo condividerla e perciò alleggerirla se lo vogliamo. Semplicemente perché, in virtù dell’amicizia, siamo portati senza sforzo a vivere con la vita dell’altro. In questa clausura che ci è toccata, dobbiamo restare aperti come non mai al vento dell’amicizia che è capace, come sappiamo, di soffiare al di là di ogni distanza.

Come forse avrete anche voi avuto modo di notare ci troviamo, a seconda dei nostri paesi, da qualche giorno o settimana tutti ridotti alla quarantena in un tempo che, per un caso che ha qualcosa di perturbante, è anche quello della quaresima. Tempo tradizionalmente di introspezione, di rinunce e infine, forse, di riconciliazione. E siccome, chi mi conosce lo sa, ho sempre pensato che non esiste «il caso» ma che questo è solo una maniera di rassicurarci, una superstizione attraverso la quale ci costringiamo a credere che ciò che accade, il modo in cui accade, non abbia alcun significato per noi, ho pensato che questa coincidenza faccia parte dei segni dei tempi che sono qui e che siamo chiamati a interpretare.

Nei Vangeli si racconta che in quel tempo Gesù fu «spinto» dallo Spirito nel deserto per quaranta giorni e lì, nel tempo dell’ascesi, subì le tentazioni del demonio.

È un topos che si ritrova in varie storie narrate nell’Antico testamento, a partire naturalmente dall’avventurosa traversata del popolo ebraico per sfuggire alle persecuzioni. Storie diverse ma tutte facenti segno al carattere di «prova» che il deserto è. Naturalmente nella vita di ciascuno di noi è accaduto di attraversare dei periodi desertici. Non sempre è andata bene e ne portiamo le cicatrici, almeno questa è la mia esperienza. Ma quelle volte nelle quali ne siamo usciti più forti sono quelle che, a pensarci bene, ci permettono di essere ancora vivi. La cosa eccezionale è che ogni tanto accade, come adesso, che la prova sia allo stesso tempo individuale e collettiva, fino a coinvolgere interi popoli se non l’intera umanità.

Noi che abbiamo sempre scrutato lo scorrere inesorabile della storia cercandovi i segni dell’evento che la interrompesse, non possiamo allora tirarci fuori dinnanzi a quello che è in corso. Un evento enorme per il quale ci rendiamo conto di non avere abbastanza parole per dirlo. Deserto è infatti anche l’assenza di parole, di discorsi, di confortevole ridondanza dei suoni. D’altra parte in ebraico il termine che sta per “parola”, dabar, e quella che sta per “deserto”, midbar, hanno la stessa radice, tanto da poter supporre che il fatto che il deserto è un luogo privo di parole sia, proprio per questo, quello maggiormente adeguato alla rivelazione della Parola in quanto evento. La prima cosa da fare dunque è mettersi in ascolto, fare abbastanza pulizia dentro di sé per poter accogliere l’evento. Ma per ascoltare che cosa? In una intervista ad una monaca che ho letto di recente, questa dice che l’obbedienza bisogna intenderla nel suo senso etimologico, da ob audire, cioè «ascoltare dinnanzi, di fronte a». «Ascoltare la realtà» è il vero senso dell’obbedire ne conclude lei dalla sua clausura. Credo che sia un esercizio del genere che questo tempo ci richiede.

Nel deserto non vi sono strade, camminamenti già segnati da percorrere: è compito di chi l’attraversa orientarsi e ricavarne una via che lo porti fuori. Non vi sono negozi, non vi sono fonti d’acqua, non vi sono piante e tutto appare immobile perché nel deserto non c’è produzione, non vi sono bar e non vi sono centri sociali, non vi è niente di ciò che diamo per scontato debba esserci per essere considerato un posto «vivibile». Infine si può dire che non vi è niente di umano e perciò nel libro del Deuteronomio si dice che nel deserto vi è una solitudine urlante. Lo so, lo so bene che molto di questo tempo che stiamo vivendo sembra fatto essenzialmente di questo urlo e di questa disumanità e capisco la sfiducia e l’orrore dal quale a volte siamo catturati e che ci induce a disperare. La volgarità di molta della “musica” che viene sparata in Italia dai balconi in questi giorni al cominciare della sera non riesce a coprire quell’urlo ma è lui che copre tutto e infatti, dopo l’euforia dei primi giorni, è un rito che sta già scemando: in molti comprendono che c’è qualcosa che non suona giusto. Riportare quell’urlo a essere un canto spetta alla nostra sensibilità, cioè al nostro accordarci all’evento. Non dobbiamo rotolare nella disperazione né irrigidirci nella negazione. Molti sono i modi di disperare e di negare e spesso appaiono come il loro contrario nell’agitazione di cui sono fatti e che trasmettono: non facciamoci ingannare. Ascoltiamo il canto della realtà, appunto.

Bisogna pensare che, sempre in quei vecchi libri, si racconta che il giardino dell’Eden fu la prima vittoria sul caos desertico, esso fu piantato infatti al centro di dove non c’era nulla, né cespugli né erba, né fiumi né altro. Ed è in effetti rimasto indimenticabile, quel giardino, come promessa di felicità a cui tendere: un luogo d’abbondanza dove non c’è lavoro e sfruttamento e tutto è in equilibrio con tutto. I popoli nei loro momenti migliori hanno creduto che solo questa fosse un’esistenza degna. Vincere nel e sul deserto allora vuol dire nient’altro che accedere alla possibilità di una vita più vera, più ricca, più felice e perciò più libera.

Ognuno di noi in questo preciso attimo sta vivendo la sua propria prova e non è facile distinguere quella sopportata dal corpo da quella dello spirito, come solitamente tendiamo a fare. Magari è l’occasione, questa e non un’altra domani o chissà, di poter riunire quello che di solito siamo portati a considerare come scisso. Lo sapete meglio di me, la nostra è stata da cima a fondo la civiltà della scissione: non permettiamogli adesso di approfondirla ancora e ancora.

Il deserto è il luogo proprio della krisis, nel senso originale di questa antica parola greca che continua ad ossessionarci: scelta e decisione. Non pensate dunque anche voi, amici miei, che oggi siamo stati tutti «spinti» esattamente in quel luogo? Non è venuto forse per tutti noi il tempo inderogabile della decisione?

E non pensate che sia una decisione che dovremmo prendere insieme a partire da sé, e non ciascuno per sé senza tener conto degli altri?

Il deserto di cui parlo è il luogo della prova non perché sia uno spazio vuoto, bensì perché privo di tutte quelle cose che arredano artificiosamente le esistenze, tutto ciò che le facilita e che le lusinga: è privo cioè delle distrazioni che quotidianamente impediscono a ciascuno di contemplare la propria vita con chiarezza. Il deserto è dunque quel luogo che permette di meditare, concretamente, sulla propria vita nel mondo a partire da un luogo fuori del mondo nel suo significato più vero: libero dal superfluo, da tutto ciò che abbiamo creduto necessario e che invece improvvisamente, adesso lo sappiamo definitivamente, non lo è perché non lo è mai stato. Per contro il deserto ci fa provare il desiderio di tutto ciò che manca veramente alla nostra vita. Lungo  il cammino che ci apriamo faticosamente dentro di lui sentiamo allora l’assenza della comunità, quella della giustizia, quella della gratuità, quella della vera salute e, certo, sentiremo anche la mancanza di quella persona che abbiamo escluso dalla nostra intimità senza comprendere bene perché o dalla quale siamo stati esclusi e che però, misteriosamente, continuiamo ad amare. Sete d’amore? Dire di sì, in ogni senso possibile. Uno tra voi, tanto tempo fa, mi disse che non si poteva né aveva senso fare qualsiasi cosa insieme se non ci si fosse voluti almeno un po’ di bene. Non il bene astratto dell’ideologia, ma proprio quello corporeo e spirituale che si prova a contatto. Certo, comprendere in cosa consista questo bene non è sempre stato facile e spesso invece che il bene ci siamo fatti il male. Infatti i pochi esseri che abitano stabilmente i deserti  sono sempre pericolosi: iene e demoni. Di Gesù però dicono che alla fine della prova anche le fiere gli stavano accanto come fossero agnelli (l’Eden!). Dobbiamo allora cogliere il momento per riuscire una buona volta a comprendere che cosa significa amarci l’un l’altro senza utilizzare i sotterfugi, le mediazioni assurde e l’ipocrisia con cui ogni volta ci siamo passati sotto o sopra. Ho l’impressione, la certezza, che nel momento in cui toccheremo questa realtà e le obbediremo allora sì che «saremo tutto». 

È perciò che il deserto è quel luogo in cui, attraverso la meditazione e la prova, si forma in modo duraturo lo spirito forte di un nuovo inizio. Oggi abbiamo la possibilità non di ripetere un rituale come fosse una parentesi alla fine insignificante per noi e per il mondo – e di rituali stanchi e inutili, lasciatemelo dire, ne siamo grandi esperti – ma di sfondare finalmente la membrana della Storia che ci tiene prigionieri di un sogno malefico. Andare oltre, come ci ha spesso ripetuto un vecchio saggio. In questo momento andare oltre significa andare ben al di là della pandemia, vuol dire andare tutti insieme su di un altro piano dell’esistenza.

Temprati dal deserto, con la forza spirituale acquisita attraverso le privazioni e la sfida vittoriosa con i demoni, ci potremo ripresentare nel mondo con una potenza nuova che non è del mondo, quella che ormai sa – come dice Gesù al demonio che lo tenta una prima volta – che non si vive di solo pane, ma con e attraverso la Parola. La quale è più materiale della materia. Le tentazioni a cui viene sottoposto il Cristo sono quelle di sempre: possesso, potere, manipolazione. Materia che è meno della materia. Sono quelle contro le quali abbiamo sempre lottato: per questo siamo infatti diventati amici, ve lo ricordate?

È quella Parola che ci sta lavorando in questi giorni, ognuno nel suo luogo, ognuno nella sua clausura, ognuno nel suo deserto, ognuno con una fatica diversa. Luoghi che possono essere quelli di una riconquistata intimità e che però, tutti insieme, stanno creando un unico enorme deserto che è come un gigantesco incontro con la realtà. Poiché il deserto di cui parlo  non sono le strade vuote della metropoli, che è sempre vuota e triste anche quando è piena e tutto vi scorre velocemente e che fa ammalare, ma lo spazio selvatico che ci espone alla Parola e dentro il quale lottiamo uno per una contro le tentazioni. Conosco quasi tutte quelle che in questi giorni immagino assalgono la maggior parte tra voi perché sono state e in parte sono ancora anche le mie. Sapete a cosa mi riferisco. Un insegnamento decisivo del Gesù nel deserto è però quello che sostiene che non si dialoga col demonio, mai, perché una volta che hai accettato di farlo, per quanto ti ritieni furbo ne resterai prigioniero: il suo discorso, la sua retorica, la sua arte della seduzione sono altrettante sbarre che si chiudono attorno a te. Quante volte abbiamo visto quelle sbarre allontanare per sempre da noi dei vecchi amici…

Le nostre abitazioni giorno dopo giorno si stanno trasformando in frammenti di una landa desertica, con i suoi animali selvaggi, con il suo silenzio profondo, lui sì abitabile come non mai, e con le sue presenze, quelle che di solito non scorgiamo perché troppo indaffarati con una miriade di cose per la maggior parte inutili. La sfida è riconoscere la presenza giusta, quella buona, quella che guarisce, e scacciare quella cattiva, quella che ti fa ammalare, quella che ti mente per farti mentire, quella che ti intima di inginocchiarti davanti a lei in cambio di più potere, di più cose, di più mondanità, di più riconoscimento, di più, di più, di più… Il deserto fa vedere il possibile e l’impossibile.

Il deserto è infatti il luogo che raggiunsero i primi monachoi, i «solitari», quelli che si allontanarono da un impero di decadenza e di ingiustizia prima in pochi e che poi, mese dopo mese, anno dopo anno, divennero centinaia e poi migliaia e iniziarono così a vivere insieme, gruppo per gruppo, nel cenobio, parola che non vuol dire altro da quello che pure noi abbiamo sempre inseguito: luogo di vita in comune. Anche allora, come oggi, fu dunque una prova che riguardò i singoli come la collettività. E attorno ai cenobi si formarono così altre comunità e delle città infine, che dai cenobi ricevevano la forza spirituale. Da quei solitari che riuscirono a vedere, dal loro ritirarsi nel deserto, da quelle comunità dove tutto era in comune, nacque così una nuova civiltà. Quella che nei secoli si è poi perduta perché ha perduto il contatto con la sua verità e si è da tempo inginocchiata davanti ai demoni del capitalismo, e che oggi sta spirando. La questione è che vuole portarci con sé, nel suo inferno.

Questa civiltà non finisce a causa del coronavirus, credo bene che sia a tutti chiaro che ne è solo un epifenomeno, ma per la sua arroganza, per la sua insaziabile rapacità, per la sua ingiustizia, per aver trasformato il mondo in una gigantesca fabbrica di morte. Cos’altro mai poteva partorire se non il demone della distruzione totale, una civiltà che ha innalzato il denaro a idolo assoluto e il potere a fine ultimo di ogni cosa ed esistenza?

Una volta usciti dall'”emergenza” e dal nostro deserto, perché dobbiamo sempre considerare come transitorio il dimorare presso di lui, non dobbiamo permettere che sia stata solamente una parentesi, piena di sofferenze e di morte o anche di scoperte e di momenti memorabili, alla quale succede il ritorno alla normalità di prima, perché è esattamente quella che ci ha portati al punto dove siamo e che non può continuare che in quanto approfondimento della distruzione. E comprendo in questa normalità del prima anche i nostri modi di vivere, o meglio di sopravvivere e di illuderci. Lo vedo che in molti tra noi stanno disperatamente cercando di riaffermare la propria normalità. Non va bene, in tutta amicizia: non ne vale la pena.

Ma dobbiamo fare attenzione anche alla normalità del dopo, quella che ci presenteranno come la nuova necessità fatta di divieti, di assenza di libertà e di rinnovato egoismo, tutto per il nostro bene. O quella che improvvisati profeti ci indicheranno come essere la stoffa del nuovo mondo, uguale a quello di prima solo con dei differenti governatori.

Bisognerebbe invece che ripetessimo il gesto di separazione dei primi monachoi: fare secessione dalla decadente civiltà della distruzione, costruire i nostri cenobi, le nostre comuni. Ci ho molto pensato nei tempi recenti sul perché non lo abbiamo ancora fatto, sul perché non ne siamo stati capaci, su cosa ci ha impedito finora di riprovare ancora e non ho saputo darmi molte risposte soddisfacenti. Qualcuno tra voi magari riuscirà a suggerirne qualcuna. Io forse ne comincio a intravedere alcune che non avevo ancora considerato. Ma in ogni caso questo tempo in cui siamo stati «spinti» dallo Spirito merita, io credo, una risposta vera. Da noi. Quella che potrebbe venire dal silenzio che stiamo abitando, dalla solitudine che stiamo vivendo, dal male contro il quale stiamo lottando. Cosa faremo, cosa vedremo, quando usciremo dal deserto?

Il Nazareno una volta venuto fuori dal deserto annunciò che il Regno era ormai vicino. Ho sempre interpretato quel vicino non nel senso temporale di un futuro non troppo lontano e che nessuno giustamente è mai riuscito a calcolare, ma di qualcosa che abbiamo o che ci ritroviamo accanto, come si dice del nostro prossimo appunto. Su questa vicinanza non credo abbiamo bisogno di molte altre parole per capirci.

Vi abbraccio e spero di avere presto vostre notizie,

vostro,

Marcello

Traduzione francese [lundi.am]

Lettre aux amis du désert.

 

Chères amies, chers amis,

Il est peu de choses dans la vie plus réconfortantes qu’écrire des lettres à ses plus chers amis dans un moment comme celui-ci. J’espère que celle-ci vous trouvera bien portants et beaux comme je vous porte en moi. Certains d’entre nous sont en train de vivre avec grande souffrance ces journées mais l’amitié – être au plus proche de tout prochain – est faite ainsi que nous pouvons la partager et partant l’amoindrir si nous le souhaitons. Simplement parce que, en vertu de l’amitié, nous sommes portés sans effort à vivre avec la vie-même d’autrui. Dans ce cloître qui nous a pris, nous devons rester ouverts comme jamais au vent de l’amitié qui est capable, comme nous le savons, de souffler au-delà de toute distance.

Comme sans doute vous avez pu avoir l’occasion de le remarquer nous nous trouvons depuis quelques jours ou semaines, selon nos pays respectifs, tous réduits à une quarantaine en une période qui, par un hasard qui a quelque chose de perturbant, est aussi celle du carême. Période traditionnellement dévolue à l’introspection, au renoncement, mais aussi, peut-être, à la réconciliation. Et puisque, mais qui me connaît le sait bien, j’ai toujours pensé qu’il n’existait rien de tel que le « hasard », et que celui-ci était seulement une façon de parler pour se rassurer, une superstition par laquelle nous nous obligeons à croire que ce qui arrive, la façon dont cela arrive, n’a aucune signification pour nous ; j’ai pensé que cette coïncidence faisait partie des signes des temps qui sont et que nous sommes appelés à interpréter.

Dans les Évangiles on raconte que durant cette période Jésus a été « poussé » par l’Esprit dans le désert pour quarante jours et que là, dans cette période d’ascèse, il a subi les tentations du démon. C’est un topos que l’on retrouve dans plusieurs histoires rapportées dans l’Ancien Testament, à commencer bien sûr par la traversée aventureuse du peuple juif pour fuir les persécutions. Des histoires différentes, mais toutes signes que le désert est « épreuve ». Bien sûr, dans la vie de chacun de nous il nous est arrivé de traverser des périodes désertiques. Cela ne s’est pas toujours bien passé et nous en portons les cicatrices, en tout cas c’est là mon expérience. Mais les fois où nous sommes sortis plus forts sont celles qui, à bien y penser, nous permettent d’être encore vivants. La chose exceptionnelle est que parfois, comme aujourd’hui, l’épreuve est dans le même temps individuelle et collective, au point d’impliquer des peuples entiers, sinon l’humanité toute entière.
Nous qui avons toujours scruté l’écoulement inexorable de l’histoire en y cherchant les signes de l’événement qui l’interromprait, nous ne pouvons donc pas rester de marbre en face de ce qui a cours. Un événement hors-norme, qui nous fait nous rendre compte que nous n’avons pas assez de mot pour le décrire. Le désert est aussi l’absence de paroles, de discours, de sons répétitifs et agréables. Par ailleurs, en hébreux, le terme utilisé pour « mot », dabar, et celui pour « désert », midbar, ont la même racine : de là, on peut supposer que c’est précisément parce que le désert est un lieu privé de mots qu’il est le plus propice à la révélation de la Parole en tant qu’événement. La première chose à faire donc est d’être à l’écoute, faire suffisamment le ménage en soi pour pouvoir accueillir l’événement. Mais pour écouter quoi au juste ? Dans une interview avec une moniale que j’ai lue récemment, celle-ci déclare que l’obéissance doit être comprise dans son sens étymologique, comme ob-audire, soit « écouter au-devant, en face de ». « Écouter la réalité » est la véritable signification de l’obéissance conclût-elle dans son cloître. Je crois que c’est à un exercice de ce type que la période appelle.

Dans le désert il n’y a pas de rues, pas de chemins déjà tracés et qu’il suffirait de suivre : c’est la tâche de celui ou celle qui le traverse de s’orienter et de dégager une voie qui le porte au-dehors. Il n’y a pas de boutiques non plus, ni de sources d’eaux, ni de plantes et tout semble immobile car dans le désert il n’y a pas de production, pas de bars, pas de centres sociaux, rien de ce que nous tenons comme conditions pour considérer un endroit comme « vivable » n’est présent. On peut dire enfin qu’il n’y a rien d’humain et c’est pourquoi dans le livre du Deutéronome on dit que dans le désert il est une solitude hurlante. Je sais, je sais bien qu’une grande partie de cette période que nous vivons semble essentiellement faite de ce hurlement et de cette déshumanisation, et je comprends la méfiance et l’horreur qui nous prend quelques fois et nous conduit au désespoir. La vulgarité d’une grande partie de la « musique » qui tombe des balcons en Italie ces jours-ci en début de soirée ne parvient pas à couvrir ce hurlement : c’est bien lui qui couvre tout. En réalité, après l’euphorie des premiers jours, c’est un rite qui est déjà en train de disparaître : beaucoup comprennent que c’est quelque chose qui ne sonne pas juste. Changer ce hurlement en un chant dépend de notre sensibilité, de notre entente avec l’événement. Non ne devons pas nous rouler dans le désespoir ni nous figer dans le déni. Il est de nombreuses façons de désespérer et de nier, et souvent elles paraissent être leurs contraires, dans l’agitation dont elles sont faites et qu’elles transmettent : ne nous faisons pas avoir. Écoutons le chant de la réalité, pour de vrai.

Il faut penser que, toujours dans ces vieux livres, on raconte que le jardin d’Éden a été la première victoire sur le chaos désertique, qu’il fut planté en fait au centre de là où il n’y avait rien, ni buissons ni herbe, ni fleuve ni rien d’autre. Et ce jardin est en effet resté inoubliable, en tant que promesse du bonheur auquel tendre : un lieu d’abondance où il n’y a ni travail ni exploitation, où tout est en équilibre avec tout. Dans leurs meilleurs moments, les peuples ont pensé que c’était la seule existence digne d’être vécue. La victoire dans et sur le désert ne signifie alors rien d’autre qu’accéder à la possibilité d’une vie plus vraie, plus riche, plus heureuse et en cela plus libre. Chacun de nous en cette minute précise vit sa propre épreuve et il n’est pas aisé de distinguer celle qui est supportée par le corps de celle qui l’est par l’esprit, comme habituellement nous tendons à le faire. Sans doute est-ce l’occasion, à cette minute et pas un autre demain ou Dieu sait quand, de pouvoir réunir ce que d’habitude nous sommes portés à considérer comme divisé. Vous le savez mieux que moi : notre civilisation a été de ses racines jusqu’à son sommet la civilisation de la division : ne lui permettons pas aujourd’hui de l’approfondir encore et encore.

Le désert est le lieu propre à la krisis, dans l’acception originale de cet antique mot grec qui continue à nous obséder : choix et décision. Ne pensez-vous donc pas, mes amis, qu’aujourd’hui nous soyons tous « poussés » exactement à cet endroit ? Le moment inéluctable de la décision n’est-il pas venu peut-être pour nous tous ? Et ne pensez-vous pas que ce soit une décision que nous devrions prendre ensemble à partir de soi et non chacun pour soi sans tenir compte des autres ?

Le désert dont je parle est le lieu de l’épreuve, non parce qu’il est un espace vide, mais parce qu’il est privé de toutes les choses qui décorent artificiellement les existences, tout ce qui les facilite et les flatte : il est privé donc des distractions qui empêchent chacun quotidiennement de contempler sa propre vie avec clairvoyance. Le désert est par conséquent le lieu qui permet de méditer, concrètement, sur sa propre vie dans le monde, depuis un lieu hors du monde, au sens le plus véritable : libre du superflu, de tout ce que nous avons cru nécessaire mais qui, au contraire, maintenant nous le savons définitivement, ne l’est soudainement plus parce qu’il ne l’a jamais été. Réciproquement, le désert nous fait éprouver le désir de tout ce qui manque vraiment à notre vie. Le long du chemin que nous ouvrons péniblement en lui, nous éprouvons alors l’absence de la communauté, celle de la justice, celle de la gratuité, celle de la santé véritable et, bien entendu, nous éprouverons aussi l’absence de cette personne que nous avons exclue de notre intimité sans bien saisir pourquoi, ou de celle qui nous a exclu de la sienne et que néanmoins, mystérieusement, nous continuons à aimer. Soif d’amour ? Il faut dire que oui, dans tous les sens possibles. L’un d’entre vous, il y a longtemps, m’a dit que faire quoi que ce soit ensemble n’a pas de sens et ne peut en avoir si nous ne nous voulons pas au moins un peu du bien. Pas le bien abstrait de l’idéologie, mais celui, précisément, du corps ou de l’esprit que l’on éprouve par le contact. Bien sûr, comprendre en quoi consiste ce bien n’a pas toujours été facile, et souvent même au lieu du bien nous nous sommes fait du mal. En fait, les quelques êtres qui habitent durablement le désert sont toujours dangereux : les hyènes et les démons. De Jésus cependant il est dit qu’à la fin de l’épreuve même les fauves restaient à ses côtés comme s’ils étaient des agneaux (l’Éden !). Nous devons alors saisir le moment pour réussir une bonne fois pour toutes à comprendre ce que signifie nous aimer les uns les autres sans utiliser ni subterfuges, ni médiations absurdes, ni l’hypocrisie avec laquelle à chaque fois nous sommes passés à côté. J’ai l’impression, la certitude, que dans le moment où nous toucherons à cette réalité et lui obéirons, alors oui, nous « serons tout ».

C’est en cela que le désert est ce lieu dans lequel, à travers les méditations et les épreuves, l’esprit fort d’un nouveau commencement se forme durablement. Aujourd’hui nous avons la possibilité de ne pas répéter un rituel comme s’il s’agissait d’une parenthèse finalement insignifiante pour nous et pour le monde – et en matière de rituels usés et inutiles, laissez-moi vous dire que nous sommes de grands experts –mais de déchirer définitivement le voile de l’Histoire qui nous retient prisonniers d’un songe maléfique. Aller au-delà, comme l’a souvent répété un vieux sage. En ce moment, aller au-delà signifie aller bien plus loin que la pandémie, aller tous ensemble vers un autre plan de l’existence.

Endurcis par le désert, avec la force spirituelle acquise à travers les privations et le combat victorieux contre les démons, nous pourrons nous présenter à nouveau au monde avec une puissance nouvelle qui n’est pas du monde, celle qui désormais sait – comme dit Jésus au démon qui le tente une première fois – que l’on ne vit pas seulement de pain, mais avec et à travers la Parole. Laquelle est plus matérielle que la matière. Les tentations auxquelles sont soumises le Christ sont celles de toujours : possession, pouvoir, manipulations. Matière qui est moins que la matière. Ce sont celles contre lesquelles nous avons toujours lutté : c’est pourquoi précisément nous sommes devenus amis, vous vous rappelez ?

C’est cette Parole qui nous travaille ces jours-ci, chacun dans son coin, chacun dans son cloitre, chacun dans son désert, chacun par une peine différente. Des coins qui peuvent être ceux d’une intimité reconquise et qui cependant, tous ensemble créent un unique désert, immense, qui est comme une gigantesque rencontre avec la réalité. Puisque le désert dont je parle ce ne sont pas les rues vides de la métropole, qui est toujours vide et triste même quand elle est pleine et que tout s’y écoule rapidement et qu’elle nous rend malades ; mais l’espace sauvage qui nous expose à la Parole et au sein duquel nous luttons un par une contre les tentations. Je connais presque toutes celles que j’imagine attaquer la majeure partie d’entre vous ces jours-ci, car elles ont été et sont encore en partie aussi les miennes. Vous savez à quoi je me réfère. Un enseignement décisif de Jésus dans le désert est cependant celui qui soutient que l’on ne dialogue pas avec le démon, jamais, parce qu’une fois que tu as accepté de le faire, tu en restes prisonnier, aussi malin que tu te crois être : son discours, sa rhétorique, son art de la séduction sont autant de barreaux qui se referment sur toi. Combien de fois avons-nous vu ces barreaux éloigner de nous pour toujours de vieux amis…

Jour après jour, nos habitations se transforment en fragments d’une lande désertique, avec ses animaux sauvages, son profond silence, si incomparablement habitable, et ses présences, que d’ordinaire nous ne percevons pas, trop débordés par une myriade de choses en grande partie inutiles. Le défi est de reconnaître la juste présence, la bonne, celle qui soigne, et de chasser la mauvaise, celle qui te rend malade, qui te ment pour te faire mentir, qui t’intime de t’agenouiller devant elle en échange de plus de pouvoir, de plus de choses, de plus de mondanités, de plus de reconnaissance, de plus de, de plus de, de plus de… Le désert fait distinguer le possible et l’impossible.

Le désert est d’ailleurs le lieu qu’on rejoint les premiers monachoi, les « solitaires », ceux qui se sont éloignés d’un empire injuste et décadent, d’abord en petit nombre, puis qui, mois après mois, années après années, sont devenus des centaines et des milliers et ont commencé ainsi à vivre ensemble, groupe par groupe, dans la cénobie, mot qui ne veut pas dire autre chose que ce que nous avons toujours recherché nous aussi : lieu de vie en commun. Déjà à ce moment-là, comme aujourd’hui, ce fut donc une épreuve qui affectait les personnes comme la collectivité. Et autour des cénobies se formèrent ainsi d’autres communautés et enfin des villes, qui des cénobies recevaient leur force spirituelle. De ces solitaires qui réussirent à voir, de leur retrait dans le désert, de cette communauté où tout était en commun, naquit ainsi une nouvelle civilisation. Celle qui par la suite s’est perdue dans les siècles parce qu’elle a perdu le contact avec sa vérité et s’est avec le temps toujours plus agenouillée devant les démons du capitalisme, et qui aujourd’hui expire. Le problème est qu’il veut nous emporter avec lui, dans son enfer. Cette civilisation ne finit pas à cause du coronavirus, je crois bien qu’il est clair pour tous qu’il est seulement un épiphénomène, mais à cause de son arrogance, de sa rapacité insatiable, de son injustice, à cause d’avoir transformé le monde en une gigantesque usine morbide. Qu’est-ce qui pouvait naître d’autre, à part le démon de la destruction totale, d’une civilisation qui a érigé l’argent au rang d’idole absolue et le pouvoir comme fin dernière de toute chose et de toute existence ?

Une fois sortis de l’« urgence » et de notre désert, parce que nous devons toujours considérer que demeurer auprès de lui n’est que transitoire, nous ne devons pas permettre que ce soit seulement une parenthèse, pleine de souffrances et de morts ou même de découvertes et de moments mémorables, à laquelle succéderait le retour à la normalité d’avant, parce que c’est précisément elle qui nous a porté au point où nous sommes et qui ne peut plus continuer sinon par approfondissement de la destruction. Et j’entends également par normalité d’avant notre mode de vie, ou plutôt de survie et d’illusion. Je vois que beaucoup d’entre nous cherchent désespérément à réaffirmer leur propre normalité. Cela ne va pas, en toute amitié : cela n’en vaut pas la peine.

Mais nous devons faire attention aussi à la normalité d’après, que l’on nous présentera comme la nouvelle nécessité, faite d’interdictions, d’absence de liberté et d’égoïsme renouvelé, le tout pour notre bien. Ou celle que des prophètes improvisés nous indiquerons comme étant l’étoffe du nouveau monde, identique à celle d’avant mais avec des gouvernants différents.

Il faudrait au contraire que nous répétions le geste de séparation des premiers monachoi : faire sécession de la civilisation décadente de la destruction, construire nos cénobies, nos communes. J’ai beaucoup pensé ces derniers temps à pourquoi nous ne l’avons pas encore fait, pourquoi nous n’en étions pas capables, qu’est-ce qui nous a empêché jusqu’ici d’essayer à nouveau, et je n’ai pas su me donner des réponses satisfaisantes. L’un d’entre vous réussira probablement à en suggérer une. Je commence peut-être à en entrevoir une que nous n’avions pas encore considérée. Mais dans tous les cas ce temps où nous a « poussé » l’Esprit mérite, je crois, une vraie réponse. De notre part. Celle qui pourrait venir du silence que nous habitons, de la solitude que nous visons, du mal contre lequel nous luttons. Que ferons-nous, que verrons-nous, quand nous sortirons du désert ?

Une fois sorti du désert, le Nazaréen annonce que le Règne est désormais proche. J’ai toujours interprété ce proche non dans le sens temporel d’un futur pas trop lointain et que personne d’ailleurs n’a jamais réussi à calculer, mais comme quelque chose que nous avons ou qui se trouve à côté de nous, comme on le dit justement de notre prochain. Sur cette proximité, je crois que nous n’avons pas besoin de beaucoup d’autres mots pour nous entendre.

Je vous embrasse et j’espère avoir de vos nouvelles prochainement,

 

Bien à vous,

Marcello

Traduzione inglese [ill will editions]

My dear friends,

There are few things in life more comforting at a time like this than writing letters to your dearest friends. I hope this one finds you as healthy and beautiful as I carry you within me. Some of us are living with great suffering these days, but friendship – that is, being as close as possible to one another – makes it possible for us to share and therefore diminish this suffering if we wish. This is simply because, by virtue of friendship, we are effortlessly led to live with each others’ lives. In this cloister which has taken us in, we must remain open as never before to the wind of friendship which, as we know, is capable of blowing beyond any distance.

As you may have noticed, we have found ourselves, for a few days or weeks depending on our respective countries, reduced to a quarantine in a time which, in a disturbing coincidence, is also that of Lent, a time traditionally devoted to introspection, to renunciation, and perhaps in the end to reconciliation. As anyone who knows me well can attest, I have always thought that there is no such thing as “chance”, and that “chance” was only a way of speaking to reassure ourselves, a superstition with which we force ourselves to believe that what happens, and the way it happens, has no meaning for us. So I thought this coincidence to be part of the signs of the times that we are called to interpret.

In the Gospels it is told that during this time Jesus was “driven” by the Spirit into the desert for forty days, and that there, in this period of asceticism, he suffered the temptations of the devil.

This is a topos that can be found in several stories of the Old Testament, beginning of course with the adventurous journey of the Jewish people to flee persecution. Different stories, but all signs that the desert is a “trial” [prova]. Of course, the life of each of us has passed through desert periods. It does not always go well, and we bear the scars. At least, that has been my experience. But those times when we did come out of it stronger are the ones that, when you think about it, allow us to still be alive. The exceptional thing is that sometimes, as today, the test is at once individual and collective, to the point of involving entire peoples, if not all of humanity.

We who have always scrutinized the inexorable flow of history, looking for the signs of the event that would interrupt it, therefore cannot stand still in the face of what is happening. An extraordinary event, which makes us realize that we don’t have enough words to describe it. The desert is also the absence of words, speeches, repetitive and pleasant sounds. Moreover, in Hebrew, the term used for “word”, dabar, and that for “desert”, midbar, have the same root: from this, we can assume that it is precisely because the desert is a place deprived of words that it is most conducive to the revelation of the Word as an event. The first thing to do, then, is to listen, to tidy up inside oneself enough to be able to welcome the event. But to listen to what, exactly? In an interview with a nun I recently read, she says that obedience is to be understood in its etymological sense, as ob-audire, “to listen before, in front of”. “Listening to reality” is the true meaning of obedience, she concluded in her cloister. I believe it is an exercise of this kind that the period calls for.

In the desert there are no streets, no paths that have already been traced out and need only to be followed. It is the task of those who cross it to orient themselves and find their own way out. There are no shops, there are no sources of water, there are no plants. Everything appears motionless because in the desert there is no production. There are no bars, and there are no social centers. There is nothing that we would imagine there to be in a place considered “livable”. We can say in the end that there is nothing human, and that is why in the book of Deuteronomy it is said that in the desert there is a screaming loneliness. I know very well that a great part of this time we are living through seems to be made essentially of this screaming and dehumanization, and I understand the distrust and horror in which we are sometimes captured and led to despair. The vulgarity of so much of the “music” that falls in the early evening from Italy’s balconies these days does not manage to cover this scream – the scream covers everything. In fact, after the euphoria of the first days, this ritual is already disappearing: many understand that it doesn’t quite sound right. Changing the scream into a song depends on our sensitivity, our tuning to the event. No, we must not twist in despair or freeze in denial. There are many ways of despairing and denying, and often, in the turmoil of which they are made and which they convey, they seem to be opposites. Let’s not be fooled. Let us truly listen to the song of reality.

One must think of how, in those old books, it is said that the Garden of Eden was the first victory over the desert chaos. That it was in fact planted in the center of where there was nothing, neither bushes nor grass, neither river nor anything else. It has indeed remained unforgettable, that garden, as a promise of the happiness to which we aspire: a place of abundance where there is neither work nor exploitation, where everything is in balance with everything. In their best moments, people thought this to be the only existence worth living. Victory in and over the desert means nothing more than access to the possibility of a life that is more true, rich, happy, and therefore more free.

In this precise moment, each one of us lives their own trial [prova], and it is not easy to distinguish between the one endured by the body and the one endured by the spirit, as we usually tend to do. Perhaps this is the occasion, not another tomorrow or who knows when, to reunite what we are usually inclined to consider divided. You know it better than I: our civilization has been, from top to bottom, the civilization of division. Let us not allow it today to deepen this schism again and again.

The desert is the place of the krisis, in the original meaning of this ancient Greek word that continues to haunt us: choice and decision. Don’t you think, then, my friends, that today we are all “driven” to exactly that place? Has not the imperative moment of decision come for all of us? Don’t you think that it is a decision that we should make together, beginning from ourselves, rather than each one for themselves without taking into account the others?

The desert I speak of is the place of trial not because it is an empty space, but because it is devoid of all those things that artificially decorate existences, everything that facilitates and flatters them. That is, it is devoid of the distractions that prevent each of us, every day, from contemplating our own lives with clarity. The desert is therefore the place that allows one to meditate concretely on one’s own life in the world, starting from a place outside the world, in the truest sense. Free of the superfluous, of all that we believed was necessary but we now know is not, because it never was. Conversely, the desert makes us feel the desire for everything that is truly missing from our lives. Along the path that we painfully struggle to open up within it, we then experience the absence of community, of justice, of gratuity, and of true health. Of course, we will also feel the absence of that person we have excluded from our intimacy without fully understanding why, or of the person who has excluded us but nevertheless, mysteriously, we continue to love. A thirst for love? It must be said, yes, in every possible sense. One of you, a long time ago, told me that it was not possible and didn’t make sense to do anything together if we didn’t at least want to do each other some good. Not the abstract good of ideology, but the bodily or spiritual good that one feels in contact. Of course, it has not always been easy to understand what this good consists of, and often instead of good, we have done harm to ourselves. In fact, the few beings that permanently inhabit the desert are always dangerous: hyenas and demons. They say of Jesus, however, that at the end of his trial, even the beasts stood by him like lambs (Eden!). I have the impression, the certainty, that the moment we touch this reality and obey it, we will indeed “be everything”.

That is why the desert is the place where, through trials and meditation, the strong spirit of a new beginning is forged in a lasting manner. Today, we have the possibility of not repeating a ritual as if it were an ultimately insignificant parenthesis for us and for the world – of tired and useless rituals, let me tell you, we are great experts – but of definitively tearing the veil of History that holds us captive to an evil dream. To go beyond, as an old sage has often told us. At this moment, this means going far beyond the pandemic. It means going on, all together, to another plane of existence.

Tempered by the desert, with the spiritual strength acquired through hardship and the victorious battle with demons, we will be able to return to the world accompanied by a power that is not of this world. A power that now knows, as Jesus told the demon who first tempted him, that one does not live on bread alone, but with and through the Word, which is more material than matter. Christ is subjected to everyday temptations—possession, power, manipulation—matter which is less than matter. The same temptations we have always struggled against — that’s the reason we became friends, remember?

It is this Word which works on us these days, each in their place, each in their cloister, each in their desert, each with a different struggle [fatica]. Places that may be those of a regained intimacy, but which, taken all together, create a single enormous desert that is like a gigantic encounter with reality. Because the desert I am talking about is not the empty streets of the metropolis, which are sad and empty even when they are full and everything flows quickly and makes us sick, but the wild space that exposes us to the Word and within which we fight one by one against temptations. I myself am familiar with many of the temptations I imagine you are fighting these days, for they have also been mine in the past, and partly still are. You know what I mean. One of Jesus’ decisive teachings in the desert, however, maintains that you are not to engage in dialogue with the devil, never, because once you have agreed to do so, no matter how clever you think you are, you remain his prisoner: his speech, his rhetoric, his art of seduction are only so many barriers that close in upon you. How many times have we watched those barriers drive old friends away from us forever?

Day after day, our dwellings are transformed into fragments of a desert wasteland, with its wild animals, its deep, incomparably habitable silence, and its presences, which usually we do not perceive, too overwhelmed by a myriad of other, largely useless things. The challenge is to recognize the right presence, the good one, the one that heals, and to chase away the bad one, the one that makes you sick, that lies to make you lie, that makes you kneel before it in exchange for more power, more things, more worldliness, more recognition, more, more, more… The desert shows us the possible and the impossible.

In fact, the desert was the place reached by the first monachoi, the “solitaries”, those who left an unjust, decadent empire. First they left in small numbers, then month after month, year after year, they became hundreds and thousands and thus began to live together, group by group, in cenobia, a word that means nothing other than what we too have always sought: a place of life in common. Even then, as now, the desert was therefore a test that affected both individuals and the community. Communities formed around the cenobies, and finally cities, which received their spiritual strength from the cenobies. From these solitary people who managed to see, from their retreat into the desert, from this community where everything was in common, a new civilization was born. The civilization that later got lost in the centuries because it lost contact with its truth and, with the passage of time, knelt ever more before the demons of capitalism, the same civilization which is now flickering out. The problem is that it wants to take us with it, to its hell.

This civilization does not end because of the coronavirus. I think it is clear to everyone that it is only an epiphenomenon. This civilization ends because of its arrogance, its insatiable greed, its injustice, because of its having turned the world into a gigantic morbid factory. What else but a demon of total destruction could have been born from a civilization that erected money as the absolute idol, and power as the ultimate end of all things and all existence?

Once we are out of the “emergency” and out of our desert, for we must always consider dwelling within it as only transitory, we must not allow it to be only a parenthesis, full of suffering and death or even of discoveries and memorable moments, to be followed by a return to the normality of before. For it is precisely this normality that has brought us to the point where we are and which can no longer continue except by deepening the destruction. This normality also includes the normality of our earlier way of life, or rather, our ways of surviving and deluding ourselves. I see that many of us are desperately seeking to reaffirm our own normality. This is not good. In all friendship: it is not worth it.

But we must also pay attention to the normality afterwards, which will be presented to us as the new necessity, made up of prohibitions, lack of freedom and renewed selfishness, all for our own good. Or what improvised prophets will proclaim to be the fabric of the new world, identical to the one before but with different rulers.

We must instead repeat the gesture of separation of the first monachoi: to secede from the decadent civilization of destruction, to build our cenobies, our communes. I have been thinking a lot lately about why we haven’t done it yet, why we haven’t been able to do it, what has prevented us from trying again, and I haven’t been able to give myself any satisfactory answers. Some of you will probably be able to suggest one. I may be starting to glimpse a few that I’ve yet to consider. In any case, I believe this time, in which we have been “pushed” by the Spirit, deserves a true answer. From us. One that could come from the silence we inhabit, the solitude we aim at, the evil we struggle against. What will we do, what will we see, when we leave the desert?

Once out of the desert, the Nazarene announced that the Kingdom was near. I have always interpreted this nearness not in the temporal sense of a not-too-distant future, which no one has ever been able to calculate, but as something we have, or something that is next to us, as is said of a neighbor. Regarding this closeness, I believe we don’t need many more words to understand each other.

I send you my love, and I hope to hear from you soon,

Yours,

Marcello

Traduzione spagnolo [FUGA NÓMADA]

Carta a los amigos del desierto

Queridas amigas, queridos amigos.

Hay pocas cosas en la vida más reconfortantes que escribir cartas a sus más queridos amigos en un momento como este. Espero que ésta les encuentre sanos y hermosos tal y como yo les llevo dentro.

Algunos de entre nosotros vivimos con gran sufrimiento en estos días, pero la amistad- estar en lo posible, más próximo al prójimo- hace que podamos compartirlo y por tanto disminuirlo si así lo deseamos. Simplemente porque, en virtud de la amistad, somos llevados sin esfuerzo a vivir con la vida misma de los otros. En este monasterio que nos ha tomado, debemos permanecer abiertos como nunca antes al viento de la amistad que es capaz, como sabemos, de soplar más allá de toda distancia.

Como sin duda ustedes han podido tener la ocasión de notarlo, nosotros nos encontramos desde hace algunos días o semanas, según nuestros respectivos países, reducidos todos a una cuarentena en un periodo que, por un azar que tiene algo perturbante, es también el tiempo de la cuaresma. Periodo tradicionalmente atribuido a la introspección, al renunciamiento, pero también, quizá, a la reconciliación. Y ya que, quien me conoce lo sabe bien, yo siempre he pensado que no existe tal cosa del “azar”, y que esta era solamente una manera de hablar para tranquilizarse, una superstición por la cual nos obligamos a creer que lo que llega, la forma en que esto llega, no tiene ninguna significación para nosotros; yo he pensado que esta coincidencia hace parte de los signos de los tiempos que están ahí y que nosotros estamos llamados a interpretar.

En los evangelios se cuenta que durante este período Jesús ha sido “llevado” por el Espíritu al desierto por cuarenta días y que ahí, en este periodo de ascesis, él ha sufrido la tentaciones del demonio.

Es un topos que se encuentra en muchas historias contadas en el Antiguo Testamento, comenzando, claro está, por la aventurada travesía del pueblo judío para huir de las persecuciones. Historias diferentes, pero que coinciden todas en señalar que el desierto es “prueba”. Por supuesto, la vida de cada uno de nosotros ha llegado a atravesar períodos desérticos. Esto no siempre termina bien, nosotros portamos las cicatrices, en todo caso, esa es mi experiencia. Pero las veces en que hemos salido más fuertes son aquellas que, pensándolo bien, nos permiten estar todavía vivos. La cosa excepcional es que en ocasiones, como hoy, la prueba es al mismo tiempo individual y colectiva, al punto de implicar pueblos enteros, sino es que a la humanidad toda entera.

Nosotros, que siempre hemos examinado el flujo inexorable de la historia buscando los signos del evento que la interrumpiera, no podemos por tanto quedarnos quietos como mármol ante lo que está pasando. Un acontecimiento fuera-de-norma, nos hace dar cuenta de que no tenemos suficientes palabras para describirlo. El desierto también es la ausencia de palabras, de discursos, de sonidos repetitivos y agradables. Por otra parte, en hebreo, el término utilizado para “palabra”, dabar,  y el utilizado para “desierto”, midbar, tiene la misma raíz: de aquí, se puede suponer que es precisamente porque el desierto es un lugar privado de palabras que es lo más propicio para la revelación de la Palabra como evento. La primera cosa a hacer es entonces estar a la escucha, limpiarse lo suficiente a sí mismo para poder acoger el evento. ¿Pero para escuchar qué exactamente? En una entrevista con una monja que leí recientemente, esta declaraba que la obediencia debe ser comprendida en su sentido etimológico, como ob-audire, es decir “escuchar  delante, en frente de”. “Escuchar la realidad” es la verdadera significación de la obediencia, concluye ella, en su convento. Creo que el llamado de este tiempo es a hacer un ejercicio de este tipo.

En el desierto no hay calles, ningún camino ya trazado al que solo bastaría seguir: es la tarea de aquel o aquella que lo atraviese, orientarse y despejar una vía que le lleve fuera. Tampoco hay tiendas, ni fuentes de agua, ni plantas, todo parece inmóvil ya que en el desierto no hay producción, ni bares, ni centros sociales, nada de eso que tenemos por condiciones para considerar un lugar como habitable en este presente. Se puede decir finalmente que no hay nada de humano y por eso en el libro del Deuteronomio se dice que el desierto es una soledad aulladora. Sé, sé bien que gran parte de este periodo que vivimos parece esencialmente hecho de ese aullido y de esa deshumanización, y comprendo la desconfianza y el horror que nos toma algunas veces y nos conduce a la desesperación. La vulgaridad de una gran parte de la “música” que sale de los balcones en Italia, estos días en las primeras horas de la noche, no pueden cubrir este aullido: es él quien cubre todo. En realidad, luego de la euforia de los primeros días, es un rito que ya está desapareciendo: muchos entienden que es algo que no suena justo. Transformar este aullido en un canto depende de nuestra sensibilidad, de nuestro entendimiento con el evento, el acontecimiento. No, no debemos engañarnos en la desesperación ni congelarnos en la negación. Hay muchas maneras de desesperar y negar, y a menudo parecen contradecirse, en la agitación de la cual están hechas y que transmiten: que no nos engañen. Escuchemos el canto de la realidad, de verdad.

Es preciso reflexionar que, en esos viejos libros siempre se cuenta que el jardín del Edén ha sido la primera victoria sobre el caos desértico, que de hecho fue plantado en el centro de ahí, donde no había nada, ni arbustos, ni hierba, ni río, ni ningún otra cosa. Este jardín ha permanecido, en efecto, inolvidable, en cuanto promesa de la felicidad a la cual se tiende: un lugar de abundancia donde no hay ni trabajo ni explotación, donde todo está en equilibrio con todo. En sus mejores momentos, las personas han pensado que era la única existencia digna de ser vivida. La victoria en y sobre el desierto no significa, entonces, nada más que acceder a la posibilidad de una vida más verdadera, más rica, más feliz y por esta razón más libre. Cada uno de nosotros en este preciso momento vive su propia prueba y no es fácil de distinguir  aquello que está soportado por el cuerpo de aquello que lo está por el espíritu, como habitualmente tendemos a hacerlo. Sin duda es esta la ocasión, en este momento, no en otro mañana o Dios sabe cuándo, de poder reunir eso que habitualmente hemos llegado a considerar como dividido. Ustedes lo saben mejor que yo: nuestra civilización ha sido desde sus raíces hasta sus cimas la civilización de la división. No le permitamos que hoy se profundice más y más.

El desierto es el lugar propio de la krisis, en la acepción original de esta antigua palabra griega que continúa obsesionandonos: elección y decisión. ¿No piensan entonces ustedes, mis amigos, que hoy todos nosotros seremos “llevados” exactamente a este lugar? El momento ineludible de la decisión ¿no ha venido quizá por todos nosotros?

¿Y no piensan ustedes que esta sea una decisión que de por sí debemos tomar juntos y no cada uno por su cuenta sin tener en consideración a los otros?

El desierto del cual hablo es el lugar de la prueba, no porque sea un espacio vacío, sino porque está privado de todas las cosas que decoran artificialmente las existencias, todo eso que las facilita y las halaga: está privado, por tanto, de las distracciones que impiden a cada uno, en la cotidianidad, contemplar su propia vida con clarividencia. El desierto es por consecuencia el lugar que permite meditar, concretamente, sobre su propia vida en el mundo, desde un lugar fuera del mundo, en el más auténtico sentido: libre de lo superfluo, de todo lo que hemos creído necesario pero que, al contrario, ahora en definitiva lo sabemos, de repente ya no lo es  más, porque sencillamente jamás lo ha sido. Recíprocamente el desierto nos hace sentir el deseo de todo lo que falta verdaderamente en nuestra vida. A lo largo del camino que dolorosamente abrimos en él, sentimos entonces la ausencia de la comunidad, así como la de la justicia, la de la gratuidad, la de la verdadera salud, y por supuesto, sentiremos también la ausencia de esas personas que hemos excluido de nuestra intimidad sin saber bien porqué, o de aquellas que nos han excluido de la suya y que, no obstante, misteriosamente, nosotros les seguimos amando. ¿Sed de amor? Hay que decir que sí, en todos los sentidos posibles. Uno de entre ustedes, hace ya algún tiempo, me ha dicho que hacer lo que sea juntos no tiene sentido,y no puede llegar a tenerlo, sino nos deseamos al menos un poco de bien. No el bien abstracto de la ideología, sino aquel, precisamente, del cuerpo o del espíritu que se experimenta por el contacto. Desde luego, comprender en qué consiste este bien no siempre ha sido fácil, e incluso a menudo, en lugar del bien nosotros hemos hecho el mal. De hecho, algunos de los seres que habitan por mucho tiempo el desierto quedan siempre en peligro: las hienas y los demonios. De Jesús, sin embargo, se dice que al final de la prueba incluso las fieras permanecían a su lado como si fueran corderos ( ¡El Edén!) Nosotros debemos entonces aprovechar el momento para lograr, de una buena vez por todas, comprender lo que significa amarnos los unos a los otros sin utilizar ni subterfugios, ni mediaciones absurdas, ni la hipocresía con la cual estamos acostumbrados a pasar de lado. Yo tengo la impresión, la certitud, de que en el momento en que nos encontremos a esta realidad y le obedezcamos, entonces sí, nosotros “seremos todo”

En este sentido el desierto es ese lugar en el que a través de las meditaciones y las pruebas, se forma duramente el espíritu fuerte de un nuevo comienzo. Hoy tenemos la posibilidad de no repetir un ritual como si se tratara de un paréntesis finalmente insignificante para nosotros y para el mundo- y en cuanto a rituales desgastados e inútiles, déjenme decirles que somos grandes expertos- pero para rasgar definitivamente la vela de la Historia que nos retiene como prisioneros de un sueño maléfico. Ir más allá, como a menudo había repetido un viejo sabio. En este momento, ir más allá significa ir mucho más lejos que la pandemia, ir todos juntos hacia otro plano de la existencia.

Endurecidos por el desierto, con la fuerza espiritual adquirida a través de las privaciones y el combate, victoriosos contra los demonios, podremos presentarnos de nuevo al mundo con una potencia nueva que no es del mundo, esa que a partir de ahora sabe- como dice Jesús al demonio que le tienta una primera vez- que no se vive únicamente de pan, sino con y a través de la Palabra. Que es más material que la materia misma. Las tentaciones a las que está sometido Cristo son las mismas de siempre: posesión, poder, manipulación. Materia que es menos que la materia. Estas son las mismas contra las que hemos luchado desde siempre: ¿Por eso, precisamente, nos hemos hecho amigos, recuerdas?

Es esta Palabra la que nos preocupa por estos días, cada uno en su esquina, cada uno en su convento, cada uno en su desierto, cada uno con una pena diferente. Esquinas que pueden ser las de una intimidad reconquistada y, para la que, sin embargo, todos juntos crean un único desierto inmenso, que es como un gigantesco encuentro con la realidad. Puesto que el desierto del cual hablo no son las calles vacías de la metrópolis, que está siempre vacía y triste incluso cuando está repleta y todo transcurre rápidamente y nos vuelve enfermos; sino que es el espacio salvaje que nos expone a la Palabra y en el seno del cual luchamos uno por uno contra las tentaciones. Conozco a casi todas las que imaginan atacar la mayor parte de ustedes estos días. Esto, porque ellas han sido y son aún en parte también las mías. Ustedes saben a qué me refiero. Una enseñanza decisiva de Jesús en el desierto es, sin embargo, aquella que sostiene que uno no dialoga con el demonio, nunca, porque una vez que has aceptado hacerlo, permaneces prisionero, y por más pícaro que tú creas ser: su discurso, su retórica, su arte de la seducción son tanto como las rejas que se cierran sobre ti. Cuántas veces hemos visto a esas rejas apartarnos para siempre de viejos amigos…

Día tras día, nuestras habitaciones se transforman en fragmentos de un páramo desértico, con sus animales salvajes, su profundo silencio, tan incomparablemente habitable, y sus presencias, que de ordinario no las percibimos, demasiado desbordados por una multitud de cosas en gran parte inútiles. El desafío es reconocer la justa presencia, la buena, aquella que cura, y expulsar la mala, aquella que te enferma, que te miente para hacerte mentir, que te intimida para que te arrodilles ante ella a cambio de más poder, de más cosas, de más trivialidades, de más reconocimiento, de más, de más, de más… El desierto hace distinguir lo posible y lo imposible.

El desierto es por otra parte el lugar en el que se unieron los primeros monachoi, los “solitarios”, aquellos que se están lejos de un imperio injusto y decadente, primero en pequeños números, pero luego de que, mes tras mes, año tras año, han devenido centenares y millares, han comenzado así a vivir juntos, grupo por grupo, en la cenobita, palabra que no quiere decir otra cosa que aquello que nosotros también siempre hemos buscado: lugar de vida en común. Ya en ese momento, como hoy, fue una prueba que afectó tanto a las personas como a la comunidad. Alrededor de los cenobitas se formarán así las otras comunidades y al final, los pueblos, quienes recibieron su fuerza espiritual de los cenobitas, de esos solitarios que consiguieron ver, de su retirada en el desierto, de esa comunidad donde todo era en común, nació así una nueva civilización. Esa que en su desarrollo se ha perdido en los siglos, porque ha perdido el contacto con su verdad y con el tiempo es cada vez más arrodillada ante los demonios del capitalismo, y que hoy expira. El problema es que nos quiere importar con él, en su infierno.

Esta civilización no terminó a causa del coronavirus, creo que es muy claro para todos que este es solamente un epifenómeno, sino a causa de su arrogancia, de su rapacidad insaciable, de su injusticia, a causa de haber transformado el mundo en una gigantesca fábrica mórbida.

¿Qué puede nacer de todo esto, además del demonio de la destrucción total, de una civilización que ha erigido al dinero al nivel de ídolo absoluto y el poder como fin último de toda cosa y de toda existencia?

Una vez fuera de la urgencia y de nuestro desierto, ya que debemos considerar siempre que habitar en él no es más que transitorio, no debemos permitir que sea solo un paréntesis, lleno de sufrimientos y de muerte o incluso de descubrimientos y de momentos memorables, al que sucedería el regreso a la normalidad de antes, porque es precisamente ella quien nos ha llevado al punto donde estamos y quien no puede más que continuar profundizando la destrucción. Y entiendo además por normalidad de antes nuestro modo de vida, o mejor de supervivencia y de ilusión. Veo que muchos de entre nosotros buscan desesperadamente reafirmar su propia normalidad. Esto no va, en toda amistad: esto no vale la pena.

Pero nosotros debemos prestar atención también a la normalidad que viene después, que se nos presentará como la nueva necesidad, hecha de prohibiciones, de ausencia de libertad y de un egoísmo renovado, y todo por nuestro bien. O eso que los profetas improvisados nos indicarán como el material del nuevo mundo, idéntico al anterior pero con gobiernos diferentes.

Al contrario, tendríamos que repetir el gesto de separación de los primeros monachoi: hacer secesión de la civilización decadente, de la destrucción, construir nuestros cenobios, nuestras comunas. He pensado mucho últimamente en por qué no lo hemos hecho todavía, por qué no hemos sido capaces, qué es lo que nos ha impedido hasta ahora intentarlo de nuevo; no he sabido darme respuestas satisfactorias. Uno entre ustedes logrará probablemente sugerir una. Tal vez estoy comenzando a ver una que no habíamos considerado aún. Pero en todos los casos este tiempo a donde nosotros hemos “llevado” el Espíritu merece, yo creo, una verdadera respuesta.

De nuestra parte. Cuestión que podrá venir del silencio que habitamos, de la soledad que queremos, del mal contra el que luchamos. ¿Qué haremos, qué veremos, cuando salgamos del desierto?

Una vez fuera del desierto, el Nazareno anunció que el Reino está ahora próximo. Yo siempre he interpretado este próximo no en el sentido temporal de un futuro no muy lejano, y que nadie por otra parte ha podido jamás calcular, sino como aquello que tenemos o que se encuentra a nuestro lado, tal y como se dice justamente de nuestro prójimo. Sobre esta proximidad, creo que no tenemos mucha necesidad de otras palabras para entendernos.

Abrazos y espero tener noticias de ustedes próximamente,

atentamente,

 Marcello

Traduzione greca [www.lifo.gr]

Γράμμα στους φίλους της ερήμου Πηγή

Αγαπητές φίλες, αγαπητοί φίλοι, Λίγα πράγματα στη ζωή είναι πιο παρηγορητικά από το να γράφεις γράμματα σε φίλους σε μία στιγμή σαν κι αυτή. Ελπίζω το συγκεκριμένο να σας βρει καλά στην υγεία σας και όμορφους όπως σας φέρνω μέσα μου.

Κάποιοι από μάς βιώνουμε τις μέρες αυτές με μεγάλο πόνο, αλλά η φιλία -το να είσαι όσο το δυνατόν πιο κοντά στον κάθε πλησίον σου- είναι έτσι καμωμένη που μπορούμε αυτόν τον πόνο να τον μοιραστούμε και επομένως να τον ελαττώσουμε αν το επιθυμούμε. Πολύ απλά, η φιλία μάς παρακινεί αβίαστα να ζούμε με την ίδια τη ζωή των άλλων. Σε αυτήν τη μοναστηριακή απομόνωση που μας επιβλήθηκε, πρέπει να παραμείνουμε ανοιχτοί όπως ποτέ στον άνεμο της φιλίας που είναι ικανός, όπως ξέρουμε, να φυσάει πέρα από κάθε απόσταση.
Όπως σίγουρα είχατε την ευκαιρία να το παρατηρήσετε, έχουμε μπει, εδώ και λίγες μέρες ή εβδομάδες, ανάλογα με τις αντίστοιχες χώρες μας, σε μία υποχρεωτική καραντίνα εν μέσω μιας περιόδου που συνέπεσε, από μία τυχαία και κάπως αινιγματική σύμπτωση, να είναι και της Σαρακοστής. Μιας περιόδου παραδοσιακά αφιερωμένης στην ενδοσκόπηση, στην αποποίηση, αλλά ίσως και στη συμφιλίωση. Και εφόσον -αλλά όποιος με γνωρίζει το ξέρει καλά- πάντα πίστευα στην ξεχωριστή ιδιότητα του “τυχαίου”, αν δεν το εκλάβουμε μόνο ως έναν τρόπο έκφρασης που μας ανακουφίζει, μια δεισιδαιμονία μέσω της οποίας αναγκαζόμαστε να πιστεύουμε ότι αυτό που συμβαίνει, ο τρόπος με τον οποίο συμβαίνει, δεν έχει κανένα νόημα για μας· σκέφτηκα ότι η σύμπτωση αυτή ήταν ένα από τα σημάδια των καιρών που έχουμε μπροστά μας και που καλούμαστε να ερμηνεύσουμε.
Τα Ευαγγέλια διηγούνται ότι κατά τη διάρκεια αυτής της περιόδου, το Πνεύμα “εξώθησε” τον Ιησού να πάει στην έρημο για σαράντα ημέρες και ότι εκεί, σε αυτή την περίοδο ασκητισμού, υποβλήθηκε στους πειρασμούς του δαίμονα.
Είναι ένα μοτίβο που επανέρχεται σε πολλές ιστορίες που αναφέρονται στην Παλαιά Διαθήκη, αρχής γενομένης βέβαια από την περιπετειώδη έξοδο του εβραϊκού λαού προκειμένου να αποφύγει τους διωγμούς. Διαφορετικές ιστορίες, αλλά όλες σηματοδοτούν ότι η έρημος είναι “δοκιμασία”. Φυσικά, στη ζωή του καθενός, έχει τύχει να γνωρίσουμε μερικές φορές ερημικές περιόδους. Αυτό δεν είχε πάντα καλή κατάληξη και φέραμε μέσα μας τα σημάδια, τουλάχιστον αυτή είναι η εμπειρία μου. Αλλά όλες οι φορές που βγήκαμε πιο δυνατοί, είναι αυτές, αν το σκεφτούμε, που μας επέτρεψαν να κρατηθούμε ακόμη ζωντανοί. Το πιο απίθανο είναι ότι μερικές φορές, όπως και σήμερα, η δοκιμασία είναι ταυτόχρονα ατομική και συλλογική, σε σημείο να αφορά ολόκληρους λαούς, αν όχι ολόκληρη την ανθρωπότητα.
Εμείς, που πάντα εξέταζαμε την αμείλικτη ροή της ιστορίας αναζητώντας τα σημάδια του γεγονότος που θα την διέκοπτε, δεν μπορούμε να παραμείνουμε απαθείς απέναντι σε αυτό που συμβαίνει. Ένα έκτακτο γεγονός, το οποίο μας κάνει να συνειδητοποιούμε ότι δεν έχουμε αρκετές λέξεις για να το περιγράψουμε. Η έρημος είναι επίσης η απουσία λέξεων, λόγων, επαναλαμβανόμενων και ευχάριστων ήχων. Εξάλλου, στην εβραϊκή γλώσσα, ο όρος που χρησιμοποιείται για τη “λέξη” είναι dabar και για την “έρημο”, midbar, δύο ομόρριζες λέξεις: από εκεί κι έπειτα, μπορεί κανείς να υποθέσει ότι ακριβώς επειδή η έρημος είναι ένας τόπος που στερείται λέξεις, είναι και η πιο πρόσφορη για την αποκάλυψη του Λόγου ως γεγονός. Το πρώτο πράγμα που έχεις να κάνεις είναι να ακούσεις, να αποβάλλεις τα περιττά για να μπορέσεις να υποδεχτείς το γεγονός. Αλλά να ακούσεις τι ακριβώς; Σε μια συνέντευξη που διάβασα πρόσφατα, μία μοναχή έλεγε πως η υπακοή (obéissance) πρέπει να γίνεται κατανοητή με την ετυμολογική της έννοια: ob-audire-, δηλαδή “ακούμε ενώπιον κάποιου, απέναντί του”. “Το να ακούμε την πραγματικότητα” είναι η πραγματική έννοια της υπακοής, είπε συμπερασματικά στο μοναστήρι της. Πιστεύω ότι σε ένα παρόμοιο είδος άσκησης μας καλεί η περίοδος.

Στην έρημο δεν υπάρχουν δρόμοι, ούτε ήδη χαραγμένα μονοπάτια τα οποία θα μας αρκούσε να ακολουθήσουμε: καθήκον εκείνου που τη διασχίζει είναι να προσανατολιστεί και να βρει ένα πέρασμα που θα τον οδηγήσει έξω. Δεν υπάρχουν εκεί καταστήματα, ούτε πηγές νερού, ούτε φυτά και όλα μοιάζουν ακίνητα, επειδή στην έρημο δεν υπάρχει παραγωγή, δεν υπάρχουν μπαρ, δεν υπάρχουν κοινωνικά κέντρα, τίποτα απ’ όσα θεωρούμε ως προϋποθέσεις για έναν τόπο “βιώσιμο”. Μπορούμε εν τέλει να πούμε ότι δεν υπάρχει τίποτα το ανθρώπινο και γι’ αυτό στο Δευτερονόμιο γίνεται λόγος για μια μοναξιά που ουρλιάζει μέσα στην έρημο. Ξέρω, ξέρω καλά ότι σε ένα μεγάλο βαθμό, αυτή η περιόδος που βιώνουμε μαζί φαίνεται να χαρακτηρίζεται ουσιαστικά από αυτό το ουρλιαχτό και απ’ αυτήν την απανθρωποίηση, και καταλαβαίνω τη δυσπιστία και τη φρίκη που μας πιάνει μερικές φορές και μας οδηγεί στην απελπισία. Η κακογουστιά ενός μεγάλου μέρους της “μουσικής” που ξεχύνεται αυτές τις μέρες από τα μπαλκόνια της Ιταλίας, όταν βραδιάζει, δεν καταφέρνει να καλύπτει αυτό τον ουρλιαχτό: εκείνο καλύπτει τα πάντα. Στην πραγματικότητα, μετά την ευφορία των πρώτων ημερών, είναι μια ιεροτελεστία που ήδη ξεφτίζει: πολλοί καταλαβαίνουν ότι είναι κάτι που δεν ηχεί σωστά. Η μετατροπή του ουρλιαχτού αυτού σε τραγούδι εξαρτάται από την ευαισθησία μας, από την κατανόηση του γεγονότος. Όχι, δεν πρέπει να κυλιστούμε μέσα στην απελπισία ή να εμμένουμε στην άρνηση. Υπάρχουν πολλοί τρόποι απελπισίας και άρνησης, και συχνά φαίνονται αντιθετικοί μεταξύ τους, μέσα στην αναταραχή που τους δημιουργεί και την οποία μεταδίδουν: μην αφήνουμε να μας ξεγελούν. Ας ακούσουμε το τραγούδι της πραγματικότητας, αλλά στ’ αλήθεια.

Πρέπει να σκεφτόμαστε ότι σε αυτά τα παλιά βιβλία, λένε ακόμα πως ο Κήπος της Εδέμ ήταν η πρώτη νίκη επί της χαοτικής ερήμου, ότι φυτεύτηκε εκεί στο κέντρο του πουθενά, εκεί όπου δεν υπήρχαν ούτε θάμνοι, ούτε χορτάρι, ούτε ποτάμι, ούτε τίποτα άλλο. Και αυτός ο κήπος παρέμεινε πράγματι αξέχαστος, ως μια υπόσχεση ευτυχίας στην οποία πρέπει να τείνουμε: ένας τόπος αφθονίας όπου δεν υπάρχει ούτε εργασία, ούτε εκμετάλλευση, όπου όλα βρίσκονται σε ισορροπία με τα πάντα. Στις καλύτερες στιγμές τους, οι άνθρωποι πίστευαν ότι ήταν η μόνη ζωή που άξιζε να ζήσουν. Η νίκη μέσα και επί της ερήμου δεν σημαίνει τίποτα άλλο παρά πρόσβαση στην δυνατότητα μιας πιο αληθινής, πιο πλούσιας, πιο ευτυχισμένης και επομένως πιο ελεύθερης ζωής. Ο καθένας μας σε αυτήν ακριβώς τη στιγμή βιώνει τη δική του δοκιμασία και δεν είναι εύκολο να ξεχωρίσουμε ποιά αντέχεται από το σώμα και ποιά από το πνεύμα, όπως συνηθίζουμε να το κάνουμε. Αναμφίβολα, αυτή μπορεί να είναι η ευκαιρία, σε αυτήν τη στιγμή και όχι σε ένα άλλο αύριο, ή ένας Θεός ξέρει πότε, για να μπορέσουμε να ενωποιήσουμε αυτό που συνήθως τείνουμε να θεωρούμε διαιρεμένο. Το ξέρετε καλύτερα από μένα: ο πολιτισμός μας υπήρξε από τις ρίζες του μέχρι την κορυφή του, ο πολιτισμός της διαίρεσης: ας μην του επιτρέψουμε σήμερα να την επιτείνει ξανά και ξανά.

Η έρημος είναι ο τόπος που ταυτίζεται με την κρίση, με την αρχαία έννοια αυτής της ελληνικής λέξης που μας έχει γίνει εμμονή: επιλογή και απόφαση. Δεν νομίζετε, φίλοι μου, ότι σήμερα “εξωθούμαστε” όλοι μας ακριβώς σε αυτό το σημείο; Μήπως η αναπόφευκτη στιγμή της απόφασης έχει έρθει ίσως για όλους μας; Και δεν πιστεύετε πως είναι μία απόφαση που πρέπει να πάρουμε όλοι μαζί ξεκινώντας από τον εαυτό μας, και όχι ο καθένας για τον εαυτό του χωρίς να υπολογίζουμε τους άλλους;

‘Οσον αφορά τον Ιησού, όμως, λέγεται ότι στο τέλος της δοκιμασίας τα άγρια ζώα παρέμεναν στο πλευρό του σαν να ήταν αρνιά (η ‘Εδεμ!). Πρέπει λοιπόν να αδράξουμε τη στιγμή για να καταφέρουμε να κατανοήσουμε μια για πάντα τι σημαίνει να αγαπάμε αλλήλους χωρίς να χρησιμοποιούμε τεχνάσματα, παράλογες διαμεσολαβήσεις ή την υποκρισία η οποία μας έκανε κάθε φορά να περνάμε από δίπλα. ‘Εχω την εντύπωση, τη βεβαιότητα, ότι τη στιγμή που θα αγγίξουμε αυτήν την πραγματικότητα και θα την υπακούσουμε, τότε ναι, θα είμαστε ένα “όλον”.

Γι’ αυτό η έρημος είναι ο τόπος στον οποίο, μέσω του στοχασμού και των δοκιμασιών, διαμορφώνεται διαρκώς το ισχυρό πνεύμα μιας νέας αρχής. Σήμερα έχουμε τη δυνατότητα να μην επαναλάβουμε ένα τελετουργικό σαν να επρόκειτο για μια παρένθεση τελικά ασήμαντη για μας και για τον κόσμο -και σε ό, τι αφορά φθαρμένα και άχρηστα τελετουργικά, επιτρέψτε μου να σας πω ότι έχουμε αποκτήσει μεγάλη ειδίκευση- αλλά να διαρρήξουμε οριστικά το πέπλο της Ιστορίας που μας κρατά φυλακισμένους ενός διαβολικού ονείρου. Να πηγαίνουμε όλο και πιο πέρα, όπως επαναλάμβανε συχνά ένας γέρος σοφός. Προς το παρόν, υπέρβαση σημαίνει να προχωρήσουμε πιο πέρα από την πανδημία, να οδηγηθούμε προς ένα άλλο σχέδιο ύπαρξης.

Σκληραγωγημένοι από την έρημο, με την πνευματική δύναμη που αποκτήθηκε μέσω των στερήσεων και της νικηφόρας μάχης ενάντια στους δαίμονες, θα μπορέσουμε να παρουσιαστούμε ξανά στον κόσμο με μια νέα δύναμη άγνωστη σ’ αυτόν, γιατί είναι αυτή που γνωρίζει τώρα -όπως λέει ο Ιησούς στον δαίμονα που τον βάζει σε πειρασμό μία πρώτη φορά- ότι δεν ζούμε μόνο με ψωμί, αλλά με και μέσα από τον Λόγο. Που είναι πιο υλικός από την ύλη. Οι πειρασμοί στους οποίους υποβάλλεται ο Χριστός είναι αυτοί που ήταν πάντα: κατοχή, εξουσία, χειραγώγηση. ‘Υλη που είναι λιγότερο από ύλη. Ενάντια σ’ αυτούς όλους αντισταθήκαμε πάντα: αυτός είναι ακριβώς ο λόγος για τον οποίο γίναμε φίλοι, θυμάστε;

Αυτός ο Λόγος είναι που μας κατατρύχει αυτές τις μέρες, τον καθένα στη γωνιά του, τον καθένα στο μοναστήρι του, τον καθένα στην έρημό του, τον καθένα με έναν διαφορετικό πόνο. Γωνιές που μπορεί να είναι αυτές μιας νεοαποκτηθείσας ιδιωτικότητας, και οι οποίες, ωστόσο, δημιουργούν από κοινού μια ενιαία, τεράστια έρημο, που είναι σαν μια γιγάντια συνάντηση με την πραγματικότητα. Επειδή η έρημος για την οποία μιλάω δεν είναι οι άδειοι δρόμοι μιας μητρόπολης πάντα άδειας και θλιβερής ακόμη και όταν είναι γεμάτη, όπου ρέουν όλα τόσο γρήγορα που μας κάνει να αρρωσταίνουμε· αλλά ο άγριος χώρος που μας εκθέτει στον Λόγο και μέσα στον οποίο αγωνιζόμαστε ενάντια σε κάθε πειρασμό, το ένα μετά τον άλλο. Γνωρίζω σχεδόν όλους αυτούς τους πειρασμούς που φαντάζομαι ότι επιτέθηκαν στους περισσότερους από εσάς αυτές τις μέρες, γιατί ήταν και εξακολουθούν να είναι εν μέρει και δικοί μου. Ξέρετε σε τι αναφέρομαι. Μια αποφασιστική διδασκαλία του Ιησού στην έρημο είναι όμως εκείνη που υποστηρίζει ότι δεν κάνεις διάλογο με τον δαίμονα, ποτέ, γιατί έτσι και το αποδεχτείς, παραμένεις δέσμιος της εξουσίας του, όσο πονηρός κι αν νομίζεις πως είσαι: η ομιλία του, η ρητορική του, η τέχνη της γοητείας του είναι κάγκελα που σε κλείνουν μέσα τους. Πόσες φορές έχουμε δει αυτά τα κάγκελα να απομακρύνουν από μας για πάντα παλιούς μας φίλους…

Μέρα με τη μέρα, οι κατοικίες μας μετατρέπονται σε θραύσματα μιας ερημικής έκτασης, με τα άγρια ζώα της, τη βαθιά σιωπή της, τόσο ασύγκριτα κατοικήσιμη, καθώς και με τις παρουσίες της, τις οποίες συνήθως δεν αντιλαμβανόμαστε, έτσι όπως μας κατακλύζουν μυριάδες πράγματα σε μεγάλο βαθμό περιττά. Η πρόκληση είναι να αναγνωρίσουμε τη σωστή παρουσία, την καλή, αυτή που θεραπεύει, και να απομακρύνουμε την κακιά, αυτή που σε αρρωσταίνει, που σου λέει ψέματα για να σε κάνει να ψεύδεσαι, που σε διατάζει να γονατίσεις μπροστά της με αντάλλαγμα περισσότερη δύναμη, περισσότερα πράγματα, περισσότερες κοσμικότητες, περισσότερη αναγνώριση, περισσότερη, περισσότερη, περισσότερη… Η έρημος σε κάνει να διακρίνεις το δυνατό και το αδύνατο.

Η έρημος είναι εξάλλου ο τόπος τον οποίο επέλεξαν οι πρώτοι μοναχοί, οι “μοναχικοί”, εκείνοι που απομακρύνθηκαν από μια άδικη και παρακμιακή αυτοκρατορία, λίγοι στην αρχοί, αλλά που έγιναν, μήνα μετά το μήνα, χρόνο με το χρόνο, εκατοντάδες και χιλιάδες και έτσι άρχισαν να ζουν μαζί, κατά ομάδες, σε κοινόβια, μια λέξη που δεν σημαίνει τίποτα άλλο από αυτό που και εμείς πάντα αναζητούσαμε: έναν τόπο κοινής ζωής. Ήδη τότε, όπως και σήμερα, ήταν μια δοκιμασία που επηρέαζε τόσο τους ανθρώπους όσο και την κοινότητα. Και γύρω από τα κοινόβια σχηματίστηκαν άλλες κοινότητες και τελικά και πόλεις, που έπαιρναν την πνευματική τους δύναμη από τα κοινόβια. Από τους μοναχούς αυτούς που κατάφεραν, από την έρημο όπου αποσύρθηκαν, από την κοινότητα αυτή όπου όλα ήταν κοινά, να δουν, γεννήθηκε έτσι ένας νέος πολιτισμός. Αυτός που χάθηκε στη συνέχεια μέσα στους αιώνες επειδή έχασε την επαφή με την αλήθεια του, και με την πάροδο του χρόνου γονάτισε κι αυτός όλο και περισσότερο μπροστά στους δαίμονες του καπιταλισμού, που σήμερα εκπνέει. Το πρόβλημα είναι ότι

θέλει να μας συμπαρασύρει μαζί του στην κόλαση.

Ο πολιτισμός αυτός δεν τελειώνει εξαιτίας του κορωνοϊού, που πιστεύω πως αντιλαμβανόμαστε όλοι ότι πρόκειται απλά για ένα επιφαινόμενο, αλλά εξαιτίας της αλαζονείας του, της ακόρεστης αγριότητάς του, της αδικίας του, επειδή έχει μεταμορφώσει τον κόσμο σε ένα τεράστιο νοσηρό εργοστάσιο. Τι άλλο θα μπορούσε να γεννηθεί, εκτός από τον δαίμονα της ολικής καταστροφής, ενός πολιτισμού που ανήγαγε το χρήμα σε απόλυτο είδωλο και την εξουσία σε τελικό σκοπό κάθε πράγματος και κάθε ύπαρξης;

Μόλις βγούμε από την “έκτακτη ανάγκη” και την έρημό μας, γιατί πρέπει πάντα να θεωρούμε ότι η συνύπαρξή μας μαζί του είναι μόνο μεταβατική, δεν πρέπει να επιτρέψουμε να είναι μόνο μια παρένθεση γεμάτη από πόνο και θάνατο ή ακόμη και ανακαλύψεις και αξέχαστες στιγμές, την οποία θα διαδεχόταν η επιστροφή στην κανονικότητα του πριν, επειδή ακριβώς αυτή μας έχει φέρει εδώ όπου βρισκόμαστε και που δεν μπορεί πλέον να συνεχιστεί παρά μόνο επιτείνοντας την καταστροφή. Και εννοώ επίσης ως κανονικότητα του πριν τον τρόπο ζωής μας, ή μάλλον τον τρόπο που επιβιώναμε με όλες τις ψευδαισθήσεις μας. Βλέπω ότι πολλοί από εμάς ψάχνουν απελπισμένα να επιβεβαιώσουν την δική τους κανονικότητα. Είναι λάθος, με κάθε φιλική ειλικρίνεια: δεν αξίζει τον κόπο.

Πρέπει όμως να προσέξουμε και την κανονικότητα τού μετά, την οποία θα μας παρουσιάσουν ως τη νέα αναγκαιότητα, η οποία θα αποτελείται από απαγορεύσεις, έλλειψη ελευθερίας και ανανεωμένο εγωισμό, όλα για το καλό μας. Ή αυτήν που αυτοσχέδιοι προφήτες θα μας υποδείξουν ως τη στόφα του νέου κόσμου, ίδια με την προηγούμενη αλλά με διαφορετικούς κυβερνώντες.

Θα έπρεπε, αντιθέτως, να επαναλάβουμε τη χειρονομία του αποχωρισμού των πρώτων μοναχών: να αποκολληθούμε από τον παρακμιακό πολιτισμό της καταστροφής, να δημιουργήσουμε τα κοινόβιά μας, τις κοινότητές μας. Με έχει απασχολήσει πολύ τον τελευταίο καιρό γιατί δεν το έχουμε κάνει ακόμα, γιατί δεν είμασταν ικανοί να το κάνουμε, και τι ήταν αυτό που μας εμπόδισε μέχρι τώρα να το προσπαθήσουμε ξανά, και δεν μπόρεσα να βρω ικανοποιητικές απαντήσεις. Ένας από σας θα μπορούσε πιθανόν να μου προτείνει μία. Ίσως άρχισα να διαβλέπω μία που δεν έχουμε αντιληφθεί ακόμα. Αλλά σε κάθε περίπτωση, η εποχή αυτή όπου το Πνεύμα μας “εξώθησε”, αξίζει, πιστεύω, μια πραγματική απάντηση. Από μας. Αυτή που θα μπορούσε να προέλθει από την σιωπή που κατοικούμε, από την μοναξιά που επιδιώκουμε, από το κακό που καταπολεμάμε. Τι θα κάνουμε, τι θα δούμε, όταν θα βγούμε από την έρημο;

‘Οταν βγήκε από την έρημο, ο Ναζαραίος ανήγγειλε ότι η Βασιλεία ήταν πλέον κοντά. Πάντα ερμήνευα αυτό το κοντά όχι με τη χρονική έννοια ενός όχι πολύ μακρινού μέλλοντος, το οποίο κανείς εξάλλου δεν κατάφερε ποτέ να υπολογίσει, αλλά σαν κάτι που κατέχουμε ήδη ή που βρίσκεται δίπλα μας, όπως θα το λέγαμε και για τον πλησίον μας. ‘Οσον αφορά αυτήν την εγγύτητα, νομίζω ότι δεν χρειαζόμαστε πολλά άλλα λόγια για να συμφωνήσουμε μεταξύ μας.
Σας φιλώ και ελπίζω να έχω σύντομα νέα σας, Δικός σας,
Marcello

Traduzione portoghese [Situação]

Caros amigos, caras amigas

Em momentos como este, poucas coisas serão tão reconfortantes como escrever cartas aos amigos e amigas mais queridos. Espero que esta carta vos encontre bem e belos, como eu vos tenho dentro de mim. Alguns de nós têm vivido estes dias com maior sofrimento, mas a amizade, o ser mais próximo dos que nos estão próximos, faz com que possamos partilhá-lo e por isso torná-lo mais leve, caso nos faça sentido. Simplesmente porque, graças à amizade, vivemos sem esforço a vida do outro. Nesta clausura para que fomos empurrados, devemos ficar abertos como nunca ao vento da amizade, que consegue, como sabemos, soprar para lá de qualquer distância.

Como já devem ter notado, encontramo-nos todos desde há dias ou semanas, dependendo do país onde estamos, confinados à quarentena durante, por um acaso de certa forma perturbante, o mesmo período da quaresma. Tempo tradicionalmente de introspeção, de renúncia e quem sabe, de reconciliação. E quem me conhece já deve saber: sempre acreditei que não existe «o acaso», que isso é apenas uma maneira de nos tranquilizarmos, uma superstição que nos constringe a acreditar que o que acontece, o modo como acontece, não tem nenhum significado para nós. Penso que esta coincidência faz parte dos sinais dos tempos que estão aqui e somos chamados a interpretá-los.

Nos Evangelhos conta-se que nesse período Jesus foi «impelido» pelo Espírito para o deserto durante quarenta dias e lá, no tempo da ascese, sofreu a tentação do demónio.

É um lugar comum que encontramos em várias histórias narradas no Antigo Testamento, a partir naturalmente da aventurosa travessia do povo hebraico para fugir às perseguições. Diferentes histórias, que invocam todas elas o caráter de «provação» que é o deserto. Naturalmente, cada um de nós já atravessou períodos desérticos. Nem sempre correu bem, e deles levamos algumas cicatrizes. Esta é pelo menos a minha experiência. Mas as vezes em que saímos deles mais fortes foram as que, se pensarmos bem, nos permitiram estar ainda vivos. A coisa excecional que ocorre de vez em quando é que, como agora, a prova é ao mesmo tempo individual e coletiva, chegando a envolver não apenas povos inteiros, mas a própria humanidade.

Nós que tentamos sempre escrutinar o inexorável fluir da história, procurando os sinais do evento que a interrompesse, não podemos desviar-nos perante aquele que está em curso. Um evento enorme, perante o qual nos damos conta da falta de palavras para o descrever. Deserto também é ausência de palavras, de discurso, da confortável redundância dos sons. Em hebraico o termo que descreve “palavra”, dabar, e o que descreve “deserto”, midbar, têm a mesma raiz, o que nos permite supor que o facto do deserto ser privado de palavra, e precisamente por isso, torna-o o sítio adequado para a revelação da Palavra enquanto evento. Por isso, a primeira coisa a fazer é escutar, fazer uma grande limpeza dentro de nós para acolher o evento. Mas para escutar o quê? Numa entrevista a uma monja que li recentemente, ela diz que precisamos de interpretar obediência no seu sentido etimológico, como ob audire, ou seja «escutar antes, de frente para». «Escutar a realidade» é o verdadeiro significado de obedecer, conclui a monja do seu enclausuramento. Creio que é um exercício deste tipo que estes tempos exigem.

No deserto não existem estradas, caminhos já demarcados para percorrer: a tarefa de quem os atravessa é orientar-se, trilhar um caminho que o leve à saída. Não existem lojas, fontes de água, plantas e tudo parece imóvel porque no deserto não há produção, não existem bares, nem centros sociais, não existe nada do que damos por garantido naquilo que habitualmente definimos como um sítio «para viver». Ou seja, podemos dizer que não há nada nele de humano. É por isso mesmo que no livro de Deuteronómio lemos que no deserto encontramos uma solidão que grita. Bem sei que muito deste tempo que estamos a viver parece feito essencialmente desse grito e dessa desumanidade e percebo a desconfiança e horror que por vezes nos captura e que nos leva ao desespero. A vulgaridade de muita da “música” que nestes dias se propaga em Itália através das varandas, quando a noite começa, não é capaz de  abafar  esse grito, mas é antes ele que cobre tudo e de facto, depois da euforia dos primeiros dias, é um ritual que já aborrece: muitos compreendem que há qualquer coisa que não soa bem. Tornar esse grito num canto depende da nossa sensibilidade, do nosso encontro com o evento. Não devemos rebolar no desespero nem enrijecer na negação. Muitas são as maneiras de desesperar e de negar e muitas vezes aparecem precisamente como o seu contrário, na agitação de que são feitas e que transmitem: não nos deixemos enganar. Escutemos o canto da realidade.

É preciso pensar que nesses velhos livros também se conta que o jardim do Éden foi a primeira vitória sobre o caos desértico. Foi plantado onde não havia nada, nem arbustos nem erva, nem rios nem nada. E de facto esse jardim permanece inesquecível, como uma promessa de felicidade pela qual lutar: lugar de abundância onde não há trabalho nem exploração e tudo vive no equilíbrio. Os povos, nos seus melhores momentos, acreditaram apenas nesta existência digna. Vencer no e durante o deserto não significa nada mais que aceder à possibilidade de uma vida mais verdadeira, mais rica, mais feliz e por isso mais livre.

Cada um de nós está, neste preciso momento, a viver a sua provação e não é fácil distinguir a que é suportada pelo corpo da que é suportada pelo espírito, como tendemos a fazer normalmente. Talvez seja a ocasião, esta e não uma outra qualquer amanhã ou quem sabe, de reunir aquilo que normalmente somos levados a considerar como separado. Sabem-no bem melhor do que eu: a nossa civilização foi, de uma ponta a outra, a civilização da separação. Não vamos permitir agora que se separe ainda mais.

O deserto é precisamente o lugar da krisis, no sentido original desta palavra grega pela qual continuamos a sentir-nos obcecados: escolha e decisão. Não acham também vocês, meus amigos, que fomos todos nós «impelidos» para esse lugar? Terá chegado para todos nós o tempo dessa incontornável decisão?

E não acham que essa é uma decisão que devemos tomar juntos, a começar por nós mesmos, e não cada um por si sem levar os outros em conta?

O deserto de que falo é o lugar da provação não porque seja um espaço vazio, mas porque está privado de todas aquelas coisas que compõem artificialmente a existência, tudo aquilo que a facilita e que a enfeita: privado das distrações que quotidianamente nos impedem de contemplar a própria vida com clareza. O deserto é esse lugar que nos permite meditar, concretamente, sobre a própria vida no mundo a partir dum lugar fora do mundo no seu verdadeiro significado: livre do supérfluo, de tudo aquilo que acreditamos ser necessário e que de repente, sabemos definitivamente que não o era porque nunca o foi. Por outro lado, o deserto obriga-nos a sentir o desejo por tudo aquilo que verdadeiramente nos falta na nossa vida. Longo é o caminho que com esforço abrimos e dentro dele sentimos a ausência de comunidade, de justiça, de gratuidade, da verdadeira saúde e certamente, a ausência daquela pessoa que excluímos da nossa intimidade sem perceber bem porquê ou da qual fomos excluídos, e no entanto, misteriosamente, continuamos a amar. Sede de amor? Diria que sim, em todos os sentidos. Um de vocês, há muito tempo atrás, disse-me que não se podia e nem sequer tinha sentido fazer o que quer seja em conjunto se não se gostasse nem que seja um pouco dos outros. Não aquele gostar abstrato da ideologia, mas aquele gostar corpóreo e espiritual que sentimos no contacto. É certo que compreender exatamente no que consiste esse gostar nem sempre é fácil e muitas vezes acabámos por fazer mal uns aos outros. Os poucos seres que habitam estavelmente o deserto são sempre perigosos: hienas e demónios.  Diz-se de Jesus que no fim da sua provação até as feras o acompanhavam como se fossem carneiros (o Éden!). Devemos então acolher este momento para conseguir de uma vez por todas compreender o que significa amar uns aos outros sem utilizar subterfúgios, sem as mediações absurdas e a hipocrisia com que normalmente passamos por cima ou por baixo desta questão. Tenho a impressão, a certeza, que no momento em que alcançarmos e obedecermos a esta realidade, aí sim, «seremos tudo».

É por isso que o deserto é o lugar onde, através da meditação e da provação, se forma de maneira duradoura, o espírito forte de um novo início. Hoje temos a possibilidade de não repetir um ritual como se fosse um insignificante parêntesis para nós e para o mundo – e de rituais cansativos e inúteis, deixem-me dizê-lo, somos nós especialistas – mas de quebrar finalmente a membrana da História que nos aprisiona a um sonho maléfico. Ir mais longe, como repetiu várias vezes um velho sábio. Neste momento, ir mais longe significa ir para além da pandemia, irmos todos juntos para outro plano da existência.

Robustecidos pelo deserto, com a força espiritual conquistada, através das privações e da vitória no duelo com os demónios, poderemos fazer-nos representar no mundo com uma nova potência que não é do mundo, uma potência que agora sabe – tal como diz Jesus aos demónios que o tentaram uma primeira vez – que não se vive apenas de pão mas também com e através a Palavra. Mais material que a própria matéria. As tentações que Cristo sentiu são as de sempre: possessão, poder, manipulação. Matéria que é menos que matéria. São as tentações contra as quais sempre lutámos: foi por isso que nos tornámos amigos, lembram-se?

É sobre essa “Palavra” que estamos a trabalhar nestes dias, cada um no seu lugar, cada um na sua clausura, cada um no seu deserto, cada um esforçando-se de maneira diferente. Lugares que podem ser de uma intimidade reconquistada, mas que, no seu conjunto, criam um único e enorme deserto, um gigantesco encontro com a realidade. O deserto de que falo não são as ruas vazias da metrópole, que é sempre vazia e triste mesmo quando está cheia e tudo flui rapidamente e nos faz adoecer. É antes um espaço selvagem que nos expõe à Palavra e onde lutamos, todos, contra a tentação. Conheço bem uma grande parte dessas tentações que vos assaltam nestes dias, pois foram, e em parte ainda são, as que me assaltam a mim também. Sabem o que quero dizer. Uma lição decisiva de Jesus no deserto é aquela que diz que não se dialoga com o demónio, nunca, pois uma vez que o fazes, por mais astuto que sejas, ele fará de ti prisioneiro: o seu discurso, a sua retórica, a sua arte da sedução são as grades que se levantam à tua volta. Quantas vezes vimos essas grades afastarem-nos para sempre dos nossos velhos amigos…

As nossas casas, dia após dia, transformam-se em fragmentos duma pradaria desértica, com os seus animais selvagens, o seu silêncio profundo, este sim habitado como nunca antes, e com as suas presenças, aquelas que normalmente não escutamos, pois estamos demasiado atarefados com uma infinidade de coisas que na sua maior parte são inúteis. O desafio é reconhecer a presença certa, boa, que cura, e expulsar a negativa, que faz adoecer, que mente para te fazer mentir, que te intimida a ajoelhar à sua frente, em troca de mais poder, mais coisas, mais mundanidade, mais reconhecimento, de mais, mais, mais… O deserto faz-nos ver o possível e o impossível.

De facto, o deserto foi onde se reuniram os primeiros monachoi, os «solitários», aqueles que se afastaram dum império de decadência e injustiça. Primeiro eram poucos e depois, mês após mês, ano após ano, chegaram às centenas e depois milhares. Começaram assim a viver em conjunto, grupo a grupo, no cenóbio, palavra que não significa outra coisa senão aquilo que nós sempre perseguimos também: lugar de vida em comum. Nessa altura, tal como hoje, era uma prova tanto para as singularidades como para a coletividade. E ao redor dos cenóbios formaram-se outras comunidades e depois cidades, que deles receberam a força espiritual. Desses solitários que conseguiram ver, desse retirar-se no deserto, dessas comunidades onde tudo era comum, nasce assim uma nova civilização. Aquela que após alguns séculos se perdeu, pois perdeu o compromisso com a verdade e já há muito tempo se ajoelhou perante os demónios do capitalismo e que hoje está a morrer. O problema é que quer levar-nos consigo para o seu inferno.

Esta civilização não vai acabar por causa do coronavírus, parece-me claro que este seja apenas um epifenómeno, mas sim por causa da sua arrogância, a sua avidez insaciável, a sua injustiça, por ter transformado o mundo numa gigantesca fábrica de morte.

Um demónio da destruição total: que outra coisa podia parir uma civilização que fez do dinheiro o ídolo absoluto e o poder como fim último de todas as coisas e da própria existência?

Quando sairmos da “emergência” e do nosso deserto, porque devemos sempre considerar como transitório estarmos presos nele, não podemos permitir que isto seja apenas um parêntesis, cheio de sofrimento e de morte ou cheio de descobertas e momentos memoráveis aos quais se sucede o regresso à normalidade de antes. Foi precisamente ela que nos levou ao ponto onde estamos e continuará sempre a ser o aprofundar da destruição. E nesta normalidade de antes incluo os nossos modos de viver, ou melhor de sobrevivência e ilusão. Vejo que entre nós muitos estão desesperadamente a tentar reafirmar a própria normalidade. Não está certo, por toda a amizade: não vale a pena.

Mas devemos estar atentos a essa normalidade do depois, que nos será apresentada como a nova necessidade, feita de proibições, ausência de liberdade e egoísmo, tudo para o nosso bem. Atenção também para os profetas emergentes, que apresentam as vestes de um novo mundo, igual ao primeiro, mas com diferentes governantes.

Seria preciso repetir o gesto de separação dos primeiros monachoi: fazer a secessão desta decadente civilização da destruição, construir novos cenóbios, as nossas comunas. Nos últimos tempos, tenho pensado muito no porquê de ainda não o termos feito, porque não fomos capazes, o que nos impediu até agora de tentar novamente. Ainda não encontrei respostas satisfatórias. Começo a entrever algumas que ainda não me tinham ocorrido. Mas em qualquer caso, este tempo para que fomos «impelidos» pelo Espírito merece, creio eu, uma reposta verdadeira. Nossa. Que possa vir do silêncio onde habitamos, da solidão que estamos a viver, do mal contra o qual estamos a lutar. O que faremos, o que vamos ver quando sairmos do deserto?

O nazareno, ao sair do deserto anunciou que o Reino estava próximo. Sempre interpretei esse próximo não no sentido temporal dum futuro não muito distante e que ninguém conseguiu realmente calcular, mas do que estamos ou que nos está ao lado. Como justamente se costuma dizer, do nosso próximo. Sobre esta vizinhança, acho que não precisamos de muitas palavras para nos entendermos.

Abraço-vos e espero ter notícias vossas em breve

Marcello

Traduzione danese [fredagaften]

Kære venner,

I en tid som denne, er der få ting i livet som er mere fortrøstningsfulde end at skrive breve til ens allerkæreste venner. Jeg håber, at dette brev, finder Jer lige så sunde og smukke, som jeg bærer Jer inden i mig. Nogle af os lider meget i disse dage, men venskabet – det at være så nær som muligt med hinanden – gør det muligt for os at dele og dermed mindske denne lidelse, hvis vi ønsker det. Ganske enkelt fordi, vi, i kraft af venskabet, ubesværet bliver henledt til at leve med hinandens liv. I dette kloster, som har taget os ind, må vi forblive åbne, som aldrig før, overfor venskabets vind, som er, som vi ved, i stand til at blæse hen over enhver afstand.

Som du sikkert har bemærket, befinder vi os, i nogle dage eller uger, alt efter hvor i verden vi befinder os, indskrænket til en karantæne, som ved en ildevarslende tilfældighed falder sammen med fasten – en tid som traditionelt set er afsat til selv-refleksion, afkald og måske i sidste ende til forsoning. Som enhver der kender mig godt kan bevidne, har jeg altid ment, at “tilfældigheden” ikke findes, og at “tilfældighed” alene er en talemåde, der skal berolige os; en overtro der får os til at tro, at det som sker, og måden det sker på, ikke har nogen betydning for os. Så jeg tænker at dette sammenfald, er en del af de tegn, vi står overfor at skulle fortolke.

I evangelierne fortælles der, at Jesus under denne tid blev “ført” af Ånden ud i ørkenen i fyrre dage, og at han, under sin askese, blev udsat for djævlens fristelser.

Dette er et topos, der findes i flere historier fra Det Gamle Testamente, begyndende med, selvfølgelig, det jødiske folks udvandring og forfølgelse. Forskellige historier, men alle tegn på, at ørkenen er en ”prøvelse”. Vi har åbenlyst alle gennemlevet ørkenperioder i løbet af vores liv. Det går ikke altid så let, og vi bærer arrene. Det er i det mindste min oplevelse. Men de tidspunkter, hvor vi kom stærkere ud af det, når du tænker over det, er dem, der tillader os stadig at være i live. Det udsædvanlige i dag er, at prøven både er individuel og kollektiv, i en grad der omfatter hele befolkninger, hvis ikke hele menneskeheden.

Os, der altid har undersøgt historiens ubønhørlige strøm, på udkig efter tegn på den begivenhed, der afbryder den, kan derfor ikke sidde stille mens det her foregår. En ekstraordinær begivenhed, der får os til at indse, at vi ikke har ord nok til at beskrive det, der sker. Ørkenen er også fraværet af ord, tale, gentagne og behagelige lyde. Desuden deler det hebraiske udtryk for ”ord”, dabar, rod med ”ørken”, midbar: fra dette kan vi antage, at det netop er fordi ørkenen er et sted uden ord, at det er det mest befordrende for åbenbaringen af ”Ordet” som en begivenhed.

Det første man kan gøre er at lytte, at rydde op i sig selv for at gøre sig klar til at byde begivenheden velkommen. Men hvad er det helt præcist vi skal lytte til? I et interview med en nonne, som jeg læste for nylig, siger hun, at lydighed skal forstås i dets etymologiske forstand, som ob-audire, ”at lytte før, foran”. ”At lytte til virkeligheden” er den sande betydning af lydighed, konkluderede hun i sit kloster. Jeg tror, at tiden kalder på en øvelse af en sådan art.

I ørkenen findes der ingen gader, ingen stier der allerede er trådt og som blot skal følges. Det er op til dem der går igennem, at orientere sig og finde deres egen vej ud. Der er ingen butikker, der er ingen vand, der er ingen planter. Alt fremstår stillestående, fordi der i ørkenen ikke findes produktion. Der er ingen barer, og der er ingen sociale centre. Der er intet af det, som vi forestiller os der findes i et sted, der er ”beboeligt”. I sidste ende kan vi sige, at der ikke er noget menneskeligt, og at det er grunden til, at der i Mosebøgerne står, at der i ørkenen er en skrigende ensomhed. Jeg er godt klar over, at en stor del af vores liv er skabt af skrig og dehumanisering, og jeg forstår den mistillid og rædsel, som overvælder os, og som leder til fortvivlelse. Den vulgære ”musik”, der lyder i de tidlige aftentimer fra Italiens balkoner, formår ikke at overdøve dette skrig – skriget overdøver alt. Faktisk, så forsvandt ritualet fra balkonerne allerede efter de første dages eufori: mange forstod, at det ikke lød helt rigtigt. At ændre skriget til en sang afhænger af vores følsomhed, af vores indstilling til begivenheden. Nej, vi må ikke indhylle os i fortvivlelse eller fastfryse i fornægtelse. Der findes mange måder at fortvivle og benægte på, og i det kaos de udspringer af, fremstår de oftest som hinandens modsætninger. Lad os ikke narre. Lad os lytte omhyggeligt til virkelighedens sang.

Man bør overveje hvordan det står skrevet i disse gamle bøger, at Paradisets Have var den første sejr over ørken-kaosset. At det faktisk var plantet i midten af der, hvor ingenting fandtes, hverken buske eller græs, hverken floder eller noget som helst andet. Ganske vist er denne have forblevet uforglemmelig, som et løfte om den lykke, vi stræber hen imod: et sted med overflod, hvor der hverken findes arbejde eller udnyttelse, hvor alting er i balance med alting. I deres bedste øjeblikke, har folk tænkt på dette som den eneste eksistens, der var værd at leve. En sejr i og over ørkenen, betyder intet mindre end adgangen til muligheden for et liv, der er mere sandt, rigt, lykkeligt og derfor, mere frit.

I netop dette øjeblik, lever vi alle igennem hver vores prøvelse (prova). Og det er ikke så let, som det plejer at være, at skelne kroppens prøvelser fra åndens. Måske er dette lejligheden til, ikke i morgen, eller hvem ved hvornår, at genforene det, som vi sædvanligvis anser for adskilt. I ved det bedre end jeg: vores civilisation har hele vejen igennem været adskillelsens civilisation. Lad os ikke tillade den at grave denne kløft endnu dybere i dag.

Ørkenen er krisens sted, som i det oldgræske ords oprindelige betydning, der bliver ved med at hjemsøge os: valg og beslutning. Tror I så ikke, mine venner, at vi i dag alle er blevet ”drevet” netop til dette sted? Er afgørelsens stund ikke kommet for os alle?

Tror I ikke, at det er en beslutning, vi skal tage i fællesskab, startende fra os selv, i stedet for at vi hver tager vores egen, uden at tage hensyn til andre?

Den ørken jeg taler om er stedet for prøvelser, ikke fordi det er et tomt sted, men fordi det er blottet for alle de ting, der kunstigt dekorerer tilværelsen, alt det der faciliterer og forskønner den. Det betyder, at den er blottet for de afledninger, der dagligt forhindrer hver af os i at forstå livet med klarhed. Ørkenen er derfor det sted, der tillader os at reflektere konkret over vores eget liv i verden, startende fra et sted udenfor verden, i den sandeste forståelse. Fri fra det overflødige, alt det vi troede var nødvendigt, men som vi godt vidste ikke var, og aldrig har været. Omvendt får ørkenen os til at føle et begær for alt det, der i virkeligheden mangler i vores liv. Undervejs på stien, som vi smertefuldt kæmper for at holde åben, møder vi manglen på fællesskab, retfærdighed, generøsitet og ægte helbred. Vi vil selvfølgelig mærke fraværet af den person vi har ekskluderet fra vores intimitet, uden helt at forstå hvorfor, eller fraværet af den person, som har ekskluderet os, men som vi alligevel fortsætter med at elske, på mystisk vis. En tørst efter kærlighed? Det må siges, ja, i enhver mulig forstand. En af jer fortalte mig for længe siden, at det ikke var muligt, og at det ikke gav nogen mening, at gøre noget sammen, hvis ikke det i det mindste var for at gøre hinanden godt. Ikke ideologiens abstrakte gode, men den kropslige eller åndelige gode, som man føler i berøring. Selvfølgelig har det ikke altid været let at forstå, hvad denne gode består af, og ofte har vi gjort skade på os selv i stedet for at gøre godt. Det er sådan at de få dyr, der permanent bebor ørkenen altid er farlige: hyæner og dæmoner. Det siges imidlertid om Jesus, at ved slutningen af hans prøvelse, stod selv de vilde dyr ved hans side som lam (Eden!). Jeg har det indtryk, den klare opfattelse, at i det øjeblik vi rør ved denne virkelighed og adlyder den, vil vi i sandhed ”være alt”.

Ørkenen er derfor stedet, hvorfra en ny begyndelse kan skabes på en varig måde, gennem prøvelser og eftertanke. I dag har vi muligheden for at bryde med et ritual, som om det var den mest ubetydelige parentes for os og for verden. For når det kommer til søvnige og ubrugelige ritualer, lad mig sige jer dette, så er vi storslåede eksperter. Vi har muligheden for definitivt at sønderrive historiens slør, der holder os fanget i en ond drøm. At bevæge os hinsides, som en gammel vismand ofte har fortalt os. I dette øjeblik betyder det at gå langt udover pandemien. Det betyder at fortsætte, alle sammen, til et andet eksistensplan.

Hærdet af ørkenen og den åndelige styrke, tilkæmpet gennem svær modgang og sejerrige kampe mod dæmoner, vil vi være i stand til at vende tilbage til verden ledsaget af en magt, der ikke er af denne verden. En magt der nu ved, hvad også Jesus fortalte den dæmon, der først fristede ham, at ingen lever alene af brød, men med og gennem Ordet, der er mere stofligt end stof. Kristus er underkastet daglige fristelser: besiddelse, magt, manipulation: Stof, der er mindre end stof. De samme fristelser vi altid har kæmpet imod – det er årsagen til vi blev venner, husker I?

Det er dette Ord, der er i disse dage arbejder i os, hver i vores sted, hver i vores kloster, hver i vores ørken, hver af os med en forskellig kamp (fatica). Steder, hvor der måske findes en genvundet intimitet, men som samlet set skaber én stor ørken, et gigantisk møde med virkeligheden. For den ørken, jeg taler om, er ikke metropolens tomme gader, der selv når de er fyldte, er triste og tomme, og hvor alting strømmer hurtigt og gør os syge, men det vilde sted der åbner os for Ordet og hvori vi kæmper mod fristelser en efter en. Jeg er selv bekendt med mange af de fristelser, jeg forestiller mig, du kæmper med disse dage, for de har også tidligere været mine og er det til dels stadig. Du ved, hvad jeg mener. En afgørende lære fra Jesus i ørkenen fastholder, imidlertid, at du aldrig skal gå i dialog med djævelen, for ligegyldig hvor klog du tror, du er, når du engang har indvilget, forbliver du hans fange: hans tale, hans retorik, hans forførelse er ikke andet end tremmer, der lukker sig om dig. Hvor mange gange har vi ikke set disse tremmer drive gamle venner fra os for altid?

Vores bosteder transformeres, dag efter dag, til fragmenterne af en forladt ødemark, med dets vilde dyr, dets dybe, uhørt beboelige tavshed og dets tilstedeværen, som vi normalt ikke opfatter, da vi er for overvældet af et utal af andre, overvejende ubrugelige ting. Udfordringen er at genkende den rigtige tilstedeværen, den gode, den der er helende, og at bortjage den dårlige, den der gør dig syg, den der lyver for at få dig til at lyve, den der får dig til at knæle for den i bytte for mere magt, flere ting, mere verdslighed, mere anerkendelse, mere, mere, mere… Ørkenen viser os det mulige og det umulige.

Faktisk var ørkenen det sted, der blev nået af de første monachoi, ”eneboerne”, de der forlod et uretfærdigt, dekadent imperium. Først tog få af sted ad gangen, så måned efter måned, år efter år, blev de hundreder og tusinder og de begyndte således at leve sammen, gruppe for gruppe, i cenobia – et ord der betyder intet andet end hvad vi også altid har søgt: et sted for fælles liv. Allerede da, som nu, var ørkenen derfor et forsøg, der påvirkede både individer og fællesskabet. Fællesskaber formede sig omkring cenobier og endeligt byer, der fik deres åndelige styrke fra cenobierne. Fra disse enkelte mennesker, der formåede at se – fra deres tilbagetrækning i ørkenen, fra dette fællesskab, hvor alt var fælles – blev en ny civilisation født. Den civilisation, der senere gik tabt i århundrederne, fordi den mistede forbindelsen med dens sandhed og med tiden knælede mere og mere for kapitalismens dæmoner og den samme civilisation, der i dag ånder ud. Problemet er, at den ønsker at tage os med til dens helvede.

Denne civilisation ender ikke på grund af coronavirus. Jeg tror, det er klart for alle, at det kun er et epifænomen. Denne civilisation ender på grund af dens arrogance, dens umættelige grådighed, dens uretfærdighed. Fordi den har forvandlet verden til en gigantisk, morbid fabrik. Hvad kunne, bortset fra den totale ødelæggelses dæmon, være blevet født af en civilisation, der ophøjede penge til den absolutte afgud og magt til det ultimative mål for alle ting og al eksistens?

Når vi engang er ude af “nødsituationen” og ude af vores ørken, for vi må altid kun betragte det at bo i den som forbigående, må vi ikke tillade det kun at være en parentes, fuld af lidelse og død eller endda af opdagelser og mindeværdige øjeblikke, efterfulgt af en tilbagevenden til den tidligere normalitet. For det er netop denne normalitet, der har bragt os hertil hvor vi nu står, og som ikke længere kan fortsætte, bortset fra ved at forstærke ødelæggelsen. Denne normalitet omfatter også normaliteten ved vores tidligere måder at leve på, eller rettere, vores måder at overleve og vildlede os selv. Jeg ser, at mange af os desperat søger en genbekræftelse af vores egen normalitet. Det er ikke godt. I al venskab: det er ikke det værd.

Men vi må også være opmærksomme på den efterfølgende normalitet, som vil blive præsenteret for os som den nye nødvendighed, bestående af forbud, mangel på frihed og fornyet egoisme. Alt sammen for vores eget bedste. Eller hvad improviserede profeter vil forkynde som den nye verdens stoflighed, identisk med den forrige, men med andre herskere.

Vi må i stedet gentage de første monachois gestus af adskillelse: at løsrive os fra den dekadente civilisation af ødelæggelse, at bygge vores cenobier, vores kommuner. Jeg har på det seneste tænkt meget over, hvorfor vi ikke har gjort det endnu, hvorfor vi ikke har været i stand til det, hvad der har forhindret os i at prøve igen, og jeg har ikke været i stand til at give mig selv nogen tilfredsstillende svar. Nogle af jer vil sandsynligvis være i stand til at foreslå et. Jeg begynder muligvis at kunne skimte nogle få, som jeg fortsat må overveje. I alle tilfælde tror jeg, at denne gang, hvor vi er blevet ”skubbet” af Ånden, fortjener et sandt svar. Fra os. Et der kunne komme, fra den stilhed vi beboer, den tilbagetrukkethed vi sigter mod, det onde vi kæmper imod. Hvad vil vi gøre, hvad vil vi se, når vi forlader ørkenen?

Da Jesus fra Nazareth var kommet ud af ørkenen, meddelte han, at Kongeriget var nært. Jeg har altid fortolket denne nærhed, ikke i den temporale betydning af en ikke alt for fjern fremtid, som ingen nogensinde har været i stand til at beregne, men som noget vi har, eller noget der er ved siden af os, som det siges om en nabo. Med hensyn til denne nærhed, tror jeg ikke, vi har brug for mange flere ord for at forstå hinanden.

Jeg giver jer min kærlighed og håber snart at høre fra jer,

Jeres,

Marcello

CVD – Come Volevasi Dimostrare

di Vultlarp

Credo ed abbraccio la profonda filosofia de’ giornali,

i quali uccidendo ogni altra letteratura e ogni altro studio,

massimamente grave e spiacevole, sono maestri e luce dell’età presente.

(Giacomo Leopardi, Dialogo di Tristano e un amico)

Evocare la pestilenza — con annessi e connessi: le disposizioni di emergenza, il buonsenso, il #restoacasa — equivale a chiederne una chiave, una interpretazione. Occorre appena aggiungere che si rifiutano fin da subito tanto l’interpretazione veterotestamentaria («l’angelo della morte») quanto quella umanistico-liberale («la globalizzazione», «il folle silenzio del totalitarismo cinese»).

Quel senso è: di assumere e addirittura di desiderare, nella posizione di figli e in una incredibile concentrazione di tempo e diffusione (ma leggi anche, all’inglese: broadcasting, come le notizie), tutte le forme di governo della popolazione proprie dell’età contemporanea. Di reclamare, sotto forma di segregazione, l’integrazione. Sotto forma di misantropia, l’amore per il prossimo. Sotto forma di rottura del contratto sociale, un nuovo contratto sociale. E, sotto forma di puro egoismo, il più sperticato altruismo.

In una parola: di estendere indefinitivamente il dominio della responsabilità individuale e della colpa biologica — il semplice fatto di essere qui, vivi — non solo alle condizioni in cui versa questo mondo, intese nel senso più generale possibile (dall’antropocene alla sanità pubblica), ma all’intero destino di una collettività.

Di aver riprodotto insomma, nell’arco di poche settimane, per un pubblico selezionato e sotto forma di panico, protezione e responsabilità collettiva, quanto diluito nel tempo, nello spazio, nell’abitudine e nella sensibilità, ampie frange della popolazione mondiale hanno già subito come negazione di diritti e di libertà riportati come scalpi di lotte e di rivoluzioni passate: penso alla Francia, al Cile. Ma sono le ultime. Risuonano ancora nella mia testa le minacce di Macron all’alba dell’8 dicembre 2018: «state a casa. Altrimenti? Altrimenti toccherà a voi». Ricordo anche che devo aver pensato: «e se fosse davvero così?»

Tutto questo accade proprio mentre continua a perpetrarsi, sotto forma di dominio e violenza dell’uomo sull’uomo, il diniego di esistenza e di storia che le classi subalterne non hanno mai smesso di subire come alienazione reificazione annichilamento. Un diniego di cui Auschwitz è l’archetipo, e di cui l’attuale situazione dei siriani, dei migranti sulle navi, dei migranti nei Cpr, dei reclusi è la logica prosecuzione.

Ma sia detto questo, pur con le dovute sfumature d’intensità, anche di chi per situazione di vita, di salario o di professione non si trovi nelle condizioni materiali per far fronte alle richieste emanate dal governo per mezzo della società civile (e viceversa). Per gli ultimi due, il cittadino riparato prova l’ammirazione mistica che si riserva all’indefesso lavoratore, garante di una quotidianità più ampia di quella esperita individualmente. Tutt’al più mostrerà un sorriso inquieto al monatto, cioè il professionista della sanità, che fa il suo dovere ma che si spera di non dover vedere mai.

Ma per i primi? Per coloro a cui le situazioni di vita negano una casa entro cui stare, ad esempio?

«A Milano nei giorni del contagio | una casa è difficile lasciarla», avrebbe sicuramente detto Giovanni Giudici. Ma ecco che così facendo esce dai radar, colpevolmente come sempre, tutta un’altra porzione di realtà. Vorrei volentieri poter dire che la Milano frenetica del miracolino contemporaneo si è almeno in parte inceppata; non fosse che a non uscire di casa scompare anche quella dei clochard. È incredibile come la capacità di taratura dei nostri sistemi di rilevazione si adegui così in fretta. Con che velocità i nostri discorsi mutino di senso e di validità alle medesime latitudini.

Eppure, ricavare da questo momento un senso e una lezione di lotta contro le condizioni estreme che rendono possibile tanto la distruzione quanto il governo dell’uomo — sotto forma di minaccia-promessa, di cui la pestilenza in corso è solo un esempio — è di pochi. Molti portavoce della cosiddetta «cultura» d’Occidente si affrettano invece in questi giorni a cercare interpretazioni extrastoriche e metapolitiche giungendo rapidamente a situare l’emergenza sanitaria in corso nell’ordine del sacro, opera della collettività a difesa e (horribile dictu) cura della Vita umana, sostanzialmente confermando, rovesciandolo, uno degli assunti fondamentali della mistica antagonista contemporanea: il desiderio di servitù volontaria. Dobbiamo invece ribadire che desiderare la propria sottomissione non è una scelta: è piuttosto una imposizione. Il dominato vuole essere dominato per tenere a distanza i peggiori effetti del caos ed evitare che si estenda alla totalità.

Altri, invece — e faccio un nome su tutti: Davide Grasso —, hanno finalmente abbandonato ogni remora gettandosi nell’agone politico in qualità di segretario di un partito immaginario, contribuendo a fondarlo nell’unico modo possibile: attraverso una negazione. In particolare, rimproverando quanti si sono fino ad ora mostrati scettici nei confronti delle disposizioni governative: «È il momento dell’umiltà e di smettere i panni dei saccenti, ragionando e apprendendo anziché insegnare a tutti i costi che si è migliori dei poveri mortali che stanno fuori dai circolini della microsinistra. Se anche il virus non si fermerà, con questa umiltà si contribuirà a diffonderlo meno ed è una grandissima differenza».

A quella esperienza di vita e di militanza, a quella testimonianza della lacerazione, non so cosa opporre -non, almeno, secondo la valuta corrente. Ma un amico mi invita invece a ripensare il pericolo entro una logica «di vita». Per ogni corteo che ho fatto in Francia ho rischiato (statistiche alla mano) di perdere un occhio o una mano. Per ogni chilometro percorso in auto, ho certo rischiato «un po’» l’incidente. Senza scomodare le morti sul lavoro, quelle dovute ad altre malattie, quelle dovute alla vita di merda che conduciamo sotto questo cielo, sono certo cose, quelle che cito, «un po’» pericolose. Perché negarlo? Ma quel «un po’» mette anche in prospettiva il resto: ciò per cui le si fa. È in questi termini che il linguaggio non numerico va contrapposto alle statistiche che oggi imperversano sulla bocca di tutti. E, se pure capisco l’esigenza strategica e politica di una legittimità da parte di Grasso (al momento impossibile altrimenti, pena la gogna pubblica: perché di questo si tratta), se pure io posso essere d’accordo con chi decide di stare in casa per puro «sentimento umanitario», per «volontà di non nuocere», non riesco veramente a capacitarmi di come si possa arrivare a neutralizzare o negare l’ideologia connaturata in questa valutazione – che è, sostanzialmente, quella della polizia che attualmente gira per le strade chiedendo conto degli spostamenti. Abbiamo un bel dire «possiamo lottare silenziosamente e in ottemperanza alle norme perché questa non divenga la normalità». Ad oggi abbiamo come sole alternative quella di trasgredire collettivamente alla quarantena per mantenere aperto uno spazio (che è anche quello dell’esercizio del governo e della punizione); oppure quella, purché sempre collettiva, di non volerci più tornare, al lavoro, una volta esaurita la minaccia.

«Ci dovevamo fermare | e non ci riuscivamo. | Andava fatto insieme. | Rallentare la corsa. | Ma non ci riuscivamo. | Non c’era sforzo umano | che ci potesse bloccare». Questi sono i versi di Mariangela Gualtieri apparsi su Doppiozero a titolo Nove marzo duemilaventi. Pare quindi che l’interpretazione del virus come occasione di una riappropriazione di sé e del proprio tempo vada per la maggiore.

Approvazione tra gli astanti, commozione tra gli addetti ai lavori, repost di personalità legate al mondo della scrittura: le poesie di oggi, dunque, quelle di «successo», sono quelle che confermano e rincuorano e popolano di buoni e condivisibili sentimenti le bacheche di facebook, le instagram stories, l’immaginario a poco prezzo. Queste parole — dietro cui sta, in assoluto, un obiettivo largamente perseguibile e condivisibile — tradiscono, dette così, ora, qui, le spoglie di classe che tentano malamente di celarsi dietro la pretesa di universalità della parola poetica. Non importerà forse più molto il d’où tu parles? sessantottino: poesie del genere sono una rinuncia alla verità. Per chi scrive, infatti (ma è un difetto) le poesie sono un’altra cosa: esibizione di una ferita o testimonianza della lacerazione, consapevolezza dell’abisso o «sgomento del senzafondo», brecce aperte su un altro mondo o incendi appiccati in questo: «Ora sul fondo delle tue pupille/ il mondo senza fine vero appare» (Franco Fortini, Compiendo settantacinque anni).

Le poesie, certo, possono quello che non può la critica: far scendere la luna dal cielo. Purché balugini, sia pure per un solo istante, come verità necessaria. E questa, che pure pare necessaria, non è verità. L’occasione per rivalutare il proprio tempo e la propria vita – dovendo dare un senso, a questi giorni, è questo, o si staglia su questo orizzonte – non è per tutti. Occorre saperlo. Una poesia così fa il gioco di questo mondo.

(Ricordo una puntata di Zelig del 2003. Sotto l’istrionica conduzione-spalleggiamento di Claudio Bisio, Paolo Cevoli interpretava il Patacca. «Sono impossibilitato | sono malato | c’ho il certificato». In questi giorni di controlli polizieschi, non posso che a malincuore confermare quanto Matteo Marchesini scriveva rovesciando Marx nel suo Casa di carte: «la realtà si presenta una prima volta come farsa, la seconda come possibile tragedia». Marchesini non mi sta simpatico, né ci voleva molto — il suo stile si riduce largamente a questo — per realizzare inversioni del genere. Preferisco tuttavia correre il rischio della citazione che addossarmi la colpa dell’inetto che non l’ha fatto per primo).

Un altro esempio ci viene da Zizek, per i lettori pestilenziali di Internazionale. Il virus sarebbe, in potenza, un colpo alla Kill Bill al cuore del capitalismo. Cinque colpi delle dita, insomma, e saremmo nel comunismo. Basta dare un occhio alla «bellezza malinconica dei viali vuoti di Shanghai e Hong Kong»: scenari da film post-apocalittico, dove l’uomo semplicemente torna a non essere forzatamente parte del paesaggio, la natura torna a riappropriarsi dei luoghi, si assiste alla bellezza lancinante della fine dell’antropocene.

È l’immagine di un mondo che si accorge delle finzioni dietro cui si è istituito realmente — prima tra tutte, il denaro — e di una possibilità non consumista di abitarlo. Chi esce di casa in questi giorni dice che si respira meglio, che l’inquinamento è ai minimi storici. Che la peste sta facendo molto più dell’uomo contro la crisi ambientale. Chi ci resta, in casa, favoleggia invece di nuove e accresciute possibilità di liberazione al termine di tutto questo: una maggior consapevolezza di sé, l’elogio dei tempi morti… Peccato solo per un piccolo dettaglio: ostinarsi a non contemplare in questo idillio la presenza, autenticamente pastorale, dello stato. Nel suo bellissimo saggio «Riparare il mondo, porre fine al capitalismo», apparso sul numero 32 di Qui e ora, Mikkel Bolt Rasmussen parla delle quattro ipotesi sulla Sovranità climatica formulate da Mann e Wainwright:

«Il Leviatano climatico e il Mao climatico si iscrivono nella medesima prospettiva di un solo Stato mondiale, un Grande Fratello orwelliano che gli attuali poteri militari e di sorveglianza hanno già reso desueto. […] Il Behemoth climatico descrive invece l’anarchia dello status quo interimperialista sotto i colpi del tracollo planetario. Gli Stati nazionali si sforzano di sopravvivere o, quantomeno, di assicurare la sopravvivenza alle loro classi dominanti. […] Che agiscano da soli o per mezzo di alleanze instabili, nessuno Stato può permettere che i poteri e le prerogative si concentrino in un Leviatano. Detto in breve: il Behemoth climatico è esattamente ciò a cui assistiamo oggi. Assistiamo infatti all’emergere di un nuovo discorso ecologico autoritario dalle ceneri dell’ideologia neoliberale. Un discorso che, ovviamente, non presenta altro che simulacri di cambiamento, un pensiero orientato a garantire l’ordine attuale per mezzo della tecnologia, la burocrazia e la forza militare, […] l’amministrazione del disastro e una sottomissione durevole. La diffusione della propaganda catastrofista mira a sottometterci allo stato d’urgenza, all’accettazione dei regimi disciplinari a venire, a sostenere un potere burocratico che pretende di assicurare la sopravvivenza collettiva tramite misure coercitive».

Se la cosa dovesse suonarvi familiare, dovreste anche premurarvi di ricordare che nessuno, tra coloro che si opponevano alle misure emergenziali normalizzate dagli stati prima dell’esplodere dell’epidemia, avrebbe pertanto negato la catastrofe climatica in corso. Perché, molto semplicemente, le due cose possono andare di pari passo. Rientrano entrambe in un ordine di verità non contraddittorio. Questo è quanto ha mandato Giorgio Agamben fuori strada – non tanto la fiducia riposta nei dati del Cnr. Ora sappiamo che, se la catastrofe climatica era in potenza il mezzo di gestione del caos, mezzo per impedire una trasformazione più radicale delle condizioni in cui abitiamo il mondo, il Covid-19 è l’agente reale, o quantomeno la prova generale, di questa gestione.

Non si tratta in alcun modo di negare la realtà del virus, né di discutere l’effettività dello stato di eccezione. Mai come in questi giorni la realtà del morbo e la verità delle disposizioni governative si possono osservare come due membrane sovrapposte. Realtà e verità, la cui differenza tende sempre a scomparire all’ombra del senso comune e nell’ordine dei discorsi, finalmente permettono di indagarne lo scarto.

Giorgio Agamben ha parlato in altri termini dell’innocuità del virus, sulla base dei dati a sua disposizione. Molti tra i miei coetanei considerano quelle parole ogni giorno più grottesche, e sempre più quante più postille vengono aggiunte (l’ultima, mentre scrivo, è questa); e procedono da bravi scolari a elidere da una parte e dall’altra quelle che reputano incognite di segno opposto. Via l’emergenza immotivata, dunque via lo stato di eccezione.

Eppure, nel suo punto più cruciale, in ciò che insomma dice nemmeno più pronunciandolo, è stato largamente frainteso da entrambe le fazioni — i suoi detrattori contestando, i suoi sostenitori disambiguando quella che era una indicazione implicita e da prendere alla lettera. Oggi, per mortale che sia, Covid-19 non è niente in confronto a quello che ci faranno, che sono già in procinto di fare. E non solo per quanto ho già tentato di dire prima; ma perché ogni umanesimo, di fronte a quanto sta accadendo, smette finalmente ogni menzogna, ogni significazione indefinitiva, e degrada a guscio, a scorza, a materiale vuoto e svuotante di questa esperienza acquitrinosa dei bassifondi della vita. In poche parole, tradisce la sua natura intimamente efferata e omicida. Οί πλεῖστοι κακοί: «I più sono i malvagi», effigeva Biante, uno dei sette saggi dell’antichità, sul frontone dell’oracolo di Delfi.

Ma, più che a Biante, direi che la figura di Agamben si avvicina più a Cassandra. Profeta vilipeso, «esule in terra fra gli scherni». La sua è una rinuncia integrale alla «legittimità della parola» perseguita da Grasso, che si pone come programmaticamente «postuma». E questo è perfettamente in linea con la sua ricerca filosofica.

Questo rapido sorvolo ci porta meglio di qualsiasi saggio o poesia all’altezza della situazione: un ripiegamento ombelicale, una anti-ginestra «contenta dei deserti» ma incapace di redimerli e, insieme una tenue e psicotica speranza per tramite della propria vita biologica su cui, temo, ogni fascismo Green potrebbe trovare buoni adepti. È questa la conferma, ancora amarissima, dell’unico ridicolo ruolo che oggi la parola (e la parola poetica «istituzionale») può avere in seno alla società realmente informatizzata: quello di diversione e di consolazione. Pare che Dante in esilio leggesse Boezio. Pare che Boezio in prigione si consolasse con la filosofia. Tant’è.

Eppure, sento che questo stato confusionale deriva in qualche modo da un’aporia iniziale. Se c’è una cosa, in questi giorni, che si ostina a non mantenere la distanza di sicurezza — e nessuno se ne lamenta — è proprio il «buon senso» che ci percorre tutti. «Quali sono le regole da seguire? Ditemelo, e lo farò. Ma non si capisce niente», dicono in tanti. Gli rispondono: «usa il buon senso». Ma no: esplicitare è sempre delimitare. Anche un divieto, se troppo articolato, genera le sue scappatoie. Il punto è sempre stato questo: rimanere nel vago, farsi comandamento, parola fugace e distorta. Divenire, insomma, il virus.

Uno sguardo verso il cielo gettato dalla mia finestra. In queste sere della poca vita sento l’inverno uscire dal mio corpo, andare ad assiderare le stelle. Ma so fin troppo bene che nulla di ciò che accade sotto questo cielo viene senza sconvolgere dentro e fuori chi, come noi, si riconosce nei riverberi di un altro mondo. E dunque. Lotterò ogni giorno perché dentro me non rinasca, come l’araba fenice dalle ceneri, ciò che questo mondo da me esige in cambio della salvezza. Un io morale.

Con Bolaño nella Managua della rivoluzione

Roberto Bolaño (1953-2003) non ha certamente bisogno di presentazioni. In un’epoca come la nostra, segnata come non mai dall’invisibile lotta per una forma della temporalità e un regime di percezione, la sua brevissima attività pubblica di scrittore — 10 anni appena — e la sua sterminata produzione inedita lo consacrano in quel filone programmaticamente «postumo» entro cui figura, tra gli altri, Franz Kafka.

E, come l’ex-scimmia kafkiana, Bolaño appartiene a quegli scrittori che si danno alla macchia, e che fanno degli «specchi del linguaggio» (secondo un’efficace espressione di Fortini) non già una trappola entro cui si incappa, ma una via d’accesso all’autenticità dei tempi. Cileno d’origine, messicano d’adozione, pare fece ritorno a casa nel ’73, in tempo per venire arrestato (e, dopo otto giorni, liberato) a Concéption dopo il golpe di Pinochet. E non si tratta nemmeno di appurare se la sua versione dei fatti sia veritiera o meno, come a volte è stato contestato: perché questa disposizione non è solo scheggia di verità perforante nel testo – forma di resistenza armata, questo, sempre indefinitivamente proteso verso altro, da cui ritorna incessantemente con una inimmaginata ricchezza di implicazioni; ma anche perché, più che delimitare, apre all’infinito lo spazio nella sua scrittura. Se la libertà scimmiesca è fuori discussione, meglio dunque scomparire, farsi uomini, aggirare e aggirarsi tra i molti; se la  redenzione dell’uomo all’uomo non è possibile finché il mondo vive all’inferno, se la malattia incalza (come nel suo caso) e il tempo è poco, meglio dunque riflettere le possibilità latenti, il passato come poteva essere, come può ancora eroicamente divenire, entro i fortiniani specchi. Esigere, insomma, la verità. Anche a costo di non essere.

Della sua vastissima opera in versi e in prosa, ecco qui un estratto da I detective selvaggi (1998). La sensazione è quella di attraversare la selva dolce-atroce del tempo — tempo multiforme dove si ritrova ciò che si perde perché lo si cerca, in cui ciò che è accaduto si rimodula infinitamente ancora, entro il quale nulla può dirsi veramente accaduto se non nella parola. Un tempo che tuttavia diviene infine temporalità — e temporalità aperta. La differenza è notevole: il primo fa appello a una fede istituzionale, il secondo a una potenza percettiva. Laddove Proust riunisce simbolicamente fine e principio, laddove Nietzsche condanna o promette il ritorno a-morale, ecco nelle pagine di Bolaño Benjamin e l’Angelus Novus: temporalità-sostanza plastica, manipolabile, materia di cui fare uso, permanenza al cospetto della quale il nostro vecchio cuore sincronico rischia di andare in mille pezzi.

Impossibile dare un’idea di questo romanzo-mondo: ma permettetevi di innamorarvi di questo frammento, scomparite anche voi assieme a Ulises Lima, datevi alla macchia assieme a lui nella Managua rivoluzionaria; lasciatevi condurre da questo (aperte virgolette) <<significante vuoto>>,  sparizione e dunque «nel numero dei trenta» tra i poeti messicani in visita alla rivoluzione Sandinista.

Sì, è un abbozzo lampo (lumpen, avrebbe detto l’autore), un’incursione nelle artefazioni camaredesques latino-americane, nelle onnipresenti/ironiche/tragiche presenze poliziesche, nell’intuizione di un superamento autenticamente positivo e di rottura nell’atto stesso del nepios-eroe di negarsi all’azione. Ma, come la vera immagine del passato che balena via, è nei detriti che lascia, nella loro inautenticità spogliata, che solo può emergere l’autentico, una forma della presenza collettiva.

Dunque, leggetelo; leggetelo, e poi recuperate in qualsiasi modo il resto del libro, divoratelo, fatevi divorare. Soprattutto, non opponete resistenza.

Perché, se il nostro vecchio cuore rischia di andare in mille pezzi, bè, può farlo senza timori: perché Bolaño ce ne rende, in cambio, uno nuovo.

 

Hugo Montero, mentre beve una birra al bar La Mala Senda, calle Pensador Mexicano, DF, maggio 1982

C’era un posto libero e mi dissi perché non imbuco il mio amico Ulises Lima nel gruppetto che va in Nicaragua? Questo successe a gennaio, bel modo di inaugurare l’anno. Per di più mi avevano detto che Lima stava molto male e pensai che un viaggetto nella Rivoluzione avrebbe risollevato il morale a chiunque. Così preparai i documenti senza dire nulla a nessuno e infilai Ulises sull’aereo che andava a Managua. Naturalmente non sapevo che con quella decisione mi stavo mettendo la corda al collo, se l’avessi saputo Ulises Lima non si sarebbe mai mosso dal DF, ma io sono fatto così, sono impulsivo, e alla fine succede sempre quello che deve succedere, siamo burattini nelle mani del destino, no?

Be’, comunque, stavo dicendo: infilai Ulises Lima sull’aereo e credo che già prima del decollo fiutassi cosa poteva comportare per me quel viaggetto. La delegazione messicana era guidata dal mio capo, il poeta Álamo, che quando vide Ulises sbiancò e mi prese da parte. Montero, che ci fa qui quel coglione?, disse. Viene a Managua con noi, risposi. Il resto dei discorsi di Álamo preferisco non ripeterlo perché in fondo non sono una cattiva persona. Però pensai: se non volevi che questo poeta venisse con noi, brutto lavativo, perché non hai controllato tu stesso gli inviti, perché non ti sei dato la pena di telefonare tu a chi doveva venire. E con questo non voglio dire che non lo avesse fatto. Álamo aveva invitato personalmente i suoi amici più intimi, vale a dire la banda della poesia contadina. E poi aveva invitato personalmente i suoi più amati leccapiedi, e poi i pesi massimi o piuma, tutti campioni locali nelle rispettive categorie, della letteratura messicana, ma come sempre accade, in questo paese non c’è serietà, all’ultimo minuto due o tre stronzi avevano cancellato il viaggio e io avevo dovuto colmare le assenze, come dice Neruda. Ed era stato allora che avevo pensato a Lima, sapevo non so da chi che era tornato in Messico e che era nella merda fino al collo, e io sono una di quelle persone che se possono fare un favore lo fanno, che ci vuoi fare, il Messico mi ha fatto così e non c’è rimedio.

Ora, è chiaro, sono senza lavoro e a volte, quando mi prende male, quando i postumi della sbronza mi presentano una di queste albe apocalittiche del DF, penso che fu un errore, avrei potuto invitare un altro, in una parola, feci una stronzata, ma in linea di massima non mi pento. E quindi eravamo lì, come vi stavo raccontando, sull’aereo, con Álamo che si era appena reso conto che Ulises Lima si era intrufolato tra gli invitati, e io gli dissi: tranquillo, maestro, non succederà nulla, ha la mia parola, e allora Álamo mi guardò come se mi soppesasse, uno sguardo di fuoco, se mi permettete l’espressione, e disse: d’accordo, Montero, è un problema tuo, vediamo come lo risolvi. E io gli dissi: la bandiera del Messico garrirà alta, capo, calma e tranquillità, non si agiti inutilmente. E a quel punto stavamo già volando verso Managua in un cielo nero nerissimo e gli scrittori della nostra delegazione bevevano come se sapessero o sospettassero o qualcuno gli avesse garantito che l’aereo sarebbe caduto, e io andavo avanti e indietro, su per il corridoio e giù per il corridoio, salutando i presenti, distribuendo copie della Dichiarazione degli scrittori messicani, un documento che Álamo e i poeti contadini avevano steso in segno di solidarietà con il popolo fratello del Nicaragua e che io avevo copiato in bella (e corretto, è bene dirlo), perché quelli che non lo avevano letto, che erano la stragrande maggioranza, potessero farlo, e perché quelli che non lo avevano sottoscritto, che erano pochi, mi mettessero la loro firmetta in calce a «I firmatari», e cioè subito sotto Álamo e i poeti contadini, il quintetto dell’Apocalisse.

E allora, mentre stavo raccogliendo le firme che mi mancavano, pensai a Ulises Lima, vidi la sua criniera sprofondata nel sedile, mi sembrò che avesse la nausea o che dormisse, in ogni caso stava con gli occhi chiusi e faceva smorfie, come se avesse un incubo, pensai, e pensai, voglio dire, questo qua non me la firma mica tanto facilmente la Dichiarazione, e per un istante, mentre l’aereo sbandava da una parte all’altra e sembrava confermare le nostre aspettative peggiori, valutai la possibilità di non chiedergli la firma, di ignorarlo completamente, insomma, gli avevo combinato il viaggio per fargli un favore da amico, perché stava male o così mi avevano detto, non perché solidarizzasse con questi o con quelli, ma poi mi venne in mente che Álamo e i poeti contadini avrebbero esaminato «I firmatari» con la lente di ingrandimento e che sarei stato io a pagare per la sua assenza. E il dubbio, come dice Othón, si insinuò nella mia coscienza. E allora mi avvicinai a Ulises e gli toccai la spalla e lui aprì immediatamente gli occhi, come se fosse stato un maledetto robot che io, azionando qualche meccanismo nascosto nella sua carne, avessi svegliato, e mi guardò come se non mi conoscesse però riconoscendomi, non so se mi spiego (probabilmente no), e allora mi accomodai sul sedile accanto al suo e gli dissi guarda, Ulises, abbiamo un problema, tutti i maestri qui hanno firmato una stronzata per così dire di solidarietà con gli scrittori del Nicaragua e con il popolo del Nicaragua e mi manca solo la tua firma, ma se non vuoi firmare, non c’è problema, penso di poterla risolvere lo stesso, e lui allora con una voce che mi straziò il cuore disse: fammela leggere, e io all’inizio non capii a che cazzo si riferiva, e quando afferrai il concetto gli passai una copia della Dichiarazione e lo vidi, come dire, immergersi in quelle parole?, qualcosa del genere, e gli dissi: torno subito, Ulises, faccio il giro dell’aereo, non sia mai che il capitano abbia bisogno di aiuto, ma nel frattempo tu leggi tranquillo, con calma, e non sentirti sotto pressione, se vuoi lo firmi, se non vuoi non lo firmi, e detto fatto mi alzai, tornai a prua, si dice prua, no?, be’, nella parte davanti, e passai un altro po’ di tempo a distribuire quella cazzo di Dichiarazione e insieme a conversare con il fior fiore della letteratura messicana e latinoamericana (c’erano vari scrittori esuli in Messico, tre argentini, un cileno, un guatemalteco, due uruguaiani), che a quel punto del viaggio cominciavano ormai a mostrare i primi segni di intossicazione etilica, e quando tornai da Ulises trovai la Dichiarazione firmata, il foglio perfettamente piegato sul sedile libero, e Ulises con gli occhi di nuovo chiusi, ben dritto ma con gli occhi chiusi, diciamo come se soffrisse molto, ma diciamo anche come se stesse sopportando la sofferenza (o quello che era) con molta dignità. E fino all’arrivo a Managua non lo rividi più.

Non so che cosa fece i primi giorni, so solo che non venne a nessun recital, a nessun incontro, a nessuna tavola rotonda. A volte mi ricordavo di lui, porca troia, che cosa non si stava perdendo. La storia in diretta, come si usa dire, la festa ininterrotta. Ricordo che andai a cercarlo in camera sua, in albergo, il giorno che fummo ricevuti da Ernesto Cardenal al ministero, ma non lo trovai e alla reception mi dissero che non lo vedevano da un paio di notti. Cosa vogliamo farci, mi dissi, deve essere a sbevazzare da qualche parte o con qualche amico nicaraguense o quello che è, avevo molto lavoro, dovevo occuparmi di tutta la delegazione messicana, non potevo passare una giornata a cercare Ulises Lima, avevo già fatto abbastanza infilandolo nel viaggio. Così mi disinteressai di lui e passarono i giorni, come dice Vallejo, e ricordo che un pomeriggio Álamo si avvicinò e mi disse Montero, dove cazzo si è ficcato il tuo amico che non lo vedo da un pezzo? E allora pensai: porca troia, è vero, Ulises era scomparso. A essere sinceri, all’inizio non mi resi veramente conto della situazione che si stava creando, del ventaglio di possibilità più o meno serie che di colpo, con un rumore sordo, mi si apriva davanti. Pensai deve essere in giro, e anche se non posso dire che me ne dimenticai subito dopo diciamo che rimandai il problema a più tardi. Ma Álamo non lo rimandò e quella sera, a una cena di fratellanza tra poeti nicaraguensi e poeti messicani, mi chiese di nuovo dove cazzo si era ficcato Ulises Lima. Per il colmo della sfortuna, uno dei maledetti pupilli di Cardenal aveva studiato in Messico e lo conosceva e sapendo della sua presenza nella nostra delegazione insisteva per vederlo, per salutare il padre del realismo viscerale, così diceva, era un ragazzo nicaraguense bassino e già mezzo pelato che mi ricordavo vagamente, forse anni prima gli avevo organizzato un recital a Bellas Artes, non lo so, secondo me lo diceva abbastanza per scherzo, lo dico soprattutto per come ripeteva quella cosa di padre del realismo viscerale, come se stesse ridendo, come se lo stesse prendendo in giro lì davanti ai poeti messicani che per la verità sghignazzavano con cognizione di causa, persino Álamo rideva, un po’ per divertimento e un po’ per seguire il protocollo dell’inferno, non come i nica che invece ridevano per contagio o per dovere, perché c’è di tutto, soprattutto nel nostro ramo.

E quando finalmente riuscii a sbarazzarmi di quei rompicoglioni era ormai mezzanotte passata e il giorno dopo dovevo radunare tutto il gregge per tornare nel DF e la verità è che di colpo mi sentii stanco e con lo stomaco sottosopra, non proprio schifato, ma quasi, così decisi di andare a bere il bicchiere della staffa al bar dell’hotel, dove servivano roba più o meno decente, non come in altri locali di Managua, dove si beveva veleno puro e io non so che aspettino i sandinisti a fare qualcosa. E al bar dell’hotel incontrai don Pancracio Montesol, che pur essendo un guatemalteco era nella delegazione messicana fra le altre cose perché non c’era una delegazione guatemalteca e perché viveva in Messico da almeno trent’anni. E don Pancracio mi vide alzare il gomito con determinazione e lì per lì non mi disse nulla, ma poi si avvicinò e mi disse giovanotto, stasera la vedo un po’ preoccupato, qualche pena d’amore? Così mi disse don Pancracio. E io gli risposi magari, don Pancracio, sono solo stanco, una risposta da deficiente comunque la si guardi, perché è molto meglio essere stanco che soffrire per una donna, ma fu così che gli risposi, e don Pancracio dovette notare che qualcosa non andava perché di norma sono un po’ meno incoerente, così con un’agilità sbalorditiva balzò giù dal suo sgabello, coprì la distanza che ci separava e con un lieve salto si arrampicò sullo sgabello al mio fianco. Andiamo, che le succede?, mi disse. Ho perso un membro della delegazione, gli risposi. Don Pancracio mi guardò come se fossi scemo e poi chiese uno scotch doppio. Per un po’ restammo entrambi in silenzio, a bere e a guardare fuori dalle vetrine quello spazio buio che era la città di Managua, una città ideale per perdersi, intendo alla lettera, una città che conoscono solo i suoi postini e nella quale di fatto la delegazione messicana si era persa più volte, posso testimoniarlo. Credo che per la prima volta dopo molto tempo cominciassi a sentirmi a mio agio. Pochi minuti più tardi arrivò un ragazzino molto magro e minuto, che venne dritto a chiedere un autografo a don Pancracio. Aveva un libro suo, pubblicato da Mortiz, tutto sgualcito e stropicciato come una banconota. Lo sentii balbettare e poi se ne andò. Con una voce come d’oltretomba don Pancracio ricordò la caterva dei suoi ammiratori. Poi la piccola legione dei suoi plagiari. E alla fine la squadra di basket dei suoi detrattori. E ricordò anche Giacomo Moreno-Rizzo, il veneziano messicano, che ovviamente non era nella nostra delegazione anche se quando don Pancracio disse il suo nome io pensai, per pura stupidità, che Moreno-Rizzo fosse lì, che avesse appena fatto il suo ingresso al bar dell’hotel, cosa assolutamente improbabile perché la nostra delegazione era, malgrado tutto, una delegazione solidale e di sinistra, e Moreno-Rizzo, come è noto, è un tirapiedi di Paz. E don Pancracio ricordò o alluse agli strenui tentativi di Moreno-Rizzo di somigliare a lui, a don Pancracio, senza che si notasse. Ma la prosa di Moreno-Rizzo non riusciva a evitare quell’aria al contempo da bacchettone e da bullo, tipica d’altro canto degli europei che si erano arenati in America, costretti a mostrare un coraggio fatto unicamente di gesti superficiali per sopravvivere in un ambiente ostile, mentre la sua, la mia, disse don Pancracio, era la prosa del figlio legittimo di Reyes, anche se non era bello che fosse lui a riconoscerlo, nemica naturale delle gelide falsificazioni alla Moreno-Rizzo. Poi don Pancracio mi disse: e chi è lo scrittore messicano che le manca? La sua voce mi fece sussultare. Uno che si chiama Ulises Lima, gli dissi sentendo che mi veniva la pelle d’oca. Ah, disse don Pancracio. E da quando manca? Non ne ho idea, gli confessai, forse dal primo giorno. Don Pancracio rimase di nuovo in silenzio. A cenni indicò al barman di servirgli un altro scotch, tanto pagava il ministero. No, dal primo giorno no, disse don Pancracio, che è un uomo abbastanza silenzioso ma un grande osservatore, il primo giorno l’ho incontrato in albergo, e anche il secondo, perciò non se n’era ancora andato, anche se in effetti non ricordo di averlo visto da nessun’altra parte. È un poeta? Certo, deve essere un poeta, disse senza aspettare la mia risposta. E dopo il secondo giorno non l’ha più visto?, dissi io. Dopo la seconda sera no, disse don Pancracio, non l’ho più rivisto. E adesso cosa faccio?, dissi io. Non continui ad affliggersi inutilmente, disse don Pancracio, tutti i poeti prima o poi si perdono, sporga denuncia alla polizia. Alla polizia sandinista, precisò. Ma io non ebbi le palle per chiamare la polizia. Che sia sandinista o somozista, la polizia è sempre la polizia e forse per l’alcol o per la notte dietro ai vetri, non ebbi il fegato di giocare a Ulises Lima un tiro del genere.

Decisione che in seguito avrei rimpianto, perché la mattina dopo, prima di partire per l’aeroporto, ad Álamo venne in mente di riunire tutta la delegazione in una sala dell’hotel per fare un bilancio finale del nostro soggiorno a Managua, ma in realtà per brindare un’ultima volta al sole. E quando tutti avemmo ribadito la nostra incrollabile solidarietà nei confronti del popolo nicaraguense e ci avviavamo già verso le nostre stanze per prendere le valigie, Álamo, accompagnato da uno dei poeti contadini, si avvicinò e mi chiese se Ulises Lima era finalmente ricomparso. Non mi restò altra scelta che dirgli di no, a meno che Ulises in quel momento non stesse dormendo nella sua stanza. Togliamoci subito il dubbio, disse Álamo e s’infilò nell’ascensore seguito da me e dal poeta contadino. Nella stanza di Ulises Lima trovammo Aurelio Pradera, poeta e fine stilista, il quale ci confessò quello che già sapevo, che Ulises era stato lì i primi due giorni, ma che poi si era volatilizzato. E perché non l’hai comunicato a Hugo?, sbraitò Álamo. Le spiegazioni che seguirono furono abbastanza confuse. Álamo si mise le mani nei capelli. Aurelio Pradera disse che non capiva perché dessero la colpa a lui, proprio a lui, che aveva dovuto sopportare per una notte intera gli incubi a voce alta di Ulises Lima, proprio un bel trattamento, così la vedeva. Il poeta contadino si sedette sul letto dove si supponeva avesse dormito colui che aveva causato tanta agitazione e si mise a sfogliare una rivista di letteratura. Poco dopo mi resi conto che era comparso un altro dei poeti contadini e che dietro di lui, sulla soglia, c’era don Pancracio Montesol, muto spettatore del dramma che si svolgeva fra le quattro pareti della stanza 405. Naturalmente, lo capii subito, io avevo ormai cessato di esercitare la funzione di capo operativo della delegazione messicana. Nell’emergenza la mansione ricadde su Julio Labarca, il teorico marxista dei poeti contadini, che si fece carico della situazione con un vigore che in quel momento io ero ben lungi dal sentire.

La sua prima decisione fu chiamare la polizia, poi convocò una riunione urgente di quelle che chiamava le «teste pensanti» della delegazione, cioè gli scrittori che di tanto in tanto scrivevano articoli di opinione, saggi brevi, recensioni di libri di politica (le «teste creative» erano i poeti o i narratori come don Pancracio, ed esisteva anche la sezione delle «testoline matte» che erano i novizi o gli esordienti come Aurelio Pradera e forse come lo stesso Ulises Lima, e quella delle «teste pensanti-creative», la crème de la crème, dove regnavano solo due dei poeti contadini, con Labarca in testa), e dopo aver esaminato con franchezza e determinazione la nuova situazione favorita o creata dall’incidente e l’incidente in sé, arrivarono alla conclusione che la cosa migliore che poteva fare la delegazione era seguire gli orari previsti, cioè partire senza altri indugi quel giorno stesso e lasciare il caso Lima nelle mani delle autorità competenti.

Sulle ripercussioni politiche che poteva comportare la scomparsa di un poeta messicano in Nicaragua, si dissero cose davvero tremende, ma poi, tenendo conto che Ulises Lima lo conosceva pochissima gente e che della poca gente che lo conosceva oltre la metà aveva litigato con lui, il livello di allarme calò di vari gradi. Fu addirittura presa in considerazione la possibilità che la sua scomparsa passasse inavvertita.

Più tardi arrivò la polizia e Álamo, Labarca e io parlammo con uno che diceva di essere ispettore e che Labarca chiamò immediatamente «compagno», «compagno» di qua e «compagno» di là, va detto che per essere un poliziotto era simpatico e comprensivo, anche se alla fin fine non disse nulla che non avessimo già valutato. Ci chiese le abitudini del «compagno scrittore». Gli dicemmo che, naturalmente, non conoscevamo le sue abitudini. Volle sapere se aveva qualche «stranezza» o «debolezza». Álamo disse che questo non si poteva mai sapere, la nostra categoria era varia come l’umanità e l’umanità, è noto, è una somma di debolezze. Labarca lo appoggiò (a modo suo) e disse che poteva darsi che fosse un degenerato e poteva darsi di no. Degenerato in che senso?, volle sapere l’ispettore sandinista. Questo non lo posso precisare, disse Labarca, la verità è che non lo conoscevo, non l’ho visto nemmeno sull’aereo. È arrivato con il nostro stesso aereo, no? Naturalmente, Julio, disse Álamo. E poi Álamo passò la palla a me: tu lo conosci, Montero (quanta rabbia concentrata in quelle parole), dicci com’era. Io me ne lavai immediatamente le mani. Raccontai di nuovo tutta la storia, dall’inizio alla fine, con palpabile noia di Álamo e Labarca e con sincero interesse dell’ispettore. Quando ebbi finito il poliziotto disse ah, cazzo, che vita quella di voi scrittori. Poi volle sapere perché c’erano stati scrittori che non erano voluti venire a Managua. Per motivi personali, disse Labarca. Non per ostilità verso la nostra rivoluzione? Ma come le viene in mente, assolutamente no, disse Labarca. Quali scrittori non sono voluti venire?, disse l’ispettore. Álamo e Labarca si guardarono e poi guardarono me. Io aprii la mia boccaccia e feci i nomi. Ah, cavolo, disse Labarca, quindi era stato invitato anche Marco Antonio? Sì, disse Álamo, mi sembrava una buona idea. E perché non sono stato consultato?, disse Labarca. Ne ho parlato con Emilio e lui ha dato l’okay, disse Álamo seccato che Labarca mettesse in discussione la sua autorità davanti a me. E questo Marco Antonio chi è?, disse l’ispettore. Un poeta, disse Álamo secco. Ma un poeta di che tipo?, volle sapere l’ispettore. Un poeta surrealista, disse Álamo. Un surrealista del PRI, precisò Labarca. Un poeta lirico, dissi io. L’ispettore annuì più volte, come dicendo capisco anche se per noi era chiaro che non capiva una mazza. E questo poeta lirico non ha voluto manifestare solidarietà con la rivoluzione sandinista? Be’, disse Labarca, detto così è un po’ esagerato. Non è potuto venire, suppongo, disse Álamo. Anche se Marco Antonio, si sa, disse Labarca e rise per la prima volta. Álamo tirò fuori il suo pacchetto di Delicados e le offrì. Labarca e io ne prendemmo una, ma l’ispettore le rifiutò con un gesto e si accese una sigaretta cubana, queste sono più forti, disse con una certa ironia che non passò inavvertita. Fu come se dicesse: noi rivoluzionari fumiamo tabacco forte, noi veri uomini fumiamo tabacco vero, noi che incidiamo oggettivamente sulla realtà non fumiamo mica per finta. Più forti di una Delicados?, disse Labarca. Tabacco nero, compagni, tabacco autentico. Álamo rise piano e disse: sembra impossibile che ci siamo persi un poeta, ma in realtà voleva dire: cazzo ne sai tu del tabacco, brutto stronzo. Me ne sbatto i coglioni del tabacco cubano, disse Labarca quasi senza fare una piega. Come dice, compagno?, disse l’ispettore. Che non mi importa una sega del tabacco cubano, dove si accende una Delicados le altre sigarette possono pure spegnersi. Álamo rise di nuovo e l’ispettore sembrò incerto fra impallidire o assumere un’espressione perplessa. Suppongo, compagno, che lo dica senza seconde intenzioni, disse. Senza seconde né terze intenzioni, lo dico così come l’ha sentito. Le Delicados non le batte nessuno, disse Labarca. Ah, Julio è veramente tremendo, mormorò Álamo guardando me perché l’ispettore non si accorgesse della risata che tratteneva a stento. E su cosa si basa per dirlo?, disse l’ispettore avvolto in una nuvola di fumo. Notai che le cose si stavano mettendo male. Labarca alzò una mano e l’agitò, come se stesse schiaffeggiando l’ispettore, a pochi centimetri dal suo naso: non mi soffi il fumo in faccia, amico, disse, un po’ più di riguardo. Stavolta l’ispettore impallidì senza incertezze, come se il forte aroma della sua sigaretta gli avesse dato la nausea. Cazzo, un po’ più di rispetto, compagno, per poco non mi prende nel naso. Ma che naso e naso, disse Labarca ad Álamo senza fare una piega, se non sa distinguere l’odore di una Delicados da quello di una volgare erbaccia cubana vuol dire che lei il naso non ce l’ha, compagno, cosa che in sé non ha alcuna importanza ma che trattandosi di un fumatore o di un poliziotto è come minimo preoccupante. È che le Delicados sono bionde, Julio, disse Álamo morto dal ridere. E per di più la carta è dolce, disse Labarca, roba che si trova solo in certe zone della Cina. E in Messico, Julio, disse Álamo. E in Messico, è chiaro, disse Labarca. L’ispettore gli lanciò una di quelle occhiate che uccidono, poi spense bruscamente la sua sigaretta e disse con voce alterata che bisognava sporgere una denuncia di scomparsa e che quei moduli si potevano compilare solo al commissariato. Sembrava deciso ad arrestarci tutti. Allora cosa aspettiamo, disse Labarca, andiamo al commissariato, compagno. Montero, mi disse mentre usciva, dài un colpo di telefono al ministro della Cultura, da parte mia. Okay, Julio, dissi io. L’ispettore parve esitare qualche secondo. Labarca e Álamo erano nella hall dell’albergo. L’ispettore mi guardò come per chiedere consiglio. Io gli feci il gesto dei polsi ammanettati, ma lui non mi capì. Prima di uscire, disse: saranno di nuovo qui fra meno di dieci minuti. Io mi strinsi nelle spalle e mi voltai dall’altra parte. Dopo un po’ arrivò don Pancracio Montesol, con indosso una guayabera bianchissima e in mano un sacchetto di plastica del Gigante del quartiere Chapultepec pieno di libri. Il caso è in via di risoluzione, caro Montero? Mio illustrissimo amico, dissi io, il caso è tale e quale a ieri sera e all’altroieri sera, abbiamo perso il povero Ulises Lima e la colpa, che lei lo voglia o no, è mia perché sono io ad averlo trascinato qui.

Don Pancracio, com’era sua abitudine, non fece il minimo tentativo di consolarmi e per qualche minuto restammo entrambi in silenzio, lui a bere il suo penultimo whisky e a leggere un libro di un filosofo presocratico, e io con la testa fra le mani, a succhiarmi un daiquiri con la cannuccia e a cercare di immaginarmi invano un Ulises Lima senza soldi e senza amici, solo in quel paese sconvolto, il tutto in mezzo alle voci e alle grida dei membri della nostra delegazione che vagavano nelle sale attigue come cani senza padrone o come pappagalli feriti. Sa qual è il peggio della letteratura?, disse don Pancracio. Lo sapevo, ma feci finta di no. Cosa?, dissi. Che uno finisce per diventare amico dei letterati. E l’amicizia, pur essendo un tesoro, mette fine al senso critico. Una volta, disse don Pancracio, Monteforte Toledo mi sottopose di punto in bianco quest’enigma: un poeta si perde in una città sull’orlo del collasso, il poeta non ha soldi, né amici, né persone a cui rivolgersi. In più, naturalmente, non ha intenzione né voglia di rivolgersi a qualcuno. Per vari giorni vaga per la città o per il paese, senza mangiare o mangiando spazzatura. Non scrive nemmeno più. O scrive con la mente, cioè delira. Tutto lascia supporre che la sua morte sia imminente. La sua scomparsa, radicale, la prefigura. Eppure il poeta in questione non muore. Come si salva? Eccetera eccetera. Sembrava Borges, ma non glielo dissi, i suoi colleghi gli rompono già abbastanza le palle col discorso che plagia Borges di qui o che lo plagia di là, se lo plagia bene o se lo plagia male, come avrebbe detto López Velarde. Quello che feci fu ascoltarlo e poi imitarlo, cioè restai in silenzio. E poi arrivò un tizio a dirmi che il pulmino che ci avrebbe portato all’aeroporto era davanti alla porta dell’albergo e io dissi d’accordo, andiamo, ma prima guardai don Pancracio che era saltato giù dal suo sgabello e mi guardava con un sorriso in faccia, come se io avessi trovato la soluzione dell’enigma, ma evidentemente io non avevo trovato né intuito né indovinato nulla, e per di più non m’importava un cazzo, così glielo dissi: il problema che le pose il suo amico, qual era la soluzione, don Pancracio? E allora don Pancracio mi guardò e disse: che amico? Be’, il suo amico, chiunque fosse, Miguel Ángel Asturias, l’enigma del poeta che si perde e sopravvive. Ah, quello, disse don Pancracio come se si svegliasse, a dire la verità non mi ricordo, ma non si preoccupi, il poeta non muore, affonda, ma non muore.

Quello che ami non muore mai, disse uno che si trovava vicino a noi e che ci aveva sentito, un biondo in doppiopetto e cravatta rossa che era il poeta ufficiale di San Luis Potosí, e subito, come se le parole del biondo fossero state il colpo di pistola della partenza, in questo caso dei saluti, scoppiò un disordine tremendo, con scrittori messicani e nicaraguensi che si dedicavano a vicenda i libri, e poi sul pulmino, dove non entravamo tutti (fra chi se ne andava e chi veniva all’aeroporto a salutare), al punto che dovemmo chiamare tre taxi per un appoggio logistico supplementare al trasferimento. Ovviamente io fui l’ultimo a lasciare l’albergo. Prima feci un certo numero di telefonate e lasciai una lettera per Ulises Lima nel caso assai improbabile che ripassasse da lì. Nella lettera gli consigliavo di rivolgersi immediatamente all’ambasciata messicana che si sarebbe occupata di rimpatriarlo. Chiamai anche il commissariato. Lì parlai con Álamo e Labarca, che mi assicurarono che ci saremmo trovati direttamente all’aeroporto. Poi presi le mie valigie, chiamai un taxi e me ne andai.

Considerazioni senza importanza sull’inesistente. Ovvero, del dibattito sulle Sardine.

 <<Vale davvero la pena di occuparci di Sardine quando in tutto il mondo dilagano riot moltitudinari e drammatici, dal Cile a Hong Kong, dal Medio Oriente ai Gilets Jaunes? Giusto, però, per disgrazia o per fortuna, siamo in Italia.>>

                                                                  Augusto Illuminati, Sardine, sardine, sardine…

Ecco, molto se non tutto infine si riduce a questa considerazione: «siamo in Italia». Ci siamo domandati cosa effettivamente volesse dire questa frase: che in Italia «per disgrazia» è impossibile che vi siano riot o movimenti radicali? O che «per fortuna» al momento non ve ne sono? E quindi, in entrambe i casi, bisogna non solo accontentarsi di quello che passa il convento, ma anzi parteciparvi? Oppure, soluzione nihilista, vuol dire che il problema è che qui e ora, in Italia, la sola cosa percepibile socialmente  è il nulla?

Di fatto, per noi, ciò che di minimamente interessante vi è da osservare (antropologicamente) attorno alle Sardine è questo simulacro di dibattito che si svolge nella bolla virtuale dell’estrema sinistra italiana in preda, da anni, a una crisi di senso devastante. Si va dall’entusiastica adesione a quella prudente, dall’invito ad andare a curiosare, come gli anziani davanti ai cantieri, al vade retro satana dei marxistissimi e via chattando. Si arriva addirittura a scrivere una lettera aperta al “compagno ignoto”, lettera vittimista e quindi  colpevolizzante (o viceversa?) volta a rimproverare chiunque non si senta in dovere di mischiarsi alle Sardine – o di “fare inchiesta sulla composizione sociale etc etc etc”, magari con la missione segreta, ma neanche troppo, di prenderne la direzione e da lì costruire un vero movimento – di essere un traditore della causa.

Disgraziatamente sembra che quasi nessuno prenda in considerazione una semplice disposizione dell’animo, ovvero quella di chi trova che questa mobilitazione abbia un interesse pari a quella di qualsiasi altro fatterello di cronaca politica che, nonostante le riserve che possiamo avere riguardo al termine, chiamare <<movimento>> è indice della degenerazione in corso,  e quindi se ne frega tanto di andarci che dei motivi di chi ci va che di chi non ci va, poiché fa parte di quella zona di indifferenza, nel senso di indistinto e privo di senso, che ormai è tutta la politica. Non ci lasciamo impressionare dal povero Gramsci ridotto a frasi da baci perugina: nel campo di tensione del  politico non esiste qualcosa eticamente definibile come indifferenza, se qualcosa “esiste per me come se non esistesse”, scriveva Tiqqun, “essa mi è semplicemente e con tutta evidenza ostile“. Non nemica, che sarebbe già qualcosa, bensì ostile – ovvero qualcosa che intacca la mia potenza come lo fa l’aria inquinata.

In quella lettera di rimprovero vergata da uno scrivano fiorentino, e che infatti assomiglia nei toni a quelle che il padre severo scriveva al buon e mediocre Enrico nel libro Cuore, viene detto che «La partecipazione è sempre un fatto positivo, indice di qualcosa che si muove nella società. La direzione non è mai già scritta». Ora, scomponiamo l’enunciato e vediamo di capirci qualcosa.

Primo, «la partecipazione è sempre un fatto positivo». Non c’è male come affermazione perentoria e priva di sfumature, essa serve prima di tutto a dire che chi non partecipa è negativo, che è una brutta persona insomma. Moralisti di tutto il mondo, unitevi! Ma a cosa si dovrebbe partecipare? Be’ a qualunque cosa diamine, poiché, secondo, «è indice di qualcosa che si muove nella società». Di conseguenza chi non partecipa vuol dire che non si muove e dunque, quale orrore!, non fa parte della società, un Franti insomma. La questione è dunque la mobilitazione. Non importa perché e per come: bisogna mobilitarsi. Muoversi, farlo anche senza desiderio alcuno, sembra essere ciò a cui si riassume oggi l’identità del “compagno”. Come a dire che se non lo faccesse quella identità si scioglierebbe più velocemente dei ghiacciai, aggiungendo la catasfrofe militante a quella climatica. L’estinzione della militanza giustamente precederebbe così quella della specie umana: che si cominci a farsene una ragione.

Immaginiamo che l’estensore della lettera non se ne curi, ma il concetto di mobilitazione ha una sua storia che presenta alcuni vertici, come ad esempio l’articolo che Ernst Jünger scrisse nel 1930 sulla mobilitazione totale introdotta dalla Prima guerra mondiale e che, in realtà, significava che l’ordine nella pace si doveva ormai configurare su quello bellico e che tutte le energie, il lavoro, la produzione, il diritto, la società tutta appunto, dovevano mobilitarsi e in tale stato restarvi a tempo indefinito. Mobilitazione della e attraverso la violenza che sarebbe necessariamente sfociata nella guerra civile. Ma non ci pare il caso di continuare, siamo fuori tema (se non fosse che le mobilitazioni del tipo Sardine paiono essere fatte apposta per sfuggire il tema, quello del politico con ogni evidenza). Piuttosto appare in chiaro, nella lettera, il valore metafisico e morale che ha acquisito nell’ambito di una certa sinistra la  <<mobilitazione per la mobilitazione>>: il movimento della e nella società è produttivo e quindi giusto. A prescindere. Ci si permetta almeno di dubitare, tanto del suo valore quanto della sua giustezza. Diversi tra noi, si pensi un po’, credono che la chiave sia spesso nell’arresto della produttività.

Terzo, «la direzione non è mai già scritta». Oh, penserebbe un ingenuo, è partito il movimento che potrebbe portare alla fine dello stato di cose presenti, quantomeno della sua “rappresentazione”, e non me ne sono accorto. A parte gli scherzi, non sappiamo, anche in questo caso, se lo scrivano alluda qui al materialismo aleatorio althusseriano, se non proprio alla lucreziana pioggia di atomi che danno vita al clinamen, ma siccome stiamo chiacchierando di un fenomeno nato e pasciuto tra social media, piazze, elezioni e TV, bisogna considerare che pur fosse che una percentuale X di chi va in quella piazza non sia virtualmente d’accordo con i portavoce/webmanager delle Sardine, che nessuno ha tuttavia finora abiurato o contestato, ebbene questi hanno evidentemente in mano la direzione della piazza. La quale è ovvia, tutti la conoscono e ci risparmiamo quindi di discuterla, perché non c’è nulla da discutere. Non c’è nessun dito e nessuna Luna, c’è solo che la sinistra sta imparando a usare i social con qualche anno di ritardo. La sola variante, nella piazza, sarebbe quella di agire da provocatori e, chissà, trasformarla in un tumulto, ma non crediamo sia il senso contemplato nei vari inviti più o meno normativi ad andarci (peccato!). Non c’è alcuna proposta se non quella di mobilitarsi e partecipare. Perché? Perché non si sa mai, vai a vedere che… Chi rifiuta questa proposta è un cialtrone, se la discute è qualcuno che non ama andare in piazza, oppure è un vecchio scimunito. Fine della discussione.

Ecco, ci siamo arrivati, non c’è niente da discutere. Tutta questa storia è indice dell’inesistenza, ancora prima dell’inconsistenza, dei suoi protagonisti. Ha un sapore quasi mistico questa inesistenza, e per questo ci ha interessati. Infine, che il virtuale seppelisca il virtuale, lasciate in pace tutti, se volte andateci e tanti auguri. Ci si vede sulle… no, quello è impossibile! Ecco, allora, forse sarebbe meglio parlare di cosa è fatta questa realtà.

L’attualità non esiste.

Falene XIX-XX

XIX. Herisau

F si svegliò come ogni mattina alle sette in punto.

Amava fare le cose con calma, avere tutto il tempo per lavarsi, per radersi, per sorseggiare il suo the davanti al computer, per scegliere con cura la divisa del giorno e per una sosta caffé e giornale al bar di fronte all’ufficio.  Ebbe soltanto un vago formicolio alle gambe per una decina di minuti. Si toccò subito la testa. Gli sembrava in ottima forma, le connessioni cerebrali erano più attive che mai. Era a casa, tra le sue pareti del suo amato appartamento da poco imbiancate. Dunque era stato assolto, pensò. L’avevano rilasciato. Era libero.

Il suo principale aveva avuto ragione. Magari era stata proprio la sua testimonianza a essere determinante. In quel periodo di custodia cautelare dovevano aver riconosciuto il suo pentimento, la sua ferma volontà di redimersi, il suo proposito di amare fedelmente l’impiego. La latitanza, il processo, erano stati soltanto brutti sogni da cui ora poteva destarsi. Dopo colazione si sarebbe lavato i denti passandosi con cura lo scovolino tra le fessure così come si era raccomandata la dentista. Quindi avrebbe scelto dall’armadio una camicia; sarebbe stata lei a dettare al resto dei vestiti la linea di condotta da tenere quel giorno. Sarebbe poi uscito di casa e con passo calmo e risoluto, come di chi sta facendo esattamente ciò che vuole fare, si sarebbe incamminato in direzione dell’ufficio dove lo aspettavano la sua cara traduttrice di inglese e una nuova giornata di traduzioni. In ufficio i suoi colleghi si comportarono normalmente, come sempre. Soltanto il capoufficio gli lanciò un’occhiata di sbieco che lasciò intendere un’intesa, una sorta di strizzata d’occhi senza strizzata. Quanto al titolare, la porta del suo ufficio restò chiusa tutta la mattina. Anche il pomeriggio restò chiusa e così per diversi giorni.

Dopo un paio di settimane, mentre era immerso nella traduzione del libretto d’istruzioni di un frullatore, sentì un fruscio al suo fianco e una mano posarsi sulla spalla destra.

– Ha visto caro F ? – era lui.

– Tutto si è sistemato. – e nel dire “tutto” mise un accento particolare.

Quel primo giorno in ufficio da uomo libero F non riuscì a combinare nulla. Era troppo eccitato per quel nuovo inizio, per quella seconda possibilità che gli era concessa. Lanciò tutto il tempo occhiate di fuoco alla traduttrice di inglese che, un po’ imbarazzata, ammiccava timidamente. Per fortuna c’era poco da fare, oltre alla corrispondenza da sbrigare, che era sempre in arretrato, soltanto un paio di brevi traduzioni rimaste in sospeso. F poteva lasciarsi andare a quella sua nuova sensazione.

Come aveva potuto odiare quella vita? Con quale arroganza l’aveva giudicata una prigionia, una scatola da scarpe?  Sono tutte schiave le persone che lo circondavano in quella stanza, e nella stanza accanto e nel palazzo di fronte e ovunque fremesse una qualche operosità? Sono  tutte scarpe, pronte per essere calzate dai loro padroni, o detentori, o usufruttuari? Cosa c’era di male nell’aspirare ad essere collocati in un posto sicuro e stabile o financo in un posto pur che sia? Ognuno deve poter avere un posto in cui stare, in cui sentirsi a casa. Cosa c’era di male nel volere essere utili, nell’avere una funzione, nel voler dare il proprio contributo, nell’essere impiegati? Tutti devono poter contribuire in qualche modo, a prescindere da ciò che ne ricevono in cambio. E non vivono così migliaia di persone? Chi era lui per sottrarsi? E come aveva potuto pensare di aver capito come stavano veramente le cose?

Non sapeva più nulla.

Non sapeva più nulla di quel certo F che aveva scelto la latitanza, che aveva rigettato come spazzatura tutto ciò che ora brillava come una stella polare nel suo personalissimo cielo.

Sorda risuonava ora la parola latitanza, un tempo così gravida di aspirazioni.

Di quella persona non restava in lui che l’ombra vaga di un annegato seppellita sul fondale.

Quel giorno non poteva fare altro che continuare a guardarsi attorno con aria paga. Era così felice del suo impiego, della sua vita restituita, che non poteva proprio concentrarsi su alcun lavoro.

Alla fine F si era dimenticato di Jacob e aveva ascoltato Kraus.

Ora anche F, come Kraus, era uscito dal suo Istituto Benjamenta e se n’era andato verso il mondo, verso l’impiego.

Perché il mondo era tutto lì. Si chiamava Transalp Logistic ma avrebbe potuto chiamarsi in mille altri modi. L’importante era che tutto fosse impiego, l’importante era che fosse l’impiego a scandire i battiti del cuore e a decidere nel cielo la traiettoria del sole. L’impiego era la vita e dava la vita, ogni giorno, ad ogni ora. Anche quando era a riposo l’impiego continuava a lavorare perché l’impiego non riposa mai, perché il riposo è impiego, è suo gregario, così come lo svago e l’approvvigionamento, così come l’accoppiamento e la riproduzione. Ora sì, F poteva forse iniziare a capire davvero i lunghi anni di Walser alla clinica di Herisau,  la sua premura, la sua dedizione, la sua fedeltà, il suo attaccamento ad attendere alle faccende quotidiane della clinica. Il suo ritrarsi in quel luogo non era stato soltanto un discreto scomparire, quello era un vezzo da mostrare agli spettatori più raffinati. Un depistaggio in fondo.

A Herisau egli poteva finalmente essere utile a qualcosa, poteva dedicarsi senza distrazioni al servizio. C’è una clinica da mandare avanti. E quel caro Carl dovrebbe capire che non è affatto opportuno andarsene a spasso nei giorni lavorativi. C’è un che di sfacciato, di svergognato, e anche di offensivo, nell’andarsene a zonzo mentre tutti sono impiegati nei loro impieghi. Non si va per il mondo a caccia di impressioni per le proprie stupide parole senza essere parte del mondo, dell’impiego. Se ne ricaveranno solamente impressioni false e presuntuose. Parole di trono, d’altare o di cattedra. Per poter scrivere bisogna saper sedere di domenica su una panchina del parco come chi soltanto di domenica siede su quella panchina. Per questo non poteva più scrivere.  Si era seduto troppo spesso, di lunedì o di martedì, su quella panchina, a guardare dal cucuzzolo di una stella, attraverso cumuli di nebulose, i passanti indaffarati, tutti protesi verso le loro occupazioni. Se n’era andato troppo distante da loro, dal loro mondo, che è tutto il mondo, per poter scrivere un altro rigo ancora.

Il piccolo borghese è di gran lunga meno intollerabile del letterato che si crede investito d’insegnare al mondo come deve comportarsi. [1]

E soltanto in una clinica Robert Walser avrebbe potuto essere meno intollerabile ai suoi stessi occhi. Solo in una clinica avrebbe potuto vivere appieno la sua vita piccolo borghese. Là dove poteva lasciar credere a qualcuno di curare la propria malattia, ma dove era in realtà soltanto per poter vivere la propria normalità.

Ora anche F era pronto per abbracciare il suo destino piccolo borghese e per lasciarsi alle spalle i velleitari goffi slanci verso il deserto, l’abisso o la libertà. F gettò lo sguardo sulla traduttrice d’inglese impegnata in una traduzione. Fantasticava sulla loro vita insieme. Si scoprì a immaginarsi il giorno del loro matrimonio, il viaggio di nozze, la prima ecografia, una gita al mare coi bambini. Uno di quei giorni avrebbe dovuto metterla a parte dei suoi progetti. I tempi erano maturi. Avrebbero potuto iniziare con un cane. Se il cane avesse funzionato allora avrebbe funzionato anche tutto il resto. Allora sarebbero di certo stati una coppia che funziona.

Sì, gliene avrebbe parlato la sera stessa.

XX. Oltre-Realtà

Eccola di nuovo la realtà, grondare dentro.

Grondare da ogni parte, trionfante, senza nemmeno più quella vaga sensazione, che aveva da sempre accompagnato F, che la realtà quella vera si trovasse altrove. Ora gli sembrava che fosse davvero quella la realtà: l’Italia di inizio ventunesimo secolo.  Né sfacelo, né apocalisse. Era tutto un grande pieno la realtà, un grande rimpinzarsi, una continua indigestione di oltre-realtà. Che F aveva ripreso a inghiottire come un Kraus, senza troppe domande, pescandola avidamente dal suo sacchetto di patatine.

Una realtà sopravvissuta alla propria morte, uno spettacolo sullo spettacolo, un’isola di plastica in mezzo all’oceano, ciò che resta delle cose dopo la loro scomparsa. Ciò che resta degli umani dopo essere stati separati anche dalla loro separazione. L’oltre-realtà è ciò che viene dopo la super-realtà e l’iper-realtà. L’oltre-realtà è il regno dell’oltre-mercato, laddove il mercato ha già comprato e venduto se stesso milioni di volte e non gli resta che investire sul giorno del giudizio. Nell’oltre-realtà si pensa di pensare e non si agisce quasi mai, si progetta. L’oltre-realtà è la realtà spettacolare che si è serializzata. Le macerie di cui è composta sono state ritoccate con photoshop. Le parole su cui si fonda sono oltre-parole che dicono soltanto oltre-cose.

Oltre la soglia.

Era lì che giaceva la realtà, un fantasma tra gli altri.

Inciampando tra cadaveri di cose e di parole, era lì che gli umani si calpestavano a mucchi, si ammazzavano, si arrabattavano, si indaffaravano, si fotografavano, sperduti, ingenui e moribondi, era lì, oltre la soglia, che a volte continuavano ad avvertire indistinto il lamento lontano, troppo lontano per essere compreso, di ciò che era rimasto sepolto per sempre davanti alla soglia. Ma il nastro li faceva rotolare oltre, sempre un po’ più in là, come fanno le onde sulla riva con i pallini di polistirolo, e quel lamento lontano si perdeva in fondo al mare, tra i corpi gonfi degli annegati, coperto dal frastuono dei macchinari, dal brusio degli algoritmi, dall’operosità incessante della movimentazione.

I camion della Transalp Logistic continuavano a comporre la loro sinfonia, avanti e indietro, avanti e indietro, per kilometri e kilometri, attraverso pianure sfigurate, montagne sventrate e città perdute. Erano i cavalieri dell’apocalisse, l’esercito della fine. Avevano nomi come Ringhio, Tesorino, Toro Seduto, Principessa, The King, The Lion. La loro missione non era trasportare merci. Quella era una copertura. La loro missione era movimentare la realtà, fabbricare la realtà, distribuirla, governarla, consentire che continuasse ad essere un oltre-realtà, oltre la soglia, oltre il confine, sempre qualche kilometro più in là, qualche litro in più di carburante, qualche pezzo di plastica in più nel garage, in cucina, nel cassetto, qualche millimetro ancora sottratto all’immaginazione, all’humus, all’origine. Persino la Grande Rete, senza di essi, era nulla. L’Italia di inizio XXI secolo era desolata come ogni terra. Soffriva di una nuova forma di siccità. Ogni germoglio che nasceva si seccava all’istante, e se per caso resisteva all’impatto con  l’aria, c’era subito qualcuno pronto a passare con il diserbante.  L’Italia di inizio XXI secolo era un campo sterminato di barbabietole da zucchero. Lungo i fossi qualche malerba cercava di scappare, ma si accorgeva presto che oltre il campo c’era solo l’asfalto dell’autostrada. L’Italia di inizio XXI secolo era uno di quei sogni in cui dici è solo un brutto sogno, ma alla fine non ti svegli mai e il sogno diventa sempre più brutto. L’Italia di inizio XXI secolo era una fiera di partito a cui nessuno era iscritto, e in cui si mangiava male, piena di gente.  L’Italia di inizio XXI secolo era una grande sala di esposizione in cui si esponeva di tutto e il nulla, la vita più intima, le pareti vuote, i canali, i boschi, le montagne, si esponeva la frutta, il lavoro, i desideri, si esponeva il mare, si esponeva il dolore, la gioia, la morte. E il pubblico pagante si esponeva a pagamento. Tutto era esposizione nell’oltre-realtà. E l’esposizione era offerta. Si offriva tutto, in ogni momento, in qualsiasi quantità, ad ogni costo, in ogni modo. La domanda sarebbe arrivata. L’Italia di inizio XXI secolo era un laghetto di pesca sportiva, un allevamento in batteria, un mattatoio industriale. L’Italia di inizio XXI secolo era un bastone selfie monopiede con morsetto regolabile venduto da un ragazzo del Mali a una turista giapponese in Piazza Santa Croce davanti alla statua di Dante Alighieri.

Ed F, per la prima volta nella sua vita, era contento di farne parte.

[1]ibidem, p.70

Morto che cammina. Irvine Welsh ritorna sul luogo del delitto

  di Il Duka

 

Oooh…magico.

Di colpo sento come una roba dolce che mi si scioglie in pancia e una botta di euforia e guardo Sick Boy, e di profilo la sua faccia si deforma intanto che un assurdo, felice ruggito spasmodico sale e il tempo si ferma e CAZZO DI CRISTO ONNIPOTENTE LA PALLA E’ NELLA RETE DEI RANGERS! Hendo ha battuto un altro corner, l’ha messa al centro, qualche stronzo l’ha deviata di testa e i giocatori son tutti addosso a David Gray e i tifosi stanno sbroccando totale    cazzo!

Sick Boy c’ha due occhi a boccia. «DA-VIE-GRAYYY-CAZZ!»

Irvine Welsh, Morto che Cammina

Il nuovo romanzo di Irvine Welsh (nato a Leith, Edimburgo, il 27/9/1958) Morto che Cammina (Guanda, 2019) non è semplicemente, come banalmente si pensa, l’ennesimo – fantasmagorico – capitolo della saga dei gattoni di Leith: Trainspotting (1993), il sequel Porno (2002), il prequel Skagboys (2012) e lo spin off, che vede Franco Begbie protagonista, L’Artista del Coltello (2016).

Morto che Cammina, ben oltre una nuova puntata della serie, è, perdonatemi la cazzata che sto sparando, il ritorno dell’uguale. Questo libro, come un drago che si morde la coda, apparentemente immobile ma in eterno movimento, divora e rigenera tutti i temi, elementi, soggetti e figure della produzione welshiana. In questo grande romanzo lo scrittore ancora una volta, seguendo le orme delle sue creature lungo un cerchio senza inizio né fine, ritorna, per poi ripartire, sempre dove tutto è cominciato: a Leith.

Come un cantastorie, raccontando le gesta dei suoi personaggi, canta di passione calcistica, droghe, dipendenze, scene musicali, stili di strada, impicci illegali, party, bevute al pub, locali a luci rosse e le città (Los Angeles, Berlino, Londra, Amsterdam, Miami, Glasgow, Ibiza, Istanbul Edimburgo) – attraversate – da lui vissute in compagnia dei suoi amici tossici e hooligans. I suoi soci di una vita sono il pozzo dove lo scrittore attinge per creare i suoi personaggi. Non è un caso che Welsh, anche se non l’ha mai detto esplicitamente, per creare il personaggio di Franco Begbie, che rappresenta perfettamente il fan violento tipico dell’Hibernian anni novanta, si sia ispirato al suo amico Derek Dykes, il fottuto “Dererel Dykes”, un ragazzino che nella metà degli anni ottanta, fondò la CCS (Capital City Service). Una delle firm più violente e temute di tutto il Regno Unito. I loro agguati agli hooligans rivali venivano studiati a tavolino nei pub lungo il Walk, nel corso di riunioni a cui partecipava anche Irvine. Dykes, in una intervista su un giornale scozzese, ha confermato la presenza del suo amico a questi incontri dove la CCS pianificava strategia e tattica di combattimento, ma ha precisato che Welsh “Quasi mai però si faceva vedere negli scontri”.     

Le vecchie attitudini e tensioni esistenziali dello scrittore sono ancora presenti in Morto che Cammina perché, bandita dalle sue pagine la nostalgia per il passato, esse vivono nella fuga continua dalla categoria dell’evergreen. Genere che, in quanto osceno, non trova cittadinanza dentro questa storia che ci invita a abitare l’infanzia. Irvine in questo ultimo lavoro ricorda al lettore che invecchiare non significa mettere la testa a posto. E come ci dimostrano pagina dopo pagina i gattoni di Leith, a cinquantanni se non abbiamo perso la curiosità la vita può ancora essere vissuta, riservare sorprese e nuovi viaggi memorabili. Come quello mitico a base di DMT (descritto a fumetti nel romanzo) che i quattro amici intraprendono ancora una volta insieme. Finito l’effetto lisergico della sostanza, una volta rientrati dal viaggio, Spud, Renton e Sick Boy si raccontano cosa hanno vissuto nel corso dell’allucinazione. Begbie  invece afferma che il DMT gli è rimbalzato, non l’ha sconvolto. Franco in seguito racconterà il suo trip solo a Spud che giura al socio con un secco “Stai sicuro, gattone” di non dirlo a nessuno degli altri. Strepitoso il dialogo tra i due amici:

Sono seduto a un tavolo e c’è un tot di gente, tutti che ci mangiamo della roba buona da ‘sti vassoi grandi. E io sono a capotavola. Tutta una roba di lusso, come in una casa dei nobili di una volta.”

“Come Gesù all’Ultima cena? La storia che diceva Rents?”

“Esatto, credo. Ma tutta quell’Ultima cena lì è da prima della Bibbia e del Cristianesimo. Viene dal DMT, che gli uomini lo mangiano da prima ancora che Cristo se lo sognavano.

Prima di continuare a parlare di questo ultimo lavoro dell’autore bisogna fare un passo indietro per capire, tramite i percorsi di vita di Welsh, la genesi del mondo narrato nei suoi libri.

Note sulla vita di Irvine Welsh

Irvine, figlio di lavoratori, come tutti i ragazzini della working class è attratto dagli stili di strada diffusi tra le case popolari e le vie del suo quartiere. Fin da piccolo, come tutti gli abitanti di Leith, il sabato si reca a Ester Road per vedere giocare gli Hibs. Nelle terrace dello stadio il giovane Welsh inizia a prendere gusto a tutto ciò che ruota intorno al football: il tifo e gli hooligan. Abbandonata la scuola e dopo vari lavori, tra cui quello di  netturbino (nel ruolo di  spazzino lo scrittore  appare in un cameo nel film Acid House), nel 1976 lascia Edimburgo e si trasferisce a Londra.

In quei giorni in città, invasa dai sacchi della spazzatura non raccolti dai lavoratori della nettezza urbana in sciopero, tra i rifiuti sbocciava un fiore nero. Il punk. Welsh per  pura botta di culo si ritrovava immerso nel furore del mob in rivolta. Questa esperienza controculturale, condivisa con altri kids marci-sporchi-imbecilli, lo porta a avventurarsi nel pianeta droga e finisce tossico di eroina. Anni dopo Irvine, ormai smaltita la rota, assisteva allo sbarco dell’invasione acidhouse, salpata da Ibiza con il suo carico di empatia, nella terra di Albione. Mai nella storia del Regno Unito una calata giunta da fuori era stata accolta con tanto entusiasmo dai britanni. Dove avevano fallito i vichinghi, l’invincibile armata e i nazisti erano riusciti la strana coppia techno & ecstasy. Si apriva, inaugurata dalla seconda summer love, la stagione dei rave. Questa scena musicale, l’ultima degna di nota in quanto portatrice di problemi di ordine pubblico, fu vissuta da Welsh da frequentatore di party illegali e come dj.

  

 

Con Trainspotting la letteratura diventa chimica

In Trainspotting, opera prima dello scrittore resa famosa dall’omonimo film di Danny Boyle, scritta mentre era ai servizi sociali, si raccontava delle disavventure tossiche di cinque amici di Leith, zona portuale di Edimburgo: Daniel Murphy alias Spud, Mark Renton aka Rent Boy, Francis Begbie detto Franco, Simon Williamson soprannominato Sick Boy e Tommy Lawrence. Negli anni in cui si svolge il romanzo, il quartiere di Leith era il maggiore punto di smercio di eroina di tutta la Gran Bretagna e deteneva il triste record nazionale dei malati di AIDS. In Skagboys (titolo mutuato dall’appellativo con cui erano indicati gli eroinomani in Scozia) lo scrittore, in due capitoli dal titolo Appunti su un’epidemia, riporta documenti ufficiali, del servizio sanitario di Lothian sul numero dei morti per overdose e HIV a Edimburgo. Da notare la crescita esponenziale dei decessi: otto nel mese di febbraio e trentanove a marzo dello stesso anno.

Tommy, uno dei cinque gattoni, nel corso del romanzo muore a causa di questa malattia contratta dalla sconsiderata usanza del passarsi la stessa siringa per bucarsi.

Welsh, dopo il suo  sconvolgente esordio che impose la Letteratura Chimica come nuovo genere narrativo, pubblicò una serie fulminante di strepitosi racconti raccolti nelle antologie Acid House, da tre novelle contenute nel volume è stato tratto l’omonimo film di Paul McGuigan e Ecstasy. I romanzi Il Lercio e Tolleranza Zero sono due capolavori della letteratura del XX secolo. Questi libri, dalla narrazione realista e al tempo stesso visionaria, sono scritti nella stessa lingua parlata da tossici, hooligan, prostitute, papponi, gangster, operai e portuali, sui marciapiedi e nei pub lungo il Walk, Cowgate, Easter Road, dove sorge lo stadio del Hibernian Football Club. Strade che puzzano di luppolo, lievito, malto e di frittura. Una scrittura che ci catapulta in luoghi dove nel linguaggio quello che di meglio si comprende non è la parola ma il tono, l’intensità e il ritmo che essa emana. Perché il rumore che vive dietro le parole non può essere scritto.

Uno slang nato nel malfamato quartiere di Leith dove Irvine è nato. La zona di Edimburgo, un tempo – prima della gentrificazione narrata dallo scrittore in Porno – operaia, dello spaccio e a luci rosse. Dove nei secoli trovarono asilo e si stabilirono prima gli immigrati irlandesi che qui fondarono il club di calcio del Hibernian, dal nome latino che i romani diedero all’Irlanda, la squadra della working class di Edimburgo che si contrappone nel derby cittadino agli odiati Herts i cui sostenitori sono borghesi, protestanti, lealisti e orangisti.

In seguito questa parte di città continuò a essere l’approdo dei nuovi arrivati, degli emigranti giunti nel Regno Unito in cerca di lavoro. Tra tutti vale la pena citare gli italiani: Sick Boy, uno dei gattoni di Leith, è figlio di madre italiana. In tutti i romanzi della saga di Trainspotting Sick Boy, quando decanta le sue doti da latin lover e la lunghezza del suo membro afferma di avere preso i geni della parte italiana e non da quella anglosassone-unna  della sua famiglia. Gli italiani nell’approdate in questo quartiere, abitato in prevalenza da lavoratori papisti di origine irlandese, trovarono nelle parrocchie cattoliche e nel tifo per gli Hibs un primo elemento di socializzazione urbana. Anche se non c’entra un cazzo con quello che sto scrivendo,voglio dire lo stesso che molti immigrati italiani, specialmente quelli provenienti dalla valle del Comino (FR), sbarcati nel porto di Leith finirono per lavorare nelle friggitorie. Non è un caso che nel paese di Villa Latina in Ciociaria la comunità italiana in Scozia organizza la sagra del fish and chips.

Per arrivare a Morto che Cammina bisogna passare per Colla

Lo scrittore nel 2001 con Colla, il suo romanzo più complesso, iniziava a cantare, attraverso un polimorfo di voci narranti e divergenti punti di vista, l’epica dei ragazzi di Stenhouse (sobborgo a edilizia popolare situato a ovest dal centro Edimburgo). Si narra di furti, scontri allo stadio, sesso, droghe e rave come di situazioni irreparabilmente intrecciate alle vite dei protagonisti.

Nascevano altri cinque memorabili personaggi partoriti dal bardo della working class scozzese: Terry Lawson detto Gas, Billy Birrell aka Business Birrell, Rab Birrell (il fratello di Billy), Andrew Galloway per gli amici Gally e Carl Ewart in arte Dj N-Sign (uno dei rari personaggi creati dallo scrittore che tifa Herts).

La saga di Colla, per la gioia dei lettori, ritornava ufficialmente con due spin off. Nel primo Amo Miami, divertentissimo racconto dell’imperdibile antologia Tutta Colpa dell’Acido (2009), dove seguiamo Terry Lowson e Carl Ewart in trasferta a Miami Beach. Il secondo spin off della saga di Colla, il romanzo Godetevi la Corsa (2015), vede come protagonista Terry “Gas” Lowson.

Per la precisione, alcuni dei personaggi principali di Colla, come Rab Birrell, erano già apparsi in Traispotting. Per ritornare con Rab Birrell e Terry “Gas” Lawson, quest’ultimo nei panni di Terry la Macchina del Sesso, il pornoattore che recita nei film hardcore prodotti da Sick Boy, nel romanzo Porno. Per infine ripresentarsi oggi con Terry, Ewart, Billy e Rab in Morto che Cammina. Potrei continuare la lista (ma dovrei farmi un bel culo e rileggermi tutti i romanzi e i racconti di Welsh) delle partecipazioni e apparizioni di questi personaggi interscambiabili, come i supereroi della Marvel, da una saga all’altra (vedi Simon aka Sick Boy contattato telefonicamente da Gas Terry in Godetevi la Corsa). A volte ritornando da attori non protagonisti, altre da comparse oppure li sentiamo nominare in quel parlarsi addosso tipico dei drogati ai party o nei racconti alcolici, dove le malefatte dei propri amici teppisti diventano gesta mitologiche.

Per questi motivi, ma anche per sapere e conoscere come sono cambiate le vite (vizi, dipendenze e lavoro) dei nostri amici letterari e per capire le trasformazioni (urbane, dei consumi, e quelle criminali) avvenute a Edimburgo dai tempi di Porno, è fondamentale leggere, contrariamente a quello scrivono in rete, Godetevi la Corsa e L’Artista del Coltello, prima di affrontare la lettura di Morto che Cammina.

Irvine Welsh

Godetevi la Corsa segue le vicissitudini del taxista Terry Lowson. Gas Lowson si ritrova alle prese con la scomparsa di Jinty, una prostituta sua amica, in una Edimburgo invasa da artisti e turisti giunti in città per il Fringe Festival. In questa puntata Gas, oltre alle solite scopate e pippate, si cimenta nel gioco del golf. Di primo acchitto questa surreale trovata di un coatto malato di fica, abituato a cimentarsi con la mazza  più che con le mazze, che si da al golf può sembrare una improponibile trovata abortita dalla mente bollita di Welsh. Invece il bardo della working class di Edimburgo ha semplicemente ridato a Cesare quello ch’è di Cesare. Perché Leith è il luogo dove sono state trovate le tracce più antiche di un campo da golf. Un gioco che in origine apparteneva al popolo e non ai nobili. Il golf fu soggetto di un divieto di re Giacomo II del 1457 perché interferiva con lo sport più utile, praticato da aristocratici e cavalieri, del tiro con l’arco.

In L’Artista del Coltello ritroviamo Begbie, lo psicopatico gattone. Non ci crederete ma Franco è cambiato. Si è disintossicato dall’alcol, ha sconfitto la dislessia e la sua iper violenza sembra essersi dissolta. Tutto merito della nuova moglie Melaine, una bellissima e ricca ragazza americana che non avendo un cazzo da fare lavorava socialmente nelle prigioni del Regno Unito come insegnate d’arte. Grazie a questo corso Begbie scopre una passione e soprattutto un grande talento artistico. S’è trasferito in California a Santa Monica, dove vive in una villa con Melaine e le loro due bambine, e con il nome d’arte di Jim Francis è diventato un affermato e ricco scultore coccolato dai galleristi, di Los Angeles. Le sue opere, che riscuotono un grande successo tra il jet set cittadino e gli attori di Holliwood, sono delle statue di creta che ritraggono personaggi famosi sottoposti a orrende mutilazioni inferte dai coltelli dell’artista. Franco quando viene a sapere dell’uccisione di Sean, il figlio con cui non ha più rapporti da molti anni, ritorna a Edimburgo per il funerale. Begbie è veramente cambiato?

                            

 

 Morto che Cammina

Il romanzo Morto che cammina, che intreccia sempre più la saga dei gattoni di Leith a quella dei ragazzi di Stenhouse, inizia dalla scena finale, riletta da un altro punto di vista, di L’Artista del Coltello.

Se nello spinoff era Franco a vedere Mark Renton seduto dentro lo stesso aereo da lui preso:

Franco si avvicina e si allunga sopra il viaggiatore nervoso e avvinazzato, mentre l’altro, rendendosi conto di una presenza incombente, abbassa la rivista e alza lo sguardo, sgranando gli occhi per lo shock del riconoscimento, di trovarsi davanti il ragazzo dislessico al cui posto si era preso un castigo tanti anni prima, per solidarietà tra amici adolescenti. Frank Begbie si limita a controllare il respiro – dentro dal naso, fuori dalla bocca – mentre sorride e dice: «Ciao vecchio mio. Quanto tempo».

In questo secondo sequel è Rent Boy a smaltire la vista di Begbie sul suo stesso volo Londra-Los Angeles:

Poi il tipo tace di botto e sento che c’è qualcuno in piedi sopra di me. Abbasso il giornale e guardo su. Il mio primo pensiero è no. Il secondo è cazzoLui è li, nel corridoio, col braccio penzoloni, sciolto, in cima al sedile, sopra la testa del ciucco atterrito. Quegli occhi. Mi friggono le budella. Da farmi evaporare nel deserto della gola le parole che vorrei dire. Franco. Francis Begbie. Come cazzo…? I miei pensieri precipitano in un torrente di febbre: è ora.

L’incubo che tormenta il sonno di Renton si materializza: Franco. L’amico che aveva solato (in Trainspotting). Tradito!!! Il suo compagno di banco dislessico che lo difendeva dagli altri ragazzini. A scuola e in quartiere nessuno toccava i suoi amici, perché lo temevano. Begbie il teppista, il criminale, lo psicopatico.

L’incipit, fin dalla prima riga del romanzo, ci precipita dentro le paure, le angosce e le ansie che, da venticinque anni, albergano nella mente di Mark:

Un rivolo inquietante di sudore mi sgocciola per la schiena. Nervi scoperti: denti del cazzo che battono. Seduto come una merda in economy, incastrato tra un cagoso trippone e uno sborniato tessissimo. Posto in business non ce l’ho fatta ad averlo, e adesso sento petto e fiato costipati, butto giù un altro Ambien evitando lo sguardo del bevitore al mio fianco.”

Dai tempi del pacco di Londra una sola volta, per la precisione dieci anni dopo, s’erano rincontrati. E Renton s’era salvato dalla paga – dalle mazzate – per miracolo. Una macchina investe Begbie mentre lo stava inseguendo (in Porno).

Cosa succede dentro l’aereo? Begbie scanna l’infame Rent Boy? Franco abbraccia il vecchio amico? Non vi dico un cazzo. Leggete Morto che Cammina

Welsh anche questa volta, attraverso colpi di scena, trovate geniali e situazioni  al limite dell’impossibile, riesce a sorprendere anche i suoi vecchi fedeli lettori. Vi dico per attizzarvi che, oltre le abituali storie di droga, football, sesso e rave a cui l’autore ci ha abituato, i quattro amici si ritroveranno invischiati in un traffico di organi. E che Sick Boy si dovrà improvvisare chirurgo nel tentativo di salvare la vita a un amico in una sala operatoria illegale allestita dentro un edificio abbandonato a Berlino. Non vedete l’ora di sapere chi è il morto che cammina? Ma state pur certi che nella gang c’è sempre chi pensa: se toccano un gattone toccano tutti.

La scrittura, di Welsh non risente il peso degli anni, è ancora ostile come le strade dove s’è formata. Rapida e incisiva come la lama del coltello di Begbie.

  

                               

 

 

 

                                                  

                                                             

Mandato degli scrittori e limiti dell’antifascismo

 

 Nota al testo.

 

Il testo che proponiamo questo mese è apparso per la prima volta sul numero 17-18 dei «Quaderni Piacentini» (luglio-settembre 1964), e raccolto con sostanziali variazioni l’anno seguente in Verifica dei poteri. Non è quindi la versione più nota: ma d’altronde per Fortini una forma definitiva semplicemente non è contemplabile – basta dare un occhio alle continue ritraduzioni dell’Internazionale, portate avanti dal 1971 alla morte…

Non è contemplabile perché una «forma», anche letteraria (la tragedia, la ballata o il saggio) è testimonianza di un preciso modo di essere uomo – in questo caso il cittadino, sia esso borghese, del comune medievale o della polis. Un modo che ne esclude ogni altro. Diciamo quindi che, ora come allora, non è tanto che There is no Alternative, ma che l’uso di una forma rende in qualche modo invisibili altre possibilità di esseri umani: in questo, già forma di potere sulla vita. Se con “letteratura” intendiamo quel particolare tipo di comunicazione linguistica che esprime poeticamente e sinteticamente la verità – un contenuto che pure esige una forma – capiamo bene quanto questo ci riguardi ancora da una prospettiva rivoluzionaria.

È difficile oggi anche solo pensare a un modo sincero di appaiare nello stesso discorso letteratura e rivoluzione. Ma c’è stato un tempo in cui certe intensità andavano così captate: basta pensare a Majakovskij, o ai cinquant’anni di tentativi di integrazione tra poesia e movimento operaio. Certo, nel ’64 Majakovskij non c’era già più… Eppure, una letteratura rivoluzionaria è ancora pensabile per Fortini. Rivoluzionaria non perché si possa lottare con le armi della letteratura (oggi come allora, pensarlo è ingenuo o in malafede) ma perché la letteratura è il luogo migliore da cui osservare due fenomeni, due ormai fatali errori che percorrono la storia anche recente dei movimenti rivoluzionari.

Il primo è la convinzione che tra parola e prassi sia possibile una mediazione in chiave sovversiva: che possa insomma “esortare, confortare, destare eserciti”. Che tramite la sua critica, marxianamente, strappi i fiori che imbellettano le catene perché queste vengano riconosciute. Ma sappiamo ormai che quest’epoca non appartiene solo agli ostinati, bensì a un gesto che anticipa e oltrepassa ogni parola. Anzi: a un gesto che si compie nonostante la parola, ambiguamente brandita da ambo le parti a definirlo. Lo vediamo ovunque nel mondo accada davvero qualcosa, generando il panico tra i pennivendoli e gli analisti che ormai stentano visibilmente a ricondurre l’ignoto al noto. La parola, se ancora ha un valore, va dunque scissa dalla propria esistenza – di “militante”, di rivoluzionario, di essere vivente o come vogliate chiamarla. La scrittura diviene così forma di “militanza” spettrale (virgolette d’obbligo), testimonianza della lacerazione, indice puntato sulle tensioni, sui frammenti, sui nodi irrisolti, forse non risolvibili. È questa la profezia di Fortini per il nostro tempo – una scrittura che è già profezia, prefigurazione di ciò che c’è e ancora dimora non visibile. Purché lo divenga un giorno. È forse in questa profeticità rampicante della parola, che non parla di ma solo a partire da, la direzione verso cui andare nel dare forma a una scrittura rivoluzionaria oggi: nell’osservare, nel riconoscere una forma-di-vita dal suo di dentro. E, in questo, compito identico a quello di qualsiasi altro uomo. «Strappare i fiori» non è più un gesto che ci compete. Diane, note to self: farla finita con Marx.

Parlare-di significa venire-dopo, portare ordine laddove c’è disordine. Questo – ce lo ricorda Paul Valéry – è lo spirito del classicismo. Nessuna sorpresa se i classicisti di oggi leggono ancora il presente secondo griglie scolastiche, con un fare tra l’egemonico e l’apologetico. Fratellastri del fu intellettuale organico, funzione e strumento dello stalinismo contro ogni infiorescenza di autonomia della cultura. Un giorno qualcuno dovrà renderne conto.

Il secondo errore fatale è, appunto, continuare a credere che alla lotta – sia essa di o oltre la classe – corrisponda una lotta tra due culture: una «proprietaria», l’altra «subalterna». Bisogna invece riconoscere «la cultura» in toto, nelle sue diverse forme, come «cultura del capitalismo». E, riconoscerlo, per rifiutare questa proposta di essenza: ne vediamo adesso come qualche ora fa il gesto in Francia, a Hong-Kong, in Ecuador, a Haïti, in Egitto, in Guinea, in Libano, in Catalogna, nelle Honduras, in Cile – fugacemente, ambiguamente, confusamente: incessantemente. Lì, dove la qualunquità – che non è niente eppure esiste, che non ha «forma» ed è forma-di-vita – sceglie se stessa contro la verità neoliberale, la parzialità della sua condizione incomunicabile alla totalità del linguaggio dell’economia.

«A colui che s’è tirato in disparte e non vuole contare più per nessuno la sola cosa importante che può accadere è di mettersi di traverso sulla strada degli altri, e costringerli a fare i conti con lui. Questo è il senso ultimo della lotta di classe». Sono parole di Walter Benjamin: e se colui che si è fatto da parte ora è la cilena o il gilet jaune, non è tanto parlare di loro il punto – inseguire l’attualità dagli ultimi paesi insorti è cercare di forzare una porta d’ingresso dipinta sul presente – ma parlare piuttosto all’interno di quell’aria di rottura, dentro quell’atmosfera tesa e divisa. In questo ci aiutano i legami che stringiamo, le amicizie che facciamo, le situazioni in cui ci troviamo: essere questo silenzio. Captare le vibrazioni nell’aria. Ascoltare. Recuperare altre voci. Carpire il vuoto in questa confusione che si finge piena.

Questo è il senso più alto e cristallino del discorso di Fortini: fare come se il nostro partito esistesse laddove lo riconosciamo. Partito quindi – for lack of a better name – come strumento il cui inizio è in questa fine. Non l’idea capostipite della cultura d’Occidente, che comincia il suo dominio proprio annunciandola e praticandola nello spazio e nel tempo; non la fine contro cui si ribellano le nuove sensibilità ecologiste che popolano Extinction Rebellion o Fridays For Future – proteste per un altrove e un non-ancora in luogo del qui e ora in cui non sono. Compromesso per il dominio (incarnare la fine per mai finire) e dominio del compromesso (accettare questa fine purché non sia la fine) si contraddicono forse in eterno?

No. La fine entro cui noi iniziamo coincide con quel nostro fine che è sostanza di cose nemmeno più sperate. E maledetto sia chi orecchierà altrimenti il testamento di Montale, chi tenterà di prefigurare nel proprio partito la società, chi vorrà produrre a sua volta una soggettività. “Ognuno riconosce i suoi”: quanto diverso il senso di parole tanto simili. Qualunquità contro soggetto, apertura contro chiusura. E chi sono questi “suoi” che ognuno riconosce? Le solite identità entro cui ci si asserraglia? O forse gli esseri umani, come possono essere, trasfigurati, alla fine di ogni patria visibile? Quelli che, lungo il mappamondo, prendono coscienza, fanno uso cosciente della propria vita, e sono già nel comunismo, qui e ora?

 

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Mandato degli scrittori e limiti dell’antifascismo III. La fine del mandato sociale

di Franco Fortini

Quaderni Piacentini, 17-18, luglio-settembre 1964

1. Se la tendenza più evidente di questi anni è verso la coincidenza di industria e società, di capitale e società, è assurda ogni ipotesi di poter restituire allo scrittore lo stato sociale ereditato dal romanticismo che gli conferiva la voce della coscienza nazionale o lo dichiarava storico della vita privata. E anche se quella tendenza è solo evidente ma non determinante (se cioè questo discorso non tiene conto della classe antagonista) sembra altrettanto assurda ogni ipotesi di poter restituire allo scrittore lo stato sociale che il movimento operaio gli aveva voluto conferire a partire dalla formazione dei «fronti» antifascisti.
Dal fatto che nella nostra società la quasi totalità delle comunicazioni tradizionalmente demandate alla letteratura sia assorbita da specifiche discipline (psicologia, antropologia, sociologia ecc.) si possono trarre conseguenze molto diverse: «la morte dell’arte» intesa come fine di una certa idea dell’arte poetica; la «morte-e-trasfigurazione» attraverso la cosiddetta letteratura d’uso, quindi il recupero delle forme più degradate di comunicazione di massa; o la salvezza della «letterarietà» come costruzione di una pseudo-comunicazione. Se si aggiunge, tra l’altro, che la condizione sovietica dello scrittore, pur continuando la figura dello scrittore-funzionario, si evolve a quanto pare verso forme non troppo lontane da quelle occidentali, questo comunque sembra certo: che la letteratura di protesta, di denuncia, di rottura con la società ambiente è interamente integrata, non serve a nulla o serve solo ai padroni o agisce all’interno di una convenzione di un genere come si trattasse della tragedia in versi o della ballata; e soprattutto non ha né può avere alcun rapporto serio con gli organismi del movimento operaio (partiti, associazioni etc.). E questo, sia che la denuncia, la rottura eccetera avvengano in quello che si chiama di solito l’ordine dei «contenuti» sia che avvengano in quello delle «forme». È il grado di traducibilità dell’opera letteraria dall’ordine suo proprio o quello di conoscenza-per-la-prassi che è divenuto minimo. Finito il «mandato sociale» di cui ci aveva parlato Majakovskij, restano espressioni o sperimentazioni private oppure più o meno onorevoli «servizi» ideologici.

2. Per quanto è invece delle istituzioni letterarie (università, editoria, stampa critica ecc.) lo scrittore e il critico hanno un margine di azione abbastanza rilevante proprio perché si tratta di istituzioni, non di opere: tutti gli atteggiamenti che contribuiscono a mettere in crisi le istituzioni letterarie presenti sono, evidentemente, positivi. E al tempo stesso è possibile contribuire ad elaborare modelli (di scrittura critica, di linguaggio per l’informazione scritta, di organizzazione dell’indagine, di direzione culturale per le discipline letterarie) non concorrenziali con quelli esistenti; nella persuasione che la realtà rivoluzionaria è destinata a rendere irriconoscibili i più coraggiosi modelli.

3. (Nella atomizzazione veloce del nostro tessuto sociale è inopportuno affrettarsi ad identificare i nuclei di resistenza o le nuove ossificazioni. C’è una colpa che ci riconosciamo: di non aver disperato abbastanza, di esserci sempre fatti trascinare da miserabili augurii, quando sarebbe stato vero realismo darsi per vinti, non resistere al male, adottare i modi della futilità e del sarcasmo, testimoniare così d’una persuasione ragionata più durevole di qualche decina d’anni. Oggi la separazione o clandestinità ci viene imposta. Di tanto in tanto, in una conversazione o in una lettura — conversazione o lettura di coetanei, beninteso, non di passati o di giovani — ci coglie la sensazione di essere «fuori», non nel senso mondano o della attualità, ma «fuori della realtà». Fosse vero).

4. Perché la duplicità? Perché suggerire di giustapporre una politica gesuita — spregiudicata, concreta, pronta ad ogni appiglio — e un’etica giansenista? Perché un secolo e mezzo fa, due abitavano, ah, nel petto della borghesia trionfante, quella «civile» e quella «religiosa», quella «pubblica» e quella «privata»; e la rivoluzione marxista si proponeva, risolvendo la scissione reale delle classi, di restituire, come si diceva, l’uomo all’uomo. Ma è accaduto che l’evoluzione del capitalismo e dello stesso socialismo abbia prodigiosamente generalizzato quel che nello scorso secolo era, insomma, fenomeno di classe relativamente ristretto, e cioè quel superamento ipocrita della duplicità, quella apparente unità razionalizzata che la letteratura ed il costume identificarono piuttosto facilmente come il «borghese», lo «spirito vittoriano» o simili categorie. Lo ha generalizzato proprio con una ideologizzazione apparentemente opposta, proprio predicando le insanabili compresenze di conscio e di inconscio, di razionale e di irrazionale, in nome della alienazione, della incomunicabilità eccetera. Scomparsa la vecchia «religione» domestica o privata in conflitto con la «laicità» pubblica del cittadino borghese, la omogeneizzazione dell’uomo con se stesso e del borghese col salariato è proceduta con moto uniforme. Si è passati dalla oppressione reale mascherata dalla ideologia, cioè dalla sovrastruttura «liberale», ad una oppressione nella quale il ruolo di quella sovrastruttura è diventato, più che rilevante, decisivo. È la sovrastruttura ideologica ad aver celebrato le maggiori vittorie, nel nostro tempo: l’eguaglianza nella falsità, l’anestesia nei confronti del reale, la totale irrilevanza di qualsiasi destino. Al paragone, i campi di sterminio sembrano, perché bestiali, ancora «umani».
A questo punto lo scrittore che nell’esercizio della propria attività e nella propria riflessione intellettuale abbia compreso di essere la proiezione, il riflesso, della integrazione apparente, della apparente umanizzazione del salariato e della sua reale (e sempre più rimossa) scissione, scissione appunto fra l’integrazione materiale e spirituale all’universo borghese e altre possibilità dell’uomo che quell’universo borghese ha rese pressoché invisibili; quello scrittore può comprendere in che cosa egli sia diverso dagli autori del cinquantennio che era «impegnato» a integrarsi con le forze politiche rivoluzionarie: per coloro, e anche per i loro padri, il tema fu di rendere dolorosa e intollerabile la scissione visibile tra cittadini borghesi e cittadini operai, fra chi «era» e chi non «era». Oggi la lacerazione è fra i limiti e le possibilità dell’uomo, ma è una lacerazione coperta di fiori, divenuta invisibile nelle sue ragioni di classe o superabile per via tecnologico-scientifica ma perciò tanto più efferata e omicida. Allora lo scrittore sa che il gesto di «strappare i fiori», per riprendere una immagine del giovane Marx, non gli compete più; che la mediazione fra lo scritto e la prassi si è complicata al punto da diventare inafferrabile; che dunque egli deve accettare la condizione spettrale del proprio lavoro, cioè scissione fra questo e la propria esistenza di militante. Come dicono accada talora per i corpi celesti che tramontano, l’immagine, che l’opera è, dimora visibile quando la sfera è già scesa sotto l’orizzonte. Di quella scissione anzi egli deve diventare, nella vita quotidiana, un esempio, vivendone i rischi, che sono di inclinazione irrazionale o pseudoreligiosi. Ma in questo, è chiaro, il suo compito non si distingue in nulla da quello di qualsiasi altro uomo.

5. Spero si sia notato che parlo di scrittori, non di intellettuali. Per risentimento verso quel che taluni gruppi vantavano privilegio si volle, all’uscir dalla guerra, non distinguere più fra scrittore ossia poeta e altre categorie e attività intellettuali. Per umiltà e rabbia verso la mancanza d’una figura riconoscibile e socialmente valutabile abbiamo — con tutta la «sinistra» italiana di allora — parlato di «cultura», di «politica e cultura» e di «intellettuali». Sappiamo ora che questa categoria fu uno strumento stalinista e che oggi è proprio il neoscientismo capitalistico a negare vera distinzione fra il «fare dello scrittore» e il «fare» di altre «professioni» intellettuali. Qui invece va rivendicata la specificità dello scrivere, del far poesia, dramma, scrittura insomma, in quanto partecipe di una pretesa o presunzione o aspirazione, insomma di un ordine di valori, che non si chiude in una «funzione».

6. Il mandato sociale dello scrittore non può essere quello di esorcizzare l’irrazionale, di essere colui che è separato ma che si integra proprio grazie alla sua separazione. Ossia: è stato questo, è ancora questo, ma oggi affermarlo equivale a ripetere una falsa, non dialettica antitesi fra razionale e irrazionale. Credo che si debba invece assumere fino in fondo la nozione di letteratura quale si è venuta sviluppando nelle varie tendenze del formalismo (critica semantica, strutturalista ecc.), cioè della letteratura come impotenza assoluta ad intervenire direttamente nella trasformazione del reale, nel suo essere attività integrativa e mai riposta o — come vuole R. Barthes — senso sospeso indefinitivamente decifrabile. Ma assumerla fino in fondo non significa soltanto riconoscere che la formalizzazione linguistica, ossia l’uso letterario della lingua, la separazione del linguaggio dalla prassi, l’esercizio della “natura significante e, a un tempo, decettiva, del linguaggio letterario”, è possibile e pratica quotidiana di chiunque nell’esercizio del proprio linguaggio; ma altresì che quella formalizzazione linguistica, quella organizzazione di una menzogna ambigua per dire una verità ambigua, è similitudine o metafora di una parte dell’uomo e degli uomini. Coatta all’impiego pratico della propria vita, al “principio di prestazione”, al lavoro immediatamente utile, la classe operaia non trova davvero la sua emancipazione (H. Marcuse l’ha veduto benissimo) nel giustapporre tempo libero a tempo di lavoro, ma nella capacità di acquisire nella formalizzazione della propria esistenza che ne renda chiara, quotidiana, l’infinita ricchezza di significati, l’inesauribilità di prospettive e, a un tempo, la sua radicale insufficienza, inessenzialità, irrilevanza, la sua “passione inutile”. Nella misura in cui la classe rivoluzionaria è quindi in condizione (è anzi rivoluzionaria in quanto sia in condizione) di rifiutare le “proposte di essenza” che le vengono dalla cultura del capitalismo, cioè dalla cultura; nella misura in cui sceglie e stessa contro “la verità”, scegliendo quindi la parzialità contro l’universalità, e dunque quel che essa è, classe della prestazione e del bisogno, non quello che potrebbe essere, respingendo insomma utopia e prefigurazione; nella misura in cui è rivoluzionaria e non riformista, materialista e non spiritualista — in quella misura lo scrittore non ha nulla da dirle fuori di quella sua verità truccata e impraticabile. E se mandati da quello gli vengono, non posso essere che falsi, generati da fasi interlocutorie della lotta, da inferiori livelli di sviluppo per entro la classe, veri e propri appelli dell’avversario.
Ma al tempo stesso, quanto più è chiara la coscienza di questa fine, della fine di una qualsiasi patria visibile, di ogni «calore umano»; e di dover ormai solo Das Leere Lerner, Leeres lehren, imparare il vuoto, insegnare il vuoto, come dice Faust, ogni senso di vita, ogni ragione biografica non potrà non essere — per lo scrittore-persona che qui ci occupa — se non nell’ordine del Comunismo, nei conflitti quotidiani dove il Comunismo si illumina o oscura. Sa che la sua voce non può né deve «destare eserciti», né confortare, né illuminare; e che neppure può sperare di avere altro compito civico apparente più vicino alla sua attività intima e assoluta fuor di quello che per un Gottfried Keller consisteva nel redigere cantate patriottiche per le scolaresche di Zurigo o, per il Primo Agosto, discorsi celebrativi del Giuramento del Grütli (1291); degnissimo compito, non diverso nella sostanza da quello di poeti che clandestini incitarono alla resistenza nell’ultima guerra o vi perdettero la vita; né disgiunto necessariamente dalla nobiltà o dalla bellezza. Proprio per questo, nonché avvicinare vita e opera dovrà, fin dove almeno gli giunge lo sguardo, disgiungerle; le forze interiori cui fa appello per poter compiere la propria opera non gli perdoneranno ogni indebito trasferimento di privilegi e di precedenze dall’opera alla vita. Se questa può pretendere alla dedizione all’impegno, quella non può nutrirsi che di rinunzia; anzi la sua gioia, la gioia manifesta nell’opera, la sua vitalità sarà, quando sia, della specie mozartiana, che atterrisce.

7. Al termine di questo discorso sta un qui-e-ora, nel nostro paese, nella condizione della nostra «sinistra», cioè di quello che si è convenuto chiamare il «movimento operaio» (organizzazioni, partiti) per distinguerlo dall’obiettivo comportamento della classe. Nei confronti del «movimento» quale esso è, la letteratura e la poesia non hanno nulla, nel senso rigoroso della parola, da comunicare né da ascoltare perché i rapporti fra gli episodi della lotta di classe e politica e la coscienza letteraria e poetica non possono più (se non per vizio o errore) tornare a ripercorrere le grandezze e le miserie di un mezzo secolo di rapporti fra i partiti comunisti e la poesia. Mentre l’autore, in quanto sede temporanea e fisica, vaso di elezione o di perdita, dell’opera, ha tutto da comunicare e da dire, prima e dopo il momento della scrittura.

8. Se è vero quanto detto sopra — che l’uso letterario della lingua è analogo a quell’uso cosciente della vita che è il fine (e la fine) del Comunismo — allora è possibile, seppure con molta prudenza, suggerire ai noi stessi e a quelli che più ci sono vicini una dedica o intenzione: di voler formare nell’opera letteraria o poetica un equivalente metaforico, un homunculus, di quella forma intellettuale e morale che tanto più la classe tende a darsi ed a creare universalmente quanto più in apparenza se ne allontana nella lotta, orgogliosa delle piaghe lasciate dalle sue catene.
Ma lo strumento della classe è, e non sapremmo come diversamente chiamarlo, il Partito. Anche se Roma non è più Roma, se il partito non è più il Partito, se tra classe e movimento operaio sembra esserci solo una rispondenza distorta, non si tratta allora, il Partito, di crearlo né di riformarlo ma semmai di riconoscerlo ove si venga facendo. Il tema non è prefigurare nel partito la società. In questo, nell’anticipare verso il partito risposte che avrebbero dovuto alla società, sono falliti gli scrittori del comunismo di ieri. Il tema è di prefigurare nella società il partito. Allora l’unico consiglio di speranza o prudenza che può essere formulato è quello di operare (e anche di scrivere: ma come intenzione, non necessariamente come atto) come se esistesse intero quel corpo che ancora chiamiamo Partito, come chiedesse quel che non chiede nemmeno più, ma con la sua sola presenza non con i suoi eventuali funzionari; come se esso occupasse davvero il suo luogo, che è tra l’individuo e la classe. Così lavorare — dunque con una serie di implicazioni pratiche che non è il caso di svolgere qui — significa sfuggire all’errore che è stato del passato, di far del partito l’anticipo della società futura o il termine del potere di quella uscita da una rivoluzione; significa guarire dalla illusione di poter vedere accolta, nel Partito, la funzione poetica; la quale è di costruire «figure» di quel che è il fine medesimo del Partito ma che, così annunciandone la fine, non può non essere recepito e combattuto come una profezia nemica. Significa contribuire realmente, il Partito, a farlo esistere.

LOL – La police est en bas. Su Le Ravissement de Lol V. Stein

di Paolo Godani

Mais cela se songe seulement

C’est pourquoi je me deux

(G. Apollinaire, Il me revient quelquefois)

Che si dica di scrivere per non impazzire non è un vezzo romantico. Non c’è altra ragione che questa, se per non impazzire significa per non portare da soli il peso dell’esistenza, per non essere ridotti alla desolazione, alla designazione pura e semplice del proprio nome. Si scrive per divenire tutti, come nella rivolta. O almeno due, come nell’amore.

Due? Due chi? Il caso dell’amore è ben complicato. Non è solo che in due si forma una coppia. Non sono eccezioni le coppie composte da due perfettamente soli. Talvolta, semmai, l’amore duplica entrambi, ognuno presentando all’altro l’abito che solo l’altro gli consente di indossare. Il tu ed io dell’amore sono sempre un altro io e un altro tu, rispetto a quelli che erano prima dell’incontro. E non perché l’uno e l’altro siano cambiati nel frattempo, ma perché sono nati nel momento stesso dell’amore. E da allora hanno iniziato a vivere un’esistenza parallela, accanto a me e a te. Non siamo tu ed io, sono loro che si amano.

La fine dell’amore sta lì a testimoniarlo: sono ancora loro a dissolversi, non tu, né io, di nuovo esposti alla possibilità di impazzire. Sono dunque solo immagini quei due? Solo invenzioni, proiezioni fantastiche? Lo sono, certo, come fantasmatici sono il tempo e il luogo della rivolta e della scrittura. Fantasmi talmente reali che senza di loro la follia ci attende di nuovo al varco, sostanze aeree come l’ossigeno che non ci fa soffocare.

Questi fantasmi e la follia della loro assenza, la scrittura, l’amore, la rivolta sono l’aria che si respira nel Ravissement de Lol V. Stein di Marguerite Duras.

Lol, diciannove anni, e Michael, venticinque, sono fidanzati da qualche mese e tra qualche mese, in autunno, è previsto che si sposino. Finita la scuola a S. Tahla, Lol è in vacanza da Micheal a T. Beach, dove ogni anno al Casinò municipale si tiene il gran ballo d’estate. Micheal Richardson, Lol Valérie Stein e la sua amica Tatiana Karl si trovano nella grande sala, quando vedono entrare due donne, Anne-Marie Stretter e sua madre. Bisogna che la inviti a ballare: l’amore di Micheal per la ragazza magra, vestita d’un abito nero, è imperativo, immediato, di quelli che non lasciano scelta. Lol osserva l’incontro, il primo ballo e i successivi sino a notte fonda, da dietro le piante del bar, in compagnia dell’amica di sempre.

Non sembra soffrire alcun tradimento: inoltrandosi nella notte, per Lol sembravano rarefarsi progressivamente le possibilità di soffrire, sembrava che la sofferenza non avesse trovato la strada per infilarsi in lei. Anzi, riesce a sorridere a Micheal che le chiede aiuto, che ha bisogno del suo assenso. Il sorriso di Lol è un segno d’eternità e lo sguardo con cui osserva l’evento è l’unico vero rapimento di Lol V. Stein. Ma la sua estasi è umiliata in un istante, quando la madre, facendo il suo ingresso nella sala, ingiuria i due nuovi amanti e grida loro che cos’abbiano fatto alla sua bambina. Lol grida allora a sua volta, delira mentre la madre cerca di portarsela via, e cade infine a terra svenuta. A casa, per molte settimane non uscirà più dalla sua stanza.

Questa prima scena del romanzo di Marguerite Duras indica con precisione assoluta in che cosa consista la crisi o la malattia di Lol: nel non essere stata all’altezza della sua estasi, nell’essere ripiombata nella vecchia algebra delle pene d’amore, dopo aver gustato la felicità folle di partecipare alla vista di un amore nascente. Lol V. Stein crolla nel momento in cui viene rapita, sottratta al suo rapimento sublime, trascinata a terra dalla mediocrità del buon senso (quello di una madre la cui morte, negli anni seguenti, l’avrebbe lasciata senza una lacrima). Dopo la notte del ballo, Lol non soffre di una passeggera inferiorità agli occhi di se stessa per il fatto di essere stata abbandonata, ma al contrario soffre per essere stata di nuovo inchiodata a sé, a quel nome che ora pronunciava con rabbia. Non parlava ormai se non per dire quanto fosse fastidioso e estenuante, così estenuante essere Lol V. Stein.

In una conversazione con Pierre Dumayet, registrata per il programma Lectures pour tous e andata in onda alla televisione francese il 15 aprile 1964, un mese dopo la pubblicazione del romanzo, Duras spiega all’incredulo intervistatore che sì, essere come Lol è certamente desiderabile. E che il suo non è un romanzo dell’indifferenza, ma della “dé-personne” o dell’impersonalità.

L’esperienza di Lol non è quella di un dolore che, per essere sopportato, esige lo sdoppiamento del soggetto, come se Lol, lacerata dall’esperienza del tradimento, si rifugiasse, salva, in un sosia che la osserva da lontano. In realtà, dietro le piante della sala da ballo di T. Beach, Lol scopre che è possibile vivere senza essere il soggetto della propria vita. Ma la sua non è che un’esperienza intravista, incompiuta. Lol n’est encore Dieu ni personne si potrebbe parafrasare con Lol non è più una persona, non è più nessuno, ma non è ancora divenuta Dio. Ha ragione Tatiana Karl a credere che la “malattia” dell’amica fosse già là, ancora prima del ballo, se è vero che Lol, fin da ragazza, dava l’impressione di portare su di sé, con una noia tranquilla, una persona che doveva indossare, ma di cui si dimenticava appena se ne dava l’occasione. Carina, simpatica, beffarda, raffinata, a scuola Lol era desiderata da tutti, benché scivolasse via dalle mani come l’acqua, benché di fronte a chiunque una parte di lei fosse sempre, fin dal primo momento, in fuga lontano. Già allora mancava qualcosa a Lol per esserci – dice [Tatiana].

Questo qualcosa che manca a Lol, tuttavia, è precisamente ciò che fa la sua gloria. Gloria di dolcezza che le consente di vedere ciò che accade senza patirlo, e che viceversa le permette di non soffrire, proprio perché è in grado di vedere ciò che accade. Di fronte all’incontro di Micheal e Anne-Marie, Lol spiava l’evento, covava la sua immensità, la precisione del congegno a orologeria. Se fosse stata l’agente non solo della sua venuta, ma anche del suo successo, Lol non sarebbe stata più affascinata di così. E davvero Lol è parte attiva di quell’evento. E lo è proprio perché, non essendo colpita e trascinata dalla passione, ha la capacità di vederne e sentirne lo splendore. È solo quando viene costretta a recitare la parte dell’umiliata, a contemplare la propria singolare impotenza, che inizia a subirlo.

Come fare per ritrovare quell’istante, per ritornare in quello stato di beatitudine? La nonchalance con cui Lol si sposa, ha i suoi tre figli e gestisce con piglio maniacale l’ordine domestico è sufficiente forse a tenerla a distanza da sé, ma non a riprodurre la gioia di quella visione estatica. Camminare sino allo sfinimento per i viali della città, cartografare con lo sguardo ogni strada e ogni angolo è già forse il segno che l’atmosfera attorno a lei si sta trasformando: la città diviene mappa e paesaggio quando le sue vie, perdendo la loro funzione ordinaria, diventano puri oggetti per lo sguardo. Ma non basta. Bisogna trovare il modo di ripetere l’avvenimento, di ricrearne le condizioni per provare, ancora una volta, a realizzarne la parte migliore. E per verificare forse che anche il suo rovescio atroce è ancora là, in agguato.

Dalla finestra della sua casa, Lol vede passare una coppia. La donna sembra ricordarle qualcuno o qualcosa. È allora che inizia le sue camminate per la città. L’uomo torna a incontrarlo per caso all’uscita di un cinema. Lo segue sino a quell’Hôtel des Bois che lei stessa aveva frequentato dieci anni prima con Michael. Il retro dell’Hôtel ha finestre che si aprono su un campo di segale in ombra al tramonto. Lol vi si inoltra. È lì che attenderà. L’oscurità ritaglia la luce di una finestra. Nel suo quadro appare Jacques Hold, l’uomo del cinema, che attende qualcuno. Di lì a poco una donna, nuda sotto i capelli neri, farà la sua comparsa: Tatiana Karl.

È con Jacques Hold, che Lol vorrà tornare alla sala di T. Beach. Sarà lui a raccontare, a inventare l’intera storia. Nella sala del Casinò, Lol non vedrà niente, non ritroverà il ricordo di quella sera. Ma ne troverà lo spirito, e con esso la causa della crisi.

Eccoci dunque a T. Beach, Lol V. Stein ed io. Mangiamo. Altre sequenze avrebbero potuto prodursi, altre rivoluzioni, con altra gente al nostro posto, con altri nomi, avrebbero potuto darsi altre durate, più ampie o più brevi, altre storie di oblio, di caduta verticale nell’oblio, di accessi folgoranti ad altre memorie, altre lunghe notti, di amore senza fine. È il sogno di Lol, questo a cui Jacques Hold dà voce, è la visione di T. Beach. Non il semplice fantasticare di altre possibili storie al di là dell’unica realmente accaduta, ma la percezione della realtà di tutte queste storie. Vivere tutti gli eventi in uno solo, elevare quell’unico avvenimento, accaduto a noi soltanto, sino al punto in cui li comprenda tutti e in tutti si dissolva. Lol sogna un altro tempo in cui la stessa cosa che sta per prodursi si produrrebbe differentemente. Altrimenti. Mille volte. Dovunque. Altrove. Tra altri, migliaia che, come noi, sognano questo tempo, fatalmente. L’incantesimo di T. Beach non si ripete. Più chiaramente, tuttavia, si svela il senso della crisi.

Già in un momento precedente, quando Lol torna per la prima volta a parlare di T. Beach con Tatiana, se ne esce all’improvviso con questa domanda: La polizia, perché è venuta? Tatiana non ricorda, anzi sì: tua madre ne ha parlato, ma non è venuta la polizia. Lol risponde: Mi sembrava, invece. E in effetti la polizia sarà di nuovo là, nel mezzo della crisi. La police est en bas quando Lol, come chiunque, viene inchiodata al proprio corpo inerme e al proprio nome, quando l’evento torna a ficcarsi come una spina nella sua carne nuda. Lol non avrebbe più via di scampo, se Jacques Hold non fosse lì, ormai arreso, contagiato dal sogno salutare di lei. Lui stesso senza più nome. Nella crisi lei ha insultato, supplicato, implorato che la si riprendesse e che insieme la si lasciasse andare, braccata, ha cercato di fuggire dalla camera, dal letto, dove è tornata per farsi catturare, sapientemente, e non c’è più stata differenza tra lei e Tatiana Karl, salvo per gli occhi privi di rimorsi, per il modo con cui lei designava se stessa […] e per i nomi con cui si chiamava: Tatiana Karl e Lol V. Stein.

La crisi, scatenata dal non essere più che se stessa di fronte a Jacques Hold, si placa solo quando Lol ottiene di poter essere almeno due persone. Solo dopo, sulla strada del ritorno a S. Tahla, Jacques Hold insisterà perché lei dica qualcosa di Michael Richardson. Quando la crisi sarà già rientrata. Quella stessa sera Jacques Hold sarà con Tatiana Karl all’Hôtel des Bois, con Lol affaticata già distesa tra la segale.

È necessario che la scrittura ci lasci infine su questo campo, lontano da noi stessi. Dove la polizia non ha giurisdizione. Perché la scrittura, come l’amore, come la rivolta, sublima la nostra vita, la irrealizza, sottraendola al nostro possesso, e la realizza sulla carta come una vita comune. Su questo campo di segale dove il dolore di Lol è divenuto pietra e paesaggio la sua vita.