Diario in Rojava

 di Vittorio Sergi

 

19/04 Erbil – Iraq

La città di Erbil, Hevelar per i Curdi, ha una forma circolare e concentrica. Il primo cerchio è stato tracciato 6000 anni fa. Gli altri molto dopo e sono pieni di toyota bianche che sfrecciano. Sotto la cittadella antica mangio finalmente il primo pasto decente dopo due giorni in viaggio. Ogni volta che esco dall’Europa mi sorprendo di come la cucina popolare di strada sia incredibilmente superiore come qualità e sapore a quella industriale locale o di importazione che sia. Ovunque, e questo posto non fa eccezione, la modernità capitalista impone le sue gerarchie di valore e queste cambiano perfino il modo in cui una popolazione percepisce i propri gusti. E’ venerdì e le strade del quartiere del mercato si riempiono di venditori di animali di ogni tipo scesi dalle montagne e venuti dalla campagna che si stende appena fuori dalla cintura urbana, tra i campi petroliferi pascolano le pecore. Accanto a me un uomo di circa sessanta anni siede imperturbabile fissando da un’ora lo stradone trafficato fuori dalla finestra sporca dell’hotel. Non guarda un telefono né uno schermo di tv, come quasi tutti siamo abituati a fare. Il suo silenzio a capo di qualche minuto diventa estremamente intrigante. Non sono più abituato ad aspettare. Tempesto di telefonate l’autista perché voglio uscire, per andare dove non so. Andremo in giro come disperati per le strade trafficate e sporche di fango ascoltando Madonna sulla radio per mangiare una sfilza di panini con la carne in un locale fumoso e pieno di soli uomini. Il rumore del flusso continuo di auto è interrotto dal tintinnio dei cucchiaini nei bicchierini del chai. La televisione trasmette un flusso di cantanti arabe qualche chilo sopra lo standard occidentale, pubblicità di pannolini e spot nazionalisti sul fragile onore militare di Peshmerga.

20/04 Posto di frontiera di Semalka – Siria

Abbiamo attraversato per tutta la mattina a velocità preoccupante una pianura piena di pioggia e pozzi di petrolio. L’odore dell’acqua e quello dell’idrocarburo ogni volta che apro il finestrino. Mando, l’autista curdo con una protesi al posto della gamba saltata in combattimento in Bakur, ascolta la colonna sonora di Django Unchained e canta tutte le canzoni dall’inizio alla fine.

Passiamo davanti ad almeno due campi profughi immensi, sono profughi interni, iracheni che hanno lasciato le proprie case dopo le diverse battaglie contro l’ISIS di questi anni. Yezidi, Curdi, Arabi, dietro un reticolato sgangherato, in container e tende bianche e azzurre dell’UNHCR. Quale sarà il loro posto? Sembrano dispersi come le greggi che punteggiano di bianco le pianure verdi.

Più ci avviciniamo al confine più torri di raffinazione del greggio bruciano nella foschia della pioggia. Come tante candele accese ai piedi delle prime alture si fanno annunciare dalla puzza che ho già imparato a sopportare.

Si impara la geografia viaggiando. Le frontiere che per la mia generazione sono state spesso un relitto su strade di montagna qui funzionano a pieno regime. Maledetta invenzione. Mando, supera tutti i posti di blocco senza problemi e mi regala un siparietto geniale. Mentre una funzionaria di frontiera mi fa un interrogatorio poco convinto sulle ragioni del mio viaggio lui sbafa le caramelle ed i cioccolatini dalla vaschetta sulla scrivania dell’altra funzionaria e mi lancia al volo i dolcetti. Nessuno fa una piega. Fuori i comuni mortali fanno la fila sotto il sole: anziani e bambini, uomini impazienti e famiglie che si salutano. Bastano un piccolo cancello azzurro ed una divisa invecchiata per fare di un uomo un doganiere e di un altro un numero che deve aspettare il suo turno. Niente a che vedere comunque con la tensione che si respira alle frontiere della Unione Europea. Mi vengono in mente i giovani afghani rintanati sotto i tir nel porto di Patrasso, gli inseguimenti con gli sbirri in moto, le bottiglie d’acqua regalate di nascosto a quei giovani senza nome.

Passiamo il fiume Tigri su un ponte galleggiante che si regge malapena contro il flusso della corrente sempre più impetuosa. Le anziane velate accanto a me iniziano a sacramentare sperando che Allah non abbia molto da fare oggi ed abbia voglia di aiutarci a passare il guado.

Che effettivamente passiamo. Ed in Rojava si respira di colpo un’aria informale. I doganieri senza divisa si chiamano “heval”, compagno, tra loro. Finalmente sento questa parola magica! E’ curioso trovarmi a pensare un parallelo tra la rilassatezza delle guardie di frontiera cubane e questo angolo di Medio Oriente sulle sponde di un fiume mitologico. Mentre aspetto il passaggio per Qamishlo, incontro una ragazza francese che lavora per una ONG da due anni e mezzo ma non spiccica una parola di curdo, mi propone un passaggio sul loro furgone ma resto fedele alla linea. Aspettare non mi dispiace, resto ad osservare l’umanità che arriva. Appena fuori dal posto di frontiera spicca un poster gigante con le foto dei compagni internazionalisti morti in guerra da queste parti. Sono decisamente tanti e tante. In mezzo spicca l’icona di serok Apo e sotto una bambina di 5 anni aspetta qualcuno. Hanno combattuto per lei e forse nemmeno lo sa.

21/04  Amude – Rojava

La strada che dalla frontiera porta all’interno del Rojava è nettamente più disastrata di quelle ampie e piene di cisterne di petrolio che sfrecciano pericolosamente per il Kurdistan iracheno. Quando piove è fango, quando c’è il sole è polverone. Il risultato è un marrone diffuso ovunque, dalle divise dei combattenti YPG ai posti di blocco fino ai capelli dei bambini che giocano tra carcasse di auto e campi di grano a perdita d’occhio.

Ogni città o paese è annunciato da un checkpoint, dalla frontiera al capoluogo del cantone ne conterò almeno dieci in due ore. Ad ogni stop abbondano le armi e le telecamere puntate ma il clima è rilassato, sentire dire “compagno buongiorno” deve aver mandato in tilt il cervello di più di un militante europeo abituato al maltrattamento quotidiano!

Sul viale principale di ogni piccola e grande località sono esposti dei grandi ritratti dei caduti, solitamente quelli del posto ma non necessariamente. Foto con l’arma in mano, nome di battaglia e stella rossa. Morire in combattimento è una possibilità e i soldati di questa guerra si preparano con compostezza. Tutto il contrario delle bare nascoste agli occidentali durante le guerre americane in Iraq e Afghanistan. Mi colpisce l’immagine di uno di loro, senza uniforme, il viso paffuto ed una gloriosa bandoliera di cartucce nello stile di Pancho Villa. Il Centro di Qamishlo è sotto il controllo del governo di Damasco, le vie sono pigramente barricate con sacchi di sabbia e pezzi di cemento armato con delle bandiere che sventolano impolverate. Sembra che i combattimenti siano finiti tanto tempo fa, invece non sono ancora iniziati. I miei accompagnatori passano velocemente in questa zona senza fermarsi. Un poliziotto del regime, goffo nel suo pastrano di pelle nera e sotto un cappellone bianco da capitano di vascello sbraita al caos di auto che lo circonda. Mette in scena un impossibile show di sovranità statale. Anche a causa di questa difficile convivenza, la casa per accogliere gli ospiti internazionali si trova ad Amude, un centro più piccolo 30 km più ad ovest, saldamente in mano alle organizzazioni rivoluzionarie curde fin dalla prima rivolta contro Assad nel 2004.  L’ospitalità è organizzata in una imponente villa di cemento e marmo bianco, requisita ad una famiglia di ricchi che ha lasciato il paese all’inizio della guerra civile. Un giovane membro della sicurezza interna, gli Asaysh, mi accoglie sorridente ma non abbiamo una lingua in comune e comunichiamo a gesti per ora. Mi offre spaghetti ed insalata per merenda che mangio con appetito famelico, poi lui scompare dietro al cellulare collegato al WIFI ed io dietro al mio laptop preoccupato di preparare i seminari per gli studenti dell’università. Spero che arrivi presto il momento di entrare in attività, questa lunga attesa mi sfianca.

23/04

Finalmente sono entrato in azione. In questi due giorni ho fatto un sacco di incontri e la pioggia è finita. La gente del Rojava, i suoi suoni e colori, odori e luci sono entrati con forza su queste pagine. Oggi pomeriggio con Jasmine e Leyla, studentessa e insegnante della facoltà di Jineologia, la nuova scienza delle donne sono andato in giro per la cittadina di Amude, antica città curda a pochi chilometri dal confine con la Turchia. Abbiamo girato a piedi per le strade caotiche e piene di auto e furgoni chiassosi, di bambini che giocano ovunque e comunque, di case mezze diroccate o non finite. Nella stessa via ci sono una piccola chiesa e la moschea più antica del luogo. La signora in nero che ci ha fatto visitare la chiesetta senza pretese difesa da un posto di blocco della sicurezza interna mi dice subito che ha perso un figlio il mese scorso a Baghouz. Là dove è morto il combattente italiano Lorenzo Orsetti. Chissà se era uno di quei sette combattenti YPG “arabi” che le cronache raccontano siano morti insieme a lui. E stringo la sua mano calda. Gli occhi liquidi mi tremano per pochi secondi.

Poi visitiamo la moschea vuota di gente e piena di luce. Il mullah ci regala delle caramelle causandomi un certo imbarazzo. Le accetto per non essere scortese ma trattengo un sorriso. Leyla e Jasmin, entrambe velate e credenti non colgono l’ironia. Sono impegnate a raccontarmi la rivoluzione delle comuni di quartiere che organizzano gli abitanti di queste stradine povere, a farsi i selfie con me ed a portarmi in giro con orgoglio per la loro città. A tutti gli incroci, se si guarda a nord si vedono i monti Tauro in lontananza, le luci della città di Marfin in Turchia, inaccessibili dietro il muro di cemento bianco sormontato di filo spinato che corre da est a ovest per 800 chilometri. Dietro il muro corrono continuamente camion con rimorchi pieni di merci. Tra greggi di pecore e capre i soldati YPG hanno scavato trincee e bunker per sorvegliare il nemico. Dalle torrette di cemento e dietro i blindati anche i turchi ci guardano.

Quando il sole scende entriamo in un centro civico di quartiere dove ci sono dei bambini che cantano e suonano con un maestro di musica il repertorio folk curdo. Ci accolgono con allegria spontanea e improvvisiamo una festa con the e sigarette mentre la luce del tramonto accende i vetri impolverati. Una bambina canta forte come una fiamma, non capisco una parola delle loro canzoni, anzi solo la parola “azad”, libertà. Passiamo insieme un’ora molto bella.

Oggi alla facoltà di Jineologia ho tenuto il primo seminario in inglese su tre figure di donne del movimento zapatista. Me lo hanno chiesto le compagne ma sono molto in imbarazzo, sarò all’altezza delle loro aspettative? Cosa vogliono sapere? Ho parlato per un’ora e mezza in inglese con la traduzione di un professore arabo piuttosto anziano, chissà come ha tradotto le mie parole, le compagne non sembravano molto contente di ascoltare il monologo di due uomini. Tuttavia in tante sono state molto attente, in fondo alla sala piena anche qualche uomo e due femministe europee che sono intervenute ripetutamente con una retorica pesantissima a cui per cortesia non mi sono impegnato a ribattere. Molte conoscevano lo zapatismo solo per sentito dire ma hanno seguito tutto il discorso annuendo. Hanno fatto domande, preso appunti. Io ho cercato di capire come vogliano costruire questa nuova scienza sociale dal punto di vista delle donne. Non c’è traccia di tutta la competizione che si respira nelle nostre università, la classe è un collettivo. C’è tanto entusiasmo in queste nuove istituzioni ma anche tanta burocrazia mescolata fortunatamente ad uno stile alla fine piuttosto informale. Negli uffici dei dirigenti campeggia sempre il ritratto di Ocalan, ci sono spesso grandi tv accese sui canali curdi all news, pochi libri e l’immancabile chai.

Stasera con due nuovi ospiti di questa strana residenza, mentre fuori le guardie armate di kalashnikov bevevano l’ennesimo the, ho avuto una interessante discussione sulle eresie religiose rivoluzionarie nell’Islam e nel Cristianesimo. Sono stati evocati anche gli ultimi ebrei di Qamishlo ed i primi comunisti iracheni. Da queste parti sono passati tutti. La serata finisce seduto sotto le stelle, appena fuori dalla piccola fortezza che ci ospita, parlando a gesti della differenza tra la pistola Glock e la Beretta, il Barcellona e la Juve, se mettere o meno lo zucchero nel chai, delle distanze di chilometri e di esperienza che ci separano.

24/04 Qamishlo

Oggi ho tenuto due seminari davanti ai ragazzi ed alle ragazze dell’Accademia Mesopotamia, una istituzione educativa superiore non formale diretta a formare i giovani quadri rivoluzionari. Mi hanno colpito gli occhi pieni di luce dei ragazzi e delle ragazze, il loro silenzio attento, la loro voglia di imparare, la semplicità spartana dei loro ambienti di vita e di studio che mi ha ricordato subito quella della scuola secondaria zapatista di Oventik in Chiapas. Abbiamo mangiato insieme in piedi in un refettorio spoglio e freddo ma con composta allegria e convivialità. Ceci al sugo e pane arabo. Poi abbiamo giocato a pallavolo in cortile, sul cemento sotto un sole implacabile. I loro corpi non erano addestrati al gesto sportivo ma erano pieni di energia. La palla schizzava ovunque tranne che nel campo ma ogni fallimento era accompagnato da risate. Durante il seminario quando qualcuno deve parlare si alza in piedi e fa un passo avanti. Mi hanno fatto domande intelligenti. “Quando abbiamo già visto il peggio non possiamo avere più paura di niente” ha detto uno di loro. Come dargli torto. Sono rimasto quasi commosso quando ho stretto la mano a tutti, in piedi e schierati a quadrato. Ci siamo fatti le foto e salutati tra mille risate dopo quattro ore di lezione seria e concentrata.

Cosa abbiamo fatto ai nostri ragazzi in Italia? Qualcuno ha spento la luce del futuro che illumina il presente? Li abbiamo lasciati soli davanti al ghiaccio degli schermi digitali? Mi è tornato in mente il silenzio paralizzato di migliaia di ragazzi nella notte davanti alla discoteca “Lanterna Azzurra” dove a dicembre scorso sono morti in sei. Nessuno si è incazzato. Solo dolore. Possiamo dargli di più? Possiamo chiedergli di più?

La diversità nello stile dei gesti, nell’organizzazione materiale degli spazi colpiscono la mia attenzione e sensibilità. In questa università informale ragazzi e ragazze tra i 18 e 28 anni passano tre quadrimestri in stretta convivenza, una esperienza unica in tutta la regione. Possono usare il cellulare solamente quattro ore al giorno. Sui muri citazioni di Adorno, Voltaire e Ocalan. La rivoluzione di cui parlano ogni giorno da queste parti è forse questo vitale disordine delle cose normali che si respira ovunque? Questa possibilità evidente che accada qualcosa sempre in sospeso tra il trionfo e la tragedia?

In generale la nuova università porta con se tante cose della vecchia: le aule, i quadrimestri, gli uffici della amministrazione ed una nuova burocrazia. Ma allo stesso tempo si sentono parole inedite da queste parti e dimenticate nei nostri atenei. Valutare non le conoscenze ma l’impegno a mettere il sapere critico a servizio della società, la capacità di aiutare i propri compagni, un rapporto paritario tra insegnanti e studenti. La distanza tra queste aspirazioni e la pratica è ancora tanta, ma nessuno sembra volersi fermare a metà strada. Qui nella Università del Rojava essere universitari non è più un privilegio ma una militanza sociale anzitutto. La produzione scientifica secondo gli “standard” internazionali è ancora lontana, ma intanto le figlie dei contadini studiano Simone de Bouvoir e Murray Bookchin su dispense in arabo e curdo, guardano una messa in scena di “una donna sola” di Franca Rame e parlano di mitologia sumera. Come altro si poteva fare questo mezzo miracolo?

25/04 Amude

Un 25 aprile insolito. Oggi ho tenuto una lezione sulla narrativa del movimento zapatista a partire dal racconto del Subcomandante Marcos “Los arroyos cuando bajan” del Marzo 1994. Ero in un grande auditorium di legno pieno di immagini degli eroi rivoluzionari curdi che avevo già visto tante altre volte nelle foto e nei video sul movimento. C’erano una quarantina o forse più di studenti e studentesse ed anche uno con la carrozzella, molto intelligente ed attento. E’ stato difficile ed emozionante parlare con la traduzione e sfidare il fatto di superare in un balzo diverse barriere culturali ma alla fine siamo stati tutti soddisfatti. Abbiamo parlato della auto-narrazione degli oppressi come forma di lotta contro l’egemonia ideologica borghese. Ascoltando le domande, il modo di ragionare degli studenti e dei professori a volte mi appariva ideologico e rigido ma allo stesso tempo ancorato ad esperienze reali e concrete. Ho imparato molte cose. Obeyda ha 20 anni, studia per estrarre il petrolio e oggi fa le foto ed i video per la pagina facebook dell’università. Vorrei chiedergli cosa ne pensa dei suoi coetanei che scendono in piazza per finirla con i combustibili fossili ma non abbiamo una lingua in comune e ci limitiamo a scambiarci foto sulla chat e sorrisi dal vivo. Nel pomeriggio sempre in compagnia di Leyla e Jasmin siamo stati a visitare la base delle YPG di Amude ed ho preso un chai con dei veterani.

Sono uomini con facce vissute ed intense, mani grandi da figli di lavoratori da generazioni. Alcuni combattono con le YPG dal 2011. Mi fanno notare che loro combattono da eguali in mezzo ad altri eguali e difendono le loro famiglie. Mostrano una calma ed una determinazione profonde. Hanno un morale alto ed una etica forte. Purtroppo la storia dimostra che non bastano per vincere le battaglie, tuttavia alla fine possono farti vincere una guerra. Siamo stati anche su una piccola collina alta poco più delle case a due piani della città. Dopo la pioggia sulla pianura della Mesopotamia si vede per chilometri dai monti Tauro in Turchia ai monti Shengal in Iraq. Sui bordi delle strade prima fangose adesso si alza la polvere, sono sbocciati migliaia di papaveri rosso fuoco come le stelle sui poster dei martiri appesi ai pali ed alle colonne. Sulle strade passano in continuazione camion di pecore e montoni diretti in Iraq, cisterne di petrolio, furgoni militari e ogni tanto trattori con un rimorchio pieno di persone e mobili che tornano da qualche esilio. A fine giornata uno scambio di simboli: il fratello di Jasmin mi ha regalato la toppa dello YPG ed io in cambio gli ho dato il mio ultimo adesivo di “combatti la paura – distruggi il fascismo”. Ci sta.

26/04 Jin War –

Oggi la giornata è iniziata con il sole pieno. Due gatti randagi che lottano sul muro di cinta e gli americani ospiti anche loro di questa strana residenza che non vogliono bere il caffè in giardino per chissà quale paranoia di sicurezza. Oggi Gulistan Sido, professoressa di francese rifugiata dalla università di Afrin che mi aiuta con le traduzioni mi ha accompagnato a visitare Jin War, il villaggio delle donne. In mezzo ai campi di grano verde, su una piccola altura, dal 2017 sono state costruite trenta case di terra con la tecnica locale. Sono belle e ben curate, con finestre colorate e sono abitate per ora da quindici famiglie di donne con bambini. Ci hanno ricevuto tre donne molto diverse tra loro. Una giovane volontaria tedesca sui vent’anni e due curde più grandi, la prima quarantenne militante guerrigliera venuta dalla Turchia e l’altra siriana sui cinquanta con la sigaretta in bocca ed un sorriso stampato in faccia. Il discorso ha toccato punti alti, sedute sui divani in stile arabo, sorseggiando il the di rito. La comunicazione tra umani prima ed oltre il linguaggio, il femminile plurale inclusivo, il femminismo e l’orientalismo, il tutto mentre la compagna venuta dalle montagne intrecciava braccialetti di filo colorato e le due giovani universitarie con il velo al-amira la ascoltavano parlare rapite.

Da queste parti l’umanità sta facendo grandi passi. E da noi? Forse è proprio questo relativo ma effettivo avanzare nella lotta per la libertà e la dignità in Medio Oriente che ci entusiasma tanto, laddove invece il movimento più innovativo che è nato in questi mesi a Londra parla di lotta all’estinzione umana ed animale. I sentimenti umani sono sempre articolati su uno sfondo ambientale che influisce sulle nostre sensibilità. Anche nel villaggio delle donne ci sono bambini che giocano in libertà tra le erbacce troppo cresciute e un sacco di ferraglia pericolosa e strumenti da lavoro. Come i bambini descritti dal polacco Janusz Korczak vivono la libertà creativa a contatto con il rischio.

Nel pomeriggio abbiamo visitato Tell Mozan una collina dove è ancora visibile un complesso monumentale del 3500 A.C. Sulla sommità del rilievo c’è un piccolo avamposto militare ed una tostissima teenager delle YPJ ci ha dato una lezione di disciplina rivoluzionaria non facendoci passare con la macchina, gli ordini sono ordini! A piedi abbiamo raggiunto la cima e nella luce del tramonto ho provato a immaginare perché migliaia di anni fa, dei gruppi umani si sono fermati qua. Secondo alcuni è stato l’inizio della cosiddetta “civiltà”, per altri l’inizio della fine di una umanità basata sulla libertà. La domesticazione e la gerarchia sociale sono iniziate da queste parti dove oggi dei giovani con l’AK in mano e il sorriso in faccia cercano di tracciare un nuovo cammino.

27/04

Oggi giornata lenta, quasi tutto il giorno a casa. Ho preso tempo per annusare le rose di Damasco nel giardino semi abbandonato. Tra le scatole di the della colazione ho trovato una pistola. La quotidianità da queste parti. Passo delle ore di relax leggendo “Vita e destino” di Grossman. Nel pomeriggio sono stato al mercato del paese con Jasmin e Leyla. Improvvisamente Jasmin mi ha detto “non dimenticarti di noi”. Così, brusca. Mentre mangiavamo un falafel nel giardino di marmo e pini dove si ricorda la terribile strage di 283 bambini nell’incendio del cinema nel 1960, abbiamo parlato un po’ di noi, una pausa dalle discussioni politiche e dalle lezioni. La tragedia con i suoi episodi di coraggio e viltà ha marcato per sempre questa comunità locale. Nel 2004 una rivolta contro la dittatura di Assad a seguito degli scontri dopo una partita di calcio a Qamishlo portò all’abbattimento della statua del presidente. Oggi campeggia una statua che celebra la donna libera. Amude è una comunità di agricoltori, pastori e contrabbandieri dove le donne stanno portando avanti una rivoluzione quotidiana. Quando ho chiesto alle due donne che mi accompagnano da giorni come vedono il loro futuro si sono un po’ infastidite. Gli occhi grandi di Jasmine si sono velati e Leyla ha detto nel suo inglese traballante che come è possibile pensare al futuro se c’è sempre la minaccia che la Turchia ci attacchi? “Se ci attaccheranno diventeremo soldatesse e andremo a combattere.” Silenzio. Ovunque ci sono immagini di martiri della loro età appese ai muri, sulle vetrine dei negozi, in strada. A guardarle bene queste strade sono tanto povere e sgangherate eppure tutto sembra funzionare. Intere famiglie viaggiano su moto cinesi, ne passa una con sei persone tra cui un bebè in un asciugamano azzurro. Nonostante il socialismo sia un desiderio presente le differenze sociali non scompaiono. I ricchi proprietari terrieri arabi girano in SUV, altri si trascinano in ciabatte. Cosa hanno in comune? La nazione? Non credo. Il giovane governo che vuole incarnare le nuove teorie socialiste e libertarie di Ocalan non può mettersi contro le tribù arabe e così la proprietà della terra che è nelle mani di poche famiglie non viene messa in discussione, non adesso.

La partenza

Ho passato due ore nel cimitero dei martiri di Qamishlo. Ogni città ha il suo, questo è più grande ed accanto ad almeno un migliaio di tombe di “martiri” c’è un grande terreno appena dissodato che attende altri morti. Cinque bambini mettono rose sulla tomba del fratello più grande. Lui è ritratto con un Rpg in spalla ed il sorriso in faccia. Le bambine baciano la lapide di marmo bianco. Più in là si prepara la cerimonia di ogni giovedì pomeriggio. Sotto un sole al massimo si siedono con lentezza tante donne velate. Alcune piangono, l’associazione dei caduti provvederà per quanto possibile a fargli avere un sostegno economico. Le famiglie si conoscono e stringono legami nel lutto e nell’orgoglio di avere dato quanto di più caro per la libertà ritrovata. Una gerarchia di valori sconosciuta alle mie latitudini. Non posso dire niente, fortuna che ho gli occhiali da sole.

La sera il canto del muezzin si sente appena. Dalla strada che porta a Raqqa di notte arrivano tanti camion militari che trasportano di tutto e fanno rumore. Oltre il confine si accendono le luci arancioni di una terra dove tanti ragazzi non sono mai stati. Scambio l’ospitalità generosa di questi giorni con una vecchia maglietta del Che presa in Venezuela tanti anni fa. Sta meglio qua. Mi bevo l’ultimo chai con Dejwar, “sei l’unico poliziotto con cui posso farlo, gli dico, dalle mie parti siamo gli uni contro gli altri” e lui mi guarda strano facendo una finta faccia truce.

Dopo decenni passati a combattere una guerra clandestina adesso i curdi difendono un territorio, una pace, una legge, seppure flessibile. Deve essere una strana sensazione che dal mio punto di osservazione vedo come l’altra sponda lontanissima di un deserto da attraversare.

Al mattino mentre mi allontano e saluto gli amici e le amiche di questi giorni strani li immagino tutti a bordo di un vascello pirata chiamato Rojava. Armi o libri in mano vanno avanti, con un chai troppo zuccherato per scaldare la notte. I loro sogni volano su whatsapp sotto le stelle della Mesopotamia. Sognano l’Italia, Barcellona, l’America, ognuno vuole un Kurdistan diverso da chiamare casa o forse a tutti basterebbe far scomparire quel muro bianco e feroce che li divide dai fratelli e dalle sorelle curde, dalle montagne, dalla libertà.

Se domani inizierà un’altra guerra, ci andranno tutti e tutte così come li troverà il mattino che inizia presto da queste parti.

La rivoluzione non è una cosa bella, ma è necessaria

Una recensione del libro di Davide Grasso Hevalen. Perché sono andato a combattere l’Isis in Siria, Alegre 2017

di Marco Rizzo

“prova a guardare, prova a coprirti gli occhi”

(Giuliano Mesa, Tiresia)

Hevalen non è un bel libro, nel senso che non è un libro che è piacevole leggersi. È uno di quei libri che si preferirebbe non dover mai scrivere. Con le parole dell’autore, espresse all’inizio del testo, in una premessa lapidaria: “Non è un racconto romanzato, ma è un racconto reticente. Di alcune cose non ho voluto scrivere” (p. 9). E chissà se è proprio possibile scriverle, certe cose… “Chi avrebbe compreso? – si chiede Davide Grasso nel lasciare la Siria – Chi avrebbe davvero voluto ascoltare? Avrei saputo io, avere rispetto per tutto questo? […] Parlarne sembrava un tradimento; l’idea mi faceva sentire profondamente in colpa, perché la selezione e la distanza della scrittura, o della parola, avrebbero creato uno scarto che non avrebbe potuto restituire la presenza di quella guerra. Tacere? No. Sarebbe stato un crimine.” (p. 318)

Hevalen è un libro necessario dunque, che ci porta sulla soglia dell’estremo, anche grazie a una scrittura che nei suoi momenti più alti ci rimanda indietro l’eco terribile di quell’esperienza. Portare e discutere dentro ogni scuola, università, teatro, spazio sociale (e per fortuna, davvero tante sono state le presentazioni che l’autore ha sostenuto nell’ultimo anno, sulla cui esperienza si è soffermato in un testo che dovrebbe essere letto come postfazione al libro ) questo libro, ha quindi una valenza politica, culturale ed educativa non di poco conto.

In qualunque parte del mondo

Hevalen è il racconto di un anno di vita di Davide Grasso, un militante comunista italiano che per tenere fede alle parole che Che Guevara scrive ai figli prima della sua partenza per la Bolivia, decide di intraprendere un difficile e rischioso viaggio attraverso vari Stati del Medio Oriente, un viaggio che lo porta infine a entrare nella Siria del Nord e a conoscere da vicino, come giornalista indipendente, l’unica zona del pianeta dove una rivoluzione risulti oggi momentaneamente vittoriosa. Successivamente, decide di mettere in gioco la propria vita per difendere questa rivoluzione, partecipando all’offensiva delle Forze Siriane Democratiche per la liberazione della città di Manbij, controllata dall’Isis. Ma prima di tutto questo, c’è molto di importante su cui dobbiamo soffermarci.

Sfogliando le prime pagine del libro, ci troviamo nel bel mezzo delle strade di Parigi, nei luoghi dove la mano assassina dell’Isis ha seminato morte in quella data, quel 13 novembre 2015, che segna uno spartiacque nella storia recente del nostro continente. Siamo nel 2016, Davide Grasso ha già fatto ritorno in Europa, e decide di recarsi in quei luoghi a quasi un anno dalla strage, compiendo una sorta di pellegrinaggio privato e rievocando per ognuno di esso i fatti di quella notte sanguinosa. Locali, bistrot, ristoranti: “l’est parigino, una piccola Babilonia”, “quella parte viva, popolare e piena di differenze”, il cuore di una voluttà profana e multiculturale che gli uomini del Libro erano venuti a distruggere:

“Quei banconi e quelle vetrate erano la mia linea del fronte, quella più personale – quella che i miei compagni, laggiù, avrebbero faticato a comprendere, ma avrebbero accolto comunque come fosse la loro, come accolgono tutto ciò che diviene parte della rivoluzione. Che quella cucina potesse continuare a svilupparsi, quella musica essere diffusa nell’ambiente, quelle bevande sorseggiate e distribuite, era per me un’ottima ragione di guerra. Quei luoghi e quelle serate erano la mia vita, la mia identità.” (p. 18)

Non è solo edonismo capitalista, dissipazione consumista, tutto ciò. All’indomani delle stragi jihadiste, le sinistre e i movimenti che in Europa hanno scelto di non fare da fiancheggiatori alla logica dello Stato di emergenza, sono rimasti però, in molti casi, come prigionieri di un senso di colpa ambiguo, frutto dell’impotenza dimostrata nei passati decenni nel fermare i massacri neocoloniali dei nostri governi in Medio Oriente (tra i cui frutti perversi, sono da annoverare appunto anche la proliferazione di gruppi e di attentati jihadisti): non siamo stati in grado di rendere giustizia alle loro morti, non abbiamo dimostrato di volerlo abbastanza, per cui era inevitabile che prima o poi la vendetta si abbattesse su di noi; un po’ in fondo, ce la meritiamo – questo sembrava dire quella voce.

No, ci dice Davide Grasso, c’è un altro modo con cui dovevamo, dobbiamo e dovremo ancora reagire a quell’attacco, e sta precisamente in quelle celebri parole di Che Guevara: <<Siate in grado di sentire nel più profondo l’ingiustizia commessa contro chiunque, in qualunque parte del mondo>>. In qualunque parte del mondo. E’ qui che si situa la difesa ferma (pur fra alcune contraddizioni di cui Hevalen ci dà conto e su cui ci dà modo di riflettere; ci ritorneremo) di un’idea di eguaglianza e solidarietà universale che porta un partigiano d’Occidente a sposare la causa della rivoluzione confederale della Siria del Nord, a stringere con essa un’amicizia fondata sulla comune inimicizia verso la barbarie oscurantista e reazionaria che avanzava e continua ancora oggi ad avanzare in gran parte del globo.

Uno dei grandi meriti di questo libro, infatti, è raccontare che cosa significhi (e anche però, quanto possa risultare duro e difficile) provare affetto e reale vicinanza per tanti luoghi e per l’umanità che li attraversa, senza riservare questi sentimenti esclusivamente alla propria terra d’origine. Ed è proprio visitando il Kurdistan turco, in quelle città dove nell’autunno 2015 la popolazione curda dovette difendere i propri quartieri dalla repressione feroce di Erdogan in seguito alla sua vittoria elettorale – “compresi cosa significa, quando le elezioni sono un evento di guerra” (p. 37)  – (grazie anche al silenzio colpevole della stampa mondiale) che l’autore riconosce i militanti del PKK, quei ragazzi sorridenti col mitra e passamontagna pronti a morire per difendere un’idea di società egualitaria, femminista e fondata sull’autogoverno, come propri amici (“hevalen”, in curdo), come parte di una stessa fratellanza rivoluzionaria universale.

Poi quel 13 novembre… “Era come una vertigine. In quei giorni ero tutto proiettato sulla distanza e improvvisamente era stata attaccata la mia prossimità” (p. 41). Il bisogno di prendere e far prendere posizione, una posizione diversa da quella di quei capi di Stato che ora si ergevano a difensori della nostra civiltà, gli stessi che si erano dimostrati conniventi verso Erdogan, o verso Barzani e quei Peshmerga (milizie curde irachene, braccio armato del Pdk, un partito di destra guidato dallo stesso Barzani) che avevano abbandonato al massacro dell’Isis i civili di Shingal…: “Temevo che l’emozione di tutti noi non riuscisse a cedere il passo all’analisi della situazione. Dovevamo combattere. Per combattere occorreva essere lucidi. L’informazione era uno dei mezzi, uno dei più importanti. […]Non ne andava soltanto del rispetto per migliaia di persone brutalizzate lontano da noi, ma anche della possibilità stessa di reagire a ciò che accadeva vicino a noi. (p. 42)

Dopo alcuni mesi di studio l’autore intraprende un lungo e difficile itinerario che lo porta a raggiungere finalmente, in forma fortunosa e quasi picaresca, la tremenda e agognata Siria, col progetto di condurvi un reportage sulla guerra e la rivoluzione in corso. Gerusalemme, Nablus, Ramallah, Betlemme, Hebron, Amman, Erbil, Makhmur, Suleimaniya… e decine di altre città ancora. Quello di Davide Grasso è un racconto pieno di digressioni, sulla storia del Medio Oriente e dei suoi conflitti, di cui ciascun luogo reca le tracce, le ferite: dalla storia della città di Hebron fino al massacro di Settembre Nero, dalla strage di Shabra e Shatila fino alle varie intifade palestinesi e alla storia del PKK. Una lunga traversata dentro la violenza antica delle guerre di religioni, degli odi sanguinosi per stabilire quale Dio è il più grande, l’infinita ripetizione del gesto di Abramo pronto a sacrificare il figlio Isacco perché così Dio ha voluto, una violenza riemersa potentemente a partire dagli anni ’80 sotto forma di ideologia jihadista e salafita. Una storia che si intreccia perversamente con quella della spoliazione dei diritti, della terra, dell’acqua, dei beni comuni, come quella che vivono i palestinesi dei campi profughi. Ad uno di essi Davide domanda: <<Come riesci a fare i conti con la sorte che ti ha fatto nascere qui?>>:

“Sapevo che era una domanda crudele. Volevo poter riferire la sua risposta. La sua voce si fece roca. Non poteva praticamente allontanarsi dal campo. Anche solo raggiungere Gerusalemme gli era impossibile, dati i controlli ai check-point e il suo status di profugo. I suoi occhi cercarono a stento, lo vidi, di non bagnarsi di lacrime. Le sue labbra tremarono, curvandosi come per esprimere un incontrollabile schifo.

<<Non lo so. Non posso credere che è successo>>. Scosse la testa adirato e stanco, sotto il sole, e percepii che la sua rabbia era rivolta anche verso di noi; noi che avevamo l’acqua; noi che giungevamo da un paese ricco anche grazie all’alleanza del nostro governo con Israele. […] Ci recammo al campo di Aida. […] Ci accolse uno degli animatori del centro di educazione musicale della struttura.

Mi impressionò la sua faccia mesta e depressa, i lineamenti segnati da un principio di rughe giovani e crudeli, imbolsiti dall’abitudine alla tristezza. […]

<<Qui l’intifada non è mai finita>>, disse. Non era una frase felice, animata dalla gioia della protesta collettiva e della rivoluzione. Non eravamo in Europa. Qui l’insubordinazione era il quotidiano, come la repressione e la sofferenza.” (pp. 62-63)

Uno stesso duro confronto, l’autore lo sperimenta in Iraq, incontrando persone impaurite e rancorose nei confronti di tutto ciò che è occidentale, rievocando gli anni di università in cui, insieme a pochi altri, aveva osato affermare che i soldati italiani uccisi a Nassiriya erano una forza di occupazione, e che il diritto alla resistenza esiste per ogni popolo. In questo momento invece, lui si apprestava ad andare a combattere contro chi 15 anni fa aveva attaccato i soldati italiani, ma con tutto il peso della consapevolezza che “lo spazio sociale per quel fanatismo, le praterie culturali per il nichilismo che quel gruppo politico avrebbe diffuso in Iraq, erano state spalancate da quei soldati, dai loro generali, dal governo che li aveva inviati, dalle aziende che avevano lucrato e continuano dopo anni a lucrare in seguito al crimine rappresentato da quella occupazione. La mia generazione doveva ora affrontare i problemi prodotti anche da quelle scelte irresponsabili, figlie del disprezzo secolare, inammissibile e scellerato per le vite di popolazioni lontane, per le vite delle persone nel resto del mondo. L’idea funesta – creata in milioni di iracheni dalla presenza e dai comportamenti di quelli eserciti – che tra loro e i popoli europei o nordamericani dovesse regnare per sempre un’inimicizia, che dovessero contribuire a loro volta a scavare un fossato tra noi e loro”. (p. 87)

E’ su questo sfondo che si trova incastonata la rivoluzione della Siria del Nord, la porta stretta verso un’altra via di uscita per il Medio Oriente rispetto al perpetuarsi degli odi etnici e tribali, dei domini neocoloniali o agli inquietanti fantasie di restaurazione di un grande califfato. Una via che deve molto ad Ocalan, alla sua azione politica e ai suoi scritti e che ora, in quel lembo di deserto, grazie agli uomini e le donne del Pyd, delle Ypg e delle Ypj che nel 2012 erano insorti contro il regime dichiarando l’autogoverno del Rojava, ha saputo tenere testa alla barbarie jihadista.

La Siria e la rivoluzione confederale sembrano ormai vicine, a portata di mano, ma l’embargo imposto al Rojava e il divieto di accesso per i giornalisti occidentali voluto da Erdogan, con la collaborazione dei Peshmerga rischia di mandare all’aria tutto. Diritto alla mobilità e alla verità sono anch’esse vittime della guerra, e non tra le meno importanti. Tuttavia, giunto nella tristemente nota città di Shingal, Davide Grasso riesce infine a sconfinare nella zona controllata dagli alleati delle Ypg e dalle Ypj, e da lì a raggiungere la Siria, i territori della rivoluzione.

Guerra e rivoluzione

Non parleremo qui dell’organizzazione politica e sociale della Siria del Nord, del confederalismo democratico, delle comuni, dell’autonomia delle donne, dei tentativi di superamento dello Stato e di una ridefinizione delle funzioni che siamo soliti attribuirgli (sicurezza, giustizia, educazione, ecc.), a cui pure l’autore accenna per squarci in uno dei capitoli al centro del libro. Su tutto questo – che è con ogni evidenza una grossa parte della posta per cui tanti combattenti internazionali sono andati a combattere per difendere questa rivoluzione – l’autore he deciso infatti di ritornare più approfonditamente in un libro uscito proprio in questi giorni (Il fiore del deserto. La rivoluzione delle donne e delle comuni tra l’Iraq e la Siria del nord, Agenzia X 2018) e ad esso rimandiamo per un necessario approfondimento. Parleremo invece dell’esperienza di un europeo a contatto con la realtà della guerra, della morte e del sacrificio che questa – ogni? – rivoluzione comporta. Qualcosa di cui, da ormai diversi decenni, non facciamo più esperienza, e non abbiamo quindi più nemmeno le parole, l’onestà e la spietatezza intellettuale per fare i conti con questa dimensione, senza il filtro mistificante della retorica o della fantasia. Da qui, tra le altre cose, l’importanza che ha questo libro, la necessità della sua lettura.

Giunto in Siria, Davide riceve un nuovo nome, Tirej, e più avanti ne riceverà un secondo, Gabar. Sono i nomi di alcuni combattenti caduti. Nella Siria del Nord i martiri (sheid, in curdo) sono sempre presenti: i loro volti compaiono in tutti gli edifici pubblici, i nuovi combattenti ereditano il nome dei compagni caduti. La morte come presenza quotidiana, come evento inscritto in una storia collettiva, quella del Kurdistan e quella della rivoluzione mondiale, una morte che diversi combattenti finiscono con il desiderare. Una sera, dopo aver passato alcune ore insieme a questi combattenti, qualcosa avviene, un altro punto di non ritorno:

“Uno di loro mi chiese perché, se apprezzavo così tanto le Ypg, non mi unissi a loro. La domanda mi colpì come una pugnalata – inaspettata. Erano ore che stavamo parlando, io con in mano uno smartphone, loro intenti a contare munizioni nei caricatori dei loro kalashnikov. Quel ragazzo non aveva neanche un’idea di dove fosse l’Italia, ma la cosa non gli sembrava rilevante. Voleva che nella sua rivoluzione ci fossi anch’io. Chiunque. Ovunque nel mondo. Ci misi un po’ a rispondere.

[…] <<Se dovessi morire qui, i miei genitori non capirebbero. Non potrebbero spiegarsi perché ho fatto loro una cosa del genere. Ne sarebbero distrutti>>. Ci fu silenzio. Il ragazzino tradusse alla ciurma. Mi guardarono perplessi. Dove avevo sbagliato?

<<Heval>>, disse, <<ti rivolgi così a noi, che moriremo tutti?>> Non avrei mai creduto che lo avrebbe detto. <<Ho la metà dei tuoi anni, heval. Tua madre soffrirebbe, e la mia?>>

Quella frase ruppe qualcosa, in me, che si stava sgretolando da molto tempo.” (pp. 146-147)

Solo, immerso in una terra e in una cultura aliena, senza la possibilità di confrontarsi con altri occidentali, né di spostarsi o connettersi a Internet, assediato dai rumori delle esplosioni e delle sparatorie di quella guerra vicinissima, ma ancora soltanto ascoltata, Davide prende la sua decisione: si arruolerà nelle Ypg, andrà a combattere per la rivoluzione, contro gli assassini di quel 13 novembre: “non avrei potuto vivere oltre, divorato dal crollo della mia autostima se avessi usato tutta la vita parole senza conseguenze” (p. 181). Veniamo così introdotti nell’accademia Ypg, alle armi del socialismo, all’addestramento militare e politico necessario per far parte delle Unità di protezione del popolo. Tra le regole a cui le forze curde si attengono in battaglia, vi è il principio per cui il comandante sta sempre in prima linea, esposto a un rischio maggiore dei suoi stessi sottoposti:

“Avrei convissuto per mesi con l’incredulità degli ex militari per le modalità di combattimento delle Ypg. Quello che non riuscivano o volevano comprendere era che si trattava di un esercito senza paga o coscrizione, in cui decine di migliaia di persone non affrontavano la morte per obbligo o per denaro, ma perché lo credevano giusto. Esiste un marchio di fabbrica delle giustizia? La risposta iniziava con quello schema alla lavagna, che fondava il mito del Pkk e delle Ypg presso milioni di poveri e sofferenti sui territori di quattro Stati. Continuava con altre cose. Cose che non si disegnano alla lavagna. Cose che non sarebbe stato bello comprendere e vedere.” (pp. 174-175)

Una parola inizia a questo punto a serpeggiare di bocca in bocca: “Raqqa, Raqqa”. Ancora un’altra soglia da varcare verso la catastrofe, verso la morte, verso la propria morte, che l’autore immagina con angoscia come inevitabile. Ma la capitale dell’Isis in Siria non verrà ancora liberata, non adesso. è invece Manbij – snodo logistico di collegamento tra la Turchia e Raqqa – la città terribile, il teatro della devastante battaglia a cui l’autore prenderà parte. Corpi maciullati dalle mine, feriti a morte dai proiettili dei kalashnikov o dei fucili dei cecchini, visi deturpati dalle schegge degli RPG… Correre, correre da un edificio all’altro, tenere la posizione, avanzare, poter essere uccisi per la minima distrazione o, anche, per un errore degli amici, vederli spegnersi per le ferite… Non è solo una guerra estremamente cruenta quella di cui Davide Grasso ci dà conto. è anche una guerra povera, una guerra in cui i morti e feriti vengono indegnamente caricati e portati via da degli escavatori, ammassati gli uni sugli altri, come dei rifiuti – “ma come trasportare quei corpi in modo differente, quando intorno infuriava la battaglia e i nostri mezzi servivano per combattere, per sconfiggere il nemico brutale, liberare il popolo e permettere la vittoria dei vivi?” (pp. 240-241) – o dove l’unico modo per aprirsi la strada verso un nuovo quartiere è camminare, camminare e accettare che se stessi o qualcuno dei propri amici, dovrà necessariamente saltare in aria su una mina, affinché gli altri raggiungano la posizione.

Sono pagine pesanti da leggersi, pagine che danno conto della materialistica realtà di sangue, merda e devastazione interiore di cui è fatta ogni guerra: “La rivoluzione era un marchingegno di morte – anche per gli amici.” (p. 197).

Nakoki

Hevalen non è però solo una dolorosa testimonianza dell’inferno della guerra e del costo che una rivoluzione richiede. Esso ci interpella attorno ad alcune questioni scottanti e problematiche, ci percuote con la durezza di alcune verità.

La prima riguarda tutti noi, tutti gli occidentali nati e cresciuti nell’ultimo mezzo secolo, nella forma di vita plasmata dal capitalismo trionfante. una forma di vita che si basa sul primato dell’individuale, della particolarità, sul valore attribuito a ogni vita come fatto contingente da cui si fa derivare, proprio in ragione della morte di Dio e la fine di ogni trascendenza, un diritto pressoché illimitato a farne individualisticamente ciò che si vuole: una linea inoltrepassabile di fronte a cui ogni altra ragione o istanza di tipo etico-politico dovrebbe arrestarsi. Che questa costruzione ideologica mascheri una realtà materiale ben diversa, sarebbe assai facile da dimostrare. Ma è il sedimento psichico che qui ci interessa. Ebbene, senza esplicitarlo mai, l’esperienza che Davide Grasso compie in Medio Oriente ci fa comprendere non solo che le nostre micro-capsule di libertà individuale, i privilegi economici di cui ancora godiamo rispetto al resto del mondo, pur all’interno di una distribuzione diseguale della ricchezza tra le classi, il nostro stesso modo di pensare, esistono perché altri popoli sono costretti a vivere, da decenni e a volte da persino da secoli, nelle condizioni esattamente opposte. Ci mostra anche come alcuni di questi popoli stanno combattendo al posto nostro, stanno sacrificando le loro vite per la nostra libertà. Se, in Occidente, siamo convinti che la vita di ognuno di noi sia la cosa più preziosa e più importante che abbiamo, e che faremmo di tutto per non mettere a repentaglio, è perché altrove, altri, combattono e sono disposti a morire proprio a partire dalla consapevolezza che la loro vita individuale non ha alcun valore. Questa è la prima contraddizione tragica che dobbiamo assumere, una contraddizione che l’autore si trova a vivere proprio nel corso della battaglia di Manbij, sotto i proiettili del nemico – “Cercai di schiacciarmi il più possibile al suolo. Essere piccoli; insignificanti come mosche. Essere schiacciati.” (p. 220) -, su quelle strade minate:

“Quella sera migliaia di amiche e amici, di hevalen, sarebbero avanzati da tutte le direzioni. Tuttavia quella strada era minata. Era una certezza, e non sarebbe stato possibile identificare le mine in quello scenario devastato. Non c’era scelta, né speranza. Rinunciare o perire. Si trattava di scoprire chi di noi sarebbe saltato in aria, perché gli altri potessero avanzare. La battaglia per Manbij consisteva ormai da tempo in quello, per quanto nessuno nel mondo lo sapesse, per quanto forse nessuno lo potrà capire mai. Procedemmo. Ad ogni passo sentivo il respiro freddo della grande livellatrice sfiorarmi il volto. […]

Era la lotteria siriana dello smembramento. L’azzardo globale della disintegrazione. Ripensai alla sensazione provata la prima volta che mi allenai a cambiare caricatori al kalashnikov, con Andok: la vita non vale niente. Noi europei non possiamo comprendere, nati e cresciuti in pace. Per i popoli medio-orientali questo scenario è la realtà – la realtà intera. Qualcosa per loro è sempre più grande anche per questo, perché il mondo li ha educati a suon di percosse ed esplosioni a sentirsi piccoli, insignificanti.” (pp. 274-275)

La seconda contraddizione, che ugualmente riguarda tutti gli abitanti dell’Occidente illuminista e secolarizzato, è che alcune fra le più importanti forze combattenti che hanno contribuito a sconfiggere e a distruggere militarmente lo spettro del fanatismo, le inquietanti utopie regressive del fascismo islamista, sono riuscite a sostenere moralmente il costo di questa guerra, dei suoi immani sacrifici in termini di vite umane, anche in virtù di una cultura etica e politica che è intrisa di religiosità, di una concezione dell’individuo come essere inserito nella storia millenaria del proprio popolo, e della rivoluzione mondiale di là da venire. Da qui il culto dei martiri, il desiderio di morte talvolta inquietante che accompagna tanti dei combattenti curdi, da qui la deferenza religiosa con cui questi nominano Ocalan, leggono e interpretano i suoi scritti. Un breve scambio di battute tra Necirvan (una delle figure più sinistre del libro, il freddo e compiaciuto rappresentante della durezza adamantina dell’ideologia e dell’assenza di pietà) e l’autore, prima che quest’ultimo lasci la Siria, non potrebbe renderlo più evidente:

“<<Porterai in Europa il pensiero della Presidenza [di Ocalan]?>> chiese.

<<Certo>> dissi, <<ma in Europa il pensiero della Presidenza circola già. Ci sono conferenze sul tema>>. Si stupì.

[…] <<Heval Necirvan>>, gli dissi, capendo qual’era il problema, <<i giovani europei non sono come Dilsoz, Ararat o Tolhidan. Non sono come te. I giovani europei, se leggono la Presidenza, concordano con una pagina, e con quella dopo non concordano. Non prendono per verità tutto ciò che il presidente dice>>. I suoi occhi si spalancarono come se avessero udito la cosa più sorprendente della terra.” (p. 317)

Ora, la cultura occidentale potrebbe anche guardare a quella che parrebbe una guerra combattuta da uomini che credono in un Libro contro altri uomini che credono in un altro, come a qualcosa che ci siamo lasciati felicemente alle spalle. Si può sorridere di Necirvan, della fede nel Partito e nella Rivoluzione che anima lui e questo esercito di diciottenni in gran parte analfabeti; e tuttavia, occorrerebbe anche fare i conti con un rovello che ha accompagnato una buona parte dei filosofi e degli scrittori critici della nostra modernità: quanto l’acquisizione di una cultura scettica e disincantata nel suo rapporto col sapere  – una conquista emancipatoria, è bene ribadirlo a scanso di equivoci; giudizio che la testimonianza dell’autore vuole peraltro rafforzare, mostrandoci attraverso alcune immagini l’oscurantismo al potere nei territori controllati dall’Isis – perennemente distruttrice di illusioni, ci ha reso però anche più deboli, più vili, più egoisti? è un rovello che affiora anche nelle parole di Davide Grasso, in un dialogo che intrattiene con un comandante dei Peshmerga poco prima di raggiungere la Siria: “<<Vede>> dissi, <<da tempo in Europa è andata persa la fede: per questo siamo così restii a credere, ma anche così tristi.>>” (p. 118)

Arriviamo alla terza e ultima grande questione che il libro solleva, e che riguarda più precisamente chi in Occidente si definisce anticapitalista e rivoluzionario in assenza di rivoluzioni e di processi di lotta radicali capaci di minacciare seriamente i poteri costituiti. Quanti di loro – quanti di noi – dopo aver letto un libro come questo, essere venuti a contatto – sia pure in modo molto mediato, per mezzo di una testimonianza – con ciò che significa fare realmente una rivoluzione, ancora la desidererebbero veramente, fino in fondo? Quanti che parlano e sognano il comunismo, sarebbero realmente disposti a non avere niente di proprio ad eccezione del mitra, a sacrificare la propria vita per un progetto di società che loro, probabilmente, non riuscirebbero a vedere e a vivere? Sono interrogativi duri che, dentro di noi, siamo chiamati a tenere aperti. E a interrogarci, anche a partire dalla conoscenza di quella che è la forma di vita che adottano i militanti rivoluzionari nella Siria del Nord, su quanto la cultura capitalistica alberghi anche all’interno dei nostri spazi, nelle nostre pratiche, nelle relazioni che intratteniamo con gli altri compagni e compagne, a chiederci cioè quanto di noi sia ancora partecipe di quel “culto dell’individualità che ha impedito ai militanti europei, da mezzo secolo, di arrivare anche soltanto sulla soglia di ciò che chiamiamo storia.” (p. 163)

 Il racconto di Davide Grasso infatti apre squarci inquietanti anche su che cosa sia, dentro una vera rivoluzione, un’amicizia rivoluzionaria. è uno degli interrogativi più scottanti che il libro pone agli ambiti militanti europei contemporanei. C’è un episodio in questo senso che vale la pena citare, e che impressiona per la sua crudezza. è quello che avviene a Dilshad, un ragazzo turco che, sconvolto e traumatizzato dalla violenza della battaglia di Manbij, tenta di fuggire e di abbandonare i suoi compagni d’armi ferendosi da solo. Questo è il trattamento che riceve dalle Ypg dopo essere stato arrestato, e queste sono le inquietudini che l’autore si porta dietro da questa esperienza:

“Nessuno lo salutò, né lo guardò in faccia. Sedemmo per un’altra assemblea, di cui lui sarebbe stato il protagonista. Kendal lesse il rapporto che era stato stilato su di lui. […] La battaglia lo aveva sconvolto. Aveva avuto paura. Aveva cercato di lasciare l’organizzazione e tornare nella città in cui era nato. La diserzione era un crimine gravissimo. Era tradimento.

[…] I ragazzi, e soprattutto le ragazze, si alzarono a una a una, rivolgendo a Dilshad vibranti accuse: viltà, ignoranza dei principi rivoluzionari, bassezza morale, indegnità. Era in piedi di fronte a tutti, con la testa bassa. Cercava a stento di non piangere. Kendal e gli altri compagni se ne accorgevano e ridevano, con disprezzo. Comprendevo le regole della guerra e dell’organizzazione rivoluzionaria, ma provavo empatia per quel ragazzo solo, attaccato da tutti, di cui le compagne e i compagni d’armi distruggevano con calcolo, adesso, la personalità e l’autostima.

[…] Osservavo attonito. Non ci pensai nemmeno ad alzarmi a parlare. Cosa avrei dovuto dire? Cosa avrei detto io che, sopravvissuto a Manbij, se non fossi caduto ad Ain Issa entro qualche settimana sarei tornato dalla mia famiglia? […] Avevo un groppo in gola. Io, che avevo sempre amato definirmi in Italia, con nonchalance, un “rivoluzionario”, ero certo di aver compreso lontanamente quale sia il costo di una rivoluzione? Cosa una rivoluzione, o anche soltanto una ribellione organizzata, rende necessario?

Sher xwesh e: “la guerra è bella”, dicevano i miei compagni. Non sperare, ma combattere. Non piangere i martiri, non disperare. Violenza su se stessi, perché quelle ragazze e quei ragazzi potessero dirsi e dire a Dilshad che sì, aveva senso, la sofferenza che si infliggevano valeva la pena, non era una pena, anzi era un delizia. […] Era il privilegio di far parte della resistenza, della storia del Kurdistan. Dilshad era prigioniero, guardato a vista da Zagros, kalashnikov alla mano. La rivoluzione proseguiva, anche senza di lui. Anche senza di me che esitavo, dubitavo.[…]

La rivoluzione è più grande della guerra. Comprende le esplosioni, gli spari, le grida dei corpi dilaniati, ma li trascende. La pietà che provavo per Dilshad non era che espressione del lusso che portavo con me dall’Europa, e da cui non volevo separarmi. La rivoluzione andava avanti. Indicava un futuro alla Siria, nonostante le mie esitazioni, la mia incapacità, le mie patetiche ritrosie. Annullava la compassione e l’umanità tra i militanti, sacrificava tutto all’organizzazione e alla disciplina, perché compassione e umanità potessero esser concesse ai civili liberati da forze oscure che, della compassione, non conoscevano neanche il significato. Pensavo fosse un gioco, forse, come Candy Crush Saga. Non mi ero alzato a dire che Dilshad era un traditore perché sapevo che traditore, in un senso molto profondo, ero io – e non volevo accettarne le conseguenze.” (pp. 293-296)

Bertolt Brecht, forse più di ogni altro, ha saputo esprimere con fermezza ma al contempo con dolorosa partecipazione l’impossibilità di essere buoni in un mondo che non lo è, l’impossibilità di non essere violenti e spietati in un mondo che lo è. “Noi che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza, noi non si poté essere gentili.”, scrisse in una delle sue più celebri e belle poesie, indirizzata A coloro che verranno (dopo la rivoluzione, in un mondo liberato dalla guerra e dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, quando questa era ancora vista come un’opzione necessaria e praticabile anche in Europa). Oggi che nella maggior parte del pianeta, risulta invece “più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”, quello stesso messaggio che Davide Grasso ci invia dal Medio Oriente potrebbe intitolarsi “A coloro che sono lontani” (dalla rivoluzione). Tutto ciò ha un nome nella lingua curda, una parola che chi decide di arrivare alla fine del libro difficilmente potrà dimenticare. Questa parola è nakoki: “contraddizioni”.

Rispetto

 In conclusione, che cosa farne dunque di questo testo, del suo incandescente contenuto? Alcuni, molti magari, saranno tentati di chiuderlo, di dirsi che no, se la rivoluzione vera è questa, non è desiderabile, non è possibile, almeno in Occidente. Troppo forte e radicato dentro di noi l’influsso della cultura capitalista, troppo ciò che abbiamo ancora da perdere, per immaginare di poter fare qualcosa di simile a ciò che gli hevalen stanno compiendo nella Siria del Nord. Ed è vero, probabilmente come loro, non possiamo fare. E non per questo possiamo accettare l’idea che la rivoluzione, anche nei nostri paesi, non sia più possibile. Dobbiamo provare ancora, tentare altre strade, a partire dal fare i conti con quelle che sono definitivamente interrotte, con quelle che ci hanno condotto e continuano a condurci in dei vicoli ciechi. Il confronto e la conoscenza approfondita con il processo rivoluzionario che sta avvenendo nella Siria del Nord, con i problemi e le sfide che si trova davanti, può aiutarci molto in questo senso.

Anche se non nell’ordine delle migliaia, occorre riconoscere che non sono poche le persone che come Davide Grasso, dall’Europa e anche dal nostro paese, hanno trovato in sé stessi la forza, la convinzione e il coraggio necessario per unirsi a questa rivoluzione. Alcuni di loro non sono tornati. Molti sono ancora là a combattere. Altri invece, al loro ritorno, hanno dovuto fare i conti con l’attenzione delle polizie europee, con assurde accuse di associazione per finalità terroristiche, con la censura dei media e dei social network – circa un mese fa, allo stesso Davide Grasso è stato cancellato il profilo facebook. Per questo, se vogliamo onorare il sacrificio di tutti gli hevalen caduti, è doveroso farsi megafono della loro voce, sensibilizzare le persone a noi più vicine sulla guerra che è ancora in corso in Siria del Nord, mobilitarsi in solidarietà alla rivoluzione confederale ogni volta che questa verrà attaccata.

A fronte di una fase storica in cui le popolazioni europee sembrano ripiegare verso quelle stesse opzioni xenofobe, razziste e neo-autoritarie che l’autore è andato a combattere in Medio Oriente, ci si renderà conto di quanto prezioso sia quel fiore del deserto che è riuscito a sbocciare e a resistere nella Siria del Nord, a dispetto di tanti e potenti nemici. Un fiore le cui radici affondano a Makhmur, nel deserto iracheno. Proprio là infatti, alcuni decenni fa, dei profughi curdi in fuga dalla repressione turca, dettero vita a quelle comuni che adesso sono sorte a migliaia nel nord della Siria. Una nuova speranza per i popoli del Medio Oriente, forse per il mondo, ha le sue origini proprio in un campo profughi, fra gli ultimi, fra i dannati della terra: “Avevo compreso che quei luoghi sono il ricettacolo degli sconfitti, punto di condensazione della continua, infinita e inarrestabile deportazione diretta e indiretta di milioni di esseri umani. In essa consiste, in gran parte, il governo attuale del mondo, e dell’ingegneria settaria, e in fondo razziale, con cui si riorganizza quest’era buia e terribile. I campi profughi sono però anche il luogo dove si apprendono le storie della sofferenza recente e antica, che riproduce mille forme di resistenza.” (p. 61)

Porsi in ascolto di queste storie, guardare con attenzione ai mondi che vi si generano, è l’invito che questo libro ci chiede di raccogliere. A dispetto di ogni snobismo, magari venato di malcelato orientalismo, a dispetto di chi sembra attribuire più importanza al Risiko della geopolitica che ai processi di autogoverno e di autonomia di classe e di genere che si stanno sperimentando là, a dispetto di chi liquida con disinteresse ogni tentativo di superare la sovranità statuale come paradigma della politica. Perché in definitiva, come ci ricorda l’etimologia della parola, il rispetto è innanzitutto una questione di sguardo.

Proviamo a guardare. Proviamo a non coprirci più gli occhi.