Liaisons #1 – in nome del popolo. La prefazione

È di prossima pubblicazione per Agenzia X Liaisons #1 – in nome del popolo. Ne pubblichiamo in anteprima la prefazione.

 

Sur une lame de fond

Ecco un vecchio sogno che riaffiora dalle profondità. Dopo anni di lavoro e di elaborazioni, di legami mantenuti, di dibattiti e di artefatti politici, emerge oggi Liaisons. Schlegel pensava il dialogo come una «catena, o una ghirlanda, di frammenti». Durante le nostre peregrinazioni nel mondo, abbiamo incontrato numerosi amici, amiche, compagni e compagne con cui condividiamo una stessa sensibilità, una stessa maniera di porci domande: come costruire alleanze senza perdere ciò a cui teniamo? Come lasciare spazio alle diverse sensibilità senza soccombere al moralismo? Come mantenere il legame tra le lotte in città e quelle in campagna? Queste affinità sotterranee esigono uno spazio condiviso, una cassa di risonanza, un riverbero planetario.

Ora, proprio quando il mondo ci si presenta, attraverso la sua dissoluzione, sotto forma di una drammatica unità, all’orizzonte un’umile internazionale prende forma e potenza. La riconosciamo a partire da una serie di gesti familiari: la moltiplicazione dei conflitti diretti con la polizia, la diserzione generalizzata dalle istituzioni, il blocco delle strutture petrolifere e nucleari, la proliferazione delle ZAD e la messa in comune dei mezzi per vivere e resistere. Dappertutto, assistiamo ad un risveglio della vitalità politica, dell’intelligenza strategica e del desiderio di combattere – stavolta non il mondo, ma la sua fine.

Siamo nati in un’era di separazioni, alle soglie dell’inabissamento di un secolo stanco. Condividiamo la stessa insoddisfazione nei confronti delle grandi narrazioni, ma il loro spettro ci tormenta. Prigioniere e prigionieri del tempo della fine, rimaniamo con le spalle al muro davanti a un compito dalla portata incommensurabile: le nostre aspirazioni infatti non possono più relazionarsi con alcun contenuto positivo, ma con ciò da cui partiamo. La nostra eredità politica non è figlia di nessun testamento. Un’affermazione tanto più vera in un mondo che sta per essere distrutto fino all’ultimo grammo. Nel XVI secolo si usava il termine disastro per designare la perdita del legame con le stelle – del loro riferimento e della loro influenza. Qualche secolo più tardi, D. H. Lawrence troverà nel disastro la causa della solitudine sua e dei suoi contemporanei, i quali avevano «perduto il cosmo. Non ci manca né personalità, né umanità, ma una vita cosmica; ci mancano il sole e la luna dentro di noi». Da allora, le stelle non fanno che impallidire; ed eccoci qui, decisamente dis-astrati.

In questo contesto, l’ultimo dei disastri possibili sarebbe credere di poter ancora risolverli. Tale è il miraggio del populista, che crede di poter riprendere la situazione in mano. Così, tutto il mondo si è sorpreso della vittoria del «Make America Great Again» di Trump quando Putin, Berlusconi, Erdoğan, Modi e Netanyahu da anni regnano (o hanno regnato) sullo stesso registro. Che provengano da milieu popolari o ne maneggino lo stile, tutti riesumano la supposta alleanza tra il sovrano e il suo «Popolo», dissimulando l’enorme divario tra questo e le élites, trincerate dietro gli apparati di Stato – ciò che alcuni chiamano deep state. Per conquistarsi i cuori, promettono di salvaguardare tutto ciò che in un «Popolo» è identico a se stesso, per scagliarlo contro la minaccia che proviene dalla minoranza, sia essa etnica, sessuale o politica, fino a compromettere praticamente tutto e tutti. Dalle viscere di questa massa abbandonata nel bel mezzo del deserto neoliberale, sorge un nuovo Popolo del risentimento.

Quasi senza rendercene conto siamo passati da un regime di pacificazione imposto con la guerra a un regime di guerra tout court, che minaccia di sottrarci l’agenda delle cose a venire, di ribaltare la gerarchia di ciò che conta o meno, di ciò che polarizza o lascia indifferenti. Il nemico ha invaso i nostri spazi, minacciando di estirpare l’erba che ci cresce sotto i piedi. Esso non si limita all’esproprio capitalista, ma ambisce ad intercettare le energie di chi si oppone all’ordine liberale per metterle al servizio di una macchina di governo che non si pone neanche più il problema di apparire “socialmente accettabile”. Tutto accade come se gli attuali movimenti autoritari si espandessero al ritmo della virtù ipocrita del liberalismo occidentale, come suo inconfessabile, mostruoso doppio. Lungi da sbarazzarsi delle fini tecniche di governance proprie della società del controllo, gli autocrati 3.0 non fanno altro che aggiungerci una dose supplementare di brutalità. E così, mentre la giustizia statunitense cospira apertamente con l’alt-right per incarcerare i «Black Bloc», in Ucraina si scomoda l’immagine della resistenza antifascista per mantenere una guerra «iperreale», e nel diritto francese si impone il più nudo stato d’eccezione. E tutto questo «in nome del Popolo».

D’altra parte, di fronte alla convocazione del Popolo sull’altare della Nazione, i movimenti che si sollevano contro quest’ultima sono chiamati a loro volta, in mancanza di migliori definizioni, «popolari». Eppure è chiaro come l’effervescenza delle Primavere arabe o del movimento contro la Loi Travail in Francia sia dipesa dal pensionamento degli organi tradizionali di rappresentanza popolare, ovvero i partiti e i sindacati. Dal movimento degli Indignados spagnoli, sulla scia di Occupy Wall Street, per finire con la più recente tribuna di Nuit Debout, il costante appello al Popolo, articolandosi fino a coincidere con un protocollo democratico ultra-formale chiamato a rappresentare tutto, ha finito per rompersi proprio a causa della sua stessa pretesa di esaustività. Con l’esaurimento del movimento delle piazze, una nuova composizione di populisti «di sinistra» si è affrettata a occupare la scena – in un ultimo, disperato tentativo di salvare il Popolo buono da quello cattivo.

Abbiamo contemplato in tempo reale il collasso di un tentativo di cattura e canalizzazione della collera «popolare» a profitto di un regno senza alcun fondamento né immaginazione. Abbiamo visto come si inabissa in un semplice voto l’entusiasmo suscitato da Syriza, Podemos o Bernie Sanders di fronte a un Popolo che si risolleva repentinamente dalla sua anomia, che si rimette in sesto e ricostituisce la figura tutelare capace di abbattere la bestia fascista in ascesa. Il «Popolo», una volta di più, si è pronunciato.

Da qui la domanda: la figura del Popolo ha ancora qualcosa da dirci, o dobbiamo definitivamente decretarne il lutto? Per Marcello Tarì, il popolo resterà assente «finché sarà in vigore questo presente. Per l’intanto, la breccia che vi apre la rivolta è una delle poche maniere in cui quella mancanza può comparire nel mondo, anche se solamente per la durata di un baleno».

Queste folgorazioni di contagio entusiasta, in cui la crudele assenza del Popolo diventa manifesta, sono le sole a impedirci di ricadere nel cinismo postmoderno che si pasce nel proclamare la fine di ogni possibilità. Se la “rivoluzione” ancora ci importa, non è certamente in vista di una semplice redistribuzione delle ricchezze o di una nuova riorganizzazione del territorio.

Lontano da ogni “discorso di metodo” politico, l’epoca non ci lascia altra scelta se non quella di pensare un’esistenza senza soggetto, progetto o eredità – compresa quella del “Popolo”. In un certo senso, si tratta di riconoscere il fallimento della politica come l’abbiamo sempre conosciuta, persino di quella che abbiamo amato. Ma ammettere un fallimento non è un’ammissione di impotenza, perché la potenza designa ciò che ancora non è venuto alla luce, e che spetta a noi far emergere. Liaisons cerca di partecipare a questa emergenza aprendo un piano di ricerca partigiana transoceanica. Questa alterità prossima di amicizie distanti è senza dubbio la strada migliore per ritrovare se stessi – in quanto altro.

A metà degli anni ’40, dopo aver constatato con terrore che “il tempo del mondo finito comincia”, Paul Valéry profetizzava un futuro prossimo in cui “nulla accadrà senza che il mondo intero sia coinvolto”. Con ogni evidenza, siamo giunti proprio a questo punto: se la dimensione mondiale si insinua fin dentro il minimo interstizio, quella locale risuona a livello planetario.

Ciò che appartiene all’oceano finisce sempre per farvi ritorno, con nuove sembianze. L’infinito oceanico si manifesta in una singolarità di forme sensibili – il Saint-Laurent quando si perde nella violenza delle rapide di Lachine, la Senna che attraversa le campagne fino alla Manica, o la dolce dispersione dell’Hudson nell’Atlantico, sotto lo sguardo crudele della metropoli.

Così accade per i fenomeni politici planetari: che siano pianificati o che emanino una specie di contagio virale trasmesso dall’aria del tempo, questi possono imporsi solo unendosi alla singolarità delle forme locali. Davanti ad ogni evento che minaccia il suo ordine, la standardizzazione planetaria replica a colpi di ristrutturazioni permanenti, mostrando l’estensione delle sue risorse latenti, tattiche e strategiche. Da qui l’urgenza, per quanto ci riguarda, di mettere in rapporto dei fenomeni globali, ma anche di legare tra loro delle forme specifiche di resistenze locali e di costruire delle ipotesi rivoluzionarie contestualizzate che possano risuonare a migliaia di chilometri. Per non lasciare le comunicazioni transoceaniche ai nemici, dobbiamo intraprendere una discussione mondiale.

Chiedersi realmente a che punto sarebbe un ipotetico movimento rivoluzionario è possibile solo a partire dal chiedersi dove siamo noi oggi. Una domanda che sorge nel sentimento di un’appartenenza lontana a forze che ci legano e che ci superano in grazia e bellezza per aprirci alla nostra comune mondialità.

Marzo 2018, tra due continenti uniti dall’Atlantico