Un mondo in trincea. Appunti su La guerra che viene di Sandro Moiso.

di G. Jack Orlando

 La guerra è tornata a bussare alle porte d’Occidente. Inizia a mostrare il suo tetro volto sempre più di frequente e arriva ad interrogarci sulle reali capacità di sopravvivenza di una civiltà basata sulla rapina.

Ma, in fondo, quando si crede di essere di fronte alla novità di un mondo di nuovamente sull’orlo del conflitto è solo in virtù del fatto che si è ormai aperto il vaso di Pandora e le tensioni che animano le volontà di potenza dei vari grandi attori dello scacchiere mondiale si rivelano, semplicemente, in maniera più esplicita e spudorata.

L’Europa liberale è uscita dal Novecento raccontandosi la favoletta di un’epoca che si lasciava alle spalle l’arte della guerra, in cui ogni conflitto sarebbe stato risolto con la diplomazia ed in cui gli spargimenti di sangue sarebbero stati ricordi del passato o parentesi scabrose ad opera di popolazioni troglodite di un qualche terzo mondo fatto di sabbia e baracche.

La categoria guerra è stata via via allontanata dal panorama culturale democratico, ricacciata sul fondo della coscienza, nell’angolo buio di un qualsiasi discorso sul diritto. Non è solo la guerra ad essere stata rimossa, qualsivoglia conflitto reale, specialmente quello sociale e di classe, sono stati depotenziati, neutralizzati, resi innocui all’interno dell’alveo dei diritti civili e della concertazione.

Eppure, l’ars bellica non è mai scomparsa dalla mente dell’Occidente, né dal suo inventario di strumenti d’accumulazione. È già i fucili mitragliatori e le mimetiche che oggi sono parte integrante dell’arredo urbano dei nostri centri città dovrebbero dirla lunga sul livello di militarizzazione di questa democrazia.

Ma soprattutto, resasi più scientifica, efficiente e rapida, non avendo più come controparte un nemico diametralmente potente, la guerra ha vestito i nomi di operazione di polizia internazionale (un nome moderno per rispolverare concetti cari alla Santa Alleanza del tempo che fu), missione umanitaria, peacekeeping; epiteti nuovi per un sempiterno scenario di sangue e macerie. E nemmeno si faceva in tempo a veder crollare il gigante sovietico e a gridare alla Fine della Storia che già cadevano bombe su Belgrado e Baghdad. Ma non era più guerra per i telegiornali, era pacificazione.

E non c’è da stupirsene granché dato che, come rileva giustamente Moiso nel suo libro:

la guerra è la norma di esistenza di un modo di produzione basato sull’appropriazione circoscritta e privata della ricchezza socialmente prodotta e la politica che accompagna la sua azione sociale, sia nelle fasi in cui le armi tacciono che in quelle in cui le stesse sgranano i loro tristi rosari di morte, è sempre una politica di guerra. Anche perché, a ben vedere, è difficile differenziare nettamente le due attività, quella politica e quella militare, considerato i conflitti armati che sembrano accompagnare, vicini o lontani che siano, ogni fase dello sviluppo della società in cui siamo immersi.

Effettivamente ciò che è andato delineandosi in maniera assai netta in questi primi decenni di terzo millennio è uno stato di guerra permanente, globalmente diffuso quanto frammentato e attivo tanto nella competizione internazionale quanto sul fronte interno dei vari Stati dove, secondo schemi di derivazione pienamente militare, vengono contenute e soffocate tutte le spinte antagoniste che vengono producendosi con l’incedere del neoliberismo.

Ne La guerra che viene (2019, Mimesis ed.) Sandro Moiso si interroga proprio sulle forme e sull’intensità di questo dipanarsi del movimento bellico quale elemento centrale della modernità. Se oggi si riaffaccia all’orizzonte una condizione di ostilità aperte ed agite, non è perché ci sia un’involuzione della democrazia o una deviazione da una qualche teologia del progresso.

Si tratta del corollario naturale nell’evoluzione di una società che fa della sottomissione, della violenza e dello sfruttamento i suoi cardini. Perciò, se i fronti di battaglia sono oggi pienamente visibili è solo grazie ad i processi che li sottendono, i quali sono arrivati ad una maturazione tale da renderne impossibile, o magari superfluo, l’occultamento di modo che le controversie tra le varie potenze, locali o internazionali, si muovano sempre più sul filo della minaccia armata: primo fra tutti il rinnovato braccio di ferro tra USA e Russia che si è mosso dalla Crimea alla Siria per approdare ora in Venezuela.

Le guerre che si combattono per procura ai vari angoli del globo hanno cominciato traboccare e a riversarsi le une nelle altre ed all’interno degli scenari interni dei vari deus ex machina che le muovono, così il dolore dei morti siriani si riversa nei bistrot parigini sporcando di sangue quel mondo che si vorrebbe intoccabile e sacro.

Così la linea del fronte è oggi ovunque e si manifesta sotto forme assai diverse, ma sempre secondo le direttrici che guidano le logiche militari; esce dall’interno dei meccanismi di potere e pervade le relazioni e la vita sociale, modifica i parametri culturali e intacca a fondo la realtà materiale quotidiana.

Non si parla qui solo di guerra imperialista, quale quella che infuria nel Medio Oriente: è guerra quella commerciale e finanziaria che contrappone il decadente impero USA al dragone cinese, è guerra di classe quella che i padroni hanno mosso contro i proletari e sottoproletari di mezzo mondo  al fine di tenere ben elevato il livello di profitto e basso quello di rivendicazione, è guerra culturale quella che muovono le galassie nazionaliste e neofasciste per conquistarsi l’egemonia all’interno di una società paranoica e inaridita, è guerra ambientale quella che vede scontrarsi popolazioni locali a progetti devastanti per le terre e le comunità, è guerra civile quella che contrappone interessi diametralmente opposti ed inconciliabili nell’arena della democrazia odierna.

È proprio su quest’ultimo punto che sembra focalizzarsi, da un po’ di tempo a questa parte, uno dei dibattiti militanti più accesi: è possibile evocare il termine di guerra civile per disegnare quello scontro che oggi si muove all’interno, anche, dell’Occidente?

Le immagini della gendarmerie che tiene sotto tiro studenti in ginocchio con le mani dietro la nuca, le mutilazioni dei gilet jaunes colpiti dalle flashball, camionette cariche di guardia civil che entrano a Barcellona in corteo sventolando bandiere realiste, gli elicotteri sopra Amburgo e la Guardia Nazionale che spiana le armi contro i ghetti neri in rivolta, le esercitazioni antisommossa con mitra ed esplosivi nel cuore delle città e i gruppi di neonazisti che sgomberano campi rom e case di stranieri o che, ancora, diventano battaglioni punitivi di un esercito nazionale, dediti alla rappresaglia e al massacro.

Le immagini di questo tempo producono frame di conflitti endemici e difficilmente riducibili ad uno schema d’interpretazione. Ciò che di certo è dato, è una perenne contrapposizione tra le istanze che emergono dal basso, in modo strategico o disordinato che sia, e la reazione degli apparati statali in cui l’aspetto militare/repressivo resta il punto centrale del confronto. Ma non è solo questione di immagini: la lingua del potere, fedele all’emersione nazionalista, si fa ruvida e minacciosa, non parla più di cooptazione ma di soppressione, non fa arresti ma prigionieri, dà la caccia ai suoi nemici e combatte una presunta invasione; siamo in democrazia ci si dice, ma una democrazia assediata che necessita maniere forti per sopravvivere. I dispositivi di legge, non a caso, si fanno sempre più fini ed espliciti nel loro indirizzo antiproletario (vedasi qualsivoglia legislazione recente in materia di ordine pubblico) andando a colpire il diritto di sciopero, di blocco stradale, minando le possibilità di ricerca critica e quelle d’azione, in alcuni casi avviando purghe interne e dichiarando stati d’emergenza.

Quale che sia il nome che si voglia dare a questo processo, ciò che rimane certo, per chi si pone nel solco della ribellione e della trasformazione radicale del presente, è che una guerra è in atto; bisogna assumerla come dato oggettivo ed esserne consapevoli, rigettare la guerra che ci viene mossa o che ci tira in ballo mietendo vittime ad ogni latitudine significa intrecciare il rifiuto di questo sistema e delle sue logiche con la costruzione di un fronte internazionalista

(…) in cui però la diffusione a macchia di leopardo dei movimenti e delle aree in lotta, più che rappresentare una debolezza degli stessi, rappresenta invece la loro forza ovvero quella di un movimento comune senza confini nazionali, unito dalla necessità di raggiungere scopi simili e di combattere le medesime tecniche di pacificazione. E lo stesso nemico: il capitalismo in ogni sua forma, nazionale e internazionale. Finendo così con il costituire macchie di ruggine diffuse che finiranno col corrodere e distruggere dall’interno la macchina del dominio mondiale del profitto e del suo dannato e, solo apparentemente, infinito processo di accumulazione.

Se c’è una guerra che viene essa richiede per forza di cose di parteggiare. Considerato che la neutralità è solo blanda collusione con il potere più forte, allora tanto vale combatterla sotto le bandiere dell’anticapitalismo e della solidarietà tra gli oppressi della terra.

Microdosing LSD – in corteo.

di Alfio Marruggia

“In questa epoca insurrezionale anche la pratica dell’espansione della coscienza e dell’energia è di fatto una possibile strategia operativa avanzata di lotta all’ideologia borghese di una società a tecnocrazia avanzata. Le “droghe” in senso stretto […] sono un mito pubblicitario già da lungo tempo legato al modo di produzione del capitale e non hanno nulla in comune, in quanto a pericolosità, con le droghe di cui è impregnata la vita quotidiana. Il mito della scienza che misura la morfina a centimetri cubici misura allo stesso tempo la miseria di una società la cui ideologia – espressione del potere dominante – cerca disperatamente di corrodere la teoria rivoluzionaria […]”
Aa.vv, Ma l’amor mio non muore : origini documenti strategie della cultura alternativa e dell’underground in Italia, Novembre 1971

In un articolo pubblicato sul sito della MAPS1, riguardante l’assunzione di micro-dosi di LSD durante la pratica di sport estremi, si legge:

“Virtually all athletes who learn to use LSD psycholytic dosages believe that the use of these compounds improves both their stamina and their abilities. According to the combined reports of 40 years of use by the extreme sports underground, LSD can increase your reflexes time to lightning speed, improve your balance to the point of perfection, increase your concentration untilyou experience “tunnel vision”, and make you impervious to weakness or pain. LSD’s effects in these regards amongst the extreme-sport community are in fact legendary, universal, and without dispute”.

La tesi dell’autore, di nome J. Oroc, è questa: la pratica del microdosing con sostanze psichedeliche è diffusa tra chi pratica sport estremi perché di fatto non mette a rischio il consumatore. Al contrario, sembra che l’effetto sub-threshold, ovvero sotto la soglia di comparizione degli effetti di alterazione delle percezioni sensoriali, dato dalla micro-dose di LSD aiuti i consumatori a ottenere una maggiore concentrazione, una maggiore percezione di sé e del proprio corpo, e quindi permetta non solo di ottenere una migliore prestazione ma anche di trarre maggiore godimento dall’esperienza sportiva (spesso praticata in mezzo a paesaggi naturali).

L’autore dell’articolo sembra difendere una tesi che a prima vista pare appare paradossale: afferma infatti che è possibile utilizzare delle sostanze psichedeliche nel bel mezzo di situazioni “estreme” in cui è essenziale possedere una padronanza totale del proprio corpo e dei propri riflessi. Quello descritto nell’articolo è un esempio concreto di come la LSD può aiutare a mantenere la lucidità in momenti di forte tensione, e non il contrario, come invece si ha la tendenza a credere se ci si attene alla comune vulgata sugli usi di tali sostanze.

La situazione alla quale faccio riferimento qui di seguito costituisce un altro esempio concreto a conferma delle tesi di Oroc e della comunità degli sportivi americani. Racconterò brevemente l’esperienza di tre differenti situazioni di piazza, rigorosamente affrontate con l’aiuto di una piccolissima dose di LSD.


Micro Introduzione

[L’autore scrive nei mesi subito successivi al movimento contro le elezioni francesi tenutesi nei mesi di aprile-maggio 2017, ndr.]

Da qualche tempo a questa parte, a Parigi, le occasioni di scendere in strada non sono mancate. Che si trattasse di manifestazioni oceaniche di centinaia di migliaia di persone o di piccole e rapide manif sauvages [manifestazioni non autorizzate, per natura assai mobili e imprevedibili], sono molte le volte in cui giovani e meno giovani si sono trovati a condividere una situazione di tensione collettiva nelle strade. Che la manifestazione prevedesse uno scontro diretto con la polizia, o di giocare al gatto col topo nei vicoli del ventesimo arrondissement, abbiamo scoperto che prendere una micro-dose di LSD prima dell’inizio dei giochi può aiutare per diverse ragioni.

Il microdosing con sostanze psichedeliche (quali LSD-25 e psilocibina) differisce dall’assunzione di dosi normali o “eroiche” di tali sostanze. Inoltre, si tratta di una pratica che non ha effetti negativi sul corpo – al contrario di droghe quali caffeina e alcol, che causano una forte dipendenza fisica e psicologica.
Tale pratica prevede l’assunzione di bassissime dosi (corrispondenti a circa 10-20 microgrammi di LSD e tra 0.2 e 0.5 grammi di funghi secchi, ovvero un decimo di una dose normale) di sostanza attiva con una frequenza che varia dalle 2 alle 3 volte a settimana. Tale pratica è consigliata da James Fadiman, psicologo americano e fondatore della scuola di Psicologia transpersonale, come terapia a media-lunga durata (minimo un mese, con assunzioni ogni 4 giorni) per curare stati di depressione e ansia, per aumentare il proprio livello di creatività e vitalità o per migliorare le relazioni col gruppo.

Creatività e vitalità sono due caratteristiche apprezzate da molti, compresi i biohackers della Silicon Valley. Questi NERD psichedelici, avanguardisti del turbocapitale in salsa Yankee, hanno preso in considerazione l’idea di drogarsi al lavoro già da tempo. Dopo averci riflettuto un po’ su, ci siamo chiesti se e come avesse senso ricercare tali effetti anche in un contesto estraneo al tempo e al luogo del lavoro, per scopi diametralmente opposti a quelli degli imprenditori della Silicon Valley. Quando si prendono delle piccole dosi di LSD, il consiglio dei “terapeuti” è di non interrompere assolutamente lo svolgersi delle nostre attività quotidiane. Abbiamo preso alla lettera tale consiglio: fortuna ha voluto che le quattro manifestazioni di cui vi racconterò siano state organizzate proprio nei giorni in cui il calendario prevedeva l’assunzione di una micro-dose.

Election Day

Parigi, 23 aprile 2017. Giorno di elezioni. I sondaggi non fanno ben sperare. Il milieu è percorso da un mormorio teso. La notizia del passaggio al secondo turno della Marescialla Le Pen corre veloce, fa il giro di Parigi. L’altro candidato è la caricatura renziana Emmanuel Macron. Ci guardiamo attorno: la città è depressa. I Bobo di rue Menilmontant, aggrappati alle terrasses dei loro cafés e alle loro speranze elettorali disattese, non sembrano dare alcun cenno di vita.

Ma per qualcun altro, le parole d’ordine nel caso di un eventuale passaggio al secondo turno della Le Pen erano chiare: foutre le bordel, partout.

[RESOCONTO ESPERIENZA]

La prima sera abbiamo diviso un blotter di LSD di buona qualità e non tagliato con anfetamine o stimolanti in dieci parti e ne abbiamo prese tre, una per ciascuno, verso le 19. L’effetto ha cominciato a palesarsi, come accade solitamente, dopo circa mezz’ora. La serata si è svolta senza troppi scontri diretti. Il tentativo delle piccole ma determinate manifestazioni era di seminare la polizia, seguendo percorsi imprevedibili, seminando al contempo il disordine, costruendo barricate per bloccare le strade e attaccando banche e manifesti elettorali.
Il primo effetto notato era un aumento considerevole della resistenza alla stanchezza, un aumento più longevo e soprattutto meno invadente – privo di effetti collaterali – di quello dato dall’adrenalina. Inoltre, soprattutto alla fine della serata, abbiamo notato un cambiamento in positivo dell’umore. Un cambiamento positivo che non sembrava sfociare nell’incoscienza; anzi, avevamo la sensazione di essere più coscienti che mai – nonostante avessimo bevuto parecchie birre e whisky – e non solo grazie all’effetto stimolante della sostanza. C’era un effetto “di più” che in quel momento non eravamo troppo in grado di riconoscere, ma che si sarebbe palesato nei giorni a venire con sempre maggiore chiarezza.
La Nuit des barricades si è protratta per ore e ore. Una notte, per l’appunto.
Alla fine dei giochi, ci siamo rifugiati in casa di un’amica. In quel momento abbiamo saputo che un amico era stato arrestato durante una delle tante passeggiate notturne. Per fortuna eravamo ancora svegli e attivi, crediamo non solo grazie all’adrenalina ma anche alle micro-dosi, per cui ci siamo attivati subito con la procedura di “recupero” del nostro amico, senza aspettare il giorno dopo.
Erano le 5 di mattina quando siamo andati a letto, dopo una lunghissima discussione sul risultato elettorale e i possibili sviluppi futuri della situazione politica, molto contenti di avere provato la micro-dose.

La Petite manif: trop mignonne!

Tre giorni dopo, questa volta chiamata dagli studenti medi, si svolge un’altra manifestazione. L’appuntamento è in Place de la Republique alle 11.30, il percorso previsto è: Place de la Republique – Boulevard Filles du Calvaire – Place de la Bastille – Boulevard Diderot – Place de la Nation.

Partiamo da una facoltà del centro bloccata per l’occasione: prima micro-dose. Stavolta a sperimentare non siamo più tre, ma cinque. Nel trambusto del blocco, tenendo sulla mano il cartoncino per sforbicinarlo in piccole parti, entra attraverso la pelle una dose maggiore di quella prevista. La dose è sicuramente troppo alta, un po’ rischiosa forse, ma il contesto è favorevole perché non si tratta di una manifestazione che si annuncia particolarmente violenta. Dopo aver fatto visita a un liceo – sempre centrale e bloccato da una catasta di cassonetti dell’immondizia – in una quarantina diamo vita a una piccola ma assai gioiosa manifestazione che arriva in Place de la République bloccando parte di un grande boulevard.

E’ durante questa micro-manif sauvage che qualcuno (che se non sbaglio aveva assunto la microdose) scandisce un coro che si sarebbe ripetuto per tutta la giornata: “La petite manif / c’est trop mignonne!” – “Le piccole manifestazioni sono così carine!”.
Infatti, da place de la Bastille sono partite diverse manifestazioni, alcune delle quali giocano al gatto col topo per le vie della città per ore, bloccando strade e seminando la polizia, altre si incontrano durante il percorso tra cori e scene di gioia incontenibile, altre – meno fortunate – vengono bloccate in nasse dai CRS [il reparto celere francese, ndr]. Ma più o meno tutti coloro che sono partiti si sono ritrovati, prima di partire con l’ultima manif sauvage (terminata con il tentativo di occupazione di un liceo vicino a Place de la Nation).

[RESOCONTO ESPERIENZA]

Questa volta la manifestazione si è svolta di giorno; prendere una micro-dose la mattina permette una maggiore “freschezza” e quindi una maggiore lucidità nell’identificazione degli effetti della sostanza. Inoltre, non abbiamo mischiato la LSD con altre droghe quali alcol o fumo. Probabilmente anche per la dose maggiore assunta involontariamente, gli effetti si sono sentiti con più chiarezza.

Uno degli effetti principali della LSD, se assunta in gruppo, nello stesso modo e nello stesso momento, è quella di dotare ogni singolo individuo di una sensazione di comunanza con il resto delle persone che condividono l’esperienza. E’ una sensazione difficile da descrivere a parole; durante il “viaggio”, quando la sostanza fa effetto, questa sensazione è sempre presente, anche quando, e qui si comprende il motivo per cui i popoli tradizionalmente votati all’uso di piante sacre considerano “magiche” questo tipo di sostanze, il gruppo non è riunito nello stesso luogo e nello stesso momento. Insomma, la sostanza tende ad aiutare nell’identificare le persone di cui dobbiamo avere cura, e, al contrario, di quelle contro cui dobbiamo batterci per salvaguardare il nostro gruppo. L’effetto della LSD è di ri-dotare l’individuo, spersonalizzato, impaurito, solo, della capacità di giudicare e quindi determinare le distanze tra lui e il resto del mondo; e ciò funziona sia per quanto riguarda gli amici che i nemici.

Dal nostro punto di vista, ci veniva più facile “umanizzare” il poliziotto. Ciò non significa che non considerassimo la Polizia nel suo complesso come un avversario. Al contrario: veniva spontaneo giudicare l’aggressività dei poliziotti come una caratteristica connaturata alla situazione e al loro ruolo. Ma al contempo eravamo in grado di comprendere che spesso tale aggressività era frutto della paura che la grande massa di persone instillava in loro. Questa nostra consapevolezza li indeboliva poiché ci rendevamo conto che loro avevano ragione di avere paura di noi tanta quanta ne avessimo noi di loro. E che, come recita un vecchio adagio, l’unione fa la forza.

Con la LSD-25, come in un gioco, diventa più facile muoversi tra le maglie del Dispositivo. Rende le mosse dell’avversario più prevedibili. Ogni dispositivo (ad esempio, quello della nasse, [l’accerchiamento di un gruppo di manifestanti da parte della polizia, ndr]) non è altro che un gioco inventato da degli esseri umani per controllare altri esseri umani. La sostanza psichedelica ammorbidisce il sistema, ne rivela le falle, ne rende palesi le regole. Avere piena coscienza delle regole del gioco è fondamentale anche e soprattutto in una situazione di scontro: la sostanza può aiutare chi ha deciso di non seguirle. Ciò che abbiamo notato dalla nostra esperienza è che la LSD dona un’innegabile sensazione di lucidità sotto la pioggia di lacrimogeni. Gli effetti: una maggiore concentrazione e un migliore controllo di sé e del proprio corpo.

Dal mio punto di vista, ho sentito una maggiore consapevolezza dei mille e uno modi per sabotare il Dispositivo. La LSD aiuta a capire quando e se è il momento giusto di uccidere il poliziotto che è in noi, ma senza ricadere in comportamenti temerari, egocentrici e fini a se stessi. Inoltre, rende le mosse dell’avversario più prevedibili, perché regala una visione d’insieme straordinariamente chiara, come se si potesse osservare la piazza, il campo di battaglia, da un luogo privilegiato, da una collina. Come se le vie della città diventassero il tabellone di un gioco da tavolo, e i flics e i manifestanti pedine.
Per dirla con Debord «relevé des positions successives de toutes les forces au cours d’une partie».
Abbiamo anche notato che, anche grazie all’aumento generale della consapevolezza, dota di un sano coraggio, ma non rende più incoscienti, come invece può fare l’ebrezza alcolica.

Tutte queste riflessioni sono state prodotte una volta tornati sani e salvi a casa dopo la manifestazione. Ovviamente, non è necessaria una micro-dose di LSD perché sia possibile concepire tali pensieri e per poterci riflettere su collettivamente. Ma la sostanza, nel nostro caso, ha funto da pretesto.
Certo, avevamo rischiato, come avevano rischiato tutte e tutti. Ma con una consapevolezza “diversa”. E, sicuramente, senza mai farci mancare il buonumore.

Joy or sorrow
What does revolution mean to you?
To say today’s like wishing in the wind
All my beautiful friends have all gone away
Like the waves
They flow and ebb and die

There’s a revolution
There’s a revolution
There’s a revolution
There’s a revolution

Primo Maggio.

“La quiete paradossale dell’istante dello scontro”

Furio Jesi, Spartacus. Simbologia della rivolta

Il primo maggio abbiamo partecipato ad una battaglia campale. Entrambi gli schieramenti erano organizzati e pronti per lo scontro, che si è prodotto puntualmente poco dopo l’inizio della manifestazione. Duecento metri dopo essere partiti da Place de la Republique, il cortége de téte si era già formato. In testa, tre striscioni rinforzati per difendersi dalle flash-ball e dalle granate. Di fianco ad essi, una grande fenice di cartone montata su un carrello mobile, pronta per essere data alle fiamme e gettata contro lo schieramento dei celerini, ricordava le enormi manifestazioni dell’anno scorso (con la differenza che il livello di violenza da parte della polizia, la scorsa primavera, è stato di gran lunga maggiore).

[RESOCONTO DELL’ESPERIENZA]

Abbiamo ripetuto per la terza volta l’esperimento, in cinque persone. Una micro-dose (un decimo di blotter imbevuto di LSD di buona qualità e non tagliato con anfetamine o stimolanti). Al contrario delle altre volte, pero’, non siamo riusciti a tenerci insieme fino alla fine del corteo. Userò quindi la prima persona singolare per descrivervi le sensazioni che ho provato durante questa manifestazione oceanica. In primo luogo, la sensazione di vicinanza – già sperimentata durante gli altri cortei – con le altre persone che avevano assunto la micro-dose si è estesa alla totalità delle compagne e compagni che prendevano parte allo scontro. Ho notato infatti quanto fosse imponente la partecipazione attiva o passiva – cioè il supporto dato “da dietro” tramite cori o rilanciando i lacrimogeni al mittente – delle persone ai momenti di scontro. Ad esempio, era impressionante il numero e l’intensità degli applausi che si levavano da parte dei manifestanti dopo che una bottiglia molotov andava a rompere le linee della polizia.

Il primo effetto, già notato la volta precedente, è stato un aumento del coraggio, probabilmente causato a sua volta da una maggiore lucidità provocata dalla sostanza, la quale non era di ostacolo, anzi; permetteva di comprendere meglio (in qualche modo, di arrivarci prima) se e quando si sarebbe prodotta di lì a breve una situazione che non mi sentivo pronto a sostenere, vuoi per mancanza di equipaggiamento, vuoi per timore. Credo sia anche grazie all’effetto della sostanza, oltre che per una micro-dose di fortuna, che sono riuscito a tornare a casa intatto dopo una giornata di scontri sì lunga e faticosa. In generale, credo di essere riuscito a sostenere come volevo i compagni e le compagne che erano in prima linea e per la prima volta mi sono tenuto per più di qualche minuto dietro lo striscione rinforzato, compreso durante una nostra carica, scoprendo de facto l’utilità di una tale protezione. Credo che questo sarebbe stato possibile anche senza la calma e la lucidità fornitami dalla micro-dose. Ma, sicuramente ci avrei messo molto più tempo e avrei avuto bisogno di molte persone di fiducia vicino a me per arrivare a sostenere un tale livello.

Conclusione

“Di stupefacenti sarebbero, secondo i sapienti, avvelenati i selvaggi. Infatti, la droga guadagna spazio, mentre sulla droga guadagna il capitale. Ma la droga allucinogena, quella che per intenderci libera dall’allucinazione della “vita”, con l’abbassare la soglia che filtra cioè economizza le percezioni, attacca direttamente l’economia che impoverisce ciascuno inchiodandolo alla scheda perforata delle percezioni programmate per lui dalle gerarchie del sapere, e, con il consentirgli finalmente di vedere ciò che non aveva mai visto prima, lo dischioda dal “reale”, gli restituisce la verità che gli pertiene. Non può essere, tale verità, che atroce: umiliante e terrifica. Ma definitiva, indimenticabile. Lo strappo non è reversibile, si lamentano i sapienti. Terrorizza, sgomenta, inselvatichisce. Ciò che terrorizza, ciò che sgomenta e ciò che, nel migliore dei casi, inselvatichisce non è, al contrario, che la visione della loro “verità”, di colpo denudata.” – G. Cesarano, Critica dell’Utopia capitale, opere complete vol. III, a cura del centro di iniziativa Luca Rossi, Milano.

Di seguito sono elencati gli effetti che abbiamo potuto sperimentare. Tale lista è frutto di una riflessione avvenuta con una compagna poco tempo dopo le giornate di lotta.

Aumento della presenza nel qui ed ora.
Aumento della sensazione di comunanza/condivisione con il proprio gruppo.
Sensazione di maggiore capacità di comprendere e di influire sui dispositivi nostri e degli avversari, collettivamente e individualmente.
Sensazione di partecipare a un tempo condensato dove ogni gesto assume la giusta importanza.
Sensazione di lieve “decompressione” spazio-temporale.
Aumento della resistenza fisica.
Aumento della lucidità / diminuzione degli stati ansiosi. Ciò comporta:
Aumento del coraggio / diminuzione della paura
Diminuzione delle inibizioni (se assunto in quantità maggiori che un decimo di blotter.)
Maggiore impressione del vissuto (immagini si fissano in maniera più duratura del normale)

I risultati degli “esperimenti” qui riportati non hanno, beninteso, nulla di scientifico in senso stretto. Questo testo è frutto della volontà di un singolo e le sensazioni sono perlopiù scaturite dall’esperienza soggettiva. Nondimeno, è importante sottolineare come oggi più che mai si renda necessario un recupero da parte nostra di un savoir faire consapevole rispetto all’uso di sostanze psichedeliche. Tale mole di conoscenze e di pratiche è ormai da troppo tempo caduta nelle mani del Capitale e dei suoi accoliti. Infatti, mentre spesso il movimento si lambicca il cervello con questioni di relativa importanza (e purtroppo spesso perdendo tempo con le solite guerre tra parrocchiette), dimentica che l’esperienza psichedelica ha costituito, in particolare, un momento-chiave dell’esperienza del proletariato giovanile negli anni che hanno preceduto la crisi del 1977. E’ forse tempo di riprendere in mano questa storia, ed entrare di nuovo a farne parte.

Attenzione – nota a margine

La LSD è una sostanza attiva a dosi ESTREMAMENTE basse. Pur non sfiorando il rischio di un vero e proprio bad trip, assumere più della dose consigliata (un decimo di cartoncino9), può comportare l’apparizione di effetti non desiderati (soprattutto in situazioni di rischio e di tensione) quali distorsioni delle percezioni visive e auditive. Le micro-dosi devono quindi corrispondere a un decimo di blotter, (dipendentemente in ogni caso dalla quantità di sostanza disciolta in ogni cartoncino), e devono essere divise possibilmente a casa, prima dell’inizio dell’azione, quando si possono maneggiare i cartoncini con attenzione. Ogni aumento di dose corrisponde ad un aumento del rischio di ottenere effetti indesiderati.

Un tentativo di autoriflessione critica – Un viaggio all’inferno.

 

Premessa: in luglio abbiamo pubblicato uno “speciale Amburgo”  dedicato alle mobilitazioni contro il g20 e nei vari articoli trasparivano le tensioni che gli eventi avevano prodotto anche all’interno dei movimenti tedeschi. In particolare un grande e duro dibattito aveva messo in questione il comportamento di due “portavoce” vicini al centro sociale Rote Flora. Pubblichiamo oggi la lettera aperta di Andreas Beuth, avvocato e portavoce della campagna “Welcome to hell”, nella quale egli si scusa per il suo comportamento a dir poco avventato e attraverso la quale possiamo comprendere bene i termini del dibattito tedesco. Inoltre ci sembra un buon esempio per noi in Italia, abituati a che nessuno faccia mai autocritica e che va sempre tutto bene madama la marchesa.

[In basso anche la versione della lettera in inglese]

Cari amici e compagni,

Sono Andreas Beuth, un avvocato in pensione seppure ancora eserciti la professione, un attivista della campagna “Welcome to Hell”, organizzatore della manifestazione Welcome to Hell del 6 luglio scorso ( ad Amburgo), nonché uno dei portavoce ufficiali della campagna in questione.

Prima di tutto vorrei prendere le distanze dalle dichiarazioni che io stesso ho rilasciato, in cui mi dissociavo dalle azioni militanti contro il G20, con particolare riferimento a quanto avvenuto il venerdì (7 Luglio) nel quartiere dello Schanzenviertel. Le mie affermazioni sono state politicamente sbagliate e dannose per il movimento della sinistra radicale. Per queste vorrei esprimere le mie più sincere scuse.

Mi piacerebbe anche provare a spiegare come, in 30 anni di relazioni con la stampa più o meno ben tenute su temi politici e giuridici, un errore così grave possa essere stato commesso, senza tuttavia relativizzare la portata di dichiarazioni politicamente sbagliate o dannose.

Prima del corteo del sabato (8 Luglio), ho rilasciato un’intervista all’ARD (Consorzio delle emittenti di radiodiffusione pubblica della Repubblica Federale Tedesca o Federazione delle Radiotelevisioni tedesche) e al NDR (Radio del Nord della Germania con sede ad Amburgo) “sui riot nello Schanzenviertel”, senza che ce ne fosse alcun bisogno e per il solo fatto che mi si puntavano i microfoni in faccia. Non avrei dovuto farlo. Ero emotivamente provato e sotto pressione per quanto accaduto la notte di venerdì, durante la quale avevo pensato che fossero avvenute molte cose buone ma altrettante completamente sbagliate. Ero stato a discutere degli eventi per metà nottata, avevo dormito solo 4 ore, ed ero psicologicamente esausto. In assoluto, ma anche per questi particolari motivi, anziché essere esposte alla stampa, certe valutazioni sarebbero dovute rimanere interne ad una discussione di movimento, discussione che, con qualche esitazione, è appena iniziata tra coloro che hanno partecipato alla campagna (Welcome to Hell). Solo allora si poteva decidere collettivamente se fare o meno un comunicato. Non avrei mai dovuto rilasciare dichiarazioni così fatali e sicuramente non avrei mai dovuto farlo di testa mia, senza consultare altri!

Ora sulle singole affermazioni:

Tutto è iniziato con la citazione su “Poeseldorf” (una zona chic di Amburgo), sulla quale la stampa, con mia enorme sorpresa, si è principalmente concentrata. In realtà avevo detto molto di più di ciò che è stato riportato, ma l’intervista completa non è mai stata mandata in onda e ancora oggi non ne ho completa cognizione. La citazione pubblicata è quella che segue:

Noi, come attivisti della sinistra ed autonomi, ed io, come portavoce di questo gruppo, sicuramente abbiamo una simpatia per certe azioni, ma sicuramente non se accadono nel nostro quartiere, quello in cui viviamo. Perché non fare certe azioni a Poeseldorf o Blankenese (zone chic di Amburgo)? Infatti c’è molta incomprensione per la distruzione dei nostri stessi negozi nello Schanzenviertel, posti in cui noi stessi e gli altri abitanti facciamo compere”.

Rispetto a questa dichiarazione, innanzitutto io non sono il portavoce degli autonomi, in quanto questi chiaramente non hanno portavoce, e ciò corrisponde evidentemente anche alla mia idea di politica autonoma. Non ho davvero cognizione di come ho potuto dire una cosa simile. Ciò che veramente avrei voluto dire è che io ero il portavoce della campagna autonoma “G20-Welcome to Hell”. Ma detto ciò non avrei dovuto rilasciare dichiarazioni senza prima essermi consultato con altri componenti di questo gruppo. Trovo ancora più complicato valutare il contenuto di questa affermazione e, senza rivelare completamente la mia posizione sul tema (vedi infra), per ora, su questo, basti pensare che sono molte e diverse le posizioni e le valutazioni politiche. Per alcuni lo Schanzenviertel è ancora un quartiere resistente, in cui molti appartenenti alla sinistra antagonista vivono insieme ai molti simpatizzanti e in cui ci sono ancora molti posti appartenenti alla comunità di movimento. Per altri invece è un quartiere gentrificato e radical chic come molti altri. Inoltre ci sono anche prospettive differenti sulla “distruzione dei nostri stessi negozi”. Alcuni sottolineano il fatto che negozi come Rewe e Budney (appartenenti a grandi catene) facciano del bene allo Schanzenviertel, donando prodotti agli asili ed ai senzatetto e dimostrando tolleranza verso spazi come il Rote Flora. Per altri, sono semplicemente negozi appartenenti a grandi catene indipendentemente da dove nella città si trovino. Invece, c’è un accordo di fondo sul fatto che siano stati coinvolti anche i negozi più piccoli che simpatizzano con il Rote Flora. Inoltre tutti concordano sul fatto che sia del tutto privo di legittime ragioni militanti l’aver messo in pericolo delle persone incendiando edifici, compresi gli uffici in cui potevano ancora esserci persone a lavorare o pulire.

Trovo che, tra tutte, la dichiarazione su “Poeseldorf”, ad eccezione della parte relativa al “portavoce del movimento autonomo”, sia quella politicamente meno grave rispetto alle prese di distanza contenute nelle successive interviste all’ Abendblatt, al MoPo e al TAZ (quotidiani tedeschi).

Nel frattempo però, si era messo in atto un coordinato attacco contro la mia persona che ha senz’altro contribuito alle mie prese di distanza, senza perciò che io possa o voglia in ogni caso giustificarle.

La stessa sera, dopo la trasmissione dell’intervista tv, è iniziata una sempre più aggressiva e odiosa invettiva contro di me. Per strada, sono stato anche ferocemente insultato e minacciato al punto da aver avuto bisogno di una scorta (ringrazio tutti quelli che hanno contribuito alla mia protezione). Contemporaneamente contro di me è stata messa in campo dalla stampa, poi costantemente alimentata dai politici, un’incredibile campagna diffamatoria. Lunedì 10 luglio 2017 ho ricevuto tantissime telefonate e richieste per e-mail, soprattutto da parte di giornalisti di Amburgo, che mi ponevano di fronte alla scelta tra rilasciare subito una dichiarazione chiarendo la mia posizione o passare grossi guai.

È stato in queste condizioni che ho commesso l’errore più grande. Non sono riuscito a sostenere tutta quella pressione e sono andato nel panico. Ho pensato di dover reagire immediatamente e, invece di prendermi qualche ora di tempo per ragionare insieme a qualche compagno immediatamente disponibile, ho agito da solo senza pensare.

Nei giorni e nelle settimane successive le minacce sono anche peggiorate. Sono stati pubblicati numerosi testi contenenti minacce esplicite. Alcuni li hanno interpretati come satira di movimento mentre altri, tra cui me in quanto obiettivo, li hanno letti come minacce dirette. Contemporaneamente la campagna diffamatoria della stampa non sembrava affatto cessare e la dichiarazione su Poeseldorf veniva continuamente ripresa e commentata. Inoltre ho ricevuto una condanna pubblica da parte dell’Ordine degli avvocati con conseguente inizio di un procedimento disciplinare. E in più, a peggiorare la situazione, a seguito di ben 25 diverse denunce, è iniziato anche a mio carico un procedimento penale preliminare per apologia di comportamenti criminali. Proprio a causa della pendenza di questi procedimenti, al di là di questo scritto, voglio fare attenzione alle dichiarazioni pubbliche che faccio.

Le minacce, la campagna diffamatoria della stampa e la repressione sono anche i motivi per i quali solo molto lentamente sono riuscito a tornare in carreggiata e a schiarirmi le idee. Solo allora sono riuscito a condividere un percorso di critica e autocritica con coloro che fanno parte del mio contesto più prossimo, sia a livello personale che politico. Ciò ha portato ad una discussione che ha a sua volta prodotto questo testo. Sono consapevole che questo testo sarebbe dovuto uscire prima, ma allora non mi è stato soggettivamente possibile.

Ora tornando alle interviste rilasciate lunedì 10 Agosto 2017 e pubblicate contemporaneamente l’11 agosto 2017 su Abendblatt, su MoPo e su TAZ.

Abendblatt:

Certe azioni erano solo insensate violenze ed hanno superato il limite. Mi dissocio completamente da quanto avvenuto venerdì sera. Anche noi siamo scioccati dagli eventi”.

Mi dà i brividi ogni volta che la leggo. Come posso aver fatto un commento così superficiale e banalizzante. Non riesco a riconoscermi in questa affermazione e ancora non mi spiego come possa mai averla sostenuta. È anche strano che io abbia sempre parlato di un “noi” senza spiegare cosa fosse questo “noi” e senza che avessi ricevuto alcun mandato né dagli organizzatori della campagna (Welcome to Hell) né tanto meno dagli autonomi.

Noi rappresentiamo gli attivisti autonomi moderati di sinistra in Europa e non abbiamo invitato queste altre persone. I gruppi che abbiamo contattato sono venuti senza alcuna intenzione di incendiare, saccheggiare e commettere gravi atti di violenza. Di solito rifiutiamo tutto ciò”.

Questa differenza tra autonomi moderati e altri autonomi è certamente un assoluto nonsense e sono pienamente caduto nella trappola mediatica. “Welcome to Hell” si era mobilitata e aveva mandato inviti a livello internazionale ed io ho partecipato anche in questo aspetto. “Benvenuti a tutti voi”! Per lo più abbiamo cercato di fare del nostro meglio nello spiegare il senso della manifestazione “Welcome to Hell”, ma allo stesso tempo non abbiamo dato alcuna linea guida. Non possiamo e non vogliamo farlo. Per questo motivo severamente ed esplicitamente condanno la mia affermazione sul fatto che non avremmo dovuto per qualunque motivo invitare certe persone.

Abbiamo visto, specialmente il venerdì, una nuova e ripugnante dimensione di violenza commessa da queste persone. Mi assumo parte della responsabilità di tutto ciò”.

Ripugnante dimensione di violenza” non è stata una mia scelta terminologica. Non posso neanche immaginare di averlo detto. Ma poiché ho apparentemente prestato il mio consenso (avendo a disposizione appena un’ora di tempo per farlo), me ne assumo la responsabilità politica. Trovo questa affermazione particolarmente brutta. Sono stati la regia del summit e la brutale repressione della polizia, fatta una stima delle vittime, ad essere “ripugnanti”.

MoPo ( Laddove differisce dall’ Abendblatt):

Incendi dolosi e saccheggi non hanno nulla a che fare con proteste legittime, ed io sicuramente troverei sbagliate certe azioni anche se fatte a Blankenese o Poeseldorf”.

Mi sono già espresso su questo e non farò ulteriori commenti qui.

Sono stato citato anche per aver detto che la frenesia del riot del venerdì sera era dovuta al fatto che molti militanti non erano riusciti ad arrivare prima di venerdì stesso (questa non è una citazione diretta e non ne ho parlato in questo modo). “Ho anche sentito parlare in italiano, spagnolo e francese. Non abbiamo invitato noi queste persone con cui non abbiamo neanche mai parlato”.

Si questo l’ho detto. Trovo sia un errore davvero madornale, è mai possibile cadere così in basso? Questo non è accettabile. Noi/Io avevo esplicitamente invitato compagni da fuori ed ero stato in contatto con molti di loro durante il summit.

Vedrò di fare in modo che questo testo venga tradotto in altre lingue, come l’inglese, e spedito come corrispondenza, nonostante il ritardo. Tutti i prigionieri politici che sono stati reclusi per il summit del G20 hanno la mia solidarietà incondizionata, specialmente quelli venuti da fuori che sono stati sottoposti a ulteriori soprusi e che hanno dovuto passare più tempo in carcere rispetto ai prigionieri tedeschi.

TAZ ( Laddove differisce dall’ Abendblatt e dal MoPo):

Posso chiaramente dire che condanno del tutto cose come i saccheggi e le macchine bruciate, e ancor di più gli incendi ai negozi in cui le fiamme avrebbero potuto raggiungere i piani abitati”.

Mi sono già espresso sull’incendio di edifici. Ho fatto diverse considerazioni sui saccheggi. La stessa cosa vale per le macchine. C’è una bella differenza tra uno show room Porsche a Eidelstedt e una piccola utilitaria di una mamma single che la usa per andare avanti ed indietro dall’asilo tutti i giorni. Per alcuni questa differenza è evidente. Altri vedono le macchine come macchine, come status symbol della società capitalista. Non dirò altro su questo argomento.

Mi assumo parte della responsabilità politica, ma non sono responsabile per quello che hanno fatto spagnoli, italiani e francesi, che neanche conosco. (…) Non sono riuscito a parlare per tempo con queste persone”.

È indegno l’aver addossato la responsabilità di azioni militanti ai compagni arrivati da fuori. E ancora, è molto arrogante da parte mia l’aver detto che avrei voluto parlare con loro prima che certe cose accadessero. Con che diritto avrei potuto farlo? Sono sinceramente mortificato.

Ci sarebbero ancora alcune dichiarazioni da commentare criticamente, ma sarebbero solo considerazioni ripetitive.

Per riassumere ancora: ho fatto un grave ed imperdonabile errore. Me ne pento profondamente e per questo chiedo scusa. Spero che almeno alcuni possano accettare queste mie sentite scuse. Altrimenti dovrò semplicemente conviverci per sempre.

Alcuni commenti finali:

Questo testo è stato scritto dopo alcune discussioni con quei compagni che mi hanno dimostrato solidarietà nonostante fossero critici nei miei confronti. Tuttavia questo testo rimane il mio. Sono sia preparato che interessato a continuare la discussione, che comunque preferirei avvenisse in incontri a tu per tu e che non fosse lasciata alla corrispondenza scritta. Chiunque mi voglia cercare mi troverà lungo la strada da lui/lei scelta.

23.8.17

Andreas Beuth

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