Falene XVIII

di Bianca Bonavita

Condanne

– Signore e signori! – Principiò il magistrato.

La sua voce attirò per un attimo l’attenzione degli animali. Regnava tra di loro un’armonia sorprendente. F li aveva osservati a lungo, anche durante la prima seduta, e non aveva mai notato un gesto aggressivo. Anche ora sembravano per lo più intenti a giocherellare infischiandosene delle specie di appartenenza.

Dopo aver scenicamente scrutato la platea il magistrato riprese.

– Qui, asilo. Siamo di fronte a reati d’eccezione, a reati eccezionali e dunque agiremo a nostra volta secondo eccezione. D’altronde, come potremmo fare altrimenti? – Si arrestò e alzò di nuovo lo sguardo verso la platea. Un ghigno andò lentamente formandosi nell’angolo destro della sua bocca. La platea esplose in un fragoroso applauso.

Quando in aula tornò il silenzio riprese:

– Per gli imputati di livello zero, i cui capi d’accusa sono già stati ampiamente elencati, chiediamo il loro immediato reintegro nella loro funzione di animali da compagnia socialmente utili nei rispettivi appartamenti di appartenenza. Chiediamo altresì che, una volta restituiti ai loro doveri, gli animali sotto accusa non abbiano altro dio all’infuori dei loro padroni. La loro fedeltà sarà assoluta. Dovranno perciò amare appassionatamente anche tutti gli strumenti della loro servitù come guinzagli, gabbie, recinti, pareti, lettiere e acquari. Dovranno scodinzolare, fare le fusa e cinguettare prontamente ogni volta che sarà loro richiesto. Dovranno anticipare le richieste dei padroni con le loro smancerie. Dovranno fare i loro bisogni su comando soltanto dove si conviene. Dovranno gioiosamente rimpinzarsi di mangimi industriali, i quali diventeranno presto il loro unico oggetto di desiderio. E sarà naturalmente d’obbligo l’installazione di un microchip per tutti questi neghittosi operatori di pet therapy. Se iniziassero a manifestarsi nuovamente segni di avaria sarà la forza pubblica a intervenire all’uopo nel modo in cui riterrà più efficace.

Seguì il solito concitato applauso.

– Per gli imputati di primo livello chiediamo un duplice trattamento. Laddove le condizioni lo rendano necessario chiediamo l’immediata deportazione dei soggetti nelle Nazioni di provenienza. Dovranno in questo caso ritornare alle loro mansioni d’origine e accettare con gioia la propria sorte, qualunque essa sia, o cercare di nuovo la morte in qualche naufragio, preferibilmente davanti alle telecamere.  Dove invece le condizioni saranno ritenute favorevoli essi verranno assorbiti,  integrati e assimilati dalle Nazioni di destinazione e andranno così ad infoltire le schiere di  impiegati sempre a corto di effettivi. In nessun caso sarà loro consentito di continuare ad avvalersi della condizione e della denominazione di clandestinità. L’unica clandestinità che sarà loro consentita sarà la quotidiana clandestinità dei cittadini e delle cittadine in regola. Hanno tanto desiderato essere considerati soggetti di diritto che questa sarà la loro pena. Chiediamo inoltre che, per i soprusi subiti, essi si rivalgano sugli ultimi arrivi di nullità. Chiediamo infine, per questi soggetti che pervicacemente hanno eluso l’identificazione, che a prescindere dalla loro sorte, di assorbimento o di espulsione, di ingestione o di rigetto, una volta identificati vengano condannati a due ergastoli di identità. Non saranno tollerati altri gesti di insubordinazione come trasferimenti spontanei e movimentazioni non autorizzate.

Benché appurato che il processo fosse già una sentenza, F non si aspettava affatto di ascoltare una requisitoria così arbitrariamente indifferente alla consuetudine oltre che alla normale grammatica di un processo. Le vecchie categorie continuavano a incrostare la sua capacità di giudizio e di comprensione.

Mai come ora quel trono sull’altare gridava ad F il suo essere vuoto. A chi stava parlando il magistrato? A quale giudice? A quale giuria?

I pensieri di F si insinuarono in quello spazio lasciato dal magistrato, si intrufolarono tra un battito di mani e l’altro e finirono col posarsi di nuovo su Billy Budd e sul suo ammutinamento mancato.

Che differenza c’era, si chiese F, tra Billy e i marinai che si erano arruolati? Che differenza c’era tra i coartati e i volontari se siamo tutti da sempre sulla stessa nave agli ordini dello stesso capitano? Non sta forse, la nostra unica scelta, nel decidere se collaborare con entusiasmo o con ritrosia? E in quella nave che era l’Aula di Giustizia dov’era il pilota col suo timone? E cosa acclamava la ciurma seduta in platea col suo canto da rematori? E quale funesto destino lo attendeva al termine del processo? Soltanto la normalità? Soltanto il suo lavoro da impiegato? Era poi in fondo così tremenda la sua vita prima della latitanza? Non avrebbe potuto anche lui come Billy Budd dedicarsi scrupolosamente e financo con un po’ di gratitudine al compito assegnatogli, alla sua personale guardia di tribordo della coffa di trinchetto, ovverro alle sue traduzioni commerciali per la Transalp Logistic?

Un altro magistrato era intanto salito sul pulpito.

Era una donna molto minuta; quasi scompariva dentro la sua toga.

– Per gli imputati di secondo livello – e volse per un attimo lo sguardo alle logge del secondo livello – chiediamo l’immediato recupero della memoria e di tutti i settori fuori uso della coscienza. Chiediamo che essi vengano reintegrati nelle loro abitazioni e che dopo aver a lungo cercato di perdersi non possano fare altro che trovarsi ripetutamente. Chiediamo che siano condannati a ricordare tutta la loro vita. In ogni istante che vivranno d’ora innanzi essi avranno davanti agli occhi tutta la loro vita passata, nessun momento escluso, neanche il periodo della loro disfunzionalità. Chiediamo che siano sommersi dai ricordi.

Chiediamo per loro una lucidità spietata, una presenza di spirito così acuminata da penetrare la carne. Chiediamo che a tempo indeterminato essi non siano lasciati morire per consentire quantomeno il recupero funzionale di tutto il tempo perduto durante la loro inservibilità. Chiediamo dunque la loro immediata messa in funzione a un ritmo e a un’efficienza che non hanno mai conosciuto. Chiediamo che siano condannati a un ascolto attivo continuo e a una comunicazione costante. Chiediamo che la realtà da cui si erano scollegati venga loro nuovamente iniettata come una spina dentro la sua presa e che il suo flusso li pervada completamente in ogni poro della coscienza. Chiediamo un’utilità totale e continua. Un’operosità senza tregua. Chiediamo che essi vengano a conoscenza di ogni inconfessabile natura di loro stessi e dei loro cari. D’ora in avanti sapranno fin troppo bene chi e che cosa sono. Nulla resterà incerto o indecifrabile, tutto sarà messo a nudo. E la nuda vita che avevano abbandonato tra le braccia altrui verrà loro reimpatriata e ad essa incatenati passeranno il resto dei loro giorni.

La donna tacque e attese l’applauso, che arrivò puntuale accompagnato da grida e lanci di oggetti.

F riconobbe tra gli imputati del secondo livello la signora della nocciolina dalla carnagione scura. Sorrideva, apparentemente in uno stato di beatitudine imperturbabile.

Gli ricordava una persona che aveva conosciuto, una donna che per uno strano incrocio di circostanze, si era trovato ad accompagnare fuori da una clinica spingendone la carrozzella. Quel ricordo era rimasto nitido nella sua memoria per un particolare che allora lo colpì.

Mentre spingeva la carrozzella sul marciapiede udì la donna borbottare qualcosa a intervalli regolari. Quando le chiese cosa stesse dicendo ella compitando esclamò con naturalezza:

– Pubblica Illuminazione!

Aveva il tono di un proclama e il colore di una speranza. Illuminazione per tutti! Luce per tutti! Che bello sarebbe, convenne F.

Qualche tempo dopo sorvolando la strada, assorti nei loro pensieri, i suoi occhi caddero su quelle stesse parole: pubblica illuminazione. Stavano scritte sui tombini di ferro sotto i quali matasse innumerevoli di fili portavano a spasso l’elettricità per i cunicoli della città.

La requisitoria riprese.

– Per gli imputati di terzo livello chiediamo l’immediato trasferimento presso le case di cura di competenza. Ivi saranno affidati nuovamente agli operatori di igiene sociale. Per garantire la sopravvivenza del settore, il cui indotto fornisce un’occupazione e una funzione a un numero sempre crescente di impiegati ed impiegate di basso o alto rango, i rei di lievi deviazioni potranno portare serenamente a termine – e pose l’accento su questa parola – la loro degenza all’interno delle strutture preposte, impiegati nelle loro attività socialmente utili, salvo naturalmente il ripresentarsi di episodi incresciosi come tentativi di fuga o di diserzione dalle terapie.  Per coloro invece che si sono macchiati di gravi reati di sottrazione dal percorso di riabilitazione ed inserimento chiediamo l’espulsione dalle case di cura e la totale normalizzazione. Chiediamo che siano condannati a una stabilità devastante e a un equilibrio impossibile. Chiediamo che la ragionevolezza imperi in ogni loro gesto a tal punto da far mettere in dubbio la loro stessa umanità. Tutto sarà calcolato, ragionato, soppesato, programmato, valutato. Non ci sarà più spazio per dubbi, sensazioni, stati d’animo e  sentimenti. Ogni tipo di emozione sarà loro interdetta. Se prima erano sottili steli di grano ai venti di fine inverno chiediamo per loro un futuro da piloni in cemento armato, di quelli costruiti bene s’intende. Essi non conosceranno più esitazioni, pensieri fugaci, ricordi improvvisi, temporali d’umori, ma soltanto la logica meccanica dei calcolatori. Saranno macchine, umani perfetti, condannati alla mediocrità e alla banalità della perfezione. Saranno opere d’ingegneria, software d’avanguardia, funzionalità allo stato puro. Diverranno impiegati modello in ogni campo e restituiranno centuplicate in efficacia tutte le ore di utilità sottratte durante gli anni della loro disfunzionalità. Chiediamo che per ogni membro delle loro dissociazioni nasca un’associazione uguale e contraria a cui dovranno iscriversi e partecipare assiduamente. Chiediamo per loro una Identità con la I maiuscola, una e una sola granitica personalità nonché un carattere adatto ad ogni situazione. La loro adattabilità sarà totale. Per scongiurare ricadute saranno ovviamente sottoposti a periodiche iniezioni di realtà. Questa inizierà gradualmente a sostituirsi al sangue, finché un giorno da una loro ferita usciranno soltanto immagini spettacolari.

Seguirono soliti applausi e insulti della platea.

Dopo alcuni minuti un altro magistrato salì sul pulpito. Per quello che poteva vedere da così lontano ad F sembrò un volto severo e compreso quello che ora avrebbe decretato il suo destino e quello di A.. I loro occhi si cercarono ancora una volta.

– Per gli imputati di quarto livello chiediamo l’immediato trasferimento in trincea, l’immediata restituzione alle loro occupazioni, ai loro strumenti, alle loro finalità, ovvero alle funzioni in cui sono stati collocati dai rispettivi uffici di collocamento. Sottraendosi con la latitanza alle occupazioni a cui appartengono essi hanno anche palesemente violato il principio costituente della proprietà. Per questa aggravante chiediamo il raddoppio del loro monteore settimanale di servizio; gli straordinari diverranno ordinari. Chiediamo per loro la gioia degli occupati, la sicurezza dei reclusi. Ogni attimo disoccupato di libertà sarà un attimo di disperazione. Soltanto nel loro impiego troveranno l’aria per respirare e la ragione di ogni loro respiro. L’essere impiegati sarà l’unica ragione del loro essere. L’utilità il loro unico scopo. Chiediamo quotidiane infusioni di entusiasmo per il reale e per il reame. Conserveranno sì nel ricordo il germe della loro disobbedienza ma esso diverrà sempre più col passare del tempo un inspiegabile enigma, un insondabile abisso. Chiediamo che tutte le relazioni intessute durante il periodo di latitanza vengano immediatamente e definitivamente rimosse. La loro adesione alla guerra in corso, la loro fedeltà, il loro spirito di sacrificio, saranno esempi luminosi per le nuove leve di coscritti. La loro efficienza sarà ugualmente esemplare, il loro impegno assiduo. Per il reato di latitanza chiediamo inoltre che vengano condannati a una rintracciabilità assoluta e continua. Il loro operato sarà continuamente monitorato. Per il reato di bando disarmante ed esilio volontario chiediamo che la loro presenza e la loro partecipazione siano costanti e appassionate e che il regime di separazione spettacolare a cui si sono ribellati appaia loro finalmente per quello che è, l’unico possibile e necessario. Non ci possono essere clandestinità e anarchia al di fuori di noi. Cittadini e cittadine esemplari, lavoratori e lavoratrici modello, ecco ciò che chiediamo per gli imputati di quarto livello!

Ad F si aprì innanzi una voragine senza fine, e già vide, in quella voragine, scomparire il volto di A., quegli indicibili momenti di gioia trascorsi assieme.

Vide il Brigante e Jacob, vide Bartleby e tutti i pensieri e le parole che l’avevano portato a scegliere la latitanza e l’esilio, a chiamarli felicità.

Vide in quella voragine gli ultimi anni di Walser impiegati a farsi dimenticare rendendosi utile come un Kraus, come un assistente, in mille inutilmente utili occupazioni quotidiane alla clinica di Herisau.

“Robert Walser, lei ha cominciato da impiegato e resterà sempre un impiegato”[1], gli aveva detto un giorno un tale.

Quel tale non sapeva cosa stesse dicendo, e soprattutto non sapeva che nel doppiofondo delle sue parole era nascosta un’amara verità.

Perché Walser, nonostante le sue passeggiate, in un certo qual modo, ma non in quello che intendeva il tale, impiegato era rimasto. Piegato dentro, arreso alla realtà, alla realtà dell’impiego come unica possibile forma di vita.

Ci aveva provato, a evadere, e forse, attirando su di sé gli sguardi, era anche riuscito a coprire la fuga di Jacob e del Brigante.

Ma lui no, non ce l’aveva fatta, non aveva potuto farsi più invisibile dei microgrammi.

E alla fine, soltanto di domenica, che è giorno di festa dall’impiego, accettava volentieri di sottrarsi alle sue occupazioni presso la clinica per camminare col suo amico Seelig. Per il resto preferiva non offendere i suoi colleghi degenti assentandosi dalla clinica nelle giornate lavorative. Non voleva dare a intendere di sentirsi diverso, un privilegiato. Con tutte quelle cose che c’erano da fare per mandare avanti la clinica, per il suo buon funzionamento, chi era lui per mettersi a passeggiare in un giorno qualsiasi? Era finito il tempo di andare a spasso allegramente e senza vergogna nei giorni di lavoro.

Fu a Natale che Walser morì sulla neve in una delle sue passeggiate. Fu in un giorno di festa, e che giorno di festa, che senza dare disturbo né interrompere servizio, Rober Walser l’impiegato si permise di morire.

In quella voragine F si vide come Walser impiegato a vita, condannato a sentirsi lieto di poter servire, di essere utile al buon funzionamento di quella più grande clinica in cui era ricoverato.

Una  voce tonante lo distolse da quell’abisso.

“ Per gli imputati di quinto livello chiediamo che siano condannati a essere, d’ora in avanti e per sempre, adulti.”

Seguì un lungo silenzio. Anche dalla platea non si levò alcun suono.

Poi la voce riprese facendosi solenne.

– Imputati di ogni livello, alzatevi!

Non tutti si alzarono ma dopo qualche istante la voce dal pulpito riprese ugualmente.

– Voi tutte, che in modi differenti avete scelto il vostro esilio e la vostra latitanza,  che avete fatto vostro il bando che da sempre incombe sulle vostre teste, che avete intravisto o fatto intravedere nella clandestinità d’ordinanza un ingovernabile fuoco, che avete così attentato, con il vostro modo di essere, con la vostra forma-di-vita, alla vacuità di questo trono, voi sarete per tutto questo condannate all’operazione. E chi, tra di voi, ha maldestramente cercato di disattivare il proprio accorgersi di sé e della fiamma che la consuma, sarà restituita a essere una falena come le altre, sospesa dal proprio stordimento, con gli occhi aperti soltanto sul proprio bruciarsi.

Un gruppetto di cani dal fondo dell’aula si mise ad abbaiare.

Ma la protesta fu prontamente taciuta dal boato sinistro e festante della platea.

[1]Carl Seelig, Passeggiate con Robert Walser, Adelphi, Milano 1981, p.50

Falene

Intervallo

Sta arrivando l’inverno, usate dire. Ma il vostro inverno non può arrivare perché è già sempre con voi, vestito del vostro lutto fin dal primo giorno che vi siete aperte. Il mio inverno è fatto solo di luce tagliente, e finisce ora, nel soggiorno illuminato di primavera. La tavola è pronta di una nuova colazione, la casa è un gioco di alba che si specchia e rimbalza di lame e chiazza di rosso frammenti di cose. Ma c’è ancora silenzio nelle stanze. Tra poco invece sarà tutto un fermento di verde bambino, un gorgheggiare di cori, un tinnire di tazze, un frusciare di vesti, un ruzzolare di passi e germogli sui gradini.

Intanto cade il mio velo da sposa della notte, risalgo la mia placenta di seta fino alla luce, alla ricerca di spazio per dispiegare le mie ali piccole e molli.  Addio mie spoglie di pupa! Mie bende d’immortalità! Mio succo di papavero! Ecco l’aperto! Ma non il vostro aperto. Non vedo l’abisso chiuso e sordo che si solleva inarcandosi dalla buca notturna, solo l’aprirsi di fiori senza fine. Non sento le vostre sirene, solo gli echi vaganti dei pipistrelli a tracciare la rotta. Ora sono falena, sfinge, ninfa o saturnia, ora volo affamata tra queste pagine aperte.

Il fuoco è acceso, la fiamma arde, brucia il mistero, dal fondo si alza il suo lamento.

Ora volo incurante delle ore e dei giorni, scrivo traiettorie nell’aria, e non so dire se c’è un tremito di inchiostro sulle ali, salto di nettare in nettare, vivo.

Ecco la mia ultima trionfante metamorfosi che non conosce fine svolazzare in nessun luogo senza no! La fine è dietro di me, uno spettacolo tutto vostro.

Altrove, il sole dalle braccia aperte cade a picco sulle onde scalpitanti, mentre qui, io volo ondeggiando tra le fronde in una selva di luce e di ombre, e scantono al primo segnale che mi vorrebbe preda e mi poso indistinta là dove divento foglia, tronco, erba, fiore. Non mi nascondo, mi faccio solo mondo.

E intanto spengo anch’io, come voi, senza saperlo, ad uno ad uno i miei falò, e disincanto il tempo con l’amore, come voi, senza saperlo, e forse gioco, forse fuoco.

VIII. L’Aula di Giustizia

F non credeva ai suoi occhi.

A. se ne stava in una loggetta identica alla sua, incastonata nella parete opposta di un immenso edificio circolare sormontato da una cupola.

Le loggette erano poste su cinque livelli e formavano grandi anelli che abbracciavano tutta la circonferenza dell’edificio. Lui ed A. si trovavano entrambi al quarto livello. Ci mise un bel po’ a contarle tutte. Tutti gli inquilini di quelle loggette erano seduti su comodissime poltroncine colorate con tanto di braccioli e porta bibite.

F ne aveva sentito parlare durante la latitanza ma in fondo non aveva mai creduto che potessero esistere luoghi del genere. Doveva ancora abituarsi all’idea di aver oltrepassato una soglia oltre la quale a nulla valevano tutte le sue vecchie categorie.

Una luce opalescente filtrava attraverso due grandi vetrate poste esattamente sopra quello che pareva essere un altare. Su di esso, a dominare l’aula, un maestoso scranno. Vuoto.

F distolse gli occhi da A.. Uno sciame chiassoso di persone aveva invaso la platea e andava a riempire i banchi vuoti disposti come in chiesa.

C’erano famiglie con nugoli di bambini al seguito che si abbuffavano di pop corn traboccanti da enormi bicchieri di carta plastificata il cui odore pervadeva l’aria, c’erano giovani coppie inghirlandate di umori torbidi, c’erano gruppi di ragazzetti schiamazzanti che ingollavano liquami colorati da cannucce colorate, c’erano uomini soli col cappotto che prendevano posto nelle ultime file e che facevano di tutto per conservare il loro posto vicino all’uscita, c’erano donne anziane vistosamente imbarazzate d’essere lì, come in preda a un’imperdonabile debolezza.

L’aula si riempì in pochi minuti, ordinatamente, a dispetto dell’apparenza caotica di quella fiumana di persone.

Quando tutti furono seduti il chiacchiericcio si fece più sboccato. Nessuno, tra il pubblico, pareva intenzionato a volgere lo sguardo in direzione delle logge. Per quasi nessuno di loro doveva essere la prima volta. Sapevano tutti benissimo cosa fare. Cosa aspettare. E non era lo spegnersi delle luci. Quelle non si spensero mai.

Solo dopo che il pubblico ebbe preso posto in platea F ripassò con lo sguardo, questa volta con più calma, i volti degli altri inquilini delle loggette.

Al primo livello sedevano facce straniere, facce di paesi lontani. Al secondo livello sedevano vecchie facce dallo sguardo smarrito. Al terzo livello facce pazze, inequivocabilmente folli. Al quarto livello sedevano, con lui ed A., molte persone conosciute durante la latitanza. Al quinto livello sedevano facce d’angeli, inafferrabili, con braccia che parevano fronde più che ali.

Poi notò che ai piedi del primo livello correva un recinto lungo tutto il perimetro dell’aula.

Di lì a poco, da una specie di grande gattarola, uscirono compostamente e in silenzio centinaia di cani e di gatti di tutte le razze e le stazze. Ma non solo. Uscirono anche canarini, pappagalli, serpenti, ragni, iguane, tartarughe, pesciolini, rospi, criceti ed esemplari di innumerevoli altre specie piegate alla domesticità. Non si udì alcun abbaiare né miagolio, nessuna baruffa tra cani e gatti, nessuna zampa fuori posto. Nessun morso, nessun cinguettio, nessun litigio tra le specie. Nessun tentativo da parte dei predatori di predare le prede. Ordinatamente si sistemarono lungo tutto l’arco della recinzione, rispettando financo una certa distanza gli uni dagli altri.

Quando gli animali ebbero preso posizione si aprì, in fondo all’aula, un imponente portone di legno intarsiato.

Allora il pubblico si zittì all’unisono e tutti gli sguardi dei presenti, animali compresi, si volsero verso di esso.

Entrarono, con passo risoluto e come un corpo solo, sette individui togati tra uomini e donne. Sotto un braccio sorreggevano pesanti faldoni e nell’altra mano leggerissime apparecchiature elettroniche.

Quello che per F aveva tutta l’aria di essere un piccolo plotone d’esecuzione andò ad occupare le prime file. Tra loro e l’altare c’era soltanto un grande tavolo ovale su cui poggiarono tutti i loro faldoni, i quali rimasero abbandonati lì.

Le apparecchiature elettroniche restarono invece sempre attive e luminose tra le loro dita vitree e sottili come zampette di formiche.

IX. Capi d’accusa

Il pubblico attendeva in silenzio.

L’aula intera era come sospesa, immobile. Ogni accenno di rumore veniva subito inghiottito da quel silenzio irreale. Anche gli animali non fiatavano. Quella specie di trono sull’altare continuava a restare vuoto.

F pensava al suo destino e a quello di A. Pensava all’operazione.

Nessuno sapeva esattamente che cosa fosse l’operazione. Erano girate voci di ogni sorta tra compagni di latitanza. Qualcuno aveva prefigurato orrende scene di torture, stagliuzzamenti, coltelli, seghetti, sale operatorie al neon e camici bianchi. Qualcun altro era stato più propenso a immaginarsi interventi di controllo mentale, microchip inseriti nelle reti neuronali e via dicendo. C’era poi chi si era immaginato costretto, per non essere soppresso, a prendere parte a segretissime operazioni militari. C’era anche chi semplicemente aveva associato all’operazione il significato di annientamento, di mera eliminazione fisica.

Comunque nessuno nutriva alcun dubbio, A. ed F compresi, sul fatto che quella parola puzzasse tremendamente di eufemismo, di uno di quegli eufemismi che all’improvviso sono sulla bocca di tutti quando ci si sta preparando a giustificare qualcosa di atroce, di atrocemente violento.

– Voi siete accusati.

Una voce atona echeggiò nell’aula rompendo il silenzio.

A. ed F volsero insieme lo sguardo in direzione della voce.

Uno degli individui togati svettava su tutti gli altri da un pulpito posto alla destra del grande tavolo ovale.

A quelle parole seguì nuovamente un lungo silenzio.

– Siete accusate di essere colpevoli. Siete tutte accusate di aver abbandonato volontariamente e senza autorizzazione le vostre rispettive funzioni. Siete accusate di esservi esiliate senza alcuna disposizione in merito. Siete accusate di aver dileggiato la vostra regolamentare messa al bando giocando a fare i banditi, le escluse, gli ostracizzati, le fuggitive. Siete accusate di aver cercato di ricomporre le vostre separazioni e di aver profanato il vostro campo di appartenenza. Siete accusate di esservi prese gioco dell’eccezione, della norma, dello Stato e dello stato di eccezione. Siete accusate di aver oltrepassato confini invalicabili e di aver passeggiato divagando in territori interdetti. Siete accusate di aver sottratto i vostri corpi ai controlli sanitari e i vostri occhi a quelli immaginari. Siete accusate di aver rifiutato ogni identificazione ed ogni riconoscimento. Siete accusate di aver eluso la vostra protezione e la vostra sicurezza sottraendovi a tutti gli schermi e a tutte le telecamere. Siete accusate di aver sputato sulla vostra cittadinanza, sui vostri diritti e i vostri doveri. Siete accusate di aver voltato le spalle allo spettacolo e di essere uscite dalla sala. Siete tutte accusate di latitanza con l’aggravante, per alcune di voi, di recidiva inoperosità.

Il magistrato si tolse gli occhiali e guardò la platea che a quel segno esplose in un applauso fragoroso.

F non aveva mai sentito niente di simile. L’applauso durò venti minuti. Sembrava che nessuno volesse cedere, come se farlo fosse vergognoso, disdicevole e magari si potesse anche incorrere in qualcosa di spiacevole. Ma forse questa era solo una sua impressione.

Quando finalmente l’applauso si spense, il magistrato, che doveva essere un pezzo grosso, scese i gradini del pulpito, un po’ goffamente a dir la verità, e riprese il suo posto su una delle poltrone.

Un altro magistrato lo sostituì sul pulpito e gridò subito con veemenza:

– Imputati di livello zero!

A queste parole cani, gatti, canarini, pappagalli, tartarughe, pesciolini, pitoni, iguana e via dicendo rizzarono per un istante le orecchie. Ma i più ripresero quasi subito l’attività in cui erano impegnati, come grattarsi, spulciarsi, leccarsi, sonnecchiare o becchettare o chissà che altro.

– Oltre ai generici capi d’accusa già menzionati siete accusati di aver abbandonato i vostri padroni e le vostre padrone che vi volevano tanto bene e che hanno tappezzato i muri dei loro quartieri con le vostre fotografie e il loro numero di telefono. Siete accusati di aver rigettato la vostra qualifica di animali da compagnia preferendo un destino solitario o in compagnia non autorizzata di altri viventi vostri simili e non. Siete accusati di aver cercato di estrarre dalla vostra carne il microchip identificativo. Siete accusati di aver preferito il nomadismo alla stanzialità, la vita all’aria aperta alla comodità degli appartamenti, un prato alla lettiera o alla passeggiatina. Siete accusati di aver rifiutato il guinzaglio, la gabbia, l’acquario e tutte le proiezioni dei vostri rispettivi due zampe. Siete accusati di esservi sottratti alla vostra funzione di sopperire ai vuoti e alle mancanze. Siete accusati di aver fatto piangere vecchi e bambini. Siete accusati di non esservi fatti trovare dai vostri proprietari e di aver a lungo eluso la cattura da parte della forza pubblica. Siete accusati di aver violato la proprietà privata dei vostri padroni sottraendovi al vostro status di cose o di beni in loro possesso. Siete accusati di infedeltà, di irriconoscenza e di alto tradimento. Come attenuante si terrà conto dei vostri anni di servizio e dello sterminato indotto che si è creato attorno alla vostra riparazione e al vostro sostentamento.”

Alla lettura dei capi d’accusa seguì un nuovo lungo applauso, benché più breve del primo, accompagnato dal lancio di alcuni oggetti da parte dei bambini, prevalentemente bicchieri e scatole di stuzzichini, in direzione degli animali. Questi si limitarono a reclinare il capo e ad abbassare le orecchie. Non uscì un mugolio dalle loro bocche.

– Imputati di primo livello!

Una nuova voce si alzò dal pulpito.

Le facce straniere che sedevano nelle gabbie del primo livello intesero che si parlava di loro nonostante la lingua fosse per molti incomprensibile. C’era nelle loro espressioni un che di amaro.

– Voi siete poco più che bestie. – Continuò il magistrato. – Siete accusati, oltre ai generici capi d’accusa già menzionati, di esservi movimentati senza precisa ordinanza e di aver abbandonato la vostra Nazione di appartenenza e le vostre mansioni. Siete accusati di essere sopravvissuti a innumerevoli naufragi, supplizi e sevizie, e di aver preteso in più di una occasione di essere considerati alla stregua di persone. Siete accusati di non aver piegato abbastanza la schiena e di aver accettato del denaro, seppur poco, in cambio dei vostri servigi. Siete accusati di non aver vinto, di non essere riusciti, una volta superate le prime selezioni, a conquistarvi un’identità in quel mondo spettacolare che tanto sognavate. Siete accusati di essere arrivati fin qui per restare delle nullità, delle inesistenze clandestine incapaci di assurgere alla legale clandestinità dei cittadini, al loro tanto invidiato anonimato. Siete accusati, con la vostra presenza su questo territorio, di aver esibito la vostra nuda vita mettendo così in pericolo la sicurezza della nuda vita dei cittadini e la stabilità dello Stato stesso, nonché la legittimità del Diritto e quindi anche di questa Aula di Giustizia. Come circostanza attenuante sarà tenuto conto che passando inosservata ai più questa vostra esplosiva potenzialità, lungi dall’aver minato le fondamenta della Nazione, la vostra presenza ha più di una volta contribuito a cementare nuove proficue alleanze, a rinsaldare identità inconsistenti, a catalizzare e neutralizzare furori soffocati troppo a lungo e a dirottare i pensieri di guerra su nemici alla portata di tutti.

Seguì il solito scroscio di applausi accompagnato questa volta da insulti razzisti della peggior specie. Anche gli imputati del primo livello, così come gli animali prima, ebbero una reazione piuttosto compassata davanti agli scoppi di violenza della platea.

Ad F sembrava che tutti i suoi compagni di sventura, di qualunque livello, e lui compreso, fossero immersi in uno stato di stordimento tale da attutire le bordate della realtà, da impedire loro di collassare come stelle al capolinea, pronte a disintegrarsi nello spazio infinito in nebulose planetarie.