Mattatoio #2

Un mattatoio destituito. Non più brandelli ma ricomposizioni, non più morte ma forme di vita.

di Vultlarp

Complicità (I)

Ai penalmente perseguiti in vista di

non si sa bene

A chi compare immediatamente

e immediatamente riscompare

Ai custoditi come i segreti

Ai tenuti d’occhio

Ai guardati a vista

Benedetti, voi che ossessionate gli aguzzini

con la vostra incessante bellezza

Enrico iv, parte i, atto quinto, scena 1-2

 

Sorge il sole sul campo della battaglia; ma è un sole tenue, rosso sangue, sfocato dalle nuvole.

— Brutto segno, — sospira Hal.

Henry lo guarda storto.

— Sì. Per chi perde.

Due ambasciatori dall’accampamento ribelle. Sono qui per parlare.

— Vedo che si può ancora risolverla civilmente, Worcester.

I due uomini si guardano. Esitano.

— Purtroppo no, Sire.

— Cosa? Non siete qui per ritirare le minacce? Per tornare tranquilli a casa vostra? Per smetterla di fare le schegge impazzite?

È Worcester che parla: — Avrei tanto voluto. Ma non me la sono cercata io, questa guerra.

— Non te la sei cercata. E come l’hai trovata, allora?

— ‘A rivolta stava in miezz’ ‘a via, — sghignazza Falstaff in napoletano, — E lui l’ha raccorta.

— Taci, deficiente, — sibila Hal.

— Piacque a Sua Maestà di volgere lo sguardo altrove che da noi, — continua Worcester, — ma devo dirlo: senza di noi, non sareste niente. Raccolto con il cucchiaino che eravate un bandito che voleva ritornare a casa. «Solo questo», dicevate a Doncaster, «questo, e i miei titoli». E va bene. Riccardo era in Irlanda. «Aiutiamolo», ci siamo detti. E poi? Fiumi di buona sorte. Il regno allo sbando, Riccardo che non torna più, la gente che vi acclama. Che vi dice «usurpate il trono». Che vi dice «siete il nostro re». E voi che umilmente lo accettate. Salvo poi voltarci le spalle. No: se siamo qui oggi, è perché ci abbiamo già provato, a «risolverla civilmente».
— Ah sì?, — sbotta Henry, — ma certo. Chiaro. Voi fareste di tutto per il potere. Qualsiasi scusa è buona. Queste cose le avete scritte su facebook, vero? Siete andati a dirle nelle piazze e nelle AG, no? Le avete prese e colorate di giallo per abbindolare i disgraziati e gli scontenti che ogni volta esultano e si sfregano le mani a sentir parlare di rivolta. Alle vostre insurrezioni non mancano mai i colori sgargianti, né i pezzenti pronti a farle. Voi, bastardi affamati di caos e distruzione. Ma stavolta vi fottete, stronzi: Hal, prepara i blindati! E se qualcuno scende in piazza, domani, gli spariamo coi fucili veri.

*

Un altro atto quinto?

 

Ok, questa forse Enrico iv non l’ha detta — ma rende l’idea delle intimidazioni diffuse dal governo francese per tutta la prima settimana di dicembre.

Tornatevene a casa. Non venite a manifestare. Dimenticate Parigi, dimenticate noi, dimenticate la vostra rabbia. Sennò? Sennò toccherà a voi.

Le maschere cadono all’alba della protesta, e ci si guarda (di nuovo) negli occhi. Eppure, l’atto quarto si è tenuto. Inesorabile. In tutto l’esagono. E l’atto quinto ora si staglia sul calendario come una minaccia: «Nöel n’aura pas lieu!».

In questi giorni gialli in cui è successo di tutto (ma non tutto!), si è detto e scritto troppo per poterlo ancora fare a cuor leggero. Per poterlo ancora dire. È un fiume in piena. Una corrente che trascina a fondo.

Per questa volta, allora, perché non seguire questo fiume dalla sponda?

Prendiamo l’Enrico iv di Shakespeare, e se ne potrebbe parlarne per giorni. Lasciamo stare il fatto che qui solo ai nobili sia dato di parlare, o che siano tutti imparentati, o che tutti in fondo bramino il potere. Consideriamone la potenza latente, facciamo buon uso del campo di rovine — non riproporre il passato «come propriamente è stato», ma «impadronirsi di un ricordo come esso balena nell’istante del pericolo».[1]

Prendiamo l’Enrico iv di Shakespeare, dicevo: dentro ci trovi una delle frasi più belle di sempre:

An’ if we live, we live to tread on kings;

Che in italiano diventa «E se viviamo, viviamo per camminare sulla testa dei re». Un motto che alla(r)ga il cuore di ogni rivoluzionario. Un motto usato e abusato che ora per alcuni nostri amici ritorna a esprimere la potenza del movimento in corso in Francia.

Effettivamente non ci vuole molto a vedere in Emmanuel Jean-Michel Frédéric Macron di Andorra, venticinquesimo Presidente della Repubblica Francese, Co-principe del suddetto Principato, Protocanonico d’onore della Basilica di San Giovanni in Laterano, Gran Maestro e Cavaliere di Gran Croce dell’ordine della Legion d’Onore, ecc. ecc., qualcosa come un monarca… ma qui stiamo cercando di prenderla lateralmente. Dalla sponda.

È di letteratura che parliamo. Per interrogarne la potenza latente ci sono molti modi, ma principalmente due modi. O si rintracciano nei testi i segni di una permanenza, di una continuità, di un’identità — insomma, di una loro qualità inalterabile —, o se ne indagano gli scarti, le differenze, le sacche inesaurite, l’inespresso che si annida in ogni crepuscolo.

E questo fa tutta la differenza fra un reazionario e un rivoluzionario.

Ora: ben venga anche il più assurdo dei détournement, anche il più brutto (vedi pezzo sopra). Destituire significa anche questo: evadere dal panopticon del movimento dialettico — sia maledetto Hegel, ideatore del carcere perfetto del pensiero.

Però ho come l’impressione che questa frase shakespeariana, per quanto bella, dica le cose per metà.

È l’atto quinto del monumentale dramma storico. Hotspur, l’impulsivo nipote del conte di Worcester, è profondamente incazzato con Enrico per uno scambio di prigionieri. Nonostante il giovane si sia accollato il compito di sedare le rivolte scozzesi, ora il re non vuole riscattare il fratello di sua moglie, prigioniero in Galles, e pretende pure che gli vengano consegnati gli altri ostaggi.  È solo l’ultimo di una serie di oltraggi e voltafaccia del monarca che ha usurpato il trono di Riccardo ii. Minacciato e insultato, Hotspur e la sua famiglia decidono di allearsi con gallesi e scozzesi e farla pagare a quel «cancaro ingrato di un Bolingbroke». Testualmente.

Ora Worcester e Vernon — vecchi e imbolsiti cortigiani — stanno tornando dal colloquio con il re, decisi a non riferire nulla dell’ambasceria. Hanno paura che Hotspur accetti la tregua. Che il re lo perdoni per la sua giovane età e condanni invece loro. E così mentono, dicendogli che è il re stesso a muovergli guerra.

È allora che Hotspur non ci vede più fuori, raduna i soldati, chiama alle armi. Il suo personaggio è l’illetterato per eccellenza. Detesta i poeti e la poesia, è tutto guerra e azione, si considera un pessimo oratore e un arringatore di folle ancora peggiore. Eppure è attraverso di lui che Shakespeare convoglia qui molto del suo lirismo.

Non saprà parlare bene, Hotspur, ma sicuramente abbastanza da dire, appunto:

Ah, signori, il tempo della vita è così breve; ma se la vivi vergognosamente, stai sprecando tempo. Se anche la lancetta si fermasse sul quadrante dopo un’ora sola, sarebbe stato troppo. E se viviamo, viviamo per schiacciare i re; se moriamo, sarà una bella morte se con noi muoiono i principi.

Due cose importantissime, qui.

  1. Che la vita — la forma di vita, diremmo noi — è insurrezione, oppure non è. E che se è morte, è morte che trascina con sé il principe, l’erede, che lascia il potere senza successore.
  2. Che la vita non è che il particolare qui e ora in cui consistiamo. Nell’accampamento, alla vigilia della battaglia, il tempo possibile si esaurisce come la candela che brucia dai due lati, e tradisce l’inganno delle sue eternità circolari — il passato e il futuro. Non resta che quello che c’è, un’attualità della presenza che permea tutta la vita. «Se viviamo, viviamo per schiacciare i re», e non un particolare re (colui che stiamo per combattere). La vita ritorna ad essere espressa unicamente attraverso ciò in cui si consiste. Hotspur è questo: la fine del tempo. Il messianico. È tra gli altri Guy Debord, a servirsi della frase per aprire il quinto capitolo della sua Società dello spettacolo; e non è un caso che si parli di Tempo e storia in rapporto al potere. Anche in questo senso, Hotspur dice cose interessanti… per un’altra volta.

Oh, Harry. Ti sei preso la mia giovinezza. Posso sopportare la perdita della mia fragile vita, ma non quella dell’onore che mi hai vinto: quella brucia i miei pensieri più della tua spada nella carne. Ma il pensiero dipende dalla vita, e la vita dal tempo — e il tempo, che guarda tutto il mondo scorrere, finirà anche lui, alla fine. Oh, potrei fare profezie, ma la fredda mano della morte frena la mia lingua. No, Percy. Sei polvere, e cibo per i —.

Spoiler alert: Hotspur morirà prima della fine dell’atto. Ucciso proprio dal principe Hal. E morendo darà di nuovo prova di quel che fa di lui «un cattivo oratore». Oltre alla ricorrenza del numero cinque, resta dunque il proposito fallito di Hotspur — poetico, certo, ma fallito. Resta l’ennesima battaglia persa contro i regnanti, una potenza repressa. Fine del messianico, ripristino del grande inganno.

Noi però vogliamo capovolgere la storia, sovvertirne l’ordine imposto: e Hotspur ritorna per sempre lì, nell’atto di proferire quella frase, cristallizzato in quel divenire che fa delle sue parole una poesia e del loro senso un protendersi incessante verso altre possibilità. Non dobbiamo scordare che, in fondo, ha vissuto una vita intera a combattere i re.

Salvo poi commettere l’errore di aiutare uno di loro a diventarlo.

Il dubbio assale ancora. E, se questo trip non ci ha stufati, forse prima o poi ci chiederemo se siamo poi sicuri che Hotspur sia un esempio in questa storia. È una cosa che Shakespeare cerca di dirci anche attraverso i nomi dei protagonisti, che si ripetono instancabilmente. Lo puoi chiamare Henry (come il re), Harry (come il futuro Enrico v e Hotspur) o Hal (altro nome il futuro monarca): sono tutte facce dello stesso identico potere, che sempre si rimodula. Lo scontro tra i «two Harrys that cannot share one land» esprime proprio questo sentimento di sostanziale identità.

Noi però, eredi del post-strutturalismo, siamo dalla parte del lettore: è chi legge che ricostruisce il testo, lo ricrea e ne fa ciò che meglio reputa. Quindi che importa chi ha pronunciato quella frase? Che importa il quando? O il come? Se qualcosa riesce ancora a debordare se stessa e il proprio senso — un senso che sempre allontana come la museruola dell’intelletto sistematico — allora significa che la sua potenza non si era esaurita. Può essere una frase come un gesto.

Eppure.

Eppure c’è che, a volerla vedere così, è un’altra la frase che ora riemerge, e che sembra adatta più di altre a dire qualcosa di incisivo su questo nostro tempo. È la frase che chi scrive ha malamente volto in napoletano. A pronunciarla è Falstaff:

Rebellion lay in his way, and he found it.

Non so perché, ma ora simpatizzo con questo cavaliere balordo, con questo gigantesco ladro ubriacone e vigliacco. Sì, perché Falstaff sfodera l’arma più tagliente di tutte: l’ironia. Un’ironia tanto più forte in quanto scheggia di verità.

Sulla sua figura di anti-eroe profondo convergono i tratti di un modo dell’esistere unico, difficilmente concepibile al di là del suo nome proprio; a suo modo re, come Henry e Hal, e come loro a suo modo impostore e usurpatore, Falstaff è un personaggio grottesco che sembra racchiudere entro i suoi giganteschi limiti tutto il suo tempo: ma è un tempo che sembra al contempo inghiottire, esibendolo e questionandolo interamente.

Attorno al testo, si combatte una guerra; si adducono motivazioni, si imbastiscono le verità, si consolidano i discorsi: è questo mondo. E ciò da questo mondo sorge è la poesia, se ci va bene, che lo incorpora e lo reinventa, che anzi ne esibisce la struttura stessa. L’aforisma di Hotspur ne è un esempio.

È invece all’interno del testo propriamente detto, ossia nei suoi bacini differenziali — nella sua non-lingua, nel procedere non info-comunicativo della parola, nelle variazioni trasversali di una macrostruttura che sempre tiene (ma che ne mostrano le vie d’uscita) — è lì che l’ironia shakespeariana dice una verità sulla rottura in corso. Un rapporto ineludibile con ciò che c’è.

Come siamo giunti fino a qui?

La rivolta stava in mezzo alla strada. E noi l’abbiamo trovata. E raccolta — confusa com’era, precaria com’era.

Sipario.

All’atto quinto.

Sorga il sole dei vincitori.

Complicità (II)

E voi

feriti massacrati mutilati

rastrellati ginocchioni e mani a terra

Siete la storia di ogni giorno che ritorna dall’altrove

E Voi

che vi fondete nella pioggia

che piangete lacrime di fuoco nella nebbia

Voi, che la furia del pavé scagliato in aria

non vi ha mai sfiorato

Siano altri gli sguardi che vi fissano

altre le mani che vi stringono

Nessuna la parola che vi dica

[1] Marcello Tarì, Non esiste la rivoluzione infelice, p. 32. Le citazioni sono tratte dalla sesta tesi sulla filosofia della storia di Walter Benjamin.

Viva la rivoluzione impura!

Alcuni mesi fa, durante le ultime manifestazioni del movimento contro la Loi Travail, scrivevamo su Qui e Ora :

Dopo molti anni di frequentazione ci pare di aver capito una cosa dei modi di apparizione dei movimenti in Francia e cioè la presenza ineliminabile dello spettro della Rivoluzione nell’arena pubblica francese. Quello che appare come il loro «radicalismo» viene dal fatto che quando un movimento prende respiro, coloro che pensano dentro di esso non si pongono l’obiettivo di raggiungere un qualche risultato esteriore – una legge in meno o in più etc. – ma pensano da subito a come fare la rivoluzione. Quel tanto o poco di ritualità che caratterizza i movimenti francesi – le barricate, le ondate di scritte sui muri, la comparsa di tribuni, etc. – deriva proprio dal voler ogni volta ripetere il gesto inaugurale del rovesciamento dell’ordine in vigore. La citazione del passato – la presa della Bastiglia, la Comune, il Maggio 68 – è all’ordine del giorno. C’è da dire che lo spettro della Rivoluzione, e in particolare del 1793, ossessiona anche i governanti e ciò spiega anche la loro radicalizzazione nello scontro. Nessun capo del governo ama immaginarsi senza testa.

Gettando un rapido sguardo su queste ultime settimane, lo slancio insurrezionale dei gilets jaunes conferma, una volta di più, quella lettura: il ruolo poietico che il mito della Rivoluzione continua ad avere nello svolgimento della conflittualità storica in Francia. Ma non è sufficiente e sarebbe ingannevole fermarsi a questa constatazione. Bisogna anche guardare a sequenze storiche più brevi e recenti. Poiché è un’altra evidenza eclatante che l’attuale conflitto politico – questo in corso non è il classico movimento sociale – non poteva che ricominciare, nella sua espressione pratica, dal livello di scontro del precedente, quello contro la Loi Travail, e portarlo ancora più in là, farlo esplodere oltre ogni sorta di mediazione, fosse anche quella dell’estrema sinistra, degli autonomi, degli anarchici o chi per loro. E non parliamo nemmeno dei campioni del tradimento, le centrali sindacali cioè. E dunque il blocco e non il corteo, la sommossa e non la manifestazione, la sovversione diffusa e non lo sciopero generale.

Forse in molti ricorderanno quando anni fa, in occasione della rivolta delle banlieues e poi contro il CPE, tra il 2005 e il 2006, qui in Italia si diceva nei circoli movimentisti, con un atteggiamento a metà tra la sufficienza e l’invidia, «eh, ma la Francia è sempre così, una bella fiammata e poi anni di silenzio e di nulla». Ma la verità è che era iniziato il tempo del silenzio e del nulla qui da noi, interrotto giusto da due o tre lampi violenti e brevissimi, e quello che con una certa arroganza viene in Italia eternamente chiamato “il movimento”, ovvero una piccola landa fangosa composta da collettivi post-tutto, diveniva sempre più incapace di leggere gli eventi, sempre più vigliacco, sempre più impotente. Per contro, successivamente, si è assistito di anno in anno a un continuo “provarci” dell’insurrezione in Francia, sbagliando e provandoci ancora, fino ad arrivare ad oggi, quando una nuova «rude razza pagana» sta facendo vacillare il governo con una potenza ancora mai sperimentata nelle piazze dell’Europa occidentale, quella civile, quella che comanda e anche, perché no, quella Erasmus. E questo senza che nessuna struttura organizzata, partiti sindacati o collettivi, abbia avuto alcun ruolo – e per fortuna! Nel caso dei gilets jaunes l’intelligenza tattica, difatti, non è delegata a nessuna struttura preesistente, ma è immanente alla presenza irriducibile del popolo nelle strade. Anni di prove e riprove hanno portato a illuminare a giorno quella che è una delle verità di quest’epoca: non esiste un soggetto rivoluzionario, non c’è più all’ordine del giorno la lotta di classe come la si rappresentava fino a cinquanta anni fa. Qualcosa che fa impazzire i marxisti di ogni parrocchia. È per questo che da un passato che non se n’è mai andato è tornato sulla scena il «popolo», in questo caso il popolo in tanto che classe della molteplicità, «classe universale» diceva Jacques Camatte.

Già, il popolo. Vi è una differenza qualitativa enorme tra il Popolo prodotto dalla politica, dal Governo, dall’economia, che venga da destra o da sinistra, e il popolo che prende forma nella rivolta. Certo, da tempo sappiamo quanto il termine “popolo” sia semanticamente confuso, quasi indecifrabile, quanto indichi più che un’unità la separazione interna ad ogni società:

Di volta in volta vessillo sanguinoso della reazione e insegna malcerta delle rivoluzioni e dei fronti popolari, il popolo contiene in ogni caso una scissione più originale di quella amico-nemico, una guerra civile incessante che lo divide più radicalmente di ogni conflitto e, insieme, lo tiene unito e costituisce più saldamente di qualunque identità. A ben guardare, anzi, ciò che Marx chiama lotta di classe e che, pur restando sostanzialmente indefinito, occupa un posto tanto centrale nel suo pensiero, non è altro che questa guerra intestina che divide ogni popolo e che avrà fine soltanto quando, nella società senza classi o nel regno messianico, Popolo e popolo coincideranno e non vi sarà più, propriamente, alcun popolo. (Giorgio Agamben)

Forse allora una prima grande lezione che bisognerebbe trarre da queste settimane sta nel fatto che è possibile battere il cosiddetto populismo che sta infettando il mondo e che questo sta avvenendo, qui e ora, attraverso la sola maniera possibile, ovvero tramite un popolo che approfondisce vertiginosamente la scissione originaria. Ciò che sta accadendo al di là delle Alpi, inoltre, dice un’altra cosa preziosa per chi ha a cuore il divenire rivoluzionario: per i rivoltosi non è la Francia ad essere una e indivisibile, bensì la Repubblica nata dalla rivoluzione e tuttavia, nella rivolta, ci si accorge ben presto che questo feticcio dell’unità/indivisibilità può divenire in breve tempo il limite di ogni rivoluzione, che quel progetto è stato e continua ad essere foriero di una tragedia senza fine. E dunque il popolo, quello con la minuscola, non può essere che una provvisoria molteplicità, un insieme di frammenti di vita che per un istante configura un mondo, il segnale che indica la biforcazione possibile, la secessione definitiva. Non è difficile accorgersi di questa molteplicità, basta osservare questi famosi gilet gialli. Se è vero che il gilet fluorescente unifica il popolo in rivolta cancellando ogni appartenenza sociale, è vero anche che quasi ogni gilet è marcato da una scritta, un segno, un qualcosa che lo rende singolare. L’essenziale non è in tutta la diversità che si può trovare in una massa in rivolta, ma nel modo in cui le singolarità qualunque riescono a comunicare tra loro. Non è l’esaltazione della “differenza” ma la comunabilità esistente tra esseri, cose, spiriti e parole a fare di un popolo qualcosa di rivoluzionario. La scoperta, sempre rinnovata, è che sì, è possibile battere chi comanda, chi decide sulle nostre vite, e le disprezza. Quello che stiamo vivendo è perciò un tournant eccezionalmente importante nel quadro di controrivoluzione globale nel quale ci troviamo.

Contro ogni istituzionalismo, quindi, è perfettamente inutile sperare in una stabilità del popolo:

Proprio per questo il popolo è temibile per i detentori di un potere che non lo riconosce: perché non si lascia cogliere, perché è la dissoluzione della realtà sociale e insieme la caparbia ostinazione a reinventarla in una sovranità che la legge non può circoscrivere, visto che rifiuta la legge pur mantenendosi come suo fondamento. (Maurice Blanchot)

Tanto più nessuna operazione politicista, come quella che si sta penosamente preparando in Italia con a capo il buffone napoletano e la coda formata dai collettivi di sinistra, non potrà per ben che vada produrre altro che un patetico simulacro di questo popolo insorgente. Che sarà anche confuso, rozzo, politicamente scorretto e ingenuo e che però è altrettanto determinato, coraggioso, solidale e rivoluzionario.

Queste qualità si sono potute osservare in certi comportamenti, come ad esempio nelle ore passate intorno a Place Saint Augustine, tra Boulevard Haussmann e Malesherbes lo scorso 8 dicembre. La polizia gasa, spara, irrora, la gente recula un po’, poi avanza ancora, quindi di nuovo un po’ indietro, ma non se ne va. Resta piantata lì finché, dopo delle ore, non giudica arrivato il momento di abbandonare la postazione e di lasciare nella loro grigia solitudine la polizia, la borghesia e il presidente. Ma è sempre lui, il popolo, che decide quando sciogliersi. È lui che ha in mano l’iniziativa. È ancora lui che decreta il livello di contro-violenza esprimibile in ciascuna situazione. È lui, il popolo, la situazione. Quando questo popolo che non è il Popolo arriverà a destituire il fondamento nel quale lui stesso è incluso tramite la sua esclusione, allora non solo non ci sarà più nessun popolo, ma nessun Governo, nessuno Stato, nessuna Legge.

Nulla in questo momento in Francia è maggiormente patetico dei collettivi di “movimento”, ognuno con la sua piccola identità, con la sua specificità, con la sua differenza, con il suo micromercato politico, affaccendati nel tentativo di posizionarsi non dentro ma a lato di un’insurrezione troppo impura per le loro fobie ideologiche, nella speranza di arraffare qualche piccolo spazio attraverso il quale mediatizzarsi per continuare a esistere. Le grandi assemblee di questi rimasugli dell’estrema sinistra e di orfani del cortège de tête, come quella tenutasi alla Bourse du Travail di Saint-Denis il 6 dicembre, sono lo spettacolo della loro decomposizione. Basta, è finita. Abbandonatevi al gioioso disastro dell’insurrezione. Scioglietevi nel popolo.

Ed è abbondantemente arrivata l’ora che qui da noi, in Italia, si facciano definitivamente i conti con questa verità. Le campane suonano a stormo.

Tra il mondo liberal-capitalista, il nostro mondo, e il presente dell’esigenza comunista (presente senza presenza), non c’è che il tramite di un disastro, di un cambiamento d’astro.

                                                                                                                                                        Maurice Blanchot