Dentro e contro l’ipotesi autonoma

 

Alcune note sul libro L’hypothèse autonome, di Julien Allavena.

di Michele Garau

Di libri sull’autonomia e il 77 in Italia ce ne sono tantissimi. Perlopiù tutti vertono sulla stessa ricostruzione lineare ed univoca, salvo alcune meritevoli eccezioni. Si tratta di una storia fatta di «c’era un volta», di nomi, date e luoghi che si inanellano senza intoppi. Prima ci sono i «Quaderni rossi» e «Classe operaia», la monumentale tradizione dell’operaismo italiano, con i suoi padri nobili ed i suoi scismi. Poi viene «Potere operaio», la crisi dei gruppi e la ricomposizione intorno ad un nuovo soggetto. Un susseguirsi di firme e sigle, una successione di date ed eventi fondatori: nel 1962 gli scontri di Piazza Statuto e nel 69 la rivolta di corso Traiano, nel 73 l’occupazione di Mirafiori e finalmente il 77. Il 7 aprile del 79, con centinaia di militanti inquisiti ed arrestati, arriva il brusco epilogo di tutta la vicenda. La storia dell’«Autonomia» come filiazione nobile della più lunga «sequenza rossa» italiana. Infine c’è l’eredità cumulativa delle categorie teoriche, anch’esse in un perfetto continuum: dall’«operaio massa» all’«operaio sociale», dal sistema taylorista della catena di montaggio alla «fabbrica diffusa» della metropoli.

Da questa sfilata vien fuori il profilo di una realtà politica con i suoi testi sacri, i suoi leaders e le sue correnti interne: quella che salacemente, nel 1980, la rivista «Insurrezione» chiamava «PAO» (Partito dell’Autonomia Operaia). È lo stesso Negri, d’altronde, ad evocare sulle pagine di «Rosso», nel 1978, il progetto di costituire un «Partito dell’autonomia»: in questo modo suggellando una parabola che, come alcuni hanno sottolineato, era cominciata dentro «Potere operaio», nel 1970, con la proposta di un «Partito dell’insurrezione», ed ha dunque come proprio filo conduttore una considerazione dell’autonomia e dell’autorganizzazione delle lotte del tutto strumentale alla priorità di una centralizzazione organizzativa d’avanguardia. Non che in questa storia tutto sia falso, tutt’altro. Come spiega Pino Tripodi in un suo bel contributo di qualche anno fa, L’ultima rivoluzione, l’arcipelago di esperienze disseminate per la penisola che prende il nome di «autonomia diffusa» fu effettivamente contiguo o collaterale alle aree di influenza dell’«Autonomia Organizzata» con tutte le maiuscole, ad esse interno sebbene refrattario alla loro ipotesi di centralizzazione politica:

Per autonomia diffusa si intende quel movimento ascrivibile interamente all’Autonomia operaia ma che per spazio, collocazione sociale ed esistenziale o, come nel caso dello scrivente, per scelta teorica e pratica, ha rifiutato completamente e radicalmente la proposta dell’organizzazione centralizzata dell’Autonomia operaia. L’Autonomia operaia organizzata, anche nei momenti di massimo fulgore, nei suoi diversi e litigiosi frammenti, da un punto di vista numerico era ben poca cosa rispetto all’autonomia diffusa.

Salvo l’eccezione bolognese di «A/Traverso», con la sua «peculiarità desiderante» di linguaggio e di metodi, che forse non giunse mai ad una vera e propria rottura con le altre correnti, sembrerebbe allora che tutto si muova dentro questa rete, coi suoi tre o quattro poli progettuali di riferimento in giro per l’Italia. Sembrerebbe inoltre che questi poli, nonostante le teorie sofisticate e la vivacità intellettuale, non siano mai andati oltre, nella loro eterodossia, ad una sorta di «neo-leninismo critico». Un leninismo eretico ed intelligente, aggiornato, che persegue una «centralizzazione dell’espansività»: aperto alla dinamica delle lotte di liberazione intorno ai bisogni e non, invece, teso a soffocarle in un irrigidimento burocratico fuori dal tempo. Lo stesso leninismo che Lea Melandri stigmatizza in una corrosiva lettera a «Rosso» del 75, intitolata Rosso, quindicinale dentro la confusione, per la sua genetica incapacità di superare l’approccio politico, la segmentazione gerarchica tra le sfere dell’esistenza e i bisogni, per la vocazione a coagulare intorno ad una «direzione», se possibile operaia, la pluralità delle rotture sovversive che la pratica autonoma stava dispiegando.

Un primo merito, non banale, del libro di Julien Allavena, L’hypothèse autonome, uscito di recente per i tipi delle Éditions Amsterdam, è il fatto di non indulgere in queste abitudini.

Non storia monumentale o cronaca celebrativa, quindi, ma una ricostruzione strutturata intorno a nodi tematici che ricadono sull’oggi, pur mantenendo il dovuto rigore storico e usando le fonti come si deve. Quindi ecco, se avete già letto tonnellate di volumi ed antologie sulla storia dell’Autonomia, dal primo convegno nazionale del 73 alle molteplici traiettorie locali, non vi annoierete comunque a leggere questo libro. Italia in primo luogo, poi Germania e Francia, sono le coordinate geografico-politiche del lavoro, che quindi non è facile restituire, per l’ampiezza dei percorsi affrontati, nelle poche righe di una «recensione». Andiamo quindi al succo.

La domanda principale da cui il libro prende le mosse è un interrogativo, mi sembra, molto preciso e situato, che si potrebbe se non sbaglio formulare in questo modo: per quale motivo nelle recenti sequenze di mobilitazione e di conflitto in Francia, dalle proteste contro la loi travail del 2016 fino ad oggi, gli stili e l’immaginario dell’autonomia riemergono con tanta forza, in particolare nelle nuove generazioni di militanti, malgrado la profonda divaricazione di contesto e di materialità dell’esperienza rispetto alla stagione da cui tale repertorio proviene? L’autonomia che si vuole riattualizzare nel cortège de tête, o per una altro verso nelle Zad, che grado di parentela storica ha con quella originale, se di originalità si può parlare?

Questo tipo di interrogativo deve quindi cercare di discernere, nel repertorio variegato dei movimenti autonomi europei, quanto è indissolubilmente ancorato ad una fase espansiva – di piena occupazione, sull’onda dei «Trenta Gloriosi» – dello sviluppo capitalistico, che poneva i requisiti economici concreti di una secessione parziale, parassitariamente legata ai circuiti esistenti di riproduzione sociale e di organizzazione della vita materiale – in forma diverse sia le battaglie salariali che il furto, l’assenteismo, gli espropri, sono in questo caso assimilabili – e  quanto invece è ancora degno di essere esplorato. Uno dei passaggi più interessanti – quanto forse problematici – della ricerca, è l’applicazione di questo schema al movimento dei gilets jaunes, che sconterebbe l’appartenenza ad una congiuntura in cui qualsiasi conflitto rivendicativo assume immediatamente i lineamenti difensivi della propria condizione esistente dentro il modo capitalistico di produrre, vivere, lavorare. Tutte le lotte che partono da un rivendicazione interna, non da una secessione, secondo l’autore, non possono che arrestarsi a questa difesa, se non addirittura reclamare una posizione che è venuta meno. Il declino del regime fordista di regolazione degli antagonismi nel quadro classico del «movimento sociale», soprattutto alla francese, descritto da Laurent Jeanpierre, viene precisato nelle sue ricadute negative in questo modo.

Viene a mancare, o a mostrare la sua infondatezza, insomma, l’idea di un passaggio possibile tra la rivendicazione e l’autonomia, tra la difesa della propria vita dentro la sfera del capitale e le linee di fuga verso un fuori. Tale ragionamento molto lucido tiene insieme due componenti, in mezzo al ricco spettro di riferimenti presi in conto: il portato di un certo femminismo della differenza italiano, tematizzato nel libro tramite la lettura dei suoi scritti e la narrazione delle sue vicende organizzative, che secondo l’interpretazione di Tronti[1] si può individuare nella contrapposizione del paradigma della liberazione a quello classico dell’emancipazione, del conflitto come parzialità irriducibile all’universale neutro del diritto; un certa lettura periodizzante del dominio capitalistico che prende le mosse da contributi dell’ultrasinistra francese come quelli raccolti, ad esempio, in Ruptures dans la théorie de la révolution: textes 1965-1975, che tendono a descrivere la ristrutturazione seguita ai cicli di lotte degli anni 60-70 proprio, come si diceva, quale erosione delle premesse strutturali perché un’autonomia delle lotte economiche sia possibile e sia un vettore di rottura. Scrive Allavena:

In questo senso, il processo rivela quanto l’esperienza dell’autonomia operaia italiana fosse legata a una situazione di stabilità e disponibilità di lavoro, qualificato o meno, quanto fosse infine eteronoma rispetto alle dinamiche dei Trenta Gloriosi. Se, in seguito, sono riapparse forme di autorganizzazione operaia, è stato sempre costringendo ad una “logica difensiva sulle conquiste del vecchio ciclo, come conservazione del vecchio rapporto tra le classi “. L’estraneità che essi manifestano è infatti essenzialmente basata su una difesa di ciò che resta del lavoro salariato e dello stato sociale, e non su una controcultura antioperaia – proprio perché, anche su questo punto, l’egemonia culturale del capitale è progredita.

Mi concentro su questo secondo riferimento non perché abbia un particolare spazio nello svolgimento del libro – è invece piuttosto marginale – ma perché nell’impostazione dell’autore la diagnosi viene forzata in un senso che è molto dissimile da quello verso cui virano solitamente simili tendenze «marxologiche», e che è implicito nelle loro analisi. Non si sostiene infatti l’attendismo verso una dinamica automatica delle lotte quotidiane che le porterà, deterministicamente, al loro limite congenito, obbligando una soggettività di classe atemporale ad auto-negarsi e ponendo – se dio vuole – la possibilità del comunismo, ma l’indicazione strategica di realizzare qui e ora delle pratiche e delle reti di «comunizzazione» di cui le lotte future possano alimentarsi.

Nella lunga carrellata di materiali e resoconti storici, di cui non stiamo qui a sostituire la lettura, il filo conduttore che va dibattuto, ma che proprio per questo è anche il nucleo più fecondo e diciamo propositivo del libro, è proprio questo: provare a declinare la suggestione ed il progetto dell’autonomia, in modo dettagliato, rispetto allo stato dell’arte delle lotte odierne. Soprattutto alle loro mancanze e agli strumenti di cui necessitano, alle tecniche e alle capacità più urgenti. Ed è in questo che assume il suo valore tutto il bilancio critico, per esempio, delle peculiarità dei movimenti autonomi tedeschi, oppure la questione dei limiti delle autoriduzioni e degli espropri per cui vengono soprattutto ricordati, negli altri paesi, gli autonomi italiani. Anche la pratica delle occupazioni degli edifici urbani, la ghettizzazione e il recupero degli squat, i mezzi di informazione alternativi, le reti di consumo e attività, nel crinale sempre difficile tra sussistenza e forza offensiva, si posizionano qui.

Uno degli appunti principali che Allavena rivolge, come si è finora soltanto accennato, ai movimenti autonomi italiani, francesi e tedeschi, con sfumature e modulazioni distinte, può essere riassunto con il concetto di «parassitismo».

Questa espressione non va qui intesa con una qualche sorta di connotazione morale, ma appunto ricollegata alla manchevolezze e in qualche modo ai cortocircuiti dei cicli di lotte in cui tali tentativi e percorsi si sono inseriti. La critica riguarda l’assenza di adeguati strumenti per rendere effettiva la prospettiva di secessione e di autonomia che le lotte dovrebbero prefigurare, e riguarda tra l’altro quel concetto così ambiguo di «autovalorizzazione» che ha avuto grande eco nel lessico degli autonomi italiani. Innanzitutto le progettualità degli autonomi vertono pressoché integralmente su un gesto che, anche quando assume forme violente, dure e perfino armate, rimane di tipo rivendicativo, poiché pensa l’appropriazione della ricchezza tutta all’interno dei rapporti economici, della produzione di valore e dello scambio di merci: anche nel pieno della temperie insurrezionale italiana, insomma, viene completamente rimosso il tema del «fuori», di come organizzarlo e renderlo possibile. Non si parla naturalmente di un fuori geografico ma intensivo, di quel complesso di tecniche e strutture che possono permettere ad una rottura insurrezionale di approfondirsi quando gli apparati dell’economia capitalistica sono bloccati. Questo appunto vale per il 77 italiano, in primis, ma non di meno, su un’altra scala, per le collettività di militanti che in Francia, Germania o altrove, hanno basato e fondano la propria sopravvivenza materiale sui margini residui dello stato sociale ed alla meglio sul furto. La questione, ancora una volta, non è moralistica ma strategica, non ha a che vedere con l’opportunità delle soluzioni individuali ma con una generale assenza di intensità politica nell’affrontare i propri bisogni. E qui si passa ad un secondo punto, poiché lo stesso limite diviene ancor più immobilizzante quando – nel corso degli anni 80 – la fase dell’economia capitalistica è discendente, quindi l’approccio rivendicativo fa fronte all’impossibilità concreta di trovare una risposta, un riscontro che abbia valore programmatico e ponga delle basi, diciamo, di transizione oltre il presente. L’altra faccia del problema è il modo in cui, in Germania ma non solo, gli esperimenti e le reti di tipo economico si sono invece, nel corso del tempo, trasformate in forme di ghetto o di impresa alternativa senza più alcuna comunicazione con comportamenti di antagonismo, lotta o resistenza. Il caso del movimento italiano e dei centri sociali, mi permetto di aggiungere, è ricco di esempi pietosi in cui ci si cura anche di inventare fantasiose trovate teoriche per giustificare le più basse attività di bottega.

Il peso di questo «parassitismo», come il libro sottolinea puntualmente, è ancora più scottante con l’emergere di tutte le questioni che vengono sbrigativamente rubricate sotto i titoli di «antropocene», crisi climatica, «effondrement»: lo spazio per un riformismo radicale, un dialettica interna al mondo dell’economia, una mediazione politica con questo modo di vivere, è semplicemente un’ipotesi, irricevibile e disastrosa. Se c’è un’autonomia ancora abitabile questa è, senz’altro, una «politica del fuori»[2]. In fondo quella che può sembrare in alcuni passi un’opposizione semplificata tra l’attacco e l’autonomia, il blocco e la secessione, il cortège de tête (ma anche i gilets jaunes) e la sperimentazione delle «Zad», oltre la loro dinamica puramente resistenziale, viene spiegata nelle conclusioni in tutta la sua complessità. Si tratta sempre, ho l’impressione, di uno sguardo – «diagonalizzato» storicamente, per dirlo con Foucault – sulla «pura destituzione» che attraversa i movimenti rivoluzionari come linea di sviluppo e come possibile chiave per risolverne le impasse. Luoghi di vita, comuni agricole e zone autonome, campi coltivati e radio libere, sono dimensioni che compaiono estemporaneamente nella parabola dell’Autonomia, senza che siano mai state oggetto di una considerazione sistematica che dia loro il giusto spazio nella problematica sottrattiva di un movimento rivoluzionario a venire, accanto alle lotte e con altrettanta importanza. Come si diceva in Ai nostri amici, solo tenendo insieme la capacità di combattere, vivere sulla terra e pensare, una macchina da guerra rivoluzionaria può dirsi tale.  Quando si sostiene, in molte delle riflessioni che ruotano intorno a questo nodo, che la destituzione ha una positività, che è costruttiva, che è un rottura da affermare, parafrasando Blanchot, declinare storicamente questi enunciati teorici rispetto all’ultima grande stagione rivoluzionaria di massa conosciuta alle nostre latitudini, non è solo un vezzo, è un lavoro necessario. Sciogliere le contraddizioni di questa eredità, trasfigurarne i termini, è fondamentale. Allora le tesi sul lato costruttivo della potenza destituente, sul nesso tra le forme di vita e le rivolte anonime, trovano in un libro come L’hypothèse autonome non solo un valido programma di lavoro, ma una corretta indicazione di cosa significhi dare corpo a una posizione comune, intrecciando felicemente la ricerca storica e il pensiero militante.

[1] https://lundi.am/Feminisme-et-conflit. Si tratta in larga parte delle esperienze, come quella della Libreria delle donne di Milano, di Rivolta femminile e molte altre, analizzate nello scritto Écographie d’une puissance, di Tiqqun.

[2] Espressione che Bruno Karsenti usa per definire la visione politica di Foucault, parafrasando a sua volta il “pensiero del fuori” che Foucault attribuisce a Blanchot.

Tuonati con Stile

Vita da hooligan oltre la grigia Bassa Sassonia

di il Duka

Abbiamo visto i nostri demolire uno stand che vendeva wurstel e rovesciare un grill a carbonella. L’intero accrocco è bruciato come una torcia sovradimensionata dentro lo stadio dell’Amicizia semibuio. Io e Kai siamo rimasti spalla a spalla a incitare il fuoco, con la luce delle fiamme che si riverberava sui nostri denti scoperti, mentre Tomek e Hinkel e Toller e mio zio si sono messi a tirare pugni ai poliziotti. Quelli li picchiavano con i manganelli, ma loro mica indietreggiavano. Anche se avevano solo le mani, si difendevano con quelle. Io e Kai ci siamo guardati e lui ha pensato la stessa cosa che ho pensato io, e abbiamo giurato entrambi che anche noi non saremmo mai indietreggiati e che un giorno saremmo stati lì con loro. In primissima fila. E abbiamo sigillato il nostro giuramento dandoci il cinque.”

Philipp Winkler da Hool (edito da 66THA2ND)

Hool romanzo di esordio di Philipp Winkler (classe 1986), scrittore cresciuto nei sobborghi di Hannover, é stato tra i libri finalisti al Deutscher Buchpreis, il più importante premio letterario tedesco, e ha vinto il ZDF-aspekte-Literaturpreis 2016.

Hool è una gemma della narrativa teutonica. Eppure questo libro non rompe le palle. Perché la sua scrittura non è aliena a noi che abitiamo le rovine delle civiltà. La sua lingua non dista anni luce dal gergo “comune, parlato dagli individui che deambulano sull’asfalto di strade senza uscita nelle città morte. Non ci troviamo di fronte a una narrazione compatibile tesa a essere accettata nei salottieri circoli ufficiali della cultura. Winkler è entrato prepotentemente a gamba tesa dentro l’area del panorama letterario tedesco.

Hool non annoia come la maggioranza dei romanzi finalisti dei più importanti premi letterari italiani. Quelli raccontano docili storie di licei per pariolini, di annoiate esistenze borghesi o di cittadini desiderosi di biodiversità, da ritrovare passeggiando in montagna.

Questo al contrario, è un testo che avvicina il disadattato alla letteratura. Al piacere di leggere.

Dentro Hool troviamo condensati tutti gli elementi che spingono, motivano a comprare un libro. Quegli ingredienti che il lettore di genere, notoriamente un nerd, spera di trovare nelle pagine di un romanzo. Scontri tra firm di hooligan, risse con i nazisti, fiumi di birra, pasticche e gabber, (un binomio perfetto come fish and chips), combattimenti di cani, pippate al cesso, partite di calcio, ring e paradenti, farmaci dopanti spacciati ai palestrati di periferia, buttafuori, skinhead, biker, canne rollate a nastro, fucili e pistole. Cominciando da Sigfrid, l’avvoltoio con un occhio solo perso in un match con un corvo reale, passando al traffico illegale – in furgone – di una tigre dalla Polonia alla Germania, fino ad arrivare all’unica barricata rimasta in città: la birreria Timpen solitario baluardo contro la gentrificazione.

Nella lista della spesa mancano solo sesso e pornografia. Elementi che, grazie a una magistrale costruzione dei personaggi, sappiamo presenti nella vita dei protagonisti. Ma esclusi dalla scena perché già incarnati dai personaggi stessi. Nella narrazione c’è spazio solo per un amore platonico e voyeur all’altezza dei migliori romanzi Harmony in vendita negli autogrill.

Il testo non è solo l’inventario delle nefandezze, Winkler riesce a regalarci molto altro. Lo scrittore mixa i comportamenti e lo stile casual, con la fragile intimità del protagonista. Come un dj campiona i rumori dei bassifondi e screscia sul disco incantato, che gira sullo stesso solco della vita di Heiko, l’antieroe della storia. La sua è un’esistenza dove tutto è spazzare merda. La città dove vive, la sua famiglia disastrata, gli affetti, il lavoro, il calcio moderno, gli ultras e i tifosi organizzati dello stadio. Dove l’unica cosa che resta e conta è la banda. Gli amici di cui ti fidi. I soci, i complici con cui combatti le altre gang. Dentro una lotta il cui senso non è l’affermazione sugli altri gruppi, ma urlare dal sottosuolo al cielo: io sono vivo! Io non sono ancora morto!

Gli scontri tra hooligans, i traffici illegali e i combattimenti di animali feroci si trasformano in particelle di un microcosmo articolato e complesso.

Il pianeta descritto è situato oltre la banale rappresentazione orbitante nell’infosfera mediatica. Siamo lontani dalla narrazione giornalistica e sociologica che raffigura le curve degli stadi come un luogo frequentato esclusivamente da emarginati, teppisti, disoccupati e tossici. Hool nelle sue pagine descrive uno stile di strada dove i quartieri di periferia, il consumo e lo spaccio di droghe, la disgregazione familiare, le palestre di pugilato e arti marziali sono solo una parte delle origini e della realtà degli hooligan. Una sottocultura che oggi accomuna i figli della working class a soggetti provenienti da classi elevate. Perché nella realtà tutto si mescola anche i ceti sociali, in un mondo dove la coscienza di classe ha perso la sua rigidità e insegue altre regole.

Philipp Winkler parla di un universo da lui abitato. Vissuto. Da tifoso che ama le gradinate e non trova piacere o interesse nel guardare le partite in televisione, la sua passione travalica le frontiere del contesto locale, sviluppando negli anni, curiosità e interesse per tutto ciò che gira intorno al football.

La storia dei posti allo stadio, tra quelli assegnati e quelli dove ti tocca stare, è complicata. Cioè, in generale. Chiaro che ognuno ha un posto a sedere assegnato, quello stampato sul biglietto. Però in curva Nord, la curva dei tifosi di casa, nei posti in alto ci trovi i gruppi ultrà che hanno più tradizione. Nell’anello inferiore ci vanno i nuovi. Facile che poi abbiano delle gerarchie interne. In modo che la vecchia guardia possa guardare dall’alto la plebe dei giovinastri, roba così. In ogni caso, noi con loro non abbiamo, né abbiamo mai avuto, niente a che fare. A dispetto di quello che raccontano i cosiddetti media, che ci buttano sempre nel mucchio insieme agli ultrà. Ma che cazzo ne sanno quelli.”

Winkler da “vero” scrittore, prima di scrivere questo libro, ha intervistato per cinque mesi hooligans, tifosi e poliziotti in servizio da anni negli stadi. Il romanzo ambientato in Germania ad Hannover, città terminale della Ville Lumiere industriale, racconta le vite di Heiko Kolbe e dei suoi amici di sempre, Kai, Ulf e Jojo. Quattro giovani tifosi del Hannover 96, la cui unica ragione di vita e scopo ultimo per sopravvivere, è scontrarsi fra hooligans, in mezzo ai boschi o in aree industriali dismesse, per restare a distanza dagli sbirri e nascosti alle telecamere degli stadi. Unica regola di queste “cavalleresche” sfide è il divieto di portare armi.

In Hool i combattimenti diventano vera ossessione. Per Heiko, l’anti-eroe, lo scontro fisico è una fissa come per Tyler Durden (il protagonista di Fight Club). Allenarsi in palestra, organizzare l’incontro, cercare e trovare luoghi sicuri, zone fuori dal controllo dove convocare la firm rivale per il match, è ragione di vita!

<<Ehi,Heiko!>>. Kai mi dà una gomitata nel fianco. <<Il telefono>>. Il cellulare che ho preso al discount vibra fra noi sul sedile. Lo raccolgo con le dita che tremano. Mio zio guarda dallo specchietto laterale. Schiaccio il tasto con la cornetta verde. <<Dove siete? Vi stiamo aspettando>> dice la voce del tizio del Colonia con cui ho organizzato il match. Abbasso il finestrino per vedere meglio fuori, cerco qualche punto di riferimento. <<Siamo a Olpe, appena usciti dalla B55. Ci siamo quasi, no?>>. <<Seguite l’In der Wuste. Alla seconda rotatoria girate a destra. Fate tutto l’Am Bratzkopf finchè non uscite dal paese. Il bosco è sulla destra. Non potete sbagliarvi>>. Prima che riattacchi gli ripeto ancora una volta gli accordi. Quindici uomini da una parte, quindici dall’altra. Poi metto giù.”

La prima scena del libro è una rissa in mezzo ai boschi, fuori città. Heiko, lo zio Axel – il capo della firm – e altri tredici uomini aspettano di battersi contro quindici tifosi del Colonia. Nel quadro di apertura, la scrittura febbrile dell’autore rende viva, palpabile, l’adrenalina, il sudore, la tensione e l’esplosione di violenza. Un capolavoro.

Anche uno degli ultimi capitoli racconta una battaglia, ma nel frattempo, come nei migliori romanzi, è cambiato quasi tutto. Per colpa di una spedizione punitiva andata male, organizzata all’insaputa dei vecchi del gruppo, qualcosa si spezza. Le storie dei quattro ragazzi, supporter del Hannover 96, vengono investite dall’avanzare tritatutto della vita, restandone segnate per sempre.

Si può restare amici quando si sono perse le ragioni che tenevano uniti?

Contro la morte nera. Per un antifascismo rivoluzionario. #4 Qui e Ora incontra alcuni antifascisti tedeschi della Rhein-Main Area

Prosegue il nostro lavoro di inchiesta sui temi del fascismo e dell’antifascismo contemporaneo. Questa volta abbiamo cercato di capire qual è la percezione che si ha in Germania del fenomeno del fascismo e come si organizzano i compagni tedeschi per opporsi ad esso.

QeO: Fascismo, populismo e razzismo sono fenomeni in grande crescita a livello globale. Che percezione avete di tutto questo in Germania?

X: Nella società medio-borghese tedesca, il razzismo non è un fenomeno nuovo. Uno studio realizzato dalla Friedrich-Ebert-Stiftung, dimostra che negli ultimi anni circa un quarto dei tedeschi condivide atteggiamenti di destra, populisti e razzisti. Ma da questo studio si deduce anche che, pur essendo aumentato negli ultimi anni il numero di chi condivide queste posizioni, non si tratta di posizioni inedite. Infatti, quando negli anni ’90 ci fu un grande flusso migratorio diretto in Germania, il razzismo tedesco esplose in veri e propri pogrom contro i richiedenti asilo. Per esempio, con il consenso di migliaia di cittadini, nel 1992, i neo-nazisti attaccarono la “Sunflower House” a Rostock-Lichtenhagen. La “Sunflower House” era un palazzo dove vivevano principalmente lavoratori stranieri provenienti dal Vietnam.

L’attacco durò per giorni e non fu fermato dalla polizia. In risposta a questi episodi il governo tedesco ha riformato, in senso notevolmente restrittivo, la legge nazionale sul diritto d’asilo. Come risultato il numero dei rifugiati è nuovamente diminuito. Anche la cosiddetta “National Socialist Underground” (NSU) iniziò ad agire nella Germania di quel periodo, uccidendo migranti con la collusione delle autorità e dello stato tedesco, propagandando statistiche feroci e falsate ispirate ad una ideologia razzista. Gli ultimi esodi e migrazioni di molte persone in Europa mettono nuovamente in luce quanto il razzismo sia diffuso e da sempre radicato nella società. Si registra nuovamente una crescita del fenomeno razzista e populista in Germania. Il discorso pubblico si è spostato molto a destra negli ultimi anni. Il pensiero razzista torna ad essere socialmente accettabile tanto che i leader dei maggiori partiti politici, ad esempio, possono definire le organizzazioni per i diritti umani “parti di un’industria anti-deportazione”, senza subire alcuna conseguenza. Il linguaggio che un tempo era evidentemente proprio dell’estrema destra non è più tabù, ma quotidianamente utilizzato dalla stampa. Il crescente razzismo e populismo si basa anche sulla paura diffusa ed indotta di una presunta minaccia islamista e terroristica nella società tedesca. Queste paure e il discorso politico che ne consegue vengono usati per sviluppare uno stato sempre più autoritario. Per citare solo alcuni di questi sviluppi, assistiamo oggi: all’inasprimento della legge penale, alla creazione di grandi campi per i rifugiati, ad un notevole aumento dei caratteri restrittivi della legislazione in materia di immigrazione e all’aumento delle misure di sorveglianza. In tempi di campagne elettorali alla guida dei partiti, un tempo appartenuti alla borghesia conservatrice, vi sono ora populisti di destra. Per esempio, la CSU in Baviera vuole imporre una nuova legge volta ad ampliare i poteri della polizia e a modificare profondamente, in senso peggiorativo, i diritti civili dei cittadini. Secondo questa proposta di legge, chi, pur non avendo commesso alcun reato, sia ritenuto pericoloso per la “sicurezza”, può comunque scontare lunghe pene detentive di carattere preventivo. Un altro esempio del cambio di passo che si registra in Germania è stata la reazione ad un episodio avvenuto in un campo a Ellwangen (Baden-Württemberg), in cui si è riusciti ad impedire la deportazione di alcuni rifugiati. Infatti, più di cento persone, per lo più rifugiati, erano riusciti ad evitare il rimpatrio di un amico. La stampa ha riportato la notizia senza alcuna simpatia per i rifugiati, suscitando l’indignazione dell’opinione pubblica che così si è scagliata contro i rifugiati resistenti. Il giorno dopo le forze speciali della polizia hanno fatto irruzione nel campo dei rifugiati per garantire con la forza il rimpatrio e punire coloro che lo avevano impedito il giorno prima. Non ci sono state critiche dell’opinione pubblica a questa modalità illegittima di intervento da parte delle forze dell’ordine. Invece c’è stata una grande approvazione sociale. Quindi senza dubbio si può dire che buona parte della società tedesca incarna quello sviluppo globale che state descrivendo.

QeO: Cosa è cambiato in Germania negli ultimi anni? A cosa si deve la rinnovata forza e popolarità dell’estrema destra?

X: La situazione in Germania è cambiata molto negli ultimi anni. Stiamo vivendo una fase caratterizzata da divisioni sempre più profonde della società sia in termini di distribuzione della ricchezza, che in termini di posizioni politiche e atteggiamenti razzisti. Per la prima volta c’è un movimento di destra chiamato PEGIDA (Patriottici europei contro l’islamizzazione dell’occidente) che oggi, insieme all’AFD, un partito di destra, è parte di quasi tutti i parlamenti tedeschi. PEGIDA è stata fondata nel 2014 a Dresda, dove ha iniziato a organizzare manifestazioni con oltre 20.000 partecipanti.

Hanno anche delle sedi in altre città tedesche dove sono state organizzate, con una certa regolarità, manifestazioni contro la cosiddetta “islamizzazione” e contro la politica tedesca in materia di asilo. Il seguito di PEGIDA è differente da città a città. Ad esempio a Francoforte oltre 4.000 antifascisti si sono trovati di fronte solo un misero gruppo composto da non più di 80/100 sostenitori di PEGIDA. Mentre a Dresda le manifestazioni di questa organizzazione, che ricorrono con cadenza settimanale, sono divenute una pericolosa circostanza in cui si crea una vera e propria area off-limits per i militanti di sinistra ed i migranti. Mentre PEGIDA nel corso del tempo ha cercato di proporsi alla società tedesca con una rinnovata immagine moderata di tipo liberal-borghese, i razzisti appartenenti ai movimenti contro-culturali hanno ricercato differenti maniere per proporre le loro pratiche. Per esempio, hanno fondato HoGeSa (tifosi contro i salafisti). Oltre 5.000 tifosi di destra, sostenitori di diverse squadre di calcio tedesche hanno preso parte ad una manifestazione a Colonia, scontrandosi con la polizia. Ma questa composizione non può certo definirsi inedita, in quanto già negli anni ’90 molti hooligan sono stati tra i primi protagonisti di attacchi e raid di matrice razzista. Ma finora il più grande cambiamento rimane la capacità ed il successo con cui sono riuscite a ricomporsi le differenti aree della destra più radicale nell’organizzazione di PEGIDA. Al suo interno, infatti, sono confluiti tanto militanti neonazisti che ignoranti razzisti o conservatori frustrati. Nel frattempo, però, c’è anche un nuovo partito, l’AFD, portatore delle stesse istanze di PEGIDA nei parlamenti. Il crescente razzismo e la deriva sempre più autoritaria dello stato tedesco stanno comportando anche la completa assuefazione a questo clima da parte della sinistra in generale e della sinistra neo-liberale in particolare. Azioni violente da parte delle organizzazioni di estrema destra e dichiarazioni razziste da parte dei politici di destra sono all’ordine del giorno e a questo clima si sono dovuti adeguare anche i militanti antifascisti. Una reazione completamente logica per sopportare la follia quotidiana, ma anche un chiaro indicatore dei tempi e dei recenti cambiamenti.

QeO: Ci siamo resi conto che, in Italia, il fenomeno del fascismo contemporaneo non si può ridurre solo ad una questione di organizzazioni neo-fasciste, ma che si esplica in una vera e propria “fascistizzazione” della società, cosa che lo rende evidentemente un fenomeno alquanto pericoloso. Potreste dire lo stesso per la Germania?

X: Noi non crediamo che il fenomeno di “fascistizzazione” riguardi la società intera. Ci sembra però che le divisioni sociali si stiano approfondendo sempre più e che stia prendendo piede in una parte sempre più consistente della società un forte desiderio di “fascistizzazione” della società intera. Le posizioni razziste e le discriminazioni basate sulle identità etniche non sono più appannaggio dei soli partiti e delle organizzazioni dell’estrema destra, ma sono divenute parte integrante dell’ideologia borghese. Anche le istanze come quelle di genere o per la libertà sessuale stanno subendo un “contraccolpo”. Mentre i diritti degli omosessuali ed il femminismo sono fuori discussione per un’ampia parte della società, posizioni anti-femministe e omofobe si stanno affermando sempre più in vari ambiti sociali. Questo “contraccolpo” si registra tanto per le strade, quanto sulla stampa e in molti dei parlamenti della Germania. Il desiderio di “gruppi familiari tradizionali” è ancora palesemente maggioritario e talvolta perfino considerato moderno o alla moda. Queste posizioni non sono solamente sostenute da stupidi neonazisti, ma hanno una enorme diffusione negli ambienti sociali borghesi. Ma a far paura è anche l’inimmaginabile diffusione di posizioni darwiniste, considerate assolutamente tabù fino a pochissimo tempo fa. L’AFD, di recente, ha formulato anche un’inchiesta parlamentare al Bundestag, con contenuti palesemente discriminatori nei confronti dei disabili. E ultimamente si registra una stretta repressiva perfino nei confronti di senzatetto, tossicodipendenti e piccoli spacciatori. Sotto la pressione di iniziative cittadiniste e della stampa, ad esempio, la polizia di Francoforte si sta attualmente accanendo contro senzatetto, tossicodipendenti e piccoli spacciatori. Centinaia di poliziotti sono impegnati a rendere la vita impossibile a queste persone senza diritti, nel tentativo di cacciarli dalle città.

Sebbene questi atteggiamenti non costituiscano una novità di per sé, inedito è sicuramente il consenso che riscuotono sia da parte della stampa che dell’opinione pubblica, che si sbilancia tutt’al più in critiche velate a quegli approcci repressivi evidentemente eccessivi. Il panorama nemico per gli antifascisti è quindi diventato molto più complesso e complicato da affrontare.

QeO: Potreste descriverci la galassia tedesca delle organizzazioni di estrema destra?

X: Il NPD è stato un partito nazionalsocialista sin dagli anni ’60, chiaramente in continuità con la tradizione nazionalsocialista tedesca. Per molto tempo è stata l’organizzazione più importante dell’estrema destra e nell’ultimo decennio è stato in grado di vincere alcune elezioni amministrative. Il NPD ha anche indetto manifestazioni a livello nazionale. Nella Germania dell’est il partito è molto radicato a livello regionale. Ma finora non ha mai avuto accesso al parlamento federale tedesco. Oltre al NPD, ci sono i cosiddetti “Frei Kameradschaften”, “Autonomous Nationalists” e altri gruppi extraparlamentari. Ci si riferisce perlopiù ai neo-nazisti militanti che sono organizzati in gruppi diffusi. Ovviamente ci sono anche gruppi di hooligan di alcune squadre di calcio, che sono gruppi di veri e propri militanti neo-nazisti. Una organizzazione tra queste, già nominata prima, è “HoGeSa”. Negli ambienti delle organizzazioni di destra si organizzano anche grandi concerti rock legali con diverse migliaia di partecipanti, soprattutto nella Germania orientale. Senza molta resistenza e senza repressione da parte dello stato e della polizia, possono organizzare indisturbatamente feste, convention di tatuaggi ed eventi di sport da combattimento. Le formazioni neo-naziste tedesche sfruttano la legislazione nazionale sull’associazionismo per evitare che questo tipo di eventi vengano vietati. Di recente, il NPD ha rapporti piuttosto conflittuali con altre parti dell’estrema destra. Sia con altri partiti minori di estrema destra che con le organizzazioni extraparlamentari o altre formazioni neo-naziste di stampo più liberal-borghesi. Un fenomeno abbastanza nuovo in Germania è la formazione dal nome “Identitäre Bewegung”, dai forti legami con i gruppi neo-fascisti italiani. Sono un nuovo movimento di destra, già diffuso in Francia, Italia e Austria. L ‘ “Identitäre Bewegung” in Germania si compone in larga parte di neo-nazisti e di studenti legati all’ estrema destra. Non sono molti, ma riescono spesso a catturare l’attenzione dei media. Nella città di Halle hanno uno stabile a scopo abitativo e anche un centro sociale in cui si organizzano. Ma i compagni di Halle e di Lipsia, città che si trova piuttosto vicino ad Halle, organizzano molte proteste contro il loro spazio. Al momento, l’organizzazione più importante della destra tedesca è il partito “Alternative für Deutschland” (AFD) e il movimento PEGIDA, di cui abbiamo già parlato. Ora, l’AFD ha seggi in quasi tutti i parlamenti, è molto presente a livello mass-mediatico e dunque capace di articolare e diffondere la sua retorica sempre più marcatamente razzista. Un altro partito sempre più assimilabile all’AFD è il partito bavarese della CSU, un partito conservatore, cristiano e liberal-borghese che pian piano sta facendo proprie tutte le istanze dell’AFD agitando una propaganda che si scaglia contro i migranti e contro la sinistra. Questo partito ha ruoli importanti nel governo, ad esempio il ministero degli interni è guidato da un membro della CSU, e in Baviera governa con la maggioranza assoluta. Quindi hanno l’opportunità politica di attuare le loro posizioni razziste e autoritarie. Infine, negli ultimi tempi, i diversi movimenti di destra hanno dimostrato un’inedita capacità di infiltrarsi nei sindacati e nei consigli di fabbrica, insomma di appropriarsi di temi sociali quali il lavoro, che per tradizione, in Germania, sono sempre stati appannaggio della sinistra. Più in generale, sono le diverse istanze sociali ad essere sempre più agite dalla destra. A nostro avviso, se la sinistra radicale dovesse perdere terreno anche su queste tematiche sarebbe alquanto pericoloso.

QeO: Ci potete raccontare del partito dell’AFD? Della sua storia e della sua composizione interna? Lo definireste un partito nazista?

X: L’AfD è un partito fondato nel 2013 e inizialmente aveva posizioni neoliberali e anti-europeiste. La maggior parte dei suoi membri proveniva da ambienti alto-borghesi, sostenevano l’abolizione dell’euro e una politica economica più liberale. Nel corso del tempo, ha assunto posizioni sempre più razziste e nazionaliste che alla fine hanno prevalso nel loro discorso. Oggi, l’AfD è un partito chiaramente nazionalista e razzista che promuove una politica autoritaria. A differenza del NPD, il partito non promuove alcuna istanza sociale. Al contrario, si impegna a preservare e promuovere le élite e il sempre maggiore sfruttamento dei più deboli. Pertanto, non si può definire l’AfD un vero e proprio partito nazionalsocialista, sebbene alcuni funzionari dell’AFD provengono dall’area nazionalsocialista e alcuni dei loro fondi confluiscano in organizzazioni che promuovano istanze propriamente nazionalsocialiste. Inoltre, alcuni appartenenti al partito iniziano a occuparsi di questioni sociali. Vedremo come le loro posizioni cambieranno nel tempo.

QeO: Sappiamo che in Germania si presta una particolare attenzione nell’utilizzare in maniera differente i termini: fascisti, neo-nazisti, estrema destra. Quali sono le differenze tra questi termini? A quali differenti situazioni si riferiscono?

X: Questa è una domanda complessa alla quale possiamo solo rispondere brevemente e parzialmente. Il nazional-socialismo (nazismo) ha uno specifico significato storico per noi, che passa necessariamente per l’olocausto. Dal nostro punto di vista, tra le altre cose, l’ideologia razziale è differente dal fascismo. Le persone che si richiamano alla tradizione del Terzo Reich e del NSDAP sono chiamate nazisti e non fascisti. Per noi questi sono concetti storicamente diversi. Sotto l’estrema destra sono racchiuse varie correnti dai nazionalsocialisti ai membri razzisti dei partiti conservatori. Tuttavia, ci sono sicuramente intellettuali e studiosi di sinistra che possono rispondere a questa domanda molto meglio di noi. Nella nostra pratica politica, però, questi termini giocano un ruolo secondario. Indipendentemente dal termine, faremo del nostro meglio per combattere queste ideologie politiche e le persone che le diffondono, con tutti i mezzi a nostra disposizione.

QeO: Sappiamo, inoltre, che per ragioni storiche non fate spesso riferimento alla nozione di fascismo, ma ci chiedevamo perché allora denominate “Azione Antifascista” la resistenza al fenomeno dell’estrema destra?

X: Ci riteniamo parte integrante della ” Azione Antifascista”, movimento fondato dal KPD (Partito Comunista Tedesco) nel 1932 per prevenire e combattere la presa del potere da parte dei nazional-socialisti. Del resto, come sapete, il termine anti-fascista ha ormai una portata internazionale. Per noi significa lottare contro ogni forma di discriminazione ed oppressione, per una società non gerarchica.

QeO: Abbiamo sentito parlare della NSU (Nationalist Socialist Underground). Ci potete dire qualcosa in più su questa organizzazione?

X: La NSU è stata una cellula terroristica neo-nazista strutturalmente legata agli ambienti camerateschi del “Thüringer Heimatschutz” e della rete Blood & Honor. Dal 2000 al 2007 ci furono 10 omicidi, 3 attentati e 15 rapine in banca, attribuiti alla NSU. Nove delle vittime della NSU furono selezionate su base razziale. La decima fu una poliziotta. Durante il periodo in cui furono commessi questa serie di omicidi la polizia denominò il caso “Donermorde” (omicidi del kebab) secondo il suo lessico propriamente ed intrinsecamente razzista, per sottolineare la provenienza delle vittime, la loro origine non-tedesca. Ma proprio per questa loro origine, le vittime furono accusate dalla stessa polizia di appartenere ad organizzazioni criminali rinvenendo in ciò il movente degli omicidi, senza invece prendere in considerazione il movente razziale, nonostante le rimostranze e le pressioni delle famiglie delle vittime. La stampa tedesca, all’epoca, si limitò ad assumere i risultati delle indagini della polizia e a riportarli come tali. Gli antifascisti tedeschi non si interessarono mai della faccenda, anche quando ci furono manifestazioni indette dalle famiglie delle vittime a cui parteciparono molti appartenenti alle diverse comunità migranti, proprio per sottolineare il movente razzista degli omicidi. La stessa denominazione del caso “omicidi del kebab” non fu oggetto di alcuna critica da parte del movimento antifascista.

Solamente dopo che fu sciolta l’organizzazione della NSU, dai suoi stessi membri, divenne chiaro a tutti il movente razziale degli omicidi, che venne portato alla luce da ambiti organizzati. Nel processo che seguì questi fatti, e che ora sta giungendo al termine, non vengono neanche accusati gli altri membri che appartenevano alla rete di supporto della NSU, poiché non è stato possibile attribuirgli un diretto coinvolgimento. La ricostruzione dell’organizzazione e delle vicende relative alla NSU rimane oggi sommaria e lacunosa. Sarebbe composta da tre persone, di cui due si sono uccise per sfuggire alla polizia. Ad essere giudicata nel processo è solo Beate Zschäpe, la terza componente e unica superstite. Inoltre, altre tre persone sono state accusate di aver fornito un concreto supporto a questa organizzazione. Tuttavia questa versione non regge, come hanno messo in luce in una riflessione critica degli antifascisti. La NSU non avrebbe potuto agire senza il contributo di una capillare rete di sostegno, e dunque non può concepirsi se non in relazione a tale rete. Inoltre, appare innegabile che si siano serviti di una rete locale di appoggio logistico e materiale nei luoghi dove sono stati fatti gli attentati. Viene anche criticato il ruolo a dir poco marginale assunto dai servizi segreti tedeschi e dall’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dapprima rispetto alle indagini e ora anche nel processo. La rete di supporto alla NSU si componeva, dunque, anche di personaggi potenti, il cui compito era trovare fondi e appoggi per sostenere la loro attività, per costruirla e finanziarla. E tutto ciò si ritiene sia avvenuto con il benestare di alcune delle autorità competenti in materia, non del tutto ignare di questo neo-fenomeno. Quando fu resa pubblica l’esistenza della NSU, gli eventi sono stati modificati omettendo gli errori. Per occultare il coinvolgimento dei servizi segreti tedeschi sono stati distrutti documenti e rapporti redatti da alcuni infiltrati. Nel prossimo futuro, il processo contro i membri della NSU finirà. L’elaborazione di ciò che è accaduto, tuttavia, richiederà anni, forse decenni per averne anche solo una vaga idea[1].

QeO: Esistono dei gruppi antifascisti oggi in Germania? Come si organizzano? Come si relazionano alle altre lotte politiche e sociali?

X: Ci sono gruppi antifascisti in tutta la Repubblica Tedesca. Sono molto eterogenei ma solitamente organizzati in piccoli gruppi. Le tematiche affrontate e le pratiche di ciascun gruppo possono essere anche molte diverse tra loro. Ci sono gruppi antifa che si impegnano nella lotta per i diritti politici e ci sono gruppi che fanno parte dei movimenti sociali anticapitalisti. Alcuni gruppi fanno anche entrambe le cose. I pogrom dei primi anni ’90 hanno portato alla fondazione di gruppi prettamente antifascisti anche in molte piccole province, dal momento che molti adolescenti di sinistra e migranti si trovavano sempre più esposti ad attacchi brutali da parte degli skinhead di destra. Oggi, il panorama degli Antifa è alquanto composito, vi sono gruppi antifa nelle parrocchie, nei sindacati e gruppi provenienti dalla sinistra radicale, dall’area autonoma, da quella anti-nazionale, anti-tedesca e anti-imperialista. Molti gruppi sono organizzati in reti territoriali e molti fanno anche parte del movimento anticapitalista della sinistra radicale e, di conseguenza, sono spesso coinvolti in mobilitazioni più ampie come il vertice del G20 ad Amburgo. La lotta contro le ideologie di destra non può essere condotta senza trovare una risposta alle istanze sociali. Siamo convinti che siano le esperienze di solidarietà attiva nella vita quotidiana a prevenire il diffondersi di comportamenti razzisti e ideologie autoritarie. E pensiamo che sia giusto portare avanti contemporaneamente diverse pratiche politiche e di azione. Se un tifoso di sinistra si scontra con i nazisti, è parte della lotta antifascista al pari di un organizzazione di quartiere che sostiene le persone nella loro vite quotidiane. Sono entrambe pratiche necessarie ed importanti.

[1] Altre informazioni è possibile reperirle su https://www.nsu-watch.info/en/  (in inglese)

Un canto di solidarietà e libertà

Una conversazione tra Qui e Ora e degli Autonomen tedeschi all’ indomani del G20 di Amburgo

Dal nostro paese è complicato seguire il dibattito che è ora in corso nel movimento tedesco all’indomani del G20 di Amburgo. L’impressione è quella che non vi sia una valutazione unanime dei fatti. Alcuni prendono le distanze e altri no, con diverse motivazioni. Potreste raccontarci qualcosa di questo dibattito e indicare quali sono le principali tendenze nella discussione del movimento autonomo?

Jesse:

Per prima cosa vorrei chiarire che noi non abbiamo semplicemente un dibattito all’interno del movimento tedesco, poiché i movimenti sono diversi, internazionali e includono anche gente proveniente da molti luoghi del mondo che adesso vivono in “Germania” da poco o molto tempo. Ciò vuol dire includere ovviamente i movimenti delle comunità immigrate come i kurdi che solidarizzano con le lotte in Rojava o Bakur (la parte kurda in Turchia) e che hanno partecipato con un enorme blocco alla grande manifestazione di sabato con 100.000 persone.

Ovviamente non c’è un’univoca valutazione, i gruppi politici e le organizzazioni sono molto diverse tra loro. Parlando in generale della discussione all’interno degli ambienti autonomi e anarchici, da ciò che posso capire dai comunicati e dalle dichiarazioni che hanno pubblicato recentemente, ad esempio su linkusten indymedia, nessuno si dissocia da qualsiasi cosa e si giustificano le barricate incendiate, gli espropri, i diversi attacchi contro la polizia e molti altri interventi militanti (come le azioni decentralizzate) in quanto mezzi legittimi di resistenza verso il sistema globale di potere neoliberale, rappresentato dal g20 e responsabile per il capitalismo, le guerre, la fame, la miseria e lo sfruttamento, la tortura e la morte.

Allo stesso tempo molti dei gruppi autonomi/anarchici che hanno pubblicato qualcosa, mostrano anche un certo grado di (auto)critica rispetto a qualcuna delle cose accadute durante il riot e gli scontri, ovvero: fuoco appiccato a negozi sopra i quali vive della gente, la distruzione di automobili di piccola cilindrata, una certa riproduzione di maschilismo ed esibizionismo (machismo) etc. Penso che sia importante discutere di queste cose dentro il movimento. Azioni e resistenza devono sempre essere comunicabili e comprensibili – il che significa: per quale ragione fai qualcosa e cosa c’è al di là di essa.

Ma, abbastanza sorprendentemente, questa volta anche noi abbiamo fatto esperienza della dissociazione, ad esempio da parte di uno dei portavoce del Rote Flora e da uno degli organizzatori della manifestazione Welcome to hell. Riguardo al riot di sabato notte nello Schanzviertel, il primo ha dichiarato: “quello che è accaduto è politicamente sbagliato”. Ma nonostante le criticità di cui dicevamo prima, in molti vedono il riot, la difesa delle barricate, l’esproprio del grande supermercato REWE o le fiamme come qualcosa di altamente politico in quanto contestualizzato nella resistenza contro il vertice del G20. E, per essere franchi, quelle immagini erano esattamente ciò che molta gente voleva creare.

Il secondo è andato anche più lontano parlando di “violenza senza senso”, “oltraggiosa dimensione della violenza”, “incendi ed espropri non hanno nulla a che fare con la protesta legittima” e, su di un quotidiano, circa i fatti di venerdì notte allo Schanze ha detto: “Ho sentito gente che parlava italiano, francese e spagnolo – ma non siamo noi ad averli invitati e non hanno mai parlato con noi prima”. Incolpare gli internazionali per le “violenze senza senso” è l’ultima cosa che mi sarei potuto aspettare da uno degli organizzatori di Welcome to hell. Sì, credo proprio vi saranno molte cose da discutere in futuro.

Un’ultima cosa sui riot in generale. Quando tanta gente differente, con un diverso background, vi partecipa, come è accaduto anche ad Amburgo, e crea una zona police-free per diverse ore, ci saranno sempre anche degli aspetti negativi in quanto è uno specchio delle nostre società, il riflesso e la riproduzione della violenza strutturale interna alle società e che in quel momento diviene visibile. Questo ovviamente non significa che dobbiamo accettare qualsiasi cosa succeda e anzi dovremmo non solo criticare ma intervenire in determinate situazioni e assumercene la responsabilità – come è successo ad Amburgo quando degli autonomi hanno bloccato l’incendio di un negozio, ad esempio. Ma credere che tutto possa accadere senza contraddizioni e che tu o piccoli gruppi organizzati possano avere tutto sotto controllo è non solo un’ingenuità ma del tutto irrealistico.

Andrea:

E’ importante capire su cosa si sta discutendo. Secondo me il dibattito si è focalizzato sui fatti accaduti nello Schanzenviertel nella notte di venerdì.

Come prima abbiamo la posizione che accentua il momento dell’insurrezione, l’assenza della polizia nella zona per molto tempo e la possibilità di muoversi all’interno di una grande massa di gente. La gente dice che è stato un atto politico compiuto con ogni mezzo; non un atto specifico degli autonomi ma la reazione di un bel po’ di gente che ne ha abbastanza e quindi si ribella, combatte e crea disordini, va nei negozi e prende ciò che vuole. L’insorgenza è comprensibile anche come reazione alla repressione da parte dei politici e della violenza poliziesca nei giorni precedenti *.

Questa posizione pone l’insurrezione nel contesto della repressione quotidiana e della violenza nel mondo. Un canto di solidarietà e libertà.

Dall’altro lato vi sono persone che pensano che parte dei disordini sono stati sbagliati e che sono stati dominati da maschi che non avevano la minima idea di ciò che facevano. Questa posizione spesso si presta a malintesi e infatti per lo più è presentata dalla stampa conservatrice come una forma di dissociazione.

Spero che saremo abbastanza forti da respingere gli sforzi che la loro propaganda sta facendo per dividerci e per dare la caccia agli “autonomi”, al Rote Flora e ai compagni di altri paesi che sono venuti per partecipare alle proteste contro il G20. Dobbiamo ricordare sempre che la potenza della nostra protesta è nella solidarietà.

 

 

E qual è invece la posizione della sinistra istituzionale al proposito?

Jesse:

La IL (Interventionsche Linke) ha fatto uscire un comunicato, “La speranza ribelle di Amburgo”, nel quale dicono che “il concetto politico di insurrezionalismo” – che loro credono sia dietro il riot – placa la fame di ribellione ma non trasmette speranza o solidarietà”. Bene, io dubito che interferire o cercare di sfasciare cose come il G8 a Genova o adesso il G20 di Amburgo sia necessariamente da incorporare nel concetto di insurrezionalismo. Ma credo che una violenta resistenza può trasmettere speranza mostrando, appunto, la nostra resistenza e il dissenso – superando la nostra impotenza – e così il fatto che non possono proseguire tranquillamente il loro show e il loro programma politico. È questo momento di superamento quello che abbiamo ora vissuto ad Amburgo.

Dopo le proteste di Genova nel 2001 nessun altro G8 fu fatto in una grande città, questo fu sicuramente un risultato e può essere visto come un successo delle proteste. E quando oggi il Ministro della Giustizia, Heiko Maas (SPD), dice che “mai più un summit sarà ospitato in una grande città tedesca” – wow! – allora questo è e dovrebbe essere considerato sicuramente come un successo. Ma siamo aperti a discutere sui diversi concetti politici, perché no. Con la sinistra istituzionale in generale non vi sono molti rapporti e ovviamente molti di loro si sono dissociati da qualsiasi cosa fosse segno di una resistenza un po’ più militante, oltre che dal riot. Sara Wagenkneckt, una delle dirigenti della Linke in “Germania”, ha chiamato i rivoltosi “criminali violenti” e Jan van Aken, della Linke di Amburgo, che è stato uno degli organizzatori della grande manifestazione di sabato con 100.000 persone, ha detto che “certamente vi erano gruppi anarchici e io stesso ho sentito che parlavano italiano, ma questo non ha niente a che fare con la protesta politica, sono solo creatori di disordine” (Deutschlandfunk, 10.7). Questo è un esempio delle loro povere spiegazioni: di nuovo si parla di stranieri che vengono da altri paesi, si depoliticizzano i conflitti politici e i riot. Ma in realtà da loro non mi aspettavo niente di diverso.

Andrea:

Non sono sicura se definireste la IL (più o meno corrispondente ai disobbedienti in Italia) come sinistra istituzionale… Comunque finora non abbiamo sentito nessuna dissociazione da parte loro. Piuttosto hanno indicato la quantità di differenti azioni e blocchi e sostenuto che la rabbia dei manifestanti è cominciata a partire dall’intervento della polizia contro il camping.

Tempo fa i “Grunen” (Verdi) sono stati un partito di sinistra; oggi sono parte del governo di Amburgo, di quel governo cioè che sta mettendo sotto accusa il Rote Flora e che parla del “duro lavoro” della polizia… Abbiamo solo un rilevante partito di sinistra, che è la Linke. Io penso che loro vorrebbero dissociarsi perché alla fine sono un partito, ma nei fatti non l’ho ancora sentito o letto nelle loro dichiarazioni. Fino ad ora mi pare si siano focalizzati piuttosto sulla violenza della polizia, specialmente quella contro la manifestazione di venerdì Welcome to hell.

I quartieri di Amburgo che sono stati il teatro degli scontri sono raccontati spesso come omogeneamente di sinistra, amici degli autonomi e potenzialmente anche della rivolta. Allo stesso tempo però abbiamo visto che molti loro abitanti hanno consegnato alla polizia delle foto e dei video per incriminare i rivoltosi oppure siano scesi in strada all’indomani della rivolta per ripulire il quartiere dai segni dell’antagonismo. Qual è la verità?

Andrea:

Come in altre parti d’Europa la situazione nei quartieri alternativi è molto cambiata, non sono per niente omogeneamente di sinistra, in compenso sono in gran parte gentrificati. Comunque molti abitanti simpatizzano ancora per la sinistra radicale. Per noi non è ancora chiaro quante delle foto e dei video arrivati alla polizia vengono da gente che vive nello Schanzenviertel. C’era molta gente proveniente da altre parti della città e molti si sono filmati e fatti dei selfies (spero che non abbiano mandato anche questo materiale ai poliziotti…). Molti video vengono dalle telecamere dei negozi. Ma sì, qualche foto è stata fatta dalle finestre, ciò significa che qualche abitante le ha mandate alla polizia.

Dall’altro lato abbiamo avuto la dichiarazione di alcuni proprietari di negozi, 10 circa, che testimoniano della presenza di “party-people” nelle strade e che fanno una differenziazione tra l’agitazione dei gruppi organizzati autonomi e i turisti del riot o i ragazzini che hanno preso parte ai saccheggi. Suona un po’ come una presa di distanza anche questa, ma tutto sommato si sono rifiutati di accusare il Rote Flora per tutto quello che è successo. È stato orribile vedere le immagini di gente, cinque o forse più tra uomini e donne, che volevano cancellare una tag che forse era lì da anni – che cosa degradante. Ma la cosa più interessante per noi è che la maggior parte di loro sembra non venisse dal quartiere. Conosco un fotografo che ha parlato con qualcuno di questi e ha avuto l’impressione che non erano particolarmente “anti-sinistra” ma che questa gente fosse stata un po’ scioccata da ciò che era accaduto durante la settimana e non sapeva cosa fare: infine hanno pensato che potevano “ripulire” il quartiere.

 

Maria:

Un quartiere non è mai un’entità omogenea, ma nello Shanze la solidarietà degli abitanti per il Rote Flora e per le giornate di Amburgo è davvero un sentimento diffuso. Sicuramente c’è anche chi, in questi giorni, inoltra materiale informativo sui riot alla polizia, ma non credo che siano in tanti del quartiere a prestarsi ad una cosa simile. I quartieri, per quanto  alternativi, non sono necessariamente entità omogenee né tanto meno si possono definire santuari per gli autonomi, sicuramente c’è un maggiore livello di integrazione. Ma succede anche che gli “alternativi” possano sentirsi disturbati dalle politiche degli autonomi.


Jesse:

Sembra che adesso le persone nello Shanze almeno discutono e parlano molto di ciò che è accaduto e questa potrebbe essere per noi un’occasione preziosa per prendere parte alle discussioni, per spiegare perché siano successe alcune cose ma anche per ascoltare le perplessità e le critiche.

 

I quartieri alternativi tedeschi sono davvero ancora un santuario per gli autonomi? Oppure le dinamiche di gentrificazione hanno stravolto la loro composizione?

 

Andrea:

Di questo argomento non ho ancora discusso con altri compagni, quindi mi limiterò ad esprimere la mia opinione personale. Se un tempo i quartieri alternativi fossero stati un santuario per gli autonomi credo che lo sarebbero ancora, ma ho i miei dubbi sul fatto che lo siano mai stati.  Credo sia più una questione di interazione tra ribellione e cultura. Lo Schanzenviertel sarebbe ancora definito un quartiere alternativo senza il Rote Flora? Quello che vedo è che molti abitanti del quartiere non si lasciano influenzare dalla propaganda mediatica dei quotidiani locali che ci propinano di continuo la storia dei poveri poliziotti e dei black bloc cattivi. La scorsa settimana il Rote Flora ha proposto un incontro per parlare insieme tra vicini. Si è discusso di fin dove può arrivare il consenso, delle aspettative e della paura della polizia o del fuoco nelle strade. Credo che questo sia un buon modo per elaborare quanto accaduto.

Jesse:

Non so se vi riferiate all’incontro  che c’è stato nella sala da ballo del football club del St.Pauli , ma c’erano almeno 1000 persone, incredibile! Questo dimostra che anche la squadra e tante altre persone sono a sostegno del Rote Flora. Ma è pur vero che i territori e quartieri alternativi sono soggetti ai rapidi mutamenti della gentrificazione, in base ai quali negli ultimi decenni gli affitti sono sempre più alti e i nuovi abitanti dei quartieri più benestanti e meno legati alla storia della resistenza. Tutto ciò ne modifica naturalmente la composizione. Si prenda Kreuzberg ad esempio, un quartiere alternativo di Berlino, in cui il partito della Merkel (CDU) prende solo l’8% dei voti. Qui si svolge l’annuale MYFEST che esiste dal 2003 come chiara strategia di depoliticizzazione del 1 maggio. Molti abitanti del quartiere sfruttano a livello commerciale questo MYFEST per trarne i loro profitti accettando completamente questa logica di pacificazione. Inoltre a Kreuzberg, all’interno della comunità turca, vivono anche molti elettori di Erdogan (il 50%) o del partito fascista dei Lupi Grigi (MHP 10-20%). Tutto questo rende bene l’idea di quanto possa essere complesso e contraddittorio un c.d. quartiere alternativo.

 

 

In questo momento immaginiamo che in Germania la repressione post-G20 sia al lavoro. Qual è la situazione degli arrestati?

 

Andrea:

I politici e la polizia stanno usando le persone arrestate come avvertimento. I detenuti hanno passato brutti momenti e sono stati trattati male. Forse lo avrete già saputo dagli italiani che sono stati nella prigione di “GeSa”. Le difficoltà sono ancora molte, non è semplice per esempio contattare le persone in arresto e gli impediscono anche di ricevere lettere e vestiti. Ci sono ancora circa 40 persone detenute ora in diversi istituti penitenziari**.

 

Maria:

Sono ancora 36 le persone in stato di arresto. La polizia ha creato una squadra speciale di 170 poliziotti, creativamente chiamata BlackBloc, incaricata di visionare tutto il materiale foto e video che le persone gli hanno mandato. C’è un assemblea settimanale contro la repressione che  si svolge ad Amburgo e che si occupa di tutte le persone arrestate, che conosce i nomi di tutti e che ha provveduto al fatto che ciascuno avesse un avvocato. Inoltre a sostegno di ciascun detenuto si sono formati piccoli gruppi di supporto dislocati in città diverse.

 

 

 

E quali sono le strategie di criminalizzazione in corso? Vi è una discussione pubblica in merito?

Andrea:

Sicuramente continuano a cercare di dividere il fronte delle organizzazioni di sinistra e impiegheranno molte energie nell’analisi del materiale fotografico e videoregistrato. Per questo hanno già composto una speciale commissione di polizia. Il governo della città di Amburgo e i diversi partiti sostengono che la responsabilità di quanto accaduto sia del Rote Flora e che per questo vada sgomberato. Come se non bastasse fantasticano di chiudere anche tutti gli spazi ad esso collegati in tutta la Repubblica Federale tedesca. Discutono di implementare il sistema di “Gefährderdateien”, uno speciale sistema di raccolta dati degli spostamenti dei potenziali militanti della sinistra antagonista . Il Ministro degli Interni ha proposto di istituire l’uso degli hobbles  (delle cavigliere elettroniche) per i militanti di sinistra. Ma nel frattempo, come dicevo prima, tra le persone sono comuni i discorsi sulla violenza della polizia e sulle loro bugie. Inoltre sono stati troppi i testimoni degli avvenimenti o le vittime della violenza della polizia perché possano essere credibili i cerimoniosi discorsi del sindaco o del senatore degli Interni che pretendono non vi sia stata violenza da parte della polizia.

 

Jesse:

Il ministro degli Interni ha anche proposto di sparare per marchiare ed etichettare i manifestanti con uno speciale tipo di DNA Artificiale per poi poterli arrestare dopo le manifestazioni. Inoltre anche il discorso politico condotto a livello mainstream è parte di una delegittimazione della nostra resistenza e della nostra lotta. I politici, come il Ministro degli Interni De Maiziere,  equiparano il riot del venerdì sera o le azioni degli anarchici e degli autonomi ai fascisti o ai terroristi islamici.

Ora dobbiamo rimanere uniti, sostenere le persone in stato di arresto e cercare di smascherare la scontata campagna politica contro la sinistra radicale. Altrimenti ho la sensazione che possano trovare qualche capro espiatorio da chiudere in galera per qualche tempo. Diventa anche evidente che ora vogliano intensificare la collaborazione tra le forze di polizia di tutta Europa, perché vengano identificate a livello internazionale, attraverso l’Interpol o le banche dati delle polizie nazionali, le facce e le fotografie di coloro che non sono stati in grado di identificare finora.

 

 

 Ci piacerebbe infine avere un vostro singolare giudizio su quello che è accaduto ad Amburgo in relazione alle aspettative e alla preparazione del controvertice.

Jesse:

 Alla fine forse si è potuto fare anche più di quanto non ci si aspettasse. La guerra psicologica dello stato e della polizia era anche nelle nostre teste. Per esempio avevano detto che sarebbero riusciti ad arrivare nell’arco temporale di un minuto in qualunque parte della città di Amburgo. Dopo tutto erano solo sciocchezze, ma anche io mi ero un po’ spaventato. Tutto considerato, sono stato molto colpito dalla varietà e la diversità della resistenza di massa di tutte quelle giornate. E devo ammettere che la varietà, la diversità ed il pluralismo della nostra resistenza e della lotta di cui abbiamo fatto esperienza in quei giorni, dalle azioni militanti ai blocchi, dal rave al cornering, dalle performance teatrali (1000 Zombie) alla critical mass contro il G20, dalla manifestazione di massa di migliaia di persone ai riot, ebbene anche questa eterogeneità di pratiche è stata la nostra forza. Quindi, non lasciamoci dividere e separare per indebolirci. Continuiamo a discutere e dibattere.


Andrea:

Ad essere onesti le nostre aspettative sono spesso differenti dai nostri desideri, perché non siamo abbastanza forti da farli divenire realtà. Ma, per esempio, penso che per la manifestazione di giovedì la maggior parte di noi si aspettasse una grande partecipazione, cosa che è avvenuta, e che sia il concentramento che la manifestazione in sé siano stati ben organizzati. A pochi giorni dal corteo è stato sempre più evidente che non avrebbero tollerato quella manifestazione. Ma sicuramente non ci aspettavamo un attacco così violento in quel punto, ancora prima che tutto avesse inizio. Come ha sostenuto anche il coordinamento WELCOME2HELL l’obiettivo della protesta contro il G20 era di interrompere o impedire l’evento o almeno quello di disturbarlo. In questo senso si può dire che abbiamo raggiunto l’obbiettivo. Ma nessuno poteva immaginarsi il riot del venerdì notte allo Shanzenviertel. Non è sorprendente che sia iniziato un dibattito generale sulla violenza e neanche che vi sia un dibattito sulla violenza nella sinistra. Ma di certo non mi aspettavo che vi fosse tra gli autonomi.

*  sulle violenze poliziesche cfr.: https://g20-doku.org/

** 35 persone sono ancora in prigione: 6 Italiani, 3 Francesi, 2 Russi, 2 Olandesi, 1 Austriaco, 1 Svizzero, 1 Ungherese, 1 Polacco, 1 Ceco, 1 Senegalese, 1 Basco, 1 Rumeno, 1 Serbo, più 13 tedeschi, tra cui 8 di Amburgo, 51 sono stati arrestati e imprigionati all’inizio dei quali 16 sono stati già rilasciati. Tra questi 16 vi erano 1 greco, 1 venezuelano, 1 turco, 1 ungherese e 12 tedeschi. Tutti vivono in Germania e hanno qui il loro domicilio, che è uno dei motivi per cui sono stati rilasciati in anticipo.