Hanno ammazzato l’Xm: l’Xm è vivo

 di Bianca Bonavita

Il 6 agosto, alle prime luci dell’alba, nello storico quartiere della Bolognina, Xm24 è stato sgomberato dalle forze di polizi su mandato dell’amministrazione democratica.

Ultimo baluardo di un diverso modo di stare insieme in un quartiere popolare in stadio avanzato di gentrificazione da localini. Ultimo vecchio edificio da vecchio mercato ortofrutticolo, basso, modesto, quasi umano, in un’area in mano alla speculazione da grattacieli mai finiti o semivuoti, che si specchiano come anime riflesse nei vetri della nuova anonima sede del Comune.

Uffici, appartamenti, parcheggi, ascensori, localini, uffici, appartamenti, parcheggi, ascensori, localini. In quell’isolato non c’è spazio per altro nel piano normalizzatore dell’amministrazione.

I palazzoni fantasma abitati da sparute persone disperse in migliaia di metri cubi di cemento,  circondati da collinette di detriti e macerie, non deprezzano la zona.

XM24 pare di sì.

Ci sono affari e affaristi di riguardo a dettare l’agenda, a disegnare il paesaggio dello sfacelo, a decidere il prezzo al metro quadro, a guidare le ruspe dell’apocalisse. Che hanno iniziato subito ad abbattere muri, a scavare buche per piantare i pali della recinzione che dovrà proteggere i lavori di riassegnazione d’uso di quelle mura che hanno segnato la storia di Bologna di inizio millennio.

Al loro posto sorgerà un sedicente quanto finto cohousing, edilizia popolare sbandierata nei mesi passati come alibi socialista per lo sgombero.

Vera fucina, spazio di incontri, di intrecci, di memorie comuni, tutto ciò che di bello e vivo si è mosso a Bologna dal dopo Genova è passato, quando non è nato, dentro XM24.

E giustamente, coerentemente con i piani di Sauron e del nulla che avanza, l’amministrazione democratica della Bologna city of food, di Fico, di Unipol, di Legacoop e della speculazione edilizia a reti unificate, un mattino d’agosto a quattrocento passi e a quattro giorni di distanza dalla commemorazioni per la strage della stazione, ha ben pensato di fare tabula rasa di tutta la bellezza che abitava tra quelle mura.

Eravamo lì, come tante, a piangere e a gridare con un sasso in tasca non tirato.

A ballare anche, a ridere e ad abbracciare chi era parte di quella storia infinita, parte di una memoria condivisa, di una cospirazione amica.

Sul tetto sventola la bandiera Fuoco alle galere, poco sopra l’ennesimo Ryanair romba verso il Marconi, anch’esso verso il nulla che avanza.

Alla fine della giornata la vittoria è politica: nessuna denuncia per le resistenti sul tetto e una lettera firmata da un assessore che promette uno spazio fisico adeguato all’Xm 24 nel quartiere Bolognina entro il 15 novembre. Promesse da mercanti?

Ma la vittoria più grande del 6 agosto è stata la dimostrazione che lo stabile di via Fioravanti, ora in mano al nemico, era solo la crisalide di uno splendida farfalla che quel giorno ha lasciato quella veste, e che Xm24 è prima di tutto un luogo dell’anima, ferito, ma vivo.

Vivo nei corpi di chi lo ha attraversato in questi anni, nelle forme-di-vita rivoltose che anche grazie a Xm24 sono sbocciate.

Vivo nel gesto mattutino di detournare lo sgombero in tragedia alla parola d’ordine di Medea.

Voci che cantano la morte e la rigenerazione, si chiamano, si rispondono, chi è ancora dentro appesa a un trapezio, chi è fuori davanti a un cordone sgomento di divise, che si ritrovano pubblico e attori inconsapevoli. La messa in scena dello sgombero viene rivoltata in poesia.

Davanti a quella recinzione, davanti a quella Medea situazionista e pasoliniana abbiamo avuto la sensazione di vivere un’altra forma del tempo, un qui e ora in cui stava accadendo qualcosa di grande e di arcaico.

Questo il testo firmato XM24 recitato la mattina dello sgombero.

M = Medea

C  = Coro

V = Vello d’oro

G = Giasone

T = Tutt@

 

M: Me_dea, sono figlia di Eete, re della Colchide, e nipote della maga Circe,

C:  E come lei dotata di poteri magici.

 

M: Magia, seduzione, mistero, coraggio ed inventiva; sono l’esaltazione dionisiaca di una forza vitale pre-simbolica,

C: anteriore alla civiltà, legata alla Terra e al mistero dell’esistenza.

 

M: Me_dea, che discendo direttamente dalla grande madre, e come lei conosco i misteri della vita e controllo l’energia della natura, vogliono sottomettermi a ruoli subalterni di fattrice o decorativi di moglie, amante e puttana.

C: La società patriarcale spezza il legame dell’idea astratta con la natura regalando l’umanità alla tecnologia.

 

M: Per lasciare una traccia nella storia degli uomini mi libero del ruolo di figlia, sorella, sposa e madre, e ribalto le immagini stereotipe della femminilità diventando un modello positivo di sovversione.

C:  Porti disordine.

 

M: I classici raccontano di Me_dea, la barbara, con confusi e oscuri pregiudizi. Terrorizzati dai miei poteri e dalla mia diversità, attingono a mani piene dalla tradizione sinistra dei miti

T: Smembramenti, infanticidi, parricidi.

 

M: La storia si cristallizza su Me_dea, sorella e madre assassina, e niente della mia vita passata e futura avrà più significato

C: Sarà Me_dea a riconquistare il regno e non Giasone.

 

M: Giasone e gli argonauti, alla conquista del vello d’oro, ricerca che diventa ambizione, nuovi concetti per nuovi desideri.

 

V: Io sono il vello d’oro, sono bella, sempre giovane, coccolata e corteggiata, sono volubile, languida e attraente; suono l’arpa  e mi trastullo con le mie amiche opportunismo, frivolezza, oblio e insofferenza. Io sono ciò che tutti vorrebbero essere; sono in technicolor; sono l’estrema utopia e l’estrema magrezza; l’irraggiungibile perché, se mi raggiungi, immediatamente sono esanime, repulsiva, dispotica, terrificante e tiranna e rimpiangerai di averlo fatto; vivrai i tuoi giorni nel dolore e nell’ossessione del mio amore.

Ma normalmente suono l’arpa e mi trastullo con le mie amiche opportunismo, frivolezza, oblio e insofferenza, indifferente alle sorti del mondo.

 

M: E siamo arrivate qui, in questo scenario apocalittico, con il mondo in mano a piccoli tiranni con grandi poteri.

T: Dove una volta sorgeva una città, una cultura millenaria, monconi di costruzioni mai ultimate, ma già fatiscenti, fanno da scenario al rapido declino dell’umanità.

 

M: Le visioni distopiche di pochi illuminati sono diventate realtà. Essi non governano

C: manipolano coscienze.

 

G: Mi credevo un astuto avventuriero, un tempo, alla guida degli Argonauti. Salutandoci a bordo dell’Argo

C: Il vaso splendente

G: I potenti salmodiavano che avremmo conquistato l’immortalità e riportato in patria l’estremo rimedio contro i mali del mondo

C: Essi mentivano

 

G: E continuano a mentire. Nel corso dei millenni ho truffato, ucciso, tradito. Mi sono macchiato di delitti orrendi

C: per soddisfare la loro sete di potere.

 

SIRENE: Noi siamo aliene a tutto, anche a noi stesse; siamo frutto dell’immaginario. Non siamo reali, siamo un sogno per alcuni ed un incubo per altri come sempre la diversità. Trastullandoci nel multiverso, nostro malgrado, abbiamo messo a punto una sequenza armonica capace di sopire le coscienze.

 

C: Estremo rimedio contro i mali del potere.

 

G: Ma le coscienze non rimangono sopite a lungo.

C: Il desiderio di libertà è più forte di ogni dispositivo.

 

G: Ed ora il dispositivo è scomparso. Lo volevano tutti

T: I tiranni per potenziarlo, e il popolo per distruggerlo.

 

G: E allora mi sono detto perché non venderlo al migliore offerente.

T: Bramosia ed ottusità, è così che va il mondo.

 

M: Ma quando i piccoli tiranni perdono i loro poteri

C: I popoli insorgono

 

T: (poesia di Katerina Godou)

 

Non fermarmi. Sto sognando.

Abbiamo vissuto proni secoli d’ingiustizia,

Secoli di solitudine.

Ora no. Non fermarmi.

Ora e qui, sempre e ovunque.

Sto sognando la libertà.

Facciamo sì che la bella unicità,

Di tutti,

Ripristini l’armonia dell’universo.

Giochiamo. Conoscenza è gioia.

Non certo un obbligo scolastico.

Io sogno perché amo.

Grandi sogni su nel cielo.

Gli operai delle fabbriche occupate produrranno cioccolato per il

mondo.

Io sogno perché SO e perché POSSO.

Sono le banche a creare i “ladri”.

Le prigioni i “terroristi”.

La solitudine “gli emarginati”.

I prodotti “il bisogno”

I confini gli eserciti.

Tutto deriva dalla proprietà.

La violenza genera violenza.

Ora no. Non fermarmi.

È giunto il tempo per ristabilire l’etica come prassi finale.

Fare della vita una poesia.

Fare della vita una prassi.

È un sogno possibile, possibile, possibile,

IO TI AMO,

E non fermarmi, non sto sognando. Io vivo.

Tendo le mie mani,

Verso l’amore, la solidarietà

La libertà.

Tutte le volte che ricomincia daccapo.

C: Io difendo ANARCHIA.

Con XM24, contro il nulla che avanza!

Qui e ora: Xm 24 è stato un crocevia di tante persone, esperienze, situazioni a Bologna. Ci puoi raccontare brevemente la sua storia e dirci cosa è oggi questo spazio e da quali anime è abitato?

XM24:  XM24 è uno spazio pubblico autogestito che da più di 17 anni è luogo di socialità e sperimentazione politica, artistica e culturale in Bolognina.

Uno spazio che quotidianamente è attraversato e vissuto da centinaia di persone per i suoi valori politici, laboratori, sportelli gratuiti, ed è in definitiva un mega-laboratorio politico e culturale.

Uno spazio che rappresenta la difesa della possibilità di un vivere “altro”, dove si vive e si decide in orizzontalità, dove non sono le leggi del profitto a far da padrone, dove non ci sono gerarchie, ma persone che collaborano e si autogestiscono. Fricchettone, post-operaisti, punx, migranti, reduci di Genova, poetesse, antirazzisti, autonome, postautonomi, femministe, tecnomani critici, libertarie e liberanti vari….

Qui e Ora: Il 29 giugno a Bologna ci sarà una grande manifestazione per difendere lo spazio Xm 24. Qualche tempo fa un esponente locale dal Pd ha definito Xm 24 “incompatibile”. Con cosa sarebbe “incompatibile”? Perché dovreste lasciare i locali del vecchio mercato ortofrutticolo?

XM24: Incompatibile con la deriva leghista che il PD ha anticipato. Incompatibile col modello finto partecipativo di cui si fregia l’amministrazione di questa città, perché oppone alla pantomima della progettazione partecipata un’autogestione reale e dal basso. Incompatibile con lo strisciante processo di gentrificazione di un quartiere storicamente operaio come la Bolognina, ora abitato da culture, etnie e comunità differenti, di cui si vorrebbe fare vetrina per una città sempre più “smart” a misura di ampio portafoglio. Dopo mirabolanti proclami (dal “ci faremo una caserma” a una fantomatica casa della cultura) dovremmo andarcene per l’unico progetto votato al successo in mezzo ad altri fallimenti speculativo-immobiliari: un cohousing per dieci nuclei familiari, sbandierato come elemento risolutivo all’annoso problema degli alloggi in città. Tutto il rispetto per l’esperienza cohousing ovviamente, che non contestiamo in sé stessa ma per l’uso strumentale che l’amministrazione ne fa. Se riuscisse vivrebbe in mezzo a un deserto di cantieri infiniti. Se non partirà mai, o partisse abortito, avranno distrutto XM24 lasciando il nulla; se ne vergogneranno perfino loro. 

Qui e Ora: Si ha l’impressione che Xm 24 rappresenti un baluardo di resistenza contro la gentrificazione integrale del vecchio e popolare quartiere della Bolognina, e che sia proprio questo a urtare l’amministrazione. Cosa ha rappresentato e cosa rappresenta oggi Xm 24 per il quartiere Bolognina e per la città di Bologna?

XM24: Un pezzo di memoria caotica ma autentica dell’apertura alla diversità che gli anni 90 ed il 2002 poi, con la nascita di XM24, seppero portare nel concetto di “spazio pubblico” – oltre il “centro sociale”. Un attrattore di musica, arte, conoscenze, migrazioni, economie critiche e pensieri di liberazione. Laboratori più o meno costanti, popolari, aperti; nessuno sfruttamento ma lavoro volontario collettivo; modalità strane per eventi innovativi; la tenuta del senso di una assemblea orizzontale, mentre intorno il vivere politico non esiste letteralmente più. Un argine in continuo movimento e ridefinizione, ma stabile in un quartiere che – come detto -sta subendo uno snaturamento pesante, in una spirale verso il disastro che ben conosciamo…

Qui e Ora: Negli ultimi anni Bologna ha vissuto diversi sgomberi e ha visto soffocare sul nascere diversi tentativi di restituire all’uso comune spazi abbandonati della città.

Cosa muove per te/voi questa politica degli sgomberi?

XM24: La paura fottuta della vera forza alternativa dell’autogestione e della critica agita nel presente. Una politica di sussunzione (o il suo tentativo sbilenco) delle forme di autogestione reali, “rimessa a disposizione” della collettività di spazi ridicoli, una modalità imbarazzante di “uso indiretto della ruspa” (“se non parli con noi, di là c’è il baratro”).  

Qui e Ora: Le zone temporaneamente autonome sono destinate a camminare sospese su un filo tra due minacce: quella dello sgombero e quella non meno pericolosa dell’assorbimento. Come evitare di cadere nella trappola dell’assorbimento?

XM24: Diventando PAZ: Zone Permanentemente Autonome. Cosa significhi questo è proprio il progetto da rilanciare ora, nella crisi definitiva di liberaldemocrazie, capitalismo di sorveglianza ed incapacità totale di amministrazioni locali di liberarsi dal giogo di uno sviluppo finto, fatto di cemento, raccontini di progresso e cambiamento imposto dall’alto.

Qui e Ora: Può uno spazio come XM aiutare le persone a costruire forme-di-vita il più possibile sottratte alla megamacchina?

XM24: Assolutamente. L’assenza di delega significa riduzione a zero dello spazio fra parole ed atti, fine della finzione rappresentativa. L’autogestione è comprensione delle cose che si fanno; e farle. L’assemblearismo, con tutti i suoi limiti, è politico, diretto, intelligente. La proprietà non serve davvero a nulla: serve comprendere, criticandovi se stessi, l’uso delle cose e minimizzare gli impatti, in un sistema già allo sfascio. La cura collettiva è una società priva di autorità, ma capace di contropotere.

Potete trovare più informazioni e costanti aggiornamenti sul sito http://www.ecn.org/xm24/

CI VEDIAMO IL 29 GIUGNO IN PIAZZA A BOLOGNA, CONTRO IL NULLA CHE AVANZA! 

Foto di Michele Lapini

Tuonati con Stile

Vita da hooligan oltre la grigia Bassa Sassonia

di il Duka

Abbiamo visto i nostri demolire uno stand che vendeva wurstel e rovesciare un grill a carbonella. L’intero accrocco è bruciato come una torcia sovradimensionata dentro lo stadio dell’Amicizia semibuio. Io e Kai siamo rimasti spalla a spalla a incitare il fuoco, con la luce delle fiamme che si riverberava sui nostri denti scoperti, mentre Tomek e Hinkel e Toller e mio zio si sono messi a tirare pugni ai poliziotti. Quelli li picchiavano con i manganelli, ma loro mica indietreggiavano. Anche se avevano solo le mani, si difendevano con quelle. Io e Kai ci siamo guardati e lui ha pensato la stessa cosa che ho pensato io, e abbiamo giurato entrambi che anche noi non saremmo mai indietreggiati e che un giorno saremmo stati lì con loro. In primissima fila. E abbiamo sigillato il nostro giuramento dandoci il cinque.”

Philipp Winkler da Hool (edito da 66THA2ND)

Hool romanzo di esordio di Philipp Winkler (classe 1986), scrittore cresciuto nei sobborghi di Hannover, é stato tra i libri finalisti al Deutscher Buchpreis, il più importante premio letterario tedesco, e ha vinto il ZDF-aspekte-Literaturpreis 2016.

Hool è una gemma della narrativa teutonica. Eppure questo libro non rompe le palle. Perché la sua scrittura non è aliena a noi che abitiamo le rovine delle civiltà. La sua lingua non dista anni luce dal gergo “comune, parlato dagli individui che deambulano sull’asfalto di strade senza uscita nelle città morte. Non ci troviamo di fronte a una narrazione compatibile tesa a essere accettata nei salottieri circoli ufficiali della cultura. Winkler è entrato prepotentemente a gamba tesa dentro l’area del panorama letterario tedesco.

Hool non annoia come la maggioranza dei romanzi finalisti dei più importanti premi letterari italiani. Quelli raccontano docili storie di licei per pariolini, di annoiate esistenze borghesi o di cittadini desiderosi di biodiversità, da ritrovare passeggiando in montagna.

Questo al contrario, è un testo che avvicina il disadattato alla letteratura. Al piacere di leggere.

Dentro Hool troviamo condensati tutti gli elementi che spingono, motivano a comprare un libro. Quegli ingredienti che il lettore di genere, notoriamente un nerd, spera di trovare nelle pagine di un romanzo. Scontri tra firm di hooligan, risse con i nazisti, fiumi di birra, pasticche e gabber, (un binomio perfetto come fish and chips), combattimenti di cani, pippate al cesso, partite di calcio, ring e paradenti, farmaci dopanti spacciati ai palestrati di periferia, buttafuori, skinhead, biker, canne rollate a nastro, fucili e pistole. Cominciando da Sigfrid, l’avvoltoio con un occhio solo perso in un match con un corvo reale, passando al traffico illegale – in furgone – di una tigre dalla Polonia alla Germania, fino ad arrivare all’unica barricata rimasta in città: la birreria Timpen solitario baluardo contro la gentrificazione.

Nella lista della spesa mancano solo sesso e pornografia. Elementi che, grazie a una magistrale costruzione dei personaggi, sappiamo presenti nella vita dei protagonisti. Ma esclusi dalla scena perché già incarnati dai personaggi stessi. Nella narrazione c’è spazio solo per un amore platonico e voyeur all’altezza dei migliori romanzi Harmony in vendita negli autogrill.

Il testo non è solo l’inventario delle nefandezze, Winkler riesce a regalarci molto altro. Lo scrittore mixa i comportamenti e lo stile casual, con la fragile intimità del protagonista. Come un dj campiona i rumori dei bassifondi e screscia sul disco incantato, che gira sullo stesso solco della vita di Heiko, l’antieroe della storia. La sua è un’esistenza dove tutto è spazzare merda. La città dove vive, la sua famiglia disastrata, gli affetti, il lavoro, il calcio moderno, gli ultras e i tifosi organizzati dello stadio. Dove l’unica cosa che resta e conta è la banda. Gli amici di cui ti fidi. I soci, i complici con cui combatti le altre gang. Dentro una lotta il cui senso non è l’affermazione sugli altri gruppi, ma urlare dal sottosuolo al cielo: io sono vivo! Io non sono ancora morto!

Gli scontri tra hooligans, i traffici illegali e i combattimenti di animali feroci si trasformano in particelle di un microcosmo articolato e complesso.

Il pianeta descritto è situato oltre la banale rappresentazione orbitante nell’infosfera mediatica. Siamo lontani dalla narrazione giornalistica e sociologica che raffigura le curve degli stadi come un luogo frequentato esclusivamente da emarginati, teppisti, disoccupati e tossici. Hool nelle sue pagine descrive uno stile di strada dove i quartieri di periferia, il consumo e lo spaccio di droghe, la disgregazione familiare, le palestre di pugilato e arti marziali sono solo una parte delle origini e della realtà degli hooligan. Una sottocultura che oggi accomuna i figli della working class a soggetti provenienti da classi elevate. Perché nella realtà tutto si mescola anche i ceti sociali, in un mondo dove la coscienza di classe ha perso la sua rigidità e insegue altre regole.

Philipp Winkler parla di un universo da lui abitato. Vissuto. Da tifoso che ama le gradinate e non trova piacere o interesse nel guardare le partite in televisione, la sua passione travalica le frontiere del contesto locale, sviluppando negli anni, curiosità e interesse per tutto ciò che gira intorno al football.

La storia dei posti allo stadio, tra quelli assegnati e quelli dove ti tocca stare, è complicata. Cioè, in generale. Chiaro che ognuno ha un posto a sedere assegnato, quello stampato sul biglietto. Però in curva Nord, la curva dei tifosi di casa, nei posti in alto ci trovi i gruppi ultrà che hanno più tradizione. Nell’anello inferiore ci vanno i nuovi. Facile che poi abbiano delle gerarchie interne. In modo che la vecchia guardia possa guardare dall’alto la plebe dei giovinastri, roba così. In ogni caso, noi con loro non abbiamo, né abbiamo mai avuto, niente a che fare. A dispetto di quello che raccontano i cosiddetti media, che ci buttano sempre nel mucchio insieme agli ultrà. Ma che cazzo ne sanno quelli.”

Winkler da “vero” scrittore, prima di scrivere questo libro, ha intervistato per cinque mesi hooligans, tifosi e poliziotti in servizio da anni negli stadi. Il romanzo ambientato in Germania ad Hannover, città terminale della Ville Lumiere industriale, racconta le vite di Heiko Kolbe e dei suoi amici di sempre, Kai, Ulf e Jojo. Quattro giovani tifosi del Hannover 96, la cui unica ragione di vita e scopo ultimo per sopravvivere, è scontrarsi fra hooligans, in mezzo ai boschi o in aree industriali dismesse, per restare a distanza dagli sbirri e nascosti alle telecamere degli stadi. Unica regola di queste “cavalleresche” sfide è il divieto di portare armi.

In Hool i combattimenti diventano vera ossessione. Per Heiko, l’anti-eroe, lo scontro fisico è una fissa come per Tyler Durden (il protagonista di Fight Club). Allenarsi in palestra, organizzare l’incontro, cercare e trovare luoghi sicuri, zone fuori dal controllo dove convocare la firm rivale per il match, è ragione di vita!

<<Ehi,Heiko!>>. Kai mi dà una gomitata nel fianco. <<Il telefono>>. Il cellulare che ho preso al discount vibra fra noi sul sedile. Lo raccolgo con le dita che tremano. Mio zio guarda dallo specchietto laterale. Schiaccio il tasto con la cornetta verde. <<Dove siete? Vi stiamo aspettando>> dice la voce del tizio del Colonia con cui ho organizzato il match. Abbasso il finestrino per vedere meglio fuori, cerco qualche punto di riferimento. <<Siamo a Olpe, appena usciti dalla B55. Ci siamo quasi, no?>>. <<Seguite l’In der Wuste. Alla seconda rotatoria girate a destra. Fate tutto l’Am Bratzkopf finchè non uscite dal paese. Il bosco è sulla destra. Non potete sbagliarvi>>. Prima che riattacchi gli ripeto ancora una volta gli accordi. Quindici uomini da una parte, quindici dall’altra. Poi metto giù.”

La prima scena del libro è una rissa in mezzo ai boschi, fuori città. Heiko, lo zio Axel – il capo della firm – e altri tredici uomini aspettano di battersi contro quindici tifosi del Colonia. Nel quadro di apertura, la scrittura febbrile dell’autore rende viva, palpabile, l’adrenalina, il sudore, la tensione e l’esplosione di violenza. Un capolavoro.

Anche uno degli ultimi capitoli racconta una battaglia, ma nel frattempo, come nei migliori romanzi, è cambiato quasi tutto. Per colpa di una spedizione punitiva andata male, organizzata all’insaputa dei vecchi del gruppo, qualcosa si spezza. Le storie dei quattro ragazzi, supporter del Hannover 96, vengono investite dall’avanzare tritatutto della vita, restandone segnate per sempre.

Si può restare amici quando si sono perse le ragioni che tenevano uniti?

Atterrando su Città del Messico

Pensieri sulla gentrificazione e sull’autonomia nella città mostro

Da  una conversazione notturna tra Hazael zapata holguin e Perros de ciudad*

Foto di Rafael Camacho

Scende la notte sopra il mostro insonne. Le nuvole sono piene di pioggia e anche se nere mi permettono comunque di avere una vista amplia della città. Rimanendo dietro il cielo minaccioso, cado su questa terra sommersa.
L’aereo plana su un’interminabile successione di edifici senza forma, di celle a se stanti, strade e vie sparse in maniera caotica, ammassate l’una sull’altra. La pista di atterraggio è totalmente circondata dalla città che si estende fin dove può arrivare il mio sguardo.
L’aereo scende su un terreno ambivalente, una fitta coltre di pietra e cemento che riposa (senza riposo) sull’immagine di un lago maestoso che da molto tempo è stato prosciugato. Arrivare a Città del Messico, terra di chilanghi*, al Defe, alla città mostro, dal cielo, vuol dire poter vedere dall’alto al basso l’ampiezza della catastrofe urbana, del suo corpo, della sua anima, e rimanere atterriti davanti alla sua grandezza appena contenuta dalle montagne, dai boschi e i vulcani che la circondano.
E dico appena perché l’area metropolitana (che include i 16 municipi appartenenti al DF) si mescola con le altre parti che compongo la città mostro: la zona periferica, dove si trovano i municipi che appartengono all’adiacente Stato  Del Messico.
Insieme, la zona periferica e la zona metropolitana, si confrontano e convivono in un grande territorio in lotta: territori combattuti, territori saccheggiati, territori alienati, senza radici o separazione al suo interno. Territori riterritorializzati.
Pensando a questo, riposo un attimo nell’aereo che fragilmente mi protegge da questo essere…città mostro, enorme ombelico emaciato, un vecchio pozzo profondo dentro il quale abito.

*abitanti della città di Messico letteralmente da cilanco :lago prosciugato

città mostro, enorme ombelico emaciato, un vecchio pozzo profondo dentro il quale abito

SU QUANTI STRATI DI STORIA SONO IN PIEDI IN QUESTO MOMENTO?

“Città del Messico è situata su uno spartiacque antico, profondamente sezionato, che scorreva fino all’antico sud (l’antico fiume Amacuzac), per essere poi bloccato dalle montagne di Chichinautzin circa 500.000 anni fa. I sedimenti della palude sono pieni di detriti e creano problemi per qualsiasi tipo di costruzione che si voglia fare a Città del Messico: la città affonda 30 cm ogni anno in alcune zone della metropoli”.

Questo fenomeno si verifica da oltre un secolo, ma in questi ultimi anni si è intensificato notevolmente data l’estrazione dal sottosuolo di acqua potabile che serve per i rifornimenti della città.

“CITTA’ DEL MESSICO AFFONDA DENTRO MOLTI RIVESTIMENTI DI STORIA E DI VIOLENZA.”

Questo affondare è prodotto dall’accumulazione di diversi pesi e forze psico-sociali, politiche ed economiche che ribollono dentro la grande città fondata nel 1325 e questo schiacciamento si manifesta come qualcosa di reale e quotidiano: letteralmente i suoi edifici, le strade e le piazze vengono risucchiate dal sottosuolo, inghiottite dal pantano della terra: “i fattori che generano le aperture della palude sono lo squilibrio dato dall’attività sismica e le inondazioni causate dalle piogge, ma l’elemento centrale sono i processi causati dalle attività umane”.
La città attraversa una grande crisi, i segni e i sintomi sono presenti in ogni dove, anche esistenzialmente. La rete di dominio prova ad asfissiarci secondo dopo secondo, rendendoci parte della dinamica riproduttiva urbana.
E’ difficile rompere con il ritmo superficiale della città ed è difficile andare un po’ più in là dei cammini che conosciamo, non riusciamo facilmente a transitare per alcune rotte più profonde, alcune delle quali rimangono occulte, più tenui e opache.
Vivo in questo buco nero che inghiotte gli edifici più pesanti della modernità, della rivoluzione istituzionalizzata, del barocco importato, delle pietre originali.
Quanti edifici sono caduti durante il terremoto della mattina del 19 settembre 1985?
La catastrofe ribollente della vita è il destino di città del Messico.
Immagino il centro di Città del Messico come un grande buco nero che da tempo risucchia la storia in una spirale di devastazione quotidiana, come nella guerra ai molti ciclisti investiti ogni giorno: da questo centro si orchestra la pacificazione sociale, attraverso la violenza istituzionalizzata, il trionfo ufficiale della modernità e del progresso segnati da una teorica benevolenza, così come almeno si presentarono in alcuni momenti la democrazia e la cittadinanza, per mostrarsi infine unicamente come spazio di consumo e spettacolo.


Città marcia… Città di palazzi, capitale dell’impero, megalopoli con più di 20 milioni di abitanti, centro finanziario regionale, discarica su discarica, uno dei punti di interscambio che subisce più cambiamenti nella geopolitica internazionale, un luogo che attraversa i secoli di centralizzazione del potere economico, religioso, politico e civile di questo ampio territorio: luogo di conquistatori e conquistati; centralismo e gerarchia esplicita, sotto il peso di chi tutto si prende. Prima qui governava HUEYTLOTANI *e ora comanda MANCERA, il capo del governo della città, entrambi mandatari manipolati da poteri superiori a loro – il dio Sole o il Dio Denaro -, gestori delle grandi città, burocrati al servizio della civiltà agonizzante e sottomessa. Oggi Città del Messico è un brutale agglomerato di esseri umani che si traduce in una grande macchia urbana estesa come una pelle malata di colore grigio sulla totalità di un corpo incerto, ferito in maniera irreversibile.
Città del Messico presenta problemi profondi nelle infrastrutture (come la mancanza di acqua) e questa crisi si manifesta sia emozionalmente che materialmente, dato che impedisce il buon vivere.

*L’imperatore: Politicamente l’impero, costituito da una confederazione di  tre città componevano la confederazione del Cem Anahuàc (l’Unico Mondo) e ognuna era governata da propri re ed istituzioni. La predominanza di Tenochtitlán, capitale degli Aztechi Tenocha o Hueytlotani si accentuò rispetto alle altre.

Il governo parla di un “capitale sociale” che ironicamente potremmo tradurre come “ si capitalizza tutto quello che implica lo spettro sociale”, ovvero le nostre vite sono valide in quanto valore di uso e di scambio, come mercanzia dentro una rete molto più complessa e invasiva, cioè il sistema urbano agro-industriale del quale le metropoli funzionano come centro, come buchi che consumano senza che esista alcuna reintegrazione degli eccessivi scarti prodotti dalla natura, per la quale la città rappresenta solo un disastro ecologico immerso in una spirale di autodistruzione imminente.
La città propone una forma di relazione con essa completamente svincolata da lei stessa considerata come un corpo unico, come un territorio integro nel suo essere.

Potremmo dire che la polizia, oggi, è il gruppo mafioso meglio organizzato di Città del Messico

La routine urbana spinge all’individualismo consumista, non a legami di solidarietà tra gli abitanti che vivono questa potenziale comunità.
E’ in questa separazione che si instaura la necessità di vincoli amministrativi per regolare le relazioni tra le persone, tra il morale e il materiale: dove la proprietà privata, il sistema degli affitti e del rinnovamento urbano portano al completo slabbrarsi di qualsiasi vincolo comune e dove la polizia assume la forma di un indispensabile elemento regolatore delle relazioni tra le persone.
Potremmo dire che la polizia, oggi, è il gruppo mafioso meglio organizzato di Città del Messico. Chiunque sa che la loro funzione non è quella di favorire la sicurezza della comunità e della città ma tutto il contrario: si vive alla mercè del suo autoritarismo, la cittadinanza è costantemente sottomessa ai capricci di una legge costruita dall’alto al basso, con le interpretazioni maliziose che la polizia ne fa per i propri benefici economici. E’ la polizia, insieme a tutto il sistema giuridico, uno dei maggiori problemi per organizzare la libertà comune dentro la città.
Sotto questo attacco costante dell’amministrazione pubblica contro la società nasce la città prigione con le sue molte prigioni fatte di schermi che la conformano e la prigione automobile che permette il suo muoversi costante.


L’automobile è uno dei problemi centrali dell’attuale crisi urbana; problema ambivalente perché permette il trasporto al lavoro, ma in sé è un elemento comodamente alienante che tra l’altro fa sì che la logica del capitalismo in un senso macro possa riprodursi per tutta la molteplicità dell’industria. Soprattutto tramite lo sfruttamento fossile che, a causa della crisi, fa aumentare il prezzo del litro di benzina. permettendo la “regolamentazione” del mercato, che diventa via via più grave con l’attuale riforma energetica che privatizza l’estrazione del petrolio e di tutta la sua rete di produzione e consumo che sostiene (vedi le recenti proteste chiamate gasolinazo contro il rialzo del prezzo della benzina).
Al giorno d’oggi, a Città del Messico, gli antichi fiumi si sono trasformati nelle maree di macchine, negli ingorghi dove la promessa di una vita isolata dal contesto diviene sempre più presente: la mia macchina, la mia musica, le mie regole. In tutta la zona metropolitana ci sono più di 3 milioni di macchine che ogni giorno si muovono. E’ l’interiorizzazione del valore culturale della velocità che domina il nostro tempo contraddittorio..
Le nostre individualità e la mobilità fanno sì che la nostra vita sia una mega macchina sociale che ha bisogno della nostra efficienza temporale per potersi riprodurre pienamente. Ha bisogno che i nostri corpi si spostino, che consumino e che vadano e vengano guidati da un desidero imposto con la forza da altri frammenti di questa macchina, che è anche una macchina mentale. L’essere in ritardo, cosa tanto comune in questa città, è una costante minaccia per gli interessi che il capitalismo ha sui nostri corpi. Sono i vincoli della carne che permettono la circolazione dello sfruttamento. La dinamicità perversa che si produce tra lavoro flessibile e lavoro rigido produce un’economia informale-mafiosa e una burocrazia formale corrotta e co-dipendente nel suo insieme dai ritmi imposti dai flussi globali.
Al giorno d’oggi, le opere pubbliche si convertono in bolle finanziarie che odorano di morte e sprizzano corruzione da tutti i pori che, allo stesso tempo, cancellano la possibilità di camminare a piedi, contraddicendo a pieno il motivo per cui vengono costruite (che dovrebbe essere il libero transito delle persone, in astratto). E’ la perversione che il linguaggio del cittadinismo produce nella realtà, i concetti sono utilizzati al contrario, ad esempio sviluppo significa in realtà saccheggio e così via..

Al giorno d’oggi, a Città del Messico, gli antichi fiumi si sono trasformati nelle maree di macchine, negli ingorghi dove la promessa di una vita isolata dal contesto diviene sempre più presente: la mia macchina, la mia musica, le mie regole

La privatizzazione totale dello spazio pubblico rende chiaro un doppio legame: da un lato la società ha lasciato la possibilità che sia lo stato a gestire spazi e servizi grazie all’odierno patto democratico, dall’altra lo stato ha utilizzato i suoi vantaggi amministrativi per disporre dello spazio pubblico come merce pronta per essere sfruttata e venduta al miglior offerente. Opporsi agli investimenti per le infrastrutture significa infatti sfidare apertamente l’ordine del governo e al tempo stesso il progetto neoliberale per il quale la deterritorializzazione urbana significa la produzione di un costante lucro che favorisce unicamente la classe imprenditoriale. La città è stata riformulata per la colonizzazione e la strumentalizzazione neoliberale e viene espropriata degli spazi pubblici venduti ai privati per convertirsi in spazi di divertimento, come le aree sotto i ponti della città, le quali vengono trasformate in ristoranti o negozi invece che in mense popolari o centri di salute. La proliferazione di nuove strade, nuove linee della metro, di opere pubbliche, l’istruzione di un nuovo schema urbano, l’occupazione capitalista di terreni, case e spazi produce la speculazione finanziaria e un esodo della popolazione residente: non sorprende che la maggior parte degli investimenti sia spagnolo.

Accumulare territori significa distruggere il comune

Certe zone iniziano ad acquisire un carattere di esclusività modificando la dinamiche delle relazioni, cercando di modernizzarle ed espellere chi non si conforma a un certo stile di vita e di consumo. A volte si manifesta con lo sgombero di un gruppo di case popolari per mettere al loro posto un ristorante alla moda. Non è una coincidenza che Carlos Slim (imprenditore messicano, tra gli uomini più ricchi del mondo) abbia ristrutturato il centro storico tramite l’acquisto di immobili e ridisegnandone completamente la geografia, allontanando forzosamente gli antichi abitanti della zona. Così la città si è trasformata in un immondezzaio che non appartiene più al comune. Privatizzando gli spazi, la componente sociale dell’urbe viene cancellata per riapparire in forma di consumo e intrattenimento, cercando così di nascondere la devastazione territoriale prodotta dagli ingranaggi dello sviluppo urbano. Il saccheggio della città si percepisce in ogni ambito della vita sociale urbana e ciò su cui si regge implica l’introduzione di valori capitalisti nel midollo delle relazioni sociali.


Il 23 dicembre 2013 il capo del governo cittadino, Miguel Angel Mancera, ha emesso un decreto nel quale delibera che la proprietà della terra, quello strato che risiede sotto la coltre di asfalto e che da alcuni anni era sotto il controllo del governo federale, smetterà di essere pubblico e si trasformerà in una zona di sviluppo economico e sociale sotto il nome di “città futura.” Il progetto è realizzato da un’impresa para-statale del governo e si chiama “qualità di vita, progresso, sviluppo, per Città del Messico”, la ProCdMX, una “agenzia di promozione, investimento e sviluppo per Città del Messico” che in realtà è un’impresa privata il cui direttore generale è l’israeliano Simone Levy Dabbah.
Come scrivono nella presentazione, questo progetto ha vocazione a sostenere gli investimenti e le infrastrutture, creando un legame tra il pubblico e il privato nel settore sociale e si orienta verso una miglior condizione e qualità della vita nella città. Ma per realizzarlo bisogna costruire obbligatoriamente un’associazione formale pubblico-privato, ovvero bisogna applicare a pieno il progetto neoliberista alla città.
Città del Messico a volte confonde gli ingenui e gli entusiasti grazie alla strategica istituzionalizzazione del “bilancio partecipato” e altre maschere della socialdemocrazia però, nella pratica, si dimostra come un feroce governo autoritario incapace di “comandare obbedendo” se non agli ordini degli imprenditori o delle corporation che cristallizzano la città come una economia dei servizi, dei centri di produzione-consumo, della conoscenza e dell’industria culturale. Secondo PriceWaterHouseCoopers, Città del Messico occupa il settimo  posto nella speciale classifica sulle città più ricche del mondo – avendo un PIL di 331 miliardi di dollari che si raddoppieranno, secondo lo stesso studio, nel 2020 – dopo Tokyo, New York, Chicago, Los Angeles, Londra e Parigi.)
Il progetto della modernità sulla Valle del Messico iniziò già molto tempo prima dell’arrivo degli spagnoli e sicuramente c’è un filo conduttore che vincola la Conquista con la nascita del PRI, con l’odierna Città del Messico e la sua amministrazione progressista di sinistra, la cosiddetta città dell’avanguardia, una delle città di riferimento più lucrative del mondo intero.
La città storicamente, fin dal 1998, è stata governata dalla rivoluzione democratica, dalla sinistra sociale, dalle convergenze cittadine e i risultati delle urne l’hanno sostenuta negli ultimi 18 anni grazie alla campagna che ha attratto investimenti nella città per i settori del turismo, delle costruzioni, della cultura e dei servizi. Recentemente la città è stata chiamata la nuova Berlino: per quanto ridicolo possa sembrare il parallelismo, esso è valido nel senso che Città del Messico è potenzialmente attrattiva per la classe creativa mondiale, come un tempo lo fu la capitale tedesca dopo la caduta del Muro. Così la sinistra ha sfacciatamente invitato il mercato immobiliare globale a continuare con le sue strategie di distruzione, saccheggio e gentrificazione della città. Il governo progressista ha mostrato che il suo populismo era neoliberista e non sociale.
Allo stesso tempo succede che, mentre il governo è in sintonia con le imprese,  contemporaneamente investe nelle tecnologie di sicurezza copiate dal modello  tolleranza zero applicato dall’ex-sindaco di New York Rudolph Giuliani, mettendo in atto sperimentazioni strategiche repressive, di vigilanza e di controllo delle proteste delle moltitudini indignate, inferocite, scontente, sgomberate, incarcerate che evidentemente non si inseriscono in questo modello di città-impresa d’avanguardia.

Città del Messico a volte confonde gli ingenui e gli entusiasti grazie alla strategica istituzionalizzazione del “bilancio partecipato” e altre maschere della socialdemocrazia

Questo cambiamento radicale avviene dopo la visita di Giuliani nel 2003 per progettare e adattare il programma di tolleranza zero a Città del Messico.
Di conseguenza, il campo della cultura civica è stato fondato durante il periodo dell’Assemblea Legislativa del Distretto Federale e della Civic Culture Law (GOdF, 2004), promulgato da AMLO nel 2004. Questa legge criminalizza e “regola” gli  attori urbani informali come i parcheggiatori abusivi, le prostitute, i lavavetri e gli ambulanti perché svolgono attività che vanno contro “la pace del popolo” o contro la “pubblica sicurezza”. La legge dice che, per garantire la coesistenza armoniosa dei suoi abitanti, è dovere dei cittadini “denunciare o informare le autorità della commissione di qualsiasi violazione delle leggi o dei reati, così come tutte le attività o eventi che possano causare danni ad altri o influenzare la coesistenza “, ad esempio impedire od ostacolare la libertà di movimento o l’azione di individui non è permesso se non esiste alcuna ragione valida “.
La città è un flusso continuo di macchine, persone, merce e ad ogni angolo un OXXO (piccolo centro di servizi e merce aperto 24 h di proprietà di Carlos Slim) con le sue luci al neon illumina gli angoli delle strade dove sono montate le telecamere e gli altoparlanti – installate inizialmente come sistema di emergenza e supporto in caso di terremoto. Il controllo della città panoptica si costruisce nella cittadinanza sulla teorica possibilità di prevenzione delle catastrofi e della violenza irrazionale. Questo è il discorso sulla sicurezza: è possibile prevenire solo se ci affidate completamente l’autonomia e la libertà.
Però tutto questo piano è legato a un filo sottile, la sofisticata modernità non si sostiene del tutto autonomamente, è fragile in quanto artificiale e storicamente determinata.
Fin quando facciamo il nostro dovere, lavorando in maniera formale o flessibile 24 ore su 24, con la possibilità di connessione assoluta, accessibili a tutte le ore, saremo sempre pezzi rimpiazzabili di questa macchina, pezzi con una data di scadenza che sostengono l’immenso complesso urbano-agro-industriale, che non è altro che un sistema disegnato per il consumo come unica via lasciata libera ai cittadini.
E se non ne facessimo più parte?
Questa violenza istituzionale viene accompagnata da una crescente criminalizzazione di qualsiasi azione di rifiuto o protesta che risponde al motto: “o giochi con noi o sei contro di noi”.

Come è possibile questa vita?

A volte questi spazi sono importanti per la prefigurazione del mondo che vogliamo vivere nel qui e ora e lì risiede la sua potenza d’ immaginazione, però la crisi totale è una minaccia costante per questi esercizi di autonomia

Penso che una delle ragioni più drammatiche di questo miserabile panorama ha a che vedere con il trionfo della vita privata come spazio di libertà.
La vita privata è possibile rappresentarla come un carcere quotidiano che ci isola e che al tempo stesso ci autorealizza, mentre sostiene la struttura politica e economica attuale. L’addomesticamento è volontario, il trionfo della libertà come imposizione è ormai avvenuto già da tempo con la flessibilizzazione del lavoro, fino ad arrivare all’idea del genio creativo autonomo come standardizzazione del lavoro formale come unica forma di sopravvivenza. E’ attraverso la riproduzione degli stili di vita individualistici che si omogeneizzano nelle città i nostri desideri e allo stesso tempo li consumiamo, producendo le chiavi per la nostra quotidiana oppressione, contribuendo trepidamente alla distruzione della biosfera proprio come attualizziamo i nostri smartphone o le email.
Le bolle, ovvero gli spazi liberati dalla logica del mercato, dal lavoro salariato, dagli affitti etc. che si costruiscono come forma di contropotere urbano, sono insufficienti e soggette alle stesse critiche che potremmo articolare verso i processi cooperativo-solidali. Sebbene a volte dentro di esse venga sovvertita la logica del mercato è complicato immaginare il contagio generalizzato di queste esperienze al grosso della società, anche perché il capitalismo è un sistema che include e simultaneamente riesce a recuperare tutto.
A volte questi spazi sono importanti per la prefigurazione del mondo che vogliamo vivere nel qui e ora e lì risiede la sua potenza d’ immaginazione, però la crisi totale è una minaccia costante per questi esercizi di autonomia. Come pensare strumenti per generalizzare le rotture del sistema capitalista attuale? Cosa significa fermare i flussi del capitale nella città? Come viene immaginata l’organizzazione sociale fuori dall’ambito capitalista? Possiamo far sì che questa domanda si converta in un processo collettivo autoregolamentato? Dobbiamo opporre la pazienza all’urgenza di fronte alla catastrofe che ci attende? La città è qualcosa di ri-abitabile al di là del capitalismo? O bisogna abbandonare la città?
In cerca di una prospettiva antagonista, dove a volte è più urgente parlare di insurrezione piuttosto che di rivoluzione in senso immediato, come fare perché essa si incroci con la comprensione della nostra vita, per combattere le ansie quotidiane, la depressione, il suicidio?
Abbandonare senza abbandonarsi, è l’augurio che si delinea.  Per esempio trasformandoci in quartieri che si organizzano.
Così fu la mattina del 19 e 20 settembre 1985, dopo il catastrofico terremoto che in soli due minuti ha devastato la città, e che rese evidente l’incapacità del governo di rispondere alla catastrofe che per altro mostra la fragilità delle strutture sulle quali si fonda lo status quo. E’ risaputo che lo stato scelse di salvare prima i macchinari e le casseforti per la produzione del denaro piuttosto che i possibili sopravvissuti.
In quel momento però le strade divennero nostre, si crearono accampamenti informali creati da chi era rimasto senza casa o senza lavoro, si scommise sull’organizzazione di quartiere, tra vicini, per impedire gli sgomberi da parte della proprietà privata e immobiliare. Un grido collettivo per una domanda di massa. Si creavano abitazioni di strada, occupazioni di spazio pubblico, una strategia si rendeva visibile.
La città distrutta può sempre essere lo spazio prediletto per la riorganizzazione del capitale e della sua facciata da parte delle immobiliari. Ma queste si sono dovute confrontare con una forte resistenza urbana popolare che ha occupato molte parti di territorio e che, tra legalità e illegalità, ha permesso un risanamento della vita sociale e comunitaria. Ancora oggi il carattere comunitario e popolare permette altri tipi di relazioni: i processi di autorganizzazione non solo sono possibili, ma creano spazi altri nella città (vedi Tepito e Pedregal).
Quindi che cosa ci rimane? Iniziare a guardare fuori dalla città con l’idea del ritorno alla terra, divenire di nuovo dei contadini? Questo mi sembra porti più verso una idealizzazione borghese che verso una vera proposta di rivoluzione sociale. Invece è essenziale comprendere come la rete di dominio è costruita da una maglia di infrastrutture che uniscono in maniera inseparabile i destini di tutti i territori, come le grandi autostrade, che altro non sono che magazzini in movimento.
Analizzare la nostra capacità di influire, sabotare, intervenire nel transito dinamico delle merci e persone è quindi capire che queste sono uno spazio intermedio del capitale. E’ in questo spazio che risiedono i vasi comunicanti, gli spazi di transito indispensabili per la riproduzione del capitalismo e dove è possibile intervenire, frenarlo, attaccarlo. La separazione epistemologica tra campagna e città è una frontiera prodotta dal linguaggio umano, è artificiale e per tanto non è vera in assoluto. È una separazione che potremmo destabilizzare attraverso le nostre azioni, riconfigurando i territori su un idea di comune anticapitalista.
Riprendersi il territorio-corpo, la possibilità dell’azione del corpo nello spazio, dei territori mentali, del territorio-internet, dei territori geografici, dei territori politici, dei territori immaginari. La negazione della civiltà come ordine esistente alimenta l’immaginario che coopera con il collasso della città pensata come qualcosa di stabile e costante nel tempo. Questa negazione implica il risorgere della solidarietà tra le comunità, tra gli individui e mette in luce la potenza per riprendersi i territori e le loro relazioni. Perché l’immaginazione sia qualcosa di realizzabile conviene riflettere anche su come sia possibile abbandonare collettivamente alcuni consumi: è possibile liberare interi quartieri o far proliferare le città abbandonate dentro questa stessa città?

*Il testo integrale è stato publicato in “Ciudad es” edito da Crater Invertido, 2016