PROCESSO G20 – SI PUÒ CONSIDERARE UNA MANIFESTAZIONE «BANDA CRIMINALE ORGANIZZATA»?

Il processo è destinato a scrivere un capitolo della storia giuridica tedesca e potrebbe compromettere irreversibilmente il diritto a manifestare.

Articolo apparso su lundimatin#173, il 7 gennaio 2019

Il 18 dicembre scorso si apriva l’incredibile processo a cinque persone arrestate nel corso del G20 di Amburgo nel luglio 2017 (avevamo diffuso in quell’occasione un appello). Perché incredibile?
1) Perché fa seguito a una delle più grandi sconfitte dell’ordine pubblico tedesco, durante il contro-vertice di Amburgo del luglio 2017

2) Per il carattere esemplare : 5 le persone giudicate, ma il processo si è aperto con il resoconto di tutte le devastazioni commesse nella mattina del 7 luglio, come se gli imputati dovessero rispondere anche di queste
3) Per i mezzi impiegati dallo stato per vendicarsi: una propaganda mediatica senza precedenti, appelli alla delazione, perquisizioni, mandati d’arresto europei, 180 inquirenti a tempo pieno per 15 mesi
4) Per le innovazioni, come l’enorme schedatura automatizzata dei manifestanti attraverso un software di riconoscimento facciale acquistato per l’occasione, o la creazione di un portale di ricerca che permette agli «onesti cittadini» di inviare video personali per aiutare gli inquirenti: una delazione a malapena mascherata. 100 terabyte di informazioni, 32mila file tra immagini e video, il tutto senza alcun inquadramento legale.
5) Malgrado tutto, per qualche imprevisto: il dossier è pieno, ma ben vuoto al momento di fornire prove affidabili circa i 5 detenuti, a cui viene contestato soprattutto di essere stati… presenti al contro-vertice; la giudice non sembra disposta ad avallare i nuovi metodi della polizia tedesca e il loro fondamento politico senza esaminare attentamente il dossier; il commissario alla protezione dei dati di Amburgo ha ordinato la soppressione del database utilizzato dalla polizia.

«Questa è dunque l’atmosfera nella quale si è aperto questo processo-spettacolo, su cui ogni attivista, giurista o politicante è d’accordo: è destinato a scrivere un capitolo della storia giuridica tedesca e potrebbe compromettere irreversibilmente il diritto a manifestare».
Tutti sanno che la giustizia non è altro che un volgare teatro in cui i ricchi e i loro ausiliari se la prendono con i poveri e con i ribelli. Ma questo teatro non sarà valido per sempre. È spesso un espediente raffazzonato. A volte sembra persino troppo ben oliato per il suo gioco d’anticipo, povero di recitazione. La pièce che si è aperta nella mattinata di martedì 18 dicembre al tribunale di Amburgo si annuncia al contempo allettante (29 udienze fissate nei prossimi 6 mesi) e più sorprendente del previsto. In atto un copione mal scritto, imbarazzanti errori di casting e un intervento del tutto inatteso.
Cerchiamo di decriptare.
La sinossi è ben nota. Da un lato, la città di Amburgo, i suoi sbirri e la sua giustizia in cerca di rivalsa dopo l’umiliazione subita in seguito alle rivolte che hanno rovinato il loro G20 nel 2017, che si è giocata il tutto e per tutto per costruirsi un successo strepitoso. La promozione del processo è stata in gran parte affidata ai media. Gli appelli alla delazione, le perquisizioni, i mandati di arresto europei e gli altri arresti avvenuti all’estero danno l’illusione di un efficace lavoro da parte degli inquirenti (180 agenti a tempo pieno per 15 mesi, ad ogni buon conto).
Dall’altro lato, cinque co-imputati, smascherati, braccati, arrestati e (tre di loro) detenuti, che devono pagare per alcuni fatti che gli sono contestati: in particolare, la loro partecipazione al veloce saccheggio dell’Elbchaussee, una via altolocata di un quartiere borghese della città, nella mattinata di venerdì 7 luglio 2017. Nel giro di pochi minuti, questa passeggiata contro l’incontro dei potenti del pianeta avrebbe causato più di un milione di euro di danni, attaccando sistematicamente i simboli del denaro e del potere: banche, consolati, veicoli e attività commerciali, tra cui un famoso negozio scandinavo di mobilio scadente.

Da un lato, dunque, cinque giovani sotto i 25 anni, quattro tedeschi e un francese, dall’altra, un’armata di poliziotti, giudici, politici e giornalisti convinti della loro colpa. Ma di che colpa si tratta, esattamente? Ecco l’enigmatica questione apparsa evidente agli occhi di tutti durante la prima giornata d’udienza.
Dopo aver alzato in ritardo il suo sinistro sipario — a causa delle decine di persone assembrate a sostegno degli imputanti davanti agli altoparlanti e nella sala — il tribunale ha proceduto con la lunga lettura degli atti di accusa, e a quella ancora più soporifera delle degradazioni causate dalla manifestazione mattutina. Un lunga litania di targhe di veicoli incendiati, di stime dei danni di ogni vetrina rotta. Perché è di questo che si sta parlando. Quando le auto bruciano e le vetrine saltano, lo Stato chiede che venga condannato chi brucia le auto e fa saltare le vetrine.
Ciò che non poteva non stupire i commentatori di ogni sponda è l’assenza di qualsivoglia legame tra le persone incolpate e i fatti incriminati. In altri termini: questo processo, annunciato ovunque come «quello contro gli appicciafuoco dell’Elbchaussee», fa comparire come imputate cinque persone a cui non è assolutamente contestato l’incendio di veicoli o la distruzione di vetrine.
Ciò che viene loro contestata, essenzialmente, è la loro supposta presenza a questa manifestazione — e a qualche gesto supplementare nel caso del nostro amico Loïc. E ciò che il procuratore, ovverosia lo Stato, intende provare nel corso dei prossimi mesi, che può benissimo portare a una condanna a svariati anni di carcere duro delle persone colpevoli di essere presenti a una manifestazione nel corso della quale hanno avuto luogo devastazioni, senza dover per forza dimostrare che queste persone abbiano preso parte attiva in queste azioni.
Per riuscire in questo gioco di prestigio, bisogna riuscire a trasformare una manifestazione politica in una banda criminale organizzata. È questa la prodezza che si appresta a compiere Tim Pashowski, procuratore di Amburgo.

Ma ecco che questo dramma costruito dal ministero può trasformarsi in una sarcastica satira! Sì, perché — anche se la difesa ha constatato da mesi il vuoto del dossier (malgrado le sue migliaia di pagine) — sembra che questo vuoto non sia sfuggito nemmeno alla presidente della 17a camera penale. Durante le negoziazioni orali preliminari, Anne Meyer-Goring ha stimato delle pene massime nettamente inferiori a quelle auspicate dal procuratore, e ha richiesta, invano, la liberazione sotto condizionale di due dei detenuti. Questa giudice della corte di giustizia giovanile (due degli imputati erano minorenni all’epoca dei fatti) si è già resa illustre per aver inflitto in passato severe umiliazioni al lavoro degli inquirenti (accusandoli in particolar modo di aver gonfiato dei dossier sotto pressioni politiche e mediatiche). Di fronte a un tale rischio di rifiuto, il procuratore ha ben pensato di richiedere la sua estromissione dal processo a inizio dicembre! La sua richiesta è stata respinta, e sarà dunque lei a presiedere questo processo fiume in cui la giustizia avrà per compito quello di convalidare o rigettare i nuovi metodi repressivi della polizia tedesca e i loro fondamenti politici (la criminalizzazione dell’insieme delle persone presenti a una manifestazione).

[Lungi da noi comunque la volontà di fare l’elogio di un magistrato che se da una parte si erge in difesa del “buon diritto” contro certe derive politico-poliziesche, dall’altra abbraccia in pieno le logiche dell’accusa proponendo pene che vanno fino ai tre anni di prigione]

Tra le più gioiose innovazioni troviamo l’enorme schedatura automatizzata di abitanti e manifestanti grazie a un potente software di riconoscimento facciale acquistato per l’occasione. Decine di migliaia di volti sono stati registrati, selezionati, classificati e archiviati secondo dei «profili di identità facciale biometrica» che permette di riconoscerli in altre immagini, di seguire i loro movimenti in una folla, eccetera. Tutto questo non dispone di alcun inquadramento legale, e non sono solo gli attivisti e i loro avvocati a rendersene conto. Martedì, nel preciso istante in cui si apriva il processo dell’Elbchaussee, il commissario alla protezione dei dati di Amburgo ha ordinato la soppressione di questo database. Parliamo di 100 terabyte di informazioni, 32mila file tra immagini e video, di un numero incalcolabile di persone coinvolte.
La polizia ha utilizzato le immagini in suo possesso, ma anche quelle delle telecamere poste a bordo dei mezzi pubblici, nelle stazioni, dei media e di tutte le foto amabilmente inviate da alcuni «onesti cittadini» su un portale di ricerca (ovverosia di delazione).

Il commissario alla protezione dei dati stima che questa procedura «usurpa in maniera significativa i diritti e le libertà di un grande numero di persone», reclama la soppressione del database e l’interdizione del software Videmo360. Gli sbirri, dal canto loro, vorrebbero continuare a giochicchiare con questo ninnolo da svariati milioni di euro, per quanto non sia servito a identificare granché fino oggi (tre persone nell’ambito del G20). Prova ne è la nuova serie di 54 volti pubblicata questa settimana sul sito della Hamburg Polizei. Con la speranza di suscitare nuove vocazioni all’infamata.

Questa è dunque l’atmosfera nella quale si è aperto questo processo-spettacolo, su cui ogni attivista, giurista o politicante è d’accordo: è destinato a scrivere un capitolo della storia giuridica tedesca e potrebbe compromettere irreversibilmente il diritto a manifestare. E, dato che nessuno spettacolo sarebbe tale senza pubblico, l’ipotesi di un processo a porte chiuse è stata abbandonato. Le prossime udienze, l’8 e il 10 gennaio, saranno aperte al pubblico. Questi atti e quelli che seguiranno porteranno la loro infornata di rivelazioni sulla debolezza del dossier e, forse, risposte ad alcune domande.
Per esempio: la sbirraglia tedesca può permettersi quel che le pare quando si autoinvita all’estero?
O ancora: il black bloc è il risultato di una «cooperazione deliberata e fondata sulla divisione del lavoro», come afferma il procuratore?
E che cos’è esattamente il «supporto mentale» che i manifestanti «pacifici» sono accusati di aver fornito a chi commetteva delle devastazioni?
Si può essere riconosciuti colpevoli di eventi sopravvenuti nel corso di una manifestazione anche se non si era più presenti?
Si può seriamente credere che l’andatura di una persona sia unica e identificabile come le sue impronte digitali?
Il dramma che lo Stato si ostina a scrivere probabilmente non virerà verso toni da commedia. Per il momento, ognuna delle future udienze deve essere un’occasione per sottolineare quanto siano ridicole le accuse e la pertinenza degli atti di resistenza impiegati. È l’occasione, soprattutto, di portare agli imputati il proprio sostegno — siano essi nostri compagni o nostri amici, attori loro malgrado di questa farsa grottesca. I primi presidi si sono tenuti a Parigi, Nancy, Friburgo, Francoforte e Berlino la settimana scorsa, insieme a una grande manifestazione per le strade di Amburgo alla vigilia dell’apertura del processo.
Fuochi d’artificio sono stati lanciati dai tetti degli squat vicini, e canti si sono levati davanti alle mura della galera in cui tre degli accusati sono ancora detenuti. L’indomani, gli imputati sono entrati in aula accompagnati dagli applausi, e sono usciti a pugno chiuso. Il processo sarà lungo, ed è a loro che va il nostro pensiero in questi giorni!

Libertà per Loïc!
Libertà per tutte e tutti i prigionieri del G20!
Comité de soutien transfrontalier

DATE DEI PROSSIMI PROCESSI
Gennaio: 8, 10, 15, 17, 22, 24, 29, 31 Febbraio: 7, 8, 14, 15, 20, 21
Marzo: 18, 22, 28, 29
Aprile: 4, 5, 25, 26
Maggio: 2, 3, 9, 10

PER CONTRIBUIRE ALLE SPESE LEGALI E DI SOSTEGNO
La difesa di Loïc, la sua vita in prigione e gli spostamenti per andare a portargli sostegno costano molto. Se volete e potete partecipare, vi preghiamo di inviare le vostre donazioni all’associazione CACENDR precisando «Don pour Loïc» sulla causale del bonifico. Grazie!
Via assegno: Cacendr, 5 rue du 15 septembre 1944, 54320 Maxeville Via bonifico : Link all’IBAN

LA SPINOSA QUESTIONE DEI LIBRI
Loïc vuole libri, molti libri, un sacco di libri per — come dice — «sfamare l’arma intellettuale». Divora circa due libri al giorno in una piccola cella, tra le ore di sonno e le manciate di minuti d’aria.
Le regole dell’amministrazione penitenziaria per farglieli pervenire sono chiaramente molto rigide: in particolare, devono essere nuovi, già dichiarati all’amministrazione, eccetera. I primi libri inviatigli gli sono arrivati dopo un mese e mezzo.
Se volete partecipare a questo atto di solidarietà, e per evitare doppioni negli invii, il meglio che si possa fare è fare una donazione affinché glieli si possa procurare.

Se siete librai, editori o editrici, autori o autrici e volete esprimere il vostro sostegno con dei libri (copia saggio, nuovi o in ottimo stato eccetera) non esitate a contattarci all’indirizzo: soutienloic@riseup.net, gli farà molto piacere. Grazie!

Mattatoio #3

Di Vultlarp

Un mattatoio per accettare il presente e mutarlo di senso.

  1. Corrispondenze

Il 7 gennaio su Lundi Matin è apparso un articolo dedicato agli strascichi giudiziari del G20 di Amburgo (la traduzione è disponibile su questo numero di Qui e Ora). Si parla dell’apertura, il 18 dicembre scorso, dello spettacolare processo ordito dalla città tedesca contro cinque imputati — di cui tre ancora detenuti — per i fatti occorsi nella mattinata del 7 luglio 2017 sull’Elbchaussee. Certe cose ce le si scrolla di dosso a fatica.

Ci sarebbe inoltre tutto un discorso da fare sulla pratica dell’autoinvito in giro per l’Europa da parte della Polizei per finalizzare i suoi mandati di cattura (peraltro sempre ben accolta). Così come si potrebbe parlare a lungo del simpatico software di riconoscimento biometrico in dotazione alle forze dell’ordine tedesche, Videmo360. Insieme al ritorno smagliante della grandiosa pratica della delazione in versione 4.0: basta qualche upload sulla piattaforma predisposta et voilà, l’infamata è fatta!

Cambio scena. Qualche giorno fa, oltrereno, Luc Ferry (ex ministro dell’istruzione francese) chiede pacatamente, durante una pacata diretta a Radio Classique, di «dare alla polizia francese (la quarta armata al mondo!) i mezzi per difendersi da quei bastardi di estrema destra, di estrema sinistra, dei quartieri popolari».

In quello stesso lasso di tempo, l’attuale ministro dell’interno francese Edouard Philippe informa in una delle ormai consuete «comunicazioni urgenti» che sabato 12 gennaio 2019, oltre alle 80mila unità poliziesche dispiegate per garantire l’ordine pubblico (e più armate del solito), chiunque parteciperà o verrà trovato all’interno di manifestazioni non autorizzate sarà immediatamente schedato e arrestato. Ciliegina sulla torta: riformerà il diritto a manifestare già da febbraio.

Meme o realtà? Nel momento in cui scrivo, non ho altra certezza che il meme, immagine non dialettica di un potere sempre pronto a serpeggiare nei discorsi.

Al di là di ogni malfatto sberleffo memetico, l’atto IX della mobilitazione dei GJ si è tenuto «“‘ad armi pari’”» (se non bastassero le virgolette) — 80mila guardie contro gli 84mila manifestanti in tutta Francia. Metto per prime le guardie perché, beh, semplicemente sono loro a riversare il loro arsenale offensivo-repressivo contro la presenza irriducibile del popolo nelle strade. Un tour de France è come sempre disponibile qui.

Ma non deprimiamoci. Queste cose le sappiamo. No alle filippiche contro i mala tempora che sappiamo bene dove corrono, né panegirici al primo Traiano dei «diritti». Anche perché è ormai evidente che il «diritto» — garante dell’ordine sociale — semplicemente non esiste più. Ecco perché il processo G20-Hamburg, le promesse di Philippe, le minacce di Nancy, le nutellate di Salvini calzano così bene insieme — su sfondo Orban, con tappezzeria ISIS e altri oggetti di arredamento a piacere. Per questo è così importante e allettante la prospettiva di rovinare questa festa.

Per quanto non abbia che qualche domanda, e nessuna risposta.

  1. Oggi il G20 di Amburgo è un processo. Tutta la mia complicità e il mio sostegno va alle arrestate, ai perseguiti, alle incriminate, ai processati; ma allo stato delle cose un processo è nel migliore dei casi un sospiro di sollievo, e un «arrivederci al prossimo tentativo di farvi un culo quadro». Cosa invece può essere ancora in potenza quel magma di pratiche saperi azioni critiche converso ad Amburgo nel 2017? Perché vederlo sempre come report e mai come officina?

  2. La confusione che in Italia impedisce una comprensione di ciò che i Gilet Gialli significano (e non sono) è fitta almeno quanto l’insulsaggine di molti tentativi di esegesi di movimento. È una volontà di sapere puramente speculativa o ha un qualche sottobosco fertile? E che dire dell’attaccamento morboso di certe singolarità militanti a quegli involucri che, a ben vedere, sembrano considerare più dei paramenti o dei feticci? Non avevamo detto «niente soggetto sociale» questa volta?

Del resto, le immagini di Mainte-la-Jolie dello scorso dicembre parlano da sole. Un rastrellamento, ci voleva, per costringere i ciechi a vedere. Un rastrellamento che non fosse in un qualche altrove abbastanza lontano da scorrerci addosso. Che fosse mediatizzato, rimpallato su ogni piattaforma e (come ogni fatto social) presto dimenticato. Eppure, quelle immagini ci consegnano all’esperienza-limite in cui la nostra messa a nudo virtuale si afferma a sua volta come modalità-limite del governo, all’ombra del quale il potere acquista legittimità attraverso un annientamento in potenza promesso a tutti. Tutti.

È tutto (quasi spudoratamente) da manuale: un concerto repressivo a più voci che si rimpalla dalle grigie sale dei palazzi di governo ai tribunali fino a colpire il mondo della vita. Eccola, la vostra Europa. Un’Europa partecipe di un processo di decomposizione:

Non è difficile scorgere, dietro i tentativi di restaurazione autoritaria in così tanti paesi del mondo, una forma di guerra civile permanente. Che sia in nome della guerra contro «il terrorismo», «la droga» o «la povertà», le cuciture degli Stati cedono un po’ da tutte le parti. Le loro facciate restano in piedi, ma servono ormai solo a nascondere un mucchio di macerie. Il disordine mondiale eccede ormai ogni capacità di riordino.
(
50 nuances de bris, Comitato Invisibile, Maintenant)

II. L’hangover della ragione genera troll

Ma è veramente un crollo? Dovremmo piuttosto vederci una trappola per topi che cerca di erigere i propri atti fondativi nel terrore infuso e diffuso. Nella sicurezza somministrata come purga. Nella narrazione di un’emergenza permanente — o di una crisi umanitaria, come sussurrava stamattina Trump alla radio parlando del suo muro al confine col Messico (vi ricorda qualcosa?). Non solo nella criminalizzazione di ogni scarto (che possiamo accettare), ma nel suo riutilizzo strategico come atto distruttivo del «diritto» — e dell’istituzione di un altro diritto, totalmente positivo nella sua negatività: un diritto penale del nemico. Anche solo a volerla vedere da una prospettiva «democratica» e «civile», assistiamo inermi all’evoluzione mostruosa del meglio (del peggio) della tradizione dell common law e di quella a civil law. Un sistema legislativo tentacolare che sia in grado al contempo di costituirsi come codice ed espandersi all’infinito per similitudine, per analogia, per casistiche esemplari. Bruciare per rinascere dalle proprie ceneri. D’altronde, l’Europa del Capitale che si sogna finalmente confusa necessita ancora di tenere viva la confusione derivante dalla contemporanea presenza e assenza di ciò che per due secoli e mezzo è stato il suo necessario supporto: lo Stato.

Ogni potere genera e alimenta e reitera i propri atti fondativi. Manifest Destiny, allegoria della fede cieca e dello spirito di redenzione generato dall’espansione territoriale americana raffigurata da Leutzle in Westward the course of Empire takes its way (e detournato da David Foster Wallace negli anni ’80). L’idea di patria, che ha coinvolto retrospettivamente 700 anni di letteratura italiana, e giunta alla sua apoteosi (o metastasi) nel Risorgimento: Una d’arme di lingua d’altare/di memorie di sangue e di cor (bleah!). I culti rivoluzionari francesi, e la mitologia tedesca che Schelling ne deriva. La dialettica resistenziale, quella repubblichina, la Perestrojka, l’Europa libera dai totalitarismi — la pace repubblicana mentre gli sbirri massacrano Genova, l’ordine repubblicano mentre le banlieue bruciano… Atti fondativi. Sempre. Anche quando sono atti di dissoluzione.

In questo senso, la condizione postmoderna per come ne parla Lyotard è bella e terminata. «Semplificando al massimo, possiamo considerare “postmoderna” l’incredulità nei confronti delle metanarrazioni», ossia nelle legittimazioni onnicomprensive e totalizzanti. Ma il problema della legittimazione non ci riguarda più. La metanarrazione è di fatto già ripristinata. È in ogni discorso che porti lo stigma della «democrazia», dell’«istituzione», del «bene comune». Dei «diritti». Nuovi paradigmi assolutizzati. Un vero colpo da maestro: l’attuale metanarrazione si nutre della sua morte apparente.

È in questo senso che andrebbe letta la radicale transizione sulla faccenda tra la Teoria del Bloom di Tiqqun:

In realtà, il nostro «senso del reale» non si limita mai a una modalità del «senso del possibile che è la facoltà di pensare tutto ciò che potrebbe benissimo essere altrimenti […] Sotto l’occupazione mercantile, la più grande verità su ogni cosa è quella della sua infinità sostituibilità.

(TIQQUN, Teoria del Bloom, p. 29)

e l’ultima pubblicazione del Comitato Invisibile, Maintenant, a distanza di una quindicina d’anni:

La vera menzogna è in ogni schermo, in ogni immagine, in ogni spiegazione che frapponiamo tra noi stessi e il mondo. È la maniera in cui calpestiamo quotidianamente le nostre percezioni. Per cui, fino a che non si tratterà della verità, non si tratterà di nulla. Non ci sarà nient’altro che questo manicomio planetario. La verità non è un qualcosa verso cui tendere, ma un rapporto ineludibile con ciò che c’è.
(
Demain est annulé, Comitato Invisibile, Maintenant)

Non è uno scarto banale. All’ambiguità che fonda il senso della realtà del Bloom subentra nuovamente la necessità di un rapporto con la verità — quella verità che sembrava dovessimo espungere per sempre dal dizionario.

È triste ma inevitabile vedere questa metanarrazione che nega se stessa legittimarsi anche nella percezione di chi è di parte — la nostra parte. Un sentimento straniante di ambiguità e di incredulità in ogni gesto. Eredità taciute del postmoderno. Certe cose, dicevamo, ce le si scrolla di dosso a fatica. La verità sembra non contemplabile: di qui, la percezione del doppio fondo di ogni situazione, l’orrore debordiano dello spettacolo integrato. Poi, solo la memetica (spasmodica forma d’arte popolare) come extrema ratio nei confronti di un mondo che, al suo massimo, va bucato falsificazione dopo falsificazione, layer dopo layer, fino a riveder le stelle; e al minimo — purtroppo — reitera ed estende infinitamente la propria miseria. Anche questa è una questione spinosissima, e meriterebbe un approfondimento: the left can’t meme è stato uno dei cavalli di battaglia dell’alt right statunitense. Come porsi di fronte a questo?

Non posso che fare domande. Ma la questione va posta. Anche perché da questa modalità percettiva si genera l’assoluta certezza (la metanarrazione legittimata) che «per ogni su, c’è sempre un giù», e che ogni tesi contiene già in sé la propria antitesi. Argomento paradossale, la certezza dell’indecidibilità, buono più per chi vuole dissuadere che per chi vuole affermare. Arriva il momento in cui, come indica Marcello Tarì nel suo Non esiste la rivoluzione infelice, occorre «congiungere una realtà con una verità». Perché è ciò che comunque viene fatto: nello stato di cose presente, una realtà frammentata è congiunta a una verità impossibile. Chi non decide, dunque, ha già deciso.

È il caso, tra gli altri, di Raffaele Alberto Ventura in arte Eschaton, che ha recentemente firmato su Esprit un articolo a tema Gilet Gialli in cui dimostra di aver studiato la teoria destituente nelle sue direttrici genealogiche — una linea che dalle riflessioni di Vinale in Potere Destituente arriva ad Agamben, e da Agamben agli agambeniani… Capace di scorgere il rovescio potenziale di ogni posizione — e incapace di assumerne una come atto politico — fa del cortocircuito che si genera da questo contrasto il fulcro del proprio pensiero. Un esempio:

Quando un popolo si rivolta contro la troppa corruzione in realtà si rivolta perché ce n’è troppo poca per soddisfare tutte le clientele che sarebbero necessarie per garantire la pace.

(Eschaton, 6 gennaio 2019)

Questo significa propriamente essersi persi nella casa stregata, nel gioco infinito, eccetera. Questo significa aver accettato il meme come promessa e come minaccia, come unica realtà e unico idolo. Un idolo che generalizza e non può che generalizzare, indeterminatamente, per nascondere il cuore fragile delle proprie tesi. (Scrivo queste riflessioni conscio che ogni singola parola può diventare parodia).

Torniamo alla teoria destituente, liquidata dall’articolista come «romanticismo politico irresponsabile, dunque inaccettabile». A questa deduzione tutto sommato opinabile fa eco un’argomentazione disillusa e cinica:

Sembrerebbe quasi di rivivere l’irresistibile ascesa del Movimento 5 Stelle in Italia a partire dal 2007 […] Per i 5 Stelle come per i Gilet Gialli, l’unità del movimento attorno a un significante vuoto — la lotta del popolo contro il potere — serve prima di tutto a mascherare interessi profondamente divergenti […] Molti hanno ironizzato su questa Insurrezione che viene annunciata nel 2007 dal Comitato Invisibile, e che non veniva mai; invocazione rinnovata in alcune opere successive, e che sembrava quasi la geremiade di un gruppetto di nostalgici. Ora, la storia sembra finalmente aver dato loro ragione: viene, questa insurrezione, e «tiene». […] «Una politica destituente ha un obiettivo limitato ma preciso: creare le condizioni, ovverosia il vuoto, perché un’altra politica, oggi impensabile, si produca». Frase la cui ironia oggi non può che colpire, dato che il vuoto creato dal Movimento 5 Stelle in Italia è stato effettivamente riempito dall’offerta politica della Lega di Matteo Salvini. È questo lo spazio possibile che la potenza destituente dovrebbe aprire?

Certo, è innegabile: dalle nostre parti siamo al nadir dell’agibilità politica. Innegabile e doloroso. E a questo c’è da aggiungere un’altra abbacinante verità: la contraddizione gigantesca che effettivamente il Movimento 5 Stelle ha costituito negli ultimi 10 anni. Un movimento capace di diffondersi tentacolarmente nelle sacche di scontento, di serpeggiare anche in ambienti vicini alla militanza. Un Movimento che, agli albori, è stato votato anche da alcuni compagni come atto più o meno provocatorio e di rottura. Ma qui siamo al paradosso (di nuovo, postmodernissimo) di chi unisce i puntini alla «come cazzo mi pare» perché autorizzato ad avere ragione quanto gli altri. Scritture come questa, in effetti, rifuggono l’attribuzione di un senso come il cane l’acqua. Stanno in perenne bilico tra il serio e il faceto, tra post e shitpost. Qualche amico dice che la sua è una scelta calcolata: tra l’ennesimo libro di critica dell’esistente e il suo riflesso pop nello specchio deformante, il secondo vende meglio. E quindi è assurto agli onori delle cronache con un testo che, constatato lo stato di cose presenti, procede all’abile détournement dell’operaismo/post-operaismo — «è stata colpa nostra», viviamo un «dramma borghese», la nostra è una corsa al «consumo posizionale», la nostra vita è triste perché «abbiamo desiderato troppo». Quasi un’opera di trolling. Che, a giudicare dalla sua attività social, gli riesce pure parecchio bene.

III. Nemmeno due parole sulla «situazione italiana»

La soggettività prodotta (anche quando sedicente intellettuale) partecipa estatica allo spettacolo del proprio annientamento. Ormai non parla più, estraniata com’è da sé stessa e dalla propria condizione. Eppure articola, si dibatte, esprime: per quel gioco di prestigio che fa di tutto «una responsabilità individuale», è parlata dal linguaggio binario di un potere che si è imposto per saturazione oltre ogni possibilità di replica. Ecco l’aperto e il chiuso (i porti), ecco il pro e il contro, ecco la fake news e il fact checking. Ecco Cesare Battisti, ecco Barabba. Ecco la verità e la menzogna insieme. Ecco l’opinione che maschera l’impotenza.

Non c’è da stupirsi se Salvini appare anche nei meme. È la conseguenza inevitabile della sua superimposizione come pura presenza. Non si può dire che non abbia ben interpretato l’espressione «fare i conti con ciò che c’è». Non riusciamo ad alzare lo sguardo quando le procure comminano le loro misure repressive com’è successo recentemente a Torino, per fare solo un esempio quando le città vengono militarizzate, quando gli sgomberi si estendono nei quartieri sempre più lindi e più pinti… e nei nostri volti sempre più smarriti.

Lasciamo stare la tristezza desolante negli occhi dei pupazzi umanoidi a molla, con le loro frasi preregistrate. Parlo — con la mia totale complicità e sostegno a tutte le situazioni e le singolarità in lotta — delle desolate torri d’avorio. Delle coscienze infelici. Di compagne e compagni che presentono o esperiscono altre forme di vita, ma che nella quotidianità si trovano:

1) In una lotta all’ultimo sangue contro la repressione, l’indifferenza, la sempre più desolante distanza che (per quanto si possa argomentare) separa la provincia, la percezione sfigante di sé, dei propri spazi e dei propri tempi. Contro il ripiego verso forme di amicizia su basi politiche, ma non politiche;

2) Catapultati in una molteplicità di situazioni che dà modo di percepire ciò che c’è, guardare davvero, riconoscere immediatamente l’amicizia politica, ma non riuscire a darle corpo in una dimensione duratura — non avere la radicalità di operare una rottura puramente positiva con questo mondo;

Senza contare chi non si degna nemmeno di guardare e guardarsi.

Ecco quindi cosa direi se dovessi esprimermi sulla «situazione italiana» — ma già dirlo, situazione italiana, mi dà i brividi. È che non posso pensare consapevolmente a cosa è «la situazione italiana» se non ponendomi due problemi: uno categoriale quali elementi assegnerò al suo insieme e uno focalechi definisce questo insieme? Io? Altri per tramite di me? Questa combinazione di problemi può reiterarsi all’infinito, estendersi a dismisura in altri problemucci come «cosa vuol dire Io?», eccetera. Per venire poi sbalzata al di là ogni possibilità di guardare.

E lo fa. Si chiama metafisica. Il si passivante. Nascere in un mondo che ci assegna un’individualità accecante e insegna pure a negarla ogni qual volta si possa non poteva che condurci al paradosso. È un pattern molto semplice, un errore di programmazione che dà luogo a vere e proprie cacce al tesoro: un procedimento che glitcha la realtà (dove glitch, in questo caso, è un’anomalia o un errore imprevisto che altera il funzionamento di un videogioco). Quando si scopre un glitch, il gioco cambia per sempre la percezione che ne abbiamo. Da quel momento in poi, il suo spettro alberga sempre in potenza come scorciatoia o banalizzazione.

Così è la realtà che attraversiamo. E così è l’atteggiamento di tante compagne e compagni che cominciano tentando di attraversare l’estremo détournement e bucare lo spettacolo, per finire poi nel gorgo dello scherzo infinito. Lo spettro di Raffaele Alberto in arte Eschaton è riuscire a tenere l’altezza della situazione solo per tramutarla in gioco estetico o morale, in una scacchiera su cui si riserva di essere alfiere o cavallo. Alla costante ricerca di nuovi glitch.

E ora, come in uno Shyamalan twist, cosa scopriremo alla fine? Che lo stato di cose presente, nel suo paiolo di discorsi contraddittori, ha in realtà tentato di modellare anche noi a loro immagine e somiglianza? Che alla fine eravamo anche noi morti, frammentati, desolati, muti e parlati tutto questo tempo, come Bruce Willis nel Sesto senso? Siamo anche noi fatti della stessa sostanza dei meme?
Bisogna camminare sulla fune.

In un mondo in cui tutti recitano, in cui tutti si mettono in scena, in cui tanto più si comunica quanto meno ci si dice, la sola parola — «verità» — raggela, infastidisce e suscita ilarità. Tutto ciò che quest’epoca ha di social ha preso il vizio di zoppicare sulle stampelle della menzogna, tanto da non poterle più lasciare.
Non bisogna «annunciare la verità». Annunciarla a chi non ne sopporterebbe la più infima dose vuol dire solo esporsi alla loro vendetta. […] non pretendiamo in alcun caso di dire «la verità», ma la percezione che abbiamo del mondo, ciò in cui crediamo, ciò che ci tiene vivi e in piedi. Tirando il collo al luogo comune, diciamo che le verità sono molteplici, ma la menzogna è una sola, perché universalmente coalizzata contro la più piccola verità che emerga.
(
Demain est annulé, Comitato Invisibile, Maintenant)

Ritorno ad Amburgo ad un anno dal G20

Ciò che resta della battaglia di Amburgo è senz’altro una battaglia per l’affermazione di una verità su quelle giornate. Se durante il summit dello scorso luglio le immagini del gran galà dei potenti del mondo sono state offuscate da quelle delle centinaia di migliaia di persone scese in piazza contro il G20 ed il suo mondo, o da quelle che raffiguravano dapprima la brutalità della polizia tedesca contro i manifestanti e poi la sua apparente impotenza nel sedare la rivolta, nei giorni immediatamente successivi è iniziata una violenta controffensiva contro-insurrezionale che, ad un anno dai fatti, sembra tutt’altro che volgere al termine.

Infatti, dopo tre interminabili giornate, in cui una molteplicità di accadimenti si sono succeduti in una sequenza e con una diffusione tale da renderli tuttora quasi impossibili da cartografare nella loro totalità e nella loro eterogeneità di forme e modalità, una strategia contro-insurrezionale di portata europea si è subito messa all’opera per compiere una rivisitazione di quei segmenti spazio-temporali di conflitto che hanno composto l’ essenza di quelle giornate, nel tentativo di riscrivere e sovrascrivere in maniera definitiva una parte di quella storia scritta ad Amburgo dal movimento.

Questa strategia però sembra potersi leggere a differenti livelli. Sono differenti, infatti, gli obbiettivi che sembrano volersi perseguire mediante un’applicazione rigorosa e scientifica delle diverse tecniche di cui essa si compone. Ad una prima lettura ciò che appare evidente è la chiara volontà dello Stato tedesco, tramite lo zelante operato di polizia e media mainstream, di imporre una narrazione ufficiale dei fatti inerenti il contro-vertice del G20, annichilendo le altre possibili verità su quelle giornate. L’unica storia possibile deve essere quella per cui migliaia di facinorosi provenienti da tutta Europa siano arrivati ad Amburgo con il preciso intento di metterla a ferro e fuoco durante i giorni in cui in città si svolgeva il festival mondiale della democrazia. Che tra i primi protagonisti del galà della democrazia ci fossero Donald Trump, che in questi giorni sta rinchiudendo i bambini messicani nelle gabbie perché rei di essere figli di immigrati clandestini, o Erdogan responsabile del massacro curdo o della devastazione dei territori e delle relative forme di vita interessati dalla costruzione del nuovo progetto di gasdotto della Tap, sono verità che devono rimanere nascoste. Così come sono state subito riportate nel dimenticatoio le immagini dei brutali pestaggi della polizia tedesca nei campeggi allestiti per i manifestanti nelle giornate immediatamente precedenti il summit. Indubbiamente un altro obbiettivo è quello di ovviare alla perdita di fiducia nei confronti della polizia tedesca da parte dell’opinione pubblica, assicurando alla giustizia tedesca tutti i maggiori responsabili dei disordini contro il G20. Questo obiettivo, del resto, è stato esplicitato proprio in questi termini dallo stesso capo della speciale unità di polizia SOKO, Jan Hieber, nell’ammettere il fatto che la polizia tedesca ha perso il controllo nella gestione dell’ordine pubblico in quelle giornate, e pertanto dovrà pur farsi perdonare in qualche modo.

Ma la strategia contro-insurrezionale del G20 di Amburgo cela anche un piu’ sottile profilo di natura preventiva. Secondo l’opinione di alcuni, infatti, la scelta di organizzare il G20 dello scorso luglio in una città come Amburgo, per di più in una zona della città a ridosso dello storico quartiere antagonista ed autonomo di St. Pauli, non sarebbe stata una scelta ingenua, provocatoria o semplicemente poco lungimirante, ma piuttosto ben calibrata e funzionale a giustificare la ristrutturazione dell’apparato giudiziario e poliziesco tedesco e a sperimentare quello neo-costituito a livello europeo dell’Eurojust e dell’Europol.

La strategia contro-insurrezionale preventiva e repressiva del G20 viene applicata cosi’ mediante una molteplicità di tecniche.

Finito il summit, cominciano i primi processi contro coloro che sono stati arrestati durante le giornate di protesta. Infatti, durante le giornate del controvertice la polizia tedesca ha proceduto a più di 186 arresti, di cui 51 sono stati confermati con misure di detenzione preventiva. Tra i destinatari 23 stranieri provenienti da Italia, Francia, Olanda, Russia, Svizzera, Austria, Venezuela, Spagna, Polonia, Serbia, Senegal e Repubblica Ceca. Come commentano molti avvocati, che hanno assunto la difesa dei ragazzi arrestati, l’atteggiamento vendicativo di procura e magistratura e’ stato immediatamente evidente. Nel sistema giudiziario tedesco del pre-G20, notoriamente democratico e garantista, si insinuano immediatamente prassi inedite quali la conferma di misure preventive in totale assenza e carenza di prove sufficienti, l’erogazione di pene esemplari assolutamente sproporzionate rispetto alle condotte imputate, e perfino costruzioni inquisitorie basate sul concorso morale o sul reato di associazione a delinquere, per noi già molto familiari, ma volte a incidere definitivamente il sistema penalistico tedesco. Il primo processo è’ terminato, in primo grado, con una condanna a 2 anni e 7 mesi senza condizionale per il lancio di 1 bottiglia e 1 sasso, gesti paragonati ad un atto terroristico. Altri tre processi sono terminati con condanne, che vanno dai 16 ai 39 mesi per fatti analoghi, già eseguite con la pena detentiva. Ad oggi si contano 40 condanne, altri 136 processi pendenti, mentre è salito a 1619 il numero complessivo dei procedimenti compresi quelli ancora in stato di indagine, e quelli contro gli abusi della polizia che ammontano a 124 casi di cui ovviamente già 54 sono stati archiviati.

Nei giorni immediatamente successivi al G20 è iniziata la gogna mediatica, una vera e propria caccia all’uomo alla ricerca dei criminali che hanno danneggiato la ricca cittadina portuale del Nord Europa. La polizia tedesca ha invitato i cittadini alla delazione, a mandare foto, video, a rilasciare testimonianze, a collaborare attivamente alle indagini. Oltre al materiale già in possesso della polizia si sono così raccolti oltre 7 thera byte di materiale fotografico, oltre 10 thera byte di materiale video e oltre 10.000 testimonianze. La polizia di Amburgo ha chiesto poi alle maggiori testate giornalistiche tedesche di pubblicare foto segnaletiche alla ricerca dei RIOTERS.

Presto la richiesta, si è estesa anche ai mass-media di altri stati europei, venendo perlopiu’ disattesa. Del resto, un’altra verità che si vuole promuovere è che siano stati italiani, greci, spagnoli, francesi, ecc., ovvero i poveracci delle terre del sud i maggiori responsabili di quanto accaduto, perché loro odiano la Germania, la ricca città di Amburgo in particolare. Così, ad un anno dal G20 i giornali continuano a fare da cassa di risonanza all’operato della polizia tedesca, sempre alla ricerca di riscatto. La verità sulle giornate di Amburgo viene così continuamente distorta e mantenuta costantemente all’ attenzione dell’opinione pubblica, fatta rivivere in dibattiti televisivi e nelle prime pagine di giornale ancora ad un anno dai fatti. Per un anno intero si è alimentato costantemente quel sentimento di indignazione cittadinista che aveva portato alla spontanea costituzione di piccole milizie con maglietta bianca e scopa in mano, pronte a ripulire le scritte dai muri e a spazzar via i sanpietrini dalla strada, a cancellare immediatamente i segni della rivolta già il giorno immediatamente successivo al summit, esattamente come nel post NOEXPO di Milano nel 2015.

E ancora. Viene costituita una speciale unità di indagine dal nome “Commissione speciale di investigazione sul Blocco Nero” il cui acronimo in tedesco e’ “SOKO” composta da ben 180 agenti che per 8 ore al giorno indagano alla ricerca dei responsabili nei riot dello scorso luglio. I loro uffici sono tappezzati di foto segnaletiche, post-it e frecce volte a ricostruire e collegare tra loro i principali eventi. Indagano su 3200 casi, che vedono coinvolte ben 729 persone di cui 140 stranieri. Da Marzo 2018 questa unità ha a propria disposizione un software d’avanguardia tecnologica per il riconoscimento biometrico. Una volta inseriti i dati, il programma scandaglia automaticamente tutti i video e le foto in esso inseriti allo scopo di ricostruire chi è stato dove e a fare cosa in quelle giornate. Interi laboratori invece sono stati allestiti per prelevare il DNA da tutti gli indumenti ed oggetti ritrovati dalla scientifica “sui luoghi del delitto”.

A dicembre 2017 con un’operazione di polizia si è proceduto ad alcune perquisizioni soprattutto ad Amburgo ma anche in altre città della Germania alla ricerca di ulteriori prove. Sempre nel mese di dicembre sono state pubblicate sul sito della polizia di Amburgo 107 foto di presunti ricercati responsabili dei disordini anti-G20. Questo allo scopo di ottenere nuove informazioni e testimonianze da parte degli zelanti cittadini perbene o anche allo scopo di tracciare gli indirizzi IP da cui le foto vengono aperte e visualizzate. Inutile dire che la polizia finora ha potuto contare più di 4 milioni di click.

Ma di questi primi 107 presunti ricercati finora la polizia è riuscita ad identificarne 35 di cui solo 2 al momento sono stati effettivamente denunciati. Un’altra serie di 101 foto è stata pubblicata sempre sul sito della polizia di Amburgo, con lo stesso metodo e scopo, nel maggio 2018. Di questi presunti ricercati ne vengono finora identificati 13. Quindi 48 in tutto, di cui 35 le identificazioni rese possibili dalle testimonianze di comuni cittadini. I protagonisti di quest’ultima selezione di foto segnalazioni, sarebbero provenienti da altri paesi. La polizia stima che 91 sarebbero stranieri e mediante i sistemi di Eurojust ed Europol indaga in altri 15 paesi membri dell’Unione Europea, contando su nuovi ed agevoli istituti giuridici quali il mandato di arresto europeo ed il mandato di indagine europeo. Il 29 maggio scorso infatti, si è svolta una delle prime operazioni di carattere europeo condotta dalla polizia tedesca con la collaborazione dell’Eurojust. I destinatari di questa operazione sono stati 9 ragazzi. L’operazione si è svolta la mattina del 29 maggio all’alba contemporaneamente a carico di un ragazzo in Svizzera, di tre ragazzi in Francia, di tre a Madrid in Spagna e di due ragazzi italiani, uno di Genova e l’altro di Roma. L’operazione finalizzata per lo più alla perquisizione degli appartamenti e alla sottoposizione dei ragazzi ad un interrogatorio, si e’ svolta in base ad un mandato di indagine europeo (ad eccezione del caso svizzero evidentemente) emesso dal Tribunale di Amburgo. La polizia ha inoltre dichiarato di avere prove sufficienti per trasformare il mandato di indagine in mandato di arresto europeo a carico di uno dei ragazzi francesi, dichiarato però irreperibile dalla autorità francesi. Fallimentare pare sia stata anche la richiesta di arrestare il ragazzo indagato in Svizzera, rigettatagli dalle autorità locali per insufficienza di prove. Alcune irruzioni negli appartamenti sono state filmate e seguite in diretta dal centro di coordinamento di Amburgo. Le perquisizioni sono finalizzate al sequestro di indumenti, rigorosamente neri, materiale informatico (cellulari, computer, macchinette fotografiche, schede sd, pennette usb), effetti personali da cui effettuare il prelievo del DNA. Lo scopo, oltre a quello più evidente della ricerca di prove schiaccianti di una partecipazione a determinati eventi di protesta contro il G20, è quello più generale di profilazione e di ricerca informazioni, di ricerca di legami e contatti tra individui e gruppi a livello internazionale. In altre parole laddove non è possibile procedere ad arresti e denunce tanto vale rimpinguare le nuove banche dati europee di individui potenzialmente pericolosi, dei legami tra loro, del loro materiale genetico e biometrico.

Questa operazione di polizia di portata europea ha avuto un’enorme eco a livello mediatico in Germania. Le foto dell’operazione ed i nomi degli indagati sono comparsi su tutti i giornali e al termine dell’operazione stessa si è svolta una grande e trionfalista conferenza stampa.

A spiegare i fatti per i quali si procede, le modalità e le tecniche di indagine che si stanno seguendo e che hanno condotto a questa prima brillante operazione, è lo stesso capo dell’unità SOKO, Jan Hieber, in un documentario andato in onda sul primo canale della tv nazionale tedesca la sera stessa dell’operazione europea.

Nel documentario è proprio questo giovane rampante trentaduenne, con fede al dito, l’orologio e il completo elegante a spiegare come si sta lavorando per assicurare alla giustizia i maggiori responsabili del NO-G20. Gli episodi su cui ci si concentra e su cui verte anche l’operazione europea sono le manifestazioni dei due black bloc che il 7 luglio 2017, all’alba, hanno attraversato diversi punti della città, con danni stimati per oltre 2 milioni di euro, dando il via a 24 ore di rivolta ed ingovernabilità dell’intera città. Nel documentario scorrono le immagini di una mappatura di tutti i paesi di provenienza dei manifestanti anti-G20; della modalità di funzionamento del software di riconoscimento biometrico; degli agenti della scientifica con tanto di guanti, camice e mascherina che tamponano guanti, magliette e altri oggetti per prelevarne DNA; degli agenti della SOKO che lavorano nella loro centrale operativa visionando i filmati o che fanno passeggiate nei parchi e nelle strade percorse dalle manifestazioni provando a ricostruirne percorsi, tecniche, ragionamenti e modalità di comunicazione.

Si raccolgono le testimonianze degli abitanti dei quartieri attraversati dal blocco nero quella mattina, che “si svegliarono in una coltre di fumo”. Si fanno varie ipotesi nel tentativo di immedesimarsi in quelle persone, per capire da dove sono apparse, da dove scomparse ma soprattutto come abbiano potuto mettere in capo un piano a loro avviso così studiato e scientifico da risultare ideato da “una vera e propria organizzazione paramilitare di professionisti”. Infine, dopo aver raccolto il parere e le opinioni degli esperti di turno, Jan Hieber promette ai cittadini di Amburgo che si sta facendo tutto il possibile per riconquistare la loro fiducia.

Il 28 giugno scorso, poi, si è svolta una nuova operazione di polizia in Germania. Sono stati perquisiti tredici appartamenti a Francoforte sul Meno, Offenbach, Rossbach, Colonia, Amburgo, Oldenburg, Dudenbüttel e sono state arrestate sei persone. Quattro delle sei persone sono state arrestate per aver partecipato presuntamente alla manifestazione dell’Elbchaussee della mattina del 7 luglio. Il tentativo è quello di sostanziare a loro carico un’accusa di associazione a delinquere e di concorso morale nei reati commessi durante la manifestazione. Questi ragazzi hanno un’età compresa tra i 17 e i 24 anni e provengono da Francoforte sul Meno e Offenbach. I due ragazzi minorenni sono stati rilasciati con una denuncia e piede libero, mentre i maggiorenni sarebbero stati immediatamente trasferiti in carcere ad Amburgo, in attesa che inizi il processo. Gli altri due arresti sono stati eseguiti a Colonia, nei confronti di una donna di 19 anni ed un uomo di 32, accusati del “saccheggio” di un supermercato. Inoltre, altre nove persone sono state sottoposte a perquisizione e accusate di “incendio, disordine, resistenza e lesioni a poliziotti”.
Ma contro tutto questo, che sembra un trend appena iniziato e di certo non destinato ad esaurirsi nel breve tempo, ma piuttosto ad imporsi come nuovo paradigma controinsurrezionale preventivo e repressivo di carattere europeo ed internazionale, non si può rimanere in silenzio. Occorre comprendere fino in fondo il cambio di passo che il nemico sta compiendo per essere sempre più pronto ad affrontare le rivolte urbane che segnano un approfondimento della guerra civile in corso. Occorre vincere il clima di paura, terrorismo ed immobilismo che attraverso queste operazioni e queste tecniche si mira ad instaurare. Occorre sostenere anche qui lo sforzo dei compagni tedeschi che da circa un anno stanno affrontando tutto questo molto più da vicino, dimostrando la capacità e la volontà politica di difendere legalmente, materialmente e politicamente tutti coloro che l’estate scorsa, in qualunque modo, si sono opposti al G20 ed al suo mondo.

Riflessioni per squarciare un vuoto (seconda parte)

di postaZ (Feltre)

A fine settembre, scrivevamo la prima parte delle Riflessioni per squarciare un vuoto. Ora che Fabio è stato scarcerato, ritorniamo su quelle parole.

Quando dalle casse parte per la quinta volta Stalingrado, le urla stonate di Fabio sembrano quasi chiudere il cerchio. Affacciandosi sulla stanza illuminata dalle luci strobo, tra gli altri che cantano e ballano nella penombra, sembrano pronti a partire i titoli di coda, come a dire «spegnete tutto, va bene così».
È stato scarcerato il 27 novembre dal carcere minorile di Hahnöfersand. È arrivato come sempre, stasera, col suo «Ciao compagn*» che dice sempre senza la e, coi capelli un po’ più corti ma di nuovo al vento e le tasche piene del tabacco che sparge sempre sul bancone. Sopra il frigo c’è ancora la sua scarpa da ginnastica, quella che ha dimenticato chissà quando, chissà come, e che fino all’altro ieri guardavamo con nostalgica perplessità. C’è chi lo solleva da terra, chi gli versa un altro bicchiere, chi lo abbraccia e basta. In realtà, sembra tutto come sempre, come se ci fossimo sempre abbracciati, scordando per lo spazio di una sera tutto il vuoto di un’assenza. Un vuoto che abbiamo vissuto, attraversato e cercato di squarciare in ogni modo, e che ora ritroviamo come qualcosa di nostro nella certezza istintiva di non essere mai stati veramente lontani. Qualcuno ha scritto che «se fare esperienza – che vuol dire anche possedere, conservare, trattenere, abitare una potenza – è possibile solo insieme ad altri, è pur vero che solo una forza composta da individui che sanno cosa vuol dire la solitudine, cioè l’essere solamente ciò che si è, che hanno un rapporto alla vita e alla morte e conoscono sia la felicità che la tristezza, sia la resistenza collettiva che quella individuale, può compiere una vera esperienza». Guardandoci, sentiamo tutti di aver compiuto, di compiere tuttora un’esperienza singolare e collettiva. Quel continuum che va dall’Io al Noi, quella singolare utopia plurale è stata nostra, l’avesse anche solo sfiorata uno di noi.


Mentre beviamo un’altra birra, un compagno dice che di quest’estate non ricorda che assemblee, presidi, manifestazioni, comunicati. Le attese, soprattutto. È vero. Abbiamo condiviso senza riserve il tempo della vita e lo spazio del possibile. L’8 luglio, sotto il cielo infame dell’estate, ci troviamo come una prima volta, non riuscendo a entrare al PostaZ e soffrendo come pazzi il caldo fuori. Quasi non ci salutiamo. Ci basta prendere una sedia. L’afa che immobilizza ognuno sulla soglia e che ci porta lì, come «affollate solitudini», è l’immagine concreta del transito che abitiamo.
Il 6, quando ci era arrivato un messaggio da Maria, ci avevamo riso sopra per sdrammatizzare. Ci rideva su anche lei. Avrebbero dormito in campeggio quella notte, ci stavano andando. Non sapevamo, allora, ciò che poteva succedere. Sapevamo solo ciò che era successo all’Antikap Protestcamp il 2 luglio. Ci dava già un’idea di quella che sarebbe potuta essere — e non è stata — la strategia repressiva della polizia. Fabio, in sottofondo, continuava a salutare.


Era stato poi solo un freddo messaggio alle 20:56 del 7 luglio. «Hanno arrestato Fabio, hanno perso Maria».
E così ci troviamo il giorno dopo, né fuori né dentro ma lì. Il primo sentimento è quello dell’impotenza. Ora più che mai vale la pena riflettere sul significato della parola sapere. Nessuno di noi sa cosa succede, nessuno sa veramente come affrontare la situazione. Lo diciamo senza vergogne: come ogni prima volta, annaspiamo. Ma ognuno, in fondo a quell’immobilità, sa perché è lì dov’è — anche Fabio lo sa, e ce lo dirà poi. Tanto basta.
Ce l’hanno raccontato nelle lettere, più avanti, e quando poi è uscito il primo reportage sul «caso Fabio V.» l’abbiamo visto tutti, l’assalto all’alba. La registrazione della telecamera installata sopra il camioncino della Polizei di Amburgo parte alle 06:27:49. Tra l’arresto e la notizia sono passate dunque più di 14 ore. 14 ore di vuoto insondabile e segreto che qualcuno di noi, nei giorni seguenti, ha avvertito come lo spessore illusorio delle nostre certezze.
Sembra chiudersi il cerchio quando, nell’istante in cui parte Stalingrado, ogni cosa sembra come prima. Come una brutta storia giunta quasi al termine, a cui poi segue nuovamente la normalità. È senza dubbio un respiro, un peso che ci si leva dal cuore, sapere che Fabio è in giro, vederlo qui tra noi come in mille altre sere, a offrirci sigarette in pacchi da 30 e a vaneggiare su qualsiasi cosa. Eppure, nelle parole di chi ha salutato la sua uscita dalla galera e il suo ritorno a casa come la fine della storia c’è tutta l’incapacità di gettare lo sguardo oltre il muro delle proprie convinzioni. È il meccanismo automatico di difesa che fa rientrare situazioni come questa in categorie tranquillizzanti, quasi ad allontanare quegli spettri che potrebbero aprire squarci sulle nostre certezze. Quegli stessi squarci che hanno tormentato alcuni di noi, quelle crepe già aperte e pericolanti dalle quali però, nei mesi seguenti, è forse filtrato un sole mai visto. Da lì in poi, infatti, è stata solo confusione. Manifestazioni, ritrovi, striscioni, lettere, scritture, incontri, la solidarietà e tutto quell’organizzarsi che alla fine «non è mai stato altro che amarsi».
Cerchi così si chiudono solo come figure, come simulacri — e più precisamente, simulacri di un ripristino o di un ritorno a questa sedicente normalità.
Ripristino di che? Ritorno a cosa?
Non c’è dove ritornare. Non è per questo che Fabio, Maria, e tutte e tutti i nostri amici e amiche sono partiti per Amburgo. Non è per questo che hanno affrontato la prigionia, i fermi, le perquisizioni. Non è per questo che migliaia di persone erano lì, in quel preciso istante. Riconoscerlo è l’unico modo per evitare che i mesi trascorsi nella morsa — anche fisica — della repressione siano stati vani. Al di là delle immancabili soggettività prodotte in serie dalla grande macchina del Capitale (leggi: le merdacce) che hanno intasato la fogna di internet del loro odio un tanto al chilo (e vabbè, si tira lo sciacquone), abbiamo sofferto molto la retorica dell’emergenza a senso unico che questo evento ha assunto per una certa ortopedia democratica nella nostra città — per chi, cioè, pur mostrando la propria vicinanza alla vicenda, ha metabolizzato il panico provato nello scorgere a pochi passi da sé il vero volto del potere cedendo alla tentazione di dare ai fatti spiegazioni che non lo mettessero in alcun modo in discussione. In primo luogo per proteggere se stessi. Questo, ovviamente, dopo essersi cautamente accertati che fossero veramente «innocenti», che non avessero cioè valicato il limite del politicamente consentito tracciato dalle democrazie liberali. A senso unico, perché personalizzato nelle figure di Fabio, di Maria, riducendo così tutta la lotta sviluppatasi attorno al controvertice G20 a un fatto particolare, a un’ingiustizia nei confronti di singolarità determinate. A senso unico, perché ostinato a credere ciecamente nell’ipotesi di una sfortuna capitata a due ragazzi sprovveduti, buoni, inermi, vittime sacrificali designate «a espiare le colpe di un gruppo di incivili che ha distrutto una città» (sic). Come si mettono a tacere queste voci? Forse non si può. Ma proprio quando ciò che è lecito smette di essere necessariamente ciò che è giusto, la stessa distinzione operata tra «manifestante buono» e «manifestante cattivo» si dissolve, e con essa tutta la retorica che soggiace all’intera operazione repressiva in atto da parte della polizia tedesca. Che se ne accorgano o meno.


Ogni cerchio va squarciato, attraversato e oltrepassato.
Il nostro amico adesso è a casa, ma è una tregua di Natale gentilmente concessa dal cosiddetto Stato di diritto. Lo stesso che, tra le altre cose, ha arrestato, umiliato e imprigionato decine di nostri amici venuti da ogni dove per urlare in faccia ai padroni tutto lo schifo e lo sdegno per come il mondo è stato ridotto. Lo stesso che produce il razzismo, lo sfruttamento, i muri e i confini, le nocività, la gentrificazione, la guerra ai poveri e all’umanità e che difende esplicitamente tutto questo ogni volta che colpisce con i suoi sbirri sempre più giudici e i suoi tribunali sempre più sbirreschi chi afferma l’amore e il rispetto per la dignità umana nel gesto di piazza.
A capodanno Fabio torna in Germania con obbligo di firma, per proseguire la stanca e insulsa cantilena dei processi che presto toccherà seguire anche a Maria, ad altri duecento compagne e compagni. Ma ora è il 22 dicembre. Ora siamo qui, insieme, dentro uno spazio che, dopo i cinque mesi in cui Fabio è stato dentro, dopo il mese che si è fatta Maria, è diventato qualcos’altro. Come lei, come lui, come del resto tutti. Lo chiamavamo ridendo «più che un’area, un sottoscala». Ora, cos’è lui e cosa siamo noi lo può dire solo l’orsa bruna dipinta sullo striscione rosso sotto il quale stiamo, quello che abbiamo portato più volte a Billwerder, affisso lungo la grata che ingabbia la boscaglia, che nei presidi sotto il carcere ci separava da quel muro infame sotto il quale abbiamo urlato tutta la nostra vicinanza a chi stava dall’altra parte. Quell’orsa il cui ruggito echeggia insieme ai mille altri striscioni solidali e complici portati lì dai nostri amici, delimitando uno spazio concreto dell’altrove in quel non–luogo della repressione che è il Dweerlandweg.
Per ora va bene così.

Un tentativo di autoriflessione critica – Un viaggio all’inferno.

 

Premessa: in luglio abbiamo pubblicato uno “speciale Amburgo”  dedicato alle mobilitazioni contro il g20 e nei vari articoli trasparivano le tensioni che gli eventi avevano prodotto anche all’interno dei movimenti tedeschi. In particolare un grande e duro dibattito aveva messo in questione il comportamento di due “portavoce” vicini al centro sociale Rote Flora. Pubblichiamo oggi la lettera aperta di Andreas Beuth, avvocato e portavoce della campagna “Welcome to hell”, nella quale egli si scusa per il suo comportamento a dir poco avventato e attraverso la quale possiamo comprendere bene i termini del dibattito tedesco. Inoltre ci sembra un buon esempio per noi in Italia, abituati a che nessuno faccia mai autocritica e che va sempre tutto bene madama la marchesa.

[In basso anche la versione della lettera in inglese]

Cari amici e compagni,

Sono Andreas Beuth, un avvocato in pensione seppure ancora eserciti la professione, un attivista della campagna “Welcome to Hell”, organizzatore della manifestazione Welcome to Hell del 6 luglio scorso ( ad Amburgo), nonché uno dei portavoce ufficiali della campagna in questione.

Prima di tutto vorrei prendere le distanze dalle dichiarazioni che io stesso ho rilasciato, in cui mi dissociavo dalle azioni militanti contro il G20, con particolare riferimento a quanto avvenuto il venerdì (7 Luglio) nel quartiere dello Schanzenviertel. Le mie affermazioni sono state politicamente sbagliate e dannose per il movimento della sinistra radicale. Per queste vorrei esprimere le mie più sincere scuse.

Mi piacerebbe anche provare a spiegare come, in 30 anni di relazioni con la stampa più o meno ben tenute su temi politici e giuridici, un errore così grave possa essere stato commesso, senza tuttavia relativizzare la portata di dichiarazioni politicamente sbagliate o dannose.

Prima del corteo del sabato (8 Luglio), ho rilasciato un’intervista all’ARD (Consorzio delle emittenti di radiodiffusione pubblica della Repubblica Federale Tedesca o Federazione delle Radiotelevisioni tedesche) e al NDR (Radio del Nord della Germania con sede ad Amburgo) “sui riot nello Schanzenviertel”, senza che ce ne fosse alcun bisogno e per il solo fatto che mi si puntavano i microfoni in faccia. Non avrei dovuto farlo. Ero emotivamente provato e sotto pressione per quanto accaduto la notte di venerdì, durante la quale avevo pensato che fossero avvenute molte cose buone ma altrettante completamente sbagliate. Ero stato a discutere degli eventi per metà nottata, avevo dormito solo 4 ore, ed ero psicologicamente esausto. In assoluto, ma anche per questi particolari motivi, anziché essere esposte alla stampa, certe valutazioni sarebbero dovute rimanere interne ad una discussione di movimento, discussione che, con qualche esitazione, è appena iniziata tra coloro che hanno partecipato alla campagna (Welcome to Hell). Solo allora si poteva decidere collettivamente se fare o meno un comunicato. Non avrei mai dovuto rilasciare dichiarazioni così fatali e sicuramente non avrei mai dovuto farlo di testa mia, senza consultare altri!

Ora sulle singole affermazioni:

Tutto è iniziato con la citazione su “Poeseldorf” (una zona chic di Amburgo), sulla quale la stampa, con mia enorme sorpresa, si è principalmente concentrata. In realtà avevo detto molto di più di ciò che è stato riportato, ma l’intervista completa non è mai stata mandata in onda e ancora oggi non ne ho completa cognizione. La citazione pubblicata è quella che segue:

Noi, come attivisti della sinistra ed autonomi, ed io, come portavoce di questo gruppo, sicuramente abbiamo una simpatia per certe azioni, ma sicuramente non se accadono nel nostro quartiere, quello in cui viviamo. Perché non fare certe azioni a Poeseldorf o Blankenese (zone chic di Amburgo)? Infatti c’è molta incomprensione per la distruzione dei nostri stessi negozi nello Schanzenviertel, posti in cui noi stessi e gli altri abitanti facciamo compere”.

Rispetto a questa dichiarazione, innanzitutto io non sono il portavoce degli autonomi, in quanto questi chiaramente non hanno portavoce, e ciò corrisponde evidentemente anche alla mia idea di politica autonoma. Non ho davvero cognizione di come ho potuto dire una cosa simile. Ciò che veramente avrei voluto dire è che io ero il portavoce della campagna autonoma “G20-Welcome to Hell”. Ma detto ciò non avrei dovuto rilasciare dichiarazioni senza prima essermi consultato con altri componenti di questo gruppo. Trovo ancora più complicato valutare il contenuto di questa affermazione e, senza rivelare completamente la mia posizione sul tema (vedi infra), per ora, su questo, basti pensare che sono molte e diverse le posizioni e le valutazioni politiche. Per alcuni lo Schanzenviertel è ancora un quartiere resistente, in cui molti appartenenti alla sinistra antagonista vivono insieme ai molti simpatizzanti e in cui ci sono ancora molti posti appartenenti alla comunità di movimento. Per altri invece è un quartiere gentrificato e radical chic come molti altri. Inoltre ci sono anche prospettive differenti sulla “distruzione dei nostri stessi negozi”. Alcuni sottolineano il fatto che negozi come Rewe e Budney (appartenenti a grandi catene) facciano del bene allo Schanzenviertel, donando prodotti agli asili ed ai senzatetto e dimostrando tolleranza verso spazi come il Rote Flora. Per altri, sono semplicemente negozi appartenenti a grandi catene indipendentemente da dove nella città si trovino. Invece, c’è un accordo di fondo sul fatto che siano stati coinvolti anche i negozi più piccoli che simpatizzano con il Rote Flora. Inoltre tutti concordano sul fatto che sia del tutto privo di legittime ragioni militanti l’aver messo in pericolo delle persone incendiando edifici, compresi gli uffici in cui potevano ancora esserci persone a lavorare o pulire.

Trovo che, tra tutte, la dichiarazione su “Poeseldorf”, ad eccezione della parte relativa al “portavoce del movimento autonomo”, sia quella politicamente meno grave rispetto alle prese di distanza contenute nelle successive interviste all’ Abendblatt, al MoPo e al TAZ (quotidiani tedeschi).

Nel frattempo però, si era messo in atto un coordinato attacco contro la mia persona che ha senz’altro contribuito alle mie prese di distanza, senza perciò che io possa o voglia in ogni caso giustificarle.

La stessa sera, dopo la trasmissione dell’intervista tv, è iniziata una sempre più aggressiva e odiosa invettiva contro di me. Per strada, sono stato anche ferocemente insultato e minacciato al punto da aver avuto bisogno di una scorta (ringrazio tutti quelli che hanno contribuito alla mia protezione). Contemporaneamente contro di me è stata messa in campo dalla stampa, poi costantemente alimentata dai politici, un’incredibile campagna diffamatoria. Lunedì 10 luglio 2017 ho ricevuto tantissime telefonate e richieste per e-mail, soprattutto da parte di giornalisti di Amburgo, che mi ponevano di fronte alla scelta tra rilasciare subito una dichiarazione chiarendo la mia posizione o passare grossi guai.

È stato in queste condizioni che ho commesso l’errore più grande. Non sono riuscito a sostenere tutta quella pressione e sono andato nel panico. Ho pensato di dover reagire immediatamente e, invece di prendermi qualche ora di tempo per ragionare insieme a qualche compagno immediatamente disponibile, ho agito da solo senza pensare.

Nei giorni e nelle settimane successive le minacce sono anche peggiorate. Sono stati pubblicati numerosi testi contenenti minacce esplicite. Alcuni li hanno interpretati come satira di movimento mentre altri, tra cui me in quanto obiettivo, li hanno letti come minacce dirette. Contemporaneamente la campagna diffamatoria della stampa non sembrava affatto cessare e la dichiarazione su Poeseldorf veniva continuamente ripresa e commentata. Inoltre ho ricevuto una condanna pubblica da parte dell’Ordine degli avvocati con conseguente inizio di un procedimento disciplinare. E in più, a peggiorare la situazione, a seguito di ben 25 diverse denunce, è iniziato anche a mio carico un procedimento penale preliminare per apologia di comportamenti criminali. Proprio a causa della pendenza di questi procedimenti, al di là di questo scritto, voglio fare attenzione alle dichiarazioni pubbliche che faccio.

Le minacce, la campagna diffamatoria della stampa e la repressione sono anche i motivi per i quali solo molto lentamente sono riuscito a tornare in carreggiata e a schiarirmi le idee. Solo allora sono riuscito a condividere un percorso di critica e autocritica con coloro che fanno parte del mio contesto più prossimo, sia a livello personale che politico. Ciò ha portato ad una discussione che ha a sua volta prodotto questo testo. Sono consapevole che questo testo sarebbe dovuto uscire prima, ma allora non mi è stato soggettivamente possibile.

Ora tornando alle interviste rilasciate lunedì 10 Agosto 2017 e pubblicate contemporaneamente l’11 agosto 2017 su Abendblatt, su MoPo e su TAZ.

Abendblatt:

Certe azioni erano solo insensate violenze ed hanno superato il limite. Mi dissocio completamente da quanto avvenuto venerdì sera. Anche noi siamo scioccati dagli eventi”.

Mi dà i brividi ogni volta che la leggo. Come posso aver fatto un commento così superficiale e banalizzante. Non riesco a riconoscermi in questa affermazione e ancora non mi spiego come possa mai averla sostenuta. È anche strano che io abbia sempre parlato di un “noi” senza spiegare cosa fosse questo “noi” e senza che avessi ricevuto alcun mandato né dagli organizzatori della campagna (Welcome to Hell) né tanto meno dagli autonomi.

Noi rappresentiamo gli attivisti autonomi moderati di sinistra in Europa e non abbiamo invitato queste altre persone. I gruppi che abbiamo contattato sono venuti senza alcuna intenzione di incendiare, saccheggiare e commettere gravi atti di violenza. Di solito rifiutiamo tutto ciò”.

Questa differenza tra autonomi moderati e altri autonomi è certamente un assoluto nonsense e sono pienamente caduto nella trappola mediatica. “Welcome to Hell” si era mobilitata e aveva mandato inviti a livello internazionale ed io ho partecipato anche in questo aspetto. “Benvenuti a tutti voi”! Per lo più abbiamo cercato di fare del nostro meglio nello spiegare il senso della manifestazione “Welcome to Hell”, ma allo stesso tempo non abbiamo dato alcuna linea guida. Non possiamo e non vogliamo farlo. Per questo motivo severamente ed esplicitamente condanno la mia affermazione sul fatto che non avremmo dovuto per qualunque motivo invitare certe persone.

Abbiamo visto, specialmente il venerdì, una nuova e ripugnante dimensione di violenza commessa da queste persone. Mi assumo parte della responsabilità di tutto ciò”.

Ripugnante dimensione di violenza” non è stata una mia scelta terminologica. Non posso neanche immaginare di averlo detto. Ma poiché ho apparentemente prestato il mio consenso (avendo a disposizione appena un’ora di tempo per farlo), me ne assumo la responsabilità politica. Trovo questa affermazione particolarmente brutta. Sono stati la regia del summit e la brutale repressione della polizia, fatta una stima delle vittime, ad essere “ripugnanti”.

MoPo ( Laddove differisce dall’ Abendblatt):

Incendi dolosi e saccheggi non hanno nulla a che fare con proteste legittime, ed io sicuramente troverei sbagliate certe azioni anche se fatte a Blankenese o Poeseldorf”.

Mi sono già espresso su questo e non farò ulteriori commenti qui.

Sono stato citato anche per aver detto che la frenesia del riot del venerdì sera era dovuta al fatto che molti militanti non erano riusciti ad arrivare prima di venerdì stesso (questa non è una citazione diretta e non ne ho parlato in questo modo). “Ho anche sentito parlare in italiano, spagnolo e francese. Non abbiamo invitato noi queste persone con cui non abbiamo neanche mai parlato”.

Si questo l’ho detto. Trovo sia un errore davvero madornale, è mai possibile cadere così in basso? Questo non è accettabile. Noi/Io avevo esplicitamente invitato compagni da fuori ed ero stato in contatto con molti di loro durante il summit.

Vedrò di fare in modo che questo testo venga tradotto in altre lingue, come l’inglese, e spedito come corrispondenza, nonostante il ritardo. Tutti i prigionieri politici che sono stati reclusi per il summit del G20 hanno la mia solidarietà incondizionata, specialmente quelli venuti da fuori che sono stati sottoposti a ulteriori soprusi e che hanno dovuto passare più tempo in carcere rispetto ai prigionieri tedeschi.

TAZ ( Laddove differisce dall’ Abendblatt e dal MoPo):

Posso chiaramente dire che condanno del tutto cose come i saccheggi e le macchine bruciate, e ancor di più gli incendi ai negozi in cui le fiamme avrebbero potuto raggiungere i piani abitati”.

Mi sono già espresso sull’incendio di edifici. Ho fatto diverse considerazioni sui saccheggi. La stessa cosa vale per le macchine. C’è una bella differenza tra uno show room Porsche a Eidelstedt e una piccola utilitaria di una mamma single che la usa per andare avanti ed indietro dall’asilo tutti i giorni. Per alcuni questa differenza è evidente. Altri vedono le macchine come macchine, come status symbol della società capitalista. Non dirò altro su questo argomento.

Mi assumo parte della responsabilità politica, ma non sono responsabile per quello che hanno fatto spagnoli, italiani e francesi, che neanche conosco. (…) Non sono riuscito a parlare per tempo con queste persone”.

È indegno l’aver addossato la responsabilità di azioni militanti ai compagni arrivati da fuori. E ancora, è molto arrogante da parte mia l’aver detto che avrei voluto parlare con loro prima che certe cose accadessero. Con che diritto avrei potuto farlo? Sono sinceramente mortificato.

Ci sarebbero ancora alcune dichiarazioni da commentare criticamente, ma sarebbero solo considerazioni ripetitive.

Per riassumere ancora: ho fatto un grave ed imperdonabile errore. Me ne pento profondamente e per questo chiedo scusa. Spero che almeno alcuni possano accettare queste mie sentite scuse. Altrimenti dovrò semplicemente conviverci per sempre.

Alcuni commenti finali:

Questo testo è stato scritto dopo alcune discussioni con quei compagni che mi hanno dimostrato solidarietà nonostante fossero critici nei miei confronti. Tuttavia questo testo rimane il mio. Sono sia preparato che interessato a continuare la discussione, che comunque preferirei avvenisse in incontri a tu per tu e che non fosse lasciata alla corrispondenza scritta. Chiunque mi voglia cercare mi troverà lungo la strada da lui/lei scelta.

23.8.17

Andreas Beuth

g20_statement

ATMOSFERA

di Woodpecker

Sono stati in molti a leggere e ricevere gli appelli che chiamavano a raccolta dall’Europa e da tutto il mondo, anticapitalisti, autonomi, popoli in rivolta e curiosi. Erano presenti anche le strutture politiche di movimento e i partiti organizzati della sinistra estrema o radicale, i sindacati e le associazioni di ogni tipo.

Alla base c’era il rifiuto di un summit dei venti Stati più potenti al mondo in una città emblema del capitalismo logistico; c’era la volontà di sfasciare il G20; c’era la volontà chiara di fronteggiare il dispositivo poliziesco più potente che lo stato tedesco potesse mettere in campo; c’era la volontà di alzare il livello del conflitto giorno dopo giorno.

Possiamo tranquillamente mettere la spunta a tutti questi obiettivi.

 

Martedì l’aria che si respira è piacevole: accoglienza, ospitalità, solidarietà. Ad ogni angolo dei quartieri solidali c’è musica, da bere, persone da incontrare. Il cornering a due passi dalla zona rossa la fa impallidire, la polizia non si avvicina, i negozi espongono cartelli che non si prestano ad interpretazioni. Inserite nelle vetrine ci sono composizioni colorate che invitano a contestare il G20. Il trait d’union è un secco Nein! C’è chi si spinge oltre, con scritte come ACABSMASH G20 o con caricature dei presidenti. I meno temerari semplicemente hanno affisso un manifesto che dice “No G20-Risparmia il nostro negozio!” Tutti gli altri negozi e catene di supermercati stanno cominciando a tamponare le vetrine con pannelli di legno o strutture in ferro. Tutto può ancora accadere!

Girando per le strade gli sguardi di complicità ed i saluti solidali cominciano a diventare normali. Tutti quelli che si trovano in giro in questi giorni conoscono gli obiettivi e vogliono portarli a termine. La mutazione comincia a prendere forma. Vestiti di nero per mimetizzarti, scomparire ed essere più di impatto. Passa in un’infoshop e prendi le informazioni sul supporto legale, e una mappa.

Mercoledì sfila la Street Parade per le strade della città, colori, musica a palla e svago. Rito per tranquillizzare gli spiriti, per cominciare a contarci e riempire le strade al posto della polizei. Ci si ferma per un po’ nello snodo che collega i quartieri St. Pauli e Pferdemarkt, vicino al Centro Sociale Rote Flora; quartieri amici dove torneremo ogni sera!

Giovedì è il primo giorno di azione, la manifestazione inzia alle 19. Dalle 16 le persone confluiscono al mercato del pesce lungo gli argini dell’Elbe. La polizia presidia tutta la zona. Mentre il blocco nero si prepara per sfilare la polizia sbarra la strada. Sarà una tonnara. La testa del corteo viene disintegrata e violentemente repressa. Una volta dispersi tutti convergono a St. Pauli e Pferdemarkt. C’è rabbia e voglia di vendetta. L’inferno comincia a prendere forma: benvenuti!

Dalle 7 del mattino la città è bloccata, non è chiaro quante cose stiano accadendo contemporaneamente oltre quelle rese pubbliche in precedenza. Gli elicotteri si muovono in continuazione, sono sei o sette. La giornata è scandita da appuntamenti con piccole pause, la partecipazione è tanta, la motivazione non sempre al massimo, ma la rivolta sta prendendo forma. Col passare delle ore tutte le persone si ritrovano per scelta o per volere dei cordoni di polizia costrette nello snodo tra i due quartieri amici. In migliaia cominciano a difendersi dalle continue aggressioni dei plotoni di polizia e degli idranti. Vengono erette barricate poi date alle fiamme, il tempo passa e nessuno fa un passo indietro.

La polizia ha perso il controllo di una parte della città, non le resta che interrompere l’invio di nuove forze per evitare l’escalation.

A quel punto il riot diventa anche esproprio, festa, dove tutti partecipano più o meno attivamente. Il primo supermercato viene svuotato. E poi ne seguono altri. Tutte catene tedesche della grande distribuzione. Tutto questo per ricaricarsi, trovare materiale e continuare la resistenza. Il tempo è rallentato, i dispositivi non rispondono, le persone si organizzano. Ad un certo punto la situazione si trasforma. Invece di distruggere le bottiglie di alcolici, le persone cominciano a bere. I gruppi organizzati mano a mano si ritirano. Una volta lasciato il campo di battaglia, la situazione degenera e finisce in mano ad ubriachi e addirittura fascisti. Il distretto ormai non oppone alcuna resistenza e la polizia riesce a riprendere in mano il quartiere.

Il giorno seguente l’escalation della polizia ed i pesanti scontri della notte precedente non preoccupano i 76.000 partecipanti alla manifestazione finale NoG20. La polizia prova ad attaccare il blocco dei curdi per tentare di prendere la grande bandiera del YPG (che è illegale in Germania), ma senza successo.

Queste giornate dimostrano che è possibile vincere una battaglia!