Il caos (che) ci ordina

 

Lettera da Parigi – tradotta da Liaisons Italia

Questa lettera è apparsa su Liaisons e, con leggere variazioni, su The New Inquiry tra il 19 e il 22 aprile 2020.

 

«Sempre dunque sono stato comunista. | Di questo mondo sempre volevo la fine». Una voce che dal ’63 ora muove verso di noi che leggiamo queste pagine, e ispira nuovi significati ai suoi versi. Cosa significa adesso volerne la fine? Sostanzialmente tre cose: fine dell’umanesimo come regime di percezione del mondo; fine della scienza come sistema neutro e oggettivo di interrogarlo; fine del valore come necessità dell’agire umano.

È veramente il caso di dire allora che di questi tempi «non è la fine del mondo», dopotutto, a cui bisogna decidersi – quella è visibile da tempo, a chi ha saputo guardare; ora è semplicemente palese – ma piuttosto l’occasione per farla finita con un mondo. Anzi, ancora di meno: con una particolare concezione del mondo. Con quell’umanesimo scientifico, in particolare, che invade e devasta e silenzia i molti altri mondi che insieme a quello umano, altrimenti, consonerebbero.

Contro chi brandisce la scienza come religione; contro chi ne costituisce il momento di una trinità con cristianesimo e capitale, ma anche contro chi brandisce l’antropocene come unico e solo regime di percezione e possibilità, e inneggia all’apocalisse come termine e non come rivelazione di un altro modo di essere umani.

«Troppo oltre le loro certezze e i miei dubbi | di questo mondo sempre volevo la fine. | Ma la mia fine anche».

(Franco Fortini, Una volta per sempre)

 

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Chi non è con me è contro di me, questa è la legge cosmica

D. H. Lawrence, Apocalisse

Dalla mia finestra stretta percepisco l’ordine a cui risponde il confinamento. È una ragione che mi è ostile. La malattia, il male, il virus, i vincoli e la paura, l’isolamento e gli applausi che perforano le tenebre: ho già visto queste scene nella letteratura da incubo di Philip K. Dick, Richard Matheson o Margaret Atwood. Il tempo delle insurrezioni cede il passo a quello della pandemia. Ma sento anche che tutto questo è appunto solo la perfetta accelerazione di una ragione ostile, la stessa che già asfissiava i suoi popoli. Le sole ombre sulle strade, i poliziotti. Il controllo totale di ogni spostamento. Il coprifuoco. I droni. Il razionamento. Le multe esorbitanti per tenere a freno la popolazione.

Queste risposte non erano già tutte in gestazione nelle reazioni ai nostri sollevamenti?

I video virali dalla Cina mostrano corpi abbandonati nei corridoi degli ospedali, strade deserte e droni che incitano le persone a stare in casa. Gli abitanti che si fanno coraggio gli uni gli altri gridando dalle finestre a un’ora precisa e supportano gli operatori medici. Tutto questo fa parte ormai della nostra quotidianità; la viralità è divenuta letterale. La cosa più ironica è la reazione del governo francese a questa situazione: sostanzialmente la stessa della Cina. Testimonianza di un isomorfismo politico. Prima ci è stato garantito che l’epidemia non avrebbe oltrepassato le frontiere, anche quando aveva già attraversato due continenti per arrivare in Nord Italia. E fino all’ultimo momento il governo si è mostrato incosciente, chiamando al voto per il primo turno delle municipali quando dall’Italia già da qualche giorno messaggi allarmanti bucavano la rete e ci parlavano della catastrofe a venire.

Riassumiamone la cronologia per constatarne l’assurdità. Nella settimana del 9 marzo, abbiamo avuto il privilegio di ricevere un articolo sulla serata a teatro della coppia presidenziale. Un invito esteso a tutta la popolazione a continuare a vivere in maniera spensierata la propria vita. Ed è ciò che ha fatto la maggioranza di noi. Poi, di colpo, sabato 14 marzo, verso le 8 di sera, dopo averci spronato fino a quel momento a vivere come se nulla fosse all’ombra del disastro, le autorità hanno annunciato la chiusura di tutte le attività – bar, ristoranti, teatri, cinema. Chiusura effettiva dal giorno stesso e a tempo indeterminato. In quel momento stavo lavorando al bar. Un’ora dopo Parigi si era riversata nei locali per farsi – come l’ha efficacemente messa giù un avventore – «un’ultima pinta prima della fine del mondo». Così, tutti accalcati in attesa del bicchiere della staffa, nessuno era davvero al corrente dello scopo della crisi sanitaria. E questo perché, semplicemente, nemmeno le autorità incaricate di diffondere le informazioni lo erano.

Il giorno dopo, domenica 15 marzo, contro ogni parere degli esperti medici, si tengono in ogni caso le elezioni municipali (che registrano un tasso di astensione storico). Si assiste così a scene surreali: parchi pieni e popolati di persone ubriache di alcol scadente da supermercato e code di cittadini coscienziosi che vanno a votare in mascherina e guanti, seguendo le raccomandazioni del governo per le quali «lavarsi le mani e portare con sé la propria penna sono misure ampiamente sufficienti».

Bisogna credere che il panico abbia infine vinto anche le alte sfere, perché di lì a poco giunge un altro annuncio: Emmanuel Macron avrebbe preso decisioni drastiche, spiegandole in un discorso alla nazione lunedì 17 marzo alle 8 di sera. Ancora una volta, immagini di lunghe file alle poste, davanti alle banche, di fronte ai supermercati prendono consistenza materiale in Francia. Migliaia di persone nella capitale stipano precipitosamente armi e bagagli in macchina, o si fiondano nella stazione più vicina ancora aperta, e scappano. Portando con sé nuovi focolai di infezione. Stando alle statistiche ufficiali, più di un milione di parigini hanno lasciato la città tra il 13 e il 20 marzo.

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In un’atmosfera lugubre, abbiamo sentito queste parole uscire dalla bocca del presidente: «Siamo in guerra. Una guerra sanitaria. Non lottiamo contro un esercito né contro un’altra nazione: il nemico è qui, invisibile, inafferrabile, e avanza. Ciò richiede una mobilitazione generale». Parole, queste, pronunciate durante il discorso alla nazione per illustrare il «confinamento» e lo «stato d’emergenza sanitaria». Come in seguito agli attentati che colpirono la Francia nel novembre 2015, quando François Hollande, allora presidente, aveva attaccato il suo discorso con «La Francia è in guerra» per giustificare l’attivazione dello stato d’eccezione. In quell’occasione, aveva anche precisato che quella guerra era «di un altro tipo, di fronte a un nuovo avversario» e che richiedeva «un regime costituzionale» che permettesse di «gestire lo stato di crisi». Rapidamente assistevamo ai risultati di quel nuovo regime costituzionale: arresti arbitrari, agonia programmata del diritto a vantaggio della norma. E strumenti formidabili per domare il malcontento.

Giovedì 9 settembre 1933, lo scrittore tedesco Thomas Mann scrive sul suo diario:

Metodi fascisti”, autoritari e di carattere nazionalista cominciano ovunque a prendere il sopravvento sulle vecchie forme classiche della democrazia […] ma il mondo deve davvero guarire dalla mistica sudicia, dalla filosofia della vita sfigurata che questa mistica mescolerebbe al suo movimento? È forse perché le trasformazioni in corso nella tecnica politica e di governo prendono sempre più la forma di una religione sanguinaria, di sangue e di guerra, una religione il cui livello morale e intellettuale è miserabile, il più miserabile della storia?

In seguito, Mann sottolinea brevemente alcune ambizioni del partito fascista:

Il programma – in parte cosciente, in parte inconscio – è chiaro. Per prima cosa, abbattere il «nemico interno», cioè tutto ciò che dall’interno si oppone alla guerra […] in seguito – bè, ciò che deve venire in seguito non lo sappiamo, non possiamo prevederlo, e forse non vogliamo saperlo. Ma lo speriamo, e vi aspiriamo in segreto come aspiriamo al beneamato caos – un amore che ci chiama a ricondurre il mondo sul piano politico, e per il quale ci riarmiamo apertamente di tutte le nostre forze.

L’amore per il caos è un’arma a doppio taglio. Nel nulla della mia generazione, quella nata negli anni ’90, il caos era la sola cosa che potevamo sognare con dignità. Abbeverandoci a scenari catastrofici, ciascuno di noi gongolava alla possibilità di una fine brutale e implacabile del nostro mondo. Sì, la mia generazione è stata generata nel nulla. Sono cresciuto senza certezze, nutrito di un immaginario crepuscolare in cui la terra, l’umanità, l’amore si rovesciavano in un’apocalisse più terribile della morte. Non mi è rimasto nulla, se non la prospettiva di distruggere il mondo così come hanno fatto i miei simili per decenni. Nulla, se non la prospettiva di lavorare senza più alcuna speranza di condurre una vita tranquilla, in un mondo in cui il lavoro ci tormenta fino all’ultimo respiro.

Non avevamo capito, però, fino a che punto la nostra vita fosse già governata dal caos, e come tale caos in realtà coincidesse con una ragione ordinata e ostile; è, questa, la definizione stessa della guerra contemporanea. Di mobilitazione totale in mobilitazione totale, da stato d’emergenza a stato d’emergenza, il caos ci ordina. Il caos governa il mondo e, per il semplice fatto di esistere, sbatte le persone in casa, dietro le loro piccole finestre, distillando in loro paura e amore per l’ordine.

Nei bassifondi di questa guerra permanente – o meglio dichiarata senza sosta, di modo che ogni lembo della nostra vita si trasforma in fronte —, le insurrezioni capovolgono questa logica. Chi «dall’interno» rifiuta la guerra si comporta esattamente come il virus, provocando le medesime reazioni «immuno-autoritarie». Costoro riportano l’ordine caotico a un ordine sensibile, inaccettabile per il partito fascista, per il partito della guerra. Le rivolte, come il virus, trasmettono l’urgente necessità di reinventare le relazioni, mentre le risposte immuno-autoritarie non fanno altro che difendere e garantire il nulla in cui è nata la nostra generazione.

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Il solo significato della parola apocalisse è «rivelazione». Sembra semplice, eppure – come sottolinea D.H. Lawrence nel suo commento al libro di Giovanni – per duemila anni la gente si è data da fare per scoprire cosa si rivelasse «in tutta quell’orgia di mistificazione». Guardando al presente, la rivelazione si mostra in tutta la sua semplicità: guerra, guerra e ancora guerra. Se non l’avessimo ancora capito, oggi la verità si mostra limpida: i nostri leader sono sempre stati in guerra. Tutti loro mostrano un gusto singolare per l’apocalisse, basta guardare come gongolano durante ogni crisi. L’esercizio del potere ha sempre richiesto un’attrazione occulta per l’apocalisse, perché è da lì che viene anche il gusto per l’ordine. La mia generazione, questa attrazione l’ha sviluppata naturalmente, dato che nulla è venuto a scaldarci. E anche perché, in fondo, come osserva Lawrence, l’apocalisse è l’autoglorificazione del potere distruttivo degli uomini. «Se dovessi subire il martirio e l’intero universo venisse distrutto nel processo, tuttavia, o cristiano, regnerai come un re e metterai il piede sul collo dei vecchi padroni!», schernisce Lawrence.

I nostri «governanti» sono esseri gregari e appiattiti dallo spirito collettivo. A loro interessa solo l’opinione e il denaro che essa porta con sé. Sotto l’aureola del santo, si nasconde in loro il diavolo. Chi accetta la loro guerra santa condanna se stesso ad aggrapparsi a un’autorità che li priverà di ogni potenza. In un curioso commento alla situazione attuale, Giorgio Agamben ha osservato che «lo stato di paura si è chiaramente diffuso negli ultimi anni nelle coscienze degli individui e si riflette in un reale bisogno di stati di panico collettivo, a cui l’epidemia offre ancora una volta il pretesto ideale». Qui viene sottolineato un fatto elementare: la «società» è composta principalmente da individui spaventati che marciano sul sentiero di guerra dei nostri leader. Le rivolte sono un chiaro tentativo di arrestare quella marcia, e la risposta dei governi è chiara: più guerra, più paura. La stessa risposta che danno alla nostra attuale crisi sanitaria.

Esiste una forza ben più grande dell’autorità del «non si deve» propria delle nostre democrazie. L’apocalisse rivela anche la possibile via d’uscita dallo stato estremo in cui siamo sospinti. Da tempo abbiamo perso ogni rapporto simpatetico con il cosmo (o con l’ambiente, come si dice adesso). Questa perdita di sympatheia (perdita di un «sentire insieme») verso ciò che ci circonda e ci dà acqua, calore e nervi, ha trasformato il nostro cosmo in un drago distruttore. La luna, il sole, le stelle, le piante, ma anche la vita interiore degli organismi virali, rappresentano l’ambiente perduto che ci spaventa ogni volta che fa ritorno. Perché abbiamo costruito un mondo che ignora tutto questo – riducendolo a una forza meccanica e contingente, utile alle nostre attività. È chiaro che il virus è tanto più letale quanto più il nostro mondo è stato costruito pensando agli uomini come i soli padroni. «“Chi non è con me è contro di me» è la legge del cosmo, e chi tra noi ha dato il mondo per scontato ora paga il prezzo di questo abbandono.

La fine dei tempi non sarà la fine delle guerre imposte. Al contrario: le guerre scoppiano di continuo, sotto gli occhi di tutti. Questi scoppi danno da pensare a chi è abituato a vedere ogni nuovo fronte aperto da quest’epoca come un’opportunità per capovolgerla. Alain Badiou ha ragione a notare che l’epidemia è, in fondo, solo un’epidemia, e che ciò che si inventa e si esprime in termini di solidarietà non è nulla di nuovo. Che il capitalismo, insomma, non è in pericolo. Ma paradossalmente Badiou parla da testimone di un’altra epoca, in cui massa e potere dovevano combinarsi per garantire l’azione rivoluzionaria e la trasformazione del mondo. E omette di specificare che in un’epoca in cui l’uomo è agito da forze e poteri con cui si è fuso per sempre (radioattività, CO2, nuovi virus, inondazioni, incendi e insurrezioni ecc.), l’azione rivoluzionaria passa soprattutto attraverso una sottile ricomposizione degli equilibri biochimico-politici che ci formano e definiscono il nostro legame con i mondi.

Quindi è vero e giusto puntare l’indice accusatore in direzione dei nostri capi, contro il modo in cui hanno condotto questa guerra contro il cosmo, contro la vita. Dobbiamo, d’altra parte, scavare nel profondo di noi stessi e porci noi stessi la domanda. Siamo con o contro il cosmo? Cos’ha da dire il virus sui nostri mali? Questa è la nostra ultima occasione per accorgercene, per deciderci a vedere che le risposte immuno-autoritarie sono contro il cosmo. Che ci confinano ancor più nella solitudine e nel «non si deve». Siamo sotto il ricatto di una guerra che ci impone solo due fazioni: quella della morte e del virus da una parte, e quella della vita e del governo degli uomini dall’altra. Combattere la diffusione del virus è fondamentale: la questione è se farlo secondo l’arte della guerra o secondo altre relazioni. Relazioni non necessariamente da inventare, quanto semmai da ritrovare. Per sfuggire, insomma, alla nostra (auto)distruzione e, come dice Lawrence, «ritrovare il cosmo»:

Questo non avverrà grazie ad un gioco di prestigio. Dobbiamo far rivivere riflessi che sono morti dentro di noi. Per ucciderli ci sono voluti duemila anni. Chissà quanto tempo ci vorrà per rianimarli? Quando sento la gente lamentarsi di essere sola, capisco cosa è successo loro. Hanno perso il cosmo. Non ci manca né umanità né personalità; ciò che ci manca è la vita cosmica, il sole in noi e la luna dentro di noi.

***

«I miserabili cinquantamila anni dell’homo sapiens, – dice un biologo moderno, – rappresentano, in rapporto alla storia della vi­ta organica sulla terra, qualcosa come due secondi al termine di una giornata di ventiquattro ore. La storia dell’umanità civilizza­ta, riportata su questa scala, occuperebbe inoltre un quinto del­l’ultimo secondo dell’ultima ora», l’adesso che, come modello del tempo messianico, riassume in un’immane abbreviazione la storia dell’intera umanità, coincide rigorosamente con la figura che la storia dell’umanità fa nell’universo».
(Walter Benjamin)

Nelle tesi Sul concetto di storia di Benjamin sta dunque un vuoto, uno squarcio chiamato cosmo. Una volta minata la narrazione progressista, i suoi detriti restano e si imprimono nonostante tutto sulle nostre retine.

Anche se abbiamo edificato la nostra storia degli oppressi e profanato le tombe dei nostri antenati, il tempo dei vinti non è mai quello della vita organica – che sotto ogni aspetto sembra seguire un percorso indipendente dalle guerre e dalle rivoluzioni. Chi si ricorda della Febbre Gialla o della Spagnola come momento di una qualche tradizione? Le guerre diffondono costantemente epidemie, che spesso fanno più morti di qualsiasi battaglia. Quando gli europei giunsero nel «Nuovo Mondo», i patogeni che portavano con sé uccisero ben più della loro crudeltà – alleati terribili, e che talvolta i coloni utilizzarono premeditatamente. In cambio, una delle malattie più note al genere umano, la sifilide, sbarca sulle coste europee proprio al ritorno di Colombo, e fa milioni di morti: in questo senso, il trattamento col mercurio non è forse stato vano. Prioni, virus, batteri e altri agenti infettivi accompagnano la nostra storia senza farne mai parte; interessato solo alle proprie Res Gestæ, l’uomo si vede imperatore della terra e artefice del proprio destino. La grande politica si fa da sé. Il vittorioso, come il dimenticato, ha un volto umano –  anche quando è quello dell’Angelus Novus.

La scienza ormai enuncia esplicitamente ciò che D. H. Lawrence diceva tra le due guerre mondiali. Solo che la nostra ora è trascorsa, e i secondi intercorsi tra i due avvertimenti sono stati vani. Il tempo delle pandemie mondializzate si avvicina irreversibilmente, e a maggior ragione perché abbiamo devastato gli ecosistemi naturali e privato molte relazioni simbiotiche del loro ambiente. Più del 70% delle zoonosi proviene da animali selvatici. Il pipistrello, come il pangolino o altri di questi, ha come habitat naturale la foresta; e quando le foreste vengono disboscate, questi animali dimenticati, dileggiati e cacciati si annidano nei nostri habitat, mescolandovisi e producendo devastazioni debordanti.

Questo tipo di debordamento, detto salto interspecifico (Spillover), designa la prima trasmissione di un virus da una specie all’altra. Avvenimenti del genere non si verificano se non perché le nostre attività lo permettono. Le zoonosi sono prodotte da agenti patogeni che sconfinano da un animale non-umano all’animale che è l’uomo: la Sars, l’Aids, l’Ebola o la Spagnola sono solo alcuni esempi. Ma anche le pestilenze medievali ce lo ricordano, nonostante sembri proprio che il XX secolo ne abbia conosciute più che mai. Quanto al nostro raccapricciante secolo XXI, ebbene, si è aperto con una reazione a catena di debordamenti intesi in ogni accezione del termine. Il debordamento coincide rigorosamente con l’immagine del «tempo attuale». Il debordamento riflette la disintegrazione dei nostri ecosistemi e dei nostri modi di vita. Modi che si frammentano, si dissolvono e si disperdono nei loro valori aggiunti. Ora, privati del loro ambiente, i patogeni si mescolano ai nostri mercati, nelle nostre case, senz’altra scelta se non quella di morire o di riprodursi sui soli corpi non ancora in via d’estinzione.

Bisogna risvegliare in noi un sentimento di armonia. Non abbiamo scelta: i flussi, i fuochi, i virus e gli esseri umani debordano tutti assieme. E d’altronde la risposta del potere è una sola e omogenea, proprio com’è unico questo periodo di debordamenti. Perché il mondo è in quarantena? Perché, ovunque nel globo, tutto ciò che occorre a mantenere viva la tradizione degli oppressi serve anche a disfare il Covid-19? Dalle insurrezioni alle zoonosi, nessun continuum repressivo è casuale per la reazione immuno-autoritaria. Questo virus giunge in un momento preciso della storia degli uomini, un periodo in cui ciascuno di noi è chiamato a scegliere tra il proseguimento di una vita logicamente orientata all’estinzione, o una rimessa in questione radicale. Precisamente quella a cui D. H. Lawrence chiamava già a gran voce.

Da qualche parte, questo lungo processo è già iniziato. Parliamo ormai regolarmente di «antropocene», termine che pone le attività umane sullo stesso piano geologico dei vulcani, dei fiumi o della tettonica delle placche. Ma questo concetto è stato manomesso al punto da coincidere con l’«età dell’uomo»: nella quale, cioè, tutto ciò che è del mondo è in una certa misura umano. È invece il contrario: l’antropocene celebra piuttosto la scomparsa dell’uomo, come d’altronde quella della natura. Ma facendo ciò si rinnova, insieme all’eterna corrispondenza tra le nostre vite e l’ambiente – «l’inglobante», come dicevano gli antichi greci. L’inglobante non è per nulla inerte e le sue attività non si distinguono da quelle umane. Non c’è finalità, non c’è telos: è, molto semplicemente, il nuovo stato del mondo e di tutte le potenze che lo compongono. Il problema che ci poniamo ora è questo: non sussumere mai la nostra relazione cosmica in un ordine gerarchico nel quale la nostra vitalità si subordini a una dimensione superiore e organizzante. Un altro debordamento, in fondo: ma questa volta sul nostro modo di situarci, come esseri umani, rispetto alle altre potenze del mondo.

Vitalità e cosmo vanno insieme. Mettiamo che l’umanità divori il mondo contro tutto e tutti, o che in nome di un Grande Tutto distrugga ogni pulsione vitale: ecco che, se il cosmo viene a mancare perché la vita è stata danneggiata, quest’ultima fa ritorno sotto forma di disastro. Dopo tutto, disastro significa «perdita dell’influenza astrale». È da qui che nasce l’apocalisse; ed è da qui che nasce la storia degli uomini come assalto a un mondo inteso a torto come riserva inerte di risorse.

SILENZIO & TUMULTO

di Fabien Vallos*

da lundimatin#235, 23 mars 2020

Siamo entrati in uno strano silenzio in seguito al confino sanitario. Silenzio delle nostre abitudini, considerato che non possiamo uscire né passare il tempo con altri. Silenzio dovuto al ritiro in casa di una gran parte di noi mentre gli altri, in un altro tipo di silenzio, sono occupati a curare, a fare consegne, a vendere delle merci. Silenzio dovuto alla dichiarazione ufficiale di ciò che i latini chiamavano un tumultus. Silenzio cioè dovuto a un pericolo sufficientemente grave da richiedere il confino dei cittadini.

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Dobbiamo a Giorgio Agamben e al suo Stato di eccezione (apparso originariamente in italiano e poi in francese nel 2003) la lettura del concetto di tumulto. 2003: ovvero poco tempo dopo un altro tumultus, questa volta non sanitario bensì terroristico.

Nella sua glossa al concetto di justitium (3.1), ossia la cessazione temporanea degli affari pubblici, Agamben cita un frammento delle Filippiche (8,1) a proposito del tumulto. Cicerone produce prima una spiegazione per il termine: «In effetti, cos’è mai il tumulto, se non uno scompiglio tale, da far nascere un maggior timore?» (Quid est enim aliud tumultus nisi perturbatio tanta, ut maior timor oriatur?) Per poi affermare ciò che ci interessa: «vi può essere una guerra senza tumulto, ma non un tumulto senza una guerra» (Ita fit, quem ad modum dixi, ut bellum sine tumultu possit, tumultus sine bello esse non possit).

Venendo a noi. Il 16 marzo il presidente della Repubblica francese ha ripetuto per sei volte nel suo discorso il termine «guerra»: siamo in guerra perché qualcosa ha provocato il terrore (timor). Si tratta esattamente della dichiarazione eccezionale di un tumultus. Siamo dunque immersi in questo lungo silenzio a causa di un grande tumulto. Tralasciando il problema della continuità del principio di diritto, si pongono altri due e più complessi problemi: quello dello stato di eccezione e quello della gestione per decreti. Il principio di dichiarazione di un tumultus come quello pronunciato il 16 marzo consiste nel gettare i membri della comunità in uno justitium, ovvero in una sospensione degli affari pubblici. La maggior parte  di noi è dunque immersa nel silenzio di uno justitium. Sarà però il caso di pensare urgentemente alle condizioni di tutte e tutti quelli ai quali il tumultus nega lo justitium: condizione che non può che produrre, come sempre, una profonda iniustitia. Stiamo parlando di quelle e quelli che non possono osservare il confinamento.

Non appena si afferma un tumulto, si dichiara guerra. Ma, soprattutto, non appena il tumulto viene affermato, si dichiara uno stato d’eccezione che consiste allo stesso tempo di una sospensione degli affari pubblici e in una di ciò che costituisce il diritto (libertà di azione e di spostamento, ad esempio). Al di là della gravità effettiva del tumultus, sembra proprio che l’esperienza di uno stato d’eccezione per far fronte a ciò che viene recepito come crisi non abbia mai fine. La mia vita politica è cominciata de facto nel luglio del 1995, dopo l’attentato sull’RER B a Parigi. Da allora, ho assistito a una serie incessante di tumulti (1995, 2001, 2009, 2012, 2015, 2020), che di volta in volta permettevano non solo la gestione delle crisi, ma l’insediarsi di altrettanti stati d’eccezione. Se lo stato d’eccezione è la creazione di uno justitium, è anche e immediatamente la creazione di un imperium, ovverosia di una confisca del diritto all’interno della sospensione degli affari pubblici. Se dico che la mia vita politica comincia nel 1995, è perché costituisce la prova — contrariamente alle costruzioni del pensiero filosofico e giuridico — dell’infinita confisca dei nostri diritti per garantire ciò che viene definito come sicurezza (pubblica e sanitaria).

È precisamente quello che è accaduto tra il 16 e il 20 marzo attraverso la votazione di una legge che permette la gestione di uno stato di tumultus tramite dei decreti governativi. Qui si pone un quesito fondamentale: in quale misura la gestione di una crisi presuppone la sospensione del diritto? Detta altrimenti: perché ogni crisi costituisce sempre l’apertura di uno stato d’eccezione? Significa forse che lo stesso principio democratico è incompatibile con qualsiasi gestione della crisi? O forse che questo principio presuppone che qualsiasi politica non prova altro che un infinito desiderio di crisi che mira alla sospensione di ogni diritto? Seguendo il filo di pensiero di Walter Benjamin, sembrerebbe che la risposta stia piuttosto nella seconda proposizione. Facciamo dunque incessantemente esperienza dello stato d’eccezione come regola. Per dirlo ancora e altrimenti, non vi è altra fondazione che lo stato d’eccezione. È la prova del nove di ogni crisi e l’oblio di ogni politica.

Siamo dunque entrati in un altro silenzio, ancora più complesso perché più profondo. Questo silenzio apre a due interrogativi: uno è quello sull’apertura critica di un mondo in cui potremmo fare esperienza di un altro justitium — ovverosia la fine del consumismo, del capitalismo e della degradazione della nostra vita —, l’altro è quello sull’apertura critica di una politica sempre più strutturalmente instabile e autoritaria. La prova è complessa, perché si tratta di sperimentare la differenza cruciale che passa tra le affermazioni della storia e gli eventi della storicità. Ciò significa, come sempre, che ciò che si esperisce storicamente non venga dimenticato né assorbito dalla storia. Adesso, una volta di più, occorrerà tenere presente questa crisi morale ed etica.

Nel tumultus è dunque sospesa una parte immensa delle nostre frenetiche attività dedicate alla produzione e al consumo. Nel tumultus i trasporti tacciono, i negozi chiudono, le industrie si fermano e gli arei non volano più. Nel tumultus si apre una sospensione del consumo frenetico di ogni vita e materia: il mondo si offre per qualche istante in maniera meno inquinata e asfissiante. Nel tumultus si apre un altro silenzio, il silenzio proprio alla lingua latina, il silens per come è stato proposto da Roland Barthes (Le neutre, corso al Collège de France, 1977-1978, Seuil, 2002). Silens, ossia il rumore prodotto dalla vita in nostra assenza. Non possiamo che tacere. Ma nel tacere immediato delle nostre attività e dei nostri affari dovuto allo justitium la vita accede al suo proprio silenzio. Nel nostro confinamento gli spazi sono infine liberati della nostra presenza: le montagne, le spiagge, i mari, il cielo, le colline, le foreste e le riviere. Siamo dunque riusciti a produrre in qualche settimana ciò che speravamo dalla sospensione del capitalismo. È forse troppo presto per comprenderlo, ma è sicuramente il momento opportuno, il buon kairos per coglierne alcune implicazioni. Sembra come se potessimo fare un vero e proprio test sulle possibilità di sospensione della nostra frenetica mania di consumare e di circolare. Si potrebbe farne tesoro per essere in grado di pensare una nuova ecologia e una nuova etonomia (nel senso di economia della condivisione).

Ma nel tumultus vengono sospese anche le nostre attività politiche e i nostri modi di pensare la politica. E così alcuni tra noi temono sempre più l’ascesa di questi stati di urgenza e d’eccezione, che autorizzano la moltiplicazione di modalità governative autoritarie e profondamente antidemocratiche. Ci incamminiamo inesorabilmente verso governance assolutiste, securitarie, tecnocratiche e autoritarie.

Assolutiste, perché il potere è sempre più concentrato e separato dall’esperienza comune.

Securitarie, perché la sola missione delle governance è di garantire con la forza ciò in cui consisterebbe la sicurezza dei popoli e dei beni.

Tecnocratiche, perché per la quasi totalità delle nostre attività dipendiamo da modalità tecniche di controllo: esse dipendono (e più che mai durante il confino) quasi unicamente dalla potenza illimitata dei dispositivi tecnici.

Autoritarie, perché i nostri modi di esistenza non si fondano più sul comune e sul rispetto, ma unicamente sull’obbedienza: apprendiamo così a divenire obbedienti e a perdere ogni contatto con il comune e il politico.

Di conseguenza si apre una doppia interrogazione, politica e filosofica, tanto urgente quanto irrisolta. In primo luogo è possibile che qualsiasi tumultus contribuisca a ridurre ogni possibilità di una vita politica e di un comune. Il tumultus chiude e sigilla ogni khôra. Se fossimo privati di questo spazio pubblico e del comune, si accederebbe così a una politica autoritaria e assolutista.

In secondo luogo, è altresì possibile un nuovo slancio che tenda a rinforzare la necessità di ciò che chiamiamo servizio pubblico: le cure, l’educazione, la condivisione delle conoscenze. Sembra che il mondo si divida tra coloro in grado di affermare questo slancio e coloro che affermano ancora la morale liberale della sopravvivenza del più forte.

Ora è forse tempo — e questo sarà il nodo politico — di pensare l’etica di questo comune e di questa cura. Se ne saremo capaci, saremo nella condizione di segnare una svolta del pensiero politico e della filosofia: quella della condivisione della cura.

*Fabien Vallos è un teorico e insegna all’École nationale supérieure de la photographie e all’Esba Talm di Angers.

La persistenza del giallo

di Paolo Godani

a M.

Iniziano a dare segni di irritazione i sostenitori dell’ordine repubblicano. Siano rappresentanti della maggioranza di governo o di gran parte dell’opposizione, portavoce delle forze di polizia o giornalisti di BFMTV (figure, le due ultime, difficilmente distinguibili tra loro), è sempre più evidente la stizza di fronte al fatto che il movimento dei giacchetti gialli non la smetta di occupare, ogni sabato da più di cinque mesi, le strade delle città francesi. E questo nonostante Emmanuel Macron abbia concesso, oltre ai dieci miliardi di euro un mese dopo l’inizio della protesta, il grande dibattito nazionale con cui, da buon sovrano vecchio regime, si è messo all’ascolto dei cahiers de doléances degli amati sudditi. Come fare, allora, perché finalmente il movimento finisca e la gente se ne torni alla vita di sempre?

Le strategie canoniche con cui generalmente si affrontano le sollevazioni popolari non hanno portato il risultato atteso. Si è tentato di dividere il fronte della protesta concedendo gli spiccioli che avrebbero consentito ad alcuni di dire “abbiamo ottenuto comunque qualcosa, possiamo tornare a casa”. Vista la vicinanza delle elezioni europee, si è tentato di riportare la piazza sul terreno della rappresentanza tradizionale, spingendo alla formazione di un “partito” dei gilets jaunes (con il risultato che chiunque si sia mostrato disponibile ad accettare l’invito è stato sbrigativamente ricusato dai giacchetti gialli). Si è tentato di spiegare che le manifestazioni legittime e pacifiche di tanti bravi lavoratori, vittime della crisi degli ultimi dieci anni, erano infiltrate da bande di casseurs, salvo doversi arrendere all’evidenza che tra gli uni e gli altri (ammesso che esistano) si è data molto presto una complicità materiale e affettiva, prima ancora che politica. Si è tentato persino, grazie al pretesto di qualcuno che insultava malamente un intellettuale reazionario francese (non nuovo, del resto, a provocazioni di piazza), con l’intramontabile accusa di antisemitismo, e proprio nel momento in cui ognuno poteva constatare come la destra organizzata si fosse ormai ritirata in buon ordine dal movimento.

Non restava dunque che la repressione. Fin dall’inizio di questa stagione di rivolta le forze dell’ordine hanno agito come se si fosse nell’imminenza di una guerra civile, con un controllo preventivo sempre più diffuso, con migliaia di arresti prima e durante le manifestazioni (precisamente 8700 persone tra il 17 novembre e il 23 marzo), con l’uso di armi da guerra a bassa intensità (come le granate di anti-accerchiamento e i flash-ball, le pistole con proiettili di gomma, che in questi mesi hanno provocato non pochi feriti gravi). Il risultato è che uno degli slogan più urlati nei cortei, anche tra chi ha solo ora iniziato a fare esperienza di che cosa significhi “manifestare”, è tout le monde déteste la police.

Ma la ragione per cui, in fondo, anche questa extrema ratio non è riuscita a mettere fine alla presenza dei gilets jaunes, è che il bersaglio della repressione non è sufficientemente identificabile. Persino la sociologia non è riuscita a facilitare il compito di chi governa: una volta identificati i ceti sociali (lavoratori dipendenti, autonomi, disoccupati, pensionati), le classi di età (le più diverse, con una marcata, riottosa presenza di ultra-settantenni), la provenienza territoriale (provinciale e periferica), il livello (medio, per lo più) di scolarizzazione dei partecipanti al movimento, e una volta raggiunta l’originale conclusione che si tratta di gente “normale”, resta da spiegare perché e come, da una settimana all’altra, un movimento senza leader e senza programmi definiti, senza obiettivi certi e senza organizzazioni precostituite, decida di continuare a occupare lo spazio pubblico. Il fatto è che qui non ci si organizza solo per rivendicare diritti o per contrastare questa o quella misura del governo, né, d’altra parte, per costruire un contro-potere o per produrre un rapporto di forze che consenta, un giorno, di rovesciare il “sistema”; con tutto il rispetto dovuto a pensieri così antichi, non sono queste le ragioni che hanno spinto migliaia di persone a stare ogni giorno alle rotonde e ogni sabato nelle piazze delle città.

Un ineffabile rappresentante del partito di Macron ha confessato senza remore che alcune delle rivendicazioni in campo non potranno essere soddisfatte. Non sa che è esattamente la ragione per cui sono state sollevate. Si era partiti dalla protesta contro l’imposta sul carburante, per arrivare ben presto alla richiesta di dimissioni per il Presidente della Repubblica, all’abolizione del Senato, alla destituzione dell’Assemblea nazionale. Sono parole d’ordine consapevoli del fatto che non è attraverso la politica che cambierà qualcosa. Per quanto si urli di continuo Macron démission!, non si immagina affatto che con un altro presidente le cose possano andare diversamente. Per questo, contrariamente a quanto vorrebbero far credere alcuni, il movimento francese non ha nulla a che fare con l’esperienza tecnocratica e legalitaria dei Cinque stelle italiani.

La disaffezione ha solo due strade: o farsi neutralizzare in una rappresentazione tecnica, o insistere senza impazienza, diffondendo la consapevolezza che quell’insistenza è tutto ciò di cui si ha bisogno.

Del resto, se si attraversano le manifestazioni dei sabati gialli, ci si avvede subito che non si tratta di rivolgersi al potere in carica per ottenere concessioni, né di costruire un’alternativa più o meno rivoluzionaria. Anche la richiesta del RIC, il referendum d’iniziativa popolare, è meno una rivendicazione politica che un’espressione della volontà di farla finita con la rappresentazione politica. È su questa esigenza che si incentrano le discussioni sempre più numerose ai margini dei cortei. La gente si parla: condivide le proprie paure, dissolve la vergogna vissuta sino a quel momento in solitudine; fa ipotesi, disegna strategie, immagina le mosse dell’avversario; e scopre che proprio in quei dibattiti improvvisati, come nelle ondate di attacco e di difesa contro le forze dell’ordine, che si alternano a queste discussioni rafforzando la solidarietà collettiva, sta tutta la potenza del movimento. La strada come incubatrice di teorie e pratiche comuni è sempre stata l’incubo peggiore per le classi dirigenti allevate alle Grandi Scuole di Stato o a SciencesPo.

Benché l’atto XVIII di sabato 16 marzo fosse stato ironicamente battezzato atto decisivo, ognuno sa che la forza dei giacchetti gialli è quella di una persistenza nella quale, intanto, nascono nuove relazioni, si diffonde una consapevolezza radicale, le strategie d’attacco si trasformano e si inventano nuovi modi di stare nello spazio collettivo. Ognuno sa, insomma, che l’atto è sempre decisivo, e infatti non solo il XIX sabato di mobilitazione è scesa in strada più gente del sabato precedente, ma già se ne annunciano altri, di atti decisivi, per il 20 aprile e il primo maggio.

La banda di coloro che occupano momentaneamente gli apparati di governo sembra preoccupata soprattutto (e a giusta ragione, dato che deve pur render conto al suo comitato d’affari) del fracasso e degli espropri che il 16 marzo hanno colpito alcuni luoghi simbolici degli Champs Élysées. Ma, benché non sia formata da menti particolarmente brillanti (come mostra il patetico caso del ministro degli interni, Christophe Castaner), dovrà rassegnarsi a constatare che non è quello il punto. Mandare in frantumi una vetrina o restare per ore a fronteggiare le brigate e i blindati della polizia sono in fondo soltanto varianti sul tema del restare. E infatti i cori a cui i giacchetti gialli si sono ormai giustamente affezionati sono semplici e chiari: la rue, elle est à nous; on n’est pas fatigué; on est là. Siamo qua, e ci siamo non eccezionalmente, non in vista di qualche risultato da ottenere prima di togliere il disturbo; ci siamo e resteremo.

Se non si fa fatica a essere in piazza ogni sabato non è solo perché il sabato è un giorno strategico (un giorno di non-lavoro, per molti, ma non di festa, un giorno generalmente votato al consumo e rovesciato invece in fruizione collettiva dello spazio pubblico), ma anche perché, mentre si provoca qualche danno all’ordinario fluire e accumularsi del denaro, si torna a godere dello stare insieme dei corpi e delle idee, dell’incrociarsi degli sguardi d’intesa e del tranquillo concatenarsi dei gesti, del fatto di una vita collettiva che si costruisce pezzo per pezzo, per vicinanza materiale e per contagio, a fior di reale, senz’altro scopo che la felicità del suo esserci. Alla fine di ogni giornata, comunque sia andata, nessuno si lascia sfuggire la gioia di dire à samedi prochain! È questa la vera novità di ciò che sta accadendo in Francia dal novembre 2018: che la più radicale ostilità nei riguardi dello stato di cose presente può manifestarsi e diffondersi grazie a una presenza ostinata, attraverso la trama comune delle relazioni, con l’imporsi di un tempo in cui non c’è nulla da progettare o da rimandare, né qualcosa da realizzare frettolosamente; che l’insurrezione o la rivoluzione – per chi ancora tiene a questi termini – non hanno da essere eventi o eccezioni, ma possono essere condizioni, forme di vita che si affermano durevolmente nella propria consistenza collettiva. Non sarà tanto semplice farci tornare alla solitudine di prima.

Di fronte a un’ostilità che non si radica innanzitutto nella politica, ma nell’ostinazione di una vita comune, il ghigno dei padroni comincia a mostrare qualche segno di vera preoccupazione.

Non è che l’inizio. Frammenti di Maggio parigino

di mar:ta

A come AG

Le Assemblee Generali sono la croce del movimento francese. Quelle che riescono meglio sono quelle che arrivano a divenire altro, ovvero quando si arriva a restituire alla parola la potenza che è la sua abbandonando i vetusti rituali dell’assemblea, i giochetti della politica e le patologie del proceduralismo democratico. Quando vi partecipi il colpo d’occhio è chiaro: da un lato chi ne ha abbastanza della pratica assembleare e spinge perché non si esageri con le sue menzogne, dall’altro coloro che sono stati segnati da Nuit Debut che riconosci per la panoplia di gesticolazioni le quali, appunto, stanno lì a mimare il gioco della democrazia. Comunque sia, le due assemblee tenutesi all’ENS di rue d’Ulm il 3 di maggio ne hanno dato una bella rappresentazione per ognuna di esse. La prima nel cortile – denominata infatti non assemblea bensì «colloquio intempestivo» e che portava un titolo eloquente come «Morte all’università, Vita del sapere» – è stata un’assemblea di presenze, dal filosofo al ferroviere, dalla scienziata della politica al postino, dallo studente al disoccupato. Grande entusiasmo, grandi parole, grande potenza. Quella serale, tenutasi nella Salle des Actes (quando i nomi dei luoghi sono rivelatori), doveva discutere dell’occupazione, di come agire nei confronti della presidenza e delle guardie e se e come dotarsi di «delegati». È stata in fin dei conti un’assemblea abbastanza tradizionale e tuttavia bisogna ammettere che è stata divertente nella sua estrema eterogeneità, con i bravi studenti che muovevano le mani per assentire o meno, gli autonomi che cercavano di strategizzare, gli anarcoidi che sghignazzavano nel fondo e un po’ di altri che non si capiva bene dove si collocassero. Ma infine, nonostante la «volontà generale», ha toccato l’impossibilità di decidere. Che è semplicemente il destino di ogni AG.

B come Black Bloc

1 Maggio 2018 a Parigi. Un blocco nero tanto enorme quanto impotente. Da un lato prigioniero della nasse poliziesca e dall’altro di se stesso. Rinchiuso dentro meno di un chilometro quadrato ha distrutto tutto quello che poteva, ma non ha potuto fare quello che davvero voleva. Ovvero superare i blindati e perdersi in una folle corsa contro il mondo così qual è. Forse per una volta se ne sarebbe potuto fare a meno per non dare il via libera alla più che prevedibile propaganda governamentale, oltre che per non accettare il terreno di scontro accortamente preparato dalla Prefettura, tuttavia anche i movimenti hanno i loro riflessi condizionati. Per tutta la settimana successiva, infatti, i media e gli uffici stampa e propaganda del governo non hanno fatto altro che disquisire su questo «problema» che sarebbe la violenza dei cortei e delle misure – giuridiche, morali e politiche – per porgli rimedio. Infine il ministro dell’Interno non ha saputo trovar di meglio che dire che chiunque chiami all’insurrezione sarà perseguito (attenzione non solo chi commette un atto violento ma anche chi porta una parola rivoluzionaria).

Ma cos’è che letteralmente spinge i corpi, anche di fronte a una chiara impossibilità, a far scoppiare un émeute? Ad esempio il fatto che è un gesto politico che non ha alcun bisogno di discorsi e rivendicazioni. È sufficiente essere , anonimo tra gli anonimi e tuttavia insieme. Per provare le stesse sensazioni contro il potere – il calore dato dal viso coperto dai fazzoletti e dalla prossimità, quasi un’intimità, dei corpi, l’odore acre dei lacrimogeni e del fumo degli incendi, l’urtarsi e il tenersi per mano durante le fughe, le urla quando si avanza, il sentire i tonfi sordi delle granate e il rumore dei vetri che vanno in frantumi nel puro silenzio che spesso caratterizza la sommossa – ma soprattutto per il sentimento di questa impersonalità della rivolta che affratella più intensamente di qualsiasi scambio tra individui. Vi sono, certamente, coloro che tentano di emergere in quanto individui nel mezzo della sommossa, ma sono patetici nel loro indicare «io, io, io», mentre la rivolta dice «noi, noi, noi» intendendo «noi, che non siamo nessuno e quindi siamo tutto». La bellezza della rivolta è tutta nell’essere un evento senza soggetto. Neanche il corpo viene vissuto in quel momento come il “proprio” corpo, anzi il solo mezzo di riappropriarsene è andarsene, abbandonare gli altri, rompere la catena di solidarietà. Ciò che riesci a sentire di te durante gli scontri è solo lo spirito, l’anima si sarebbe detto un tempo, ma è un’anima che si percepisce giusto in quanto emanazione di quella comunità effimera che viene creata dal tempo della rivolta. E solo e solamente per questo essere senza soggetto che la rivolta ha possibilità di propagarsi da un luogo all’altro, da un tempo all’altro, senza mai soffrire delle interruzioni perché è lei stessa la regina di tutte le interruzioni.

C come Corteo di testa

Potenza del corteo di testa del 1 maggio. Le cifre della prefettura parlano chiaro: aderenti alla marcia dei sindacati: 20.000; blocco nero: 1200; corteo di testa: 14.500. Il potere può ben tenere a bada i 1200 ma ha un fottuto terrore di questa decina di migliaia di persone diversissime tra loro e che però insieme non vogliono più marciare dietro i palloni dei sindacati, che trovano che essere nel corteo di testa è più “divertente”, “interessante”, “emozionante”, che non condannano le distruzioni anche se non vi partecipano in prima persona, che desiderano solamente che questo mondo finisca: in un modo o nell’altro. È vero che il corteo ufficiale non è riuscito per la prima volta a terminare il percorso del 1 maggio per colpa delle manovre della polizia, comunque accettate di buon grado dalle centrali sindacali, ma la verità è che era stato già destituito dal corteo di testa. E credo ne siano perfettamente coscienti (sia i sindacati che il governo).

D come Destituzione

Ci si può rompere la testa in due, in cento o in mille cercando di immaginare cosa fare per proseguire il movimento: proposte sensate, folli o imbecilli, obiettivi a breve, medio e lungo periodo, ma la realtà è che la potenza del rifiuto assoluto, il non darsi alcuna rivendicazione positiva da dover realizzare, il rendere inoperanti tutte le manovre del governo e sospendere il funzionamento delle sue istituzioni, sono i soli gesti che indicano una via d’uscita dall’impasse del movimento. E l’impasse consiste nel fatto che non c’è azione politica possibile (vedi alle lettere A, B e G).

Il divenire del movimento, adesso, sta nel rifiutarsi di essere costruttivo: sciopero destituente riconducibile!

E come ENS e EHSS

Malgrado l’occupazione della antica Scuola Normale di Parigi sia durata solo una notte, l’essere stata attraversata dall’entusiasmo delle 600 persone raccolte nel cortile per il «colloquio intempestivo» con la partecipazione di Fredric Lordon, Giorgio Agamben e Antonia Birnbaum, l’invasione della mensa per continuare l’assemblea una volta che era cominciato a piovere, i ragazzi e le ragazze che la sera tardi si sfidavano a ping pong e a volley, persino la delusione per la durata infinitesimale dell’occupazione, ecco, tutte queste cose ne hanno fatto un momento memorabile di questo jolie mai déferlante.

L’occupazione dell’École des hautes études en sciences sociales in Boulevard Raspail, cominciata il 30 aprile in modo da poter accogliere anche molti dei giovani arrivati da fuori per partecipare l’indomani alla manifestazione del 1 Maggio, è invece tutt’ora in corso restando così la sola istituzione universitaria occupata nel centro di Parigi, per il resto intoccabile e quotidianamente vittima del quadrillage poliziesco – quella di Paris 8, posta nella banlieue di Saint Denis, infatti prosegue da più di un mese – e dura probabilmente perché ben pensata e organizzata e che in più vede molti insegnanti solidali (compreso il suo presidente in fin dei conti). La festa tenutasi nel suo giardino il 5 maggio in solidarietà con i postini in sciopero non è stata solo una bella festa ma un esempio di come questo genere di eventi può essere messo in opera senza scadere nel «festismo». È stato emozionante ascoltare nel giardino di questa scuola le discussioni accese tra lavoratori e studenti, discussioni che mai si avvitavano su questioni ideologiche ma che partivano dalle differenti sensibilità consapevoli di condividere un punto di vista comune e cioè di parte.

F come Force de l’Ordre

Dove il 1 maggio si scoprì – per l’ennesima volta – che le forze dell’ordine non sono solo quelli vestiti di blu, i ministri in carica o i fascisti ma anche il presunto capo dell’opposizione, questo Melanchon, il quale in un soprassalto di sinistra ha dichiarato che le violenze contro il mobilio urbano e la polizia erano state commesse da estremisti di destra. Mi ricorda qualcosa…

G come Giorgio Agamben

Giorgio Agamben era senza dubbio la voce più attesa dalla grande assemblea tenutasi il pomeriggio del 3 maggio in rue d’Ulm. Il suo intervento o, secondo le sue parole, il messaggio di cui si è fatto latore, concerneva il fatto che siamo in uno di quei periodi della storia – «non è il caso di disperare, non è la prima volta che accade», diceva – che vedono una impossibilità di agire e che proprio per questo qualsivoglia “azione” risulta subalterna al governo. Si è intrattenuto su Pasolini e la potenza sovversiva della lingua dialettale sottintendendo che quel paradigma può essere trasportato in altri ambiti – «voi francesi forse non potete capire perché non avete una lingua e tanto meno dialetti, siete prigionieri di una grammatica». Infine, suggeriva, bisogna cercare delle alternative al paradigma teleologico dell’azione e inventare ogni volta quel gesto puro della destituzione che riesce a liberarci dall’ostacolo che ci troviamo di fronte. Nel dibattito «ufficiale» al quale ha partecipato prima di recarsi in assemblea, Agamben ha detto una cosa, rispetto alla questione della destituzione di cui si stava dibattendo in quel momento, che ha suscitato un riso isterico tra i professori presenti: «Se qualcuno ha distrutto qualcosa, ha compiuto così la sua opera e non si capisce perché dovrebbe affrettarsi a costruire qualcos’altro al suo posto». Ricordo solamente che il titolo dell’assemblea che da lì a pochi minuti sarebbe cominciata era Morte all’università.

L come L’Echangeur e La commune (Teatri)

Sono i due teatri che hanno aperto le loro porte al movimento e lo hanno fatto perché se ne sentono parte, invitando gli altri luoghi a raggiungerli e cioè ad aprirsi agli altri e uscire a loro volta dall’isolamento dorato in cui sono immersi. È molto importante questo tentativo di coinvolgere questi luoghi nel «maggio dilagante»; infatti è coscienza abbastanza diffusa che rompere la separazione – prodotta dalla mercificazione integrale – tra chi opera artisticamente con le parole, la musica e i gesti e tutti gli altri può significare un grande salto in alto, un salto di linguaggi, di corpi e di intensità di cui ogni movimento deve essere capace se vuole essere tale fino in fondo. E lo si fa non per rispetto verso la «cultura» ma, ben al contrario, per distruggerla.

M come Maurice Blanchot

Lo spettro di Maurice Blanchot si aggirava in ogni luogo invaso dalla folla in tumulto, in ogni presa di parola, in ogni scritta sui muri, in ogni pavè tirato contro i CRS, in ogni auto che bruciava, su ogni barricata. Una sera una compagna mi diceva «la cosa strana e bella di questi giorni è che passi il tempo a parlare con degli sconosciuti». Non sapeva di parafrasare il Blanchot cantore del Maggio destituente di 50 anni prima: «checché ne dicano i detrattori del Maggio, fu un bel momento quello in cui ciascuno poteva parlare all’altro, anonimo, impersonale, uomo tra gli uomini, accolto senz’altra giustificazione che quella proprio di essere un uomo».

Quando ciò accade è uno dei pochi segni per cui si può essere sicuri che l’evento che si sta vivendo è proprio quello che può essere chiamato «un momento rivoluzionario».

O come Occupazione

Molte occupazioni delle università o delle stazioni ferroviarie o delle piazze e delle strade non durano molto ma, appunto, non dobbiamo ragionare con i vecchi schemi. Infatti, ripetendosi il gesto dell’occupazione pressoché giornalmente, la realtà è che vi è una sola occupazione che si muove. Un’occupazione che dilaga, nomade, effimera ma che porta con sé le intensità che la abitano. È anche in questo modo che per la città si diffonde anonimamente lo spirito rivoluzionario.

Q come Quartiere Latino

La presa del Quartiere Latino è, come sempre, al centro del desiderio del movimento parigino. Infatti è al centro anche delle preoccupazione dei tenutari dell’ordine: dalla Sorbona alla Contrescarpe i flics sono sempre presenti in forze anche quando non ce ne sarebbe apparentemente motivo. La sera del 1 maggio, dopo la manifestazione, ci si era dati appuntamento su quella collina che fin dal Medio Evo ha visto passare tutte le rivolte giovanili e studentesche. E, nonostante la folta partecipazione dei celerini al rendez-vous, per un paio di ore si è materializzata la presenza dell’insurrezione in quel pezzo di mondo antico ormai prostituito al turismo. E manifestazioni selvagge hanno traversato di corsa il Quartiere urlando «Parigi, in piedi! Sollevati!».

Le strade improvvisamente vuote del centro di Parigi risuonavano solo dei rumori dei bidoni d’immondizia rovesciati, dei passi di corsa e delle urla dei rivoltosi. Quel vuoto è in realtà la testimonianza del venire a «contatto» della rivolta con lo spazio della città che normalmente è occupato dai dispositivi che forzano ciascuno a entrare in una qualche forma di relazione e così individualizzarsi. In quel vuoto invece i corpi affettano la strada mentre ne sono affetti, ovvero fanno uso di sé e della strada modificando sé e lo spazio pur se per un brevissimo momento. I celerini che li inseguivano apparivano giusto come le ombre del mondo/dispositivo che cercava di riguadagnare il suo essere «pieno». Ma per quell’istante la notte della comune impregnò lo spazio e lo svuotò di ogni potere.

R come Rivoluzione

Dopo molti anni di frequentazione mi pare di aver capito una cosa dei modi di apparizione dei movimenti in Francia e cioè la presenza ineliminabile dello spettro della Rivoluzione nell’arena pubblica francese. Quello che appare come il suo «radicalismo» viene dal fatto che quando un movimento prende respiro, coloro che pensano dentro di esso non si pongono l’obiettivo di raggiungere un qualche risultato esteriore – una legge in meno o in più etc. – ma pensano da subito a come fare la rivoluzione. Quel tanto o poco di ritualità che caratterizza i movimenti francesi – le barricate, le ondate di scritte sui muri, la comparsa di tribuni, etc. – deriva proprio dal voler ogni volta ripetere il gesto inaugurale del rovesciamento dell’ordine in vigore. La citazione del passato – la presa della Bastiglia, la Comune, il Maggio 68 – è all’ordine del giorno.

C’è da dire che lo spettro della Rivoluzione, e in particolare del 1793, ossessiona anche i governanti e ciò spiega anche la loro radicalizzazione nello scontro. Nessun capo del governo ama immaginarsi senza testa.

Tutto ciò, credo, è allo stesso tempo la virtù e il limite dei movimenti francesi. La virtù perché sono animati da una feroce e gioiosa determinazione, il limite perché si trovano spesso a pensare la rivoluzione dentro una storia, un modello, un paradigma della modernità che invece bisognerebbe destituire anch’esso perché un altro divenire sia finalmente possibile.

Ben venga maggio
e ‘l gonfalon selvaggio!