Falene XIV -XV

di Bianca Bonavita

XIV.  Custodia cautelare

Ogni vita non è che il tempo sospeso della sua custodia cautelare. L’attesa del giudizio, il processo e la pena, si sa da tempo ormai, sono la stessa cosa.

La porta dell’ascensore era scomparsa. Davanti a lui la distesa di scrivanie con rispettive sedie girevoli, monitor e tastiere. Nessun paravento verde a separare le postazioni. Nessuno alzò gli occhi dal proprio schermo a salutare il suo arrivo. Non c’era nulla di strano nella sua presenza. La consueta indifferenza lo accolse.

F capì subito che non era mai successo nulla. Per tutte le persone sedute a officiare in quell’ufficio F non se n’era mai andato, non era mai scomparso nel nulla. Era semplicemente appena entrato dalla porta come era solito fare ogni mattina. La latitanza, la libertà, il processo, divennero subito immagini sfuocate nella sua mente.

La realtà prese di nuovo il sopravvento.

Eppure il tempo era trascorso. Attivato il suo computer lesse la data. Era passato un anno, un intero giro di sole dal suo primo giorno di latitanza.

Il suo capoufficio, senza degnarlo di uno sguardo, passandogli accanto gli gettò un fascicolo sulla scrivania. Era un libretto di istruzioni da controllare, un arricciacapelli.

Era passato un anno, ma tutti si comportavano come se quell’anno non fosse mai passato, come se la mattina in cui F sposò il suo esilio si fosse invece presentato al lavoro come tutte le mattine.

Ma di quale pasta era fatto quel “come se”?

Aveva il gusto giocoso di un fare finta o il sapore tragico di un per davvero?

Era uno scherzo ordito solo alle sue spalle o una realtà beffarda che si prendeva gioco di tutti? Erano davvero così insignificanti quelle vite, così indifferenti a se stesse e agli altri da non accorgersi di un’assenza così prolungata?

F alzò gli occhi sopra l’orizzonte del suo schermo. Erano tutti impegnati a funzionare, a svolgere la propria mansione, ad assistere, a rappresentare, a servire a qualcosa da bravi Kraus, una sensazione ben impressa nella memoria, che F aveva quasi imparato a dimenticare.

C’era il padre di famiglia sempre aggrottato che si occupava delle questioni legali. C’era la responsabile delle spedizioni, taciturna come sempre. C’era la segretaria del grande capo, nascosta con i suoi sogni sotto qualche duna di trucco. C’era il capoufficio, infaticabile e fedele, sempre in piedi a smistare le pratiche. C’era quel giovane tuttofare sempre entusiasta  che F non aveva mai tollerato. C’era il contabile con la sua calvizie e le sue nevrosi, un gran corridore, correva tutte le mattine per un ora prima di recarsi al lavoro. C’era il responsabile degli autisti con la sua voce insopportabilmente alta e quel piglio fastidioso da grand’uomo. C’era la traduttrice di inglese, francese e spagnolo, decisamente la creatura più bella e interessante dell’ufficio. E quella di cinese, una tipa allegra, che cercava sempre di tirare su il morale a tutti. E infine, dietro la porta a vetri opaca del suo ufficio, c’era l’ombra del grande capo del nulla, ministro del regno della distribuzione, agente sotto copertura della disgregazione.

Perché mai tutta questa gente, scrivani e contabili, perfino fanciulle nella più tenera età, entrano dallo stesso portone nello stesso edificio per scarabocchiare, provare le penne, per calcolare e gesticolare, per sgobbare e soffiarsi il naso, per temperare matite e portare in giro carte? Lo fanno forse volentieri, lo fanno per qualcosa di ragionevole e di proficuo?(…) sono pazienti come un gregge di agnelli, quando si fa sera tornano a sparpagliarsi ognuno nella propria direzione e l’indomani alla stessa ora si ritrovano di nuovo tutti. Si vedono, si riconoscono dall’andatura, dalla voce, dal modo di aprire una porta, ma hanno poco a che fare l’uno con l’altro. Si assomigliano tutti eppure sono tutti estranei (…)”[1]

Quello era il mondo della Transalp Logistic, il mondo che da un anno aveva abbandonato e che ora gli si presentava dinnanzi inalterato e imperturbabile in tutta la sua necessità.

Aprì la posta elettronica. C’erano duemiladuecentosette mail da leggere. La richiuse immediatamente  e lasciò che il salvaschermo riportasse alla luce la materia. Prese in mano il libretto d’istruzioni dell’arricciacapelli e iniziò a leggere.

Non c’era scritto nulla sul processo, né tantomeno sulla custodia cautelare. Non era spiegato in quelle istruzioni il senso della sua storia,  non si dava alcuna chiave per comprendere la sua vicenda. Non si spiegava perché fosse passata inosservata la sua assenza. E non si diceva nemmeno dove si trovasse A. in quel momento.

Anche lei era stata riportata alla sua vecchia vita? Perché non aveva mai voluto dirgli cosa facesse prima della latitanza? Il pensiero di saperla in un altrove ignoto e irraggiungibile lo faceva impazzire e il sapere che questo era comunque il destino degli amanti non lo consolava affatto.

Non servono quasi mai a niente i libretti d’istruzione.

Aveva sempre preferito tradurre le garanzie. Per quanto accurato sarà il montaggio e corretto l’utilizzo, verrà sempre il giorno in cui si leggerà la garanzia, apodittica nel suo verdetto di vita o di morte.

Aveva sempre prestato molta attenzione a tradurre le garanzie, sapeva che di tutte le parole che accompagnavano i prodotti nelle loro scatole quelle che illustravano le garanzie erano decisamente le più lette e le più utili da leggere. Rappresentavano una seconda possibilità, una miracolosa salvezza, un’assicurazione per la vita. Era una questione delicata tradurre le garanzie, non ci si poteva permettere alcun errore, a volte ne andava della differenza tra un sì e un no, tra la sopravvivenza e il lento disfacimento sotto una montagna di rifiuti.

Non c’erano errori nel libretto d’istruzioni dell’arricciacapelli.

Alle cinque e trenta F si alzò dalla sedia e si diresse verso l’uscita. Non c’era niente di strano. Anche i suoi colleghi raccoglievano le loro cose e si preparavano per uscire.

Fuori la città continuava a brulicare, estranea e inabitabile, così come l’aveva lasciata un anno prima. S’incamminò per le strade che aveva per anni attraversato come si attraversa una galleria, di fretta e senza attenzione, senza pensare troppo all’enorme massa di terra che preme per sfondare la volta.

Tutto gli appariva sotto una nuova luce, i passanti, le automobili, le vetrine, gli edifici, era come tornare dall’oltretomba per scoprire che ogni cosa aveva fatto a meno di lui così come lui, del resto, aveva fatto a meno di ogni cosa.

Gli era sempre parsa intollerabile la sopravvivenza delle cose alle persone, di tutti quegli oggetti che alla morte di una persona chiedono conto a chi resta del loro abbandono, come se fosse colpa dei vivi quella solitudine stridente che abita le case vuote dei morti.

Stridono nei cassetti le posate, fregandosi le une contro le altre, stridono i bicchieri dalle ultime impronte le loro invisibili crepe, stridono i piatti del servizio buono di quel surplus d’inattività che li aspetta, stridono le fotografie che non stanno più nelle cornici dalla voglia di scappare via, stridono i dischi le loro note ammutolite, stridono i libri sugli scaffali senza parole, e stridono, come stridono, i vestiti vuoti nell’armadio, di un vuoto nuovo, stridono i cardini delle porte e i vetri delle finestre, stridono le coperte e le molle del materasso, stride anche il pavimento ad ogni passo. Stridono le cose dei morti prima della loro diaspora.

Ora però la trovava equa quell’indifferenza: non sono solamente le cose a fare a meno dei morti, sono anche i morti a fare a meno delle cose. Lo sapeva perché anche lui, non morto, ne aveva fatto a meno.

Quando arrivò al portone del suo palazzo si fermò un attimo davanti ai campanelli.

C’era ancora. Il suo nome c’era ancora.

Salì le scale fino al secondo piano e si arrestò davanti alla porta del suo appartamento, la sua piccola scatola da scarpe, il luogo dove per anni non aveva fatto altro, conformemente al suo libretto d’istruzioni, che appartarsi dal resto del mondo.

La porta era aperta. Era abbastanza certo di essere stato lui a lasciarla aperta un anno prima, il giorno in cui si diede alla latitanza. Entrò.

Come in ufficio, nulla era cambiato, soltanto la polvere a segnare il passaggio del tempo.

Si aggirava per le stanze a far domande, come i dispersi aliti di vento nella casa abbandonata della signora Ramsey. Ci sono scelte da cui non si torna indietro, si rispose.

Scostò le tendine della camera da letto. Quel muro era ancorà lì, a sigillare l’orizzonte.

Non pensò nemmeno per un attimo di essere tornato in libertà.

XV Classificatori Leitz

Quella notte dormì di un sonno profondo e senza sogni.

L’indomani gli sembrò che la cosa più sensata da fare fosse quella di andare in ufficio.

All’angolo di una strada vide un ragazzo che faceva volare enormi bolle di sapone. Si fermò a osservarlo: c’era qualcosa di incongruo nella sua figura. In quel momento una donna lo urtò distogliendolo dalle sue meditazioni e girandosi ebbe la sensazione di essere osservato. Quella sensazione gli rimase fintanto che non entrò in ufficio. Lì, la sua presenza passò inosservata come sempre, benché tutti scambiarono con lui i consueti convenevoli.

Sedette alla sua scrivania e accese il computer. Ancora non aveva affatto chiaro se i suoi colleghi stessero recitando o fossero sinceri. Nel dubbio decise di fingere e di interpretare la sua parte di bravo traduttore di tedesco.

Aveva bisogno di tempo per raccogliere le idee. E chissà che nel frattempo qualcuno non si tradisse, facendogli involontariamente intendere che erano perfettamente a conoscenza di tutto quanto.

Aprì di nuovo la posta elettronica e si mise a leggere una delle ultime mail che gli erano arrivate. Ma la sua testa era altrove.

No, quello non sarebbe diventato di nuovo il suo ufficio.

No, no, questo non diventerà il mio ufficio, pensai. Non mi lascerò dominare dai classificatori Leitz. Milioni di persone sono dominate dai classificatori Leitz e di quell’umiliante dominio non riescono più a liberarsi, pensai. Milioni di persone sono oppresse dai classificatori Leitz. L’Europa intera, da un secolo, si lascia opprimere dai classificatori Leitz, e l’oppressione dei classificatori Leitz si inasprisce, pensai.”[2]

I classificatori Leitz erano diventati immateriali, organizzavano lo spazio del pensiero, raccoglievano ogni flusso di movimentazione della realtà. Per un anno era vissuto libero dal dominio dei classificatori Leitz e ora poteva sentirne ancora più dolorosamente l’oppressione.

Non solo milioni di persone erano dominate dai classificatori Leitz, da cui peraltro non poteva che continuare a nascere tutto il banalissimo male possibile, ma anche quasi tutta la letteratura era dominata dai classificatori Leitz, era una letteratura piccolo borghese da ufficio, da funzionari e impiegati, una letteratura funzionale e ben funzionante, una letteratura pieghevole e ben impiegata.

E non era questione di proclami, manifesti ed epiche rivoluzionarie, era un problema di lingua imbrigliata nell’atto di significare, di un Narciso incapace di guardarsi allo specchio senza annegare nell’impacciato amplesso con la pagina bianca.

Non fu un caso se l’impiegato Kafka e l’impiegato Walser non scrissero una letteratura da impiegati e da funzionari. Non fu un caso se un marinaio concepì Bartleby.

Forse per scrivere occorre poter essere stati in coffa a contemplare quel mare straniero di parole su cui navighiamo. Ed è forse da lassù, osservando dall’alto la sua vicenda, che F avrebbe trovato una via d’uscita.

Se resta sempre qualcosa di impensato, è dalla coffa che si può iniziare a pensarlo.

Una voce lo distolse dai suoi pensieri.

– Il capo ti vuole parlare. – Sentì dire in tono allusivo al capoufficio.

Ci siamo, pensò.

Non aveva mai saputo molto del titolare. Tutto passava attraverso il capoufficio, i contatti con gli altri dipendenti erano ridotti al minimo e il più delle volte non andavano oltre un buongiorno buonasera. Era sulla sessantina, tutt’altro che ingrigito, sembrava appagato dalla sua vita. O almeno questo dava a intendere. Aveva una famiglia, una moglie e due figlie. Di lui F non sapeva altro. Era entrato nel suo ufficio soltanto un paio di volte, di cui una quando firmò il contratto.

– Si sieda – gli disse con gentilezza.

– Ben ritrovato F. La sua mancanza si è fatta sentire.

Dunque almeno lui sa, si disse F. Come avrebbe potuto d’altronde non sapere?

– Di questi tempi non è facile trovare un bravo traduttore come lei, una brava persona, un bravo impiegato insomma. Per carità, ci siamo arrangiati, ci si arrangia sempre, nessuno è insostituibile. Ma fa piacere averla di nuovo tra noi.

In quel “noi” ci mise una strana intonazione, come se alludesse a qualcosa che F avrebbe certamente dovuto intendere. Incrociò le mani dietro la nuca e inarcò la schiena all’indietro facendo flettere lo schienale della sua sedia girevole.

– Speriamo che ora stia davvero meglio. Ci ha fatto preoccupare sa? Devo confessarle che abbiamo temuto il peggio. Con tutti quei suicidi sotto ai treni. Ma eccola qua, in carne e ossa, pronto a nuove avventure transalpine! Certo deve aver passato un periodo difficile, superare quel tipo di operazioni non è cosa da tutti i giorni.

Di cosa stava parlando? A quale operazione si riferiva? Come poteva sapere dell’operazione? E poi lui non aveva subito ancora nessuna operazione, l’uomo vestito da maggiordomo aveva parlato di custodia cautelare, non di operazione.

– Speriamo che non le facciano troppo male i punti di sutura. Ma no! Lei ha una bella scorza, una tempra d’altri tempi. Siamo certi che ritornerà a funzionare come prima. Intanto si prenda un periodo di convalescenza qui da noi, nel suo beneamato ufficio. Faccia finta di essere in vacanza in uno di quei bei sanatori di montagna. Il suo immaginario dovrebbe esserne popolato. E se vuole leggere i suoi libri legga pure, in questi primi tempi non la tormenteremo troppo con traduzioni e corrispondenze, ora ha bisogno di riposo e di svago. Ci sarà tempo per ritornare in pista a tutti gli effetti! Si goda questa bella aria condizionata! Non trova che sia veramente afoso in questi giorni?

F era decisamente confuso. Tra l’altro non era affatto afoso fuori visto che era una bella giornata di primavera. E poi di quali punti di sutura stava parlando? D’un tratto gli sovvenne un dubbio atroce e iniziò a tastarsi la testa in cerca di una cicatrice.

– Mi raccomando però caro F, non faccia colpi di testa! – E lo disse osservando la sua mano ancora intenta a tastarsi la testa. – Siamo responsabili per lei . Se dovesse succederle di nuovo qualcosa…

Non finì la frase. Si oscurò in volto e distolse lo sguardo dagli occhi straniati di F.

– Faccia così, quando lei sente che un altro attacco si sta avvicinando, ci dica qualcosa, ci parli, ci chiami, anche di notte, non esiti ad avvisarci. Insieme potremo tenere meglio a bada la cosa. E ora vada pure, ritorni alla sua postazione, al suo ponte di comando! Ogni tanto, se non la disturba, la farò chiamare per continuare la nostra conversazione. È piacevole parlare con lei mio buon F!

Non aspettò che F uscì dalla stanza per ritornare alle sue carte.

F tornò alla sua scrivania con la testa solcata da mille pensieri. I suoi colleghi, come se nulla fosse, continuavano il loro lavoro. Se stavano fingendo erano tutti degli attori mancati.

Ma che fingessero o meno cosa sarebbe cambiato in fondo? Ora doveva soltanto preoccuparsi di fare come gli aveva detto il capo. Doveva continuare a temporeggiare, assolvere i piccoli compiti che gli passava il capoufficio e dimostrare, mettendosi ogni tanto a leggere alla scrivania uno dei “suoi libri”, che era in una buona disposizione d’animo e che aveva ben inteso il discorso del capo. E intanto doveva pensare a come darsi nuovamente alla macchia, a come sottrarsi a quell’assurda custodia cautelare. Avrebbe preferito una cella al suo ufficio, al suo maledetto appartamento.

Perché non rifare tutto daccapo allora? Perché non latitare di nuovo? Perché non lasciarsi per una seconda volta alle spalle tutto quanto? Continuare a dire sì alla latitanza, rinnovarla ad ogni istante. No, questa volta era diverso, non sarebbe stata una latitanza, ma una fuga. E chi latita non fugge. Sarebbe stata una latitanza vecchio stampo, che è una fuga in difesa della libertà, un luogo dove si fugge da un mandato di cattura spiccato per un determinato reato. Non c’era nessuna libertà in nome della quale fuggire. Sottrarsi alla custodia cautelare sarebbe stato il suo reato, anche se la custodia cautelare era per un crimine impossibile che non aveva mai commesso. Aveva voluto prevenire con la sua latitanza un preventivo mandato di cattura. E  aveva ottenuto la possibilità di un mandato di cattura consuntivo. Ma forse così avrebbe anche ottenuto un vero processo in un vero tribunale, il che sarebbe stato preferibile a quel falso processo in quel falso tribunale. Eppure gli era sembrato tutto così vero, i magistrati, lo scranno vuoto sull’altare, tutte quelle persone infervorate sedute in platea con le loro bibite, e gli altri detenuti poi erano veri, A. era vera, di questo non poteva dubitare. E se anche A. fosse stata invece una fantasia? Un sogno? A questa eventualità non aveva ancora pensato. Perché non gli aveva mai parlato del suo passato? Di cosa in realtà avevano parlato?  Non si ricordava più nulla di lei. Non si ricordava più nulla di tante cose in verità.

La città non era cambiata dal coperchio del suo palazzo.

I suoi pensieri turbinavano così vorticosamente che nemmeno si accorse quella sera del tragitto tra l’ufficio e il suo appartamento. Le pentole non erano esplose. Nessuna sommossa montava all’orizzonte, nessun rogo nei quartieri, nemmeno l’ombra di Jacob e del signor Benjamenta tornati dal deserto attratti dai bagliori della città in fiamme. Tutto era come prima, a parte, presumibilmente, qualche vecchio cuore spento e qualche nuovo cuore acceso, pulsare in segreto tra le mura, ignaro e prigioniero.

Non si ricordava nemmeno più quando e dove avesse incontrato A…

Il ricordo di quel tempo idilliaco trascorso con lei non era fatto di immagini ma di pura sensazione. Iniziava a dubitare che fosse regolarmente depositato nell’annovero dei fatti accaduti. E così ogni ricordo della sua latitanza.

Era un ricordo fatto di nuvola.

[1]Robert Walser, I fratelli Tanner,op. Cit., p. 32-33

[2]Thomas Bernhard, Estinzione, Adelphi, Milano 1996, p.461

Falene XII e XIII

di Bianca Bonavita

XII. Sul conto di A.

Due parole sul conto di A.

Su di lei indugia l’inchiostro che sarà, ed è legittimo che si voglia conoscere qualcosa di più che una lettera puntata.

Se fosse F a doverne parlare forse scomoderebbe quell’angoliera dei liquori in cui aveva cercato per anni il suo gioco perduto e magari si spingerebbe anche a dire che A. era colei che aveva sempre amato in quel luogo indecifrabile del suo passato. Poi non saprebbe di certo come proseguire, per parlare di certe cose si deve essere degli eccellenti narratori e lui, in materia, è sempre stato piuttosto scarso.

Ma siccome non è F a doverne parlare, allora spetterà a chi scrive far presente che è legittimo omettere ogni ulteriore parola sul conto di A..

Semplicemente vi sono questioni che il bianco reclama a sé.

Quel bianco che siamo abituati a pensare come sfondo su cui corrono le belle lettere, ma che forse è la vera scrittura in rilievo, il vero testo da saper leggere, precipitato su un foglio nero a stemperarne l’oscurità, ad addolcirne il mistero. Se così fosse allora questi segni neri sarebbero solo scherzi del vento, squarci, chiazze insepolte dell’eterna notte a fare da paesaggio ad eleganti finestre di arabeschi. Allora sarebbero loro, queste colline bianche innalzate sull’oscurità, a serbare il rovescio di ogni libro, il suo autentico volto, là dove si affollano, scalpitano e scalciano tutti i significati, là dove resta scritto per sempre, a saperlo leggere, ciò che non è stato scritto, ciò che si è potuto non scrivere, ciò che ha scritto la mano che non tiene la penna.

È solo su quelle colline che possono trovare asilo gli amanti, è lì, che a saperla ascoltare, si racconta e si lascia raccontare la storia del loro eterno perdersi e ritrovarsi, la storia d’amore tra  A. ed F .

E al di là del bianco che reclama, in queste pagine ci si è fatti l’idea che A. non sia affatto il personaggio di una storia, un’astratta identità da mettere in scena, da rappresentare, da raccontare, ma che sia ancora persona, una maschera di legno a nascondere un volto, ad amplificarne la voce. E quando si ha a che fare con una persona, con un pezzo di legno che a forza di recitare si è fatto carne, con questa carne dimentica del suo essere maschera o fantasma, allora le parole arretrano, ammutoliscono. Non si può togliere ai fantasmi il loro ultimo velo.

Per questo A. resterà dietro quel suo punto franato come un sasso dalla cima innevata di un monte, come un mattone di troppo ai piedi di una piramide, un enigma in più tra gli altri da risolvere.

Sono certo che F mi ringrazierebbe per questo riguardo.

In quanto a lui le cose stanno diversamente, siamo entrambi dallo stesso lato della barricata, là dove nessun dialogo è ancora possibile. Egli non è più persona, né ancora personaggio, e se per caso si era fatto qualche illusione in proposito non me ne voglia per questo. Non ci sono punti ai suoi piedi a nascondere altro, non ci sono nomi, è soltanto lettera, una lettera morta che soffia e brucia il suo tormento.

XIII.  La stanza delle fotografie

Una porticina si aprì alle spalle di F.

I magistrati si dirigevano in fila verso l’uscita dell’Aula di Giustizia. Al loro passaggio tutto il pubblico in piedi li acclamava gridando e battendo le mani.

F sentì una voce maschile profonda e avvolgente provenire dall’oscurità oltre la porta.

– Venga impiegato F, mi segua, la riaccompagno alla sua cella.

Perché la riaccompagno? F non ricordava di essere stato in una cella.

Ebbe appena il tempo di voltare lo sguardo e intravedere A. scomparire dietro un’analoga porticina che la voce ripetè il suo invito.

– Venga impiegato F, mi segua, la riaccompagno alla sua cella.

F non potè far altro che seguire la voce.

Gli occhi si dovettero abituare all’oscurità per accorgersi della sagoma imponente del padrone della voce che camminava davanti a lui attraverso un lungo e stretto corridoio. L’uomo sembrava vestito da maggiordomo o qualcosa del genere, camminava impettito con un incedere che non ammetteva esitazioni.

L’oscurità del corridoio s’infittiva. F faceva fatica a stare al suo passo e a volte perdeva il contatto visivo con la sua sagoma.  L’idea di rimanere indietro anche solo di qualche metro non gli piaceva affatto. In qualche modo la sua presenza lo rassicurava.

Non c’era nessuno in quel corridoio a parte loro due. Dov’erano finiti tutti gli altri imputati? In che razza di tribunale era finito? Dove lo stava conducendo quell’uomo?

Camminavano ormai nel buio da una decina di minuti e l’idea di rimanere solo in quel corridoio iniziava ad atterrirlo. Non vedeva l’ora di arrivare alla sua cella.

All’improvviso un fascio di luce lo abbagliò per investirlo poi interamente. Quando riuscì ad aprire gli occhi l’uomo era scomparso.

Si trovava in una stanza luminosissima e senza finestre. Ai muri bianchi, come pitturati da poco, effettivamente c’era un intenso odore di vernice, erano appese delle fotografie. Al centro di una delle pareti la porta di un ascensore.

F si avvicinò alle immagini incorniciate e un brivido gli corse lungo la schiena. Erano tutte fotografie del suo passato, della sua vita precedente alla latitanza.

La prima che notò fu la fotografia del suo primo giorno di scuola, immortalato da suo padre sui gradini di casa nell’ombra del portico con il fiocco blu sulla divisa nera a sigillare il suo sacrificio, un raggio di sole a conficcargli un cuneo di tristezza tra il labbro superiore e l’occhio sinistro, la cartella nuova ancora profumata di cartoleria appesa alla mano destra con il suo carico di inganni e di matite colorate, il capo un po’ piegato come si conviene ad ogni bravo impiegato e un ritaglio di cortile illuminato di settembre alla sua sinistra che si perdeva oltre il bordo come si perdeva quel giorno, irrimediabilmente, la sua infanzia.

A volte nei ricordi, nelle immagini in cui si presentano i ricordi, fanno irruzione delle sensazioni provenienti da quegli istanti. Non arrivano ad essere sensazioni anche nel presente, restano come avvolte dall’involucro del ricordo, ma dentro a quell’involucro sono vive, palpitanti, e scalpitano per uscire.

Restò a lungo davanti a quella fotografia, fu invaso al petto da uno strazio caldo di invisibili tessuti; il bulicame dei teschi negli ossari sommessamente saliva i declivi della sua anima fino al groppo arido della gola senza mai poter sciogliersi in pianto.

Chissà se si stavano disfacendo bene i corpi dei suoi genitori. Sicuramente quello di sua madre era ad uno stadio più avanzato. Pare sia una cosa molto soggettiva. Dicono anche che chi ha assunto tanti farmaci si conservi più a lungo. Comunque fosse si augurava che tutto stesse andando per il meglio e che tutti gli elementi coinvolti nella faccenda stessero facendo la loro parte.

Perché tutta questa privacy riservata ai corpi in disfacimento e di contro questa promiscuità  di femori, tibie e crani negli ossari? Decomposizione privata e sgretolamento collettivo? Quale intimità, quale pudore vengono difesi e sigillati, prolungandone l’agonia, nel putrido prosciugamento delle membra, in quello scarto più o meno breve che intercorre tra la morte e l’oblio, tra i poveri resti e il reso, il residuo fisso?

Così a fondo i suoi pensieri vorticarono davanti a quella fotografia che quasi si dimenticò del processo, della cella, della stanza in cui si trovava e di tutte le altre immagini del suo passato appese alle pareti. Ancora turbato le scorse distrattamente.

C’erano le foto di classe scattate nel cortile della scuola, attimi delle vacanze trascorse coi suoi bravi amici ricevuti in dote alla nascita, il giorno della comunione vestito di bianco, lui al volante della sua prima macchina, alcune scene dalla festa di maturità, certi scatti ambiziosi che fece nel periodo dell’università e proprio di fronte alla fotografia del suo primo giorno di scuola, sulla parete opposta si avvide infine dell’istantanea di un fotografo a pagamento che lo ritraeva intento a discutere la sua tesi su Robert Walser: le mani rosa, lisce e incapaci, aperte nell’atto di gesticolare parole in cerca di un senso, il volto pallido, ammalato, di chi vive da sempre dentro scatole da scarpe in mezzo alla nebbia, financo un accenno di gobba per il tanto malamente sedere, e naturalmente il capo un po’ piegato, come si conviene ad ogni bravo impiegato, ad ogni Kraus in erba che si rispetti.

D’un tratto uno scampanellio lo distolse dai ricordi. Si voltò in direzione del suono. La porta dell’ascensore si era aperta. Una voce metallica lo invitava ad entrare. Non se lo fece ripetere, nonostante la sua fobia per gli ascensori. Era comunque preferibile al restarsene ancora in quella stanza abbacinante tra gli scatti del suo passato.

Lentamente la porta si richiuse dietro di lui.

C’era un solo pulsante da premere. L’ascensore iniziò a salire, almeno così gli parve.

Quando si fermò F si fece quasi prendere dal panico perché le porte tardarono ad aprirsi.  Tardano sempre troppo ad aprirsi le porte degli ascensori. Ma questa volta c’era un motivo. Prima di aprirsi la voce metallica doveva dare una comunicazione ad F.

– Bentornato alla sua cella impiegato F. Le auguriamo un felice soggiorno alla sua custodia cautelare. Verrà riconvocato a comparire per il giorno del giudizio.

Quando l’ascensore si aprì, F si trovò davanti uno spettacolo inatteso e tremendo: il suo ufficio.

FALENE

VI. Città

Non è vero che esistono quartieri dormitorio. Tutto è dormitorio. Ogni quartiere è dormitorio. La città intera a perdita d’occhio dorme il suo incantesimo di desolazione. Ogni palazzo è un letto a castello, o un negozio di scarpe. E le strade lunghi corridoi allucinati popolati di incubi.

Durante i suoi anni di reclusione alla Transalp Logistic, nonché per una parte significativa del suo rimanente tempo di vita, al primo piano di un letto a castello di periferia, con un muro a sigillare l’orizzonte davanti alla finestra della sua camera, peraltro tristemente addobbata con un rampicante, F entrò in contatto con alcuni nuclei disarmati di rivolta.

Da quelli disarmanti, che erano la maggior parte, i quali effettivamente non rivoltavano se non il loro nulla, preferì sempre stare alla larga. Anche ai tempi dell’università li aveva sempre evitati, con le loro chiacchiere, i loro reboanti discorsi, i loro tronfi e virileggianti capetti da strapazzo, i loro futuri da servitori, da funzionari del ministero, da aspiranti amministratori, da imprenditori del nulla, da opinionisti.

I nuclei disarmati con cui F entrò in contatto vivevano affilando armi. Armi bianche o nere d’inchiostro. Il loro disarmo non era volontario. Non erano dei pacifisti qualunque. La realtà ci aveva messo del suo, li aveva denudati e lasciati inermi a consumarsi le suole dentro le loro scatole da scarpe, li aveva rinchiusi nei dormitori per condannarli poi a soffrire d’insonnia.

Era questo a renderli differenti. La loro insonnia li teneva in guardia dagli incubi della realtà. Gli occhi sgranati sulla notte. Erano come profeti ammalati di profezie. Vedevano con chiarezza nelle loro veglie allucinate i profili del disfacimento.

Non c’è vita possibile tra quelle mura, tra quei solitari coriandoli di cielo, in quegli infiniti corridoi di tristezze soffocate. Era tutto chiaro. E usavano parole limpide per dirlo.

Eppure qualcosa li tratteneva a presidiare il vuoto. Qualcosa li faceva vivere tra quelle mura. Un cordone ombelicale tagliato malamente, la speranza di una miccia, l’illusione di un sabotaggio, la tentazione di farsi uccidere come tutti gli altri morti di quella morte che Jacob ben sapeva, di farsi addormentare o lasciar morire, di condividere fino in fondo il proprio destino di umani nel dopo apocalisse.

Di tanto in tanto qualcuno veniva inghiottito e non se ne sapeva più nulla. Altri restavano senza respiro, qualcuno moriva, qualcun altro cessava semplicemente di dimenarsi.

Ma c’era anche qualche irriducibile che incanutiva sopra le sue borse insonni senza cedere di un passo benché l’abisso l’avesse già inghiottito da tempo.

Altri ancora F li aveva visti abbandonare il campo, riconoscere la disfatta, ammettere che l’unico modo dignitoso di restare era quello di farsi saltare in aria, o di buttarsi sulle rotaie.

La città era perduta. Ma la città era ovunque.

Per questo non c’erano muri o cavalli di frisia da oltrepassare, nessuno sparò loro nel momento in cui alcuni decisero di spostarsi sulla terra per reimparare le stagioni e rivoltarsi tra le zolle. Quella terra “che non era mai appartenuta a nessuno. Apparteneva a tutti noi; dovevamo soltanto usarla bene, con umiltà e con orgoglio.”1

Nessuno sparò loro perché i guardiani erano già là ad aspettarli, sulla terra.

La citta abitava già da tempo le campagne, e in maniera definitiva e irrimediabile, perlomeno dai tempi di quel miracolo devastante che portò i genitori di F in città dalla terra nera che li aveva cresciuti.

Dovevamo soltanto usarla bene e invece l’abbiamo voluta governare. Abbiamo voluto governare l’erba, i rovi, le piante. Abbiamo voluto governare il nostro humus. E da un certo punto in avanti l’abbiamo anche fatto senza umiltà e senza orgoglio.

Ah, falene! Che vi ostinate a inseguire il lume che vi consumerà! I vostri destini accavallati come onde sull’abisso a inarcare le schiene incontro alla morte. Siete stati i marosi e la bonaccia, la vostra alba e il vostro tramonto, la tenera luce del mattino e quella cupa della sera. Susan, Rhoda, Bernard, Neville, Jinny, Louis, Guy: le vostri ali si sono sciolte alla fiamma del sole o a quella di una candela, sotto il grande cielo o nell’intimità di una stanza in penombra. Si sono comunque sciolte, umili o superbe, pubblicamente o in clandestinità, hanno portato a compimento il loro personale autodafé.

E che le parole abbiano contribuito a discioglierle nell’acqua in una maestosa ondata di fiamme o più modestamente al calore del fuocherello su cui arde anche la storia di F, in nessun caso la grazia inespressa del mistero perduto ne sarà intaccata.

VII. Lucciole

Levati dunque! Fatti migliore, fuggi la tua qualità di impiegato, incomincia a vedere chi sei, invece di calcolare che cosa dovresti diventare.”2

Il primo giorno di latitanza F lo vide alzarsi sulla città in dormiveglia dalle prime terrazze di terra affacciate sulla pianura. Era uscito di casa nel cuore della notte e si era incamminato in direzione delle colline.

La città si fece camminare senza accorgersi di come fossero diversi dal solito quei passi di F, di come avesse un altro peso quel loro incedere stranamente risoluto nella notte. Era molto più che un addio.

La città era stata l’incubatrice del suo sfacelo, dei suoi tumori, della sua latitanza. La scatola da scarpe in cui aveva cercato di starsene al suo posto, proprio come fanno le scarpe quando se ne stanno in ordine e a coppie dentro le scatole da scarpe, divise da un foglio di carta velina e con i piedi dell’una piantati nella faccia dell’altra e viceversa. Anche se per un difetto di fabbricazione, per il furto di un monco o per chissà quale altro motivo, lui nella scatola si era trovato spaiato come una scarpa solitaria.

Ma non fu questo a rendere impossibile lo starsene al suo posto. Fu il suo essere impiegato alla Transalp Logistic a scoperchiare tutto.

E la città, che quella notte attraversava per l’ultima volta, era stata il campo di concentramento in cui aveva appreso la propria prigionia, lo spettro tra le cui vesti aveva cercato di divenire un’evanescenza tra le altre.

Sì, era molto più che un addio.

Per molti anni si era abbandonato al frenetico viavai di quella fiumana di persone in moto perpetuo che all’improvviso, ammantate di esclusività, comparivano dal nulla per farvi ritorno un attimo dopo.

Che cosa si è realmente dentro questa fiumana, dentro questa corrente variopinta di uomini che non conosce fine?3

E in quale regno misterioso, una volta scomparse alla vista, venivano inghiottite tutte quelle persone? Come un esercito di frettolosi bianconigli affaccendate a ignorarsi vicendevolmente e a confermarsi l’un l’altra la capitale importanza, o l’importanza del capitale, delle proprie occupazioni.

La più grande illusione di ogni città è che stia realmente accadendo qualcosa. E che questo qualcosa sia indispensabilmente e improrogabilmente reale. Tutto è lì a confermarlo: le luci, il movimento, la fretta, la velocità, i motori, gli sguardi, le espressioni, i gesti, i suoni.

Tuona e rumoreggia il traffico dei commerci, come se mai al mondo fossero esistiti paesaggi né sogni”. 4

Tuonava e rumoreggiava anche quella notte la città, mentre F si librava ormai a pelo sul mare grigio della strada, leggero come una rondine.

Fuggevoli presenze incrociavano il suo sguardo per svanire subito nel nulla. Fantasmi.

Un nuovo modo di essere, una nuova forma-di-vita stava per sorgere in lui con il sole.

Niente più occupazioni né identità, né uffici né attività, né funzioni né impieghi. Niente più essere piegati. Ma ciò che l’aspettava non era un semplice non lavorare, un far nulla, un essere nessuno, un lasciarsi morire d’inedia o d’inerzia.

Camminando verso le colline F si lasciava alle spalle il regno del nulla e del nessuno per inoltrarsi nei territori inesplorati dell’esilio. Infinite possibilità che nel corso degli anni erano state sigillate una dopo l’altra in blindate cassette di sicurezza ritornavano ora all’aperto facendo echeggiare in lui il suono di mille serrature che si aprivano all’unisono.

Come la ninfa delle cicale. Potenza di rifiutare ogni identità, ogni divisa e ogni separazione. Potenza di scomparire, di rendersi invisibile agli occhi del nemico, di sottrarsi al flusso inarrestabile della movimentazione di cose, persone, terre, parole, informazioni. Potenza di sfuggire al regime della distribuzione, di smascherare l’inganno della libera stabulazione. Nel tempo della visibilità e della tracciabilità occorreva svanire senza lasciare tracce, dettare le condizioni della propria clandestinità. Potenza di arrestarsi e di restare. Di morire anche. Potenza di tacere i dialoghi doppiati della realtà spettacolare. Potenza di non dire il proprio scomparire. Di rifiutare il discorso, che è sempre soltanto uno e un discorso. Scompariamo, aveva letto un giorno su un muro. Per comparire in una latenza immaginaria splendidamente più reale della realtà. Così iniziava la sua latitanza.

Sottrarsi alla civiltà Jacob: non c’è niente di più bello, sai.5

Allo scemare della città le sagome scure degli alberi e delle siepi iniziavano a restituire alla notte quel po’ di mistero che le era rimasto.

Anche se la città era ovunque, F lo sapeva. Non terminava con le case, non terminava con le luci, e di certo non bastavano un po’ di foglie e di fili d’erba a fermare il suo passaggio. E nemmeno qualche rovo.

Ma inoltrandosi nella luce crepuscolare della luna sotto la volta frondosa di maggio di quella strada di campagna in salita con le narici invase di primavera, F ebbe la sensazione che gli alberi, le siepi, i campi coltivati e le boscaglie vivessero soltanto un’apparente prigionia e che parlassero, o meglio, fossero lì a sussurrare come discreti testimoni, la possibilità di una vita indivisibile dalla sua forma. Quell’addomesticato paesaggio campestre era solo il trucco di una manciata di secoli, sotto la sua patina di civiltà lievitava l’onda inarrestabile del selvatico. Era solo questione di tempo.

Dopo lungo camminare, giunto alla pieve delle lucciole nel crepuscolo del mattino, F si sedette sull’orlo di un calanco ad aspettare il grande fuoco. No, non erano scomparse le lucciole.

Ancora tiepido, timido pastello, lo vide sfondare la crosta della terra lievemente, non diverso da una falce di luna, o altrimenti come unghia di Dio.

La città lampeggiava ancora le sue intermittenze mentre i suoi galli cantavano il loro canto di gracchianti saracinesche.

I Kraus sognavano di svegliarsi in un incubo differente, di lì a poco la realtà li avrebbe di nuovo addormentati.

Gli allievi, i miei compagni, sono dispersi in impieghi d’ ogni sorta. E se io andrò in pezzi e in malora, che cosa si romperà, che cosa si perderà?”6

Le strade, non ancora lave di antiche eruzioni umane, sarebbero presto state un caotico e forsennato viavai di impiegati in procinto di essere occupati dalla propria funzione.

Da lassù poteva vedere i suoi colleghi aprire gli occhi su un nuovo giorno di prigionia, poteva vederli entrare nell’ufficio con quello sguardo cupo o quel sorrisino imbarazzato o quell’aria fintamente allegra o quella tetraggine sincera che gli avevano sempre ricordato certe chiacchiere sentite in calce ai funerali.

Era finita. Quella sua vita era finita. La stava uccidendo.

Come il sole uccideva la notte.

Una volta uscito dalla terra come pulcino dall’uovo, andava per un istante a disegnare la madre di tutte le tangenti per poi staccarsi nel suo massimo di rotondità con piccolo balzo dal mappamondo di plastica e iniziare a sollevarsi su tutte le cose con fare sempre più maestoso e più impercettibile moto e più intensa e accecante luce e così facendo ad allontanarsi sempre più nel cielo. Una volta lassù, lo sapeva, tutti l’avrebbero dato per scontato fino al termine della parabola, come se anch’egli non fosse altro che un impiegato occupato a svolgere una funzione, il fattorino del cielo intento a consegnare un altro giorno all’oblio.

1William Faulkner, La grande foresta, Adelphi, Milano 2002, p. 191

2Franz Kafka, Diari vol. 2, Mondadori, Milano 1953, p.163

3Jacob Von Gunten, op.cit., p.43

4Ibidem, p.51

5Ibidem, p.167

6Ibidem, p.168

FALENE

IV. Latitanza

Non è facile abbandonare tutto e farsi di nebbia. Soprattutto quando non c’è ancora nessuno a darti la caccia. C’è sempre un abito a cui sei affezionato o un’abitudine che insiste per essere lasciata stare sulla sua poltrona.

Una cosa è essere colpiti da mandato di cattura e avere una libertà da proteggere. Altra è non essere colpiti da alcun mandato di cattura ma accorgersi che la propria libertà è da sempre già stata catturata.

Il latitante che si sottrae all’arresto ha qualcosa da salvare, da difendere. Il latitante che aveva in mente F ha solo cose da bruciare. L’identità del primo lotta per non soccombere di clandestinità, quella del secondo ricerca, nella clandestinità, se stesso.

A morire sarebbe stata la sua identità, i modi e le forme in cui F era riconoscibile come F, quella interminabile teoria di laccioli con cui per anni si era fatto legare a un palo. E la Transalp Logistic era in fondo, tra questi, uno dei meno stretti. Degli altri era composta la sua stessa linfa.

Si trattava ora di segare il palo e di dare fuoco a tutto quanto. Scomparire prima di tutto, abbandonare tutto ciò che era rassicurante, tutti quegli specchi inchiodati in giro a confermargli chi era. Smentire questi specchi. Non c’è nessun F fatto così e così, che fa questo e che ha fatto quell’altro.

Ecco in cosa consisteva innanzitutto la sua idea di latitanza. Smentirsi.

Poi smettere di essere utili.

Il Brigante aveva ragione, forse a essere disutili si è molto utili, la poliedrica utilità aveva già combinato parecchi danni. 1

Astenersi dal, sottrarsi financo dalla tentazione di recar danno, che porta in sé comunque un residuo di utilità. Scivolar via come una limaccia tra le mani, farsi imprendibili.

Quindi esiliarsi e diventare irriconoscibili, sfuggire a ogni identificazione.

Come Vitangelo Moscarda. Non sa di nomi la vita, non sa di specchi e di conferme, non sa proprio nulla la vita. Anche lei cerca, poverina, di sfuggir via come un’anguilla alle rigide condanne che ogni giorno le vengono inflitte, alle infinite attività socialmente utili che le vengono comminate come pena.

Come i microgrammi di Walser, quella cosa molto piccola e umile, ancora più piccola e umile del suo destino, a cui tanto Jacob aveva aspirato, un tentativo di gabbare l’utilità, di prendersi gioco del riconoscimento, della leggibilità, del disvelamento. Scrivere senza l’arroganza di poter essere letti, indulgere sì alla debolezza della penna, ma confondendo le tracce lasciate sul foglio.

Tornare ad esser ninfa, al regno ipogeo delle infinite possibilità, laddove l’umano è ancora animale e la larva non ancora farfalla. Restare sospesi a contemplare in eterno il proprio poter farsi largo con le zampette attraverso quei pochi centimetri di terra per uscir fuori all’aperto e scoprirsi alla luce ed esporsi alla morte. E non farlo mai. Restare per sempre, in ogni attimo, tutto fuori, aperti nella possibilità di aprirsi senza mai giungere a chiudersi nell’atto di un’apertura definitiva e fatale. Nutrirsi di radici come i primi umani. Delle proprie radici. Suggerne gli umori al riparo dai riflettori. Ecco cosa avrebbe fatto.

Fu così che ogni sera F prese l’abitudine di salire sul coperchio del suo palazzo.

Aveva smesso di uscire la sera, e passava le sue serate su quel coperchio di cemento e catrame a cercare il buio oltre i fari del campo, oltre le torri di guardia dei secondini, oltre le recinzioni magnetiche che tutto avvolgevano.

Cercava un po’ di buio all’orizzonte, poi volgeva lo sguardo al cielo e un astro di nome Bartleby era sempre lì ogni sera a squarciare anche la nebbia più densa. Brillava insieme a Jacob e al Brigante. Era lì a indicargli la meta, lo scriba che era diventato il foglio bianco delle sue lettere morte prima che fossero scritte. Lo scriba che aveva lasciato l’atto della scrittura per restituirlo al più potente gesto della possibilità di scrivere o di non scrivere. Colui che aveva resistito fino allo stremo alla richiesta di copiare.

Anche F era uno scriba in fin dei conti. Impiegati, funzionari, amministrativi, questo erano gli scribi. Ma di certo il suo responsabile non sarebbe stato indulgente e comprensivo come lo fu per Bartleby l’uomo di legge. E nemmeno il responsabile del suo responsabile, che era poi il proprietario della Transalp Logistic, nonché agente della disgregazione e mediocre impresario di se stesso. Al primo avrei preferenza di non non avrebbe affatto cercato di far leva sul buon senso e sulla ragionevolezza. L’avrebbe licenziato e basta. O forse no. In fondo non sapeva nulla di lui.

Chissà per quanto tempo Bartleby era andato in cerca di una persona adatta al suo esperimento, una persona che gli consentisse di opporre quella sua ostinata resistenza. Chissà da quanti uffici era già stato immantinente cacciato. Aveva avuto bisogno della compassata esasperazione del suo brav’uomo di legge per arrivare in fondo al cuore delle eterne piramidi, per trasformare la sua piccola non collaborazione nella cifra di tutte le non collaborazioni e la sua resistenza alla scrittura in una resistenza alla morte.

Aveva saputo già tutto fin dall’inizio l’uomo di legge. Con la sua moderazione, la sua pacatezza, la sua educazione, la sua gentilezza, era esistito unicamente per dare a Bartleby quella possibilità estrema.

Era lì a indicargli la meta ma non la strada l’astro di Bartleby lo scrivano, che era rimasto per sempre scrivano benché avesse smesso di scrivere.

Per F la strada sarebbe stata differente. Non aveva alcuna voglia di passare il resto dei suoi giorni a cercare un brav’uomo di legge come quello di Bartleby. E poi i tempi erano cambiati, avrebbe dato troppo nell’occhio, subito sarebbe accorso qualche agente col suo aspirapolvere d’ordinanza a risucchiare tutto.

F trascorreva così le sue serate, sul coperchio del suo palazzo pieno di umori in ebollizione, a vagabondare nel cielo insieme a Bartleby e agli altri. A gettare lo sguardo sulle finestre spengersi dei grandi blocchi di cemento, sui terrazzini popolati di cianfrusaglie, intimità e ciclamini, sui davanzali disadorni arresi, e più giù sui cavi altalene, sui cavi tiranti a sorregger le mura, sulle lune a portata di sguardo, sui ronzini metallici in doppia fila, sui bidoni sazi d’immondizie, sugli immondi grigi sentieri dove coppie sparute di piedi muovevano chiome di residui nottambuli pensieri. Poi tornava a vagabondare come di maggio tra i ciliegi una gazza di ramo in ramo lasciando che maturasse nel pensiero il frutto della sua latitanza.

V. La lettera

Di vivere appieno il proprio sfacelo, di lasciarsi morire alla Transalp Logistic, F non ne sarebbe stato capace.

Non era uno di quelli che audacemente perseverano con costanza e senza lagnanze nel perseguimento del proprio ammuffire, del proprio rattrappirsi, del proprio svuotarsi. Non era tipo da accettare che un giorno il suo capo si sarebbe reclinato definitivamente come aveva ben prefigurato Jacob: “Braccia e gambe mi ciondoleranno in maniera strana e tutto, spirito, fierezza, carattere, tutto si spezzerà e appassirà, e sarò morto: non morto sul serio, ma così, morto in un certo modo, e magari andrò avanti per sessant’anni a vivere-morire così.” 2

Era piuttosto il tipo da mascherare lo sfacelo distraendo gli spettatori, spostando l’attenzione su qualche uccellino colorato o magari vagheggiando di un imminente cambio d’impiego.

Al limite avrebbe anche potuto pensare di gabbare il proprio sfacelo saltellando di impiego in impiego, di ufficio in ufficio, di funzione in funzione, come aveva provato a fare Simon e prima di lui Bouvard e Pecuchet.

Ma sapeva che lo sfacelo non si gabba tanto facilmente. “Con qualsiasi mestiere sarei arrivato al punto in cui sono adesso” 3, diceva Simon.

Era sempre più chiaro nei suoi pensieri che l’unica possibilità per eludere il suo sfacelo era di mettere in potenza i suoi propositi di latitanza. O di brigantaggio.

Le notti trascorse sul coperchio del palazzo avevano già da tempo deliberato in questo senso, escludendo a priori e con rammarico l’eventualità di una sommossa generale dovuta all’esplosione simultanea di tutte le pentole a pressione della città e all’incendio per autocombustione di tutte le scatole da scarpe.

A volte se la sognava davvero quella sommossa. Sognava che tutti i Kraus e le Kraus della città lunediassero ogni giorno della settimana e si trasformassero in altrettanti Bartleby, sognava che tutti i Turkey e i Nippers, diventassero all’improvviso intrattabili e inservibili anche nella loro mezza giornata buona, sognava che tutti gli uomini e le donne di legge diventassero dei Briganti. Sognava preferirei di no vaganti, sospesi nello spazio come carovane di nuvolette patagoniche in marcia verso Capo Horn. Sognava di vecchi eupeptici fuochi. Sognava deflagrazioni laddove aveva conosciuto la segregazione e lo schiacciamento delle pareti di cubi stringersi a morsa. Sognava Jacob e Benjamenta tornare dal loro deserto perché abbagliati dal miraggio delle città in fiamme.

Poi, risvegliandosi dal sogno, che fosse nel suo letto o alla scrivania della Transalp Logistic, sapeva che non c’era alcuna evidenza sensibile a suffragare quel suo sogno di insurrezione generale. Tutto attorno a lui faceva piuttosto pensare al contrario, non tanto a un’entusiastica adesione quanto a una disperazione senza appello.

Erano in tanti a non poter più vivere appieno il proprio sfacelo. E a scegliere una strada diversa dalla latitanza. I macchinisti dei treni lo sapevano meglio di chiunque altro.

La notizia non andava quasi mai oltre il trafiletto di cronaca locale e comunque veniva sempre presentata come un caso isolato. Ma era ogni giorno sotto agli occhi di tutti.

Da alcuni anni ormai i treni viaggiavano vuoti perché non c’era treno che non portasse almeno un’ora di ritardo. Le rotaie erano popolate di cadaveri.

Le vie della separazione sono infinite.

Quei missili sparati a trecento all’ora non facevano altro che andare a separare le membra di ciò che ormai da tempo era stato separato. Quei brandelli sparpagliati ovunque aspettavano da tempo di poter uscire allo scoperto. Avevano vissuto mascherati troppo a lungo, tenuti insieme da qualche acrobazia del cervello e ora, con l’indice puntato sulle traversine, potevano finalmente far sapere a tutti che a volerli vedere erano sempre stati lì, dissimulati soltanto da una sottile pellicola di – non c’è male -.

Era diventato l’incubo dei macchinisti. Una sagoma umana comparire all’improvviso dalla scarpata, nel fascio di luce dei fari, e nulla più. Non c’è frenata che tenga, non c’è alcuna deviazione possibile. Una teoria di frammenti da raccogliere.

Perché qualcuno dovrà pur raccoglierli. Dopo gli “accertamenti dell’autorità giudiziaria per l’investimento di una persona”, s’intende. Qualcuno dovrà pur aggirarsi con lo sguardo allucinato per scandagliare i binari, per rovistare tra la ghiaia e giù, lungo il terrapieno, in mezzo all’erba. A ricomporre almeno un’idea di integrità, a restituire alla bara chiusa un azzardo di identità.

Alla fine avrà raccolto soltanto le schegge in cui si specchierà lo strazio di chi resta. Se resta.

Nelle retrovie intanto, di stazione in stazione, di convoglio in convoglio, di vagone in vagone, si levavano spietate le querimonie di chi sarebbe arrivato in ritardo all’appuntamento con la propria idea di futuro. Nelle sale d’attesa a farla da padroni non erano il cordoglio e l’amarezza ma il fastidio e l’impazienza. Accanto a quei cento minuti di ritardo segnalati sul tabellone non era scritta la storia di quei frammenti sparsi sui binari, l’elenco dei buoni motivi per cui avessero deciso quel tal giorno alla tal ora di rendere pubblica la propria disgregazione deviando i destini di migliaia di persone. Non era scritto a quale forma di sfacelo dell’anima si ispirasse quel più greve sfacelo sui binari. Così ci si lasciava andare all’insofferenza e al lamento per non sentire nel petto l’eco sorda di quello schianto, l’implosione delle membra, il frantumarsi delle ossa.

Quando il fenomeno divenne endemico, assumendo i caratteri di un’epidemia, non ci fu alcuno scandalo nazionale. Contro ogni evidenza manifesta se ne continuava a parlare soltanto in termini di casi separati o di incidenti. Intanto i treni continuavano a viaggiare ma erano ogni giorno più vuoti. Alla fine soltanto due categorie di persone salivano sui treni: chi non aveva alcuna alternativa e i morbosi che popolavano la prima carrozza in testa nella speranza di esserci al momento dello schianto.

Alcune forme di suicidio erano quasi scomparse; quello sui binari, quello di chi sceglieva di oltrepassare la linea gialla, raccoglieva ormai piu dell’ottanta per cento dei consensi. L’espressione “prendere il treno” da “muoversi usando il treno” aveva iniziato a significare “uccidersi sotto al treno”. Si sentiva dire: – Sai che il tal dei tali ieri notte ha preso il treno? Oppure: – Ha preso il treno per amore. O ancora: – Era sommerso dai debiti, ha preso il treno. Pareva quasi che il treno stesso avesse accettato di essere trasferito ad un uso differente da quello di mezzo di trasporto.

Alcune ditte che avevano in mano le commesse iniziarono a progettare e brevettare locomotive in grado di non smembrare i corpi nell’impatto.

Alcune tratte particolarmente vocate erano diventate meta di pellegrinaggio di ‘followers’ e di ‘fans’ che percorrevano in lungo e in largo la rete ferroviaria nella speranza di assistere a un suicidio. L’Azienda aveva poi provveduto a costruire migliaia di pensiline per rendere più piacevole l’attesa agli aspiranti suicidi in caso di pioggia. Tanto era tutto a carico degli eredi: pensiline, autorità giudiziaria, rimborsi per i ritardi e lavori di pulizia. A guardarle dal treno in corsa parevano tante piccole stazioni dismesse. A volte capitava anche di vederci una persona seduta sotto in attesa. Allora non era il treno giusto, non era il treno che aspettava.

Erano stati anche istituiti alcuni uffici al Ministero per occuparsi della questione. La linea ufficiale degli uffici era quella di netto contrasto a questa pratica sempre più diffusa, ma quella ufficiosa era quella di trarne il buono che ne poteva uscire.

La Nazione non poteva certo permettersi cliniche per la “dolce morte”, non era poi così male se i suicidi si erano spontaneamente confinati lungo i binari, se la rete ferroviaria si era trasformata in qualcosa che di dolce aveva ben poco. Bisogna sapersela conquistare la morte.

Occorreva pertanto assecondare la tendenza e sovvenzionare le ferrovie. Le esplosioni negli appartamenti per fughe di gas erano drasticamente calate così come gli omicidi-suicidi in famiglia. L’importante era continuare a non dare troppo risalto al fenomeno.

Nel giro di qualche anno si raggiunse il paradosso. C’erano giorni in cui gli aspiranti suicidi potevano aspettare ore sotto una pensilina o nascosti ai bordi delle rotaie con lo sguardo fisso sui bulloni di ferro.

I treni erano tutti fermi per “accertamenti dell’autorità giudiziaria a seguito dell’investimento di una persona”.

Chissà che spazientiti da quel ritardo alcuni non abbiano cambiato i propri programmi e invece di “prendere il treno” non si siano dati alla macchia.

Comunque, a far precipitare gli eventi e a rendere improcrastinabile per F la sua latitanza, non fu il ritardo di un treno né questa epidemia di suicidi sui binari.

L’aveva letto su uno di quei giornali di provincia che era uso sfogliare svogliatamente mentre faceva colazione al bar di fronte all’ufficio.

Un quattordicenne di una nebbiosa cittadina del nord Italia era scappato di casa scrivendo una lettera d’addio ai suoi genitori. Il fatto decisivo fu per F non tanto la fuga in sé quanto il contenuto della lettera. Essa recitava in una grafia risolutamente ancora infantile:

Cara mamma e caro babbo, vi voglio bene.

Non è colpa vostra se sono scappato, ma di questo mondo che mi opprimeva.

Cercherò di stare attento e saprò badare a me stesso.

Se riuscirò, raggiungerò la foresta, se no, farò il ragazzo di strada, reciterò scenette in giro e accumulerò spiccioli per sopravvivere.4

F ne restò folgorato. Ecco qualcuno che ha capito qualcosa, pensò. Ecco qualcuno che ha visto con chiarezza la strada da percorrere.

La foresta innanzitutto, sempre che questa foresta esistesse ancora e fosse raggiungibile, la grande foresta primeva e incombente del vecchio maggiore de Spain e di Sam Fathers. Ha detto bene, “se riuscirò”, quel ragazzo, pensò F. Probabilmente aveva già capito che ogni foresta raggiungibile non può più essere foresta, aveva già capito che l’accessibilità di un luogo ne decreta senza appello la sua morte. Aveva capito che se c’è ancora una foresta possibile essa non sta verdeggiante dove ci si aspetta che stia e che soltanto dopo lunghi e oscuri vagabondaggi è possibile iniziare a pensarla.

Ecco allora il ripiego della strada, il più immediato sbocco ad ogni vagabondaggio. “Reciterò scenette in giro”, per vivere mi vestirò di maschere affinché nessuno mi riconosca, mi burlerò del lavoro e dell’utilità, camperò di camuffamenti per rendermi imprendibile. E chissà che un giorno, tolta la maschera al termine di una scenetta qualunque, non mi compaia dinnanzi inaspettata e grandiosa la foresta che avevo cercato.

Aveva proprio le idee chiare quel ragazzo, pensò F. Anche se aveva sbagliato a scrivere di essere scappato. La sua non era una fuga ma un proposito di latitanza. E chi latita non fugge.

S’innamorò di quel gesto. Aveva sempre amato innamorarsi dei gesti.

Ora F non avrebbe più potuto indugiare. Quella lettera era un segno: i tempi dell’esilio e della latitanza erano maturi.

Ed è solo il tempo a dar ragione alle visioni e alle profezie.

1Robert Walser, Il Brigante, Adelphi, Milano 2008, p.92

2Jacob Von Gunten, op. cit., p.149

3 I fratelli Tanner, op. cit., p. 275

4La Repubblica, 3 dicembre 2015

FALENE

di Bianca Bonavita

III. Fuoco

Col passare degli anni alla Transalp Logistic si faceva sempre più flebile la vocina che recitava la storia che non c’era nulla di cui lagnarsi e che F doveva tenersi stretto quel suo bel posto fisso.

Si faceva largo in F, durante le sue interminabili ore di morte o di non-vita, la lucida consapevolezza che vent’anni di studio, dall’abecedario a Robert Walser, l’avevano consegnato nelle mani di un impresario qualunque della logistica, un funzionario della disgregazione, e che il suo bel posto fisso non era altro che un gran posto fesso, se non, in ultima analisi, un posto fossa. La sua.

Quindici anni alla Transalp Logistic forse non fanno una vita, ma ad F furono più che sufficienti per capire che tutte quelle prediche sull’importanza della scuola che gli avevano propinato erano soltanto fesserie. Che tutti quegli anni passati a recitare la parte del bravo scolaretto non gli avrebbero mai dato alcuna libertà, né reso quella perduta. Che il solo scopo della scuola, di ogni scuola, era sempre stato quello di creare dei bravi servitori, dei diligenti, pazienti e ubbidienti servitori proprio come all’Istituto Benjamenta. Che ogni scuola era un Istituto Benjamenta. Che l’unico obbiettivo di ogni formazione era quello di creare dei bravi impiegati. Certo, magari i più meritevoli sarebbero diventati impiegati di alto rango, che nonostante i petti gonfi, lo sguardo altero e le tasche piene, sarebbero pur sempre rimasti degli impiegati. Che anche chi siede ai posti di comando è in fondo soltanto un impiegato, un reggente funzione. Che il reggente è sempre sostituibile, la funzione solo quando diventa obsoleta. Che per rivoltare le cose occorre iniziare col far fuori la funzione, ma prima che diventi obsoleta, e non il reggente.

Di fuoco si impregna l’anima.

Ecco di cosa si era impregnata l’anima di F durante tutti quegli anni.

E non era solo rabbia per tutto quel tempo perduto alla Transalp Logistic. Era un rogo senza fumo che divampava sommessamente ai margini.

Giorno dopo giorno, come una malerba, aveva conquistato i territori abbandonati dell’anima, quei luoghi incontaminati dove si preferisce non tornare, dove ogni passaggio riapre una ferita.

È lì che il fuoco cresce indisturbato, è nei domini dell’impotenza che innalza il suo vessillo una nuova inattesa forma di potenza.

Così F aveva preso fuoco, lentamente. Di un fuoco nuovo.

Si era accorto che il problema andava ben oltre la Transalp Logistic.

Era il suo stesso essere impiegato, il suo essersi piegato, ad avere iniziato a tormentarlo giorno e notte.

Addio Jacob, correggiti, cambiati. Io me ne vado verso il mondo, verso l’impiego.” 1

Aveva detto Kraus a Jacob lasciando l’Istituto Benjamenta.

E ora, nitidamente, F scorgeva il suo capo chinato confondersi con quello di Kraus, servitore o rappresentante per eccellenza, e con quello di moltitudini di Kraus dal capo chinato.

Era un venditore di tempo. Il suo tempo.

Ora soltanto capiva quanto il mondo e l’impiego fossero la stessa cosa.

Aveva ragione Kraus, usare la parola mondo o usare la parola impiego non faceva alcuna differenza. Il mondo era edificato sulle innumerevoli operazioni prodotte dall’impiego così come l’impiego era modellato a immagine e somiglianza delle esigenze del mondo.

Nulla potevano le frequenti incursioni di F nelle sue pagine preferite, in quella bellezza che era solo di carta e parole. L’oleosa realtà di petrolio grondava anche nei luoghi più inaccessibili della poesia. Come una marea di bitume il suo tempo di non-vita inondava il suo tempo di vita. Disimparò in fretta a difendere gli argini che li tenevano separati. Non c’erano abbastanza sacchi di sabbia a disposizione.

Jacob non era andato verso il mondo, verso l’impiego, non aveva ascoltato il consiglio di Kraus. Quando l’istituto andò in rovina se ne andò nel deserto con il signor Benjamenta rinunciando ad attendere a ogni impiego. E partendo si portò con sé il ricordo di quando, con la signorina Benjamenta, aveva danzato nelle regioni della libertà come su miracolosi pattini. Perché la signorina aveva trascinato Jacob in quella danza per poi svelargli che non si può indugiare nelle regioni della libertà?

Questa è la libertà – disse la maestra – è qualcosa d’invernale, qualcosa che non si può sopportare a lungo.” 2

E se non fosse vero? Si chiedeva ora F. Se fosse stata la paura a parlare per la signorina Benjamenta? Se avessero continuato a danzare, senza parole, senza pensieri, sotto quel cielo azzurro pallidissimo e insieme cupo, su quella lastra ondosa di ghiaccio o di vetro, se avessero continuato a tenere gli occhi chiusi, siamo certi, si chiedeva F, che la pista si sarebbe dissolta, che avrebbero visto morire la libertà?

Forse, senza l’andarsene di Jacob nel deserto col signor Benjamenta, F avrebbe anche potuto farsi piacere, come un’acconciatura malriuscita, quella triste messa in piega della sua vita. Avrebbe forse accettato di divenire qualcosa di molto piccolo e subordinato.

Ma nel deserto Jacob c’era andato.

In pochi sfuggono alla grande messa in piega collettiva. Ad ogni lavoro un impiego, ad ogni impiego una funzione, ad ogni funzione un ordine, ad ogni ordine un lavoro.

Non si trattava di cambiare lavoro. Trovarsi un impiego più creativo, più appagante, più remunerativo non avrebbe potuto cambiare le cose. Sempre un impiego sarebbe stato, una funzione a far girare le cose come devono girare.

No, per cambiare le cose non sarebbe bastato cambiare lavoro, avrebbe dovuto dare fuoco a tutto quanto. Ma di un fuoco nuovo.

A partire dalle scuole. Per finire con gli uffici. Passando per le fabbriche, le autostrade, i parlamenti, i centri commerciali e tutti i telefoni, i computer e le loro infinite varianti. Sarebbe dovuto andare sulle montagne più alte, a dare fuoco a tutti i ripetitori, i totem attorno a cui danzano come fantasmi le sagome dei nostri giorni. Avrebbe dovuto dare fuoco ai porti, ai magazzini, agli aeroporti, ai ponti, ai server, a tutte le reti, alla Grande Rete, a tutti i camion della Transalp Logistic e a tutte le illogiche logistiche che movimentano la realtà.

Ogni giorno i camion della Transalp Logistic scorrevano sul pentagramma delle autostrade insieme ad altri milioni di camion per comporre la sinfonia dell’apocalisse. Parole viaggianti, opache o scintillanti derelitte parole alla deriva.

Perché l’apocalisse, F ne era certo, era già arrivata. Non era affatto la prima, né sarebbe stata l’ultima.

Oxa shoes, pantofole profumate. Spinoza, mozzarella di bufala campana. Brenntay Transghiaia. Se c’è Aia c’è gioia. Forno Damiani, il sapore e l’allegria in tasca. Aiutateci a salvare gli alberi, raccolta legno usato. Trasporti rifiuti speciali. T group, anywhere in anyway. Ogni tanto compariva una scritta sulle pance polverose dei pachidermi: “Sarah ti amo.”; “Juri e Carla insieme”. Trasporto animali vivi. Koiné logistic spa. Tubonastri, anime per nastri adesivi. Tacchi di gomma Continental, resistenza prodigiosa. Graber logistics. Cappio Trasporti, we move Europe.

Per fingersi reale ogni cosa deve essere movimentata. Per acqua, per aria, per terra, per fuoco, per rete, in qualche modo per esistere ci si deve movimentare. E ciò che si movimenta deve essere organizzato, governato. È il grande regno della distribuzione.

Sovrano è chi distribuisce. Caramelle. Briciole. Protesi. Surrogati. Immagini. Azioni. Fandonie. Fantasie. Realtà.

Ciò che non è distribuito non esiste, scompare alla vista, esce dal flusso di gestione, diventa ingovernabile.

Questo era il suo fuoco. Avrebbe lasciato agli aspiranti condottieri le vecchie fiamme fatue e i roghi scintillanti per accendere imprendibili fuochi color della pece.

Col vecchio fuoco d’ordinanza, era chiaro da tempo, non cambiava mai nulla. Chi era riuscito a destituire il tiranno si era poi sempre costituito.

Un’apparente fissità, un rifiuto, una sospensione, una luce nera che poteva sfuggire ai flussi di materia, di persone, di informazioni, che poteva sottrarsi al destino di merce in distribuzione che investiva ogni cosa.

Iniziò così a insinuarsi nella mente di F l’idea della latitanza.

Un arresto. Una sottrazione. Una fermata a cui scendere per scomparire in un sottopassaggio oscuro, per ritornare nel regno dell’indisvelato. Una latitanza preventiva a prevenire un preventivo mandato di cattura. Sottrarsi per un istante alla movimentazione per lasciarsi inghiottire da una botola inattesa tra le rotaie. Non ancora uccidersi, non lasciarsi uccidere. Rivoltare la clandestinità a cui era stato condannato in una clandestinità attiva, volontaria, consapevole. Una clandestinità senza piombo nelle cartucce, una nuova forma di fuoco che non si lascia consumare, che s’accende e poi scompare. Non avrebbe mai più dovuto pensare a cosa poteva fare per cambiare le cose. Ora si trattava soltanto di pensare a cosa avrebbe potuto non fare.

1Robert Walser, Jacob Von Gunten, Bompiani, Milano 1982, p.158

2Ibidem, p.106

FALENE

di Bianca Bonavita

II. Impiego

F si era fatto abbindolare fin da subito.

Fin dai primi anni di scuola aveva preso molto sul serio tutte le raccomandazioni sull’importanza dello studio e quella tiritera che lo studio era il suo lavoro, oltre che il suo dovere, che poi sono la stessa cosa, e che studiare l’avrebbe reso libero e che nessuno, se avesse studiato come si deve, un giorno, terminati gli studi, gli avrebbe potuto dire cosa doveva o non doveva fare e via dicendo, sottintendendo ovviamente che era più che normale, anzi doveroso, che in quel momento qualcuno gli dicesse per filo e per segno cosa poteva e doveva fare e cosa non poteva e non doveva fare.

All’epoca F non potè far altro che attenersi alle disposizioni ingoiando con dedizione tutto ciò che gli veniva propinato. Non voleva dare dispiaceri a nessuno.

Per questo non mancò nemmeno una volta di eseguire tutti i compiti. Per questo affrontò con grande ansia e superò con grande successo tutti gli esami della sua carriera scolastica, al termine della quale si laureò brillantemente in lingua e letteratura tedesca con una tesi su Robert Walser.

Terminati gli studi F trovò immediatamente un lavoro: avrebbe finalmente potuto rendersi utile. Perché nonostante tutti i compiti, gli esami, le interrogazioni, fino a quel momento non si era sentito utile affatto. E aveva proprio voglia di sentirsi finalmente utile, di trovare il proprio collocamento, di collocarsi in un bel posto.

Se non sono ancora sepolti, agonizzano tra pareti ammuffite i vecchi funzionari del collocamento con cui erano soliti intrattenere edificanti e curiose conversazioni Simon Tanner e Joseph Marti. Fu un annuncio virtuale ad aprire ad F le porte della TRANSALP LOGISTIC, una ditta di import/export tra Italia e Germania. Lo assunsero senza colloquio, bastò loro il titolo di studio e la conoscenza della lingua tedesca.

Quale sarebbe stata la sua utilità, la sua tanto agognata utilità?

Traduttore di corrispondenza.

Non proprio uno di quei lavori in cui non c’è nessuno che si permette di dire cosa si deve o non si deve fare. D’altronde quando si è utili a qualcosa è anche molto probabile che si sia utili a qualcuno e che questo qualcuno decida il come e il quando della faccenda.

Ma quella era una soluzione temporanea, si diceva, in attesa di trovare qualcosa di meglio, qualcosa di più appagante, magari in una casa editrice.

– Sono il nuovo impiegato. – disse al suo vicino di scrivania con un misto di orgoglio, vergogna e goffaggine nel suo primo giorno di ufficio.

Perché aveva usato quella parola? Aveva sempre odiato la parola “impiegato”. Colui che è stato piegato dentro. Lui era un traduttore, altro che impiegato, colui che conduce la parola attraverso i regni dell’indicibile fino alla riva di un’altra lingua. E quella era una soluzione temporanea. Che bisogno c’era di usare quella parola?

Si sentiva impacciato come un bambino nel suo primo giorno di scuola, fiero, intimorito e perduto. E tra l’altro era anche piuttosto confuso dal modo in cui il capoufficio l’aveva accolto e gli aveva indicato il posto dove “poteva” scrivere. Proprio come fece Tobler a Joseph Marti, il suo nuovo assistente.

Era rimasto turbato da quel “poteva”.

Avrebbe forse potuto anche non scrivere? C’era forse una traccia, un segno, un indizio lasciato da Bartleby in quelle parole? Dunque ogni impiego portava con sé alla radice questo peccato originale, questa possibilità che restava sospesa in eterno nel cuore dell’impiego stesso? Si può essere impiegati, continuare ad esserlo, pur non attendendo alle mansioni del proprio impiego? Era questo che avevano inteso sia Tobler che il suo capoufficio con quelle parole o era più semplicemente un ordine mascherato da invito?

Tra questi dubbi F iniziò a scrivere e ben presto quel “poteva scrivere”, quel poteva non scrivere, si smarrì tra tutte le vuote parole scritte nell’espletamento del suo servizio.

Parole in servizio che potevano non essere scritte ma che lui scrisse.

Traduzioni di contratti, di libretti di istruzioni, di garanzie, di assicurazioni, di bolle di trasporto, di certificati, di attestati, di curricula, di rapporti di lavoro.

Parole disperse, che a rapirle dalle loro frasi e a rimescolare il mazzo, ne sarebbe potuto nascere di certo un bel castello di carte.

Parole a migliaia, a centinaia di migliaia, parole a scandire il suo tempo alla Transalp Logistic.

E un anno di parole passò in fretta. La Transalp Logistic si rivelò essere qualcosa di più di una soluzione temporanea.

F accettò lo stato di cose e iniziò a definirsi, senza tanti giri di parole, impiegato.

Nel suo caso, inutile nasconderselo, non c’era nessun regno dell’indicibile da attraversare: l’unico trasporto che contava era quello dei camion carichi di merci che facevano la spola sotto le Alpi.

Cosa c’era poi di male? Perché lamentarsi? Tutto sommato era un buon posto, un buon contratto. Da far invidia a parecchi. Ed era comunque utile a qualcosa. Certo, sì, avrebbe potuto aspirare a qualcosa di meglio; una casa editrice o magari, dopo vent’anni di supplenze, sarebbe stato promosso insegnante del regno, chissà. Ma doveva smetterla di dar retta a certi grilli che gli saltavano per la testa, doveva ringraziare e godersi il suo posto fisso, ché non aveva proprio nulla di cui lamentarsi.

E in effetti F imparò presto a non lamentarsi, anche se poi non lamentarsi è una di quella cose che non si finisce mai di imparare. In fondo non aveva anche lui, come Simon, sempre desiderato soltanto essere utile?

Imparò a ritagliarsi spazi tutti suoi dentro e fuori il lavoro, imparò a stare lontano dalle grane, dagli straordinari, dai rompiscatole e dai delatori. Abilità a cui era già stato iniziato con successo dalla scuola e che doveva ora solamente rispolverare.

Imparò a mantenere rigidamente separati il lavoro e la vita.

Che il lavoro fosse uno spazio di tempo dedicato alla non-vita era argomento di una tale tragica realtà che non poteva assolutamente essere trattato.

Cercava insomma, e si impegnava davvero, di godersi appieno il suo stipendio garantito da spendere nel tempo dedicato alla vita.

Da persona di lettere, quale si riteneva, si compiaceva nel popolare la sua libreria di quei titoli considerati imprescindibili. Collezionava citazioni per ogni situazione.

Frequentava, durante i lunghi e umidi inverni della pianura, gli ultimi cinema d’essai sopravvissuti alle multisala, regno di un residuale popolo di affezionati che si ostinava ciecamente a considerare il cinema una cosa seria.

Non mancava poi di andare alla ricerca nei teatri di qualcosa che potesse ancora definirsi teatro. E in quanto alla musica, la sua discografia di jazz e classica aveva di che fare invidia a più di un collezionista.

Si era persino iscritto a un corso di disegno, quasi per gioco, per dare un senso in più al suo tempo libero, al suo tempo di vita. Ma durò poco. C’era qualcosa che gli sfuggiva, qualcosa di timido o di ostile, una ritrosia che non poteva afferrare.

Per questo aveva sempre amato la letteratura. Non gli sfuggiva. Se ne stava lì, coi suoi silenzi, nero su bianco.

Anche se scrivere, per carità, quello mai. Era una velleità che non aveva mai avuto. A parte per gioco, qualche volta, o per fuoco.

Scrivere era una cosa seria. E più leggeva, più gli si aprivano davanti delle voragini, più era intimorito, più si convinceva che non avrebbe mai potuto scrivere un verso o una frase. Scrivere sulle macerie poi, gli sembrava anche un po’ fuori luogo. Scrivere dopo così tante apocalissi. Di cattivo gusto.

Anche se in fondo poi, da che mondo è mondo, non si è mai fatto altro che scrivere sulle macerie, si diceva anche.

E in quanto all’amore, F lo cercava. Disperatamente. Da sempre.

L’aveva sempre cercato dappertutto. Come uno di quei giochi meravigliosi dell’infanzia che un giorno si smarrisce senza appello e che si cerca per settimane, per mesi, per anni, senza ritrovarlo mai. Un attimo prima era lì, forse non era ancora il gioco preferito, per questo avrebbe dovuto attendere di perdersi, ma era di certo uno dei giochi più intimi, uno di quei giochi che quando non ci sono non sai più chi sei. D’improvviso sparisce nel nulla da cui era arrivato prima d’essere gioco. Forse ritorna nel regno misterioso e spaventoso del non gioco. Perché la storia dei giochi per bambini è la più grande truffa della storia. Ai bambini non serve per giocare alcun oggetto chiamato giocattolo. Tutto è gioco. Seriamente gioco. E i giocattoli, i giochi propriamente detti giochi, sono stati inventati per uccidere i bambini, per trasformarli in adulti, per separare il gioco dal non-gioco. Dal momento che è data l’esistenza di una cosa chiamata gioco allora deve esistere di certo una cosa chiamata non-gioco. E questa cosa chiamata non-gioco prenderà via via più spazio e alla fine si farà chiamare vita.

E questo gioco perduto lo si cerca dappertutto, in ogni scatola, in ogni cassetto, in ogni angolo polveroso, sotto ai mobili e persino dentro l’angoliera dei liquori. Ma l’oggetto di quell’amore è svanito per sempre e non lo si rivedrà mai più.

Così per F l’amore. Viveva con la sensazione di averlo avuto accanto in un tempo mitico e lontano, come gioco perduto.

In qualche luogo indecifrabile del suo passato F era stato innamorato. Di qualcuno che forse amava ancora in qualche cantuccio inaccessibile del presente, qualcuno che non aveva mai conosciuto e che continuava a cercare dappertutto. Anche nell’angoliera dei liquori.

Veloci trascorsero gli anni alla Transalp Logistic per l’impiegato F, celibe, figlio unico, orfano di padre e di madre, traduttore in una ditta di import/export. Sostanzialmente solo al mondo.

Sì, ogni tanto continuava a incontrare qualche vecchia conoscenza dell’università che diventava via via sempre più vecchia e sempre meno conoscenza. Ma ci vuole ben altro per non parlare di solitudine.

E ogni mattina F recandosi al lavoro, si ripeteva con Simon Tanner:

Io salgo i quattro piani di scale, entro, dico buon giorno e comincio il mio lavoro. Buon Dio, quanto poco devo fare, che scarse cognizioni pretendono da me!”1

1Robert Walser, I fratelli Tanner, Adelphi, Milano 1977, p.21

FALENE

di Bianca Bonavita

A partire da questo numero di ottobre di Qui e Ora cominciamo a pubblicare a puntate un piccolo romanzo, Falene, di Bianca Bonavita. E’ una storia nella quale i lettori più avvertiti riconosceranno la risonanza, voluta, di grandi autori, tanto viventi quanto scomparsi, e attraverso la quale, come in una allegoria, sapranno anche riconoscere la tonalità di un’esistenza qualunque dei nostri giorni.

 

FALENE

In girum imus nocte et consumimur igni”

G. Debord

Cara Hedwig,

ho trovato questo manoscritto in una stufa del carcere.

Se credi, usalo per accendere il fuoco.

Tuo Simon

0.

E sono pochi centimetri di terra, di foglie, polvere, carbonio. Qui sarò la mia notte appena iniziata. Vivrò di penombra e di fili di seta, sospesa.

Tra due universi.

Sarò spoglia del regno intermedio, sudario di resurrezione. Andrò in cerca di forma al riparo da inverno, avvoltolata nel mio lenzuolo sotto una leggera coperta di terra. Sono l’essere che muta, sono l’aurora e il crepuscolo, sono la mummia in fondo al cuore delle piramidi eterne. Sono il fiume e la barca, sono la pagina bianca chiusa sull’aperto, sono ancora tutto e ancora niente. Sono il feto e la placenta, il fiore e il bocciolo, il parto e l’attesa. Vivo il tempo dell’amenorrea, del letargo, del buio gravido di colori. Ma non dormo. Vivo da clandestina nei giorni grigi e smorti, nel tempo necessario e noioso che precede ogni primavera, che prepara ogni bellezza. A tessere in segreto l’abito delle mie nozze.

Le stanze dormono oscure le loro infinite possibilità, le onde si abbattono nere sugli scogli. Inganno il freddo e la morte. Mi preparo. Immobile di una morte apparente, di una temporanea sepoltura. Sono il sogno di ogni salma, salma sognante, regina delle metamorfosi. Sono segreto che sfugge e latente mistero. Sono un bruco in latitanza.

Sono crisalide.

In me vive l’uovo e la larva, in me la farfalla e la morte.

Ho ricordi lontani di verde a velarmi la luce, a pararmi la pioggia. Globuli di perfezione a custodire il segreto. Una tribù di fratelli e sorelle a schiudersi al cielo. Si stava assieme in quelle prime ore di luce, aggrovigliati come serpi al nido. A giocare senza lingua.

Fu poi per capriccio la solitudine, o per ingordigia, le scorribande sulle nervature.

Che abbuffate di foglie! Quei primi giorni confusi di bruco in cui tutto era grande. E nuovo. E scoperta. E tutto era albero attorno a me e non era mondo al di là di lui e io ero sola, ero lui, ero mondo. E crescevo e mi spogliavo e fuggivo grandi e piccoli cacciatori del cielo, dal becco veloce o dal facile veleno. E mi spogliavo ancora. Nell’ombra. Trasformista del mio tempo.

E grandi spazi di rami potevo attraversare, ma era fatica e me ne stavo sempre nei paraggi a dondolarmi su una foglia. Del mio nido presto nessuna traccia, nessuna traccia di fratelli e sorelle. Si sta soli su certe foglie a contemplare. E la memoria un ingombro. Trafitti da un raggio di sole, ma solo per chi conosce mattino arriva subito sera. Io non conosco mattino né sera, non conosco subito o domani. Il mio tempo non si spiega a parole, non si impiega. Il mio tempo è albero, terra, radici. Se scorre è soltanto affar suo. Una malattia vostra. I miei secondi sono fatti di linfa, di aria e di linfa. I miei giorni di humus, di foglie, di luce.

E mentre le vostre stagioni annunciano grandi rivoluzioni, io, avvolta nel mio sudario, ordisco in esilio la mia rivolta crepuscolare.

I. Origini

F era nato e cresciuto in una nebbiosa cittadina del nord Italia.

Così nebbiosa che gli Unni passando da quelle parti non l’avevano vista.

A volte, da ragazzo, quando la noia di crescere in quella nebbiosa cittadina del nord Italia prendeva il sopravvento, s’immaginava quanto sarebbe stato più divertente se gli Unni fossero riusciti a trovarla, la città. Viveva in quegli anni in uno stato di perenne attesa: un’attesa indolente, languida, disperata. Sembrava, quel piccolo mondo senza finestre, essere l’unico mondo a disposizione. Tutto pareva esaurirsi tra le quattro pareti di cartone di una scatola da scarpe.

A volte, sulla parete un po’ in ombra di quella sua personale scatola da scarpe, riusciva a fare un buco, un piccolo foro circolare per guardare fuori. Ma c’era soltanto altra nebbia.

Non aveva mai amato le scatole da scarpe. E non aveva mai amato andare a comprare le scarpe insieme a sua madre, in quei negozi dall’odore acre e penetrante di conceria stipati fino al soffitto di grattacieli di scatole di scarpe sempre sul punto di crollare. Tutto quel girare a vuoto per il negozio con i piedi che navigavano dentro scarpe troppo lunghe o con l’alluce che cercava di sfondare scarpe troppo corte. L’unica cosa che gli piaceva dei negozi di scarpe era la liscia, rigida e fredda sensazione del calzatoio sul tallone.

Intanto, senza potervi nulla, senza nemmeno saperlo, come corpo estraneo grondava in lui la realtà. E goccia a goccia si insediava al centro scavando un’enorme buca. Una realtà post-indicibile, una realtà di chewingum e surrogati sorti sulle macerie come fiori maligni.

Un nuovo formato di realtà, più attraente, più comoda, più conveniente di quella realtà di pane nero e di latrina nel cortile in cui erano cresciuti i suoi genitori.

Una nuova formula di realtà, più efficace, più efficiente, più soddisfacente di quella lisciva antica con cui si lavava la canapa delle lenzuola. Un nuovo format di realtà, più fruibile, più godibile, più vincente del più ricco albero della Cuccagna mai visto nelle fiere di paese. Una realtà che dall’incubo della guerra non si era mai veramente risvegliata; qualcuno nell’attimo più buio del sogno aveva soltanto acceso la luce e modificato le bombe.

Una realtà che travolgeva gioiosa ogni cosa come una piena, e come un uragano sradicava piante, case, persone, parole, e le scagliava in cielo nel suo occhio di quiete e di luci colorate e in una notte sempre più buia e disperata le faceva esplodere come fuochi d’artificio nel tripudio solitario e silenzioso delle platee.

E pensare che quella cortina fumogena era soltanto l’inizio, che era uno stadio ancora infantile di terrore. F avrebbe acquisito, crescendo, livelli ben più avanzati di realtà, programmi all’avanguardia di realtà, li avrebbe vissuti in streaming insieme ad altri milioni di utenti-viventi. Vite open source, libere di essere estese e modificate nel loro codice sorgente, istantaneamente, da ogni nodo della rete.

Ma è sempre uno stadio infantile di terrore. Intanto quella post-indicibile realtà primordiale grondava come latte artificiale da una tettarella di plastica, come petrolio da una pompa di benzina, grondava come ormoni nella sua carne, immagine nei suoi occhi, grondava come parola esangue, sfinita, svuotata nelle sue orecchie. Grondava dagli emissari sempre attivi, dalle emittenti sempre accese, a piccole gocce o a fiotti, a torrenti di bibite colorate, di conservanti e di emulsionanti, andava a impregnare le sponde della sua mente, andava a impastare le sue ossa, la malta dei suoi pensieri, andava a parlare le sue parole, a muovere i suoi gesti, a irrorare le sue arterie, andava a corrodere ogni desiderio, a soffocare ogni alito di vita, andava a inquinare la sua sorgente antica.

Iniezioni catodiche di realtà a scandire le giornate: programmi ministeriali la mattina, programmi televisivi il pomeriggio, programmi cibernetici la sera. Separazioni programmate, rubriche specializzate, stagioni catalogate, obsolescenze programmate di desideri dispositivi, obbiettivi differenziati, trasgressioni irregimentate, divisioni pianificate ed esausti riti di passaggio e condanne ai divertimenti forzati e grandi mascherate e vuoti e nulla. Programmi profezie a prescrivere destini come malattie, a dosare sogni da posologie. A quell’epoca F aveva ancora degli amici con cui cercava di dare un senso ai pomeriggi, con cui, senza avvedersene, affogava lentamente in quella spettacolare forma di realtà.

Nessuno di loro si può dire che avesse la chiara cognizione del proprio affogare, ma è innegabile che in fondo a certe sere senza scopo si affacciasse in qualcuno un presentimento, magari suggerito dalla pioggia incessante di stagione che non di rado si abbatteva sulla nebbiosa cittadina del nord Italia.

Ma il più delle volte il presentimento svaniva quasi subito. Come un rigolo d’acqua sul vetro dell’automobile, tracciava nei pensieri il suo piccolo insignificante percorso. Bastava un colpo di tergicristalli a cacciarlo via.

Non se li era proprio scelti i suoi amici, gli erano capitati in dote alla nascita, come i genitori, come la casa, il quartiere, gli alberi nel cortile e tutte quelle cose su cui non si può fare niente, sono lì e ci si deve fare i conti, che piaccia o no. Sì, aveva delle preferenze, delle simpatie, delle antipatie, quelle inclinazioni che fanno credere di fare delle scelte e di avere delle idee. Ma era come estrarre un biglietto alla pesca della parrocchia. Si finiva sempre per estrarre una serie.

Per parecchi anni la parrocchia era stata il centro del suo mondo. I suoi poveri genitori ci tenevano alla sua educazione cristiana. Erano di quelle persone per cui essere cristiano era ancora sinonimo di essere umano e avere un figlio non cristiano significava avere un figlio disumano. E nessun genitore sano di mente vorrebbe avere un figlio disumano. Era stata dura per F far capire ai suoi genitori che sarebbe rimasto un essere umano anche se non fosse andato in chiesa.

Perché aveva smesso? Ai suoi genitori non era stato in grado di spiegarlo chiaramente. Ci sono certe cose che non si possono spiegare a certi genitori. Comunque Dio non c’entrava. E nemmeno quel nazista manipolatore del prete in fondo. C’entrava piuttosto quella faccenda degli atti impuri e soprattutto quella voglia di dire no a tutto ciò che gli era capitato in dote: la casa, i genitori, gli alberi nel cortile, il quartiere, il prete, la parrocchia, Dio e anche gli amici. Anche se alla fine non erano cattivi i suoi amici. No, tutto sommato erano stati dei bravi amici. Con loro aveva fatto tutte quelle cose che si fanno con gli amici. Perché a questo servono gli amici. A fare certe cose che si fanno con gli amici.

E nemmeno i suoi genitori erano cattivi, anche se erano cristiani. Anzi, benché di quella realtà spettacolare di luminarie da cui erano stati travolti sul campo di battaglia del dopoguerra, in cui erano immersi e in cui avevano immerso F, non avessero capito il nulla, entusiasticamente adeguandovisi, si può proprio affermare, senza ombra di dubbio, che siano stati per F proprio dei bravi genitori. Che siano stati per lui tutto ciò che ci si aspetta da due genitori come si deve. E non è poco. Comunque, nonostante i bravi amici e i bravi genitori, o forse proprio a causa dei bravi amici e dei bravi genitori, un giorno F decise di ascoltare quel presentimento in fondo a certe sere senza scopo, si fece piccolo piccolo e si infilò in quel foro sulla parete della scatola da scarpe per andare incontro alla nebbia.

Camminò per giorni alla cieca in una sterminata pianura lattiginosa. Come gli Unni andò a tentoni in cerca di una città promessa, di un altrove che non fosse in dote, di un mondo senza pesche della parrocchia. E dopo lunghe ricerche trovò finalmente un’altra scatola da scarpe, un po’ più grande, un po’ diversa, ma che presto si rivelò pur sempre una scatola da scarpe. E per giunta di quelle scarpe che dopo un mese si scolla già la suola.

Fu in quella nuova scatola da scarpe che terminò i suoi studi e che trovò il suo lavoro alla TRANSALP LOGISTIC.

Chissà se quegli amici che aveva avuto in dote alla nascita avevano continuato a vivere nella stessa scatola da scarpe di allora, di cui peraltro non ricordava più nemmeno la marca, o se come lui avevano scelto, dopo lunghe ricerche, un’altra scatola da scarpe su misura della loro disperazione, del loro personale sfacelo.

In quanto alla realtà, quella avrebbe continuato a grondare estranea come sempre, unica dea, anche nella sua nuova scatola da scarpe, ogni giorno più sfavillante, ogni giorno più gloriosa e terrificante.