Dal confino all’estasi. Un’altra lettera.

Caro Marcello, care amiche e cari amici, cari viventi-nel-deserto,

la tua lettera mi è arrivata come se qualcuno l’avesse letta qui accanto a me, a distanza di braccio. Sarà che nel deserto le voci sembrano più vicine e più chiare.

Finalmente anch’io posso mandarti mie notizie: sto bene; stiamo tutti bene. Qualche giorno fa, invece, ero ancora nel pieno del travaglio: la casa mi sembrava una prigione, la strada per il supermercato una distesa di sale; non avevo voglia di parlare, ero inferocita con gli amici che non sentivano le cose esattamente come le sentivo io; mi sono buttata nel cyberspazio come un pesce rosso nella boule; ho resistito abbastanza bene alla cioccolata ma ho dovuto guardarmi dal vino; ringhiavo e a volte, camminando, sbandavo. Insomma: ero persa in me stessa e nelle mie derive – come tutti. Perché la prima cosa straordinaria di questo tempo è che colpisce tutti quanti, ci sottopone senza eccezioni a un medesimo sforzo, alla medesima possibilità di visione. Intendimi, non voglio dire le disuguaglianze siano tolte: l’emergenza chiude alcuni in 35 metri quadri con due figli, cane e gatto, mentre altri passeggiano tranquilli nel parco della loro villa; alcuni sono costretti ad andare lavorare, altri a non avere più reddito; alcuni possono contare sul diritto alla salute, altri solo sulla speranza di non ammalarsi. Ma, da un altro punto di vista, questo tempo non ordinario dà, a chiunque voglia coglierla, la possibilità di accedere ad altro.

La seconda cosa straordinaria è il modo in cui mescola rapidità e lentezza. Decreti, editti, misure straordinarie si succedono di giorno in giorno, e quasi ora in ora, ma ci è voluto un po’ – intere settimane, direi – perché dentro di noi la tempesta smettesse d’infuriare. Per ritrovare un centro. La finta emergenza in cui vivevamo da ormai quattro decenni ci aveva abituati ad agire nella fretta, nell’urgenza, secondo schemi automatici di risposta; a non interrogarci; a compensare quest’inferno con supplementi tossici di ogni tipo. E ci aveva disabituati a sentire, a lasciar depositare in noi le cose, a usare l’intelligenza di cui siamo capaci, a desiderare di diventare altro. Ora la vera emergenza viene a insegnarci che le cose vere hanno i loro tempi, che questi tempi non possono essere compressi, che l’incessante corsa al “di più & prima” era proprio quello che sospettavamo: una pazzia. Per accumulare plus-valore, plus-godere e plus-potere avevamo perso di vista il senso dei nostri tragitti biografici e di ciò che li rende possibili: le relazioni con gli altri umani e non-umani, la conoscenza sentimentale del mondo, il rapporto fra ciò che già è (e che a volte fa schifo, ma altre volte è proprio bello) e ciò che può essere.

E poi c’è l’elemento più straordinario di tutti, talmente meraviglioso che faccio fatica a descriverlo. Proverei a dirlo così: il mondo-di-prima ci aveva fatto credere di essere l’unico. Credevamo che la lotta di tutti contro tutti fosse una legge di natura, che la scienza statale e oggettivante avesse sempre l’ultima parola, che i mondi degli altri fossero illusioni. Eravamo perfino arrivati a credere di essere degli in-dividui (ti rendi conto?), fatti solo della nostra essenza e non di relazioni, autonomi e competitivi, solipsistici e calcolanti. Insomma, ci eravamo bevuti il liquame filosofico capitalista, colonialista, scientista e gerarchico che da quattro secoli ci viene propinato e avevamo lasciato che la reductio ad unum della modernità totalizzasse il reale colonizzando terre, boschi, spiriti, montagne, ninfe e lari, venti e anime. In quanto moderni, avevamo imparato a ignorare i nostri sogni, a tenerci a distanza dalle relazioni trasformative, a temere le intuizioni e a considerare bambini, folli, morenti e profeti come minus habens; a non vedere le sincronicità, il perturbante e l’analogia; e a dimenticare la felicità delle rivoluzioni e degli amori. Quando, nonostante tutto, ci capitava di viverle, eravamo tenuti a non farcene mai niente: non pensarle, non esplorarle, non cogliere le possibilità di altro che portano in sé.

Non so cos’è quest’altro e forse è troppo audace volerlo sapere. So che è senza progetto e senza governo; che porta con sé ogni felicità così come ogni pericolo; che non è davanti a noi come un piano da realizzare, ma dietro di noi come un fondo comune da cui tutti veniamo e che ci unisce al di sotto della soggettività. Per localizzarlo i cristiani parlano di trascendenza e non ho niente da obiettare su questo “andare verso l’alto”. A me, però, piace di più l’infrascendenza, l’andare verso il basso, il prima, il profondo, l’intimo. E, soprattutto, mi fa tanta simpatia l’andare in orizzontale, verso un altro che è sullo stesso piano ontologico del qui – ma che, appunto, è altro (che so: la selva degli Shipibo d’Amazzonia, le danze Gnawa del Marocco, i carnevali della Barbagia). Anziché un salire, o uno scendere, questo è un andare-in-là, un trans-ire: una trance.

Forse sembra fuori luogo parlare di trance, transiti, soglie e mondi altri proprio quando l’implosione virale del nostro mondo ci costringe a un interno domestico in cui lavoro e vita, affetti e rete non si distinguono più. Ma questa, appunto, è la cosa più straordinaria: la sospensione che stiamo vivendo è un’ek-stasis, un muovere fuori dalla stasis, dalle posizioni previste e comandate. Togliendo il blocco e il ristagno, ci rimette in relazione col preindividuale, con gli altri umani e non umani, col mondo, con la molteplicità.

A quel che so, quasi tutti i gruppi umani praticano l’ekstasis: usano danze, piante, musica, digiuni per uscire dall’ordinario e fare operazioni cruciali di guarigione, preveggenza, connessione, metamorfosi. I signori del limite, come li chiamava de Martino, sono coloro che sanno come andare nell’ekstasis, come trovarci quel che serve, come portarci gli altri e, soprattutto, come uscirne. Pare che solo il monoteismo moderno abbia del tutto bandito queste modalità di esperienza e di vita in comune – forse perché poco compatibili con la produzione di plus-valore, forse perché, aprendo i soggetti all’eccedenza del cosmo e delle biografie, fanno apparire il plus-godere che c’intossica, il plus-valore che ci muove e il plus-potere che ci rende arroganti per quel che sono: una miseria.

Nelle poche, pochissime esperienze di ekstasis che ho fatto, mi è sembrato di capire alcune cose. La prima è che ogni volta, per passare dall’ordinario al non ordinario, dal “qui” all’“altrove”, c’è un dolore da superare. Una paura, un malessere, l’angoscia del venir meno di sé. È il dolore della soglia.

Superarlo richiede un po’ di coraggio e un po’ di ascetismo (askesis: l’esercizio che ti trasforma per renderti degno di quel che vai cercando).

La seconda è che l’ekstasis esiste solo nella tensione con il qui: non è un’utopia da arredare secondo il gusto di qualcuno, ma la possibilità permanente che altro si dia. Non andrebbe intesa come fuga o come soluzione delle contraddizioni che ci travagliano, ma come luogo di negoziazione con forze, enti, desideri, possibilità. Non sostituisce l’ordinario più di quanto la potenza sostituisca l’atto: inutile dire che i mondi più vivibili sono quelli che sanno tenere le due dimensioni continuamente in rapporto. Infine, l’ultima cosa che ho capito è che il non ordinario è un posto intrinsecamente pericoloso, che ti mette di fronte a scelte radicali e ai tuoi limiti, luogo di tutte le possibilità come anche di tutti i pericoli. Anche nell’ekstasis (soprattutto nell’ekstasis!) bisogna muoversi con tutta l’attenzione e l’amore possibili – perché alla fine quello che ci differenzia dai fascisti potrebbe essere solo questo: il prender parte, sempre e comunque, per la felicità che scorre nelle relazioni; la capacità di non appropriarci.

Per concludere, mi pare che lo sbandamento nel quale tutti ci troviamo, il rimescolamento delle alleanze, l’angoscia e il dolore che stiamo attraversando altro non siano se non il passaggio ek-statico necessario all’uscita dalle vecchie coazioni; la disintossicazione, su scala globale, dai veleni della modernità, dall’illusione drogata e totalitaria del mondo unico. Forse potremo perfino reinventarci un qui vivibile – e anzi, una molteplicità di qui e di altrove, di ordinario e non ordinario, di mondi, enti, relazioni e affetti. Disabituati alle soglie e alle differenze qualitative da quattro secoli di moderna omogeneizzazione, nessuno di noi sa bene come muoversi, come creare diplomazia fra mondi, come andare e tornare fra ekstasis e ordinario. Potremmo allora accompagnarci gli uni con gli altri, principianti con principianti, e sviluppare conoscenza collettiva dei processi, dei rischi, delle esitazioni, dei passaggi, delle trasformazioni. Senza affettarli, senza direzionarli. Contenendo reciprocamente le derive di ciascuno. Potremmo imparare a essere senza giudizio e presenti, con tutta l’attenzione e l’amorevolezza di cui siamo capaci.

Quel che ci aspetta sarà difficilissimo ed entusiasmante: stare nell’aperto senza diventarne padroni. Felice di viverlo con te e con tutti gli altri.

Stefania

LOL – La police est en bas. Su Le Ravissement de Lol V. Stein

di Paolo Godani

Mais cela se songe seulement

C’est pourquoi je me deux

(G. Apollinaire, Il me revient quelquefois)

Che si dica di scrivere per non impazzire non è un vezzo romantico. Non c’è altra ragione che questa, se per non impazzire significa per non portare da soli il peso dell’esistenza, per non essere ridotti alla desolazione, alla designazione pura e semplice del proprio nome. Si scrive per divenire tutti, come nella rivolta. O almeno due, come nell’amore.

Due? Due chi? Il caso dell’amore è ben complicato. Non è solo che in due si forma una coppia. Non sono eccezioni le coppie composte da due perfettamente soli. Talvolta, semmai, l’amore duplica entrambi, ognuno presentando all’altro l’abito che solo l’altro gli consente di indossare. Il tu ed io dell’amore sono sempre un altro io e un altro tu, rispetto a quelli che erano prima dell’incontro. E non perché l’uno e l’altro siano cambiati nel frattempo, ma perché sono nati nel momento stesso dell’amore. E da allora hanno iniziato a vivere un’esistenza parallela, accanto a me e a te. Non siamo tu ed io, sono loro che si amano.

La fine dell’amore sta lì a testimoniarlo: sono ancora loro a dissolversi, non tu, né io, di nuovo esposti alla possibilità di impazzire. Sono dunque solo immagini quei due? Solo invenzioni, proiezioni fantastiche? Lo sono, certo, come fantasmatici sono il tempo e il luogo della rivolta e della scrittura. Fantasmi talmente reali che senza di loro la follia ci attende di nuovo al varco, sostanze aeree come l’ossigeno che non ci fa soffocare.

Questi fantasmi e la follia della loro assenza, la scrittura, l’amore, la rivolta sono l’aria che si respira nel Ravissement de Lol V. Stein di Marguerite Duras.

Lol, diciannove anni, e Michael, venticinque, sono fidanzati da qualche mese e tra qualche mese, in autunno, è previsto che si sposino. Finita la scuola a S. Tahla, Lol è in vacanza da Micheal a T. Beach, dove ogni anno al Casinò municipale si tiene il gran ballo d’estate. Micheal Richardson, Lol Valérie Stein e la sua amica Tatiana Karl si trovano nella grande sala, quando vedono entrare due donne, Anne-Marie Stretter e sua madre. Bisogna che la inviti a ballare: l’amore di Micheal per la ragazza magra, vestita d’un abito nero, è imperativo, immediato, di quelli che non lasciano scelta. Lol osserva l’incontro, il primo ballo e i successivi sino a notte fonda, da dietro le piante del bar, in compagnia dell’amica di sempre.

Non sembra soffrire alcun tradimento: inoltrandosi nella notte, per Lol sembravano rarefarsi progressivamente le possibilità di soffrire, sembrava che la sofferenza non avesse trovato la strada per infilarsi in lei. Anzi, riesce a sorridere a Micheal che le chiede aiuto, che ha bisogno del suo assenso. Il sorriso di Lol è un segno d’eternità e lo sguardo con cui osserva l’evento è l’unico vero rapimento di Lol V. Stein. Ma la sua estasi è umiliata in un istante, quando la madre, facendo il suo ingresso nella sala, ingiuria i due nuovi amanti e grida loro che cos’abbiano fatto alla sua bambina. Lol grida allora a sua volta, delira mentre la madre cerca di portarsela via, e cade infine a terra svenuta. A casa, per molte settimane non uscirà più dalla sua stanza.

Questa prima scena del romanzo di Marguerite Duras indica con precisione assoluta in che cosa consista la crisi o la malattia di Lol: nel non essere stata all’altezza della sua estasi, nell’essere ripiombata nella vecchia algebra delle pene d’amore, dopo aver gustato la felicità folle di partecipare alla vista di un amore nascente. Lol V. Stein crolla nel momento in cui viene rapita, sottratta al suo rapimento sublime, trascinata a terra dalla mediocrità del buon senso (quello di una madre la cui morte, negli anni seguenti, l’avrebbe lasciata senza una lacrima). Dopo la notte del ballo, Lol non soffre di una passeggera inferiorità agli occhi di se stessa per il fatto di essere stata abbandonata, ma al contrario soffre per essere stata di nuovo inchiodata a sé, a quel nome che ora pronunciava con rabbia. Non parlava ormai se non per dire quanto fosse fastidioso e estenuante, così estenuante essere Lol V. Stein.

In una conversazione con Pierre Dumayet, registrata per il programma Lectures pour tous e andata in onda alla televisione francese il 15 aprile 1964, un mese dopo la pubblicazione del romanzo, Duras spiega all’incredulo intervistatore che sì, essere come Lol è certamente desiderabile. E che il suo non è un romanzo dell’indifferenza, ma della “dé-personne” o dell’impersonalità.

L’esperienza di Lol non è quella di un dolore che, per essere sopportato, esige lo sdoppiamento del soggetto, come se Lol, lacerata dall’esperienza del tradimento, si rifugiasse, salva, in un sosia che la osserva da lontano. In realtà, dietro le piante della sala da ballo di T. Beach, Lol scopre che è possibile vivere senza essere il soggetto della propria vita. Ma la sua non è che un’esperienza intravista, incompiuta. Lol n’est encore Dieu ni personne si potrebbe parafrasare con Lol non è più una persona, non è più nessuno, ma non è ancora divenuta Dio. Ha ragione Tatiana Karl a credere che la “malattia” dell’amica fosse già là, ancora prima del ballo, se è vero che Lol, fin da ragazza, dava l’impressione di portare su di sé, con una noia tranquilla, una persona che doveva indossare, ma di cui si dimenticava appena se ne dava l’occasione. Carina, simpatica, beffarda, raffinata, a scuola Lol era desiderata da tutti, benché scivolasse via dalle mani come l’acqua, benché di fronte a chiunque una parte di lei fosse sempre, fin dal primo momento, in fuga lontano. Già allora mancava qualcosa a Lol per esserci – dice [Tatiana].

Questo qualcosa che manca a Lol, tuttavia, è precisamente ciò che fa la sua gloria. Gloria di dolcezza che le consente di vedere ciò che accade senza patirlo, e che viceversa le permette di non soffrire, proprio perché è in grado di vedere ciò che accade. Di fronte all’incontro di Micheal e Anne-Marie, Lol spiava l’evento, covava la sua immensità, la precisione del congegno a orologeria. Se fosse stata l’agente non solo della sua venuta, ma anche del suo successo, Lol non sarebbe stata più affascinata di così. E davvero Lol è parte attiva di quell’evento. E lo è proprio perché, non essendo colpita e trascinata dalla passione, ha la capacità di vederne e sentirne lo splendore. È solo quando viene costretta a recitare la parte dell’umiliata, a contemplare la propria singolare impotenza, che inizia a subirlo.

Come fare per ritrovare quell’istante, per ritornare in quello stato di beatitudine? La nonchalance con cui Lol si sposa, ha i suoi tre figli e gestisce con piglio maniacale l’ordine domestico è sufficiente forse a tenerla a distanza da sé, ma non a riprodurre la gioia di quella visione estatica. Camminare sino allo sfinimento per i viali della città, cartografare con lo sguardo ogni strada e ogni angolo è già forse il segno che l’atmosfera attorno a lei si sta trasformando: la città diviene mappa e paesaggio quando le sue vie, perdendo la loro funzione ordinaria, diventano puri oggetti per lo sguardo. Ma non basta. Bisogna trovare il modo di ripetere l’avvenimento, di ricrearne le condizioni per provare, ancora una volta, a realizzarne la parte migliore. E per verificare forse che anche il suo rovescio atroce è ancora là, in agguato.

Dalla finestra della sua casa, Lol vede passare una coppia. La donna sembra ricordarle qualcuno o qualcosa. È allora che inizia le sue camminate per la città. L’uomo torna a incontrarlo per caso all’uscita di un cinema. Lo segue sino a quell’Hôtel des Bois che lei stessa aveva frequentato dieci anni prima con Michael. Il retro dell’Hôtel ha finestre che si aprono su un campo di segale in ombra al tramonto. Lol vi si inoltra. È lì che attenderà. L’oscurità ritaglia la luce di una finestra. Nel suo quadro appare Jacques Hold, l’uomo del cinema, che attende qualcuno. Di lì a poco una donna, nuda sotto i capelli neri, farà la sua comparsa: Tatiana Karl.

È con Jacques Hold, che Lol vorrà tornare alla sala di T. Beach. Sarà lui a raccontare, a inventare l’intera storia. Nella sala del Casinò, Lol non vedrà niente, non ritroverà il ricordo di quella sera. Ma ne troverà lo spirito, e con esso la causa della crisi.

Eccoci dunque a T. Beach, Lol V. Stein ed io. Mangiamo. Altre sequenze avrebbero potuto prodursi, altre rivoluzioni, con altra gente al nostro posto, con altri nomi, avrebbero potuto darsi altre durate, più ampie o più brevi, altre storie di oblio, di caduta verticale nell’oblio, di accessi folgoranti ad altre memorie, altre lunghe notti, di amore senza fine. È il sogno di Lol, questo a cui Jacques Hold dà voce, è la visione di T. Beach. Non il semplice fantasticare di altre possibili storie al di là dell’unica realmente accaduta, ma la percezione della realtà di tutte queste storie. Vivere tutti gli eventi in uno solo, elevare quell’unico avvenimento, accaduto a noi soltanto, sino al punto in cui li comprenda tutti e in tutti si dissolva. Lol sogna un altro tempo in cui la stessa cosa che sta per prodursi si produrrebbe differentemente. Altrimenti. Mille volte. Dovunque. Altrove. Tra altri, migliaia che, come noi, sognano questo tempo, fatalmente. L’incantesimo di T. Beach non si ripete. Più chiaramente, tuttavia, si svela il senso della crisi.

Già in un momento precedente, quando Lol torna per la prima volta a parlare di T. Beach con Tatiana, se ne esce all’improvviso con questa domanda: La polizia, perché è venuta? Tatiana non ricorda, anzi sì: tua madre ne ha parlato, ma non è venuta la polizia. Lol risponde: Mi sembrava, invece. E in effetti la polizia sarà di nuovo là, nel mezzo della crisi. La police est en bas quando Lol, come chiunque, viene inchiodata al proprio corpo inerme e al proprio nome, quando l’evento torna a ficcarsi come una spina nella sua carne nuda. Lol non avrebbe più via di scampo, se Jacques Hold non fosse lì, ormai arreso, contagiato dal sogno salutare di lei. Lui stesso senza più nome. Nella crisi lei ha insultato, supplicato, implorato che la si riprendesse e che insieme la si lasciasse andare, braccata, ha cercato di fuggire dalla camera, dal letto, dove è tornata per farsi catturare, sapientemente, e non c’è più stata differenza tra lei e Tatiana Karl, salvo per gli occhi privi di rimorsi, per il modo con cui lei designava se stessa […] e per i nomi con cui si chiamava: Tatiana Karl e Lol V. Stein.

La crisi, scatenata dal non essere più che se stessa di fronte a Jacques Hold, si placa solo quando Lol ottiene di poter essere almeno due persone. Solo dopo, sulla strada del ritorno a S. Tahla, Jacques Hold insisterà perché lei dica qualcosa di Michael Richardson. Quando la crisi sarà già rientrata. Quella stessa sera Jacques Hold sarà con Tatiana Karl all’Hôtel des Bois, con Lol affaticata già distesa tra la segale.

È necessario che la scrittura ci lasci infine su questo campo, lontano da noi stessi. Dove la polizia non ha giurisdizione. Perché la scrittura, come l’amore, come la rivolta, sublima la nostra vita, la irrealizza, sottraendola al nostro possesso, e la realizza sulla carta come una vita comune. Su questo campo di segale dove il dolore di Lol è divenuto pietra e paesaggio la sua vita.