Discola. Descolarizzare ancora la società

Pubblichiamo alcuni estratti dal nuovo libro di Bianca Bonavita Discola. Descolarizzare ancora la società in uscita per Pentagora Edizioni

Un programma politico che non riconosce esplicitamente la necessità

della descolarizzazione non può dirsi rivoluzionario.

Ivan Illich, Descolarizzare la società

3La scuola è una scuola di Stato, dove i giovani vengono trasformati in esseri umani di Stato, vale a dire in galoppini dello Stato e nient’altro. Quando andavo a scuola andavo nello Stato, e poiché lo Stato annienta gli esseri umani, andavo nell’istituto per l’annientamento degli esseri umani.

Thomas Bernhard, Antichi Maestri

Alla parola Stato possiamo sostituire quella di mercato, sistema, produzione, infrastrutture, governo: il risultato non cambia. L’essere umano di natura, come grida Bernhard nel suo Antichi Maestri, viene braccato e perseguitato finché non è annientato e trasformato in un essere umano di Stato, in un essere umano funzionale alla mega-macchina.

Ogni nuova generazione viene gradualmente preparata all’impiego e all’impegno, a essere continuamente impegnata nei propri doveri, nelle proprie mansioni da svolgere, sia all’interno che all’esterno della scuola.

I pomeriggi diventano allora dei permessi di libera uscita in cui poter attendere, dopo aver svolto i compiti, alle mille attività organizzate sportive/ricreative, ovvero alle proprie funzioni di utenti/consumatrici di tempo libero.

E la vita futura promessa oltre l’ultimo passaggio di grado (oggi posticipato all’infinito con i master post-laurea per poter vendere sempre un ultimo, ultimissimo bisogno di istruzione e di specializzazione) non è altro che il permesso per buona condotta di poter finire di scontare la propria pena ai domiciliari dell’impiego.

Ma la segregazione scolastica non serve solo a preparare le bambine all’impiego e all’impegno e a formare nella loro mente una corretta immagine della realtà, di come devono andare le cose e di quale forma debba assumere la loro vita, ma serve in egual misura a preservare il più possibile il mondo reale delle grandi dal potenziale destituente dell’infanzia esercitato dalla sua presenza, dalla sua follia e dal suo folle amore.

Perché allora non provare a fornire un nascondiglio a questo essere umano di natura braccato e perseguitato, a questa clandestina che nei primi anni della sua vita si aggira timorosa e indifesa in quegli ultimi sprazzi di foresta prima della frontiera che separa l’infanzia dalla storia?

Perché non provare a pensare che sia possibile non varcare quel confine e restare clandestine, in quella foresta, a imparare dalle piante, dagli animali e dagli umani che la abitano con noi?

È dall’alba del nostro essere primati che noi umane siamo stati in grado di relazionarci e di apprendere fin da cucciole in assenza di istituzioni scolastiche per il semplice fatto che le relazioni, come l’apprendimento, sono bisogni primari della nostra natura.

La dissoluzione a livello mondiale delle comunità umane tuttora in corso, propagatasi in maniera massiccia a partire dal secondo dopoguerra (anche attraverso l’opera colonizzatrice delle scuole statali), non può impedirci la ricostruzione di una comune capace di sopperire, in assenza di comunità e in assenza di scuola, a questi bisogni naturali delle cucciole di essere umano.

La comune, in quanto patto di affrontare il mondo, di contare sulle proprie forze come fonte della propria libertà, come scrive il Comitato Invisibile, risponde ai bisogni per annullare in noi l’essere del bisogno.

Essa può formarsi attorno a ogni problema, e forse è maturo il tempo di liberare l’umanità dal bisogno del servizio/merce educazione dispensato attraverso il monopolio radicale della scuola e di seminare comuni attorno alla possibilità di relazionarci e di apprendere in forme descolarizzate.

Giorgio Agamben ha scritto che la profanazione dell’improfanabile è il compito politico della generazione che viene.

È interessante osservare come ormai cinquant’anni fa Illich abbia individuato con estrema lucidità quelli che erano, e sono oggi ancora di più, due tra i dispositivi più improfanabili del nostro tempo: la medicina e la scuola.

Nel descrivere la reazione di scandalo e di rifiuto di Erich Fromm alle sue riflessioni sulla descolarizzazione, Illich parla proprio di profanazione di un’istituzione sacra agli occhi del vecchio socialista Fromm.

L’intento profanatorio di Descolarizzare la società è necessario e volto a liberare il mezzo dai suoi fini asserviti al potere; soltanto dopo aver disattivato il dispositivo in maniera magistrale, Illich passa a tracciare un abbozzo di quello che potrebbe essere un nuovo possibile uso dell’educazione.

L’indignazione di Fromm di fronte alla profanazione di Illich ricorda le reazioni scandalizzate di certe persone appartenenti all’ambiente militante di fronte a discorsi che mettono in questione il sistema sanità pubblica e il sistema istruzione pubblica.

Come se il collasso culturale e sociale che stiamo vivendo non fosse in alcun modo imputabile anche a decenni di scuola statale ‘dell’obbligo’, e non alla scuola così com’è ma alla scuola in sé; come se la competizione eretta a valore in competitività non fosse una competenza appresa sui banchi; come se il regime di segregazione e di separazione dei corpi non fosse una forma di vita appresa nelle aule; come se il legame perduto con la propria natura non avesse a che fare con tutte le ore dell’infanzia rinchiuse in un edificio; come se le nuove avanzate forme di alienazione non fossero state rese possibili in primo luogo dall’alienazione da sé imparata a scuola.

La scuola statale e la medicina allopatica occidentale sono forse le due forme di culto principali del potere biopolitico e pastorale.

Entrambe agiscono direttamente sul corpo del gregge delle fedeli/pazienti. Entrambe mirano al monopolio del controllo e alla demonizzazione di tutto ciò che è altro da loro. Entrambe, come evidenzia Illich in Disoccupazione creativa, formano una classe di sacerdoti mantenuta dallo Stato che agisce come un vero e proprio clero dotato di poteri e di segreti. Entrambe detengono una propria liturgia e dei propri sacramenti e riti di passaggio: le vaccinazioni sono il battesimo nella medicina così come l’asilo nido o quello dell’infanzia sono il battesimo nella scuola; lo spropositato abuso di antibiotici è la comunione nella medicina così come la scuola elementare e media fungono da comunione nella scuola; la chirurgia fa pensare a un matrimonio con la medicina così come l’esame di maturità a un matrimonio con la scuola; la chemioterapia è purtroppo per molte una forma di estrema unzione così come lo è l’università per molte laureande.

E per restare nelle indagini di Illich è venuto il tempo di trovare un corrispettivo in ambito scolastico di ciò che egli definisce iatrogenesi in campo medico, ovvero tutto ciò che inerisce le malattie e le sofferenze provocate da trattamenti medici inutili, eccessivi o sbagliati.

Occorre individuare una parola e un campo di analisi per definire tutti i danni morali, psicologici e culturali, nonché sociali e antropologici, provocati dalla scuola.

La scuola, officiata nelle sue funzioni da quella particolare forma di pastora, dispensatrice di servizi, chiamata insegnante colei che imprime e fissa un segno, un marchio, un sigillo può essere considerata una sorta di iniziazione alla funzione, al lavoro inteso come compimento di un dovere, di un ufficio (l’officium): una primordiale e fondativa separazione da se stesse attraverso la progressiva identificazione con la propria funzione.

Giorgio Agamben ha mostrato in Opus Dei come la trasformazione da ciò che si è a ciò che si deve essere, che definisce la morale, il fondamento e la politica della modernità, abbia il suo modello nella funzione del sacerdote, dove il suo essere e la sua azione tendono a coincidere:

il sacerdote deve essere ciò che è ed è ciò che deve essere.

Il sacerdote è quell’ente il cui essere è immediatamente un compito e un servizio – cioè una liturgia.

Chiunque, come il sacerdote durante la liturgia, eserciti una funzione pubblica e risponda a un comando è soggetta alla trasformazione dell’essere in dover-essere. Per questo l’insegnante, in quanto espressione secolarizzata del sacerdote, è anch’essa l’ente il cui essere è immediatamente un compito e un servizio: quello di sorvegliare / trasmettere / gestire / indottrinare / educare; ovvero è colei che nel proprio ruolo e nella propria funzione incarna la liturgia della scuola.

E incarnando in se stessa la liturgia ne diventa testimone vivente per le nuove leve di funzionarie-officianti che è chiamata a conformare.

In questo senso, la scuola è un’iniziazione alla funzione, ed è in questo senso che Illich tra gli obbiettivi della scuola riconosce la formazione di un funzionariato universale.

La macchina si è avviata: nel momento in cui il nostro essere viene trasformato in un dover-essere e si identifica con la nostra funzione (colei che deve svolgere al meglio i propri compiti), cioè con l’agire al posto di un’altra che incarna il comando, ecco che il soggetto perduto di questo agire diventa l’ombra della persona che avremmo potuto essere, il fantasma la cui liberazione diventa il nostro principale gesto politico.

E questa liberazione non può che passare attraverso l’interruzione della cattura dell’essere nel dover-essere. Occorre riconsegnare alla vita la sua forma, quella specifica forma che le è stata sottratta dalla funzione che le è stata imposta e a cui è stata modellata.

Per fare questo, l’unica educazione possibile è un’educazione de-formativa, una de-formazione della funzione che ci governa e della forma di vita in cui siamo state catturate.

La formazione permanente che va tanto di moda oggi nel mondo pedagogico non è altro che la separazione permanente della vita dalla sua forma e quindi la cattura a tempo indeterminato di quest’ultima nel dispositivo dell’impiego e della funzione. Così come la ri-forma della scuola, e in fondo ogni ri-forma, non è altro che il rinnovarsi, il riformularsi, di questa separazione, quando determinate condizioni storiche stanno per incrinare i presupposti che la determinano.

Cos’è dunque un’educazione de-formativa? Cosa significa de-formare la funzione che ci governa?

Si tratta, una volta disattivato il dispositivo-scuola, di non ricostituire una nuova forma storica di scuola, ma restare a contemplare la possibilità di farne un uso diverso, magari più vicino all etimologia di ozio, di fare una scuola vernacolare nel senso che Illich dà a questa parola, recuperando la sua radice indogermanica che contiene l’idea di radicamento e di dimora e che, in epoca classica, indicava qualsiasi cosa fosse allevata, coltivata, tessuta o fatta in casa.

È evidente che questa forma-di-vita naturale, questa vita non più separata dalla sua forma, che nasce e muore senza ospedali, che si procura da sé il proprio nutrimento e i propri medicamenti, che non ha bisogno di studiare una grammatica per conoscere la propria lingua e che non ha bisogno della scuola per imparare ciò che le è necessario, è pressoché estinta e che il suo genocidio, iniziato in Europa agli albori della modernità con il tribunale dell’inquisizione e la caccia alle streghe, proseguito con l’illuminismo e con il formarsi degli stati nazione, ha avuto una brusca accelerazione in tutto il mondo nel secondo dopoguerra con il trionfo dell’ideologia dello sviluppo.

Tutte le lotte politiche che negli ultimi anni sono state degne di essere vissute non hanno fatto altro che cercare di porre un freno all’inesorabile trasformazione di ogni particella di ambiente (e quindi anche delle umane) in risorsa, trasformazione che continua a soffocare le residuali sacche di vecchie comunità vernacolari o gli eroici tentativi di pensare e abitare nuove forme-di-vita comuni neo-vernacolari e comunque il più possibile al di fuori della mega-macchina.

Al convivio, alla tavola del sapere a cui tutte saranno invitate, ognuna potrebbe allora donare secondo le proprie capacità e prendere secondo i propri bisogni, senza nessuna forma di segregazione, controllo, giudizio e uniformazione.

Il servizio educazione e l’istituzione scuola verrebbero così destituiti dalla scoperta che persone e comunità possono soddisfare da se stesse i loro bisogni autentici.

È allora tempo per chi si sente rivoluzionaria di iniziare a pensare a una forma vernacolare di condivisione del sapere che sfugga al monopolio radicale della scuola e della formazione permanente a cui siamo condannate in quanto utenti di servizi educativi, e che possa imbandire questo banchetto del suo libero uso.

Descolarizzare potrebbe significare allora ritornare al significato originario della parola scholé (ozio, riposo dalle fatiche quotidiane per dedicarsi allo studio), ovvero rendere possibile un tutt’uno di spazio e tempo liberi e aperti alla conoscenza in cui l’essere umano possa costruire un rapporto educativo col suo ambiente all’insegna del libero uso.

Esistono, possono esistere, reti di famiglie, di amiche, di compagne, che cercano di praticare una sorta di non-scuola condivisa e diffusa, senza struttura, senza spazi e tempi rigidi e prestabiliti, senza programmi e pianificazioni. È naturale che per intraprendere questa strada, la più difficile, ma forse la più rivoluzionaria, occorre prima di tutto ripensare la propria forma di vita, ovvero, per riportare l’apprendimento alla vita, occorre innanzi tutto riprendersi la propria vita.

Resta ancora inesplorata la possibilità di indugiare sulla sospensione della scuola in quanto tale. Resta ancora inabitato lo spaziotempo che si apre nel momento in cui il dispositivoscuola, con tutti i suoi meccanismi impliciti e fondamenti reconditi, viene disattivato.

Prendere atto della distruzione della scuola, resistere alla tentazione di rifondarne un’altra, più buona, più giusta, più pulita, direbbe un bravo pubblicitario, e sostare piuttosto nella sua interruzione sperimentando forme inesplorate di educazione autarchica, comune e diffusa.

Questa scholé originaria, che si propone di chiamare Discola, è un atto gratuito comune, comunemente e liberamente scelto come spazio e tempo comuni, come ambiente significante comune in cui ci si predispone alla conoscenza senza però considerarla il motivo e lo scopo dello stare insieme.

Una Discola non può avere obbiettivi didattici perché è puro mezzo.

Nella Discola le cose cessano di essere sussidi didattici e ritornano a essere cose che possono essere manipolate, ignorate, conosciute, smontate o distrutte.

In questo senso si può affermare che una Discola abbia la stessa natura del gioco vero, (da distinguersi da quello organizzato, spettacolarizzato e regolamentato), quello capace di disattivare il vecchio uso di una cosa per crearne uno nuovo, ovvero quell’unico gioco possibile che è un’eterna profanazione.

Il nuovo uso che si sprigiona in questo gioco senza fine chiamato Discola è quello di una conoscenza e di un sapere che accadono senza proclami, così come accade l’apprendimento della lingua madre e l’imparare a camminare. La conoscenza e il sapere accadono perché sono vita, accadono perché sono desiderio: desiderio di conoscere una storia, di contare le stelle o di costruirsi un luogo segreto.

Discola non è una preparazione alla vita, un esilio artificiale, più o meno autoritario o più o meno libertario in cui si viene confinate per essere addestrate a divenire adeguate cittadine-consumatrici-impiegate-utenti di servizi, ma è vita con cui imparare.

In una Discola non si conosce per la vita, ma nella vita e con la vita. Non ci si prepara a vivere, ad agire, a prendere una posizione; si vive, si agisce, si prende una posizione.

E forse non vi può essere Grande Fuori se non si esce anche dalla scuola.

Uscire dal diritto, uscire dall’economia, uscire dal Governo, piuttosto che contrapporvisi dialetticamente e ricomporre sempre di nuovo la loro costituzione, scrive Marcello Tarì.

Uscire anche dalla scuola dunque, ma non per costituirne un’altra, libertaria, steineriana o montessoriana che sia.

Uscire dalla scuola per ritornare alla vita, che senza aule, banchi, cattedre e insegnanti è provvista di tutto ciò che occorre per innamorarsi del sapere.

Non vi può essere alcun fronte rivoluzionario delle forme di vita se non si include nel programma immaginario di questo immaginario partito il destino delle nuove vite che vengono a noi e che sono presto chiamate ai sacramenti e alle funzioni del potere costituito o costituentesi (dalle vaccinazioni/medicalizzazioni dei corpi, al rituale dei gradi scolastici, alla gestione del tempo libero).

Non si può sabotare ciò che vi è di infrastrutturale in noi se non si comincia col sabotare (in noi ancor prima che fuori di noi) il principio e il fondamento di ogni infrastruttura, ovvero la scuola, il dispositivo chiave posto a fondamento di ogni altra possibile infrastruttura, che ha tra i punti essenziali del suo programma occulto, (in come è molto più che in ciò che dice), l’obbedienza, l’addestramento e l’adeguamento a ciò che si è deciso essere l’unica realtà, ovvero l’unica apocalisse, possibile.

Questa Discola destituente situata in quella landa incolta in cui sono fuggiti Jacob e Benjamenta e abitata da alunne ingovernabili e scioperate, sarà allora una teoria di frammenti raccolti, di gesti senza un fine, gratuiti, compiuti solo perché belli, buoni e veri e non perché intesi a conseguire, a costruire, a trasformare, a gestire qualcosa.

La nostra Discola non ha più alcun rapporto con l’efficacia, l’efficienza, il dispositivo, ma ogni suo gesto torna a essere grazia, dono, compiuto con amore e per rispondere a un desiderio reciproco di conoscere e di compartire.

Ci piace pensare che una possibile variante del vero stato di emergenza invocato da Benjamin contro lo stato di eccezione permanente in cui viviamo sia quella di un mondo amputato della scuola, di un villaggio, non più globale ma diffuso, in cui gioco, vita, avventura, sapere e conoscenza non siano più distinguibili.

Solo allora, quando la prima grande reclusione che ha modellato le nostre vite e che ha allevato in seno la propria serpe sarà destituita, forma di vita e forma di lotta saranno indistinguibili e le forme-di-vita che verranno potranno abitare finalmente e pienamente il Grande Fuori.