Falene capitolo XI. Ancora capi d’accusa

di Bianca Bonavita

Alcuni inservienti vestiti da pinguini spingevano, lungo lo stretto corridoio che separava le loggette degli imputati dalla balaustra che si affacciava sulla platea, un carrellino ricolmo di bottigliette colorate e di sacchettini luccicanti che distribuivano gratuitamente a tutti gli accusati.

Delle fantesche molto osé camminavano invece tra i banchi della platea spingendo carrelli da supermercato pieni di merci di ogni tipo da cui il pubblico attingeva senza alcun corrispettivo.

– Imputati di secondo livello! – Si alzò una voce dal pulpito.

F volse lo sguardo ai volti assenti che popolavano il secondo girone.

Non avevano alcuna intenzione di considerare degno di nota ciò che stava avvenendo attorno a loro. Soltanto qualcuno di essi si girò in direzione del pulpito, con disappunto, più infastidito che altro, come se quel rumore l’avesse distolto da ben più interessanti occupazioni, distratto da ben più importanti pensieri che formicolavano una manciata di centimetri più in alto.

A un primo sguardo pareva che la realtà fosse rimasta per loro soltanto un’interferenza di sottofondo a disturbare la personalissima esecuzione di una sconosciuta sinfonia.

La voce del magistrato che tuonava nell’aula apostrofandoli con irruenza doveva costituire per loro soltanto un lieve e quasi impercettibile incresparsi di questa interferenza.

– Siete accusati, oltre ai generici capi d’accusa già menzionati, di inutilità e di inservibilità. Siete accusati di non essere morti e di continuare a non morire. Siete accusati di vegetare non essendo vegetali. Siete accusati di non morire: alle spalle degli altri, dei vostri parenti e dello Stato. Siete accusati di non aver retto all’urto. Siete accusati di non avere tenuto a mente l’importanza della memoria. Smemorati! – a questa parola il magistrato puntò l’indice verso gli imputati del secondo livello – Voi siete accusati di esservi separati dalla vostra nuda vita e di averla abbandonata tra le braccia di qualcuno che si occupa ogni giorno dell’espletamento delle vostre elementari funzioni vitali. Siete accusati per questo non soltanto di aver abbandonato la vostra funzione ma di aver anche abbandonato ogni funzione. Siete accusati di non funzionare affatto benché ancora in vita. Questa è un’aggravante, sappiatelo! È una grossa violazione del codice. Soltanto ai morti da qualche secolo è consentito di non funzionare. Siete accusati di esservi scollegati dalla nostra realtà, che è l’unica realtà possibile e necessaria. Siete accusati di essere evasi. Ancora in possesso di più che sufficienti capacità di funzionamento, avete cessato di essere utili non soltanto al vivere civile ma persino a voi stessi. Siete per questo accusati di gravare come un pesante fardello sulle spalle della popolazione attiva. Siete accusati di inattività, di incomprensibilità, di incomunicabilità. Siete accusati di rifiutare il dialogo con le istituzioni. Siete accusati di essere dei fuoriusciti e di essere annegati nelle inondazioni della vostra coscienza. Siete accusati di non sapere più chi sono le persone a voi care e di non saper più chi siete voi, diffondendo in tal modo ondate di panico tra coloro che sono convinti di saperlo. Siete accusati di non avere più trovato la strada di casa e di essere scomparsi in un bosco o in una metropoli. Come attenuante si terrà conto che il vostro durare in vita ha consolidato vecchi posti di lavoro e ne ha creato dei nuovi.

A queste parole un boato di giubilo si levò dai banchi. Il discorso del magistrato risultò particolarmente gradito alla platea. I genitori distribuivano noccioline ai figli affinché le lanciassero contro gli imputati del secondo livello.

Alcune noccioline raggiunsero le gabbie.

F vide una donna molto anziana dai folti capelli bianchi e la carnagione scura raccogliere da terra una nocciolina e portarsela alla bocca sorridendo.

Forse c’era ancora speranza, pensò.

Ma ecco un’altra toga salire sul pulpito e iniziare la sua lettura.

– Imputati di terzo livello!

Se quelli del secondo livello si erano dimostrati refrattari anche solo a percepire le parole del magistrato, gli abitanti del terzo livello, non tutti a dir la verità, si mostrarono subito interessati e qualcuno parve ad F persino compiaciuto di essere finalmente al centro dell’attenzione. Molti erano tuttavia indaffarati in piccoli passatempi come piroettare su se stessi, ciondolarsi, sbattere la testa contro la balaustra, grattarsi o far oscillare con un dito un rotolino di carta infilato tra le labbra. Questi ultimi, almeno apparentemente, non ascoltarono una parola.

– Siete accusati, oltre ai generici capi d’accusa già menzionati, di tutti i capi d’accusa dei vostri sodali di secondo livello. Inoltre siete accusati di alcune aggravanti che andrò ad elencare. Siete accusati di essere nati. Siete accusati, non di aver cessato di funzionare anzitempo, ma di non avere giammai funzionato, ovvero dal primo disgraziato giorno che vi ha visto nascere fino ad oggi. Siete accusati di aver stravolto la vita dei vostri genitori dimezzandone il più delle volte la loro efficienza. Siete accusati di essere gli inutili per antonomasia. Siete accusati di dissociazione a delinquere e di assembramenti nevrotici non autorizzati. Siete accusati di costituire un pericolo per la salute pubblica e per la pace sociale. Siete accusati di propagare da sempre il vostro infestante rizoma tra la popolazione. Siete accusati di non avere mai avuto programmi o scopi, di essere socialmente incompetenti, psicologicamente fritti e fisicamente menomati. Siete accusati di avere sempre avuto un linguaggio inefficace e un cervello inservibile. Siete accusati di non essere normabili. Siete accusati di sottoporre a un rischio costante il fragile equilibrio dei normali. Siete accusati di disperdere azioni ed energie in gesti privi di senso o di utilità. Siete accusati, non di esservi scollegati dall’unica realtà possibile e necessaria, ma di esservene creata, fin dal principio, una diversa e personale a vostro uso. Siete accusati di essere scappati dalle cliniche, dai centri diurni o notturni lasciando perdere le vostre tracce. Come attenuante si terrà conto, come per i vostri sodali di secondo livello, che la vostra esistenza ha da più di un secolo assolto alla fondamentale funzione di creare fior di specifiche e rinomate professioni in plurimi campi del sapere e dell’agire. Si terrà inoltre conto che il vostro impiego negli ultimi anni in importanti ricerche farmacologiche o in noiose e ripetitive attività in cambio di una pacca sulle spalle si è rivelato molto fruttuoso.”

Non appena il magistrato terminò il discorso, dalla platea si innalzò un coro rivolto agli imputati del terzo livello: – Idioti-idioti-idioti-idioti…

Durò una decina di minuti.

Una buona parte degli idioti si unì divertita al coro e non era affatto chiaro a chi fosse rivolto il loro canto.

Ad F piacque pensare che stessero candidamente restituendo al mittente il pensiero ma non è affatto escluso che, edotti su un certo significato della parola, lo stessero invece abbracciando con orgogliosa convinzione.

Quando il coro cessò spegnendosi di schianto, un altro magistrato si alzò dalla sua poltrona e si arrampicò sul pulpito. Volteggiò l’indice sulla superficie del suo dispositivo elettronico e iniziò a leggere:

– Imputati di quarto livello.

F e A. si guardarono.

– Siete accusati di avere scelto la vostra latitanza. Siete accusati di diserzione, di aver abbandonato le trincee e i vostri commilitoni nel bel mezzo della battaglia. Siete accusati di tradimento e di alterigia. Siete accusati di essere dei voltagabbana. Siete accusati di aver eluso la sorveglianza. Siete accusati di avere deposto a vostro piacimento armi, penne, libri, telefoni, divise, tastiere, schermi, padelle, zappe, bisturi, forbici, pinze, pennelli, volanti, scope, cazzuole, cacciaviti, aghi, registri, eccetera eccetera, e di averli soltanto usati come mezzi. Siete accusati di non avere finito i compiti, di incompletezza, di incompiutezza, di aver lasciato in sospeso le vostre opere. Siete accusati di inconcludenza. Siete accusati di non esservi fatti prosciugare dal vostro lavoro, di non essere morti di lavoro, di non aver vissuto per lavorare, di avere infine trovato qualcosa di meglio da fare. Siete accusati di essere dei lavativi, dei recalcitranti e dei vagabondi. Siete accusati di contemplazione. Siete accusati di aver abitato dei luoghi inappropriabili e indicibili. Siete accusati di non esservi fatti definire dalle vostre rispettive attività. Siete accusati di avere volontariamente cessato di funzionare. Siete accusati di essere scomparsi senza aver lasciato un biglietto. Siete accusati di comunanze invisibili e di mondi paralleli. Siete accusati di avere detournato il vostro anonimato di ordinanza e di aver reso clandestina la vostra clandestinità. Siete accusati di aver compreso i danni dell’utilità e la fecondità del disutile. Siete accusati di aver indugiato a lungo e con gioia nel regno dell’indelibato. Siete accusati di aver rinunciato alla vostra sicurezza e alla vostra identità. Siete accusati di aver abbracciato la vostra precarietà. Siete accusati di invalidità volontaria. Siete accusati di esservi abbandonati e di aver abbandonato le vostre postazioni. Siete accusati di aver smesso di partecipare. Siete accusati di disimpegno. Siete accusati di assenza ingiustificata. Siete accusati di brigantaggio e di banda disarmata. Siete accusati di aver scelto il vostro esilio e di averlo chiamato felicità. Siete accusati di aver eluso sempre troppo a lungo la vostra cattura. Si terrà conto, come circostanza attenuante, dei vostri anni di servizio sotto forma di impiegati.

Sia F che A. avevano ascoltato con molta attenzione la lettura dei loro capi d’accusa. Nulla da eccepire. Benché le parole siano sempre un passo indietro rispetto alle cose non si sarebbe potuto tratteggiare con maggior facondia e imprecisione, indeterminatezza e dovizia di particolari, la natura del loro crimine.

Perché di crimine si trattava; avrebbero dovuto saperlo fin da subito, fin dal giorno in cui iniziò la loro latitanza. Non c’è latitanza senza crimine e non c’è crimine peggiore di chi non ha nulla per cui farsi incriminare se non la propria latitanza. Ma soltanto ora capivano quanto fosse inviso a certuni il loro puro darsi alla macchia.

Il solito bagno di applausi e di insulti seguì al discorso del magistrato. In molti tra il pubblico, specialmente uomini e donne di mezz’età, iniziarono a gridare “Giuda!” e “Vigliacchi!” alla volta degli imputati di quarto livello.

Quando nell’aula ritornò il silenzio un altro magistrato, il più pingue di tutti, salì sul pulpito. Non senza un certo affanno.

– Imputati di quinto livello.

Pareva davvero in ambasce.

Gli interpellati erano tutto orecchi. Non c’era alcun segno d’inquietudine sui loro volti. Erano uomini e donne dalle età più disparate. Durante la latitanza aveva sentito parlare di loro, ma non li aveva mai incontrati. Loro non si erano dati alla macchia, vivevano tra i Kraus. Si diceva che fossero angeli o piante reincarnate in esseri umani .

– Voi siete accusati di essere rimasti bambini e bambine pur essendo cresciuti. Siete accusati di esservi camuffati da adulti e di aver messo il naso in uffici per grandi. Siete accusati di esservi mimetizzati a tal punto con gli adulti da divenire irriconoscibili e indistinguibili. Siete accusati di esservi dissimulati senza simulazioni. Siete accusati di aver giocato con il fuoco. Siete accusati di avere conosciuto l’anima delle piante. Siete accusati di aver mantenuto fino al vostro prelevamento un ingiustificabile incanto per le cose. Siete accusati di essere al contempo dispotici e indifesi. Siete accusati di esservene sempre fregati di ogni identità. Siete accusati di essere portatori infetti del regno dell’incoscienza e dell’indifferenziato. Siete accusati di aver visto giraffe laddove c’era solo un pezzo di cartone e foreste dove c’era solo un ciuffo d’erba. Siete accusati di aver dipinto con le scope e spazzato con i pennelli. Siete accusati di aver continuato a nascondervi sotto la tavola sapendo benissimo che vi avremmo trovato. Siete accusati di essere un virus che si aggira tra la gente perbene. Siete accusati di scambiare volutamente capre per cavoli e lucciole per lanterne. Siete accusati di aver tradito il fine per vivere sospesi in un mezzo eterno. Siete accusati di continuare a bruciarvi le ali contro ogni lume che incontrate durante i vostri voli. Siete accusati di non partecipare ai nostri divertimenti e di giocare, per conto vostro o in compagnia dei vostri amici immaginari. Siete accusati di non fare la spia. Siete accusati di contaminare il buon senso, il senso, la responsabilità e il dovere. Siete accusati di non avere la testa sulle spalle. Siete accusati di poter fare solo quello che vi piace. Siete accusati di non poter sentire ragioni, siete accusati di testardaggine e di cocciutaggine. Siete accusati di vivere il presente. Siete accusati di portare con voi la memoria di una vita indivisa dalla sua forma. Siete accusati di non aver rispettato il tempo bambino a vostra disposizione, di aver fatto dilagare la vostra bambinaggine ovunque, inondando ogni spazio e ogni tempo che vi sono stati messi a disposizione. Siete accusati di non aver rispettato i riti di passaggio e i codici di comportamento. Siete accusati di essere un pessimo esempio per grandi e piccini. Siete accusati di essere imprevedibili e di costituire un grave pericolo per la stabilità di ogni situazione. Siete accusati, e questa è la maggiore aggravante a vostro carico, di non aver messo a disposizione questa vostra bambinaggine rendendola utile e proficua ma di esservi al contrario ostinati ad usarla per disattivare ciò che era attivo e per rendere inutile ciò che era utile. Siete accusati di aver svolto, tra la popolazione sana, un’azione costante di sabotaggio. Non ci sono attenuanti.”

Con una sola voce il pubblico levò il suo grido: “A morte! A morte! A morte!”.

Durò per un’ora, ossessivo e ipnotico, fino a un più alto grado di silenzio.

Destituire il 25 aprile

di Bianca Bonavita

Rientrammo in città seduti sul carro chiacchierando a urli con gli inglesi. << E chi sareste voialtri?>> disse l’ufficiale a un certo punto. Io risposi senza pensare: << Fucking bandits.>> (Luigi Meneghello, Piccoli maestri, 1964)

Forse il più grande sbaglio del dopoguerra è stato cantare: “e questo è il fiore del partigiano morto per la libertà”. Forse si sarebbe dovuto cantare “morto nella libertà”.

La libertà in questione non era qualcosa da venire, era lì e allora, in quella scelta, in quei gesti.

Forse da persone libere sono morti soltanto i sommersi della resistenza, quelli che non hanno vissuto il 25 aprile. Gli altri, i salvati, sono piombati presto in un giogo non troppo differente da quello contro cui avevano combattuto.

Forse è tempo di disertare il 25 aprile.

Ciò che si celebra in questa data con insopportabile retorica commemorativa è ormai soltanto il potere costituito, e ogni commemorazione organizzata in questa occasione per ricordare la lotta partigiana rischia, anche se non vuole, di ricadere nella macchina del dispositivo di rigenerazione annuale del mito fondativo della Repubblica.

La sacralizzazione di questa data ha avuto l’obbiettivo fin dall’inizio di relegarla in una sfera separata e non più disponibile all’uso.

Il 25 aprile ha significato sì la fine dell’immane tragedia della guerra ma anche la sconfitta dell’insurrezione, l’inizio della fine dei legami clandestini di amicizia e di cospirazione che l’avevano resa possibile, il riproporsi e il trionfare, “sotto nuovi nomi e nuove bandiere” dell’eterno fascismo italiano fondato sulla piccola borghesia. Di questo declino che pare ineluttabile parla C’eravamo tanto amati di Ettore Scola, e l’amore perduto è proprio quel legame sbocciato durante l’insurrezione. Mentre il puro Antonio, (Nino Manfredi), canta a squarciagola, stringendo il pugno, il verso di Trovajoli “Il ricordo di quei giorni sempre uniti ci terrà”, Gianni (Vittorio Gassman) lo guarda con amarezza da un altrove di gelida rapacità. Il ricordo di quei giorni, perché soltanto ricordo, non è bastato a tenerli uniti.

I partiti ebbero il ruolo chiave di fare deporre le armi, e non solo quelle di metallo, perché l’insurrezione destituente non poteva durare un giorno di più della caduta degli eserciti nazifascisti.

I ribelli cessano di chiamarsi e di farsi chiamare ribelli e restano soltanto partigiani e patrioti, e al fine di poter ricevere onorificenze e riconoscimenti lo status di partigiano o patriota viene normato con legge nel ’45 stesso. E in questo processo di normazione o di normalizzazione l’Anpi ha svolto un ruolo fondamentale.

Quei legami clandestini dovevano essere ricondotti nei canali istituzionali attraverso i partiti e le associazioni e l’uso alla libertà di pensiero e azione doveva anch’esso essere irregimentato nelle forme della democrazia parlamentare.

Il 25 aprile costituisce lo spartiacque tra momento destituente e momento costituente: segna la fine della fase destituente e apre il processo costituente. Per questo è così importante per il potere in Italia. Perché sta sulla soglia della sua anarchia, ne è il fondamento. Guardando dietro di sé celebra e sacralizza gli “eroi” o i “martiri” della Resistenza relegandoli in una sfera mitica e intoccabile; guardando davanti a sé commemora la Carta fondativa dello Stato che con il suo costituirsi nega il bisogno e la presenza della lotta partigiana.

Con un gesto quasi magico la commemorazione pubblica del 25 aprile riesce a celebrare al contempo il potere costituito/costituentesi e ciò che potrebbe in ogni momento decretarne la sua fine, ovvero la potenza destituente di un’insurrezione armata.

In questo senso il 25 aprile può apparire quasi come uno scongiuro del potere che, celebrandolo, cerca di scacciare lontano da sé il suo spauracchio più grande. La Liberazione che si celebra non è solo Liberazione dall’esercito occupante e dalle milizie fasciste ma è anche Liberazione dal pericolo di un’insurrezione permanente. Lo stato d’eccezione e la violenza devono tornare ad essere campo d’azione e prerogativa esclusiva del Governo.

Non è un caso se l’unico articolo della Costituzione italiana che vale ancora la pena di menzionare, perché non ancora stralciato, non è mai stato inserito nella Costituzione:

La resistenza, individuale e collettiva, agli atti dei pubblici poteri che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente costituzione è diritto e dovere di ogni cittadino.”

Questo articolo, che sancisce il diritto alla resistenza, proposto all’Assemblea Costituente dal partigiano cattolico e giurista Giuseppe Dossetti, avrebbe dovuto fungere da strumento giuridico per controbilanciare il potere dello Stato di decretare lo stato di eccezione.

(E forse non è a caso se nella Costituzione francese del 1946 c’è invece un articolo molto simile:

Qualora il governo violi la libertà ed i diritti garantiti dalla costituzione, la resistenza, sotto ogni forma, è il più sacro dei diritti e il più imperioso dei doveri”.)

La questione, affrontata da Giorgio Agamben in Stato di eccezione, è cruciale e riguarda il problema del significato giuridico di una sfera d’azione in sé extragiuridica. Si può regolare giuridicamente qualcosa come una resistenza anche armata a un potere costituito?

Il dibattito costituente in Italia ha risposto no a questa domanda e il dispositivo delle celebrazioni si è subito messo in moto per inserire nella sfera della memoria e del passato una resistenza che negli animi era tutt’altro che finita, sottraendola alla sfera del possibile qui e ora per relegarla a quella di un’allora che era stato e finito.

Col reiterarsi del rituale, anno dopo anno, l’attitudine alla resistenza in chi aveva vissuto la lotta partigiana è stata mano a mano sedata e poi si è seduta sugli allori delle onorificenze e dei riconoscimenti sociali. Il 25 aprile è così diventato un rito identitario, col passare degli anni sempre più mesto perché ormai orfano dei suoi protagonisti, in cui si va alla ricerca di un noi perduto sotto palchi popolati da vecchi tromboni politicanti e da nuove vedettes della musica alternativa o militante. Rito che ci sta a dire ogni anno che la guerra è finita. E sono passati settantaquattro anni. Di fronte a tanta perseveranza viene quasi il sospetto che la guerra non sia affatto finita, e che la giornata delle commemorazioni del 25 aprile metta in scena ogni anno il grande imbroglio che viviamo da allora: che lo stato d’eccezione permanente sia cessato e che sia tempo di deporre le armi e abbandonare l’insurrezione.

Ma se è così allora è tempo di disertare anche il 25 aprile. Di sottrarsi a ogni evento pubblico commemorativo organizzato in questa data. Anche a quelli auto-organizzati.

Il nostro 25 aprile non può venire mai. Perché resistenza è vivere ogni giorno il 24 aprile senza fucili.

Il miglior modo per ricordare la lotta partigiana è un gesto di diserzione, di secessione o di sabotaggio.

E se il 25 aprile è diventato un’istituzione, proprio perché è il fondamento stesso delle Istituzioni, per destituirlo dobbiamo sottrarci al bisogno che abbiamo di esso, per profanarlo dobbiamo sottrarre la lotta partigiana alla sfera cristallizzata del sacro e scomporla nei mille frammenti che dall’otto settembre del 1943 hanno reso possibile l’insurrezione.

Nell’era della tracciabilità anche i sentieri partigiani sono stati tracciati.

L’unico vero sentiero partigiano è quello che possiamo camminare con le scelte e i gesti di ogni giorno, in clandestinità, senza lasciare tracce.

Una forma-di-vita resistente non può che cercare di essere clandestina.

Là dove riusciamo a sfuggire, a sottrarci alla Grande Rete, là siamo partigiane e ri-belle.