Cose viste.

di Julien Coupat et alii

Abbiamo visto abolita con uno schiocchio di dita la libertà più elementare delle costituzioni borghesi – quella di andare e venire.

Abbiamo visto un presidente pretendere di regolare dall’Eliseo i «dettagli della nostra vita quotidiana».

Abbiamo visto un governo promulgare dall’oggi al domani delle nuove abitudini, la maniera corretta di salutarsi e anche promulgare una «nuova normalità».

Abbiamo sentito trattare i bambini come delle «bombe virali» – e alla fine no.

Abbiamo visto un sindaco vietare di sedersi più di due minuti sulle panchine della «sua» città e un’altra proibire di comprare meno di tre baguette per volta.

Abbiamo ascoltato un professore di medicina depresso parlare di «forma di suicidio collettivo per se stessi e per gli altri» a proposito di giovani che prendevano il sole in un parco.

Abbiamo visto un sistema mediatico perfettamente sconsiderato tentare di riguadagnare un po’ di credito morale attraverso la colpevolizzazione di massa della popolazione, come se la resurrezione del «pericolo giovani» avrebbe prodotto la propria.

Abbiamo visto 6000 gendarmi delle unità di «montagna» appoggiati da degli elicotteri, dei droni, dei fuoribordo e dei 4X4, lanciati in una caccia nazionale ai passeggiatori sui sentieri, sui bordi dei fiumi, dei laghi – senza parlare, evidentemente, dei bordi del mare.

Abbiamo visto i polacchi in quarantena spinti a scegliere tra fotografarsi a casa propria su di una applicazione che combina geolocalizzazione e riconoscimento facciale o ricevere la visita della polizia.

Abbiamo sentito i vecchi bussare alla porta della loro camera all’RSA per implorare che li si lasciasse uscire a vedere il sole magari per l’ultima volta, e la barbarie civilizzata ammantarsi di scuse sanitarie.

Abbiamo visto la nozione di «distanza sociale», concepita nell’America degli anni ’20 per qualificare l’ostilità dei bianchi verso i neri, imporsi come norma evidente in una società d’estranei. Abbiamo così visto un concetto nato per rispondere alle rivolte razziali di Chicago nel 1919 essere mobilitato al fine di fermare l’ondata insurrezionale mondiale del 2019.

Abbiamo visto, nelle nostre notti al confino, i satelliti di Elon Musk sostituire le stelle, come la caccia ai Pokemon ha sostituito quella alle farfalle scomparse.

Abbiamo visto da un giorno all’altro il nostro appartamento, che ci era stato venduto come rifugio, rinchiudersi su stesso come una trappola.

Abbiamo visto la metropoli, una volta svanita in quanto teatro delle nostre distrazioni, rivelarsi come spazio panottico del controllo poliziesco.

Abbiamo visto in tutta la sua nudità la fitta rete delle dipendenze alle quali le nostre esistenze sono sospese. Abbiamo visto in cosa consiste la nostra vita e a cosa siamo vincolati.

Abbiamo visto, nella sua sospensione, la vita sociale come immensa accumulazione di vincoli aberranti.

Abbiamo visto gli Stati Uniti, la Francia o l’Italia dichiarare una guerra implacabile a un nemico invisibile e mimare così il potere cinese. Abbiamo visto gli Stati più occidentali adottare naturalmente le parole, i metodi e le maniere reputate proprie del «dispotismo orientale» – ma senza avere i suoi mezzi. Abbiamo visto che la spietata governamentalità cinese, che prima era designata come nemica, essere in realtà un modello. Abbiamo visto verso cosa tendono le nostre democrazie.

Abbiamo visto il sociale riassorbirsi sempre più nel governamentale e questo ridursi al puramente ostile. Abbiamo visto la separazione compiuta coincidere con il progetto di una governamentalità perfetta.

Abbiamo assistito per settimane all’interminabile sketch governativo delle maschere, dei test e dei posti in rianimazione. E abbiamo visto in questa buffonata il riflesso della nostra impotenza senza misura. Abbiamo visto la passione triste di essere ben governati di fronte al fatto di essere sempre delusa.

Abbiamo visto le sarte del villaggio sopperire alle carenze dello Stato e le infermiere parlare con più autorevolezza di un cosiddetto Presidente. Abbiamo visto sfilare porta-parola senza parole, generali senza esercito, strateghi senza strategia e ministri senza magistero. Abbiamo visto crollare l’antica fede nello Stato nel momento stesso in cui questo ritrovava una insperata ragion d’essere.

Abbiamo letto questo comunicato del Centro Padronale svizzero: «Bisogna evitare che certe persone siano tentate di abituarsi alla situazione attuale, cioè lasciarsi sedurre dalle sue insidiose apparenze: molto meno circolazione sulle strade, un cielo senza traffico aereo, la fine della società dei consumi… Questa percezione romantica è ingannevole, poiché il rallentamento della vita sociale ed economica è in realtà molto triste per molti abitanti che non hanno alcuna voglia di subire per ancora molto tempo questa esperienza forzata di decrescita».

Abbiamo visto lo Stato francese, normalmente chiamato alla grandiosità come tutto ciò che è francese, essere riportato alla sua reale situazione di Stato fallito. Abbiamo visto sotto il luccicchio del suo apparato una realtà da «Terzo Mondo» – scippando delle mascherine alle proprie collettività locali e ai suoi « alleati europei », mobilitando l’esercito come un qualsiasi presidente messicano per mettere in scena un controllo della situazione alla quale nessuno crede, mimando a colpi di elicotteri e TGV un’efficacia di cartone, appropriandosi degli slanci di solidarietà spontanea verso i medici e gli infermieri che fino a quel momento aveva sempre disprezzato.

Abbiamo visto, attraverso i buchi nelle bluse delle infermiere, l’intenso bricolage che si fa passare per «le nostre istituzioni».

Abbiamo visto la meta-burocrazia privata dei gabinetti di consiglio mondiali essere altrettanto imbranata della burocrazia statale, e tuttavia estendere ovunque il suo raggio d’azione.

Abbiamo visto come gli Stati Uniti, in tanto che Stato fallito, sono uguali alla Francia.

Abbiamo visto ovunque la pretesa ad amministrare le cose, a gestirle da lontano, schiantarsi sul reale.

Abbiamo visto la passione per l’orto, o per l’allevamento di polli, inpossessarsi di coloro che fino a quel momento avevano giusto tre vasi di fiori appassiti.

Abbiamo visto dispiegarsi l’auto-organizzazione locale, da vicino a vicino, e anche i territori vissuti, come un riflesso vitale che riportava un po’ di senso e di aderenza  – come esperienza infima ma reale di potenza collettiva.

Abbiamo visto il riflesso di centralizzare-pianificare-organizzare peggiorare la situazione dappertutto, migliorando solamente l’immagine degli organizzatori.

Nei confronti della crisi abbiamo visto lo Stato come ciò di cui non abbiamo più bisogno e da cui nulla viene in nostro soccorso se non come sorda minaccia o colpo basso. Abbiamo visto che vivere senza lo Stato, o lontano dal suo impero, è divenuta per molti la prima misura vitale.

Non abbiamo visto, nel corso della prova generale di confinamento mondiale, alcuna cesura tra un «mondo di prima» e un «mondo di dopo». L’abbiamo vista come semplice rivelazione del mondo che c’era già, ma la cui coerenza era rimasta fino ad ora muta.

Abbiamo visto sorgere, insieme alla messa agli arresti domiciliari della maggior parte della popolazione mondiale, una nuova architettura prefabbricata della separazione, dove l’assenza di contatto forma la condizione per cui tutti i rapporti siano mediati ciberneticamente.

Abbiamo visto emergere, in fondo alle statistiche del ministero dell’interno riguardo al 20% dei parigini andati a confinarsi fuori città, l’ecosistema fino a ora clandestino della sorveglianza di massa. Al riguardo, abbiamo visto quanto fosse vano distinguere tra organizzazione statale e data brokers privati, tra chi detiene i titoli e chi dispone dei mezzi.

Abbiamo sentito Eric Schmitt, ex-dirigente di Google ora pilastro del complesso militare-industriale statunitense, esprimere ciò che ci si guarda bene dal dire in Francia: la descolarizzazione online dei bambini è una vera e propria «sperimentazione di massa in materia di insegnamento a distanza». Per poi precisare il piano: «se dobbiamo costruire l’economia e il sistema educativo del futuro sull’on-screen, avremo bisogno di una popolazione integralmente connessa e di un’infrastruttura ultrarapida. Il governo deve procedere, anche come piano di rilancio, a investire massicciamente sulla conversione delle infrastrutture informatiche nazionali in piattaforme basate sul cloud, e agganciarle al sistema 5G». In questo suo appello alla gratitudine per i giganti dell’informatica, abbiamo percepito la voce trionfante dei nuovi padroni: «pensate un po’ a come sarebbe la vostra vita in America senza Amazon!»

Abbiamo visto, con l’inarrestabile pretesto della pandemia, illuminarsi la coerenza dei pezzi finora disgiunti dei piani imperiali: geolocalizzazioni, riconoscimenti facciali, contatori elettrici «green», droni nel caos, proibizione del pagamento in contanti, internet delle cose, generalizzazioni dei sensori e della produzione di tracce, piattaforme informatiche per l’assegnazione delle case popolari, privatizzazione esasperata, economie tutta in smartworking, i consumi a distanza, le conferenze a distanza, le consulenze a distanza, la sorveglianza a distanza e, per finire, i licenziamenti a distanza.

Abbiamo visto nel tasso di equipaggiamento tecnologico in dotazione a ciascuno la condizione per sopportare una reclusione che ancora dieci anni fa sarebbe stata patita come intollerabile – un po’ come l’introduzione della televisione nelle prigioni ha estinto le grandi rivolte.

Abbiamo assistito all’inflazione folgorante di una particolare tecnologia: quelle di cui Kafka diceva saremmo morti, perché «moltiplicano la frequentazione spettrale tra gli uomini».

Abbiamo visto, con il confinamento mondiale, la socializzazione del virtuale rispondere alla virtualizzazione del sociale. Il sociale non è più il reale. Il reale non è più il sociale.

Abbiamo visto, negli Stati Uniti, il coprifuoco poliziesco prendere il posto del confinamento sanitario, e l’applicazione del tracciamento immaginato «per il covid» usata per rintracciare gli insorti.

In Francia, abbiamo invece visto manifestazioni prima vietate per insondabili ragioni di ordine pubblico esserlo adesso per insondabili ragioni di ordine sanitario.

Una volta confinata la popolazione, abbiamo visto la polizia godere fino all’orgasmo della ritrovata sovranità su uno spazio pubblico idealmente deserto. E abbiamo visto in compenso, negli Stati Uniti, in cosa può consistere un deconfinamento riuscito: riprendersi la strada, la rivolta, il saccheggio, la riduzione in cenere della polizia, dei grandi magazzini, delle banche e degli edifici governativi.

Abbiamo visto, su un balcone a Nantes, uno striscione stupido e codardo: «Restate a casa! Prepariamo le lotte di domani!»

Abbiamo visto ovunque dei cittadini intonare in coro lo «state a casa» abbaiato dai poliziotti e dai loro droni.

Abbiamo visto la sinistra, come sempre, all’avanguardia del «civismo» che aspira a produrre governanti – all’avanguardia dunque del gregarismo.

Abbiamo visto la burla dei «permessi di vivere» immaginati nel 1947 dai dadaisti della Da Costa Encyclopédique divenire realtà come politica statale e misura civica. Che sia stata facoltà di ciascuno richiederli avrebbe dovuto allertare sulla stravaganza dell’iniziativa.

Abbiamo visto a cosa si riferisce il «rigore budgetario», così come l’imperativo morale di alzarsi presto al mattino per andare a lavoro.

Abbiamo visto, per chi continua a lavorare, che il lavoro forzato è la verità del lavoro salariato, che l’essenza dello sfruttamento è il suo essere senza limiti e che l’autosfruttamento è la sua energia motrice.

Abbiamo visto che la gerarchia sociale si fonda puramente sul grado di parassitismo. Abbiamo visto la società dell’utilitarismo mandare a casa in quanto «inessenziali» i propri gestori.

Abbiamo esperito nella falsa alternativa tra uno spazio pubblico totalmente sorvegliato e uno spazio privato destinato alla stessa fine, la mancanza di luoghi intermedi in cui riprendere localmente in mano le condizioni di esistenza che ci sfuggono da ogni parte. Abbiamo visto nella proliferazione dell’intermediazione di tutti i generi – commerciale come politica, intellettuale come sanitaria – la conseguenza di quest’assenza spaziale.

Abbiamo percepito l’apparato mediatico e governamentale suonare per due mesi come un pianoforte i nostri stati d’animo, da palinodia a menzogna grossolana, da contraddizione aperta a rivelazione fasulla.

Abbiamo provato come, attraverso l’insondabile minaccia del virus, ci si legasse a noi stessi legandoci agli altri, ma attraverso un legame che è in sé una dissociazione: la paura.

Abbiamo visto una nuova virtù civica nascere da ciò che fino al giorno prima era un reato: coprirsi il volto. Abbiamo visto la paura protestare il proprio altruismo e la normopatia presentarsi come esempio. Abbiamo visto il completo smarrimento rispetto al modo di vivere – la più completa estraneità a sé stessi – dispensare lezioni sul saper vivere. Abbiamo visto in questa incertezza, e in questa estraneità, la promessa di costumi integralmente programmabili.

Abbiamo visto governanti e multinazionali celebrare il care con la sola speranza di dissuaderci dal fargli la guerra. Abbiamo visto i campioni del discredito tentare di coprire i fischi a loro destinati facendo acclamare i dannati del lavoro salariato. Abbiamo visto i fannulloni di sempre inventare l’eroismo dei «combattenti in prima linea» come ultimo modo per nascondersi.

Abbiamo visto come l’impossibilità di distinguere la menzogna dalla verità, e non il regno esclusivo della menzogna, ci rendesse manovrabili a piacimento e come, essendo la minima informazione probante sistematicamente smentita in giornata da un’altra non meno improbabile, bastasse mantenere una certa nebbia su tutti i dati di cui i governanti hanno il monopolio per farci perdere l’equilibrio.

Abbiamo visto la scienza così infarcita di interessi da diventare incapace di produrre il minimo inizio di verità. Abbiamo visto il sapere così saturo di potere da imploderne. Ci troviamo con l’intuizione e l’inchiesta situata come ultima vie praticabili di accesso al reale, come radici di ogni ragionamento logico.

Abbiamo visto la causa della «salute pubblica» come pura e semplice espropriazione di ogni certezza sensibile quanto alla nostra salute reale.

Non abbiamo gustato la benevola inquisizione delle «brigate degli angeli custodi»[1] del dottor Véran. Abbiamo visto il sovrano repubblicano realizzare il suo sogno di riunire per la sua messa l’insieme dei soggetti idealmente separati davanti al loro schermo tra le quattro mura della loro abitazione, e infine ridotti alla di lui esclusiva contemplazione. Abbiamo visto il Leviatano realizzato.

Abbiamo visto Macron appropriarsi tranquillamente del Primo Maggio dei lavoratori e dei giorni felici del CNR [Consiglio Nazionale della Resistenza, corrispettivo del nostro CNL] e i gauchistes rivendicarne mimeticamente l’eredità invece di trarne la definitiva obsolescenza. Abbiamo visto, nel corso di due mesi, la sempiterna sinistra moltiplicare gli appelli nel vuoto e i programmi rivolti a nessuno. L’abbiamo vista incapace, in queste «circostanze eccezionali», di non poter fare altro se non mobilitare, cioè sfruttare fino allo sfinimento le ultime risorse soggettive.

Abbiamo visto i grandi libertari fare l’apologia del confinamento e promuovere l’utilizzo civico della mascherina e i peggiori fasci denunciarne la tirannia. L’anarchico che vuole credere a qualche buona volontà, cioè a qualche benevolenza dello Stato, ci ricorda così che non c’è governo senza autogoverno e viceversa. Governo e autogoverno sono solidali, provengono dallo stesso dispositivo. Che il pastore curi il suo gregge non gli ha mai impedito di portare l’agnello al macello.

Abbiamo visto i marxisti, scioccati dal fatto che i «valletti del capitale» interrompano in misura minore la sua riproduzione, strozzarsi perché il clero dell’economia decide di bloccarla per un po’,  insomma abbiamo visto i marxisti scoprire che l’economia non è un dato bruto e insuperabile, ma una maniera di governare e di produrre un certo tipo di uomini.

Abbiamo visto un borghese borgognone, filosofo a suo tempo, che cantava ancora ieri «l’economia come scienza degli interessi appassionati» e sollecitava Microsoft per finanziare la sua cattedra universitaria, invitare ad uscire dall’economia.

Abbiamo visto, in occasione del confinamento, un ricco cinese di Aubervillers assumere l’istitutrice di suo figlio come educatrice a domicilio e raddoppiare per questo il suo salario – meno avaro in questo di molte famiglie della borghesia parigina che però non sono meno determinate a farla finita con l’istruzione pubblica.

Abbiamo visto l’Educazione nazionale chiamare il suo personale a essere vigilante «nei corridoi e in cortile per rilevare propositi che attentino alla coesione sociale».

Abbiamo incrociato, nel sottobosco del confinamento, i sorrisi dell’infrazione complice. Abbiamo visto un governo così preso dalla disciplina, da finire per dare a dei semplici pique-nique nel bosco delle parvenze di cospirazione e ai buoni cittadini dei riflessi da  spie.

Abbiamo visto la FNSEA [Federazione nazionale dei sindacati dell’impiego agricolo, un sindacato maggioritario], sempre pronto a rilanciare, come nel 1942, qualche nuovo «cantiere della gioventù», scandalizzarsi che i volontari pretendano d’ora in poi di essere pagati – per ripiegare alla fine sullo sfruttamento degli immigrati clandestini laddove manchino i rumeni.

Abbiamo visto, come nel 1942, i buoni francesi sempre pronti a denunciare chi sfugge al confino e Ouest-France lanciarsi in sottili distinguo tra delazione e denuncia.

Abbiamo visto i bastardi – nel settore della pesca industriale, delle grandi risorse forestali o dell’agroimprenditoria – sciolta ogni briglia, intensificare il massacro degli oceani, delle terre e delle foreste mentre noi eravamo chiusi in casa.

Abbiamo visto quelli che di fronte all’evento si affrettano a costruire per «domani» dei «mondi del dopo» dove mettere in sicurezza le loro accoglienti illusioni, e coloro che accettano di prendere atto di ciò che sta accadendo per quanto sia agghiacciante.

Abbiamo visto, allora, chi sragione e chi mantiene la mente lucida, chi cede al panico e chi resta degno, chi ripete la propaganda e chi riesce ancora a sentire e pensare da sé.

Abbiamo intravisto l’accesso in un’altra temporalità, estranea al tempo sociale, più densa, più continua, più adeguata, propria e condivisa. Abbiamo desiderato il riavvicinamento fisico del nostro prossimo e l’allontanamento dai più ostili dei nostri vicini.

Abbiamo visto attorno a noi rinforzarsi i legami e tutti i luoghi che rendono vitale l’esistenza e indebolirsi tutto ciò che non aveva, in fondo, nessuna ragion d’essere.

Abbiamo visto tutto questo e ciò determina una divisione – una condivisione con coloro che accolgono le verità dell’evento e una separazione da chi continua a non vedere niente. Non vogliamo in alcun modo convertire questi ultimi alla nostra visione: ci hanno ostacolato abbastanza con la loro maledetta cecità.

Vediamo, di fronte alla crescente «ingovernabilità delle democrazie», irrigidirsi un blocco sociale gregario attrezzato tecnologicamente, finanziariamente e in forma poliziesca, mentre si delineano mille diserzioni singolari e dei piccoli maquis diffusi, nutriti da qualche certezza e qualche amicizia. Vediamo la diserzione generale fuori da questa società, cioè dai rapporti che essa impone, imporsi come la misura di sopravvivenza elementare senza la quale non potrà nascere nulla. Vediamo l’annientamento come destino manifesto di questa società e come ciò che è urgente affrettare da parte di coloro che si sono decisi a disertarla – almeno se vogliamo rendere nuovamente respirabile, in qualunque luogo, la vita sulla terra. Il muro di fronte al quale ci troviamo al momento è quello dei mezzi e delle forme della diserzione. Abbiamo l’esperienza dei nostri fallimenti in guisa di plastico per farlo crollare. Ogni strategia ne deriva.

Ci siamo interstarditi a formulare ciò di cui siamo stati testimoni nella primavera scorsa, prima che l’amnesia organizzata arrivi a coprire le nostre percezioni. Abbiamo visto e non dimenticheremo. Piuttosto ci ricostruiremo su queste evidenze. Non presupponiamo nessun noi, né quello del popolo né quello di qualche avanguardia della lucidità. Non vediamo altro «noi», in questa epoca, che quello della nettezza delle percezioni condivise e della determinazione a prenderne atto, a tutti i piani delle nostre modeste e folli esistenze. Non miriamo alla costituzione di una nuova società, ma di una nuova geografia.

[1] Sistema di tracciamento e raccolta dati sugli infetti, progettato dal ministro della salute francese Veran, attraverso delle squadre di sorveglianza sparse sul territorio per assicurare il corretto svolgersi del “deconfinamento” e la raccolta di informazione sullo stato di diffusione del virus.

Il caos (che) ci ordina

 

Lettera da Parigi – tradotta da Liaisons Italia

Questa lettera è apparsa su Liaisons e, con leggere variazioni, su The New Inquiry tra il 19 e il 22 aprile 2020.

 

«Sempre dunque sono stato comunista. | Di questo mondo sempre volevo la fine». Una voce che dal ’63 ora muove verso di noi che leggiamo queste pagine, e ispira nuovi significati ai suoi versi. Cosa significa adesso volerne la fine? Sostanzialmente tre cose: fine dell’umanesimo come regime di percezione del mondo; fine della scienza come sistema neutro e oggettivo di interrogarlo; fine del valore come necessità dell’agire umano.

È veramente il caso di dire allora che di questi tempi «non è la fine del mondo», dopotutto, a cui bisogna decidersi – quella è visibile da tempo, a chi ha saputo guardare; ora è semplicemente palese – ma piuttosto l’occasione per farla finita con un mondo. Anzi, ancora di meno: con una particolare concezione del mondo. Con quell’umanesimo scientifico, in particolare, che invade e devasta e silenzia i molti altri mondi che insieme a quello umano, altrimenti, consonerebbero.

Contro chi brandisce la scienza come religione; contro chi ne costituisce il momento di una trinità con cristianesimo e capitale, ma anche contro chi brandisce l’antropocene come unico e solo regime di percezione e possibilità, e inneggia all’apocalisse come termine e non come rivelazione di un altro modo di essere umani.

«Troppo oltre le loro certezze e i miei dubbi | di questo mondo sempre volevo la fine. | Ma la mia fine anche».

(Franco Fortini, Una volta per sempre)

 

***

Chi non è con me è contro di me, questa è la legge cosmica

D. H. Lawrence, Apocalisse

Dalla mia finestra stretta percepisco l’ordine a cui risponde il confinamento. È una ragione che mi è ostile. La malattia, il male, il virus, i vincoli e la paura, l’isolamento e gli applausi che perforano le tenebre: ho già visto queste scene nella letteratura da incubo di Philip K. Dick, Richard Matheson o Margaret Atwood. Il tempo delle insurrezioni cede il passo a quello della pandemia. Ma sento anche che tutto questo è appunto solo la perfetta accelerazione di una ragione ostile, la stessa che già asfissiava i suoi popoli. Le sole ombre sulle strade, i poliziotti. Il controllo totale di ogni spostamento. Il coprifuoco. I droni. Il razionamento. Le multe esorbitanti per tenere a freno la popolazione.

Queste risposte non erano già tutte in gestazione nelle reazioni ai nostri sollevamenti?

I video virali dalla Cina mostrano corpi abbandonati nei corridoi degli ospedali, strade deserte e droni che incitano le persone a stare in casa. Gli abitanti che si fanno coraggio gli uni gli altri gridando dalle finestre a un’ora precisa e supportano gli operatori medici. Tutto questo fa parte ormai della nostra quotidianità; la viralità è divenuta letterale. La cosa più ironica è la reazione del governo francese a questa situazione: sostanzialmente la stessa della Cina. Testimonianza di un isomorfismo politico. Prima ci è stato garantito che l’epidemia non avrebbe oltrepassato le frontiere, anche quando aveva già attraversato due continenti per arrivare in Nord Italia. E fino all’ultimo momento il governo si è mostrato incosciente, chiamando al voto per il primo turno delle municipali quando dall’Italia già da qualche giorno messaggi allarmanti bucavano la rete e ci parlavano della catastrofe a venire.

Riassumiamone la cronologia per constatarne l’assurdità. Nella settimana del 9 marzo, abbiamo avuto il privilegio di ricevere un articolo sulla serata a teatro della coppia presidenziale. Un invito esteso a tutta la popolazione a continuare a vivere in maniera spensierata la propria vita. Ed è ciò che ha fatto la maggioranza di noi. Poi, di colpo, sabato 14 marzo, verso le 8 di sera, dopo averci spronato fino a quel momento a vivere come se nulla fosse all’ombra del disastro, le autorità hanno annunciato la chiusura di tutte le attività – bar, ristoranti, teatri, cinema. Chiusura effettiva dal giorno stesso e a tempo indeterminato. In quel momento stavo lavorando al bar. Un’ora dopo Parigi si era riversata nei locali per farsi – come l’ha efficacemente messa giù un avventore – «un’ultima pinta prima della fine del mondo». Così, tutti accalcati in attesa del bicchiere della staffa, nessuno era davvero al corrente dello scopo della crisi sanitaria. E questo perché, semplicemente, nemmeno le autorità incaricate di diffondere le informazioni lo erano.

Il giorno dopo, domenica 15 marzo, contro ogni parere degli esperti medici, si tengono in ogni caso le elezioni municipali (che registrano un tasso di astensione storico). Si assiste così a scene surreali: parchi pieni e popolati di persone ubriache di alcol scadente da supermercato e code di cittadini coscienziosi che vanno a votare in mascherina e guanti, seguendo le raccomandazioni del governo per le quali «lavarsi le mani e portare con sé la propria penna sono misure ampiamente sufficienti».

Bisogna credere che il panico abbia infine vinto anche le alte sfere, perché di lì a poco giunge un altro annuncio: Emmanuel Macron avrebbe preso decisioni drastiche, spiegandole in un discorso alla nazione lunedì 17 marzo alle 8 di sera. Ancora una volta, immagini di lunghe file alle poste, davanti alle banche, di fronte ai supermercati prendono consistenza materiale in Francia. Migliaia di persone nella capitale stipano precipitosamente armi e bagagli in macchina, o si fiondano nella stazione più vicina ancora aperta, e scappano. Portando con sé nuovi focolai di infezione. Stando alle statistiche ufficiali, più di un milione di parigini hanno lasciato la città tra il 13 e il 20 marzo.

***

In un’atmosfera lugubre, abbiamo sentito queste parole uscire dalla bocca del presidente: «Siamo in guerra. Una guerra sanitaria. Non lottiamo contro un esercito né contro un’altra nazione: il nemico è qui, invisibile, inafferrabile, e avanza. Ciò richiede una mobilitazione generale». Parole, queste, pronunciate durante il discorso alla nazione per illustrare il «confinamento» e lo «stato d’emergenza sanitaria». Come in seguito agli attentati che colpirono la Francia nel novembre 2015, quando François Hollande, allora presidente, aveva attaccato il suo discorso con «La Francia è in guerra» per giustificare l’attivazione dello stato d’eccezione. In quell’occasione, aveva anche precisato che quella guerra era «di un altro tipo, di fronte a un nuovo avversario» e che richiedeva «un regime costituzionale» che permettesse di «gestire lo stato di crisi». Rapidamente assistevamo ai risultati di quel nuovo regime costituzionale: arresti arbitrari, agonia programmata del diritto a vantaggio della norma. E strumenti formidabili per domare il malcontento.

Giovedì 9 settembre 1933, lo scrittore tedesco Thomas Mann scrive sul suo diario:

Metodi fascisti”, autoritari e di carattere nazionalista cominciano ovunque a prendere il sopravvento sulle vecchie forme classiche della democrazia […] ma il mondo deve davvero guarire dalla mistica sudicia, dalla filosofia della vita sfigurata che questa mistica mescolerebbe al suo movimento? È forse perché le trasformazioni in corso nella tecnica politica e di governo prendono sempre più la forma di una religione sanguinaria, di sangue e di guerra, una religione il cui livello morale e intellettuale è miserabile, il più miserabile della storia?

In seguito, Mann sottolinea brevemente alcune ambizioni del partito fascista:

Il programma – in parte cosciente, in parte inconscio – è chiaro. Per prima cosa, abbattere il «nemico interno», cioè tutto ciò che dall’interno si oppone alla guerra […] in seguito – bè, ciò che deve venire in seguito non lo sappiamo, non possiamo prevederlo, e forse non vogliamo saperlo. Ma lo speriamo, e vi aspiriamo in segreto come aspiriamo al beneamato caos – un amore che ci chiama a ricondurre il mondo sul piano politico, e per il quale ci riarmiamo apertamente di tutte le nostre forze.

L’amore per il caos è un’arma a doppio taglio. Nel nulla della mia generazione, quella nata negli anni ’90, il caos era la sola cosa che potevamo sognare con dignità. Abbeverandoci a scenari catastrofici, ciascuno di noi gongolava alla possibilità di una fine brutale e implacabile del nostro mondo. Sì, la mia generazione è stata generata nel nulla. Sono cresciuto senza certezze, nutrito di un immaginario crepuscolare in cui la terra, l’umanità, l’amore si rovesciavano in un’apocalisse più terribile della morte. Non mi è rimasto nulla, se non la prospettiva di distruggere il mondo così come hanno fatto i miei simili per decenni. Nulla, se non la prospettiva di lavorare senza più alcuna speranza di condurre una vita tranquilla, in un mondo in cui il lavoro ci tormenta fino all’ultimo respiro.

Non avevamo capito, però, fino a che punto la nostra vita fosse già governata dal caos, e come tale caos in realtà coincidesse con una ragione ordinata e ostile; è, questa, la definizione stessa della guerra contemporanea. Di mobilitazione totale in mobilitazione totale, da stato d’emergenza a stato d’emergenza, il caos ci ordina. Il caos governa il mondo e, per il semplice fatto di esistere, sbatte le persone in casa, dietro le loro piccole finestre, distillando in loro paura e amore per l’ordine.

Nei bassifondi di questa guerra permanente – o meglio dichiarata senza sosta, di modo che ogni lembo della nostra vita si trasforma in fronte —, le insurrezioni capovolgono questa logica. Chi «dall’interno» rifiuta la guerra si comporta esattamente come il virus, provocando le medesime reazioni «immuno-autoritarie». Costoro riportano l’ordine caotico a un ordine sensibile, inaccettabile per il partito fascista, per il partito della guerra. Le rivolte, come il virus, trasmettono l’urgente necessità di reinventare le relazioni, mentre le risposte immuno-autoritarie non fanno altro che difendere e garantire il nulla in cui è nata la nostra generazione.

***

Il solo significato della parola apocalisse è «rivelazione». Sembra semplice, eppure – come sottolinea D.H. Lawrence nel suo commento al libro di Giovanni – per duemila anni la gente si è data da fare per scoprire cosa si rivelasse «in tutta quell’orgia di mistificazione». Guardando al presente, la rivelazione si mostra in tutta la sua semplicità: guerra, guerra e ancora guerra. Se non l’avessimo ancora capito, oggi la verità si mostra limpida: i nostri leader sono sempre stati in guerra. Tutti loro mostrano un gusto singolare per l’apocalisse, basta guardare come gongolano durante ogni crisi. L’esercizio del potere ha sempre richiesto un’attrazione occulta per l’apocalisse, perché è da lì che viene anche il gusto per l’ordine. La mia generazione, questa attrazione l’ha sviluppata naturalmente, dato che nulla è venuto a scaldarci. E anche perché, in fondo, come osserva Lawrence, l’apocalisse è l’autoglorificazione del potere distruttivo degli uomini. «Se dovessi subire il martirio e l’intero universo venisse distrutto nel processo, tuttavia, o cristiano, regnerai come un re e metterai il piede sul collo dei vecchi padroni!», schernisce Lawrence.

I nostri «governanti» sono esseri gregari e appiattiti dallo spirito collettivo. A loro interessa solo l’opinione e il denaro che essa porta con sé. Sotto l’aureola del santo, si nasconde in loro il diavolo. Chi accetta la loro guerra santa condanna se stesso ad aggrapparsi a un’autorità che li priverà di ogni potenza. In un curioso commento alla situazione attuale, Giorgio Agamben ha osservato che «lo stato di paura si è chiaramente diffuso negli ultimi anni nelle coscienze degli individui e si riflette in un reale bisogno di stati di panico collettivo, a cui l’epidemia offre ancora una volta il pretesto ideale». Qui viene sottolineato un fatto elementare: la «società» è composta principalmente da individui spaventati che marciano sul sentiero di guerra dei nostri leader. Le rivolte sono un chiaro tentativo di arrestare quella marcia, e la risposta dei governi è chiara: più guerra, più paura. La stessa risposta che danno alla nostra attuale crisi sanitaria.

Esiste una forza ben più grande dell’autorità del «non si deve» propria delle nostre democrazie. L’apocalisse rivela anche la possibile via d’uscita dallo stato estremo in cui siamo sospinti. Da tempo abbiamo perso ogni rapporto simpatetico con il cosmo (o con l’ambiente, come si dice adesso). Questa perdita di sympatheia (perdita di un «sentire insieme») verso ciò che ci circonda e ci dà acqua, calore e nervi, ha trasformato il nostro cosmo in un drago distruttore. La luna, il sole, le stelle, le piante, ma anche la vita interiore degli organismi virali, rappresentano l’ambiente perduto che ci spaventa ogni volta che fa ritorno. Perché abbiamo costruito un mondo che ignora tutto questo – riducendolo a una forza meccanica e contingente, utile alle nostre attività. È chiaro che il virus è tanto più letale quanto più il nostro mondo è stato costruito pensando agli uomini come i soli padroni. «“Chi non è con me è contro di me» è la legge del cosmo, e chi tra noi ha dato il mondo per scontato ora paga il prezzo di questo abbandono.

La fine dei tempi non sarà la fine delle guerre imposte. Al contrario: le guerre scoppiano di continuo, sotto gli occhi di tutti. Questi scoppi danno da pensare a chi è abituato a vedere ogni nuovo fronte aperto da quest’epoca come un’opportunità per capovolgerla. Alain Badiou ha ragione a notare che l’epidemia è, in fondo, solo un’epidemia, e che ciò che si inventa e si esprime in termini di solidarietà non è nulla di nuovo. Che il capitalismo, insomma, non è in pericolo. Ma paradossalmente Badiou parla da testimone di un’altra epoca, in cui massa e potere dovevano combinarsi per garantire l’azione rivoluzionaria e la trasformazione del mondo. E omette di specificare che in un’epoca in cui l’uomo è agito da forze e poteri con cui si è fuso per sempre (radioattività, CO2, nuovi virus, inondazioni, incendi e insurrezioni ecc.), l’azione rivoluzionaria passa soprattutto attraverso una sottile ricomposizione degli equilibri biochimico-politici che ci formano e definiscono il nostro legame con i mondi.

Quindi è vero e giusto puntare l’indice accusatore in direzione dei nostri capi, contro il modo in cui hanno condotto questa guerra contro il cosmo, contro la vita. Dobbiamo, d’altra parte, scavare nel profondo di noi stessi e porci noi stessi la domanda. Siamo con o contro il cosmo? Cos’ha da dire il virus sui nostri mali? Questa è la nostra ultima occasione per accorgercene, per deciderci a vedere che le risposte immuno-autoritarie sono contro il cosmo. Che ci confinano ancor più nella solitudine e nel «non si deve». Siamo sotto il ricatto di una guerra che ci impone solo due fazioni: quella della morte e del virus da una parte, e quella della vita e del governo degli uomini dall’altra. Combattere la diffusione del virus è fondamentale: la questione è se farlo secondo l’arte della guerra o secondo altre relazioni. Relazioni non necessariamente da inventare, quanto semmai da ritrovare. Per sfuggire, insomma, alla nostra (auto)distruzione e, come dice Lawrence, «ritrovare il cosmo»:

Questo non avverrà grazie ad un gioco di prestigio. Dobbiamo far rivivere riflessi che sono morti dentro di noi. Per ucciderli ci sono voluti duemila anni. Chissà quanto tempo ci vorrà per rianimarli? Quando sento la gente lamentarsi di essere sola, capisco cosa è successo loro. Hanno perso il cosmo. Non ci manca né umanità né personalità; ciò che ci manca è la vita cosmica, il sole in noi e la luna dentro di noi.

***

«I miserabili cinquantamila anni dell’homo sapiens, – dice un biologo moderno, – rappresentano, in rapporto alla storia della vi­ta organica sulla terra, qualcosa come due secondi al termine di una giornata di ventiquattro ore. La storia dell’umanità civilizza­ta, riportata su questa scala, occuperebbe inoltre un quinto del­l’ultimo secondo dell’ultima ora», l’adesso che, come modello del tempo messianico, riassume in un’immane abbreviazione la storia dell’intera umanità, coincide rigorosamente con la figura che la storia dell’umanità fa nell’universo».
(Walter Benjamin)

Nelle tesi Sul concetto di storia di Benjamin sta dunque un vuoto, uno squarcio chiamato cosmo. Una volta minata la narrazione progressista, i suoi detriti restano e si imprimono nonostante tutto sulle nostre retine.

Anche se abbiamo edificato la nostra storia degli oppressi e profanato le tombe dei nostri antenati, il tempo dei vinti non è mai quello della vita organica – che sotto ogni aspetto sembra seguire un percorso indipendente dalle guerre e dalle rivoluzioni. Chi si ricorda della Febbre Gialla o della Spagnola come momento di una qualche tradizione? Le guerre diffondono costantemente epidemie, che spesso fanno più morti di qualsiasi battaglia. Quando gli europei giunsero nel «Nuovo Mondo», i patogeni che portavano con sé uccisero ben più della loro crudeltà – alleati terribili, e che talvolta i coloni utilizzarono premeditatamente. In cambio, una delle malattie più note al genere umano, la sifilide, sbarca sulle coste europee proprio al ritorno di Colombo, e fa milioni di morti: in questo senso, il trattamento col mercurio non è forse stato vano. Prioni, virus, batteri e altri agenti infettivi accompagnano la nostra storia senza farne mai parte; interessato solo alle proprie Res Gestæ, l’uomo si vede imperatore della terra e artefice del proprio destino. La grande politica si fa da sé. Il vittorioso, come il dimenticato, ha un volto umano –  anche quando è quello dell’Angelus Novus.

La scienza ormai enuncia esplicitamente ciò che D. H. Lawrence diceva tra le due guerre mondiali. Solo che la nostra ora è trascorsa, e i secondi intercorsi tra i due avvertimenti sono stati vani. Il tempo delle pandemie mondializzate si avvicina irreversibilmente, e a maggior ragione perché abbiamo devastato gli ecosistemi naturali e privato molte relazioni simbiotiche del loro ambiente. Più del 70% delle zoonosi proviene da animali selvatici. Il pipistrello, come il pangolino o altri di questi, ha come habitat naturale la foresta; e quando le foreste vengono disboscate, questi animali dimenticati, dileggiati e cacciati si annidano nei nostri habitat, mescolandovisi e producendo devastazioni debordanti.

Questo tipo di debordamento, detto salto interspecifico (Spillover), designa la prima trasmissione di un virus da una specie all’altra. Avvenimenti del genere non si verificano se non perché le nostre attività lo permettono. Le zoonosi sono prodotte da agenti patogeni che sconfinano da un animale non-umano all’animale che è l’uomo: la Sars, l’Aids, l’Ebola o la Spagnola sono solo alcuni esempi. Ma anche le pestilenze medievali ce lo ricordano, nonostante sembri proprio che il XX secolo ne abbia conosciute più che mai. Quanto al nostro raccapricciante secolo XXI, ebbene, si è aperto con una reazione a catena di debordamenti intesi in ogni accezione del termine. Il debordamento coincide rigorosamente con l’immagine del «tempo attuale». Il debordamento riflette la disintegrazione dei nostri ecosistemi e dei nostri modi di vita. Modi che si frammentano, si dissolvono e si disperdono nei loro valori aggiunti. Ora, privati del loro ambiente, i patogeni si mescolano ai nostri mercati, nelle nostre case, senz’altra scelta se non quella di morire o di riprodursi sui soli corpi non ancora in via d’estinzione.

Bisogna risvegliare in noi un sentimento di armonia. Non abbiamo scelta: i flussi, i fuochi, i virus e gli esseri umani debordano tutti assieme. E d’altronde la risposta del potere è una sola e omogenea, proprio com’è unico questo periodo di debordamenti. Perché il mondo è in quarantena? Perché, ovunque nel globo, tutto ciò che occorre a mantenere viva la tradizione degli oppressi serve anche a disfare il Covid-19? Dalle insurrezioni alle zoonosi, nessun continuum repressivo è casuale per la reazione immuno-autoritaria. Questo virus giunge in un momento preciso della storia degli uomini, un periodo in cui ciascuno di noi è chiamato a scegliere tra il proseguimento di una vita logicamente orientata all’estinzione, o una rimessa in questione radicale. Precisamente quella a cui D. H. Lawrence chiamava già a gran voce.

Da qualche parte, questo lungo processo è già iniziato. Parliamo ormai regolarmente di «antropocene», termine che pone le attività umane sullo stesso piano geologico dei vulcani, dei fiumi o della tettonica delle placche. Ma questo concetto è stato manomesso al punto da coincidere con l’«età dell’uomo»: nella quale, cioè, tutto ciò che è del mondo è in una certa misura umano. È invece il contrario: l’antropocene celebra piuttosto la scomparsa dell’uomo, come d’altronde quella della natura. Ma facendo ciò si rinnova, insieme all’eterna corrispondenza tra le nostre vite e l’ambiente – «l’inglobante», come dicevano gli antichi greci. L’inglobante non è per nulla inerte e le sue attività non si distinguono da quelle umane. Non c’è finalità, non c’è telos: è, molto semplicemente, il nuovo stato del mondo e di tutte le potenze che lo compongono. Il problema che ci poniamo ora è questo: non sussumere mai la nostra relazione cosmica in un ordine gerarchico nel quale la nostra vitalità si subordini a una dimensione superiore e organizzante. Un altro debordamento, in fondo: ma questa volta sul nostro modo di situarci, come esseri umani, rispetto alle altre potenze del mondo.

Vitalità e cosmo vanno insieme. Mettiamo che l’umanità divori il mondo contro tutto e tutti, o che in nome di un Grande Tutto distrugga ogni pulsione vitale: ecco che, se il cosmo viene a mancare perché la vita è stata danneggiata, quest’ultima fa ritorno sotto forma di disastro. Dopo tutto, disastro significa «perdita dell’influenza astrale». È da qui che nasce l’apocalisse; ed è da qui che nasce la storia degli uomini come assalto a un mondo inteso a torto come riserva inerte di risorse.

Amatissim* (la mia sostanza)

Amatissim*,

non ce la faccio più a sentirvi così. Al solo vedere uno schermo, per quanto piccolo, mi sale la nausea, qualcosa mi schiaccia le tempie, l’aria manca. Così da qualche tempo le mail si impilano, non leggo i documenti, non scarico i video, a volte neppure rispondo alle chiamate. Telefonino, telefono, whatsapp, meets, teams, telegram, email, zoom: nun te reggae più.

Eppure tra voi ci sono gli affetti più profondi, i visi che si cercano fra la folla, le voci affidabili, le presenze intime. Come mai non riesco più a telefonarvi, a rispondervi, a guardarvi? Sono al punto che preferisco sapere che state bene e immaginarvi come vi ricordo.

Immaginare: formare un’immagine dentro di sé. Ri-cordare: far ripassare dalle parti del cuore. Mentre cominciavo quest’esercizio ascetico, mi tornavano in mente le meraviglie intellettuali, le storie eterodosse e i pezzi di scienza visionaria che ci hanno appassionato e che abbiamo condiviso. È il momento di metterle alla prova.

Metà delle cellule del nostro corpo non sono cellule “nostre”, non portano il nostro DNA, ma sono batteri, funghi e protista. Fanno cose che, da soli, non riusciremmo a fare: ad esempio, digeriscono il cibo che mangiamo e ci tengono in salute. Da quando l’ho scoperto, fatico a dire “io”. Quali siano i simbionti che ci costituiscono dipende dal modo in cui siamo nati, dai luoghi che abbiamo abitato, dai cibi, dall’atmosfera, dalle persone che (in tutti i sensi) ci hanno toccato. Anche la regolazione dei nostri geni dipende dalla storia che abbiamo attraversato, non è il programma pre-scritto che tanto piace al determinismo neoliberista, ma un campo di possibilità che si sviluppano in una direzione o in un’altra a seconda del contesto. I neonati in stato di deprivazione affettiva sviluppano sindromi che vanno dalla depressione al nanismo fino a sfociare, nei casi più gravi, nella morte. La regolazione fisiologica dipende dall’insieme delle nostre relazioni. Le emozioni che proviamo sono quelle che abbiamo imparato a esprimere osservando gli altri intorno a noi. E si sa che l’isolamento totale è, da sempre, un metodo di tortura impiegato nelle carceri.

Come si fa, sapendo tutto questo, a definirci ancora in-dividui? A pensare che l’orizzonte ultimo di senso sia il singolo, con la sua meschina interiorità e con le sue protesi tecnologiche? A credere che la condizione naturale dell’esistenza umana sia la competizione di tutti contro tutti? A perderci di nuovo nel godimento coatto delle merci sul mercato? Semmai siamo olobionti, insiemi ecologici di forme viventi disparate che si tengono insieme in un progetto comune di vita. Semmai siamo dividui, soggetti fatti delle relazioni con altro e altri, nodi di un insieme di fili, ciascuno dei quali è parte di noi. Agli olobionti-dividui serve più intelligenza e sensibilità che agli organismi-individui perché, negli altri, ne va di noi.

Secondo Bion la parte maggiore dell’attività psichica è una rielaborazione onirica dei dati in arrivo dal mondo. Non solo nel sogno notturno: anche quando, da svegli, siamo impegnati in tutt’altre attività, un flusso incessante e sotterraneo di fantasticherie associa e organizza il materiale percettivo ed emotivo trasformandolo in immagini. Il montaggio di queste immagini di sogno è il modo primo in cui facciamo senso del nostro essere nel mondo. Non è un processo innato: all’inizio del tragitto, qualcuno sogna per noi.

Gli adulti accolgono nella propria rêverie le sensazioni informi dei neonati, le trasformano in immagini che placano l’angoscia. Poi si comincia a sognare con altri, per altri. Ne va della nostra tenuta psichica: dove il processo di rêverie è disturbato o bloccato (ad esempio perché l’immaginario è sbarrato o colonizzato, o per la diffusione epidemica di paranoie e angosce) serpeggia una follia a media intensità.

Perché, sapendo questo, cedere alle passioni tristi, alla paura del virus, all’angoscia per la fine del mondo, a un nazionalismo più canagliesco che mai? Perché abbandonare la zona più cruciale e delicata del nostro divenire, quella dell’immaginario, alle grinfie di Netflix e del terrore a mezzo stampa? Ci sono immagini che avvelenano, montaggi che rendono schiavi. Abbiamo bisogno di spazi protetti, del sogno notturno, della fantasticheria, di raccontare storie diverse da quelle che sentite finora. Abbiamo bisogno di tornare tutti insieme nella rêverie che ci unisce.

Secondo i Cashinahua delle terre basse amazzoniche il corpo è continuamente fabbricato e fatto crescere dall’azione degli altri. Se parentela vuol dire “persone fatte della stessa sostanza”, allora i Cashinahua la costruiscono in un processo lento e paziente di scambio di sostanze materiali e immateriali: cibi, miti, tecniche di accudimento, doni, canti, digiuni, relazioni con altri umani e non umani, medicamenti, pitture corporee, riti battesimali, addestramenti e via dicendo. Chi ti ha fatto, ti è parente. Tutte queste azioni richiedono conoscenza ed è proprio la conoscenza degli altri a depositarsi nel corpo, ad accrescerlo, a costruirlo. Così, alla fine, corpo e conoscenza sono tutt’uno, un cambiamento nell’uno comporta un cambiamento nell’altra: la malattia non è solo uno stato patologico, ma anche uno stato relazionale ed epistemologico.

Se prendiamo sul serio questa cosmovisione aliena, allora il distanziamento sociale che ci è stato imposto con forza di legge e abusi d’autorità è uno stato patologico ed epistemologico specifico, dal quale conviene imparare rapidamente tutto quello che ci serve sapere per prepararci a tornare a vivere. Perché, sia chiaro, questa senza di voi non è vita.

E dunque: in questi giorni ho imparato che la mia sostanza è fatta di voi, della vostra presenza, del flusso fra noi di contatti, odori, libri, cibi, batteri, passi, sguardi, oggetti, respiri, sorrisi, silenzi. Mi manca la dividualità che condividiamo, la materialità e (vabbè, lo scrivo) la spiritualità dell’esistere insieme a voi in un mondo. L’isolamento individualizza il mio corpo, lo igienizza, lo rende monocultura e totalitario come il disastro antropologico della modernità. Dopo tutti questi giorni in casa, sono fatta meno di voi e dell’intreccio con voi, e più di me e della mia monotonia. Non mi sopporto, così rinsecchita, e per questo non sopporto di vedervi sullo schermo, derisorio premio di consolazione dei coatti che siamo costretti a essere.

Finché non vi potrò riabbracciare, mi eserciterò a formare in me la vostra immagine e farla passare e ripassare dalle parti del cuore. Come in questa lettera. Nel materialismo mistico che mi sforzo di praticare, è una buona via per accogliere e abitare la nostalgia che sento di voi.

Non c’è sentimento più intimo e politico di questo.

Stefania

Il XXI secolo è iniziato nel 2020

Jéme Baschet

 

Il XXI secolo è iniziato nel 2020 con l’entrata in scena del Covid-19

Le Monde, 2 aprile 2020

Jérôme Baschet è stato professore e ricercatore all’EHESS di Parigi. Tra i libri da lui pubblicati, «Défaire la tyrannie du présent. Temporalités émergentes et futurs inédits» (La Dèouverte, 2018) e «Una giusta rabbia. Fermare la distruzione del mondo» (Divergences, 2019; Bepress, 2020). Un’intervista doppia insieme a Laurent Jeanpierre è disponibile in italiano qui e qui.

Succede spesso che gli storici facciano cominciare il XX secolo nel 1914. Allo stesso modo, un domani ci spiegheranno che il XXI è cominciato nel 2020, con l’entrata in scena del Covid-19. Certo, il ventaglio degli scenari a venire è ancora molto ampio; ma la catena degli eventi messa in moto dalla propagazione del virus offre, come in time-lapse, un assaggio delle catastrofi a venire,  destinate a intensificarsi in questo mondo sconvolto dagli effetti di un riscaldamento globale che viaggia verso 3-4ºC di rialzo medio. Si profila insomma sotto i nostri occhi una connessione sempre più stretta tra gli elementi della crisi. Una crisi che un solo fattore — tanto annunciato quanto imprevisto — è stato sufficiente ad attivare.

Tracollo e disorganizzazione del vivente, deregulation climatica, decomposizione sociale in accelerazione, discredito nei confronti di governanti e sistemi politici, espansione fuori misura del credito bancario e delle fragilità finanziarie, incapacità di mantenere un livello di crescita sufficiente: tutte dinamiche che si sostengono l’una con l’altra, e che risultano nell’estrema vulnerabilità di questo sistema-mondo in crisi strutturale permanente. Ne consegue che qualsiasi stabilità apparente non è che la maschera di una crescente instabilità.

Il messaggero della vita

Il Covid-19 è una «malattia dell’antropocene», come ha detto Philippe Sansonetti, microbiologo e professore al Collège de France. L’attuale pandemia è un fenomeno totale, in cui la realtà biologica del virus è ormai indissociabile dalle condizioni sociali e sistemiche che causano la sua esistenza e la sua diffusione.

Invocare l’antropocene — era geologica in cui la specie umana modifica la biosfera su scala globale — invita a considerare un’idea di temporalità a triplo taglio. In primo luogo gli ultimi anni, nel corso dei quali abbiamo preso coscienza di questa nuova epoca sotto la crescente pressione di evidenze sempre più sensibili. Seguono gli anni del secondo dopoguerra, che vedono l’ascesa della società dei consumi e la grande accelerazione di tutti i marcatori dell’attività produttiva (e distruttiva) dell’umanità. Infine, la svolta compiuta nel XVIII e XIX secolo, quando la curva di emissione di gas a effetto serra decolla, più o meno quando ha inizio l’utilizzo sistematico dei combustibili fossili e l’industrializzazione.

Il virus è il messaggero del vivente, venuto a presentarci il conto della tempesta che noi stessi abbiamo innescato. L’antropocene comporta obblighi: e la responsabilità è sicuramente dell’uomo. Ma di chi, più esattamente? Le tre temporalità sopra menzionate ci permettono di essere più precisi. Nell’orizzonte più immediato, si impone lo scioccante scandalo degli stock di mascherine, letteralmente evaporati dal 2009 a oggi, e sui quali non c’è stato alcun tipo di intervento nemmeno con l’avvicinarsi dell’epidemia. Ma, ancora, non è che uno degli aspetti dell’impreparazione europea.

L’incapacità di anticipazione testimonia di un’altra malattia dei tempi: il presentismo, per cui tutto ciò che esula dall’immediato scompare. Il modello freddamente contabile di gestione ospedaliera neoliberale ha fatto il resto. Senza mezzi, sottodimensionato ed esaurito già in tempi ordinari, il personale di cura urla tutta la propria disperazione senza essere ascoltato. Eppure, l’irresponsabilità delle politiche governative è ormai sotto gli occhi di tutti.

«Capitalocene»

Secondo Philippe Juvin, primario di Pronto Soccorso dell’ospedale Pompidou di Parigi, ci troviamo «completamente nudi» di fronte all’epidemia per colpa di alcuni «indifferenti e incapaci». E se Emmanuel Macron si vuole elevare al rango di capo militare in quella che chiama «guerra», non dovrebbe dimenticare che questa retorica potrebbe in futuro ribaltarsi metaforicamente in accusa di tradimento.

Studiando la seconda metà del ventesimo secolo, si ritrovano molte delle possibili cause di moltiplicazione delle zoonosi — ossia le malattie legate al passaggio di un agente infettivo dall’animale all’umano. Ad esempio lo sviluppo dell’allevamento industriale e delle sue forme di ignominioso concentramento, che ha delle conseguenze anche sanitarie (influenza suina, influenza H5N1, ecc.). O l’urbanizzazione senza misura, che invece erode gli habitat degli animali e li spinge ancor più a contatto con gli umani (VIH, Ebola).

Ma questi due fattori potrebbero anche non essere intervenuti nel caso della SARS-CoV-2. In compenso, la vendita di animali al mercato di Wuhan non avrebbe avuto certe conseguenze se la città non fosse anche diventata una delle maggiori capitali dell’industria automobilistica. La globalizzazione dei flussi economici è decisamente operativa, e l’espansione insensata del traffico aereo è stata il vettore di una folgorante diffusione planetaria del virus.

Ecco che, tornando indietro di due secoli, si può finalmente dare all’antropocene il suo vero nome: «capitalocene». Perché è un fenomeno che non riguarda la specie umana in generale, ma un sistema storicamente determinato. Un sistema — il capitalismo — che ha come caratteristica principale la subordinazione della produzione all’esigenza di valorizzare il denaro investito. Anche se le configurazioni sono variabili, il mondo si organizza in funzione delle imperiose necessità dell’economia.

Compulsione produttivista mortifera

Quando l’interesse privato e l’individualismo concorrenziale diventano i valori supremi, ne risulta una rottura di civiltà, mentre l’ossessione puramente quantitativa e la tirannia dell’urgenza conducono a un vuoto nell’essere. Ne deriva soprattutto quella compulsione produttivista e mortifera che è all’origine del sovrasfruttamento delle risorse naturali, della disorganizzazione accelerata del vivente e dello sconvolgimento climatico.

Si è detto che dopo l’urgenza sanitaria, niente sarà come prima. Ma cosa va cambiato? Sarà un esame di coscienza che si limiterà alla memoria a breve termine, o considererà invece il ciclo completo del «capitalocene»? La vera guerra che si giocherà non ha il coronavirus come nemico, ma vedrà invece affrontarsi due opzioni opposte: da un lato, il prosieguo del fanatismo della merce e del produttivismo compulsivo che approfondisce la devastazione in corso; dall’altro, l’invenzione —  che già balugina in mille luoghi — di nuovi modi di esistere capaci di rompere con l’imperativo categorico dell’economia privilegiando una buona vita per tutte e tutti.

Preferendo l’intensità gioiosa del qualitativo alle false promesse di un’illimitatezza impossibile, questa invenzione si congiungerà con l’attenta premura per i luoghi abitati e le interazioni tra viventi, con la costruzione del comune, il mutuo aiuto e la solidarietà, con la capacità collettiva di auto-organizzazione.

Il coronavirus è giunto a lanciare un segnale d’allarme, a tirare il freno del folle treno di una civiltà lanciata verso la distruzione della vita. Lo lasceremo ripartire? In quel caso, avremmo l’assoluta certezza di nuovi cataclismi a venire. Cataclismi rispetto ai quali questi giorni saranno poca cosa.

La festa crudele

di Mattia Schiavone

La città,
come tu stesso ben lo vedi, troppo
è già sbattuta dai marosi, e il capo
piú non riesce a sollevar dal baratro
del sanguinoso turbine: distrutti
i frutti della terra ancor nei calici:
distrutti i bovi delle mandrie, e i parti
delle donne, che a luce piú non giungono;
e il dio che fuoco vibra, l’infestissima
peste, su Tebe incombe, e la tormenta,
e dei Cadmèi vuote le case rende.

Sofocle, Edipo re

 

 

Le epidemie, esattamente come le feste, hanno il potere di rendere gli uomini uguali. Non che spariscano le differenze sociali ed economiche che ci rendono diversi persino di fronte alla morte, ma durante questi avvenimenti tutti sono presi da un uguale torpore, tutto sembra perdere di significato se non il puro spirito di sopravvivenza, il puro attaccarsi alla vita. Così come nelle feste la vita è celebrata nella sua purezza positiva, di fronte al nemico invisibile della malattia ci si attacca totalmente al suo aspetto negativo, al non-esserci della morte, presupposto indispensabile per tutte le gioie e i dolori a venire.

La festa è il momento di sospensione della quotidianità, il momento in cui ci si interroga sul rapporto tra l’uomo e la natura. E’ un giorno di felicità, ma inscindibile dal carico rituale e simbolico che si porta dietro. In quanto tale è un’esperienza essenzialmente comunitaria, non esiste festa che si possa consumare in solitudine. In questo possono essere accostate alle catastrofi naturali, come eventi che investono la comunità nella sua interezza e non possono essere esperite che collettivamente. Furio Jesi chiama feste crudeli queste particolari esperienze festive. Feste in quanto esperienze collettive, ma crudeli in quanto vi si sperimenta solo la violenza e il dolore. I casi letterariamente più celebri di questo tipo di festa sono la peste di Atene nel “De Rerum Natura” di Lucrezio, la peste di Milano nei Promessi Sposi, il terremoto di Lisbona per come lo descrive Voltaire. Festa crudele insomma è qualsiasi esperienza che rimanda all’autenticità della vera festa, ma non fa che metterne in luce l’impossibilità attuale.

L’epidemia che stiamo vivendo attualmente è forse l’esperienza collettiva più grande che abbiamo mai vissuto dall’inizio del secondo dopoguerra. La quotidianità di tutti ne è irrimediabilmente investita e stravolta. I tenui legami sociali che caratterizzano la nostra società, ancor più smorzati dal forzato isolamento, impediscono che il collettivo possa diventare comunitario. Tutti si trovano a sperimentare il medesimo dolore, ma senza poterlo condividere, senza poterselo spartire. Se come credeva Jesi, nel mondo moderno le esperienze comunitarie sono diventate impossibili, non riusciremo mai davvero a vivere una festa che non sia crudele fintanto che questo mondo permarrà. L’isolamento rende impossibile qualsiasi tentativo di conquistare un accesso al simbolo che non sia individuale, e quindi fertile.

Se nel momento della festa ogni divieto quotidiano perde di significato, nella festa crudele al contrario acquista il suo potere maggiore. I vecchi divieti vengono rafforzati e ne sorgono di nuovi. Se la paura della morte improvvisa è ciò che spinge gli uomini a legarsi nella società e negli stati, non sorprende che sia in questi momenti che il potere statuale si mostra in tutta la sua possibile brutalità. I divieti imposti alla popolazione sono subito assunti come propri dalla popolazione medesima, come se  li fosse dati da sé. Il risentimento non assume qui tanto la forma dell’invidia verso chi pratica comportamenti agognati e non consentiti, quanto quello della superiorità morale dinanzi al diverso. Chi infrange il divieto è identificato immediatamente come il nemico, il subdolo traditore amico del virus che mette in pericolo l’intera collettività. La morale è un sentimento individuale che si riferisce a un comportamento collettivo. In un mondo senza peccatori, non esisterebbero santi. Tramite il perseguimento ossessivo dell’errore altrui, il borghese massa tenta di fabbricarsi l’abito del santo. L’indignazione e il disprezzo che prova solitamente per chi ruba o non paga il biglietto del tram vengono portati dalla cattività alle estreme conseguenze. Così comportamenti innocenti ricevono dalla mutata situazione festiva inedite cariche simboliche. E come nella festa si odia chi si astiene dalle orge e dalle vivande non partecipando alla gioia collettiva, in questa anti-festa si odia chi si astiene dall’astensione, rompendo così il lutto comune. Il borghese massa rivela nel suo intimo l’autentica essenza dello sbirro massa.

La sospensione del tempo storico è un altro tratto tipicamente festivo di cui quest’epidemia si ammanta. Nel mondo che ci circonda sembra non accadere più niente di divisibile dall’andamento dell’epidemia. Lo stesso modo in cui viviamo i nostri giorni ci è ormai indifferente, nella monotonia totale ogni istante non si differenzia in alcun modo dal precedente e quando la quarantena finirà la ricorderemo probabilmente come un’unica lunghissima giornata. Ogni momento è diventato per noi il momento dell’attesa. Attesa di un dopo, di una fine, di un rientro dell’emergenza. Di una riconquista del tempo che sia di nuovo qualità e non semplice quantità. In questo strano assedio alla nostra quotidianità sono gli assedianti stessi ad alzare le mura che ci circondano per rendere le nostre vite inespugnabili. Trarre fino in fondo le conseguenze degli avvenimenti presenti, sviluppare ogni nodo che la crisi sta aprendo, significherebbe modificare radicalmente la vita a cui siamo abituati. Distruggere le mura ed evadere da questo assedio in cui siamo costretti aprirebbe infinite possibilità di scelta, e con esse la possibilità di fallire; ma anche la possibilità di costruire infine un mondo a misura d’uomo dove la scissione tra vivere e sopravvivere non sussista più. Chi sta decidendo delle misure d’eccezione non è intenzionato a permetterlo, dove ancora una volta si riafferma la centralità dello Stato e del suo progetto. La ristrutturazione della quotidianità avverrà, questo è certo. Ma avverrà secondo le antiche logiche del vecchio regime. Bisogna che cambi tutto affinché non cambi niente. Bisogna che le nostre vite siano radicalmente alterate perché non sia alterata la vita stessa nella sua forma mercificata. La fine del mondo non sarà evitata, ma rimandata ancora una volta.

Infatti, se il diffondersi di una malattia ci colpisce in maniera così dura tanto da mettere in discussione i fondamenti stessi del modo in cui viviamo, ciò non capita tanto per la straordinarietà dell’evento quanto per la fragilità del sistema. La saturazione a cui hanno portato gli stili di vita del mondo capitalistico da tempo crepa in più punti il fragile vaso in cui viviamo. Un evento di questo tipo e di questa portata era stato da tempo previsto, ciò che stupisce è solo il modo.

L’esplosione di un’epidemia può essere vista come un disastro. Può essere vista altresì come un avvertimento. Nell’Edipo Re la peste da cui muove la tragedia arriva ad avvisare i tebani della necessità di cambiare qualcosa, di un fatto talmente grave di per sé, talmente contrario alla natura, il cui solo avvenimento è bastato a turbare per sempre la vita stessa della città. Davanti alle colpe del sistema capitalistico, anche il parricidio e l’incesto di Edipo sembrano cose da poco. Augurarsi che vada tutto bene, che tutto torni ad essere come prima, significa non cogliere il punto della situazione. Perché la peste passi, occorre che Edipo espii il suo peccato. Edipo non era però consapevole della sua colpa, è occorsa la violenza della peste perché la scoprisse. Occorre augurarsi che chi soffre e soffrirà le conseguenze di questa epidemia si ribelli come il popolo tebano.

Che all’enigma diverso che ci pone la Sfinge – qual è la causa di questa epidemia? – si risponda alla stessa maniera: l’uomo. Che si riesca a vivere l’unica possibile esperienza che al contempo sospenda il tempo storico e si carichi dietro un carico di gioia che non trasudi in malinconia, l’esperienza della rivolta. Allora avremo accecato Edipo e l’avremo esiliato dalle nostre città, allora riusciremo a vivere una festa che non sia crudele.

L’economia o la vita. Proposta per uno scisma.

da Lundi Matin 236, 30 marzo 2020

«Non riesci a capire, non riescono a capire i tuoi conferenzieri, che siamo noi che stiamo morendo, e che quaggiù l’unica cosa veramente viva è la Macchina? Abbiamo creato la Macchina affinché eseguisse il nostro volere, ma ora noi non riusciamo a farci obbedire. Ci ha privato del nostro senso dello spazio e del senso del tatto, ha offuscato ogni relazione umana e ridotto l’amore ad un atto carnale, ha paralizzato i nostri corpi e le nostre volontà, e ora ci obbliga a venerarla. »

M. Forster, La macchina si ferma, 1909

Non tutto è falso nella comunicazione ufficiale. In mezzo a tante sconcertanti menzogne, a volte accade che i cuori degli attuali governanti siano visibilmente toccati ed è quando descrivono nel dettaglio quanto l’economia soffra. Gli anziani vengono lasciati soffocare in casa in modo da non entrare nelle statistiche dipartimentali e da non ingombrare gli ospedali, certamente, certamente. Ma se muore una grande impresa a loro viene un nodo alla gola. Corrono al suo capezzale. Certo, la gente sta morendo ovunque a causa delle difficoltà respiratorie, ma non dobbiamo permettere  che manchi ossigeno all’economia. Per lei non ci sarà mai carenza di respiratori artificiali. Le banche centrali provvederanno. I governanti sono come una vecchia borghese che, mentre un ospite muore nel suo salotto, inizia a sudare freddo per le macchie sul pavimento. O come quell’esperto di tecnocrazia nazionale che, in un recente rapporto sulla sicurezza atomica, ha semplicemente concluso: “la principale vittima del grave incidente nucleare è l’economia francese ».

Di fronte all’attuale tempesta microbica, annunciata mille volte a tutti i livelli di governo dalla fine degli anni Novanta, ci si perde nella speculazione sulla mancanza di preparedness dei leader. Come mai mancano in questa misura le maschere, le cuffie, i letti, i medici, i test, le medicine? Perché queste misure così tardive e questi improvvisi capovolgimenti dottrinali? Perché questi ordini così contraddittori –  confinarsi ma andare al lavoro, chiudere i mercatini ma non i supermercati, fermare la circolazione del virus ma non le merci che lo trasportano? Perché ostacolare in modo così grottesco la somministrazione di test a tappeto o di un farmaco evidentemente efficace ed economico? Perché la scelta della quarantena generale invece dell’individuazione dei soggetti malati? La risposta è semplice e uniforme: it’s the economy, stupid!

Raramente l’economia è apparsa come lo sta facendo ora per quello che realmente è: una religione, se non una setta. Una religione, dopo tutto, è solo una setta che ha preso il potere. Raramente i governanti sono apparsi così palesemente posseduti. I loro assurdi inviti al sacrificio, alla guerra e alla mobilitazione totale contro il nemico invisibile, all’unione dei fedeli, i loro incontinenti deliri verbali che non indietreggiano davanti ad alcun paradosso, sono quelli di ogni celebrazione religiosa; e noi, in una crescente incredulità, siamo chiamati a sopportarli ognuno dietro il nostro schermo. La particolarità di questo tipo di fede è che nessun fatto è in grado di invalidarla, tutt’altro. Lungi dal condannare l’economia mondiale, l’espansione del virus è vista  piuttosto come un’opportunità per realizzarne i presupposti. Il nuovo ethos del confinamento, dove “gli uomini non traggono alcun piacere (ma, al contrario, un grande dispiacere) dal vivere in compagnia”, dove ognuno considera chiunque, dalla sua stretta separazione, come una minaccia per la propria vita, dove la paura della morte si impone come fondamento del contratto sociale, realizza l’ipotesi antropologica ed esistenziale del Leviatano di Hobbes – Hobbes che Marx considerava “uno dei più antichi economisti inglesi, uno dei filosofi più originali”. Per situare questa ipotesi, vale la pena ricordare che Hobbes era divertito dal fatto che sua madre lo avesse partorito sotto l’effetto del terrore causato dai fulmini. Nato dalla paura, Hobbes ha visto logicamente nella vita nient’altro che paura della morte. “Questo è un suo problema”, si è tentati di dire. Nessuno è obbligato a concepire questa visione malata come base della sua esistenza, tanto meno di qualsiasi esistenza. L’economia, liberale o marxista, di destra o di sinistra, dirigista o deregolamentata, è una malattia che si propone come formula per la salute generale. In questo, è davvero una religione.

Come ha osservato l’amico Hocart, non c’è niente che distingue fondamentalmente il presidente di una nazione “moderna” da un capo tribù nelle isole del Pacifico o un pontefice a Roma. Si tratta sempre di compiere tutti i riti propiziatori che porteranno prosperità alla comunità, riconcilieranno gli dei, le risparmieranno la loro ira, assicureranno l’unità e impediranno la dispersione delle persone. “La sua ragion d’essere non è quella di coordinare, ma di presiedere il rito” (Origo e dispositivo-rito. Re e cortigiani. La origo dei sacramenti): è la non comprensione di questo fatto che produce l’incurabile imbecillità dei leader contemporanei. Una cosa è attirare la prosperità, un’altra è gestire l’economia. Una cosa è compiere dei rituali, un’altra è governare la vita delle persone. Quanto il potere sia di natura puramente liturgica è sufficientemente dimostrato dalla profonda inutilità, anzi dall’attività essenzialmente controproducente degli attuali governanti, i quali riescono a vedere la situazione solo nei termini di un’opportunità senza precedenti per estendere smisuratamente le loro prerogative e per assicurarsi che nessuno venga a prendersi il loro misero posto. Di fronte alle calamità che ci stanno colpendo, i leader della religione economica devono davvero essere gli ultimi dei babbei in materia di riti propiziatori e questa religione non è altro che una dannazione infernale.

Ci troviamo quindi ad un bivio: o salviamo l’economia, o salviamo noi stessi; o usciamo dall’economia, o ci lasciamo arruolare nel “grande esercito dell’ombra” dei sacrificati in anticipo – la retorica molto ‘14-‘18 del momento non lascia alcun dubbio su questo punto. È l’economia o la vita. E siccome abbiamo a che fare con una religione, abbiamo dunque a che fare con uno scisma. Gli stati di emergenza decretati ovunque, l’estensione infinita delle misure di polizia e di controllo della popolazione già in opera, la rimozione di tutti i limiti allo sfruttamento, la decisione sovrana su chi si fa vivere e chi si fa a morire, l’apologia disinibita del governo cinese, non mirano a provvedere alla “salvezza delle popolazioni”, ma a preparare il terreno per un sanguinoso “ritorno alla normalità”, o meglio l’instaurazione di una normalità ancora più anomica di quella che già prevaleva nel mondo di prima. In questo senso, per una volta i leader non mentono: il dopo si sta davvero preparando adesso.

È adesso che i medici devono sfidare qualsiasi obbedienza a coloro che li lusingano mentre si apprestano a sacrificarli. È adesso che dobbiamo strappare alle industrie della malattia e agli esperti di “sanità pubblica” la definizione della nostra salute, della nostra grande salute. È adesso che dobbiamo creare le reti di mutuo appoggio, di approvvigionamento e di autoproduzione che ci permetteranno di non soccombere al ricatto della dipendenza con il quale si cercherà di raddoppiare la nostra schiavitù. È adesso, a partire dalla prodigiosa sospensione che stiamo vivendo, che dobbiamo capire ciò di cui abbiamo bisogno per evitare il loro ritorno e tutto ciò di cui avremo bisogno per vivere al di là dell’economia. È adesso che dobbiamo nutrire la complicità che può limitare la sfacciata vendetta di una polizia che sa di essere odiata. È adesso che dobbiamo disquarantenare noi stessi, non per semplice spavalderia, ma poco a poco, con tutta l’intelligenza e l’attenzione che si addice all’amicizia.

È adesso che dobbiamo chiarire la vita che vogliamo – ciò che questa vita impone di costruire e di distruggere, con chi vogliamo vivere e con chi non vogliamo più vivere. Nessuna care per i leader che si armano per la guerra contro di noi. Nessun “vivere insieme” con chi ci lascia morire. Non avremo alcuna protezione in cambio della nostra sottomissione; il contratto sociale è morto; sta a noi inventare qualcos’altro. Gli attuali governanti sanno bene che, nel giorno della fine della quarantena, non avremo altro desiderio che veder cadere la loro testa e per questo faranno tutto il possibile per evitare che un tale giorno arrivi, per dilazionare, controllare e differenziare l’uscita dal confinamento. Sta a noi decidere quando e a quali condizioni. Sta a noi dare forma al dopo.

Sta a noi tracciare le vie tecnicamente e umanamente praticabili per uscire dall’economia. “Alziamoci e andiamocene”, disse una disertrice del Goncourt non molto tempo fa. O per citare un economista che cercava di disintossicarsi dalla sua religione : « l’avarizia è un vizio, l’esazione dell’usura, una colpa, l’amore per il denaro spregevole, e chi meno si affanna per il domani cammina veramente sul sentiero della virtà e della profonda saggezza. Rivaluteremo i fini sui mezzi e preferiremo il bene all’utile. Renderemo onore a chi saprà insegnarci a cogliere l’ora e il giorno con virtù, alla gente meravigliosa capace di trarre un piacere diretto dalle cose, i gigli del campo che non seminano e non filano » (Keynes).

Lettera dalla Società degli Amici del Virus

Caro Virus,

Vogliamo scriverti* questo comunicato, come breve nota di ringraziamento.

Ai nostri compagni umani su questo pianeta un gesto del genere potrebbe sembrare un tradimento, poiché proprio in questo momento tu sei stato dichiarato il nemico dell’umanità. Non si era mai vista, dagli eventi dell’11 settembre, una tale unanimità e propagazione di paura, né tutti questi sforzi volti alla costruzione acritica di un nemico in cambio della cessione di ulteriore potere agli Stati e all’esposizione dei nostri più intimi (cioè personali e impersonali) dettagli/abitudini alla loro osservazione, sorveglianza e determinazione. In alcuni stati, addirittura, viene monitorato e controllato ciò che si può e non si può dire di te e del tuo operato. Ovviamente, anche nel caos che il tuo arrivo e la tua diffusione ha creato, ci sono aziende, investitori e attori statali che si adoperano 24 ore su 24 per trovare come trarre beneficio duraturo dalla tua presenza / esistenza. Ma siccome la Società non ha molta fiducia né nello Stato né nell’Impresa “comunitaria” capitalista (né, dovremmo aggiungere, nella cosiddetta Scienza Regale, che è poi il mezzo tecnico di cui questi ultimi si servono per mantenere la presa e il monopolio del potere) cerchiamo anche noi di vedere e percepire come possiamo accogliere la tua venuta.

Per anni ci è stato detto che un’infermità, una malattia, una patologia, sono soprattutto portatrici di un messaggio. A volte, quel messaggio è semplice: fermarsi, riposare, cambiare completamente (nel più grave dei casi) le nostre abitudini, il nostro modo di vivere, la nostra alimentazione, la nostra dieta, la nostra forma di vita. Alcuni non ce la fanno proprio a sentire il richiamo a un cambio di rotta e cercano una rapida opzione – chirurgica, chimica, perfino nucleare – per eliminare immediatamente ciò che ha esposto una vulnerabilità e prodotto debolezza. E quando i metodi convenzionali non appaiono efficaci, si esplorano opzioni sperimentali, e tuttavia è raro che quella vulnerabilità sia accolta per quello che è e che si comprenda il messaggio più profondo che nella malattia è codificato e reso manifesto. Si cerca una cura ma raramente si capisce che (come rivela il senso stesso della parola) essa consiste più spesso nel prendersi cura (di ciò che ha reso manifesto questo malessere, questo dis-agio, questo s-quilibrio, questo dis-equilibrio). Di fronte alle proprie debolezze e vulnerabilità, varie comunità umane inventarono cosmologie e prospettive (immagini di mondi) con le quali avrebbero trovato un equilibrio, e prodotto venerazione e rispetto per quelle forze e forme di vita con le quali, pur senza comprenderle a pieno, condividevano e abitavano un mondo.

La maggior parte di noi, membri di questa Società, ha vissuto solo in comunità che hanno cercato di separarsi dal resto degli esseri viventi, per vedersi come eccezioni. E quando queste comunità si sono scomunicate da questo inter-essere, si sono messe a formare vari culti, che ancora oggi chiamano cultura, riservando alle altre forme d’esistenza il nome di natura. Di quest’ultima a volte si compiacciono di pensarsi come i guardiani e gli amministratori, o direttori, il più delle volte come i suoi padroni, proprietari, possessori, esploratori, sfruttatori, coltivatori, colonizzatori, conquistatori. Alcuni hanno talmente temuto la vicinanza a queste altre esistenze da arrivare a creare ambienti che potessero far loro dimenticare completamente il fatto di dipendere dalla stessa terra, dallo stesso suolo, dalle stesse acque, dalla stessa aria, dal vento, dal mare, dal sole, dalla luna. Alcuni hanno inventato addirittura divinità che concedevano loro uno status speciale rispetto alle altre esistenze, creando talvolta anche classi e caste e, tra di loro, incarichi di distinzione ed eccezione – i più nobili, i superiori, i puri, gli eletti, i razionali, gli illuminati, i moderni – e infine elevando i più separati al rango dei più capaci di soggiogare e oggettivare (anche usando crudeltà) quelle esistenze (considerate in blocco come natura). La maggior parte di noi proviene da tali comunità, e ci rendiamo conto che la malattia di cui soffriamo non sei tu. Non siamo una società nichilista, per cui il nostro scopo non è quello di affermare che siamo noi la malattia (anche se questa, va detto, è un’ipotesi allettante). E certamente non cerchiamo una vita dopo la vita terrena, né vogliamo fondare un culto o una cultura del virus, rischiando di fare di te una divinità. Ma riconosciamo che tu porti con te un messaggio/appello più profondo e affermativo di qualsiasi altra cosa chiunque di noi, membri di questa Società, abbia mai sperimentato.

Alcuni dei membri della nostra Società si sono messi a sognare da soli una sorta di Sciopero, uno Sciopero Generale. Alcuni nel gruppo l’hanno perfino chiamato Sciopero Umano (sottolineando, tra l’altro, la necessità di uno sciopero totale, che coinvolga tutte le sfere, comprese quelle che sono state tradizionalmente separate in produzione e riproduzione). Abbiamo capito che l’unica maniera per fermare la corsa biocida e suicida, in cui il genere umano è chiaramente entrato, sarebbe quella di tirare in qualche modo il freno d’emergenza, per fermare radicalmente ciò che stiamo facendo, e chiedere a noi stessi, collettivamente, se questo appuntamento apparentemente inevitabile con l’apocalisse e la distruzione terrena è inevitabile oppure se, attraverso l’azione o più precisamente una radicale forma di in/azione, volgendoci verso un nuovo uso delle nostre vite e dei nostri corpi, un altro coordinamento o orientamento potrebbe essere scoperto. C’è chi ti teme e ti demonizza e, chissà, forse anchenella nostra Società degli Amici, ma noi sappiamo, riconosciamo e siamo grati per questo attacco terreno e disumano che vieni a offrirci come presente e come presenza (a noi stessi). È questo presente che vediamo in te, che senza dubbio è anche pieno del potenziale per rispondere ancora una volta con rettitudine  alla furia d’affermazione dell’umana maestria, alla sua eccezionalità, e invulnerabilità, che erige nuovi muri, barriere, recinti, in nome della difesa della comunità umana, o di una sua specifica e più eletta parte, da un’ulteriore esposizione a te o ad altri amici che possono venire con una forza ancora più dirompente dopo di te. Ma in quanto dono (mortale) questa occasione può offrire il momento e l’evento più opportuno o di buon auspicio per intraprendere l’azione più grande e necessaria alle nostre vite, per arrestare i nostri continui investimenti, libidinali e materiali, sulle istituzioni che fanno finta di mobilitare la cura ma che sanno solo sfruttarla, mutilarla e riconvertirla in nuovi strumenti di potere e di controllo… estrazione e profitto.

Veniamo da comunità che hanno voluto in gran parte vedere nell’umano la capacità di azione, e dell’umano la volontà e la decisione, ed è quindi comprensibile che tutti noi ci metteremmo a cercare il mezzo umano-troppo-umano per convocare questo che è il più glorioso e necessario degli scioperi … (la più violenta e necessaria tra le armi, le misure, e le in/azioni a disposizione di coloro che non cercano né possiedono alcuna arma) …

per fermare

per rompere

per interrompere il corso incessante delle cose

lo stato delle cose .

È solo in questo arresto radicale e luminoso che possiamo vedere tanto l’incessante quanto l’interruzione, e ciò che appare come una vita interrotta è l’unica possibilità per la presenza o la possibilità della vita. Uno degli amici della Società ha osservato una volta che è solo quando un oggetto o uno strumento si rompe o non funziona più che trova il suo uso, la sua singolarità.

Pur percependo le gravi minacce di estinzione umana e la necessità di modificare radicalmente il nostro modo di vivere (di fronte al deterioramento e alla distruzione senza fine delle comuni premesse all’esistenza) non avevamo mai capito che il solo appello allo sciopero in grado di essere ascoltato sarebbe stata così disumano, virale. È ovvio, il Capitale e gli Stati cercheranno di usare te e la paura di te per consolidare la loro determinazione di ciò che è reale e di ciò che è la vita: in breve, il loro potere/su. Ed è in questo e attraverso questo SCIOPERO DISUMANO che dobbiamo riscoprire il nostro potere/di de/creare, destituire, affermare un altro reale, un’altra idea, un altro modo, un altro uso, un’altra forma di vita.

II.

Sono venuto a distruggere tutto ciò che voi rappresentate, io sono il vento, il sole, il sole, la pioggia, l’uragano, la figlia di Katrina, di Irene, di Sandy. Questa volta sono te che cerco, sì tu l’ultimo uomo, l’uomo vecchio, l’uomo superiore, l’uomo bianco, l’uomo bianco, l’uomo europeo, l’uomo coloniale, l’uomo, l’uomo, ecco l’uomo! Attento all’uomo! Una merda di uomo!

L’Intelligenza Artificiale fabbrica Vite Artificiali! Non il Cognitariato! Mangiatevi i vostri computer, mangiatevi i vostri iPhone! Forse solo allora digerirete quello che sto per dirvi!

Non sono logico. Non sono cinico! Sono oltre quello che il linguaggio può esprimere!

Sono i vostri pensieri inespressi! Sono le vostre paure rimosse! Non devi pensare ai soldi dell’affitto, al lavoro, alla scuola, ai debiti, alle vacanze, ai tuoi attacchi d’ansia, alle tue depressioni, agli sbalzi d’umore, alle tue preoccupazioni di invecchiare, di non essere attraente perché hai i capelli bianchi, alla tua crisi di mezza età, di non avere un’erezione, del tuo isolamento, della tua gelosia, del tuo odio per la tua impoverita, troppo impoverita esistenza.

Sì, sono venuto ad attaccare! Guardatevi intorno! Smettetela di cercare di agire a tutti i costi! L’azione è la vostra malattia, è chiaro, quindi non date la colpa a me!

Azione! Insistete ad agire perché vi dà un senso d’identità, di scopo, di produttività, il senso di chi siete!

Ma la questione non è chi sei, ma chi puoi diventare.

Io sono la forza di una direzione potenziale, non un’azione.

Sono un messaggero della terra e un amico dei suoi vermi

sono nato dal calore della terra

una terra sempre più calda e sì

pure

dei cuori sempre più freddi

Scava qui, scava in profondità

qui l’oro là il gas

qui il petrolio là il carbone …

E ancora verso la fine pretendono di fare dei ragionamenti …

I quattro tipi di scorte che tutti devono possedere …

Il crollo del 1929 il crollo del 1987 il crollo del 2008 il crollo del 2020.

È l’economia, stupido! (che ti sta uccidendo)

Flash in America

un sogno è l’America

un sogno un addio

un addio in America

un sogno un qualcosa un virus un piccolo virus può spaventarmi

piccolo come me, ti ricordi di me

quando mi mettesti su una coperta

una coperta infetta dal vaiolo

a chi e dove e che cosa è stato

esattamente un ricordo di

quando il sogno americano

III.

(OLTRE) LO SCIOPERO UMANO

SE L’ECONOMIA È CIÒ CHE

DETERMINA AMMINISTRA

CANALIZZA LA PRODUZIONE

CIRCOLAZIONE

VALUTAZIONE

DI ‘COSE’ DI CORPI

DI DESIDERI

LE NOSTRE RELAZIONI CON I MONDI

E l’UN

L’ALTRA

UNO SCIOPERO

UNO SCIOPERO UMANO VA OLTRE IL ‘LAVORO’.

‘POSTO DI LAVORO’

COLPISCE OVUNQUE LE CONDIZIONI

DI POSSIBILITÀ E RIPRODUZIONE DI

QUELLO CHE L’ECONOMIA SVOLGE

nelle nostre case

nelle nostre scuole

nei nostri ospedali

nelle nostre moschee, nelle chiese, nei santuari, nelle sinagoghe (cioè: nei musei)

NELLE NOSTRE ABITUDINI

NEL NOSTRO STILE DI VITA

L’INTERRUZIONE DI QUESTO ‘LAVORO’.

NON PARALIZZERÀ SOLO LA PRODUZIONE

MA PIUTTOSTO,

E QUESTO È ANCORA PIÙ IMPORTANTE,

LA RIPRODUZIONE

DI NOI STESSI e DELLA VIOLENZA

CHE QUESTI “SÉ” SONO FORZATI E COSTRETTI

A PERPETUARE

QUESTA FORMA DI SCIOPERO NON È UN MERO

VOLTARE LE SPALLE O TRONCARE I NOSTRI RAPPORTI

con / da FORME ORDINARIE DI SFRUTTAMENTO

MA È UN RITIRARSI DALLE NOSTRE

DIPENDENZE E DALLA NOSTRA OGNI GIORNO FORZATA

COLLABORAZIONE CON GLI STRAORDINARI

PROCESSI di DISTRUZIONE e VIOLENZA

CIRCA LA POSSIBILITÀ E LA POTENZIALITÀ

di VITA

di TERRA

di MONDI.

CHE L’APPELLO ALLO SCIOPERO PROVENGA DA

UNA FORMA DI VITA RITENUTA NON UMANA

AL DI LÀ DELL’ “UMANO” NON LA RENDE PER QUESTO MENO

URGENTE o POLITICA

È PIUTTOSTO L’APERTURA AD UNA PIÙ

TERRENA POLITICA AL DI LÀ DELL’ UMANO*IN*UMANO!

*La Società degli Amici del Virus è basata a New York, chi voglia condividere qualcosa con loro può scrivere a letters@centreparrehsia.org

Di uomini e di pipistrelli: coronavirus e politiche epidemiologiche

Intervista all’antropologo Frédérick Keck

da lundimatin#234 del 16 marzo 2020

Quarantena, isolamento e sorveglianza arrivano sempre troppo tardi. Queste misure si limitano a ridurre effetti già attivi e invadenti e non agiscono in alcun modo sulle cause del problema. Il Covid-19 è, ricordiamo, una zoonosi, una malattia trasmessa dagli animali agli esseri umani. Ed è proprio nei nostri rapporti con gli animali che va ricercata la ragione di molte delle ultime crisi sanitarie: BSE, SARS, influenza aviaria e suina. Per questo abbiamo intervistato Frédéric Keck, antropologo che studia le norme di biosicurezza applicate a esseri umani e animali, e le forme di previsione che queste norme producono rispetto alle catastrofi sanitarie ed ecologiche.

Lei è celebre per le sue ricerche antropologiche ed etnologiche sulle malattie zoonotiche (di origine animale) e le pandemie. Come ha vissuto la pandemia di coronavirus a partire da gennaio fino alle misure d’isolamento annunciate negli ultimi giorni?

Il primo dell’anno, nel pieno dei festeggiamenti, un collega britannico che lavora con me sull’antropologia delle epidemie mi ha mandato un SMS: «Hai visto i casi a Wuhan? Potrebbe essere l’inizio della pandemia». Non gli ho dato molto peso, perché ricevo questo genere di messaggi ogni volta che c’è un virus emergente (H1N1, il virus dell’influenza suina nel 2009, che alla fine si è rivelato molto meno letale del previsto anche se estremamente contagioso; il MERS-CoV del 2012, rimasto limitato alla Corea del Sud e alla penisola arabica, dove si trasmette attraverso i dromedari). Ma questa volta lo scenario pandemico previsto  in Asia e a Toronto nel 2003, all’epoca della diffusione della SARS, si è realizzato. Ho pensato all’analisi di Henri Bergson sulla dichiarazione di guerra del 1914: da quindici anni a questa parte ho letto tanti di quei testi su questo scenario che quando si è realizzato ho avuto la sensazione che la pandemia fosse qui da sempre, una presenza familiare. In questo senso, il virtuale diventa attuale.

A quanto pare, questo è un momento storico da tutti i punti di vista (contagio su scala globale, annullamento della vita quotidiana, possibili ripercussioni economiche e sociali). Il futuro sembra sospeso. Condivide questa impressione?

Sì, credo che il paragone con il 1914 sia giusto, ma penso non si debba esagerare con dichiarazioni di guerra e posture marziali. Nel 1914 la Francia era consapevole che il conflitto economico e militare che la opponeva alla Germania dal 1870 – e in realtà fin dalla Rivoluzione Francese, percepita dai tedeschi al tempo stesso come una rivelazione e una minaccia– avrebbe innescato un conflitto mondiale, ed è entrata in uno stato di “sonnambulismo”. Oggi gli Stati Uniti, pur consapevoli dal 2003 che la competizione con la Cina si sarebbe giocata sul terreno economico e sanitario, si mobilitano in modo disordinato e la Cina ha colto l’occasione della SARS per mettere fine a due secoli di umiliazione occidentale, dotandosi di ospedali performanti e biotecnologie all’avanguardia. Non facciamo complottismi, ma è vero che la Cina muove guerra con dei virus. O meglio: la Cina ha colto l’occasione di un virus di pipistrello apparso sul suo territorio per ribaltare gli scenari di pandemia, costruiti a suo avviso per umiliarla, in strumenti di umiliazione dell’Occidente.

La pandemia di coronavirus le sembra diversa rispetto alle altre pandemie che ha studiato?

La contagiosità di questo nuovo coronavirus è sorprendente e rimane misteriosa, mentre la mortalità è bassa e il DNA stabile (i coronavirus, a differenza dei virus influenzali, mutano poco perché sono molto più grandi). Il fatto che il virus possa diffondersi in modo asintomatico per così tanto tempo (forse settimane) lo rende molto diverso dalla SARS, i cui sintomi respiratori si manifestavano entro 48 ore. In questo senso è il candidato perfetto per innescare lo scenario pandemico.

Stando alle prime ipotesi, il Covid-19 sarebbe stato trasmesso agli esseri umani da un pangolino o un pipistrello. Quali sono le caratteristiche delle malattie di origine animale e come si trasmettono? Da cosa dipende il fatto che possano assumere un carattere epidemico o pandemico?

Le malattie di origine animale (o zoonosi) mutano tra gli animali prima di trasmettersi agli esseri umani, causando patologie gravi perché il nostro sistema immunitario non possiede le difese necessarie. Questo spiega perché da una trentina d’anni le autorità sanitarie internazionali si mobilitano contro queste malattie (in particolare dalla fine della guerra fredda, che ha visto incrociarsi l’ecologia delle malattie infettive emergenti con la paura del bioterrorismo). Gli uccelli sono un serbatoio di virus influenzali perché diffondono i virus attraverso i loro spostamenti (in particolare le anatre, che sono asintomatiche per l’influenza e “sganciano” i virus in volo). I pipistrelli sono un serbatoio di numerosi virus (rabbia, Hendra, Nipah, SARS-Cov, MERS-Cov, SARS-Cov2), perché vivono in colonie dove coabitano diverse specie e perché hanno sviluppato un sistema immunitario molto performante per il volo, pur rimanendo a noi vicini in quanto mammiferi – inoltre la deforestazione li porta ad avvicinarsi ai centri urbani.

Nel suo libro Les sentinelles des pandémies, che uscirà tra poco per Zones Sensibles, afferma che l’attuale pandemia di coronavirus (Covid-19) ci riporta alle soglie della domesticazione, là dove i rapporti tra esseri umani e animali non umani possono essere ridefiniti. Cosa intende? La pandemia che viviamo è legata alla forma moderna dei rapporti tra esseri umani e animali non umani?

Questa pandemia è cominciata da un cluster di casi di polmonite atipica in un mercato di animali a Wuhan, nel dicembre 2019. Il nuovo coronavirus che si diffonde tra esseri umani nel mondo intero è molto simile a un virus di pipistrello isolato A Wuhan nel 2018. Non sappiamo con precisione cosa si vendesse in quel mercato, ma è probabile che i commercianti di pangolini abbiano trasmesso il virus proveniente dai pipistrelli – anche se il contatto non è ancora stato provato, come invece è stato per gli zibetti, responsabili della trasmissione della SARS nella regione di Canton nel 2003. La salute mondiale dipende quindi da pochi gesti apparentemente arcaici in un mercato nel cuore della Cina. Resta da capire cosa succede in questi mercati, poiché vi si mescolano animali selvatici e domestici, prodotti di caccia e di allevamento: ci sono pangolini allevati per le loro virtù nella medicina tradizionale cinese, ma sono prodotti di contrabbando perché allo stato selvatico sono a rischio di estinzione. Tutto questo va a incrociarsi con i grandi studi, come quello di Jared Diamond secondo cui le nuove malattie infettive dipendono dall’ampia trasformazione dei rapporti tra esseri umani e animali dalla rivoluzione neolitica, dopo la quale le specie addomesticate dagli esseri umani hanno trasmesso loro le malattie a causa della maggiore prossimità. Si stima che la rivoluzione dell’allevamento industriale (livestock revolution) avvenuta negli anni Sessanta ha avuto comparativamente un effetto di produzione di nuove malattie.

Lei distingue due modi per controllare le incertezze sanitarie nei rapporti tra esseri umani e non umani: «tecniche cinegenetiche di preparazione» e «tecniche pastorali di prevenzione». Può spiegare questa distinzione e perché sembra appoggiare in maggior misura le tecniche cinegenetiche?

Ho proposto questa distinzione per chiarire il dibattito sul principio di precauzione (forgiato in Germania negli anni Settanta e introdotto nella Costituzione francese nel 2005), che mi sembra confonda queste due tecniche di gestione dei rischi, elaborate da circa un secolo la prima e da circa due la seconda.

Poiché si tratta di una durata molto breve nella scala della storia dell’umanità, la mia proposta è capire il loro funzionamento a partire dalle tecniche che gli esseri umani hanno elaborato da tempo per controllare le incertezze dei loro rapporti con gli animali nella caccia (la preda accetterà di farsi uccidere?) e nella pastorizia (il gregge accetterà di sacrificare uno dei suoi membri per il benessere collettivo?). Basandomi sulle analisi di antropologi e storici ho ipotizzato che la preparazione dipenda da una capacità umana, sviluppata in particolare dagli sciamani della Siberia e dell’Amazzonia, di percepire entità invisibili che circolano ai confini tra le specie (Philippe Descola lo definisce animismo) e che la prevenzione dipenda invece da una capacità umana, sviluppata in particolare dagli imperi e dagli stati moderni, di mettere ordine in tempo di crisi classificando gli individui in categorie che escludono proliferazioni invasive (Philippe Descola lo chiama analogismo). Nel libro sviluppo soprattutto le tecniche cinegenetiche di preparazione applicate dai virologi nel seguire i patogeni che si trasmettono dagli animali agli umani, perché sono state approfondite meno rispetto alle tecniche pastorali degli epidemiologi, che costruiscono modelli per prevedere l’effetto di questi patogeni in una popolazione, quando sarebbero più utili per studiare i problemi ecologici sollevati dalle pandemie. Abbiamo visto queste tensioni tra i lavori dei virologi, pubblicati all’inizio dell’epidemia di Covid-19 per ritracciarne le origini animali e i lavori degli epidemiologi, pubblicati in seguito per giustificare l’isolamento.

Lei afferma che l’epidemia di coronavirus (Covid-19) è una questione ecologica, cosa che può risultare controintuitiva per gli ecologisti. Ci può spiegare il senso di questa affermazione?

L’ecologia delle malattie infettive è una disciplina inventata negli anni Settanta da biologi come l’australiano di origine britannica Frank MacFarlane Burnet e l’americano di origine francese René Dubos. Essa ha come funzione quella di allertare sull’emergere di nuove malattie infettive dovute alle trasformazioni che la specie umana impone al suo ambiente: l’allevamento industriale, la deforestazione, lo sfruttamento del suolo – ancora non si parlava di riscaldamento globale, il quale ha tra i suoi effetti, ad esempio, quello di costringere le popolazioni di zanzare a uscire dai loro habitat provocando, di conseguenza, pandemie di Zika o di febbre Dengue. Da parte mia, ho potuto studiare come alcuni di questi allarmi siano stati tradotti in scenari catastrofici da virologi ed epidemiologi durante le crisi avvenute in Cina. Restano da capire i termini nei quali l’attuale pandemia non solo costringe l’umanità a cambiare il proprio stile di vita, rallentando la circolazione di persone e merci, ma soprattutto rende più attuali gli scenari catastrofici concepiti a partire da altri fenomeni ecologici, terrorizzando in tal modo i governi. Si può dire che le nuove epidemie ci costringono a porci collettivamente delle questioni di tipo ecologico che potevano sembrare riservate a una ristretta minoranza.

Le tecniche contemporanee di preparazione alle catastrofi sono le stesse in caso di una pandemia e nel campo degli stravolgimenti dovuti al riscaldamento globale, dell’estinzione delle specie, ecc.?

Stiamo parlando di due temporalità diverse: la reazione a un’epidemia dev’essere attuata in tempi molto brevi, perché essa si sviluppa nell’arco di un anno, durante il quale si hanno reali possibilità d’intervenire. L’estinzione delle specie e il riscaldamento globale sono processi che si svolgono su periodi di tempo molto più lunghi, ma offrono anche maggiori opportunità d’intervento. La mia ipotesi è che il “pollo con l’influenza” o il “pipistrello portatore di coronavirus” costituiscano dei buoni operatori (nozione tratta da La pensée sauvage di Claude Lévi-Strauss) utili per pensare a questioni ecologiche su diverse scale temporali. Le tecniche di preparazione alle catastrofi differiscono sensibilmente rispetto alle diverse temporalità, ma questi operatori ci permettono di confrontarle in contesti locali dove tali temporalità trasformano le relazioni tra umani e non umani (per usare i termini di un altro antropologo, Philippe Descola).

Quali sono le “lezioni”, tratte dalle precedenti epidemie, che potrebbero esserci utili nella pandemia di coronavirus?

La Cina ha fatto della SARS un episodio fondatore, come lo è per noi la Rivoluzione francese o l’Affare Dreyfus: sono storie di eroi che si sacrificano, di ministri corrotti che si dimettono, di scienziati che fanno trionfare la verità. Non abbiamo colto le reali implicazioni di questo episodio in Francia perché ne abbiamo percepito solo gli echi, ai tempi smorzati dalla crisi dovuta all’ondata di calore e del chikungunya[1]. Dovremo quindi ora inventarci delle storie che diano un senso al calvario sanitario, economico e militare che ci attende. D’altra parte abbiamo a disposizione delle risorse che in Cina non hanno, ad esempio il fatto che gli informatori, coloro che suonano il campanello d’allarme, qui sono protetti. Forse il “sacrificio” di Li Wenliang, il giovane oculista morto di Covid-19 a febbraio dopo aver dato l’allarme a dicembre e aver curato i pazienti a gennaio, costituirà un punto di svolta nella difesa degli informatori in Cina. Forse questa pandemia sarà l’occasione per scambiare le nostre storie fondanti, al fine di costruire insieme una politica ecologica adeguata alle nuove malattie, per esempio, incrociando la nostra tradizione liberale foriera di distruzione ambientale con una tradizione cinese più attenta ai cicli naturali.

Perché, secondo lei, l’OMS è stata così riluttante a parlare di una pandemia di coronavirus, quando aveva accettato di farlo molto prima per la SARS?

Nel 2003, l’OMS ha colto l’occasione della SARS per lasciare il segno sulla scena internazionale, in un momento in cui le Nazioni Unite erano state umiliate dall’intervento degli Stati Uniti in Iraq. Lo ha fatto approfittando di un periodo di transizione politica, durante il quale il governo cinese non ha potuto collaborare. Quest’ultimo ha quindi percepito l’ingerenza dell’OMS come un’umiliazione, prolungando un periodo durato già due secoli durante i quali l’Occidente ha dato lezioni sanitarie alla Cina. Da qui il voltafaccia della Cina nell’aprile 2003, quand’essa prese il controllo sulle misure necessarie per gestire l’epidemia. Nel 2006 le autorità di Pechino hanno sostenuto con forza la candidatura di Margaret Chan, che ha gestito le crisi d’influenza aviaria e SARS presso il Dipartimento della sanità di Hong Kong, a capo dell’OMS, come segno della volontà di seguire il Regolamento Sanitario Internazionale che definisce gli standard per le pandemie. Il governo cinese ha in seguito monitorato l’elezione del successore di Chan a causa dei suoi forti interessi economici in Etiopia.

Ovviamente, senza voler sfociare nella teoria del complotto, possiamo affermare che la Cina ha capito che deve avere dalla sua l’OMS se vuole imporsi come leader mondiale. D’altronde l’OMS è stata piuttosto conciliante con le politiche cinesi fin dall’inizio dell’epidemia, e il rapporto che ha pubblicato il ventotto febbraio indica letteralmente la Cina come un modello da seguire per le misure di contenimento da applicare.

Dall’inizio del 2020 non passa un’ora senza che spuntino nuovi articoli e nuove informazioni sull’epidemia. Quella di Covid-19 è la prima epidemia vissuta in tempo reale?

La SARS è stata la prima epidemia vissuta in tempo reale, ma solo dagli scienziati. C’è stato un vero e proprio sforzo di condivisione delle informazioni coordinato dall’OMS grazie allo sviluppo di Internet, che a quel tempo muoveva i primi passi. Oggi la “rivoluzione digitale” permette a tutti di seguire l’epidemia in tempo reale. Internet è sia un rimedio che un veleno per la diffusione della pandemia: lavoreremo online per rendere accettabile il contenimento, ma la diffusione di notizie false produce d’altro canto comportamenti inadatti a gestire la pandemia.

Parallelamente all’epidemia vera e propria assistiamo a un’altra “epidemia”, anch’essa virale, di informazioni e di affetti legati al virus. La viralità dell’informazione è diventata, con lo sviluppo di internet e dei social network, un vero e proprio tratto sociale del nostro tempo, poiché le nuove tecnologie di comunicazione permettono alle informazioni di circolare molto rapidamente e di moltiplicarsi. Esiste secondo voi una relazione tra queste due forme di “viralità”?

Un virus è un’informazione genetica che tenta di replicarsi, o, come dice l’immunologo Peter Medawar, “una brutta notizia chiusa in un capside”. Il più delle volte i virus si replicano in modo asintomatico. Ma, a volte, fanno deragliare la macchina di replicazione, causando il panico immunitario o il collasso del sistema. Ovvero: ciò che accade a livello molecolare ha ripercussioni dirette sul piano macro-politico.

Che ruolo svolgono quelle che chiamate sentinelle e gli informatori nel flusso di informazioni che riceviamo sul virus?

Le sentinelle percepiscono gli agenti patogeni nel loro processo di trasmissione, sulle frontiere da specie a specie: sono sia animali collocati in siti ad alto rischio virale (anche chiamati hotspots), come ad esempio il pollame non vaccinato in un allevamento, sia territori attrezzati per percepire questi segnali (come Hong Kong, Taiwan o Singapore nel caso dell’influenza aviaria, o Wuhan per i coronavirus). Gli informatori lanciano l’allerta, trasmettendo il segnale nello spazio pubblico al fine di adottare misure sanitarie adeguate: Li Wenliang ha svolto questo ruolo per Covid-19; il geografo Mike Davis ha svolto un ruolo simile negli Stati Uniti per l’influenza aviaria[2]. Sono due tipi di attori molto diversi che devono lavorare insieme. La Cina si è ben curata di sviluppare un sistema di sentinelle efficiente, ma diventa inutile se poi i diffusori d’allerta umani vengono ridotti al silenzio. In Occidente abbiamo fatto la scelta opposta.

Davanti alla minaccia virale i governi sembrano essere intrappolati tra due imperativi difficili da conciliare: quello del mantenimento dell’economia e quello sanitario. Una contraddizione che dà luogo a reazioni diverse, che al momento sembrano convergere più nel modello cinese. Come spiega, ad esempio, lo sfasamento temporale tra la Francia e la Cina?

Sembra che la Cina sia riuscita a sviluppare un modello che rende compatibili l’attenzione verso l’economia e quella verso le misure sanitarie, avendo a disposizione i mezzi necessari per intervenire rapidamente e massicciamente in caso di una nuova epidemia. La nostra tradizione liberale è in contrasto con questo tipo di governance sanitaria: privilegiamo infatti la libertà di movimento e i benefici politici che ne derivano. Sarà sempre nel quadro della nostra tradizione liberale che saremo obbligati a trovare i mezzi per giustificare le mobilitazioni sanitarie necessarie di fronte alle nuove epidemie causate dalle trasformazioni ecologiche.

Esiste secondo lei una qualche forma di risposta al coronavirus che protegga la popolazione ma che non significhi per quest’ultima un ulteriore inasprimento delle misure di sorveglianza e controllo?

Questa è la posta in gioco nelle prossime settimane: deve prodursi uno sforzo di mobilitazione collettiva non basato sulla sorveglianza militare e sul controllo dello Stato, ma sulla presa in carico sanitaria mutualistica e sulla condivisione delle informazioni tra la popolazione.

A gennaio, Covid-19 era considerata alla stregua di una piccola “influenza”; a quel tempo la Francia ha attribuito la diffusione dell’epidemia sul proprio territorio alla negligenza dei leader cinesi. Oggi la Cina sembra essere diventata un modello nella gestione delle crisi sanitarie, i paesi europei sono sopraffatti dai progressi della pandemia e gli “esperti” medici e scientifici in Francia sono diventati tra i più allarmisti. Che dire di questa completa inversione di rotta nel discorso scientifico e politico?

Dice molto, da una parte, della difficoltà della Francia a occupare un posto centrale su una scacchiera geopolitica scossa dall’entrata della Cina circa quarant’anni fa, e, dall’altra, della difficoltà di governare uno Stato quando le trasformazioni ecologiche producono agenti patogeni imprevedibili come la SARS-Cov2.

Il Presidente della Repubblica ha appena annunciato misure radicali senza precedenti per contenere l’epidemia in Francia. Qual è la posta in gioco nelle prossime settimane, mesi e anni? Quali sono secondo lei le novità di questa pandemia?

L’intera questione è se una misura senza precedenti – perlomeno in Francia, dato che i cinesi si preparavano ad esso dal 2003 – come il contenimento sia compatibile con la nostra tradizione liberale. Abbiamo criticato duramente gli eccessi del liberalismo, di cui questa crisi è un effetto, ma nelle prossime settimane vedremo quale sarà il minimo grado di libertà che riusciremo a sopportare. Gli animali domestici quasi non ne hanno: da trent’anni li abbiamo confinati e talvolta macellati per proteggerci da loro e per nutrirci. Il coronavirus diffuso dai pipistrelli ci costringe a porci la domanda: qual è il grado minimo di libertà che ti rende diverso dagli altri animali?

[1] La chikungunya (CHIK) è una malattia febbrile acuta virale, epidemica, trasmessa dalla puntura di zanzare infette, ndr.

[2] Davis, Mike., The monster at our door. The global threat of avian flu, The New Press, New York 2005, ndr.

SILENZIO & TUMULTO

di Fabien Vallos*

da lundimatin#235, 23 mars 2020

Siamo entrati in uno strano silenzio in seguito al confino sanitario. Silenzio delle nostre abitudini, considerato che non possiamo uscire né passare il tempo con altri. Silenzio dovuto al ritiro in casa di una gran parte di noi mentre gli altri, in un altro tipo di silenzio, sono occupati a curare, a fare consegne, a vendere delle merci. Silenzio dovuto alla dichiarazione ufficiale di ciò che i latini chiamavano un tumultus. Silenzio cioè dovuto a un pericolo sufficientemente grave da richiedere il confino dei cittadini.

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Dobbiamo a Giorgio Agamben e al suo Stato di eccezione (apparso originariamente in italiano e poi in francese nel 2003) la lettura del concetto di tumulto. 2003: ovvero poco tempo dopo un altro tumultus, questa volta non sanitario bensì terroristico.

Nella sua glossa al concetto di justitium (3.1), ossia la cessazione temporanea degli affari pubblici, Agamben cita un frammento delle Filippiche (8,1) a proposito del tumulto. Cicerone produce prima una spiegazione per il termine: «In effetti, cos’è mai il tumulto, se non uno scompiglio tale, da far nascere un maggior timore?» (Quid est enim aliud tumultus nisi perturbatio tanta, ut maior timor oriatur?) Per poi affermare ciò che ci interessa: «vi può essere una guerra senza tumulto, ma non un tumulto senza una guerra» (Ita fit, quem ad modum dixi, ut bellum sine tumultu possit, tumultus sine bello esse non possit).

Venendo a noi. Il 16 marzo il presidente della Repubblica francese ha ripetuto per sei volte nel suo discorso il termine «guerra»: siamo in guerra perché qualcosa ha provocato il terrore (timor). Si tratta esattamente della dichiarazione eccezionale di un tumultus. Siamo dunque immersi in questo lungo silenzio a causa di un grande tumulto. Tralasciando il problema della continuità del principio di diritto, si pongono altri due e più complessi problemi: quello dello stato di eccezione e quello della gestione per decreti. Il principio di dichiarazione di un tumultus come quello pronunciato il 16 marzo consiste nel gettare i membri della comunità in uno justitium, ovvero in una sospensione degli affari pubblici. La maggior parte  di noi è dunque immersa nel silenzio di uno justitium. Sarà però il caso di pensare urgentemente alle condizioni di tutte e tutti quelli ai quali il tumultus nega lo justitium: condizione che non può che produrre, come sempre, una profonda iniustitia. Stiamo parlando di quelle e quelli che non possono osservare il confinamento.

Non appena si afferma un tumulto, si dichiara guerra. Ma, soprattutto, non appena il tumulto viene affermato, si dichiara uno stato d’eccezione che consiste allo stesso tempo di una sospensione degli affari pubblici e in una di ciò che costituisce il diritto (libertà di azione e di spostamento, ad esempio). Al di là della gravità effettiva del tumultus, sembra proprio che l’esperienza di uno stato d’eccezione per far fronte a ciò che viene recepito come crisi non abbia mai fine. La mia vita politica è cominciata de facto nel luglio del 1995, dopo l’attentato sull’RER B a Parigi. Da allora, ho assistito a una serie incessante di tumulti (1995, 2001, 2009, 2012, 2015, 2020), che di volta in volta permettevano non solo la gestione delle crisi, ma l’insediarsi di altrettanti stati d’eccezione. Se lo stato d’eccezione è la creazione di uno justitium, è anche e immediatamente la creazione di un imperium, ovverosia di una confisca del diritto all’interno della sospensione degli affari pubblici. Se dico che la mia vita politica comincia nel 1995, è perché costituisce la prova — contrariamente alle costruzioni del pensiero filosofico e giuridico — dell’infinita confisca dei nostri diritti per garantire ciò che viene definito come sicurezza (pubblica e sanitaria).

È precisamente quello che è accaduto tra il 16 e il 20 marzo attraverso la votazione di una legge che permette la gestione di uno stato di tumultus tramite dei decreti governativi. Qui si pone un quesito fondamentale: in quale misura la gestione di una crisi presuppone la sospensione del diritto? Detta altrimenti: perché ogni crisi costituisce sempre l’apertura di uno stato d’eccezione? Significa forse che lo stesso principio democratico è incompatibile con qualsiasi gestione della crisi? O forse che questo principio presuppone che qualsiasi politica non prova altro che un infinito desiderio di crisi che mira alla sospensione di ogni diritto? Seguendo il filo di pensiero di Walter Benjamin, sembrerebbe che la risposta stia piuttosto nella seconda proposizione. Facciamo dunque incessantemente esperienza dello stato d’eccezione come regola. Per dirlo ancora e altrimenti, non vi è altra fondazione che lo stato d’eccezione. È la prova del nove di ogni crisi e l’oblio di ogni politica.

Siamo dunque entrati in un altro silenzio, ancora più complesso perché più profondo. Questo silenzio apre a due interrogativi: uno è quello sull’apertura critica di un mondo in cui potremmo fare esperienza di un altro justitium — ovverosia la fine del consumismo, del capitalismo e della degradazione della nostra vita —, l’altro è quello sull’apertura critica di una politica sempre più strutturalmente instabile e autoritaria. La prova è complessa, perché si tratta di sperimentare la differenza cruciale che passa tra le affermazioni della storia e gli eventi della storicità. Ciò significa, come sempre, che ciò che si esperisce storicamente non venga dimenticato né assorbito dalla storia. Adesso, una volta di più, occorrerà tenere presente questa crisi morale ed etica.

Nel tumultus è dunque sospesa una parte immensa delle nostre frenetiche attività dedicate alla produzione e al consumo. Nel tumultus i trasporti tacciono, i negozi chiudono, le industrie si fermano e gli arei non volano più. Nel tumultus si apre una sospensione del consumo frenetico di ogni vita e materia: il mondo si offre per qualche istante in maniera meno inquinata e asfissiante. Nel tumultus si apre un altro silenzio, il silenzio proprio alla lingua latina, il silens per come è stato proposto da Roland Barthes (Le neutre, corso al Collège de France, 1977-1978, Seuil, 2002). Silens, ossia il rumore prodotto dalla vita in nostra assenza. Non possiamo che tacere. Ma nel tacere immediato delle nostre attività e dei nostri affari dovuto allo justitium la vita accede al suo proprio silenzio. Nel nostro confinamento gli spazi sono infine liberati della nostra presenza: le montagne, le spiagge, i mari, il cielo, le colline, le foreste e le riviere. Siamo dunque riusciti a produrre in qualche settimana ciò che speravamo dalla sospensione del capitalismo. È forse troppo presto per comprenderlo, ma è sicuramente il momento opportuno, il buon kairos per coglierne alcune implicazioni. Sembra come se potessimo fare un vero e proprio test sulle possibilità di sospensione della nostra frenetica mania di consumare e di circolare. Si potrebbe farne tesoro per essere in grado di pensare una nuova ecologia e una nuova etonomia (nel senso di economia della condivisione).

Ma nel tumultus vengono sospese anche le nostre attività politiche e i nostri modi di pensare la politica. E così alcuni tra noi temono sempre più l’ascesa di questi stati di urgenza e d’eccezione, che autorizzano la moltiplicazione di modalità governative autoritarie e profondamente antidemocratiche. Ci incamminiamo inesorabilmente verso governance assolutiste, securitarie, tecnocratiche e autoritarie.

Assolutiste, perché il potere è sempre più concentrato e separato dall’esperienza comune.

Securitarie, perché la sola missione delle governance è di garantire con la forza ciò in cui consisterebbe la sicurezza dei popoli e dei beni.

Tecnocratiche, perché per la quasi totalità delle nostre attività dipendiamo da modalità tecniche di controllo: esse dipendono (e più che mai durante il confino) quasi unicamente dalla potenza illimitata dei dispositivi tecnici.

Autoritarie, perché i nostri modi di esistenza non si fondano più sul comune e sul rispetto, ma unicamente sull’obbedienza: apprendiamo così a divenire obbedienti e a perdere ogni contatto con il comune e il politico.

Di conseguenza si apre una doppia interrogazione, politica e filosofica, tanto urgente quanto irrisolta. In primo luogo è possibile che qualsiasi tumultus contribuisca a ridurre ogni possibilità di una vita politica e di un comune. Il tumultus chiude e sigilla ogni khôra. Se fossimo privati di questo spazio pubblico e del comune, si accederebbe così a una politica autoritaria e assolutista.

In secondo luogo, è altresì possibile un nuovo slancio che tenda a rinforzare la necessità di ciò che chiamiamo servizio pubblico: le cure, l’educazione, la condivisione delle conoscenze. Sembra che il mondo si divida tra coloro in grado di affermare questo slancio e coloro che affermano ancora la morale liberale della sopravvivenza del più forte.

Ora è forse tempo — e questo sarà il nodo politico — di pensare l’etica di questo comune e di questa cura. Se ne saremo capaci, saremo nella condizione di segnare una svolta del pensiero politico e della filosofia: quella della condivisione della cura.

*Fabien Vallos è un teorico e insegna all’École nationale supérieure de la photographie e all’Esba Talm di Angers.

Dal confino all’estasi. Un’altra lettera.

Caro Marcello, care amiche e cari amici, cari viventi-nel-deserto,

la tua lettera mi è arrivata come se qualcuno l’avesse letta qui accanto a me, a distanza di braccio. Sarà che nel deserto le voci sembrano più vicine e più chiare.

Finalmente anch’io posso mandarti mie notizie: sto bene; stiamo tutti bene. Qualche giorno fa, invece, ero ancora nel pieno del travaglio: la casa mi sembrava una prigione, la strada per il supermercato una distesa di sale; non avevo voglia di parlare, ero inferocita con gli amici che non sentivano le cose esattamente come le sentivo io; mi sono buttata nel cyberspazio come un pesce rosso nella boule; ho resistito abbastanza bene alla cioccolata ma ho dovuto guardarmi dal vino; ringhiavo e a volte, camminando, sbandavo. Insomma: ero persa in me stessa e nelle mie derive – come tutti. Perché la prima cosa straordinaria di questo tempo è che colpisce tutti quanti, ci sottopone senza eccezioni a un medesimo sforzo, alla medesima possibilità di visione. Intendimi, non voglio dire le disuguaglianze siano tolte: l’emergenza chiude alcuni in 35 metri quadri con due figli, cane e gatto, mentre altri passeggiano tranquilli nel parco della loro villa; alcuni sono costretti ad andare lavorare, altri a non avere più reddito; alcuni possono contare sul diritto alla salute, altri solo sulla speranza di non ammalarsi. Ma, da un altro punto di vista, questo tempo non ordinario dà, a chiunque voglia coglierla, la possibilità di accedere ad altro.

La seconda cosa straordinaria è il modo in cui mescola rapidità e lentezza. Decreti, editti, misure straordinarie si succedono di giorno in giorno, e quasi ora in ora, ma ci è voluto un po’ – intere settimane, direi – perché dentro di noi la tempesta smettesse d’infuriare. Per ritrovare un centro. La finta emergenza in cui vivevamo da ormai quattro decenni ci aveva abituati ad agire nella fretta, nell’urgenza, secondo schemi automatici di risposta; a non interrogarci; a compensare quest’inferno con supplementi tossici di ogni tipo. E ci aveva disabituati a sentire, a lasciar depositare in noi le cose, a usare l’intelligenza di cui siamo capaci, a desiderare di diventare altro. Ora la vera emergenza viene a insegnarci che le cose vere hanno i loro tempi, che questi tempi non possono essere compressi, che l’incessante corsa al “di più & prima” era proprio quello che sospettavamo: una pazzia. Per accumulare plus-valore, plus-godere e plus-potere avevamo perso di vista il senso dei nostri tragitti biografici e di ciò che li rende possibili: le relazioni con gli altri umani e non-umani, la conoscenza sentimentale del mondo, il rapporto fra ciò che già è (e che a volte fa schifo, ma altre volte è proprio bello) e ciò che può essere.

E poi c’è l’elemento più straordinario di tutti, talmente meraviglioso che faccio fatica a descriverlo. Proverei a dirlo così: il mondo-di-prima ci aveva fatto credere di essere l’unico. Credevamo che la lotta di tutti contro tutti fosse una legge di natura, che la scienza statale e oggettivante avesse sempre l’ultima parola, che i mondi degli altri fossero illusioni. Eravamo perfino arrivati a credere di essere degli in-dividui (ti rendi conto?), fatti solo della nostra essenza e non di relazioni, autonomi e competitivi, solipsistici e calcolanti. Insomma, ci eravamo bevuti il liquame filosofico capitalista, colonialista, scientista e gerarchico che da quattro secoli ci viene propinato e avevamo lasciato che la reductio ad unum della modernità totalizzasse il reale colonizzando terre, boschi, spiriti, montagne, ninfe e lari, venti e anime. In quanto moderni, avevamo imparato a ignorare i nostri sogni, a tenerci a distanza dalle relazioni trasformative, a temere le intuizioni e a considerare bambini, folli, morenti e profeti come minus habens; a non vedere le sincronicità, il perturbante e l’analogia; e a dimenticare la felicità delle rivoluzioni e degli amori. Quando, nonostante tutto, ci capitava di viverle, eravamo tenuti a non farcene mai niente: non pensarle, non esplorarle, non cogliere le possibilità di altro che portano in sé.

Non so cos’è quest’altro e forse è troppo audace volerlo sapere. So che è senza progetto e senza governo; che porta con sé ogni felicità così come ogni pericolo; che non è davanti a noi come un piano da realizzare, ma dietro di noi come un fondo comune da cui tutti veniamo e che ci unisce al di sotto della soggettività. Per localizzarlo i cristiani parlano di trascendenza e non ho niente da obiettare su questo “andare verso l’alto”. A me, però, piace di più l’infrascendenza, l’andare verso il basso, il prima, il profondo, l’intimo. E, soprattutto, mi fa tanta simpatia l’andare in orizzontale, verso un altro che è sullo stesso piano ontologico del qui – ma che, appunto, è altro (che so: la selva degli Shipibo d’Amazzonia, le danze Gnawa del Marocco, i carnevali della Barbagia). Anziché un salire, o uno scendere, questo è un andare-in-là, un trans-ire: una trance.

Forse sembra fuori luogo parlare di trance, transiti, soglie e mondi altri proprio quando l’implosione virale del nostro mondo ci costringe a un interno domestico in cui lavoro e vita, affetti e rete non si distinguono più. Ma questa, appunto, è la cosa più straordinaria: la sospensione che stiamo vivendo è un’ek-stasis, un muovere fuori dalla stasis, dalle posizioni previste e comandate. Togliendo il blocco e il ristagno, ci rimette in relazione col preindividuale, con gli altri umani e non umani, col mondo, con la molteplicità.

A quel che so, quasi tutti i gruppi umani praticano l’ekstasis: usano danze, piante, musica, digiuni per uscire dall’ordinario e fare operazioni cruciali di guarigione, preveggenza, connessione, metamorfosi. I signori del limite, come li chiamava de Martino, sono coloro che sanno come andare nell’ekstasis, come trovarci quel che serve, come portarci gli altri e, soprattutto, come uscirne. Pare che solo il monoteismo moderno abbia del tutto bandito queste modalità di esperienza e di vita in comune – forse perché poco compatibili con la produzione di plus-valore, forse perché, aprendo i soggetti all’eccedenza del cosmo e delle biografie, fanno apparire il plus-godere che c’intossica, il plus-valore che ci muove e il plus-potere che ci rende arroganti per quel che sono: una miseria.

Nelle poche, pochissime esperienze di ekstasis che ho fatto, mi è sembrato di capire alcune cose. La prima è che ogni volta, per passare dall’ordinario al non ordinario, dal “qui” all’“altrove”, c’è un dolore da superare. Una paura, un malessere, l’angoscia del venir meno di sé. È il dolore della soglia.

Superarlo richiede un po’ di coraggio e un po’ di ascetismo (askesis: l’esercizio che ti trasforma per renderti degno di quel che vai cercando).

La seconda è che l’ekstasis esiste solo nella tensione con il qui: non è un’utopia da arredare secondo il gusto di qualcuno, ma la possibilità permanente che altro si dia. Non andrebbe intesa come fuga o come soluzione delle contraddizioni che ci travagliano, ma come luogo di negoziazione con forze, enti, desideri, possibilità. Non sostituisce l’ordinario più di quanto la potenza sostituisca l’atto: inutile dire che i mondi più vivibili sono quelli che sanno tenere le due dimensioni continuamente in rapporto. Infine, l’ultima cosa che ho capito è che il non ordinario è un posto intrinsecamente pericoloso, che ti mette di fronte a scelte radicali e ai tuoi limiti, luogo di tutte le possibilità come anche di tutti i pericoli. Anche nell’ekstasis (soprattutto nell’ekstasis!) bisogna muoversi con tutta l’attenzione e l’amore possibili – perché alla fine quello che ci differenzia dai fascisti potrebbe essere solo questo: il prender parte, sempre e comunque, per la felicità che scorre nelle relazioni; la capacità di non appropriarci.

Per concludere, mi pare che lo sbandamento nel quale tutti ci troviamo, il rimescolamento delle alleanze, l’angoscia e il dolore che stiamo attraversando altro non siano se non il passaggio ek-statico necessario all’uscita dalle vecchie coazioni; la disintossicazione, su scala globale, dai veleni della modernità, dall’illusione drogata e totalitaria del mondo unico. Forse potremo perfino reinventarci un qui vivibile – e anzi, una molteplicità di qui e di altrove, di ordinario e non ordinario, di mondi, enti, relazioni e affetti. Disabituati alle soglie e alle differenze qualitative da quattro secoli di moderna omogeneizzazione, nessuno di noi sa bene come muoversi, come creare diplomazia fra mondi, come andare e tornare fra ekstasis e ordinario. Potremmo allora accompagnarci gli uni con gli altri, principianti con principianti, e sviluppare conoscenza collettiva dei processi, dei rischi, delle esitazioni, dei passaggi, delle trasformazioni. Senza affettarli, senza direzionarli. Contenendo reciprocamente le derive di ciascuno. Potremmo imparare a essere senza giudizio e presenti, con tutta l’attenzione e l’amorevolezza di cui siamo capaci.

Quel che ci aspetta sarà difficilissimo ed entusiasmante: stare nell’aperto senza diventarne padroni. Felice di viverlo con te e con tutti gli altri.

Stefania