Avere presa | Mattatoio #4

Di Vultlarp

Un mattatoio sull’orlo della fine / che non smette di finire / di dirsi sull’orlo della fine / che non smette

Amici

Il vecchio palazzo mangiato dai vermi Anni strisciati sotto le tende

Resta solo da buttare Dentro le toppe delle porte

Infilati nelle orecchie come pulci Nulla di buono può venire

Nelle bocche come piaghe Da qualcosa che si smonta e si rimonta

Nei nostri letti sfatti come cimici Come, ad esempio, la guardia

Gli anni vissuti nei corpi degli altri

Fa di voi guardiani ciò che siete

dei guardoni

Continuate pure A tormentarvi su di noi

Fino a cavarvi gli occhi

Noi invece non smettiamo mai di amarci

con finalità sovversive

Nessuno, aguzzini capirà mai davvero

la vita di merda che fate


—————————

Ci sono molti problemi, ma parliamo in particolare di due problemi.

Il primo è il trattamento riservato agli spiati di ogni dove, che va da un minimo — rappresentato dai nostri telefoni sempre più propensi a registrarci e riprenderci silenziosamente e autonomamente — a un massimo che è, appunto, l’audio/video-sorveglianza a domicilio. Un problema che riguarda da un lato i medium dell’esperienza che ci circondano — la solita domanda: luddismo o détournement? — e, di riflesso, le capacità di cattura dei nostri linguaggi. Dunque una questione di sguardo e di voce.

Il secondo problema può essere esposto così: per quanto scellerato, qualsiasi sgombero operato dalla polizia non sarà mai triste quanto il sigillo posto dai solerti operai sotto la sua protezione.

Ma andiamo con ordine.

Medium. All’epoca del flusso, tutto risulta irrimediabilmente mediato. La mediazione è già in principio il luogo di un contrasto: il mediatore è propriamente colui che sta in mezzo a due litiganti per ottenere la pace. Il mediatore all’epoca dell’individualizzazione della responsabilità è lo Schermo per eccellenza, ciò che dà corpo al virtuale e impedisce al virtualizzato di ritornare corpo: il dispositivo portatile. Non-luogo ultimo in cui tutti gli altri non-luoghi fanno ritorno come simulacro o fantasma — Auschwitz e lo Spettacolo, la Democrazia e il Lavoro — mediatore incaricato di riappacificarci con questo mondo. Lo schermo dello smartphone (e tutto ciò che può apparirci dentro) è divenuto qualcosa che «non occupa spazio» e non richiede particolare concentrazione. Si può scrollare una pagina di meme e, nel mentre, fare tutt’altro… Allo stato di cose presente, il dispositivo portatile è il non-luogo in cui il nostro incontro non-ha-luogo.

Prendiamo invece qualcosa che si estende oltre lo schermo: un messaggio vocale. Basta osservare l’imbarazzo e la riservatezza con la quale ci rivolgiamo all’ascolto contrapposta alla spavalderia con cui facciamo passare le immagini che ci hanno fatto ridere. Non credo sia solo una forma di riservatezza. Quale spazio occupa la voce? Cosa dice questo tentativo di limitazione e di soppressione della voce — e al contempo questa volontà di ascoltare, che diventa stigma della spia — della maniera in cui viviamo?

Sguardo. Ho ripescato una vecchia Settimana enigmistica. Impossibile credere che certe cose esistano tra ottobre e maggio, vero? Eppure. C’era anche Where’s Waldo, il paginone centrale in cui bisogna trovare questo tizio in mezzo al caotico viavai di personaggi in quella che può essere una città, un luna park, una spiaggia — rigorosamente riprese dall’alto. C’è chi ci vede dell’esistenzialismo — l’insignificanza del soggetto di fronte alla massa, eccetera. Credo invece che chi crea giochi enigmistici debba provare innanzitutto una sorta di piacere malsano più che una necessità filosofica, e che Where’s Waldo non sia da meno: sono parecchi gli scenari strani o inquietanti che a colpo d’occhio sfuggono, a cui si aggiunge l’intento implicito di «sviluppare le facoltà cognitive» dando al gioco la forma dell’identikit e lo scopo di trovare un uomo in mezzo a una folla, approfittando dell’insolita visuale panoramica. C’è di che farne un paradigma della nostra «cultura». Identitaria e monomaniaca. Altro che esistenziale. Pensa se Waldo era un fuggiasco.

Gilles Deleuze diceva che «il problema non è più quello di fare in modo che la gente si esprima, ma di procurare loro degli interstizi di solitudine e di silenzio a partire dai quali avranno finalmente qualcosa da dire». Secoli a fuggire terrorizzati (inutilmente) di fronte al Vuoto e al Silenzio per accorgersi poi che è stato tutto un trucco. Quello che più mi colpisce di Waldo è proprio il sovraffollamento, il Tutto-Pieno raffigurato in quei disegni. Oggetti, interni, paesaggi, persone letteralmente a perdita d’occhio, come se il loro scopo fosse quello di esaurire le possibilità della scena. Il deserto non può più estendersi, ma può ancora approfondirsi — e si approfondisce riempiendosi. In fondo, contraddicendosi. Immanuel Kant diceva che l’intelligenza di un uomo si misura in base alla quantità di incertezze che è capace di sopportare. Ecco come un’idea diviene sentimento morale: ti ritieni intelligente? Sopporta l’incertezza… un astuto politico, Kant.

Trovare Waldo è quindi forse il modo meno interessante di giocare a Where’s Waldo. Presenza è ciò di cui ci accorgiamo — Il Vuoto è ancora una presenza, se ci accorgiamo di ciò che è assente (questo racconto di Calvino ne è un esempio). Ma Waldo non c’è. O meglio, è sempre sul punto di non esserci. L’unico motivo per cui lo cerchiamo è che ci è stato detto in anticipo che si trova da qualche parte. Waldo diventa così il prisma attraverso cui filtrare tutta l’illustrazione. Noi fingiamo di vedere, quando troviamo Waldo. In realtà, non siamo mai stati più ciechi. Abbiamo attraversato quell’inferno senza guardarci intorno. Senza portare con noi nulla di quel mondo che brucia. C’è una grande truffa dietro al Chi e al Che Cosa impariamo a vedere. Ciò che dà veramente la misura di ciò che eternamente sfugge è il Come impariamo a vedere: eccolo, il cuore della questione.

Voce. «Come tu ora parli, questo è l’etica». Alcuni sanno che questa frase chiude il testo di Il linguaggio e la morte di Giorgio Agamben. È meno noto il seminario si chiuda con una poesia di Giorgio Caproni, Ritorno:

Sono tornato là

dove non ero mai stato.

Nulla, da come non fu, è mutato.

Sul tavolo (sull’incerato

a quadretti) ammezzato

ho ritrovato il bicchiere

mai riempito. Tutto

è ancora rimasto quale

mai l’avevo lasciato.

La potenza di questi versi sta proprio nell’apparente paradosso della parola che fa ritorno nell’introvabile, che dice come una sbadata abitudine l’indicibile. Introvabile e indicibile sono, propriamente, un luogo che conosciamo: Nostra sola patria, l’infanzia — la nostra dimora — la nostra etica. È così che dovremmo guardare anche a ciò che non è propriamente stato, alla potenza inespressa del passato, all’intesa segreta tra le generazioni passate e la nostra. A ciò che desideriamo e immaginiamo, ma per cui non abbiamo più alcuna Voce — in questo tempo «fatto di cose assolutamente dicibili», in questo tempo in cui «tutte le figure dell’Indicibile […] sono state liquidate».

Sarebbe già bello immaginare una maniera di collettivizzarla, la voce, di confonderla oltre il rapporto tra chi parla e chi ascolta, tra volontà di dire e volontà di sentire, di diffonderla nell’etere oltre ogni possibilità di cattura. Di raggiungere la singolarità qualunque e di dargli voce, divenendo tutti radio e ascoltatori. Di tramutare il non-luogo di ogni nostro dispositivo in un punto di contatto.

Giorgio Caproni non ha mai terminato la sua ultima raccolta di poesie. È stata pubblicata postuma nel ’91 proprio dall’amico Agamben. Si chiama Res Amissa, come il titolo di una poesia frammentaria ed enigmatica ritrovata tra le sue carte.

«Può capitare a tutti di riporre così gelosamente una cosa preziosa da perder poi la memoria non soltanto del luogo dov’è stata riposta, ma anche della precisa natura di tale oggetto». Molti si sono chiesti cosa fosse questa cosa perduta — o meglio, perduta e non più recuperabile. Gli appunti e le poesie di Caproni suggeriscono molte cose. È la lettera di un amico che non trova più. È la libertà portagli da un’inserviente in un hotel di Colonia, dopo essere rimasto per ore bloccato dentro la sua stanza. È il dono del bene contrapposto all’eredità del male. Gli esegeti cattolici ci hanno visto la speranza o la grazia — cose che indubbiamente si possono perdere per sempre.

Caproni ama giocare sulle variazioni e sull’ambiguità del tema. A un certo punto forse intervengono le lunghe chiacchierate con Agamben, e il mistero si infittisce. «Ogni ritrovamento/ — sempre — è una perdita»: così termina L’ignaro, poesia precedente a Res Amissa. Quello che prima era propriamente il nostalgico ora diviene l’inappropriabile, la Cosa-posta-oltre-di-ogni-possibilità-di-recupero, per sempre al di là del proprio e dell’improprio.

La rivoluzione sia la nostra cosa persa.


—————————

La pornografia dell’ordine codificata da Minniti e attuata da Salvini, alla fine, resta in primo luogo pornografia. Alcune compagni col fischio alle orecchie hanno fatto pulizie di primavera in questi giorni di caldo innaturale. Su Roundrobin trovate anche voi i loro reperimenti: microspie, microfoni, batterie, sim, memory card, tutto nascosto nelle scatole di prese di corrente e interruttori. Ciliegina sulla torta: una telecamera collegata al citofono. Monitoravano l’ingresso, il salotto, le porte delle camere.

Quello che Digos e Ros fanno a Trento e Rovereto — insieme a Torino, ma anche a Roma, Napoli e Cagliari — è proprio ciò che immaginate. N’importe quoi. Pistole puntate alla tempia degli arrestati, irruzione a piacimento nelle case — per installare dispositivi o per nascondere «cose da rinvenire in seguito»… Un trattamento di riguardo che, per il solo fatto di aver luogo, viene promesso in potenza a chiunque. Eppure l’indifferenza ostile del qualunque è disarmante.

Per quanto scellerato, qualsiasi sgombero operato dalla polizia non sarà mai triste quanto il sigillo posto dai solerti operai sotto la sua protezione. La prima «gestisce l’operazione» — la consueta disposizione a picchiare, spiare, rubare, forzare, ingannare, mentire all’occorrenza. I secondi «mettono in sicurezza l’edificio» — murando le porte, spaccando i contatori, bruciando il mobilio. Compiendo a tutti gli effetti un gesto — che è propriamente quello della casse — spalleggiati da un manipolo di uomini armati.

È più triste il sigillo dello sgombero, e non solo perché è chiamato a chiudere ciò che il secondo ha forzato — che è comunque indicativo della subordinazione da sguattero alla quale questo operaio è sottoposto. È triste perché si assiste al solidale e mutuo scambio tra un potere politico (che regna su un ordine apparente con i mezzi del disordine), e una singolarità finalmente catturata nella contemplazione estatica di quell’ordine apparente. Una rovescia d’istinto il conflitto verso chi si frappone tra lei e «la tranquillità» — sostanzialmente il lavoro (se c’è) e la libertà di non pensare una volta in casa per quella manciata d’ore — l’altro gliela concede. Promettendole, se sgarra, la stessa fine.

Così è stato per l’Asilo occupato di Torino il 7 febbraio 2019. Così, se tendiamo l’orecchio, possiamo sentire ovunque il ronzare dei trapani, ovunque la distruzione operata dai «buoni» a danno dei «cattivi». Scopriamo ogni giorno con orecchie sempre più incredule che la messa in sicurezza è l’altra faccia del luddismo — praticata, come il luddismo, dalle stesse figure su cui era stata puntata una rivoluzionaria scommessa lunga duecento anni. Figure ora curiosamente ammorbidite, riassorbite, riempite, piallate. Maschilizzate, diremmo, cioè rese figuri — loschi ma innocui, anonimi ma tracciabili. Tristi e più tristi.

Più o meno come i due figuri che attendono al semaforo tra Via di Torpignattara e la Casilina, intorno al 1974. Lui è sui venticinque, bassetto, un po’ di stomaco, capelli radi ma lunghi, denti giallini fissati in un sorriso di disprezzo. È il corpo perturbante del sottoproletario assoggettato al potere tramite i modelli culturali nascenti — consumismo, liberazione della sessualità, realizzazione di sé tramite la carriera e il lavoro. Il suo soprannome è Il Merda. Lei, una ragazza qualsiasi, cinta da lui in un abbraccio innaturale e deformante che la fa apparire malata o impedita. Imboccano in silenzio Via di Torpignattara, mentre un lungo carrello cinematografico riprende la loro passeggiata. Un reticolo di perpendicolari biforca la strada retrocedendo in direzione della Tuscolana. Attorno a loro, materiali trasparenti — metallo leggero, cristallo, alabastro, plastica e altro — attraversati da una luce cangiante. Improvvisamente, alla scena della Realtà si sovrappone come una patina la scena di una Visione — La Visione del Merda, contenuta in Petrolio, opera postuma di Pier Paolo Pasolini. Le perpendicolari di Via di Torpignattara, splendenti di luce riflessa, divengono così gironi e bolge dantesche entro le quali si consuma una vera e propria mutazione antropologica popolare.

Siamo alla quarta bolgia. Il Merda, tirato in uno sforzo supremo dall’abbraccio, è giunto alla Quarta Bolgia, là dove il Pattern imposto ai giovani poveri, ora apparentemente non più poveri, è preposto alla distruzione della Lingua.

Coloro che «hanno preso il posto di quelli che dovevano essere», in realtà, parlano. Possiedono dunque delle facoltà linguistiche. Anzi, il loro eloquio è sciolto, scorrevole, si direbbe che non conosce ostacoli e che consideri tutto parlabile. Ma ben presto è chiaro che essi ripetono un automatismo procurato loro ‘altrove’. La loro afasia si manifesta nell’applicazione meccanica di una verbosità il cui lessico è aumentato solo per fissarsi, in tale ampliamento, per sempre: fissazione che vale anche per l’ampliamento conoscitivo che ha richiesto l’ampliamento lessicale. L’illusione è quella di conoscere, e quindi di parlare, tutto il mondo. […] L’una delle due facce del Modello ride soddisfatta di avere diffuso questa lingua nazionale che allargando il bisogno […] si è proporzionalmente ristretta, riducendo la propria capacità espressiva a nulla. Chi parla esclude i sentimenti (soprattutto l’ingenuità, lo stupore, il rispetto, l’interesse): ma si attiene rigorosamente al grigiore di chi conosca senza più margini sé, l’altro e il reciproco rapporto.

A questa scena desolante, Pasolini contrappone quel che resta della Scena della Realtà:

Le ombre dei vivi che compaiono intermittenti nella meraviglioso pienezza di un loro giorno perduto — sul punto di inabissarsi nell’oblio non dell’ieri ma dei millenni — sono qui dotati della sublime capacità di parlare. Le loro invenzioni non sono innovazioni, è vero. Sono invenzioni che infrangono il codice secondo certe regole che il codice suggerisce per essere infranto. Ma l’esaltazione linguistica è continua: dalla frenesia delle compari che aprono e chiudono le bocche in un concerto di puri suoni, interrotti dal qualche lungo strido: «Nadiaaaaa!», nasale nel «Na», irritato e lamentoso nel lungo «iaaaaa»; dalle chiotte botte e risposte dei senatori, che davanti a tubi o fojette, riadattano le vecchie allocuzioni |espressioni|, che tanta gloria gli hanno dato, migliaia di volte al giorno per migliaia di giorni, alle bocche sdentate — alle secche, fulminanti ‘sparate’ dei giovani, <haikài> ispirati da qualche Spirito attico sopravvissuto alla lenta italianizzazione, a cui i ‘li mortacci tua’ e i ‘vaffanculo’ si aggiungono come clausole cantate. Ogni combinazione di parole è una poesia, e ogni accenno ai fatti è un romanzo. Al gergo presiede ancora Ermete Trismegisto, su questo non c’è dubbio: visto che la mano, quando ruba, ruba allo stesso modo che duemila anni prima.

«La nostra parte» ha riservato a Pasolini — uomo e opera — un giudizio perentorio. Un perentorio No — giudizio assiomatico forse appreso da Pasolini stesso… — un No ossessivo, morboso, continuo, che desidera essere sempre ripetuto. Forse per timore che a un certo punto il silenzio permetta a qualcuno di afferrare l’intesa segreta fra il suo tempo ed il nostro. Una «nostalgia cieca al mondo», detta con le parole di Judith Revel — il mito del buon borgataro e della sua lingua ideologicamente avulsa dal potere biopolitico — che non scorge altre linee tendenziali, forse più utili a organizzare il pessimismo.

E quindi? Se anche questo fosse un ricordo sbiadito, falsato, letterario, immateriale, teorico? Sarebbe comunque un’utopia su cui viaggiare: una lingua inafferrabile, che ha ancora presa. Più che un fraintendimento, un’occasione. Ciò che cambia è l’evidenza e la prospettiva. Non c’è ritorno di ciò che è stato se non come fantasma: laddove non si può tornare a ciò che è stato, occorre far tornare ciò che sarebbe potuto essere. Fine della nostalgia, inizio della cospirazione.


Ad Agnese, Giulio, Silvia, Nico, Giada, Poza, Antonio, Rupert, Lorenzo, Sasha, Beppe, Stecco, Nicco — ai Robin Hood e ai Little John — a tutte i compagni più o meno nei guai — a tutti gli spazi che lottano — ai molti compagni e compagne — liberi — liberati — in carcere — al camposanto — che non li può dire la voce la vita o la libertà — tre scorci dello stesso lancinante segreto del vincolo.

Succede che non ci si incontri mai Troveremo sempre il modo

Laddove non siamo mai stati di esserci sempre incontrati

Falene

Intervallo

Sta arrivando l’inverno, usate dire. Ma il vostro inverno non può arrivare perché è già sempre con voi, vestito del vostro lutto fin dal primo giorno che vi siete aperte. Il mio inverno è fatto solo di luce tagliente, e finisce ora, nel soggiorno illuminato di primavera. La tavola è pronta di una nuova colazione, la casa è un gioco di alba che si specchia e rimbalza di lame e chiazza di rosso frammenti di cose. Ma c’è ancora silenzio nelle stanze. Tra poco invece sarà tutto un fermento di verde bambino, un gorgheggiare di cori, un tinnire di tazze, un frusciare di vesti, un ruzzolare di passi e germogli sui gradini.

Intanto cade il mio velo da sposa della notte, risalgo la mia placenta di seta fino alla luce, alla ricerca di spazio per dispiegare le mie ali piccole e molli.  Addio mie spoglie di pupa! Mie bende d’immortalità! Mio succo di papavero! Ecco l’aperto! Ma non il vostro aperto. Non vedo l’abisso chiuso e sordo che si solleva inarcandosi dalla buca notturna, solo l’aprirsi di fiori senza fine. Non sento le vostre sirene, solo gli echi vaganti dei pipistrelli a tracciare la rotta. Ora sono falena, sfinge, ninfa o saturnia, ora volo affamata tra queste pagine aperte.

Il fuoco è acceso, la fiamma arde, brucia il mistero, dal fondo si alza il suo lamento.

Ora volo incurante delle ore e dei giorni, scrivo traiettorie nell’aria, e non so dire se c’è un tremito di inchiostro sulle ali, salto di nettare in nettare, vivo.

Ecco la mia ultima trionfante metamorfosi che non conosce fine svolazzare in nessun luogo senza no! La fine è dietro di me, uno spettacolo tutto vostro.

Altrove, il sole dalle braccia aperte cade a picco sulle onde scalpitanti, mentre qui, io volo ondeggiando tra le fronde in una selva di luce e di ombre, e scantono al primo segnale che mi vorrebbe preda e mi poso indistinta là dove divento foglia, tronco, erba, fiore. Non mi nascondo, mi faccio solo mondo.

E intanto spengo anch’io, come voi, senza saperlo, ad uno ad uno i miei falò, e disincanto il tempo con l’amore, come voi, senza saperlo, e forse gioco, forse fuoco.

VIII. L’Aula di Giustizia

F non credeva ai suoi occhi.

A. se ne stava in una loggetta identica alla sua, incastonata nella parete opposta di un immenso edificio circolare sormontato da una cupola.

Le loggette erano poste su cinque livelli e formavano grandi anelli che abbracciavano tutta la circonferenza dell’edificio. Lui ed A. si trovavano entrambi al quarto livello. Ci mise un bel po’ a contarle tutte. Tutti gli inquilini di quelle loggette erano seduti su comodissime poltroncine colorate con tanto di braccioli e porta bibite.

F ne aveva sentito parlare durante la latitanza ma in fondo non aveva mai creduto che potessero esistere luoghi del genere. Doveva ancora abituarsi all’idea di aver oltrepassato una soglia oltre la quale a nulla valevano tutte le sue vecchie categorie.

Una luce opalescente filtrava attraverso due grandi vetrate poste esattamente sopra quello che pareva essere un altare. Su di esso, a dominare l’aula, un maestoso scranno. Vuoto.

F distolse gli occhi da A.. Uno sciame chiassoso di persone aveva invaso la platea e andava a riempire i banchi vuoti disposti come in chiesa.

C’erano famiglie con nugoli di bambini al seguito che si abbuffavano di pop corn traboccanti da enormi bicchieri di carta plastificata il cui odore pervadeva l’aria, c’erano giovani coppie inghirlandate di umori torbidi, c’erano gruppi di ragazzetti schiamazzanti che ingollavano liquami colorati da cannucce colorate, c’erano uomini soli col cappotto che prendevano posto nelle ultime file e che facevano di tutto per conservare il loro posto vicino all’uscita, c’erano donne anziane vistosamente imbarazzate d’essere lì, come in preda a un’imperdonabile debolezza.

L’aula si riempì in pochi minuti, ordinatamente, a dispetto dell’apparenza caotica di quella fiumana di persone.

Quando tutti furono seduti il chiacchiericcio si fece più sboccato. Nessuno, tra il pubblico, pareva intenzionato a volgere lo sguardo in direzione delle logge. Per quasi nessuno di loro doveva essere la prima volta. Sapevano tutti benissimo cosa fare. Cosa aspettare. E non era lo spegnersi delle luci. Quelle non si spensero mai.

Solo dopo che il pubblico ebbe preso posto in platea F ripassò con lo sguardo, questa volta con più calma, i volti degli altri inquilini delle loggette.

Al primo livello sedevano facce straniere, facce di paesi lontani. Al secondo livello sedevano vecchie facce dallo sguardo smarrito. Al terzo livello facce pazze, inequivocabilmente folli. Al quarto livello sedevano, con lui ed A., molte persone conosciute durante la latitanza. Al quinto livello sedevano facce d’angeli, inafferrabili, con braccia che parevano fronde più che ali.

Poi notò che ai piedi del primo livello correva un recinto lungo tutto il perimetro dell’aula.

Di lì a poco, da una specie di grande gattarola, uscirono compostamente e in silenzio centinaia di cani e di gatti di tutte le razze e le stazze. Ma non solo. Uscirono anche canarini, pappagalli, serpenti, ragni, iguane, tartarughe, pesciolini, rospi, criceti ed esemplari di innumerevoli altre specie piegate alla domesticità. Non si udì alcun abbaiare né miagolio, nessuna baruffa tra cani e gatti, nessuna zampa fuori posto. Nessun morso, nessun cinguettio, nessun litigio tra le specie. Nessun tentativo da parte dei predatori di predare le prede. Ordinatamente si sistemarono lungo tutto l’arco della recinzione, rispettando financo una certa distanza gli uni dagli altri.

Quando gli animali ebbero preso posizione si aprì, in fondo all’aula, un imponente portone di legno intarsiato.

Allora il pubblico si zittì all’unisono e tutti gli sguardi dei presenti, animali compresi, si volsero verso di esso.

Entrarono, con passo risoluto e come un corpo solo, sette individui togati tra uomini e donne. Sotto un braccio sorreggevano pesanti faldoni e nell’altra mano leggerissime apparecchiature elettroniche.

Quello che per F aveva tutta l’aria di essere un piccolo plotone d’esecuzione andò ad occupare le prime file. Tra loro e l’altare c’era soltanto un grande tavolo ovale su cui poggiarono tutti i loro faldoni, i quali rimasero abbandonati lì.

Le apparecchiature elettroniche restarono invece sempre attive e luminose tra le loro dita vitree e sottili come zampette di formiche.

IX. Capi d’accusa

Il pubblico attendeva in silenzio.

L’aula intera era come sospesa, immobile. Ogni accenno di rumore veniva subito inghiottito da quel silenzio irreale. Anche gli animali non fiatavano. Quella specie di trono sull’altare continuava a restare vuoto.

F pensava al suo destino e a quello di A. Pensava all’operazione.

Nessuno sapeva esattamente che cosa fosse l’operazione. Erano girate voci di ogni sorta tra compagni di latitanza. Qualcuno aveva prefigurato orrende scene di torture, stagliuzzamenti, coltelli, seghetti, sale operatorie al neon e camici bianchi. Qualcun altro era stato più propenso a immaginarsi interventi di controllo mentale, microchip inseriti nelle reti neuronali e via dicendo. C’era poi chi si era immaginato costretto, per non essere soppresso, a prendere parte a segretissime operazioni militari. C’era anche chi semplicemente aveva associato all’operazione il significato di annientamento, di mera eliminazione fisica.

Comunque nessuno nutriva alcun dubbio, A. ed F compresi, sul fatto che quella parola puzzasse tremendamente di eufemismo, di uno di quegli eufemismi che all’improvviso sono sulla bocca di tutti quando ci si sta preparando a giustificare qualcosa di atroce, di atrocemente violento.

– Voi siete accusati.

Una voce atona echeggiò nell’aula rompendo il silenzio.

A. ed F volsero insieme lo sguardo in direzione della voce.

Uno degli individui togati svettava su tutti gli altri da un pulpito posto alla destra del grande tavolo ovale.

A quelle parole seguì nuovamente un lungo silenzio.

– Siete accusate di essere colpevoli. Siete tutte accusate di aver abbandonato volontariamente e senza autorizzazione le vostre rispettive funzioni. Siete accusate di esservi esiliate senza alcuna disposizione in merito. Siete accusate di aver dileggiato la vostra regolamentare messa al bando giocando a fare i banditi, le escluse, gli ostracizzati, le fuggitive. Siete accusate di aver cercato di ricomporre le vostre separazioni e di aver profanato il vostro campo di appartenenza. Siete accusate di esservi prese gioco dell’eccezione, della norma, dello Stato e dello stato di eccezione. Siete accusate di aver oltrepassato confini invalicabili e di aver passeggiato divagando in territori interdetti. Siete accusate di aver sottratto i vostri corpi ai controlli sanitari e i vostri occhi a quelli immaginari. Siete accusate di aver rifiutato ogni identificazione ed ogni riconoscimento. Siete accusate di aver eluso la vostra protezione e la vostra sicurezza sottraendovi a tutti gli schermi e a tutte le telecamere. Siete accusate di aver sputato sulla vostra cittadinanza, sui vostri diritti e i vostri doveri. Siete accusate di aver voltato le spalle allo spettacolo e di essere uscite dalla sala. Siete tutte accusate di latitanza con l’aggravante, per alcune di voi, di recidiva inoperosità.

Il magistrato si tolse gli occhiali e guardò la platea che a quel segno esplose in un applauso fragoroso.

F non aveva mai sentito niente di simile. L’applauso durò venti minuti. Sembrava che nessuno volesse cedere, come se farlo fosse vergognoso, disdicevole e magari si potesse anche incorrere in qualcosa di spiacevole. Ma forse questa era solo una sua impressione.

Quando finalmente l’applauso si spense, il magistrato, che doveva essere un pezzo grosso, scese i gradini del pulpito, un po’ goffamente a dir la verità, e riprese il suo posto su una delle poltrone.

Un altro magistrato lo sostituì sul pulpito e gridò subito con veemenza:

– Imputati di livello zero!

A queste parole cani, gatti, canarini, pappagalli, tartarughe, pesciolini, pitoni, iguana e via dicendo rizzarono per un istante le orecchie. Ma i più ripresero quasi subito l’attività in cui erano impegnati, come grattarsi, spulciarsi, leccarsi, sonnecchiare o becchettare o chissà che altro.

– Oltre ai generici capi d’accusa già menzionati siete accusati di aver abbandonato i vostri padroni e le vostre padrone che vi volevano tanto bene e che hanno tappezzato i muri dei loro quartieri con le vostre fotografie e il loro numero di telefono. Siete accusati di aver rigettato la vostra qualifica di animali da compagnia preferendo un destino solitario o in compagnia non autorizzata di altri viventi vostri simili e non. Siete accusati di aver cercato di estrarre dalla vostra carne il microchip identificativo. Siete accusati di aver preferito il nomadismo alla stanzialità, la vita all’aria aperta alla comodità degli appartamenti, un prato alla lettiera o alla passeggiatina. Siete accusati di aver rifiutato il guinzaglio, la gabbia, l’acquario e tutte le proiezioni dei vostri rispettivi due zampe. Siete accusati di esservi sottratti alla vostra funzione di sopperire ai vuoti e alle mancanze. Siete accusati di aver fatto piangere vecchi e bambini. Siete accusati di non esservi fatti trovare dai vostri proprietari e di aver a lungo eluso la cattura da parte della forza pubblica. Siete accusati di aver violato la proprietà privata dei vostri padroni sottraendovi al vostro status di cose o di beni in loro possesso. Siete accusati di infedeltà, di irriconoscenza e di alto tradimento. Come attenuante si terrà conto dei vostri anni di servizio e dello sterminato indotto che si è creato attorno alla vostra riparazione e al vostro sostentamento.”

Alla lettura dei capi d’accusa seguì un nuovo lungo applauso, benché più breve del primo, accompagnato dal lancio di alcuni oggetti da parte dei bambini, prevalentemente bicchieri e scatole di stuzzichini, in direzione degli animali. Questi si limitarono a reclinare il capo e ad abbassare le orecchie. Non uscì un mugolio dalle loro bocche.

– Imputati di primo livello!

Una nuova voce si alzò dal pulpito.

Le facce straniere che sedevano nelle gabbie del primo livello intesero che si parlava di loro nonostante la lingua fosse per molti incomprensibile. C’era nelle loro espressioni un che di amaro.

– Voi siete poco più che bestie. – Continuò il magistrato. – Siete accusati, oltre ai generici capi d’accusa già menzionati, di esservi movimentati senza precisa ordinanza e di aver abbandonato la vostra Nazione di appartenenza e le vostre mansioni. Siete accusati di essere sopravvissuti a innumerevoli naufragi, supplizi e sevizie, e di aver preteso in più di una occasione di essere considerati alla stregua di persone. Siete accusati di non aver piegato abbastanza la schiena e di aver accettato del denaro, seppur poco, in cambio dei vostri servigi. Siete accusati di non aver vinto, di non essere riusciti, una volta superate le prime selezioni, a conquistarvi un’identità in quel mondo spettacolare che tanto sognavate. Siete accusati di essere arrivati fin qui per restare delle nullità, delle inesistenze clandestine incapaci di assurgere alla legale clandestinità dei cittadini, al loro tanto invidiato anonimato. Siete accusati, con la vostra presenza su questo territorio, di aver esibito la vostra nuda vita mettendo così in pericolo la sicurezza della nuda vita dei cittadini e la stabilità dello Stato stesso, nonché la legittimità del Diritto e quindi anche di questa Aula di Giustizia. Come circostanza attenuante sarà tenuto conto che passando inosservata ai più questa vostra esplosiva potenzialità, lungi dall’aver minato le fondamenta della Nazione, la vostra presenza ha più di una volta contribuito a cementare nuove proficue alleanze, a rinsaldare identità inconsistenti, a catalizzare e neutralizzare furori soffocati troppo a lungo e a dirottare i pensieri di guerra su nemici alla portata di tutti.

Seguì il solito scroscio di applausi accompagnato questa volta da insulti razzisti della peggior specie. Anche gli imputati del primo livello, così come gli animali prima, ebbero una reazione piuttosto compassata davanti agli scoppi di violenza della platea.

Ad F sembrava che tutti i suoi compagni di sventura, di qualunque livello, e lui compreso, fossero immersi in uno stato di stordimento tale da attutire le bordate della realtà, da impedire loro di collassare come stelle al capolinea, pronte a disintegrarsi nello spazio infinito in nebulose planetarie.