Benedetto Calati. Lo spirito libero del monaco

                                     

di Mario Tronti

Padre Benedetto Calati, al battesimo Luigi, nacque a Pulsano, piccola località della penisola salentina, in provincia di Taranto, il 12 marzo 1914. Muore a Camaldoli il 21 novembre 2000, a ottantasei anni.

La sua famiglia, composta di papà Vincenzo, mamma Francesca e da nove figli, di cui tre morti subito dopo la nascita, condivideva le sorti di molti nel profondo sud d’Italia di quegli anni, vivendo in condizioni stentate. Il padre con grandi sacrifici riusciva a provvedere lo stretto necessario per la sopravvivenza della famiglia tingendo le stoffe tessute dalle contadine del luogo. Alla povertà economica faceva riscontro una straordinaria ricchezza di fede.

In una lettera autografa, 29 luglio 1956, p. Benedetto, descriverà la sua famiglia come naturaliter monastica: per quella armonia di veri e autentici valori religiosi.  Ricorda: “Sino a 12 anni ho vissuto veramente in un ambiente storicamente rispondente al piano di Dio, nell’esempio assiduo dei genitori, che in una fede pura, nella preghiera e nel lavoro vivevano la loro giornata ed ugualmente la facevano vivere ai loro figli”. Più oltre: “Nella mia famiglia si viveva asceticamente, in povertà, sobrietà, purezza…. con intelligenza e amore”.

Nel 1926 lasciò il suo paese per entrare in convento presso i carmelitani a Mesagne, in provincia di Brindisi. Dopo quattro anni, probabilmente di grandi fatiche e sofferenze, il suo maestro di noviziato lo invitò a lasciare Mesagne, per recarsi a Camaldoli, dove “si viveva la vera vita contemplativa sine glossa”. Decise così, a sedici anni, di fuggire a Camaldoli. Era l’11 luglio 1930. Racconterà poi il primo inverno vissuto lassù: non aveva mai visto tanta neve e sentito tanto freddo. Comunque, al sacro eremo Gigino, da allora in poi Benedetto, trovò, almeno in un primo tempo, tutto come gli era stato descritto. Nacque una profonda amicizia con don Anselmo Giabbani, un casentinese nato nel 1908, entrato lì all’età di quindici anni, che diventerà nel 1951 priore generale, poi deposto, in drammatiche vicende, nel 1963. La lettera autografa, sopra citata e che ci servirà ancora, era appunto diretta a questo p. Generale. Su tutte queste e altre vicende intorno all’ordine è da consultare: I. Gargano, Camaldolesi nella spiritualità italiana del Novecento, EDB, Bologna, in più volumi, 2000 e sgg.

Nel 1939, p. Anselmo e p. Benedetto furono inviati, uno come priore, l’altro come maestro degli studenti, a ridare vita all’eremo, appena acquisito, di Fonte Avellana. Qui, durante gli anni della seconda guerra mondiale, lo spiritus loci favorì l’incontro di Calati con Pier Damiani. Intanto la sua formazione andava avanti quasi esclusivamente da autodidatta. Nel 1951, quando Giabbani diventa priore generale, d. Benedetto ha l’incarico di procuratore presso la Santa Sede e superiore del monastero di S. Gregorio al Celio, a Roma. Qui, uno spiritus loci diverso lo fece incontrare con la grande personalità di Gregorio Magno, il cui studio diventò la passione della sua vita. Vi scoperse una celeste predestinazione, visto che era nato il 12 marzo, giorno della festa di quel santo. L’incontro con questo padre della Chiesa lo condurrà molto lontano, in una duplice direzione, da una parte verso il pensiero di Agostino, dall’altra verso lo studio del monachesimo medievale. Venne chiamato per questo alla cattedra di spiritualità monastica medievale nel neonato Istituto di S. Anselmo, in Roma. Per circa quarant’anni, dal 1953 al 1991, da quella cattedra formò intere generazioni di monaci, stimolando l’approccio diretto alle fonti della tradizione monastica, tra l’altro attraversando da protagonista la difficile stagione rinnovatrice del Concilio. Contemporaneamente tenne corsi in altri Istituti universitari cattolici.

Raniero La Valle ha raccontato come a Roma Benedetto ebbe modo di incontrare il gruppo dei “comunisti cristiani”, Felice Balbo, Giorgio Sebregondi, Franco Rodano, e altri, che si riunivano nella parrocchia di S. Maria in Domnica, alla Navicella, a due passi da S. Gregorio al Celio. “Benedetto spiegava le Scritture e loro lo convertivano al senso della storia, alla comprensione dei processi politico-sociali, alla passione per il mondo. Benedetto era arrivato a Roma dopo vent’anni di eremo e di monastero….”. Quel nuovo richiamo di partecipazione alle vicende storiche degli uomini diventerà “una dimensione fondamentale della sua spiritualità”. Scriverà ancora di sé, in quella lettera citata: “Ho conosciuto un gruppo di amici che cercano seriamente la verità, intelligentemente e saggiamente. Con essi si è stabilito un clima d’intesa, pur senza molto parlare, ma rimanendo solamente quasi ad ascoltare attentamente. Essi hanno scoperto in me, così dicono, una possibilità di recezione e di risposta ai loro stati d’animo. Sono rimasti contenti. Con questo atteggiamento spontaneo ho avvicinato altri  e dove c’era sincerità, senso reale della vita, abbiamo senz’altro istituito un clima d’intesa. Ho avuto così la gioia, sia pur momentanea, di gustare la vita d’intesa, di amare gli uomini, di godere della loro presenza, di parlare di cose vive e di intenderci”.

C’è in questo autoritratto tutta intera la personalità del monaco Benedetto Calati, come mi è capitato, per provvidenziale evenienza, di incontrarlo, conoscerlo, frequentarlo. E’ accaduto soprattutto nell’esperienza di “Itinerari e incontri”, nell’eremo camaldolese di Monte Giove, sopra Fano, che tra fine degli anni Ottanta e per tutti gli anni Novanta, vide svolgersi intorno a p. Benedetto una fitta serie di seminari intorno ai temi di spiritualità e politica: un laboratorio conviviale dove si confrontavano, si misuravano, si riconoscevano radicalità cristiana e radicalità comunista. Accanto ai monaci, a teologi di frontiera, a preti operai, a volte compariva il cardinal Silvestrini, c’erano figure come Adriana Zarri, Rossana Rossanda, Pietro Ingrao.

Riporto una testimonianza diretta di Ingrao, come la riferisce Antonio Galdo, in un libro-intervista del 2004, Il compagno disarmato, Sperling & Kupfer: “La foto in bianco e nero incorniciata in un angolo del salotto. Gli occhi attizzati di don Benedetto Calati si allungano sulla barba bianca e sul petto; le braccia muscolose di Pietro Ingrao lo avvolgono al collo, mentre i due si scambiano un sussurro, l’attimo di una carezza. Fa un certo effetto guardare l’immagine di un monaco della Chiesa cristiana coccolato dal più autorevole sacerdote della Chiesa comunista. Don Benedetto e Ingrao si sono conosciuti nell’eremo di Monte Giove, parlando di fede, di religione, di pace e di guerra e ne è nata una singolare sintonia tra l’uomo religioso e il militante ateo. Come se i due personaggi avessero superato la distanza della fede e si fossero riconosciuti reciprocamente simili”. Ed ecco, subito dopo, il ricordo di Ingrao: “Don Benedetto aveva una carica spirituale che mi ha fatto pensare, in concreto, al significato della santità. Se qualcuno dovesse chiedermi chi è un santo, risponderei: guardi quella fotografia. Lui portava dentro un’allegria fortissima, un desiderio senza freni di curvarsi per ascoltare, anche per raccogliere soltanto dei frammenti: gli spazi possibili di una comunicazione di amore, questa parola che così lo attraeva…. Ogni volta che discutevamo cadeva una barriera, un pezzetto di muro, e il dialogo proseguiva senza il vincolo di quelle gerarchie che tanto hanno pesato, anche duramente, nella mia attività politica”.

Calati era stato Priore Generale dei Camaldolesi per diciotto anni, dal 1969 al 1987. Anche in questa onerosa funzione non aveva modificato di molto la sua giornata, fatta di lettura e di scrittura. Applicava, non alla lettera, ma nello spirito, la regola camaldolese, espressa nel simbolo delle due colombe conviventi, del cenobio e dell’eremo. La cella, la solitudine, il silenzio, a cui invitava S. Pier Damiani, erano per lui in funzione dell’ascolto della Parola, e della sua trasmissione ad altri. Proprio saggiando la spiritualità di S. Pier Damiani, scriverà: “La cella cantata dal monaco del secolo XI è una contestazione del castello feudale in cui e da cui il signore si credeva autorizzato ad opprimere il povero solo perché aveva il potere delle armi e dei suoi immensi possedimenti”. E così, la Parola divina, non gli bastava, aveva bisogno della parola umana. Ascoltare, conversare, comunicare, battagliare, anche: era questo il suo terreno preferito. Non lo attraeva l’immagine esclusiva della quies monastica. La sua era una spiritualità sensuale, carnale: uno dei pochi testi antico testamentari che spesso citava era il Cantico dei Cantici. E alla sequenza tradizionale lectio meditatio, oratio, contemplatio, aggiungeva evangelisatio, sull’esperienza del monachesimo anglo-germanico, e di Gregorio Magno che inviava i monachi timentes Dominum in Anglia.  I Padri del deserto sì, ma la sua passione a cui aveva dedicato un corposo scritto era la spiritualità del primo Medioevo (secc. VII-XII). Per i suoi ottanta anni, fu composto in suo onore un prezioso volume, tutto da leggere, Sapienza Monastica, Studia Anselmiana, Roma 1994. E due testi, di Raniero La Valle e di  Raffaele Luise,  lo hanno ricordato, dopo la sua scomparsa. Ma la gran parte delle notizie contenute in questo mio scritto sono dovute a un libro di Grazia Paris, dal titolo eloquente: Uomo di Dio amico degli uomini, EDB, Bologna 2007, indispensabile per sapere di Benedetto Calati, con tanto di bibliografia e di Fonti manoscritte e stampate.

Il monaco don Benedetto era uno spirito libero. Non la libertà di pensiero, ma un pensiero di libertà attraversava e occupava per intero la sua anima passionale. Aveva vissuto di persona sia l’entusiasmo per il Concilio sia la delusione del dopo Concilio. Tutta l’esperienza di essere monaco a sua volta sarà vissuta come esperienza di autoliberazione. “Ci ho riflettuto molto, per me la vita monastica è libertà, che si collega all’idea e alla realtà della comunità”. Ripeteva e sottolineava continuamente quel principio: Scriptura crescit cum legente. Aveva appreso e mai più dimenticato quel divina eloquia crescunt cum legente, attribuito al suo Gregorio Magno, ma che si può far risalire a Origene e ad Agostino. Il suo cammino era un continuo andirivieni tra cella e mondo. “Quando predico, non c’è omelia in cui non tocchi questo problema della storia…. Non posso fare una lettura astorica dell’Evangelo”. Portare la Parola nella storia: la lectio divina è questo. E in questo, la lectio è più utile e necessaria della devotio.  Del resto – diceva – non è necessario essere cristiani per essere monaci. “Induismo e buddismo, in particolare, sono ricchi di tradizioni ascetiche in forme svariate e con radicalizzazioni estreme. La ricerca di Dio, che può essere ritenuta come formula-base del monachesimo, utilizza, nel contesto religioso, un linguaggio di radicalità estrema…. “. E questo, proprio perché “in Cristo Dio viene a porre la sua tenda nella storia dell’uomo” (Riscoperta dei valori del monachesimo, cit. in G.Paris, pp.224-225). Non era uomo di libri. L’esercizio razionale della teologia non rientrava negli interessi della sua anima passionale. Eppure, dei libri, diceva che per lui “erano stati un’amicizia”. Anzi di questa, l’ho sentito più volte affermare: “L’amicizia è un sacramento”. Un’altra frase ripetuta: “Dio…. è un bacio”. E’ vero, era una personalità ripetitiva. Batteva sugli stessi temi, quasi ossessivamente. Perché voleva convincere con profonda semplicità.

La sua era una sapienza combattiva, per natura spontaneamente polemica. Presentava una figura di monaco politico. Un monachesimo autentico era, secondo lui, chiamato a dare risposte evangeliche ai problemi e alle sfide della contemporaneità. Di qui, la sua sofferenza per ogni forma di rigido dogmatismo. La Chiesa istituzione gli stava stretta. Suo modello: un Ecclesia Johannis più che una Ecclesia Petri.  Ripeteva, con un sorriso sornione: le Encicliche non le legge nessuno. Non era, banalmente, un innovatore. Nella volontà di cambiamento, riconosceva il peso della tradizione. Quando sceglieva Gregorio Magno, il Papa nella storia, che predicava ai barbari, guardava ai nuovi popoli, prima che agli estenuati soggetti di una civiltà in decadenza, sceglieva una tradizione, perché le tradizioni si scelgono, in base ai propri bisogni di ricerca e di lotta. E’ quel pezzo di storia in cui tu ti riconosci, la storia viva che tu avresti voluto vivere e che prendi come modello. Pier Damiani gli suggeriva il tunc e il nunc, l’allora e l’adesso. E da Gregorio prendeva e amava le formule: “Actio in necessitate, contemplatio in voluntate”; “Actio in servitute, contemplatio in libertate”; “Prius mens exudet in opere, et postmodum refici debeat per contemplationem”. L’ora et labora benedettino lo leggeva e lo praticava così. La preghiera e il lavoro: l’habitare  secum che si ritrova nella comunità fattiva e attiva, la comunità dei monaci come nuova polis, segno del Regno. Messaggio attualissimo. Raggiunge la perfezione l’uomo dello spirito quando armonizza vita attiva e vita contemplativa. Gesù di giorno predicava, di notte pregava. E a chi predicare, questo è importante da sottolineare: naturalmente, ai rudes, ai poveri, agli esclusi, ai servi. Non i perfetti, cioè i pochi, ma gli ultimi, cioè i molti. E allora, chi è il monaco?  Detto con le parole umane, molto umane, di padre Benedetto, è “l’uomo in cammino, con lo sguardo aperto al futuro, segno di speranza, segno di un ‘mondo nuovo’ e di ‘cieli nuovi’ in cui inabita la giustizia”. Una contemplazione combattiva: tutta da apprendere.