Mandato degli scrittori e limiti dell’antifascismo

 

 Nota al testo.

 

Il testo che proponiamo questo mese è apparso per la prima volta sul numero 17-18 dei «Quaderni Piacentini» (luglio-settembre 1964), e raccolto con sostanziali variazioni l’anno seguente in Verifica dei poteri. Non è quindi la versione più nota: ma d’altronde per Fortini una forma definitiva semplicemente non è contemplabile – basta dare un occhio alle continue ritraduzioni dell’Internazionale, portate avanti dal 1971 alla morte…

Non è contemplabile perché una «forma», anche letteraria (la tragedia, la ballata o il saggio) è testimonianza di un preciso modo di essere uomo – in questo caso il cittadino, sia esso borghese, del comune medievale o della polis. Un modo che ne esclude ogni altro. Diciamo quindi che, ora come allora, non è tanto che There is no Alternative, ma che l’uso di una forma rende in qualche modo invisibili altre possibilità di esseri umani: in questo, già forma di potere sulla vita. Se con “letteratura” intendiamo quel particolare tipo di comunicazione linguistica che esprime poeticamente e sinteticamente la verità – un contenuto che pure esige una forma – capiamo bene quanto questo ci riguardi ancora da una prospettiva rivoluzionaria.

È difficile oggi anche solo pensare a un modo sincero di appaiare nello stesso discorso letteratura e rivoluzione. Ma c’è stato un tempo in cui certe intensità andavano così captate: basta pensare a Majakovskij, o ai cinquant’anni di tentativi di integrazione tra poesia e movimento operaio. Certo, nel ’64 Majakovskij non c’era già più… Eppure, una letteratura rivoluzionaria è ancora pensabile per Fortini. Rivoluzionaria non perché si possa lottare con le armi della letteratura (oggi come allora, pensarlo è ingenuo o in malafede) ma perché la letteratura è il luogo migliore da cui osservare due fenomeni, due ormai fatali errori che percorrono la storia anche recente dei movimenti rivoluzionari.

Il primo è la convinzione che tra parola e prassi sia possibile una mediazione in chiave sovversiva: che possa insomma “esortare, confortare, destare eserciti”. Che tramite la sua critica, marxianamente, strappi i fiori che imbellettano le catene perché queste vengano riconosciute. Ma sappiamo ormai che quest’epoca non appartiene solo agli ostinati, bensì a un gesto che anticipa e oltrepassa ogni parola. Anzi: a un gesto che si compie nonostante la parola, ambiguamente brandita da ambo le parti a definirlo. Lo vediamo ovunque nel mondo accada davvero qualcosa, generando il panico tra i pennivendoli e gli analisti che ormai stentano visibilmente a ricondurre l’ignoto al noto. La parola, se ancora ha un valore, va dunque scissa dalla propria esistenza – di “militante”, di rivoluzionario, di essere vivente o come vogliate chiamarla. La scrittura diviene così forma di “militanza” spettrale (virgolette d’obbligo), testimonianza della lacerazione, indice puntato sulle tensioni, sui frammenti, sui nodi irrisolti, forse non risolvibili. È questa la profezia di Fortini per il nostro tempo – una scrittura che è già profezia, prefigurazione di ciò che c’è e ancora dimora non visibile. Purché lo divenga un giorno. È forse in questa profeticità rampicante della parola, che non parla di ma solo a partire da, la direzione verso cui andare nel dare forma a una scrittura rivoluzionaria oggi: nell’osservare, nel riconoscere una forma-di-vita dal suo di dentro. E, in questo, compito identico a quello di qualsiasi altro uomo. «Strappare i fiori» non è più un gesto che ci compete. Diane, note to self: farla finita con Marx.

Parlare-di significa venire-dopo, portare ordine laddove c’è disordine. Questo – ce lo ricorda Paul Valéry – è lo spirito del classicismo. Nessuna sorpresa se i classicisti di oggi leggono ancora il presente secondo griglie scolastiche, con un fare tra l’egemonico e l’apologetico. Fratellastri del fu intellettuale organico, funzione e strumento dello stalinismo contro ogni infiorescenza di autonomia della cultura. Un giorno qualcuno dovrà renderne conto.

Il secondo errore fatale è, appunto, continuare a credere che alla lotta – sia essa di o oltre la classe – corrisponda una lotta tra due culture: una «proprietaria», l’altra «subalterna». Bisogna invece riconoscere «la cultura» in toto, nelle sue diverse forme, come «cultura del capitalismo». E, riconoscerlo, per rifiutare questa proposta di essenza: ne vediamo adesso come qualche ora fa il gesto in Francia, a Hong-Kong, in Ecuador, a Haïti, in Egitto, in Guinea, in Libano, in Catalogna, nelle Honduras, in Cile – fugacemente, ambiguamente, confusamente: incessantemente. Lì, dove la qualunquità – che non è niente eppure esiste, che non ha «forma» ed è forma-di-vita – sceglie se stessa contro la verità neoliberale, la parzialità della sua condizione incomunicabile alla totalità del linguaggio dell’economia.

«A colui che s’è tirato in disparte e non vuole contare più per nessuno la sola cosa importante che può accadere è di mettersi di traverso sulla strada degli altri, e costringerli a fare i conti con lui. Questo è il senso ultimo della lotta di classe». Sono parole di Walter Benjamin: e se colui che si è fatto da parte ora è la cilena o il gilet jaune, non è tanto parlare di loro il punto – inseguire l’attualità dagli ultimi paesi insorti è cercare di forzare una porta d’ingresso dipinta sul presente – ma parlare piuttosto all’interno di quell’aria di rottura, dentro quell’atmosfera tesa e divisa. In questo ci aiutano i legami che stringiamo, le amicizie che facciamo, le situazioni in cui ci troviamo: essere questo silenzio. Captare le vibrazioni nell’aria. Ascoltare. Recuperare altre voci. Carpire il vuoto in questa confusione che si finge piena.

Questo è il senso più alto e cristallino del discorso di Fortini: fare come se il nostro partito esistesse laddove lo riconosciamo. Partito quindi – for lack of a better name – come strumento il cui inizio è in questa fine. Non l’idea capostipite della cultura d’Occidente, che comincia il suo dominio proprio annunciandola e praticandola nello spazio e nel tempo; non la fine contro cui si ribellano le nuove sensibilità ecologiste che popolano Extinction Rebellion o Fridays For Future – proteste per un altrove e un non-ancora in luogo del qui e ora in cui non sono. Compromesso per il dominio (incarnare la fine per mai finire) e dominio del compromesso (accettare questa fine purché non sia la fine) si contraddicono forse in eterno?

No. La fine entro cui noi iniziamo coincide con quel nostro fine che è sostanza di cose nemmeno più sperate. E maledetto sia chi orecchierà altrimenti il testamento di Montale, chi tenterà di prefigurare nel proprio partito la società, chi vorrà produrre a sua volta una soggettività. “Ognuno riconosce i suoi”: quanto diverso il senso di parole tanto simili. Qualunquità contro soggetto, apertura contro chiusura. E chi sono questi “suoi” che ognuno riconosce? Le solite identità entro cui ci si asserraglia? O forse gli esseri umani, come possono essere, trasfigurati, alla fine di ogni patria visibile? Quelli che, lungo il mappamondo, prendono coscienza, fanno uso cosciente della propria vita, e sono già nel comunismo, qui e ora?

 

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Mandato degli scrittori e limiti dell’antifascismo III. La fine del mandato sociale

di Franco Fortini

Quaderni Piacentini, 17-18, luglio-settembre 1964

1. Se la tendenza più evidente di questi anni è verso la coincidenza di industria e società, di capitale e società, è assurda ogni ipotesi di poter restituire allo scrittore lo stato sociale ereditato dal romanticismo che gli conferiva la voce della coscienza nazionale o lo dichiarava storico della vita privata. E anche se quella tendenza è solo evidente ma non determinante (se cioè questo discorso non tiene conto della classe antagonista) sembra altrettanto assurda ogni ipotesi di poter restituire allo scrittore lo stato sociale che il movimento operaio gli aveva voluto conferire a partire dalla formazione dei «fronti» antifascisti.
Dal fatto che nella nostra società la quasi totalità delle comunicazioni tradizionalmente demandate alla letteratura sia assorbita da specifiche discipline (psicologia, antropologia, sociologia ecc.) si possono trarre conseguenze molto diverse: «la morte dell’arte» intesa come fine di una certa idea dell’arte poetica; la «morte-e-trasfigurazione» attraverso la cosiddetta letteratura d’uso, quindi il recupero delle forme più degradate di comunicazione di massa; o la salvezza della «letterarietà» come costruzione di una pseudo-comunicazione. Se si aggiunge, tra l’altro, che la condizione sovietica dello scrittore, pur continuando la figura dello scrittore-funzionario, si evolve a quanto pare verso forme non troppo lontane da quelle occidentali, questo comunque sembra certo: che la letteratura di protesta, di denuncia, di rottura con la società ambiente è interamente integrata, non serve a nulla o serve solo ai padroni o agisce all’interno di una convenzione di un genere come si trattasse della tragedia in versi o della ballata; e soprattutto non ha né può avere alcun rapporto serio con gli organismi del movimento operaio (partiti, associazioni etc.). E questo, sia che la denuncia, la rottura eccetera avvengano in quello che si chiama di solito l’ordine dei «contenuti» sia che avvengano in quello delle «forme». È il grado di traducibilità dell’opera letteraria dall’ordine suo proprio o quello di conoscenza-per-la-prassi che è divenuto minimo. Finito il «mandato sociale» di cui ci aveva parlato Majakovskij, restano espressioni o sperimentazioni private oppure più o meno onorevoli «servizi» ideologici.

2. Per quanto è invece delle istituzioni letterarie (università, editoria, stampa critica ecc.) lo scrittore e il critico hanno un margine di azione abbastanza rilevante proprio perché si tratta di istituzioni, non di opere: tutti gli atteggiamenti che contribuiscono a mettere in crisi le istituzioni letterarie presenti sono, evidentemente, positivi. E al tempo stesso è possibile contribuire ad elaborare modelli (di scrittura critica, di linguaggio per l’informazione scritta, di organizzazione dell’indagine, di direzione culturale per le discipline letterarie) non concorrenziali con quelli esistenti; nella persuasione che la realtà rivoluzionaria è destinata a rendere irriconoscibili i più coraggiosi modelli.

3. (Nella atomizzazione veloce del nostro tessuto sociale è inopportuno affrettarsi ad identificare i nuclei di resistenza o le nuove ossificazioni. C’è una colpa che ci riconosciamo: di non aver disperato abbastanza, di esserci sempre fatti trascinare da miserabili augurii, quando sarebbe stato vero realismo darsi per vinti, non resistere al male, adottare i modi della futilità e del sarcasmo, testimoniare così d’una persuasione ragionata più durevole di qualche decina d’anni. Oggi la separazione o clandestinità ci viene imposta. Di tanto in tanto, in una conversazione o in una lettura — conversazione o lettura di coetanei, beninteso, non di passati o di giovani — ci coglie la sensazione di essere «fuori», non nel senso mondano o della attualità, ma «fuori della realtà». Fosse vero).

4. Perché la duplicità? Perché suggerire di giustapporre una politica gesuita — spregiudicata, concreta, pronta ad ogni appiglio — e un’etica giansenista? Perché un secolo e mezzo fa, due abitavano, ah, nel petto della borghesia trionfante, quella «civile» e quella «religiosa», quella «pubblica» e quella «privata»; e la rivoluzione marxista si proponeva, risolvendo la scissione reale delle classi, di restituire, come si diceva, l’uomo all’uomo. Ma è accaduto che l’evoluzione del capitalismo e dello stesso socialismo abbia prodigiosamente generalizzato quel che nello scorso secolo era, insomma, fenomeno di classe relativamente ristretto, e cioè quel superamento ipocrita della duplicità, quella apparente unità razionalizzata che la letteratura ed il costume identificarono piuttosto facilmente come il «borghese», lo «spirito vittoriano» o simili categorie. Lo ha generalizzato proprio con una ideologizzazione apparentemente opposta, proprio predicando le insanabili compresenze di conscio e di inconscio, di razionale e di irrazionale, in nome della alienazione, della incomunicabilità eccetera. Scomparsa la vecchia «religione» domestica o privata in conflitto con la «laicità» pubblica del cittadino borghese, la omogeneizzazione dell’uomo con se stesso e del borghese col salariato è proceduta con moto uniforme. Si è passati dalla oppressione reale mascherata dalla ideologia, cioè dalla sovrastruttura «liberale», ad una oppressione nella quale il ruolo di quella sovrastruttura è diventato, più che rilevante, decisivo. È la sovrastruttura ideologica ad aver celebrato le maggiori vittorie, nel nostro tempo: l’eguaglianza nella falsità, l’anestesia nei confronti del reale, la totale irrilevanza di qualsiasi destino. Al paragone, i campi di sterminio sembrano, perché bestiali, ancora «umani».
A questo punto lo scrittore che nell’esercizio della propria attività e nella propria riflessione intellettuale abbia compreso di essere la proiezione, il riflesso, della integrazione apparente, della apparente umanizzazione del salariato e della sua reale (e sempre più rimossa) scissione, scissione appunto fra l’integrazione materiale e spirituale all’universo borghese e altre possibilità dell’uomo che quell’universo borghese ha rese pressoché invisibili; quello scrittore può comprendere in che cosa egli sia diverso dagli autori del cinquantennio che era «impegnato» a integrarsi con le forze politiche rivoluzionarie: per coloro, e anche per i loro padri, il tema fu di rendere dolorosa e intollerabile la scissione visibile tra cittadini borghesi e cittadini operai, fra chi «era» e chi non «era». Oggi la lacerazione è fra i limiti e le possibilità dell’uomo, ma è una lacerazione coperta di fiori, divenuta invisibile nelle sue ragioni di classe o superabile per via tecnologico-scientifica ma perciò tanto più efferata e omicida. Allora lo scrittore sa che il gesto di «strappare i fiori», per riprendere una immagine del giovane Marx, non gli compete più; che la mediazione fra lo scritto e la prassi si è complicata al punto da diventare inafferrabile; che dunque egli deve accettare la condizione spettrale del proprio lavoro, cioè scissione fra questo e la propria esistenza di militante. Come dicono accada talora per i corpi celesti che tramontano, l’immagine, che l’opera è, dimora visibile quando la sfera è già scesa sotto l’orizzonte. Di quella scissione anzi egli deve diventare, nella vita quotidiana, un esempio, vivendone i rischi, che sono di inclinazione irrazionale o pseudoreligiosi. Ma in questo, è chiaro, il suo compito non si distingue in nulla da quello di qualsiasi altro uomo.

5. Spero si sia notato che parlo di scrittori, non di intellettuali. Per risentimento verso quel che taluni gruppi vantavano privilegio si volle, all’uscir dalla guerra, non distinguere più fra scrittore ossia poeta e altre categorie e attività intellettuali. Per umiltà e rabbia verso la mancanza d’una figura riconoscibile e socialmente valutabile abbiamo — con tutta la «sinistra» italiana di allora — parlato di «cultura», di «politica e cultura» e di «intellettuali». Sappiamo ora che questa categoria fu uno strumento stalinista e che oggi è proprio il neoscientismo capitalistico a negare vera distinzione fra il «fare dello scrittore» e il «fare» di altre «professioni» intellettuali. Qui invece va rivendicata la specificità dello scrivere, del far poesia, dramma, scrittura insomma, in quanto partecipe di una pretesa o presunzione o aspirazione, insomma di un ordine di valori, che non si chiude in una «funzione».

6. Il mandato sociale dello scrittore non può essere quello di esorcizzare l’irrazionale, di essere colui che è separato ma che si integra proprio grazie alla sua separazione. Ossia: è stato questo, è ancora questo, ma oggi affermarlo equivale a ripetere una falsa, non dialettica antitesi fra razionale e irrazionale. Credo che si debba invece assumere fino in fondo la nozione di letteratura quale si è venuta sviluppando nelle varie tendenze del formalismo (critica semantica, strutturalista ecc.), cioè della letteratura come impotenza assoluta ad intervenire direttamente nella trasformazione del reale, nel suo essere attività integrativa e mai riposta o — come vuole R. Barthes — senso sospeso indefinitivamente decifrabile. Ma assumerla fino in fondo non significa soltanto riconoscere che la formalizzazione linguistica, ossia l’uso letterario della lingua, la separazione del linguaggio dalla prassi, l’esercizio della “natura significante e, a un tempo, decettiva, del linguaggio letterario”, è possibile e pratica quotidiana di chiunque nell’esercizio del proprio linguaggio; ma altresì che quella formalizzazione linguistica, quella organizzazione di una menzogna ambigua per dire una verità ambigua, è similitudine o metafora di una parte dell’uomo e degli uomini. Coatta all’impiego pratico della propria vita, al “principio di prestazione”, al lavoro immediatamente utile, la classe operaia non trova davvero la sua emancipazione (H. Marcuse l’ha veduto benissimo) nel giustapporre tempo libero a tempo di lavoro, ma nella capacità di acquisire nella formalizzazione della propria esistenza che ne renda chiara, quotidiana, l’infinita ricchezza di significati, l’inesauribilità di prospettive e, a un tempo, la sua radicale insufficienza, inessenzialità, irrilevanza, la sua “passione inutile”. Nella misura in cui la classe rivoluzionaria è quindi in condizione (è anzi rivoluzionaria in quanto sia in condizione) di rifiutare le “proposte di essenza” che le vengono dalla cultura del capitalismo, cioè dalla cultura; nella misura in cui sceglie e stessa contro “la verità”, scegliendo quindi la parzialità contro l’universalità, e dunque quel che essa è, classe della prestazione e del bisogno, non quello che potrebbe essere, respingendo insomma utopia e prefigurazione; nella misura in cui è rivoluzionaria e non riformista, materialista e non spiritualista — in quella misura lo scrittore non ha nulla da dirle fuori di quella sua verità truccata e impraticabile. E se mandati da quello gli vengono, non posso essere che falsi, generati da fasi interlocutorie della lotta, da inferiori livelli di sviluppo per entro la classe, veri e propri appelli dell’avversario.
Ma al tempo stesso, quanto più è chiara la coscienza di questa fine, della fine di una qualsiasi patria visibile, di ogni «calore umano»; e di dover ormai solo Das Leere Lerner, Leeres lehren, imparare il vuoto, insegnare il vuoto, come dice Faust, ogni senso di vita, ogni ragione biografica non potrà non essere — per lo scrittore-persona che qui ci occupa — se non nell’ordine del Comunismo, nei conflitti quotidiani dove il Comunismo si illumina o oscura. Sa che la sua voce non può né deve «destare eserciti», né confortare, né illuminare; e che neppure può sperare di avere altro compito civico apparente più vicino alla sua attività intima e assoluta fuor di quello che per un Gottfried Keller consisteva nel redigere cantate patriottiche per le scolaresche di Zurigo o, per il Primo Agosto, discorsi celebrativi del Giuramento del Grütli (1291); degnissimo compito, non diverso nella sostanza da quello di poeti che clandestini incitarono alla resistenza nell’ultima guerra o vi perdettero la vita; né disgiunto necessariamente dalla nobiltà o dalla bellezza. Proprio per questo, nonché avvicinare vita e opera dovrà, fin dove almeno gli giunge lo sguardo, disgiungerle; le forze interiori cui fa appello per poter compiere la propria opera non gli perdoneranno ogni indebito trasferimento di privilegi e di precedenze dall’opera alla vita. Se questa può pretendere alla dedizione all’impegno, quella non può nutrirsi che di rinunzia; anzi la sua gioia, la gioia manifesta nell’opera, la sua vitalità sarà, quando sia, della specie mozartiana, che atterrisce.

7. Al termine di questo discorso sta un qui-e-ora, nel nostro paese, nella condizione della nostra «sinistra», cioè di quello che si è convenuto chiamare il «movimento operaio» (organizzazioni, partiti) per distinguerlo dall’obiettivo comportamento della classe. Nei confronti del «movimento» quale esso è, la letteratura e la poesia non hanno nulla, nel senso rigoroso della parola, da comunicare né da ascoltare perché i rapporti fra gli episodi della lotta di classe e politica e la coscienza letteraria e poetica non possono più (se non per vizio o errore) tornare a ripercorrere le grandezze e le miserie di un mezzo secolo di rapporti fra i partiti comunisti e la poesia. Mentre l’autore, in quanto sede temporanea e fisica, vaso di elezione o di perdita, dell’opera, ha tutto da comunicare e da dire, prima e dopo il momento della scrittura.

8. Se è vero quanto detto sopra — che l’uso letterario della lingua è analogo a quell’uso cosciente della vita che è il fine (e la fine) del Comunismo — allora è possibile, seppure con molta prudenza, suggerire ai noi stessi e a quelli che più ci sono vicini una dedica o intenzione: di voler formare nell’opera letteraria o poetica un equivalente metaforico, un homunculus, di quella forma intellettuale e morale che tanto più la classe tende a darsi ed a creare universalmente quanto più in apparenza se ne allontana nella lotta, orgogliosa delle piaghe lasciate dalle sue catene.
Ma lo strumento della classe è, e non sapremmo come diversamente chiamarlo, il Partito. Anche se Roma non è più Roma, se il partito non è più il Partito, se tra classe e movimento operaio sembra esserci solo una rispondenza distorta, non si tratta allora, il Partito, di crearlo né di riformarlo ma semmai di riconoscerlo ove si venga facendo. Il tema non è prefigurare nel partito la società. In questo, nell’anticipare verso il partito risposte che avrebbero dovuto alla società, sono falliti gli scrittori del comunismo di ieri. Il tema è di prefigurare nella società il partito. Allora l’unico consiglio di speranza o prudenza che può essere formulato è quello di operare (e anche di scrivere: ma come intenzione, non necessariamente come atto) come se esistesse intero quel corpo che ancora chiamiamo Partito, come chiedesse quel che non chiede nemmeno più, ma con la sua sola presenza non con i suoi eventuali funzionari; come se esso occupasse davvero il suo luogo, che è tra l’individuo e la classe. Così lavorare — dunque con una serie di implicazioni pratiche che non è il caso di svolgere qui — significa sfuggire all’errore che è stato del passato, di far del partito l’anticipo della società futura o il termine del potere di quella uscita da una rivoluzione; significa guarire dalla illusione di poter vedere accolta, nel Partito, la funzione poetica; la quale è di costruire «figure» di quel che è il fine medesimo del Partito ma che, così annunciandone la fine, non può non essere recepito e combattuto come una profezia nemica. Significa contribuire realmente, il Partito, a farlo esistere.

Meme con la forza – lezioni dai gilet gialli

di Paul Torino e Adrian Wohlleben

traduzione da Metamute del 26 febbraio 2019

Abbiamo già avuto letture memetiche di recenti movimenti sociali. Di solito però, in queste analisi, la frase tende ad eclissare il contenuto, sovrapponendo il meme (rappresentazione)  al movimento (reale). Nell’articolo che segue, Paul Torino e Adrian Wohllebn, due partecipanti americani alla lotta dei Gilets Jaunes in Francia, invertono la logica in gioco. Non si tratta tanto di un movimento che usa i meme per fare richieste simboliche, quanto una forma di movimento come meme. Le occupazioni destituiscono simbolicamente gli spazi e li trasformano in “nuovi spazi” tramite la forza collettiva del confronto diretto. I Gilets Jaunes superano così la distinzione tra riot e vita quotidiana, rotonda e luogo della rivoluzione. In questo processo il meme-forma di movimento respinge i pericoli dell’estrema destra e della deriva cittadinista tramite “attacchi generalizzati alla proprietà privata” ai quali entrambi i poli risultano allergici. Annuncia la politica che viene e suggerisce che il riot può raggiungere quella continuità nel tempo della quale è generalmente considerato incapace: “la necessità di investire e difendere nuovi luoghi o ‘siti di vita’ eclissa la centralità della differenziazione ‘sociale’ come invece fanno le identità e le posizioni simboliche all’interno di una matrice di oppressione.” Evitando il preconcetto focus simbolico sulle piazze che ha caratterizzato le precedenti lotte sulla ‘circolazione’, qui il contenuto del meme va oltre la frase.

Il momento dei Gilets Jaunes (i Gilet Gialli) ha fratturato il consenso della politica francese e la vita sociale del paese. Dalla metà del novembre 2019, centinaia di migliaia di persone determinate hanno provocato ripetuti riot nei centri cittadini, bloccato autostrade e raffinerie, occupato caselli e rotonde in tutto il paese e si sono scontrate con la polizia. Anche se la prima fase del movimento si è legittimata con slogan contro la eco-tassa sulla benzina, introdotta da Macron e la sua squadra di tecnocrati, quando la tassa è stata ritirata sotto le sassaiole i Gilet Gialli si sono rifiutati di tornare a casa. Intellettuali di sinistra, commentatori e politici non sono riusciti a capire le intenzioni del movimento, mentre i militanti – dagli anarchici ai sindacalisti fino ai neo-nazisti – hanno provato a egemonizzare il movimento oppure lo hanno rigettato completamente. I Gilet Gialli hanno dato inizio a un processo che nessuno comprende, ma che nessuno può ignorare. Qualunque sia il risultato di questa sequenza di lotte, è chiaro che i Gilet Gialli hanno rotto le regole della politica e dei movimenti sociali per come le conosciamo. Pensiamo sia utile cominciare ad assumere alcune lezioni di questa complessa e non terminata sequenza, nella speranza di trarne insegnamenti per future circostanze simili, che senza alcun dubbio arriveranno.

Azioni radicali, non attori radicali

Non è l’insurrezione che molti amano sognare, non è un atto di sedizione, non è la presa di un territorio. È qualcos’altro. Una cosa nuova per cui le parole non sono state ancora inventate.

Liaisons, “Encore”

Se insistiamo a leggere le odierne rotture sociali tramite le categorie del ventesimo secolo, possiamo essere certi sicuri di non capirle. Non a caso molti nell’estrema sinistra inizialmente hanno interpretato il fenomeno dei Gilet Gialli in Francia come fascista o ingenuamente populista (e quindi bisognoso di una radicale “correzione”), o che altri siano stati così veloci a decretare i mali di un’alleanza “interclassista”. La razionalità politica contemporanea non riesce a comprendere le azioni radicali, cerca solamente attori radicali. La verità dell’azione, ci dicono, sta nell’identità e nelle motivazioni dei suoi protagonisti, che costituiscono il vero oggetto dell’inchiesta sociale. Un movimento può esprimersi in mille differenti maniere, ma diventerà realmente comprensibile e valido solo una volta che potrà essere collocato in un vettore di legittimazione eretto tramite quei due fattori. Da quale strato dell’ordine sociale è emersa l’azione? Quale intersezione nella matrice di oppressione rappresentano i partecipanti? Si crede che la risposta rivelerà gli interessi sociali collettivi del movimento e a quel punto si può decidere se “supportarlo” o “opporsi” ad esso, come se si stesse facendo shopping in un supermercato ideologico[i]. Come si sviluppa questo impulso a cercare un soggetto dietro ogni azione? Da dove viene?

Se siamo abituati a lasciare sparire le azioni concrete, a vedere solo le relazioni “sociali” tra gli attori, è perché abbiamo ereditato una concezione della politica nella quale il discorso, la comunicazione di informazione, è l’atto politico ideale. Se agire insieme è semplicemente un altro modo di parlare l’uno all’altro o a un terzo, se la rivolta è solo un altro modo di supportare delle rivendicazioni, se la guerra è semplicemente la politica con altri mezzi, allora l’impulso a interpretare l’azione comprensibilmente si impossessa di noi. Ma perché una persona possa interpretare il discorso di un’altra c’è bisogno che esista  un contesto simbolico di significato condiviso tra gli attori, ed è la nostra educazione istituzionale che rende questo possibile.

La politica contemporanea vede nell’azione nient’altro che una conversazione tra istituzioni e popolazioni nella società. Per questa ragione, quando l’azione radicale emerge in modo relativamente anonimo,  manca di un autore consistente e si rifiuta cocciutamente di rispondere alle nostre domande composizionali (“chi sei?”) e progettuali (“perché lo stai facendo?”), tende a essere irriconoscibile per analisti politici e attivisti.

È precisamente questo tipo di saggezza che i Gilet Gialli hanno deposto, settimana dopo settimana. In Francia sta emergendo oggi una forma radicale di azione collettiva che non poggia su un’ideologia coerente, una motivazione condivisa, una appartenenza regionale. Soprattutto non procede attraverso il dialogo con il suo nemico. È la logica di questo nuovo modo di composizione pratica che dobbiamo cercare di capire.

Meme con forza

Quelli a cui viene dedicata una canzone poi non vivono a lungo.

W.B. Yeats, Mythologies

Com’è avvenuta una rottura come quella dei Gilets Jaunes? In un tempo in cui nominare ed identificare gruppi e persone è diventata una pratica egemonica tanto per gli attivisti come per la polizia, è importante (in ogni senso) capire come un movimento amorfo e radicalmente instabile può continuare a esplodere nelle strade per più di due mesi.

Ferguson e Standing Rock sono stati eventi sottoposti a costanti operazioni di “nominazione”, dall’interno e dall’esterno. In entrambi i casi, l’abilità di nominare gli “attori legittimi” del movimento ha contribuito in maniera diretta a distruggerlo. Che ogni tendenza di questi movimenti dichiarasse di agire in nome della “comunità” non è del tutto insensato: chi costituisce il centro normativo di una popolazione ne diviene il naturale rappresentante ideale. Per democratici e riformisti, stabilire il diritto a parlare del movimento è una precondizione del potere politico. Una volta che il soggetto di un movimento è sufficientemente descritto e definito, il movimento inevitabilmente comincia a contrarsi e ritirarsi: i leader sono chiamati a trattare, i militanti vengono repressi e moltissimi partecipanti attivi sono ridotti a semplici “supporter” di una lotta che non è più propriamente comune. Quando i movimenti cominciano a convergere su individui carismatici e mediatizzati è solo questione di tempo prima che i più poveri ed i più militanti, e di solito i più razzialmente marginalizzati (come Joshua Williams, Red Fawn), assorbano il maggior carico di repressione. Si capisce quindi perché, da Ferguson a Standing Rock a Bordeaux e Tolosa, le azioni più determinate e senza compromessi oggi non nascono nelle cricche politiche o nelle reti di attivisti. Il gap tra gli ideologi e i veri e propri rivoluzionari si sta allargando: le rispettive idea sulla natura e il significato della lotta diviene sempre più asimmetrica e di pari passo questi soggetti divengono non-intellegibili gli uni agli altri.

I Gilet Gialli non sono un tradizionale movimento sociale. Il paradigma del movimento sociale si riferisce a un processo in cui alcuni gruppi si organizzano attorno alle loro distinte esperienze delle istituzioni sociali (o attorno alle loro distinte esperienze di oppressione, come nel caso della New Left), e in seguito provano a far avanzare gli interessi delle loro constituency connettendosi con altri segmenti istituzionali. Dai “Comitati d’Azione Operai-Studenti” del Maggio ’68 alla fallita alleanza tra ferrovieri francesi e occupazioni universitarie esattamente 50 anni dopo, questo modello trotskysta di organizzazione continua ad esercitare una durevole influenza su come immaginare  l’escalation dei conflitti[ii]. Poiché ogni gruppo costituente si politicizza attraverso la sua coscienza istituzionale, ci si immagine la composizione come un fenomeno che avviene sommando dei segmenti, attraverso una “convergenza delle lotte” che culminerà in uno sciopero generale. Ma per il momento non abbiamo praticamente mai osservato la proliferazione di soggettività parziali o minori, nessun “Gilet Gialli queer”, “Gilet Gialli studenti” o “Gilet Gialli operai”. Quasi nessuno sta insistendo sulle proprie rivendicazioni socio-istituzionali o sulle proprie tradizionali forme di lotta, a discapito di quelle altrui. Anche se non possiamo ancora dire dove ci porteranno, i Gilet Gialli hanno già dimostrato che è possibile costruire una sequenza pratica di rivolte in cui chiunque può partecipare senza né mettere in primo piano gli interessi di uno specifico gruppo marginalizzato, né riferirsi a una grammatica bianca, patriarcale, piccolo borghese o a qualunque altro linguaggio egemonico della sofferenza. Questo è il guanto di sfida che è stato lanciato e che tutti i rivoluzionari ovunque nel mondo devono raccogliere.

Mettersi un gilet di sicurezza di per sé non simboleggia un’ideologia, un principio o una rivendicazione unitaria, né un particolare posizionamento o identità. Funziona, possiamo dire, come un “meme con della forza”. Un meme non altera necessariamente il contenuto di una lotta. In Francia ad esempio i fattori catalizzanti sono senza dubbio pressioni sociali molto comuni, come il crescente costo della vita, la ridotta mobilità sociale, i tagli ai servizi pubblici, un trionfante governo neoliberale che sputa in faccia ai lavoratori poveri, ecc. Quello che il meme dei Gilet Gialli offre è una forma malleabile attraverso la quale questo contenuto assume la forza per intervenire. Ogni lotta politica necessita di una seppur piccola formalizzazione; in questo senso il meme riapre la questione basilare del Partito e offre forse la base minima per organizzare una forza di rottura nel ventunesimo secolo. La fluidità del meme rende possibile unirsi a un corteo, un blocco o all’occupazione di una rotonda senza doversi identificare con un “interesse comune” o sentirsi legittimati tramite il “credo” di un movimento. Il meme non risolve, ma semplicemente permette di posporre la questione di una comune grammatica della sofferenza[iii]. Nel frattempo ha la capacità di sospendere le sospensioni che definiscono la nostra separazione sociale metropolitana. Le differenze di esperienza o ideologia non sono cancellate né risolte, ma la loro risoluzione non è più la condizione necessaria per impegnarsi insieme ad altri. Il meme autorizza tutti ad agire rispetto alla propria esperienza di come le “élite” (un nemico sempre in costruzione) li hanno fregati, è come un mazzo dei tarocchi in cui lo spettatore inserisce le proprie carte. Ognuno di noi è invitato ad intervenire contro il nemico senza aspettare o chiedere il permesso, e per le nostre singolari ragioni. Masse di persone sono capaci di collaborare e agire le une accanto alle altre per esprimere la loro rabbia sociale e frustrazione senza ricadere in modalità convenzionali di organizzazione collettiva o per mediare le distanze tra i vari gruppi sociali e dentro di essi (partiti politici, assemblee di democrazia diretta, bande, ecc.). Nonostante l’apparente uniformità cromatica, quindi, il meme facilita la più radicale affermazione della singolarità. Questo è il modo di composizione sociale che più nettamente ci invita a fidarci della nostra percezione, ad agire sulla lettura della nostra situazione.

I Gilet Gialli non sono una “coalizione” di diversi ma preesistenti gruppi sociali. Il concetto di coalizione appartiene ancora all’orizzonte della “convergenza delle lotte”. In realtà, fino a ora, i Gilet Gialli stanno producendo molto di più di ciò che rappresentano. Se continuano a mantenere l’iniziativa, se la loro forza produttiva ed inventiva non viene subordinata alla logica della rivendicazione o  della negoziazione, se non realizzano le loro irruzioni in nome di una popolazione o di un gruppo costituito, potrebbero uscire dal deprimente ciclo che ha caratterizzato le rivoluzioni del ventesimo secolo, in cui un governo è velocemente rimpiazzato da un altro.

Nessuno sa in anticipo quali siano i limiti composizionali di un meme; la sua coerenza è comprensibile solo a posteriori, settimana dopo settimana, pezzo dopo pezzo. Qualsiasi cosa i Gilet Gialli andranno a significare, sarà comprensibile a partire dagli effetti in differenti spazi e tempi. Questa apertura è un chiaro elemento di forza, perché il meme può essere ripreso da chiunque, essere spinto virtualmente in ogni direzione. Liberato da ogni referenza a un “soggetto” stabile, si apre a un orizzonte di sperimentazione senza limiti. Il meme non è modellato sull’universalità dell’Idea ma sul movimento illimitato del simulacro, perché la sua vitalità cresce quando si replica, muta e si sposta viralmente. Quando il meme non riesce a superare un ostacolo e a continuare il processo di mutazione, quando è forzato a ripulirsi e smussare i suoi spigoli, o a separare gli agenti legittimi dagli impostori, i membri autentici dagli “agitatori violenti”, in quel momento perde il suo margine creativo o sperimentale e si esaurisce.

Il cortège de tête

Il cortège de tête [spezzone di testa], fenomeno sviluppatosi durante il movimento contro la Loi Travail [riforma del lavoro] nel 2016, è stato il primo momento nella storia francese recente in cui un movimento sociale ha prodotto un meme a fianco e dentro se stesso. Dalla sua posizione in testa ai cortei, il cortège de tête determinava il ritmo, il tempo e gli slogan di grandi manifestazioni. Uno spazio che di solito è gelosamente custodito da sindacati e partiti, in cui i leader di queste organizzazioni si lasciano andare a teatrini di auto-esaltazione dietro striscioni pseudo-unitari, è stato riappropriato da graffitari, YouTubers, studenti, giovani in generale, che gli hanno dato un’aria di manifestazione selvaggia. Il gesto di “riappropriarsi della posizione di testa” è diventato in fretta esso stesso un meme, ed è stato ripetuto per mesi in ogni grande manifestazione di quella sequenza di lotte. Grazie alla sua grande energia e alla sua aggressività verso la polizia, il cortège de tête ha prodotto frequenti momenti di scontro che hanno portato a un’ulteriore aumento numerico e a una maggiore preparazione dei partecipanti da una manifestazione all’altra. Il cortège ha funzionato come «un punto di aggregazione, fisico e politico. Poco a poco ha magnetizzato il desiderio di rivolta, la rabbia, l’insieme dei corpi ribelli, i feriti, i non rassegnati, gli ingovernabili»[iv].

Certo, come suggerisce il nome, non può esserci un cortège de tête senza la processione sindacale che gli marcia dietro, per questo il potere di contagio è rimasto catturato dentro la logica spazio-temporale del tradizionale movimento sociale. Nonostante questa limitazione, il meme del cortège de tête, così come quello dei Gilet Gialli, ha permesso la nascita di uno spazio dove un nuovo tipo di composizione può avvenire, anche in questo caso una composizione che tende a sospendere i precedenti ruoli istituzionali e le identità. Come ha scritto un musicista in quei giorni,

‘La singolarità del cortège de tête sta nel suo carattere generico, che sfugge la cattura da parte di ogni identità. In esso, ognuno incontra persone che non incrocerebbe mai nel normale corso delle cose, le cui posizioni assegnate sono incommensurabilmente distanti. Cosa può essere più spaventoso per il potere che osservare l’intrecciarsi collettivo di quegli stessi corpi che si impegna a tenere separati? […] Se il divenire-rivoluzionari significa qualcosa, è precisamente l’assunzione di questo clinamen, questo auto-abbandono, questo impegno senza compromessi con il possibile aperto dalla situazione […] Il cortège de tête incarna la coalescenza neutrale e anonima, il divenire-chiunque di questa molteplicità umana le cui origini si trovano localmente e puntualmente sospese’.[v]

Almeno finché parliamo di centri metropolitani come Parigi (i blocchi nell’Ovest del paese sono una storia differente), la potenza e i limiti della sequenza del 2016 sono stati determinati dalla capacità di fuggire la logica della “convergenza delle lotte” ed è stato un modo di composizione memetico che ha permesso questa fuga. Il divenire anonimo del cortège de tête si è comunque limitato alla forma del riot, una dinamica condizionata dal ritmo che le direzioni sindacali hanno imposto alla mobilitazione. Senza una marcia sindacale, non c’era una “testa” da usurpare. Nonostante la sua tremenda potenza, la stessa forma distintiva del meme cortège, è stata un limite strutturale alla sua capacità di espandersi e mutare, e infine l’ha schiacciato.

I meme non chiedono di essere interpretati ma piuttosto di essere improvvisati. Se ci invitano a prendere una postura o una certa disposizione, non lo fanno in maniera scolastica ma per l’aspetto visionario che rimane nei gesti iterabili, quegli atti creativi che alimentano una nuova sequenza di ripetizioni sperimentali[vi].

Destituzione e luoghi di vita

Una rivoluzione comunista non è la somma dei suoi riot, rivolte o battaglie. Non è nient’altro che il processo attraverso il quale milioni di persone riescono a riorganizzare la loro esistenza quotidiana in accordo con idee non-economiche di cosa possono e devono essere la felicità o la buona vita. Nell’ultima decade di movimenti radicali, occupazioni e rivolte, moltissime persone hanno provato in prima persona l’intelligenza e la dignità dell’auto-organizzazione collettiva senza la mediazione del denaro. Queste “misure comuniste” sono però storicamente significative solo quando divengono irreversibili. Senza la crescita di un nuovo senso comune duraturo, le sospensioni di questo mondo si rovesceranno presto o tardi nel vecchio modo di fare cose.

Le forme e le pratiche autonome e comuniste, devono trovare un modo di diffondersi e di durare, ma come? È una domanda che si è sicuramente posto chiunque abbia attraverso la potenza e la dignità di un riot, una domanda che arriva nel momento in cui è dovuto tornare ai videogames, ai profili sui social, ai vestiti casual che decorano lo spazio della vita privata. L’ordine della rivolta rimane sempre costeggiato dal disordine della vita normale. Come possiamo fare il salto dalla sospensione del tempo alla sua riorganizzazione, generando forme durevoli di collettività anarchica? È possibile (come sembra suggerire per esempio Joshua Clover) per i riot trasformarsi in qualcosa di totalmente altro dal riot, che una serie di riot “a cascata” possano, grazie alla propria energia, «preservare con successo la loro stessa esistenza, spingendo altre lotte a cogliere la loro occasione contro il disordine crescente [del potere]»[vii]? Possono i riot generare forme comunaliste e riproduttive di auto-organizzazione? Oppure è necessario che un altro dinamismo di lotta, completamente distinto, emerga accanto a essi?

Per essere chiari, non esistono due tendenze opposte fra i Gilet Gialli: una che si rivolta e distrugge le città, mentre l’altra blocca le rotonde e costruisce cucine popolari. Se entrambi i processi stanno in effetti accadendo, è decisivo comprendere in che modo queste due dinamiche stanno assieme e si confondono, perché questo spiega sia l’originalità che la tenacia del movimento. Le rivolte nelle città si sono intimamente legate a un processo parallelo che ha rilocalizzato l’esperienza primaria della politica.

La costituzione di luoghi collettivi è il nucleo destituente/rivoluzionario del movimento, che supera l’opposizione tra rivolta e vita quotidiana. Una lettera da Parigi inviata al collettivo Liaisons ha osservato recentemente che «la prerogativa dei Gilet Gialli è di organizzarsi dove vivono, al livello regionale, e non in termini di una precisa identità politica. Quindi non è una coincidenza se, in una specifica regione, la rotonda è esattamente l’unità minima di connessione»[viii]. Come ci ricorda l’autore, le piccole rotonde rurali francesi richiamano una storia diversa dalle piazze delle grandi città, cioè i locus classicus delle assemblee cittadiniste di Nuit debout nel 2016, che non sono state finora mai occupate dai Gilet Gialli. Per noi questa osservazione suggerisce una scommessa etico-politica più grande: nel paradigma destituente che definisce la politica che viene, il luogo sostituirà la posizione. La necessità di prendere e difendere nuovi spazi o “luoghi di vita” eclisserà la centralità delle differenziazioni “sociali” come fanno le identità e le posizioni simboliche dentro una matrice di oppressione. Cosa significa inventare un “luogo”? Come hanno fatto i Gilet Gialli a collegare la creazione di luoghi ai riot e ai blocchi così diffusi nelle lotte presenti?

Le rotonde

Occupando le rotonde e abitandole – e arrivando persino a costruire sulle stesse rotonde 200 baracche o edifici dove mangiare, condividere risorse, cospirare – i Gilet Gialli stanno creando luoghi di vita negli stessi spazi della circolazione tardo-capitalista. Questa impresa improbabile è stata osservata recentemente anche a Chico, California, dove dei rifugiati climatici hanno costruito un accampamento nel parcheggio di uno Wal-Mart in seguito ai devastanti incendi di quest’anno. Queste persone hanno ereditato qualcosa, coscientemente o meno, dei gesti della ZAD e del movimento No TAV, degli Zapatisti in Chiapas e dei Curdi in Rojava. Sono queste lotte che provano l’efficacia strategica di utilizzare i “luoghi” come elemento di attacco, di utilizzare la vita che abita intensamente un territorio per delegittimare lo stato e il management economico.

La manovra dei Gilet Gialli contiene però delle differenze. Invece che concentrare molte persone, da tutta Europa, in due o tre “zone da difendere” – un processo nel quale Vinci [l’azienda incaricata della costruzione del nuovo aeroporto di Nantes, poi cancellato grazie alla lotta vincente della ZAD] e altre corporation del genere mantengono la prerogativa di fissare i luoghi della politica, le rotonde dei Gilet Gialli rimangono vicine alla vita quotidiana. Questa prossimità è la chiave del potenziale rivoluzionario del movimento: più vicini i blocchi sono alle case dei partecipanti, più probabilmente questi luoghi diventeranno personali e importanti in milioni di altri modi. In più, il fatto che a essere occupate siano rotonde e non foreste o valli, toglie il contenuto prefigurativo o utopico da questi movimenti. Se a prima vista questa può sembrare una debolezza, potrebbe invece rivelarsi una forza.

Come può confermare chiunque abbia visitato la ZAD e sia poi  ritornato in città, la sensazione di potenza che si guadagna entrando nella zona cop-free, cessa appena la si lascia. La ZAD è simile a uno stato di eccezione vivente rispetto al mondo attorno (anche se è reale, non una finzione giuridica). Invece occupare la rotonda accanto a dove uno vive, assicura che la fiducia collettiva, l’intelligenza tattica e la sensibilità politica condivisa, coltivate dai Gilet Gialli giorno per giorno, riescano a attraversare e contaminare le reti, i legami e le amicizie della vita sociale nell’area. Quelli che erano sentimenti utopici, dai blocchi alle rotonde gocciolano nello spazio della vita quotidiana, invece che restarne separati. E non accade nemmeno che le rotonde rimangano un’esistenza aliena accanto alla vita normale, al modo degli spazi “radicali” di Berlino.

La ferocia dei riot del sabato si può spiegare solo tramite le affinità formate sulle rotonde. Secondo tutti i report, ogni sabato le folle sono composte da piccoli gruppi ben organizzati che arrivano preparati per agire in modi tattici e intelligenti. Poiché nessuno rimane a Parigi, Bordeaux o Tolosa abbastanza a lungo da formare legami sociali, è ovvio pensare che siano precisamente gli incontri quotidiani, adesso “filtrati” attraverso le rotonde, che passano all’offensiva negli “atti” del weekend.

Contrariamente a quello che è stato a volte suggerito, non c’è opposizione strategica tra il fronte dei riot del sabato e le rotonde. La rotonda è la membrana, il punto di contatto, tra la rivolta e la vita quotidiana, coi loro distinti ritmi e le loro tessiture.

La ferocia e la longevità senza precedenti del movimento, si possono spiegare attraverso questa combinazione di composizione memetica e di convivenza destituente creatrice di luoghi.

 

Populismo estatico

Abbiamo a che fare con un movimento “populista”? I Gilet Gialli sono diventati un simbolo populista?

L’idea di “popolo” (Lat: populus/popularis) ha sempre avuto due sensi. Da un parte, gli stati occidentali hanno bisogno dello spettro del “Popolo” per una precisa ragione giuridica, cioè per posizionare l’origine della loro autorità fuori da loro, in modo che questa origine di fatto non appaia mai. Il Popolo in questa accezione giuridica è l’auto-presupposto stesso della legge, una pura finzione che esiste solo sulla carta, o sulle labbra dei politici. D’altra parte, il termine ha sempre indicato anche i poveri, gli svantaggiati, “la gente ordinaria”. È un segnaposto mobile analogo a ciò che per secoli è stata la “plebe”[ix]. I due sensi della parola hanno in comune soltanto il nome. Ancora più importante, come ci ricorda Marcello Tarì, sono in pratica mutualmente esclusivi: «così come l’insurrezionalismo come ideologia esiste solo quando non ci sono insurrezioni, così il populismo esiste solo quando il popolo è assente»[x]. Quando le persone sono realmente nelle strade, i governi non possono governare, e i peregrini populismi parlamentari di Syriza in Grecia e Podemos in Spagna sono apparsi precisamente nel momento in cui le rivolte e le occupazioni delle piazze del 2011-12 erano state sconfitte. I Gilet Gialli non sono lo stesso “Popolo” in nome del quale parla la legge. Semmai il gilet è l’uniforme dell’ex-cittadino, il simbolo di un populismo negativo o estatico che con determinazione è uscito dai cardini della legge, quella legge che si legittima in suo nome. Non si può negare che l’antagonista fondamentale in questa lotta rimane l’ “élite di governo”, da cui il coro più emblematico, Macron démission!, che esprime una voglia di detronizzazione. Ma sarebbe prematuro per chiunque affermare che un nuovo soggetto costituente stia emergendo dalle spesse nubi di gas lacrimogeni che riempiono ogni settimana le città. La sola cosa che siamo certi di vedere è una massa di individui e piccoli gruppi occupati nella costruzione, quasi totalmente non-mediata, di un rapporto di forze con il loro governo, il cui risultato nessuno può ancora prevedere.

 È importante sottolineare la determinazione dei Gilet Gialli, la loro predilezione per il confronto diretto, per comprendere il cambiamento, nel movimento, della funzione dei discorsi. Le cose in effetti sarebbero molto differenti se i Gilet Gialli stessero ancora una volta occupando le piazze cittadine e animando quelle assemblee generali democratiche che hanno definito Nuit Debout nel 2016  e in generale le precedenti ondate di occupazioni. Anche se inviti a un “referendum cittadino” [il RIC, Referendum d’Initiative Citoyenne, referendum di tipo propositivo, è in effetti una delle rivendicazioni dei Gilet Gialli] vengono fatti da varie componenti del movimento, i Gilet Gialli per la maggior parte hanno ammirabilmente rifiutato di scambiare la loro azione diretta con la rappresentazione politica e hanno affrontato lo Stato non come un interlocutore ma come un opponente fisico e mobile. Cortei classici e assemblee non hanno avuto molto spazio fino ad ora nella lotta. Anche quando si hanno assemblee e riunioni tra differenti rotonde, sono dei momenti locali, strategici e situati di auto-organizzazione logistica e coordinazione. Nel momento esatto in cui qualcuno comincia a presentarsi come un rappresentante del movimento, o rivendica la legittimità per parlare a nome del movimento intero, si trova subito a predicare nel deserto. Nessuno può appropriarsi della voce del movimento in modo convincente, soprattutto non possono farlo quelli che dichiarano di volerci provare. Il carattere acefalo del repertorio tattico giallo – riot, blocchi, sabotaggio dei caselli autostradali, occupazione delle rotonde, ecc. – ha permesso una riduzione drastica del potere del discorso politico “ufficiale”. È precisamente questo ad aver permesso che, almeno per adesso, il populismo in questione restasse estatico e plebeo; che la disidentificazione dalle forze dell’ordine e dall’atomizzazione solitaria che precedeva il movimento, prevalesse sulla tentazione rappresentativa e assimilazionista; e che, quando un discorso appare, serva in primis a rinnovare e estendere la difesa dei luoghi di vita collettiva che sono stati costruiti, da rotonda a rotonda, cioè un tipo di discorso qualitativamente distinto dall’universo declamatorio dei politici. Se una finta Sesta Repubblica [attualmente la Francia vive nella Quinta Repubblica]  dovesse rimpiazzare l’attuale stupidità e il movimento accettasse di ridursi a una forza costituente nel grande gioco della democrazia, ben conosciuto in Francia, è molto probabile che sarebbe sconfitto e che le sue aspirazioni rivoluzionarie verrebbero spezzate.

Il saccheggio come misura antifascista

Una delle novità centrali dei Gilet Gialli è la discrepanza senza precedenti tra la rapida crescita della potenza collettiva e la simultanea assenza di un orizzonte positivo. Raramente abbiamo visto una così alta capacità di distruggere tutto, accompagnata da un’indeterminazione così grande per quanto riguarda le richieste, l’identità, la consistenza ideologica o il programma. L’antagonismo “ufficiale” si è concentrato quasi del tutto su un unico luogo di potere, cioè il governo di Macron. Certo, tutto questo è ideologicamente spurio, perché suggerisce una cattiva gestione delle relazioni di classe capitaliste, una confusione tra effetti e cause. Nonostante questa insufficienza filosofica e critica al livello di analisi del potere, questa dinamica ha permesso di mantenere la polarizzazione più ampia possibile. È precisamente l’indeterminazione ideologica della situazione, aiutata da un’analisi abbastanza vaga del nemico, che ha permesso a questa rottura di allargarsi e intensificarsi nel modo che abbiamo visto.

 

Questo solleva una domanda,:cosa ha permesso di evitare una deriva fascista? Certo, la classica tattica antifascista di attaccare e cacciare i gruppi organizzati di estrema destra dalle manifestazioni, ha reso difficile per questi ultimi di accrescere la loro influenza. Crediamo però che il vandalismo diffuso abbia limitato l’influenza dei nazionalisti più di ogni altra cosa. I Gilet Gialli ci hanno insegnato l’importanza strategica di unirsi attivamente a movimenti che non partono da una riconoscibile grammatica di estrema sinistra, nonché il valore di legittimare, dentro i movimenti stessi, la distruzione di beni materiali.

Consideriamo il caso di Maidan. Poiché il nazionalismo (sia quello democratico che quello fascista) è una tecnica per creare alleanze tra ricchi e poveri “in nome del popolo”, è importante sottolineare che nelle manifestazioni di EuroMaidan a Kiev, eccetto per i gruppi di base legati ai sindacati, la distruzione di proprietà commerciali era considerata inaccettabile, e avvenne raramente. Contrariamente ai disordini in altri paesi europei come Grecia, Spagna, Italia, Portogallo e Francia, dove le vetrine vengono normalmente attaccate in ogni manifestazione un po’ vivace, un articolo del Kyiv Post del 20 gennaio 2014 dichiara «in due mesi di scontri, non c’è stata nemmeno una finestra rotta alle attività commerciali del centro di Kiev. Ma chi protesta in Ucraina non si vergogna certo a smontare recinti o strappare sampietrini, quando questi atti di vandalismo sono utili al piano più generale.»[xi]

Senza dubbio, liberalismo e fascismo sono allineati nella difesa del mercato, e divergono solo a proposito di chi dovrebbe partecipare lecitamente alle sue istituzioni e su quale scala. Questi gruppi sono in difficoltà quando si trovano a dover accettare la distruzione di beni proprietari. Se la tollerano, allora devono etnicizzarla. I nazionalisti possono spiegare gli attacchi a obbiettivi particolari in maniera etno-nazionalista. Le finestre spaccate della sinagoga nel centro di Chicago, nel 2017, erano attacchi personali e razziali contro i membri di quella congregazione. Quello che non possono accettare è l’attacco generalizzato alla proprietà privata, una violenza che chiaramente attacca il mercato: una violenza anticapitalista. Una cosa è attaccare una sede sindacale o un ufficio governativo, completamente un’altra è la distruzione di interi distretti dello shopping. Questa è forse la cosa più difficile da introdurre nei movimenti americani, dove il danno contro la proprietà e il vandalismo sono considerati gesti avventati e senza senso strategico.

 

Conclusione: una scommessa

Nei prossimi anni potrebbero emergere lotte che si sviluppano attorno a comuni sentimenti di disgusto e non da comuni esperienze di sofferenza. Dalla nostra prospettiva, sarebbe una situazione ottimale. L’esperienza umana che caratterizza gli ex-urbs [gioco di parole che condensa la nozione di periferia e ex-città, città morta] e gli hinterland delle città americane è molto diversa dal tipo di fabbriche metropolitane in cui nacque il movimento operaio. Le odierne distese suburbane e rurali producono un’alienazione estrema, isolamento, solitudine. La società americana è separata da complesse linee di differenziazione: classe, commercio, razza, genere, sessualità, età, religione, peso, politica, sottocultura, dieta, profilo sanitario, identità astrologica, ecc. Certo, continueranno a emergere lotte basate sull’alterità e la differenza politica, ma non abbiamo fiducia nel fatto che queste potranno essere lotte liberatorie. Sembra più probabile a questo punto che le lotte liberatorie emergeranno da un vortice come quello dei Gilet Gialli, dove pratiche diverse fluiscono in una comune zona di articolazione, piuttosto che da continui scontri tra gruppi politici rivali o dalle lotte di gruppi marginalizzati per rappresentare i loro interessi nel “centro” sempre più vuoto di una società normativa. Certo è che l’opposto sta diventando sempre più difficile da immaginare: che uno spesso segmento della società statunitense si unisca sotto una singola identità o bandiera.

 

Una lotta di questo tipo potrebbe essere immaginata più o meno così: persone arrabbiate e senza una precisa identificazione cominciano a convergere nei centri cittadini, o nei siti logistici come porti e aeroporti. La loro invasione rabbiosa risuona in maniera distinta ma parallela  ai sentimenti di chi vive in quartieri poveri o marginali, nella città o ai suoi bordi (bande di graffitari, rednecks, camionisti, spacciatori, sexworkers, ex-detenuti, pensionati). Estremisti etici di varie estrazioni ideologiche o sottoculturali agiscono gli uni accanto agli altri nelle strade, uniti solo dalla loro volontà di non controllare la rabbia di tutti contro il sistema (nel bene e nel male: anarchici, neonazisti, ultras, membri di gang). I vari gruppi sociali non vengono sintetizzati in un’unità più larga ma semplicemente si muovono in parallelo, scontrandosi occasionalmente, ma ritornando settimana dopo settimana per sfasciare le facciate luccicanti delle città e per attaccare gli edifici della polizia e del governo. Quelli che non possono raggiungere i centri urbani bloccano dall’esterno le strade e le altre infrastrutture logistiche da cui le città dipendono. Questa eterogenea alleanza casuale di persone provenienti dalle periferie vicine e lontane con gli estremisti etici, ripolarizza la situazione politica tra alto e basso, piuttosto che tra destra e sinistra. Politici, organizzazioni di sinistra, sindacati e ONG inizialmente si distanziano da questa mischia confusa e ne denunciano la violenza. La folla non presta loro attenzione, perché non deve loro alcuna fedeltà. Appena realizzano di essere state eclissate, le organizzazioni di sinistra non hanno altra scelta che rimettersi a seguire le folle con la coda tra le gambe e da una posizione di retroguardia. Studenti universitari e manager di medio livello di ogni estrazione sociale provano a gettare discredito e dividere i rivoltosi, razzialmente, sessualmente, geograficamente, per classe, su un qualsiasi asse di identità, per riuscire a trovare un punto fermo nel caos. Nello stesso momento la polizia pratica la sua classica e pesante repressione che estende (all’inizio) l’antagonismo e la lotta, obbligando il governo a inviare la Guardia Nazionale. Quando raggiungono questo punto le lotte possono dissiparsi oppure cominciare a fratturare le forze armate e indurre a una defezione sociale diffusa…

 I rivoluzionari dovrebbero prepararsi perché la situazione diventerà probabilmente ancora più confusa, e non più chiara. Ci sembra improbabile che il paese precipiti in una guerra civile tra antifascisti, neonazisti, e estremismo di centro. È anche impossibile immaginare un nuovo consenso politico che emerga tra Democratici e Repubblicani che risponda in qualche modo alle ansie e ai tumulti di quest’epoca. Se qualcosa come i Gilet Gialli dovesse arrivare negli Stati Uniti, potete scommettere che sarà persino più confuso e strano, anche più violento e spiacevole. Scommettiamo, comunque, che i movimenti che vengono non saranno senza fascino, senza innovazioni, senza una loro propria bellezza.

PS: sei note per le lotte future

 

  1. Per diffondere un’idea ingovernabile di felicità comune, è prima necessario diventare ingovernabili.
  2. I meme dotati di forza autorizzano le persone ad auto-autorizzarsi, permettendo a ciascuno di agire direttamente sulla propria sofferenza. In questo modo i meme sovvertono la polizia, interna o esterna ai nostri movimenti.
  3. I meme che polarizzano la situazione tra alto e basso, concentrando l’ostilità su un obiettivo centrista, permettono l’emersione di antagonismi più grandi, rendendo difficile ai riformisti l’anticipazione della rivolta e aprendo la possibilità del comunismo in un modo reale e pratico.
  4. Non escludere i “conservatori” dal movimento in modo ideologico; piuttosto, rendere popolari gesti che la loro ideologia non può avallare. Un modo di farlo è legittimare la distruzione della proprietà privata dei super-ricchi. Show, don’t tell.
  5. Anche se l’uso di graffiti e altre forme di comunicazione può essere necessario per contrastare l’influenza degli slogan di destra nelle prime fasi, non permettere che un gruppo o una tendenza egemonizzino il meme fino a che lo Stato non avrà completamente perso il controllo
    5.1 I graffiti dovrebbero essere utilizzati solo in due modi: per esprimere ostilità contro il nemico comune, e per celebrare il repertorio tattico che vorremmo o le azioni eroiche del movimento. Non parlare in nome di un “soggetto” e non escludere componenti del movimento.
  6. Se la potenza dei riot nel sospendere le identità e i predicati sociali non genera accanto a se stessa dei luoghi dove espandersi, persistere, e debordare nella vita quotidiana, allora diventa solo una festa crudele.

[i]Il fatto è che anche se le nostre identità sociali in qualche modo programmassero meccanicamente le nostre posizioni politiche (cosa che non fanno), questo oggi non ci aiuterebbe. Le grandi “soggettività militanti” non possono essere riportate in vita dal nulla. Come ci ricordano sempre i nostri amici più marxisti di noi il profitto industriale, che è stato la base materiale per la coscienza politica del movimento operaio nella prima metà del ventesimo secolo, si è progressivamente contratto a partire dagli anni ’70, spingendo il movimento dei lavoratori sulla difensiva. Il risultato è stato una spirale depressiva di 40 anni, con la grande maggioranza delle lotte sul lavoro occidentali che sono divenute puramente difensive, e continuano comunque a essere sconfitte. Nello stesso tempo, l’immaginazione politica in occidente si è svuotata, ed è ora forzata a reinventarsi su nuove premesse.

[ii]Su questo punto, suggeriamo il classico articolo di Fredy Perlman “Worker-Student Action Committees, May 1968”, che si trova qui: https://theanarchistlibrary.org/library/roger-gregoire-fredy-perlman-worker-student-action-committees-france-may-68. «Nelle ex-università, la divisione tra “studenti” e “operai” venne abolita in atto, nella pratica quotidiana degli occupanti; non esistevano “ruoli studenteschi” e “ruoli operai”. Comunque, l’azione andò più lontana che le coscienze. Riferendosi a “gli operai”, le persone vedevano questi come un settore specializzato della società, accettando quindi la divisione del lavoro» (corsivo nostro).

[iii]La questione è la seguente: possono persone le cui vite sono definite da incommensurabili modalità di violenza, fare esperienza dello stesso mondo, dello stesso linguaggio, di una visione condivisa della libertà? Il meme non risolve né sopprime questa incommensurabilità, non esiste una scorciatoia per la comunanza esistenziale. Quello che il meme riesce a fare è liberare queste differenze da ogni precondizione di unità, interrompendo l’abitudine comparativa di legittimare la sofferenza “pesando” alcune delle sue forme contro delle altre. Il gilet giallo apre il campo della politica: improvvisamente il centro è ovunque e chiunque può attaccare e organizzarsi a partire dalle proprie ragioni, inconciliabili oppure no.

[iv]Mauvaise Troupe, “Cortège de Tête”, in Riots and Militant Occupations. Smashing a System, Building a World. A Critical Introduction, edito da Alissa Starodub e Andrew Robinson (London: Rowman & Littlefield), 2018 (traduzione modificata).

[v]Anonimo, “La rivolta indiscernibile”. Pubblicato originariamente su Lundimatin#67, Giugno 2016

[vi]Ad esempio a metà dicembre, quando i Gilet Gialli erano concentrati sui pedaggi autostradali, le rotonde e i riot del sabato, in alcune città più piccole si sono tenute marce per raggiungere le case di alcuni funzionari locali. All’arrivo, le proprietà dei politici venivano vandalizzate e questi personaggi minacciati, a volte persino sparando con armi da fuoco, una rarità in Francia. Questo era un gesto iterabile, capace di estendere strategicamente il repertorio tattico della lotta e capace di portare una nuova forma di illuminazione partigiana nella sfera della vita quotidiana. Per una discussione su iterabilità e improvvisazione al livello degli scontri di strada, vedere anche (Anonimo), “Yes, And…”, in War on the Streets. Tactical Lessons from the Global Civil War, Ill Will Editions, 2016. Online qui: https://ill-will-editions.tumblr.com/post/154103163849/war-in-the-streets-tactical-lessons-from-the

[vii]Joshua Clover, Riot, Strike, Riot, Verso Books, 2016, 187.

[viii]Liaisons, “Encore. A Second Letter from Paris”, The New Inquiry, 01.04.2019. Accessibile qui: https://thenewinquiry.com/encore/

[ix]Vedere Alessi Dell’Umbria, “Full Metal Yellow Jacket”, originariamente pubblicato in Lundimatin#175, Gennaio 2019. Accessibile qui in francese: https://lundi.am/FULL-METAL-YELLOW-JACKET-Alessi-Dell-Umbria; qui in inglese: https://ill-will-editions.tumblr.com/post/182503015824/full-metal-yellow-jacket-al%C3%A8ssi-dellumbria

[x]Marcello Tarì, Non esiste la rivoluzione infelice (Roma: DeriveApprodi, 2017).

[xi]Ivan Verstyuk, “No looting or anarchy in this EuroMaidan revolution”, Kyiv Post, 01.20.2014. Accessibile qui: https://www.kyivpost.com/article/opinion/op-ed/no-looting-or-anarchy-in-this-euromaidan-revolution-335296.html?cn-reloaded=1

BIO

Adrian Wohlleben è un ricercatore comunista e un traduttore. Vive a Chicago e può essere raggiunto a questo indirizzo: silentwater@riseup.net

Paul Torino vive ad Atlanta e può essere contatto qui: flightoficarus@riseup.net

Una lingua per la rivoluzione?

di Marcello Tarì

Quello che segue è il “canovaccio” di cui si è fatto uso per l’intervento nella tavola rotonda Nuovi linguaggi per la sovversione del presente tenutasi al Postaz di Feltre il 1 settembre 2018 durante i tre giorni dell’iniziativa Welcome 2 Hell.

Ho trovato il titolo di questo incontro, Nuovi linguaggi per la sovversione del presente, davvero interessante e per diversi motivi.

Il primo: nell’enunciato è contenuta una constatazione che ha una conseguenza logica, ovvero che se ci vogliono nuovi linguaggi, vuol dire che quelli che vi sono o c’erano non vanno più bene, non servono più. Mi sembra un punto di partenza importante, poiché la consapevolezza di uno stato di cose è il primo passaggio, insufficiente ma necessario, nella possibilità di costruire una posizione. E quando dico una posizione non intendo una sorta di fortino ma un punto il più possibile condiviso attraverso il quale percepire al minimo una situazione, al massimo il mondo nello stato presente delle cose. Purtroppo ci troviamo in un momento storico nel quale la destra, diciamo pure il fascismo, una posizione ce l’ha ed è condivisa dalle Americhe alle Filippine fino all’Europa: hanno un immaginario comune, un linguaggio comune, una strategia comune e la applicano senza complessi. Noi, invece, arranchiamo.

Credo comunque vada fatta una precisazione preliminare riguardo alla questione del «nuovo»: costruire qualcosa di inedito non significa avere in mente l’idea corrente e stupida della produzione di novità, quella idea per la quale, non si sa come, ci si mette a tavolino e si inventa dal nulla qualsiasi cosa, persino un linguaggio. Spesso, al contrario, questa pretesa invenzione si fa spostando, anche leggermente, ciò che c’era, anzi, ciò che è stato dimenticato e a cui quello che vogliamo spazzare via oggi fa da schermo. C’è del dimenticato, del rimosso, dell’incompiuto che sempre dobbiamo riprendere perché esige di compiersi. Il dimenticato non scompare mai del tutto, aspetta solo, a certe condizioni, di essere riportato nella vita. Come facciamo a discernere cosa è davvero importante riportare tra noi? Vi sono più modi, facciamo l’esempio di un testo o di un’immagine, non fosse altro perché del passato ci restano solo testi e immagini, oltre ai ricordi.

L’importanza di un testo, diceva Jean-François Lyotard, non è in ciò che significa, in quello che vuol dire, ma in ciò che fa e fa fare. Quello che fa è la carica affettiva che un testo contiene e che riesce a comunicarsi oltre il suo stesso presente, ciò che fa fare sono appunto questi spostamenti, la trasformazione del potenziale che contengono in dei nuovi gesti, delle nuove scritture. Ecco, questo mi pare un buon criterio. Quando anni fa ho scritto un libro sull’Autonomia degli anni ‘70 non ho mai inteso fare un libro di “storia”, ma appunto afferrare la carica affettiva che certi testi, certe immagini possedevano e come potessero essere rimessi in circolo con alcuni spostamenti, alcune derive che portassero altrove che non alla vecchia Autonomia. È curioso il fatto che ciò sia avvenuto, nonostante tutto, più in Francia che in Italia. E forse bisognerebbe riflettere sul perché.

Non c’è mai superamento dialettico di una posizione: se essa era valida, cioè se aveva dentro di sé una certa potenzialità, accadrà semplicemente che delle intensità si innestino su di un nuovo corpo. Tra una posizione e l’altra, allora, se non c’è superamento c’è invece spostamento, deriva, evento, costellazione.

Ciò vuol dire anche che non c’è superamento di un linguaggio, bensì una sua possibile deriva, un impercettibile movimento interno che ne permette un nuovo uso.

Secondo: per sovvertire il presente il titolo di questo incontro suggerisce che cosa? Che ci vuole un linguaggio, appunto, un nuovo linguaggio. Non dice che ci servono, che ne so, più centri sociali, più diritti, più democrazia, più militanti. No, dice che ci serve un nuovo linguaggio. Conviene però distinguere tra linguaggio, come sistema, e lingua, come uso. Potremmo dire anche così: senza linguaggio rivoluzionario non c’è movimento rivoluzionario, ma senza lingua rivoluzionaria non c’è alcuna rivoluzione. È per questo che i poeti sono così essenziali a ogni rivoluzione tanto quanto gli strateghi. E se il linguaggio e il movimento rivoluzionario seguono una temporalità che dal passato li proietta in un avvenire, la lingua e il suo uso accade nel qui e ora. Funziona un po’ come la distinzione che Furio Jesi operava tra rivoluzione e rivolta.

Dovrebbe forse essere una banalità questa considerazione sui linguaggi e invece no, poiché se abbiamo oggi, in Italia, un problema, ed è da un bel po’ che sussiste, è esattamente il fatto che gli ambienti militanti, o quel poco che ne rimane, sembra non riescano a comprendere proprio questa esigenza e specialmente del come si fa ad articolare una lingua rivoluzionaria nel presente. Non esiste una rivoluzione senza rivolta, così come un linguaggio senza lingua è solo una grammatica. Puoi continuare a usare ad esempio la grammatica dell’Autonomia, per non parlare di quelli che scimmiottano ancora quella bolscevica o bakuniniana, ma senza rivolta, senza poesia, senza uso della lingua, è come passeggiare al museo delle cere, spettacolo patetico per il quale ormai nessuno è disposto a pagare il biglietto.

Negli anni passati si è pensato a tutto, ai centri sociali, ai diritti, alla democrazia, a tante cose, ma non a tutto questo, preferendo adagiarsi sui presunti fasti della stagione italiana degli anni Settanta appena condita da un po’ di melassa postmoderna. E alla fine ci si trova non solo senza linguaggio, ma senza quasi niente. Se non hai una lingua, non sei niente. Non si è stati in grado di articolare una lingua che pur nella differenza, che il linguaggio come sistema permette, potesse essere patrimonio se non di tutti almeno di molti, una lingua che fosse all’altezza degli eventi che hanno punteggiato gli ultimi anni. O meglio c’è stato e c’è a ogni tentativo in questo senso una certa sordità dell’ambiente militante, un fare quadrato attorno alla propria vuota identità, vuota perché senza lingua appunto e preda di un linguaggio senza mondo. In tutto questo non c’è nulla da “criticare”. Dobbiamo guardarci bene da questa postura, quella degli specialisti della critica. Il vizio di atteggiarsi a critici, ecco a cosa dobbiamo anche rinunciare, poiché la critica, il critico, sono ancora e sempre delle posizioni interne al problema. Per dirla ancora con Lyotard: «il critico resta ancora nella sfera del criticato». Si tratta di trovare la via d’uscita, di perforare il presente, saltare fuori, tutt’altra cosa dalla “critica”.

Articolare, si è detto, e che cos’è che si articola? Una lingua con la voce, certamente, ma dire voce vuol dire corpo. E se almeno per l’Occidente il pensiero della lingua è fondamentalmente l’ontologia, cioè un discorso sull’essere, allora la questione di articolare l’essere con l’agire è anche quella della lingua con una prassi, cioè di una lingua con l’esistenza. Come dire che stiamo parlando di forme di vita. La schizofrenia che chiunque dotato di buon senso vede tra l’essere e l’agire dei militanti è la medesima che si può facilmente dedurre da quella tra il come si parla e il come si vive. Ricordo che in un vecchio seminario degli anni ‘80, pubblicato sotto il titolo Il linguaggio e la morte, Giorgio Agamben concludeva con questa frase: «Come tu ora parli, questa è l’etica». Se proviamo ad applicare questa massima a quello che ci circonda, da quello che abbiamo più vicino a quello di più distante, ci accorgiamo abbastanza facilmente del disastro nel quale siamo immersi.

Ora, il problema che i rivoluzionari hanno con il linguaggio non è certo una loro prerogativa. La separazione tra la parola e la vita è di tutti, non solo nostra. C’è una questione del linguaggio che riguarda l’epoca cioè. I rivoluzionari al limite dovrebbero esserne consapevoli; in questo senso essi sono, dovrebbero essere, un’avanguardia.

Qualcuno di voi ricorderà che negli anni ‘90, quando si abbozzò una fenomenologia del cosiddetto postfordismo, la cosa che più balzava agli occhi – uno per tutti si potrebbe citare il lavoro di Christian Marazzi – era il fatto del «linguaggio messo al lavoro», ovvero la sua espropriazione da parte del capitale. Insomma se già il linguaggio di per sé, nell’antropogenesi, risulta da un esteriorizzazione (l’homo sapiens ad un certo momento ha avuto la coscienza di avere una lingua e ha iniziato a pensarla separatamente dal sé, diventando così un oggetto indipendente dall’essere, ovvero un “linguaggio”), qui il processo si compie con un suo radicale approfondimento. L’espropriazione della sfera linguistica è effettivamente l’espropriazione di ciò che definisce l’animale umano e che qualcuno definì sempre in quegli anni il comune; se di comune si può parlare non è certo rispetto a tutte queste stupidaggini venute fuori negli ultimi anni – quelle del tipo «il comune è un modo di produzione» – ma appunto è il fatto di fare uso del linguaggio. Lo diceva già Eraclito, a proposito di «dimenticato». L’uso del linguaggio, la lingua, è il comune, ammettiamolo quantomeno come ipotesi. Ma dire il comune della lingua significa dire il comune dell’essere. E se il linguaggio viene integrato nel lavoro, ovvero alienato, separato nell’economia, allora è l’essere stesso che viene così reificato, trasformato in cosa, merce, valore e così gli si taglia la lingua. Senza lingua, senza comune, l’umanità viene idiotizzata, mutilata, resa incomunicabile cioè. Questo processo è quello che Guy Debord chiamò quello dello spettacolo integrato e Jacques Camatte e poi Giorgio Cesarano antropomorfosi del Capitale. È a partire da questo che tutto è possibile per il capitalismo. Il linguaggio ridotto a comunicazione di informazioni è lo sterminio della lingua. La vacuità di ogni linguaggio infocomunicativo la vediamo bene in ogni istante, attraverso il flusso dei cosiddetti media sociali, o la vediamo all’opera per esempio nell’annullamento istantaneo che ogni prodotto, e sottolineo prodotto, artistico si autoinfligge nel momento stesso in cui entra nel circuito della comunicazione spettacolare.

Dire che tutto è possibile per il capitalismo, dopo Auschwitz, vi renderete ben conto di cosa significa: che non siamo mai usciti dalla possibilità di quel campo di concentramento, che il fascismo non se n’è mai andato come latenza, come possibilità insita nella democrazia, ciò che infine oggi vediamo in maniera forse più chiara, ma non abbiamo più nemmeno gli strumenti, anche linguistici, che negli anni ‘30 i nostri antenati ancora avevano, malgrado l’afasia avesse già cominciato a diffondersi all’indomani della Prima guerra mondiale. Inversamente, dovremmo pensare che è proprio a partire dall’afferrare questa realtà che molto è possibile per la nostra parte. Riacquistare la capacità di articolare la propria voce significa infatti riacquistare la potenza di percepire il reale – non il futuro, non l’avvenire, ma questo presente, questo tempo che dobbiamo interrompere. E se c’è qualcuno che pensa davvero che questo si faccia con il reddito incondizionato, la nazionalizzazione di tutto, la moneta del comune, una “nuova economia” o il socialismo del gelatinoso Bernie Sanders, be’ viviamo in pianeti differenti. Nel mio pianeta l’essere umano non è essenzialmente forza-lavoro e la vita non è economia.

Una via da percorrere credo sia quella che non divida più tra potenza e atto, essere e agire e dunque tra lingua e vita. È in questo punto che, politicamente, il concetto di destituzione diviene cruciale. Destituire qualcosa significa normalmente toglierli il fondamento, poiché è il fondamento, il principio metafisicamente inteso, che presiede a ogni divisione nell’essere. Ad esempio per l’età moderna qual è il principio, il fondamento per cui tutto il resto prende il suo senso? Il soggetto, è evidente, da Cartesio a Hegel. Ma è un soggetto già originariamente diviso al suo stesso interno. Ed ecco materializzarsi la separazione principale e da qui tutte le altre separazioni. È una vecchia storia: l’umanità è separata da ciò che la unisce ed è unita da ciò che la separa. E se oggi il soggetto si identifica con l’essere capitale, il cosiddetto capitale umano, allora è la vita stessa ad essere separata e in buona parte reificata, mentre il mondo è unificato dal capitale. Addio al soggetto, dunque.

Una lingua non scende dal cielo delle idee per poi incarnarsi, al contrario, sono le pratiche di vita che, quando sono condivise, creano la possibilità di un linguaggio e del suo uso. Lo sforzo allora consisterebbe nell’esplorare fin nei dettagli più infimi cosa nella pratica delle nostre vite sfugga a quel processo continuo di reificazione e a partire da quei resti ricostruire ciò che ci è comune, ovvero una lingua all’interno della quale si definisce un certo “noi” il quale, è chiaro, è una deriva di questi frammenti, di questi resti, non è una sostanza già presente che la cattiveria del capitalismo ci impedisce di vedere o di nominare. Se chiamiamo comune ciò che ci unisce astrattamente, il linguaggio cioè, allora la questione è come farlo precipitare in una lingua, ovvero come fare un uso libero del comune, che nella tradizione rivoluzionaria porta un nome e uno solo: comunismo.

Ho detto “noi” e, a proposito di linguaggio, questo pronome è davvero qualcosa di interessante da capire. Noi non è mai al principio la questione di un’identità che nega altre identità, ma è ciò che nomina una certa verità che ci tiene insieme e a partire dalla condivisione della quale ci si divide da altri. Dentro il noi non è importante per ognuno dire chi si è, da dove si viene – tutte le autobiografie sono false – ma cosa potremmo essere nel momento in cui riusciamo a porci in un divenire-insieme. Una volta che questo noi sia venuto alla presenza avviene naturalmente l’espressione di cosa non saremo più e cosa non vogliamo più. Dalla negazione che è anche affermazione viene tutto il resto.

Spesso nei miei scritti la questione politica, o meglio la questione del comunismo, si fonde con quella dell’amore e questo viene proprio dal fatto che un discorso sul noi, che è un discorso che pensa il congiungersi e il dividersi, è sempre un parlar d’amore. Amarsi è condividere un certa verità ma anche saperla esprimere, viverla. In questo senso bisogna intendere l’affermazione del Comitato Invisibile nel suo ultimo libro, «organizzarsi non ha mai significato altro che amarsi». E se non sappiamo amare, se non abbiamo il coraggio di amare nella nostra piccola, anonima vita, come potremmo mai pensare di compiere noi quel gesto d’amore storico che è una rivoluzione?

Il linguista Emile Benveniste studiando i pronomi diceva che “noi” non è il semplice plurale di “io”, poiché l’unicità dell’io non permette pluralizzazione. Noi non è dunque la collezione di tanti io, ma una realtà a sé. Quindi, diceva, il noi è la giunzione tra un io e un non-io, è come un io che si apre e si dilata: un io diffuso. Il problema è in effetti questo non-io, poiché è indistinto, può riferirsi tanto a due persone quanto a mille ma anche a delle presenze non umane. Quindi la questione è che questo aggregato che è un noi resta sempre privo di un’identità precisa, è un indeterminato che in certi momenti, o meglio, attraverso degli eventi quali possono essere una lotta, un amore, un’idea, si determina. Noi, al contrario di io, è dunque sempre un pronome aperto, aperto a ciò che viene, agli incontri, una potenza cioè. Tutti i noi totalitari invece sono sempre l’ipertrofia di un io, da qui l’importanza del leader, che produce un noi fittizio che combatte altri io aggregati in un “loro”. Poi, certo, vi sono tutti i noi che segnalano un’appartenenza, a un luogo, a una comunità, a una religione, a un credo politico e che non bisogna mai sottovalutare. Ma se ci si pensa bene il gesto comunista è stato sempre quello di destituire tutte le appartenenze imposte dalla società, dall’ideologia, dalla condizione economica, per lasciar essere un noi tanto illimitato quantitativamente quanto determinato qualitativamente. Noi, quelli che parlano come vivono.