L’Appello di Landauer

Gustav Landauer fu un rivoluzionario, un agitatore, un poeta. Una figura straordinaria, emersa in quel frangente di sconvolgimenti e fatti eccezionali che fu la Germania del primo dopoguerra, figlio di quegli anni epocali anche nella stranezza e anomalia del suo profilo intellettuale. Amico di Martin Buber, fondatore dell’Alleanza socialista, militante anarchico, affascinato dal misticismo di Meister Eckhart e dal messianismo ebraico. Nel 1907 scrive La rivoluzione, dove disegna la propria concezione dell’andamento storico come alternarsi di momenti topici, in cui una forma unitaria del legame comunitario e spirituale della società vige saldamente, e utopici, segnati dall’esuberanza del cambiamento violento e distruttivo, come il processo della dissoluzione moderna dopo il tracollo dell’ordine medioevale. Quelli che pubblichiamo di seguito sono alcuni estratti dell’introduzione alla seconda edizione dell’Appello al socialismo, la cosiddetta Revolutionausgabe (edizione della rivoluzione) del 1919. il libro era apparso originariamente nel 1911  e riproduceva una conferenza pronunciata da Landauer nel 1908. Il testo dell’introduzione è redatto da Landauer poche settimane prima della morte, inflitta dai corpi franchi che schiacceranno nel sangue la rivoluzione consiliare bavarese.

Proprio quest’anno viene pubblicata la prima edizione italiana, curata da Gianfranco Ragona per i tipi di Castelvecchi. Gli scritti di Landauer non sono certo privi di ombre ed ingenuità e non ci sfuggono i punti deboli di alcune sue formulazioni. La difesa delle proudhoniane «banche di scambio», un approccio al problema della violenza talvolta semplicistico ed una concezione quasi organica del legame comunitario rientrano certo nel novero di questi limiti. Altrettanto discutibili sono i termini, ancora interni al linguaggio della produzione, del credito e dello scambio economico, con cui descrive suoi progetti di avvenire socialista, oppure la sua idealizzazione un po’acritica del lavoro o del mondo rurale. Tuttavia Landauer conserva una grande importanza in una genealogia dell’idea della «comune», quale «comunità di comunità» e forma nucleare della rivoluzione, in un recupero creativo e lirico delle idee di Kropotkin. Ma non soltanto. Per il suo notevole valore letterario, la sua invocazione dello spirito, la creatività e l’invenzione artistica come qualità rivoluzionarie, Landauer non può che starci simpatico. Nella sua ostilità alle tristi formulette pedagogiche per le masse popolari, al gergo arido del determinismo scientifico, ai dogmi professorali, nell’ingenuità profetica del suo trasporto, pagato a caro prezzo, lo sentiamo come uno dei nostri. Per l’insistenza sulla tensione instancabile, nel fare i conti con la sconfitta, fallire meglio e ancora. Scriveva nel suo Appello, con toni benjaminiani: «[…] l’attesa di un presunto momento opportuno che la storia ci dovrebbe consegnare, ha spostato sempre di più l’obbiettivo, l’ha spinto nell’oscurità, facendolo sfumare lentamente. La fiducia nel progresso e nello sviluppo ha nascosto il regresso, e passo dopo passo lo “sviluppo” ha forgiato le condizioni esterne ed interne alla barbarie, rendendo sempre più remota la possibilità di un grande cambiamento». In questo senso dell’urgenza e dello slancio immediato, nell’idea della rivoluzione come realtà sensibile, quotidiana, presente, sta il motivo per ricordarsi di Landauer, come compagno di partito prima che come pensatore. Buona lettura.

La rivoluzione non è giunta nel modo in cui avevo previsto, ma la guerra sì, è arrivata proprio come mi aspettavo: in essa avevo scorto in anticipo il crollo e la rivoluzione che si preparavano inesorabilmente Mi esprimo con autentica e sconfinata amarezza: è chiaro che nell’essenziale avevo ragione in questo «Appello» e negli articoli del mio «Sozialist» In Germania una rivoluzione politica non c’era mai stata; ora in vece essa è compiuta, e una reazione, in cui covano i nuovi poteri del privilegio, potrebbe sorgere soltanto se i rivoluzionari non saranno in grado, prima di tutto, di dar origine a una nuova economia e, in secondo luogo, di creare forme inedite di libertà e autodeterminazione. Nella prassi politica, i partiti socialdemocratici e marxisti di ogni tendenza non si dimostrano all’altezza della situazione: non sono in grado di dare forma all’umanità e alle sue istituzioni popolari, di fondare un regno del lavoro e della pace. E ugualmente non giungono alla comprensione teorica dei fatti sociali. Ne hanno data un’ampia e terribile dimostrazione prima, durante e dopo la guerra, dalla Germania alla Russia, con l’entusiasmo militarista e l’insulso governo del terrore, inadeguato a creare alcunché: tra essi si nota un’affinità essenziale, e c’è stata addirittura una stranissima alleanza. Se però è vero, come suggeriscono alcune notizie di cronaca, che alimentano il nostro trepidante desiderio e la nostra speranza, fremente di fronte a tanta grazia e al miracolo, che i bolscevichi russi, la cui crescita è simile, ma più esplosiva, a quella di Friedrich Adler in Austria, di Kurt Eisner in Germania, hanno superato se stessi, il proprio dogmatismo e la loro sterile prassi, dando priorità alla federazione e alla libertà rispetto al centralismo e all’organizzazione autoritaria e militare del proletariato; se è vero che i bolscevichi sono diventati creativi e hanno sconfitto il proletario industriale e il professore di morte presente in loro, partendo dallo spirito del contadino russo, lo spirito di Tolstoj, cioè dall’unico spirito eterno, ciò non si deve in realtà al marxismo, ma piuttosto al genio celeste della rivoluzione, il quale, sotto la solida presa e il rapido incalzare della necessità, rivela strati sepolti nel profondo, specialmente dell’uomo russo, e apre sorgenti segrete di forza inconscia.

Emma Bormann, I Funerali di Kurt Eisner

Il capitalismo, dal canto suo, non ha mostrato quel fervore per lo sviluppo che lo avrebbe dovuto trasformare, bravo bravo, lentamente, nel socialismo, e non ha neppure compiuto il prodigio di partorire il socialismo dal suo crollo rovinoso. E come ci si poteva aspettare che il principio del male, dell’oppressione, della rapina e della routine filistea facesse miracoli? In questi tempi, mentre il solito tran tran diventa una piaga maligna, lo spirito dev’essere ribellione. E fa i miracoli: li ha compiuti cambiando in una notte la costituzione dell’impero tedesco, riducendo una struttura statale, che i professori tedeschi avevano considerato inviolabile e sacra, a episodio del passato dell’aristocrazia terriera e industriale di quella nazione. Tutto crolla, e il socialismo è l’unica salvezza. Esso non è certo un fiore sviluppatosi a partire dal capitalismo, ma piuttosto l’erede e il figlio ripudiato che aspetta alla porta… dietro la quale imputridisce la salma del padre putativo. Il socialismo non può essere rappresentato come un vestito da festa messo sul bel corpo della società all’apice della ricchezza economica nazionale: il socialismo dev’essere creato quasi dal nulla, nel caos. Ho formulato l’appello al socialismo al culmine della disperazione, ma da quella disperazione ho attinto grande speranza e una gioiosa determinazione. Così facendo, la disperazione che io e quelli come me portavamo nel cuore non è diventata una condizione permanente. A coloro che devono iniziare a edificare, non manchino speranza, desiderio di lavorare, conoscenza e tenace creatività. […] A questo punto vorrei fare un breve riassunto: quello che ho ripetuto più e più volte nell’appello che segue e nei correlati interventi sul «Sozialist» (1909-1915), è che il socialismo è possibile e necessario in ogni forma di economia e a qualunque livello di sviluppo tecnologico. Non è legato alla grande industria del mercato mondiale e non ha affatto bisogno della tecnica industriale e mercantile del capitalismo, né della mentalità che una tale mostruosità ha generato. Il socialismo deve avere un inizio e dato che la realizzazione dello spirito e della virtù non è mai possibile nella massa o nella normalità, ma è invece il risultato del sacrificio di pochi e del fatto che alcuni pionieri si mettono in marcia, esso deve liberarsi di quanto è abbietto, partendo da microrelazioni, dalla povertà e dalla gioia nel lavoro. Dobbiamo tornare alla vita rurale e all’unificazione dell’industria, dell’artigianato e dell’agricoltura, per salvare noi stessi e imparare il senso di giustizia e di comunità. Dobbiamo ricordare quanto Pëtr Kropotkin ci ha insegnato sui metodi di coltivazione intensiva del suolo e sull’unificazione del lavoro intellettuale e manuale nel suo importante e ormai famoso libro Campi, fabbriche e officine. E dobbiamo dare forma nuova alla cooperazione e al credito. Tutto ciò dev’essere sperimentato adesso, nel momento del bisogno più grande e in virtù di un piacere creativo. Il bisogno esige, in piena libertà, ma minacciando la carestia, un nuovo inizio e una nuova costruzione, senza la quale saremo perduti.

Permettetemi di dire un’ultima parola, la più seria. Se convertiamo le maggiori difficoltà nella più grande virtù e trasformiamo il lavoro d’emergenza, reso necessario dalla crisi, nell’inizio provvisorio del socialismo, la nostra umiliazione arricchirà il nostro onore. Ignoriamo la questione di che posizione occuperà la nostra repubblica socialista, nata dalla sconfitta e dal crollo della società, nell’ambito delle nazioni vittoriose e dei potenti Paesi attualmente devoti al capitalismo. Non mendichiamo nulla, non abbiamo paura di nulla, non indietreggiamo spaventati! Agiamo tra i popoli come Giobbe che dalla sofferenza passò all’azione, una volta abbandonato da Dio e dal mondo, per servire Dio e il mondo. Costruiamo la nostra economia e le istituzioni della nostra società in modo da poter gioire del duro lavoro e di una vita degna! Una cosa è certa: quando le cose ci vanno bene in povertà, quando le nostre anime sono contente, gli uomini poveri e onesti di tutte le altre nazioni seguiranno il nostro esempio. Niente, ma proprio niente al mondo ha un potere di conquista così irresistibile come la bontà. Siamo rimasti politicamente arretrati, siamo stati i lacchè più arroganti e provocatori. Il danno che ci è derivato dall’inevitabilità del destino ci ha spinto contro i nostri padroni e ci ha portato alla rivoluzione. Così in un colpo solo, cioè per mezzo del colpo che ci ha investito, abbiamo assunto la guida del processo. Dobbiamo aprire la strada al socialismo. In quale altro modo potremmo guidare gli altri, se non attraverso il nostro esempio? Il caos è arrivato. Nuove attività e tumulti si prospettano all’orizzonte. Le menti si stanno risvegliando, le anime diventano responsabili, le mani agiscono. Possa la rivoluzione portare la rinascita! Abbiamo bisogno sopra ogni cosa di uomini nuovi e non corrotti, riemersi dalle tenebre e dalle profondità sconosciute: possano questi rinnovatori, purificatori, salvatori essere numerosi nel nostro popolo. Lunga vita alla rivoluzione! Possa crescere e raggiungere nuove vette in anni duri e meravigliosi. Che i popoli siano impregnati dal nuovo spirito edificatore, che davvero crei nuove condizioni, che li assista nel loro compito, nelle nuove condizioni, nelle profondità primordiali, eterne e incondizionate. Che la rivoluzione produca la religione, una religione dell’azione, della vita, dell’amore, che renda felici gli uomini, li redima e vinca le avversità. Per quale ragione vivere? Moriamo presto, moriamo tutti, non viviamo affatto. Nulla vive se non ciò che facciamo di noi stessi, ciò a cui diamo inizio. Vive la creazione. Non la creatura, ma solo il creatore. Nulla vive se non l’azione di mani oneste e l’opera di uno spirito puro e genuino.

Gustav Landauer, Monaco di Baviera, 3 gennaio 1919

La guerra civile in Francia (ancora)

Su Laurent Jeanpierre, In Girum. Les leçons politiques des ronds-points, La Découverte, 2019.

I lettori di Qui e Ora sanno che in passato abbiamo non solo dedicato molto spazio al movimento francese detto dei Gilet Gialli, sviluppatosi negli scorsi mesi tra rivolte urbane e occupazioni delle rotatorie stradali, ma più in generale a quello che accade in Francia negli ultimi anni. Di fatto e nonostante tutto, bisognerà pur riconoscere che la Francia è, ormai da un decennio, il solo paese europeo in cui  si è prodotta una sequenza di lotte che è possibile definire come antagonista  e, almeno potenzialmente,  rivoluzionaria. Di conseguenza anche il suo dibattito teorico ha assunto una importanza che supera agilmente i confini, anche continentali. Dispiace per i cultori della leggenda rossa del “Laboratorio italiano” che sale in cattedra ogni due per tre, ma non si può vivere solo della memoria storica – che infelice espressione –  di eventi accaduti mezzo secolo fa e di una scolastica riproposizione di alcune delle teorie che li avevano accompagnati, ravvivate da un po’ di trucco postqualcosa; se esiste oggi un Laboratorio Italia, ebbene non lo è certo come produttore di eventi o movimenti rivoluzionari, bensì di qualcosa che odora di merda, francesismo obligé. Combattere contro la merda o quantomeno evitare il più possibile di venirne travolti non è bello né eccitante, ma tant’è, questo ci tocca oggi. Alla fine, chi qui fa politica a sinistra (sic) nei movimenti (sic sic), sembra dover saper tutto degli anni ’70, o meglio di quello che si vuole che sappia, per cercare di riprodurne qualche scampolo, cosa che si riduce a una macchietta che non fa neanche ridere. Per di più la narrazione di quegli anni divenuta dominante è curiosamente condivisa tanto dalla diade “media&giustizia” che dai “radicali”, di contro poco e niente quell’attivista sa o deve sapere di quello che è avvenuto prima o anche molto prima o altrove e, anche per questo, nulla sa di come afferrare il presente. In ogni caso una cosa è certa, quello che di interessante al momento c’è in Italia, lo si trova ai margini, se non fuori, da quell’ambiente che abusivamente si continua a chiamare “il movimento” il quale, comunque, non è neanche più una “minoranza politica” nel paese ma un fatto marginale anch’esso, una curiosità più che un’anomalia. La migliore “teoria” qui da noi spesso la fanno i poeti misconosciuti, i teatranti poveri, i contadini senza padrone e i perduti amanti. Non è più vero niente e siamo tutti in cerca di un altro Egitto.

La Francia contemporanea invece sembra assumere oggi lo stesso ruolo che ebbe per  Marx e Bakunin alla metà del XIX secolo, cioè quello di un cristallo attraverso il quale guardare alle possibilità e ai limiti del movimento rivoluzionario europeo, per il semplice fatto che era lì che accadeva qualcosa. Quindi, prendiamo lezioni.

Il recente libro uscito in Francia per le edizioni La Découverte, In Girum. Lezioni dalle rotatorie, di Laurent Jeanpierre,  insegnante di scienze politiche all’università di Paris VIII, è fino ad ora il miglior testo sul movimento dei Gilet Gialli venuto dalla parte dell’intellighenzia universitaria d’oltralpe. Lo è perché non solamente è un libro ben informato e ben scritto, ma specialmente perché riesce a cogliere la novità dell’evento e rischia alcune ipotesi che contraddicono quella che lui chiama la “scienza dei movimenti sociali”. Infatti Jeanpierre rovescia l’abitudine dei ricercatori sociali di sottoporre gli eventi alle griglie di lettura preesistenti, ma li guarda come qualcosa di inedito, cerca cioè di imparare qualcosa e ci invita a fare altrettanto: “le lezioni delle rotonde non sono solamente politiche ma anche scientifiche”. Inoltre, cosa per noi ancor più importante, la sua lettura degli eventi sfida  quella che definisce la “normatività spesso incosciente” che regola le interpretazioni e l’agire degli ambienti militanti. In questo senso, prima lezione, un vero evento politico è solamente quello che cambia la maniera di pensare (e praticare) la politica a ogni livello.

I numeri del movimento “giallo” sono abbastanza impressionanti: dall’autunno 2018 all’estate 2019 vi sono state almeno 50.000 manifestazioni (dati del governo), tra manifestazioni di piazza, blocchi e occupazioni di rotatorie, a cui hanno partecipato circa trecentomila persone provenienti  dalle fasce “ basse” delle classi medie e da quelle “alte” di quelle popolari, più un certo numero di persone affette dai più svariati disagi sociali. Il conflitto, per una volta, non si è concentrato solo nella capitale e nemmeno solamente nelle grandi città francesi, ma si è diffuso ovunque, specie nelle zone periurbane, nelle quali in effetti ha preso vita, come anche nelle zone rurali. C’è da dire che se  le rivolte a Parigi non avevano mai toccato i quartieri alti, questa volta gli Champ Elysées e dintorni sono stati investiti dal fuoco più e più volte. Per la stampa, e anche per un bel po’ di compagneria, specie all’inizio, era una rivolta fascistizzante e specialmente era – rimane? – “protopolitica”, curiosamente la stessa accusa che fu fatta alla rivolta delle banlieues del 2005 e che deriva, evidentemente, non solo dal fatto che non presenta tra i suoi organizzatori gli attori classici dei movimenti sociali, ma perché il suo modo di agire stesso sfugge a quella che ancora viene intesa, a tutti i livelli, in quanto “politica”.

Tuttavia,  e questo dà molto da pensare, in pochi mesi questo movimento ha ottenuto dal governo più di tutti quelli che vi sono stati in un decennio, sicuramente più di tutti quei movimenti controllati ancora dalle organizzazioni tradizionali, quali i sindacati, i partiti o quelle che Jeanpierre chiama organizzazioni della società civile che, per capirci, sono quelle che da noi verrebbero chiamate strutture o organizzazioni di movimento.

Il titolo che Jeanpierre dà al primo capitolo del libro è infatti  “La destituzione della sinistra  e del ‘movimento sociale’?”. Ciò che intende mettere in luce è dunque non solo una sorta di ufficializzazione della decadenza definitiva della sinistra, ma che la forma stessa del “movimento sociale” viene ad essere messa in discussione dalle nuove pratiche di lotta. Forse allora, pensiamo noi di conseguenza, non bisognerebbe chiamare più movimento un evento del genere dei Gilet Gialli, ma  trovare altri nomi, in questo caso qualcosa come “il momento giallo”, così come qualcuna suggeriva di denominare quello di alcuni anni fa negli USA “il momento Occupy”, proprio perché si svolgeva non solo diversamente dai tradizionali movimenti sociali, ma era una contestazione del loro funzionamento, contestazione che i gilet gialli hanno portato fino al punto di rottura attualmente possibile e che è anche una rottura nel e del tempo. Ma diciamo la verità: se in qualche modo si era pronti alla destituzione della sinistra, quella del movimento sociale ci trova, al meglio, impreparati, al peggio, contrariati.

Scrive Jeanpierre: “Se la protesta dei gilet gialli può evidentemente essere compresa come una contestazione del governo, tuttavia  essa sfida le pratiche abituali della mobilitazione sociale. Da questo stretto punto di vista, si potrebbe dire che il movimento fu un antimovimento o che la sua politica è un’antipolitica, se queste categorie non fossero caricate di una dimensione esclusivamente negativa”. In effetti invece, a questo aspetto decostruttivo, ha  corrisposto “un’altra maniera di condurre la lotta”. Perciò l’autore azzarda questa definizione: “Chiamiamo ‘destituzione’ – mélange di defezione e opposizione – questa uscita critica da un gioco stabilito e il tentativo di proporre un nuovo gioco”. Insomma, si tratta per i Gilet Gialli né più né meno di aver guadagnato una propria autonomia. Prendiamo appunti.

Quello del 2018/19 è stato il conflitto più violento in Francia dopo molti decenni, sia per quanto riguarda i rivoltosi, che per ciò che concerne la violenza poliziesca. Tuttavia non si tratta di un dato dovuto al fatto che il movimento sia stato animato da “professionisti della violenza” o comunque da sperimentati militanti: l’analisi sociologica della  stragrande maggioranza dei migliaia di fermati dimostra che non era gente già “socializzata” alla violenza di piazza, inoltre le inchieste hanno messo in luce che anche quelli che non partecipavano attivamente agli scontri li approvavano. Magari era gente che fino all’anno prima, quando guardava in TV gli scontri di piazza, pensava “li arrestassero tutti questi maledetti blac block!”. Il regime di percezione può trasformarsi, anche molto velocemente, se il conflitto non viene immediatamente imbrigliato dal dispositivo “movimento sociale”. Nella stragrande maggioranza dei Gilet Gialli si tratta di persone che non avevano mai fatto politica  e che, se votavano, lo facevano tanto a destra, anzi all’estrema destra, cioè per Le Pen, che a sinistra, anzi all’estrema sinistra, cioè per Melanchon, ma senza grandi convinzioni. C’è da aggiungere che secondo le statistiche dei sociologi, nella prima parte del movimento, coloro che avevano votato a destra erano la maggioranza. Altra lezione: l’impurità e la diversità ideologica, sostiene Jeanpierre, non è affatto una eccezione nei momenti rivoluzionari, bensì la regola. Ciò che mostra la Francia oggi è che i movimenti omogenei ideologicamente (perché dominati intellettualmente dagli apparati organizzati, etc.) sono entrati in crisi, semplicemente per il fatto che non funzionano più, oltre al fatto che non hanno mai vinto una battaglia in questi ultimi anni. Quello che è accaduto è una sorta di “normalizzazione” dello scontro di piazza, in realtà già cominciata con il movimento del 2016 contro la Loi Travail. Nonostante i tentativi ripetuti del governo e dei media per delegittimarli, la classica tattica della condanna delle violenze e della separazione del movimento in “buoni” e “cattivi” è fallita miseramente. A differenza di molti paesi, tra i quali il nostro, in Francia nessuno ormai è così scemo o in malafede da pensare che un vero conflitto politico non preveda l’uso della violenza. Lasciamo stare le gesuitiche, e francamente ridicole, definizioni tipicamente italiane del genere “uso ragionato della forza” – perché devastare intere arterie dello shopping non è altro che un uso politico di massa della violenza. Si potrebbe dire che questa violenza di massa serva giusto  a cambiare la percezione del reale tra i governanti e la cinica borghesia metropolitana.

La reazione del governo è stata duplice: da un lato l’intensificazione della repressione poliziesca e giudiziaria e dall’altra, oltre a cedere su molte richieste, l’apertura di canali di democrazia partecipativa. Secondo l’autore questi due modi “fanno sistema”, potremmo dire che costituiscono un “dispositivo” di governo. Evidentemente i due modi rispondono il primo alla tattica delle rivolte urbane e l’altro alla socialità delle rotonde. E ovviamente usano il secondo, la democrazia, per battere la rivolta di strada.

Le tre tattiche di lotta dei Gilet Gialli sono state dunque: rivolta urbana, occupazione delle rotonde/blocco dei flussi, diffusione e localizzazione (come critica pratica al centralismo francese, statale ma anche delle organizzazioni come partiti, sindacati, etc.). E’ la combinazione di questi 3 elementi che fa la novità-singolarità dei Gilet Gialli.

In particolare Jeanpierre si interessa della pratica di occupazione delle rotonde, anche perché è quella che permette di vedere meglio come questo movimento non sia affatto un soggetto unitario, ma presenti al suo interno almeno 3 o 4 indirizzi pratici differenti, a volte in conflitto tra loro ma che tuttavia non si escludono l’uno con l’altro, e questo proprio in base alla vera funzione delle rotonde: “Le rotonde sono state innanzitutto questo: uno spazio di incontro e condivisione, la riscoperta di una possibilità che era scomparsa dalla vita collettiva”. Una buona metà del libro è dedicata infatti all’analisi della localizzazione dei conflitti, tipica di questi ultimi anni, che l’autore pone in contrasto con la politica dei movimenti a cavallo del millennio che invece avevano puntato tutto sulla dimensione globale o transnazionale del conflitto. E, si comprende da ciò che dice Jeanpierre, questa localizzazione è il reverse delle politiche nazionaliste o sovraniste che si sono affermate ovunque, anzi potremmo pensare che siano la sola risposta ragionevole da opporgli. Non è un caso che nel conflitto hanno giocato un ruolo importante i comuni con i loro eletti e, prevede il ricercatore francese, continueranno a giocarlo con ogni probabilità nelle prossime elezioni locali nel 2020.

L’emergenza del livello locale del conflitto deriva, a suo avviso, anche dalla sconfitta del ciclo di lotte no-global che, attenzione, è stata innanzitutto una sconfitta politica, perché non ha fermato il neoliberismo, non ha affermato alcuna politica alternativa transnazionale, non ha saputo fermare la strage di migranti, infine non è stata in grado di prevedere e bloccare l’ascesa dell’estrema destra: battuti su tutta la linea. Tuttavia la preferenza locale non si riduce alla reazione a questa sconfitta, poiché i “legami di prossimità”, ci ricorda Jeanpierre, sono le risorse dei deboli quando nient’altro è disponibile: “Una delle singolarità più importanti del movimento è quella di aver costituito o riattivato delle reti di solidarietà capaci di trascendere, ovviamente in uno spazio-tempo limitato, non solo le differenze socio-economiche e di genere ma anche le dimensioni ideologiche e politiche”. Lezione: i grandi movimenti prossimi venturi si presenteranno con ogni probabilità con questa caratteristica, cioè quella di essere “impuri”, e il fatto che diventi egemone una tendenza o l’altra non è qualcosa di scontato in partenza – una spiegazione fra le altre del perché in Francia l’abbia spuntata la direzione più egalitaria e autogestionaria, di contro a quella marcatamente di estrema destra, hanno cercato di darla due ricercatori e attivisti americani in un articolo che abbiamo pubblicato il mese scorso. Se i due americani mettevano in luce come la distruzione generalizzata della proprietà privata sia un elemento che neutralizza l’opzione “estrema destra”, l’altro elemento è sicuramente l’attivazione di queste pratiche mutualiste e della presa di parola orizzontale, pratiche che si sono consolidate oltre ogni divisione sociale e ideologica.

I Gilet Gialli sono anche una sconfessione dell’approccio marxista alla lotta, nel senso che l’economia non è affatto centrale nelle loro rivendicazioni bensì ne è una fra le altre, in ogni caso essa “non è più l’oggetto di una critica teorica, generale o globale ma una riflessione concreta e pratica”. Quello che appare invece centrale è come organizzare autonomamente una “buona vita”, cosa che non può non scontrarsi verticalmente con le politiche governamentali. In questo scontro, l’occupazione delle rotonde è una tattica vincente in quanto, secondo l’architetto Eyal Weizman citato da Jeanpierre, operano una specie di “agopuntura politica”: “Una pressione collettiva esercitata attraverso di loro su di un solo punto del tessuto territoriale è suscettibile di affettare un insieme molto più esteso del flusso che le traversa”.

Nel racconto di Jeanpierre un segno caratterizzante del movimento è stato quello delle “capanne” costruite sulle rotatorie occupate. Ma, nota il ricercatore, è anche un segno che lo lega ad altri conflitti, altre lotte, altri movimenti contemporanei: campi di fortuna costruiti dagli immigrati, ZAD, studenti che occupano le università, occupazione delle piazze, ecc. Dappertutto spuntano capanne! Ma, attenzione, ci dice Jeanpierre, “la capanna non è un elemento dell’ambiente urbano che viene detournato dalla sua funzione dai gilet gialli; è una costruzione volontaria, il modello in scala di una altro mondo possibile di relazioni umane e, in alcuni casi, di rapporti inediti con la natura e i suoi esseri”. In questo senso la capanna dava alla mobilitazione gialla il suo singolare tono ecologico e mostra come il processo destituente contenga in sé elementi di costruzione o quantomeno di prefigurazione di un’altra vita.

L’altro elemento di forza del movimento dei gilet gialli è stato certamente l’uso di massa dei social media. Capanne e tecnologie della comunicazione hanno costituito l’infrastruttura della lotta.

Certo, anche il “locale” viene interpretato e vissuto in maniera differente dai vari protagonisti della lotta. Vi sono quelli che vedono “nel ritorno del ‘locale’ l’apparizione di una figura della ‘terra’ o del ‘mondo’, nel senso quasi metafisico di queste parole”, mentre altri mettono l’accento sul crescere dell’importanza dei “collettivi” al posto delle vecchie organizzazioni della contestazione. In tutti i casi, l’immaginario legato alle utopie comunitarie o comunaliste è stato presente, pur se in maniera ancora marginale, mentre lo era in modo massiccio nel movimento del 2016 in Francia, o nel 2011 a Oakland. Si parla della “comune” avendo presenti referenze storiche disparate, il comune medievale, la comune rivoluzionaria del 1793 o la Comune di Parigi del 1871 ovviamente. Poi vi sono quelli che parlano del comune in quanto forma giuridica o principio politico “più o meno alternativi al capitalismo”. Tuttavia, come modello più interessante di “comune delle comuni”, Jeanpierre propone e analizza più approfonditamente la storia dei kibbutz israeliani in quanto realizzazione storica maggiormente vicina all’idea anarcocomunista di Kropotkin,  Landauer e Buber e che pare entrare in singolare sintonia con i desideri degli attuali protagonisti della costruzione comunalista.

Quindi pone alcuni dei problemi che sono oggi discussi a riguardo del “come” pensare praticamente una rivoluzione comunalista. Ad esempio la questione della “scala”, della taglia che dovrebbe avere la comune in quanto unità politica, un problema di ardua risoluzione in relazione alla metropoli e alle città di taglia media e grande dove vive la maggioranza della popolazione mondiale. Ricordiamo che sono questioni già presenti anche nei primi anni della rivoluzione sovietica, quando gli architetti “disurbanisti” progettavano di smembrare le grandi città borghesi e immaginavano altre forme dell’abitare.

Nelle sue conclusioni Jeanpierre ci fa comprendere che si era data con troppa fretta l’assunzione del cosiddetto postfordismo come qualcosa di compiuto, mentre in realtà proprio questi conflitti mostrano che il fordismo, come sistema di regolazione sociale, è ancora in via di decomposizione, un processo difficile che proprio le lotte come quelle dei Gilet Gialli possono portare al suo compimento attraverso la creazione di un nuovo spazio di politicizzazione. Il problema per i Gilet Gialli, come di qualsiasi movimento attuale, si pone al momento dell’inevitabile riflusso, che è il momento in cui le organizzazioni tradizionali riappaiono e cercano di “ricodificare nel repertorio d’azione e parole d’ordine generali della sinistra” l’energia destituente, per cui ricompaiono i vecchi e perdenti feticci: unità, convergenza delle lotte, anticapitalismo, etc. Così come anche la questione del “locale” non è e non sarà immune da tendenze reazionarie, se non fasciste. Tutto è in gioco, niente è ancora deciso. Quel che è certo è che i Gilet Gialli hanno posto a livello generale, quantomeno europeo, una “taglia” del conflitto sotto la quale nessun movimento di massa reale può andare, pena la sua radicale irrilevanza.

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Diario in Rojava

 di Vittorio Sergi

 

19/04 Erbil – Iraq

La città di Erbil, Hevelar per i Curdi, ha una forma circolare e concentrica. Il primo cerchio è stato tracciato 6000 anni fa. Gli altri molto dopo e sono pieni di toyota bianche che sfrecciano. Sotto la cittadella antica mangio finalmente il primo pasto decente dopo due giorni in viaggio. Ogni volta che esco dall’Europa mi sorprendo di come la cucina popolare di strada sia incredibilmente superiore come qualità e sapore a quella industriale locale o di importazione che sia. Ovunque, e questo posto non fa eccezione, la modernità capitalista impone le sue gerarchie di valore e queste cambiano perfino il modo in cui una popolazione percepisce i propri gusti. E’ venerdì e le strade del quartiere del mercato si riempiono di venditori di animali di ogni tipo scesi dalle montagne e venuti dalla campagna che si stende appena fuori dalla cintura urbana, tra i campi petroliferi pascolano le pecore. Accanto a me un uomo di circa sessanta anni siede imperturbabile fissando da un’ora lo stradone trafficato fuori dalla finestra sporca dell’hotel. Non guarda un telefono né uno schermo di tv, come quasi tutti siamo abituati a fare. Il suo silenzio a capo di qualche minuto diventa estremamente intrigante. Non sono più abituato ad aspettare. Tempesto di telefonate l’autista perché voglio uscire, per andare dove non so. Andremo in giro come disperati per le strade trafficate e sporche di fango ascoltando Madonna sulla radio per mangiare una sfilza di panini con la carne in un locale fumoso e pieno di soli uomini. Il rumore del flusso continuo di auto è interrotto dal tintinnio dei cucchiaini nei bicchierini del chai. La televisione trasmette un flusso di cantanti arabe qualche chilo sopra lo standard occidentale, pubblicità di pannolini e spot nazionalisti sul fragile onore militare di Peshmerga.

20/04 Posto di frontiera di Semalka – Siria

Abbiamo attraversato per tutta la mattina a velocità preoccupante una pianura piena di pioggia e pozzi di petrolio. L’odore dell’acqua e quello dell’idrocarburo ogni volta che apro il finestrino. Mando, l’autista curdo con una protesi al posto della gamba saltata in combattimento in Bakur, ascolta la colonna sonora di Django Unchained e canta tutte le canzoni dall’inizio alla fine.

Passiamo davanti ad almeno due campi profughi immensi, sono profughi interni, iracheni che hanno lasciato le proprie case dopo le diverse battaglie contro l’ISIS di questi anni. Yezidi, Curdi, Arabi, dietro un reticolato sgangherato, in container e tende bianche e azzurre dell’UNHCR. Quale sarà il loro posto? Sembrano dispersi come le greggi che punteggiano di bianco le pianure verdi.

Più ci avviciniamo al confine più torri di raffinazione del greggio bruciano nella foschia della pioggia. Come tante candele accese ai piedi delle prime alture si fanno annunciare dalla puzza che ho già imparato a sopportare.

Si impara la geografia viaggiando. Le frontiere che per la mia generazione sono state spesso un relitto su strade di montagna qui funzionano a pieno regime. Maledetta invenzione. Mando, supera tutti i posti di blocco senza problemi e mi regala un siparietto geniale. Mentre una funzionaria di frontiera mi fa un interrogatorio poco convinto sulle ragioni del mio viaggio lui sbafa le caramelle ed i cioccolatini dalla vaschetta sulla scrivania dell’altra funzionaria e mi lancia al volo i dolcetti. Nessuno fa una piega. Fuori i comuni mortali fanno la fila sotto il sole: anziani e bambini, uomini impazienti e famiglie che si salutano. Bastano un piccolo cancello azzurro ed una divisa invecchiata per fare di un uomo un doganiere e di un altro un numero che deve aspettare il suo turno. Niente a che vedere comunque con la tensione che si respira alle frontiere della Unione Europea. Mi vengono in mente i giovani afghani rintanati sotto i tir nel porto di Patrasso, gli inseguimenti con gli sbirri in moto, le bottiglie d’acqua regalate di nascosto a quei giovani senza nome.

Passiamo il fiume Tigri su un ponte galleggiante che si regge malapena contro il flusso della corrente sempre più impetuosa. Le anziane velate accanto a me iniziano a sacramentare sperando che Allah non abbia molto da fare oggi ed abbia voglia di aiutarci a passare il guado.

Che effettivamente passiamo. Ed in Rojava si respira di colpo un’aria informale. I doganieri senza divisa si chiamano “heval”, compagno, tra loro. Finalmente sento questa parola magica! E’ curioso trovarmi a pensare un parallelo tra la rilassatezza delle guardie di frontiera cubane e questo angolo di Medio Oriente sulle sponde di un fiume mitologico. Mentre aspetto il passaggio per Qamishlo, incontro una ragazza francese che lavora per una ONG da due anni e mezzo ma non spiccica una parola di curdo, mi propone un passaggio sul loro furgone ma resto fedele alla linea. Aspettare non mi dispiace, resto ad osservare l’umanità che arriva. Appena fuori dal posto di frontiera spicca un poster gigante con le foto dei compagni internazionalisti morti in guerra da queste parti. Sono decisamente tanti e tante. In mezzo spicca l’icona di serok Apo e sotto una bambina di 5 anni aspetta qualcuno. Hanno combattuto per lei e forse nemmeno lo sa.

21/04  Amude – Rojava

La strada che dalla frontiera porta all’interno del Rojava è nettamente più disastrata di quelle ampie e piene di cisterne di petrolio che sfrecciano pericolosamente per il Kurdistan iracheno. Quando piove è fango, quando c’è il sole è polverone. Il risultato è un marrone diffuso ovunque, dalle divise dei combattenti YPG ai posti di blocco fino ai capelli dei bambini che giocano tra carcasse di auto e campi di grano a perdita d’occhio.

Ogni città o paese è annunciato da un checkpoint, dalla frontiera al capoluogo del cantone ne conterò almeno dieci in due ore. Ad ogni stop abbondano le armi e le telecamere puntate ma il clima è rilassato, sentire dire “compagno buongiorno” deve aver mandato in tilt il cervello di più di un militante europeo abituato al maltrattamento quotidiano!

Sul viale principale di ogni piccola e grande località sono esposti dei grandi ritratti dei caduti, solitamente quelli del posto ma non necessariamente. Foto con l’arma in mano, nome di battaglia e stella rossa. Morire in combattimento è una possibilità e i soldati di questa guerra si preparano con compostezza. Tutto il contrario delle bare nascoste agli occidentali durante le guerre americane in Iraq e Afghanistan. Mi colpisce l’immagine di uno di loro, senza uniforme, il viso paffuto ed una gloriosa bandoliera di cartucce nello stile di Pancho Villa. Il Centro di Qamishlo è sotto il controllo del governo di Damasco, le vie sono pigramente barricate con sacchi di sabbia e pezzi di cemento armato con delle bandiere che sventolano impolverate. Sembra che i combattimenti siano finiti tanto tempo fa, invece non sono ancora iniziati. I miei accompagnatori passano velocemente in questa zona senza fermarsi. Un poliziotto del regime, goffo nel suo pastrano di pelle nera e sotto un cappellone bianco da capitano di vascello sbraita al caos di auto che lo circonda. Mette in scena un impossibile show di sovranità statale. Anche a causa di questa difficile convivenza, la casa per accogliere gli ospiti internazionali si trova ad Amude, un centro più piccolo 30 km più ad ovest, saldamente in mano alle organizzazioni rivoluzionarie curde fin dalla prima rivolta contro Assad nel 2004.  L’ospitalità è organizzata in una imponente villa di cemento e marmo bianco, requisita ad una famiglia di ricchi che ha lasciato il paese all’inizio della guerra civile. Un giovane membro della sicurezza interna, gli Asaysh, mi accoglie sorridente ma non abbiamo una lingua in comune e comunichiamo a gesti per ora. Mi offre spaghetti ed insalata per merenda che mangio con appetito famelico, poi lui scompare dietro al cellulare collegato al WIFI ed io dietro al mio laptop preoccupato di preparare i seminari per gli studenti dell’università. Spero che arrivi presto il momento di entrare in attività, questa lunga attesa mi sfianca.

23/04

Finalmente sono entrato in azione. In questi due giorni ho fatto un sacco di incontri e la pioggia è finita. La gente del Rojava, i suoi suoni e colori, odori e luci sono entrati con forza su queste pagine. Oggi pomeriggio con Jasmine e Leyla, studentessa e insegnante della facoltà di Jineologia, la nuova scienza delle donne sono andato in giro per la cittadina di Amude, antica città curda a pochi chilometri dal confine con la Turchia. Abbiamo girato a piedi per le strade caotiche e piene di auto e furgoni chiassosi, di bambini che giocano ovunque e comunque, di case mezze diroccate o non finite. Nella stessa via ci sono una piccola chiesa e la moschea più antica del luogo. La signora in nero che ci ha fatto visitare la chiesetta senza pretese difesa da un posto di blocco della sicurezza interna mi dice subito che ha perso un figlio il mese scorso a Baghouz. Là dove è morto il combattente italiano Lorenzo Orsetti. Chissà se era uno di quei sette combattenti YPG “arabi” che le cronache raccontano siano morti insieme a lui. E stringo la sua mano calda. Gli occhi liquidi mi tremano per pochi secondi.

Poi visitiamo la moschea vuota di gente e piena di luce. Il mullah ci regala delle caramelle causandomi un certo imbarazzo. Le accetto per non essere scortese ma trattengo un sorriso. Leyla e Jasmin, entrambe velate e credenti non colgono l’ironia. Sono impegnate a raccontarmi la rivoluzione delle comuni di quartiere che organizzano gli abitanti di queste stradine povere, a farsi i selfie con me ed a portarmi in giro con orgoglio per la loro città. A tutti gli incroci, se si guarda a nord si vedono i monti Tauro in lontananza, le luci della città di Marfin in Turchia, inaccessibili dietro il muro di cemento bianco sormontato di filo spinato che corre da est a ovest per 800 chilometri. Dietro il muro corrono continuamente camion con rimorchi pieni di merci. Tra greggi di pecore e capre i soldati YPG hanno scavato trincee e bunker per sorvegliare il nemico. Dalle torrette di cemento e dietro i blindati anche i turchi ci guardano.

Quando il sole scende entriamo in un centro civico di quartiere dove ci sono dei bambini che cantano e suonano con un maestro di musica il repertorio folk curdo. Ci accolgono con allegria spontanea e improvvisiamo una festa con the e sigarette mentre la luce del tramonto accende i vetri impolverati. Una bambina canta forte come una fiamma, non capisco una parola delle loro canzoni, anzi solo la parola “azad”, libertà. Passiamo insieme un’ora molto bella.

Oggi alla facoltà di Jineologia ho tenuto il primo seminario in inglese su tre figure di donne del movimento zapatista. Me lo hanno chiesto le compagne ma sono molto in imbarazzo, sarò all’altezza delle loro aspettative? Cosa vogliono sapere? Ho parlato per un’ora e mezza in inglese con la traduzione di un professore arabo piuttosto anziano, chissà come ha tradotto le mie parole, le compagne non sembravano molto contente di ascoltare il monologo di due uomini. Tuttavia in tante sono state molto attente, in fondo alla sala piena anche qualche uomo e due femministe europee che sono intervenute ripetutamente con una retorica pesantissima a cui per cortesia non mi sono impegnato a ribattere. Molte conoscevano lo zapatismo solo per sentito dire ma hanno seguito tutto il discorso annuendo. Hanno fatto domande, preso appunti. Io ho cercato di capire come vogliano costruire questa nuova scienza sociale dal punto di vista delle donne. Non c’è traccia di tutta la competizione che si respira nelle nostre università, la classe è un collettivo. C’è tanto entusiasmo in queste nuove istituzioni ma anche tanta burocrazia mescolata fortunatamente ad uno stile alla fine piuttosto informale. Negli uffici dei dirigenti campeggia sempre il ritratto di Ocalan, ci sono spesso grandi tv accese sui canali curdi all news, pochi libri e l’immancabile chai.

Stasera con due nuovi ospiti di questa strana residenza, mentre fuori le guardie armate di kalashnikov bevevano l’ennesimo the, ho avuto una interessante discussione sulle eresie religiose rivoluzionarie nell’Islam e nel Cristianesimo. Sono stati evocati anche gli ultimi ebrei di Qamishlo ed i primi comunisti iracheni. Da queste parti sono passati tutti. La serata finisce seduto sotto le stelle, appena fuori dalla piccola fortezza che ci ospita, parlando a gesti della differenza tra la pistola Glock e la Beretta, il Barcellona e la Juve, se mettere o meno lo zucchero nel chai, delle distanze di chilometri e di esperienza che ci separano.

24/04 Qamishlo

Oggi ho tenuto due seminari davanti ai ragazzi ed alle ragazze dell’Accademia Mesopotamia, una istituzione educativa superiore non formale diretta a formare i giovani quadri rivoluzionari. Mi hanno colpito gli occhi pieni di luce dei ragazzi e delle ragazze, il loro silenzio attento, la loro voglia di imparare, la semplicità spartana dei loro ambienti di vita e di studio che mi ha ricordato subito quella della scuola secondaria zapatista di Oventik in Chiapas. Abbiamo mangiato insieme in piedi in un refettorio spoglio e freddo ma con composta allegria e convivialità. Ceci al sugo e pane arabo. Poi abbiamo giocato a pallavolo in cortile, sul cemento sotto un sole implacabile. I loro corpi non erano addestrati al gesto sportivo ma erano pieni di energia. La palla schizzava ovunque tranne che nel campo ma ogni fallimento era accompagnato da risate. Durante il seminario quando qualcuno deve parlare si alza in piedi e fa un passo avanti. Mi hanno fatto domande intelligenti. “Quando abbiamo già visto il peggio non possiamo avere più paura di niente” ha detto uno di loro. Come dargli torto. Sono rimasto quasi commosso quando ho stretto la mano a tutti, in piedi e schierati a quadrato. Ci siamo fatti le foto e salutati tra mille risate dopo quattro ore di lezione seria e concentrata.

Cosa abbiamo fatto ai nostri ragazzi in Italia? Qualcuno ha spento la luce del futuro che illumina il presente? Li abbiamo lasciati soli davanti al ghiaccio degli schermi digitali? Mi è tornato in mente il silenzio paralizzato di migliaia di ragazzi nella notte davanti alla discoteca “Lanterna Azzurra” dove a dicembre scorso sono morti in sei. Nessuno si è incazzato. Solo dolore. Possiamo dargli di più? Possiamo chiedergli di più?

La diversità nello stile dei gesti, nell’organizzazione materiale degli spazi colpiscono la mia attenzione e sensibilità. In questa università informale ragazzi e ragazze tra i 18 e 28 anni passano tre quadrimestri in stretta convivenza, una esperienza unica in tutta la regione. Possono usare il cellulare solamente quattro ore al giorno. Sui muri citazioni di Adorno, Voltaire e Ocalan. La rivoluzione di cui parlano ogni giorno da queste parti è forse questo vitale disordine delle cose normali che si respira ovunque? Questa possibilità evidente che accada qualcosa sempre in sospeso tra il trionfo e la tragedia?

In generale la nuova università porta con se tante cose della vecchia: le aule, i quadrimestri, gli uffici della amministrazione ed una nuova burocrazia. Ma allo stesso tempo si sentono parole inedite da queste parti e dimenticate nei nostri atenei. Valutare non le conoscenze ma l’impegno a mettere il sapere critico a servizio della società, la capacità di aiutare i propri compagni, un rapporto paritario tra insegnanti e studenti. La distanza tra queste aspirazioni e la pratica è ancora tanta, ma nessuno sembra volersi fermare a metà strada. Qui nella Università del Rojava essere universitari non è più un privilegio ma una militanza sociale anzitutto. La produzione scientifica secondo gli “standard” internazionali è ancora lontana, ma intanto le figlie dei contadini studiano Simone de Bouvoir e Murray Bookchin su dispense in arabo e curdo, guardano una messa in scena di “una donna sola” di Franca Rame e parlano di mitologia sumera. Come altro si poteva fare questo mezzo miracolo?

25/04 Amude

Un 25 aprile insolito. Oggi ho tenuto una lezione sulla narrativa del movimento zapatista a partire dal racconto del Subcomandante Marcos “Los arroyos cuando bajan” del Marzo 1994. Ero in un grande auditorium di legno pieno di immagini degli eroi rivoluzionari curdi che avevo già visto tante altre volte nelle foto e nei video sul movimento. C’erano una quarantina o forse più di studenti e studentesse ed anche uno con la carrozzella, molto intelligente ed attento. E’ stato difficile ed emozionante parlare con la traduzione e sfidare il fatto di superare in un balzo diverse barriere culturali ma alla fine siamo stati tutti soddisfatti. Abbiamo parlato della auto-narrazione degli oppressi come forma di lotta contro l’egemonia ideologica borghese. Ascoltando le domande, il modo di ragionare degli studenti e dei professori a volte mi appariva ideologico e rigido ma allo stesso tempo ancorato ad esperienze reali e concrete. Ho imparato molte cose. Obeyda ha 20 anni, studia per estrarre il petrolio e oggi fa le foto ed i video per la pagina facebook dell’università. Vorrei chiedergli cosa ne pensa dei suoi coetanei che scendono in piazza per finirla con i combustibili fossili ma non abbiamo una lingua in comune e ci limitiamo a scambiarci foto sulla chat e sorrisi dal vivo. Nel pomeriggio sempre in compagnia di Leyla e Jasmin siamo stati a visitare la base delle YPG di Amude ed ho preso un chai con dei veterani.

Sono uomini con facce vissute ed intense, mani grandi da figli di lavoratori da generazioni. Alcuni combattono con le YPG dal 2011. Mi fanno notare che loro combattono da eguali in mezzo ad altri eguali e difendono le loro famiglie. Mostrano una calma ed una determinazione profonde. Hanno un morale alto ed una etica forte. Purtroppo la storia dimostra che non bastano per vincere le battaglie, tuttavia alla fine possono farti vincere una guerra. Siamo stati anche su una piccola collina alta poco più delle case a due piani della città. Dopo la pioggia sulla pianura della Mesopotamia si vede per chilometri dai monti Tauro in Turchia ai monti Shengal in Iraq. Sui bordi delle strade prima fangose adesso si alza la polvere, sono sbocciati migliaia di papaveri rosso fuoco come le stelle sui poster dei martiri appesi ai pali ed alle colonne. Sulle strade passano in continuazione camion di pecore e montoni diretti in Iraq, cisterne di petrolio, furgoni militari e ogni tanto trattori con un rimorchio pieno di persone e mobili che tornano da qualche esilio. A fine giornata uno scambio di simboli: il fratello di Jasmin mi ha regalato la toppa dello YPG ed io in cambio gli ho dato il mio ultimo adesivo di “combatti la paura – distruggi il fascismo”. Ci sta.

26/04 Jin War –

Oggi la giornata è iniziata con il sole pieno. Due gatti randagi che lottano sul muro di cinta e gli americani ospiti anche loro di questa strana residenza che non vogliono bere il caffè in giardino per chissà quale paranoia di sicurezza. Oggi Gulistan Sido, professoressa di francese rifugiata dalla università di Afrin che mi aiuta con le traduzioni mi ha accompagnato a visitare Jin War, il villaggio delle donne. In mezzo ai campi di grano verde, su una piccola altura, dal 2017 sono state costruite trenta case di terra con la tecnica locale. Sono belle e ben curate, con finestre colorate e sono abitate per ora da quindici famiglie di donne con bambini. Ci hanno ricevuto tre donne molto diverse tra loro. Una giovane volontaria tedesca sui vent’anni e due curde più grandi, la prima quarantenne militante guerrigliera venuta dalla Turchia e l’altra siriana sui cinquanta con la sigaretta in bocca ed un sorriso stampato in faccia. Il discorso ha toccato punti alti, sedute sui divani in stile arabo, sorseggiando il the di rito. La comunicazione tra umani prima ed oltre il linguaggio, il femminile plurale inclusivo, il femminismo e l’orientalismo, il tutto mentre la compagna venuta dalle montagne intrecciava braccialetti di filo colorato e le due giovani universitarie con il velo al-amira la ascoltavano parlare rapite.

Da queste parti l’umanità sta facendo grandi passi. E da noi? Forse è proprio questo relativo ma effettivo avanzare nella lotta per la libertà e la dignità in Medio Oriente che ci entusiasma tanto, laddove invece il movimento più innovativo che è nato in questi mesi a Londra parla di lotta all’estinzione umana ed animale. I sentimenti umani sono sempre articolati su uno sfondo ambientale che influisce sulle nostre sensibilità. Anche nel villaggio delle donne ci sono bambini che giocano in libertà tra le erbacce troppo cresciute e un sacco di ferraglia pericolosa e strumenti da lavoro. Come i bambini descritti dal polacco Janusz Korczak vivono la libertà creativa a contatto con il rischio.

Nel pomeriggio abbiamo visitato Tell Mozan una collina dove è ancora visibile un complesso monumentale del 3500 A.C. Sulla sommità del rilievo c’è un piccolo avamposto militare ed una tostissima teenager delle YPJ ci ha dato una lezione di disciplina rivoluzionaria non facendoci passare con la macchina, gli ordini sono ordini! A piedi abbiamo raggiunto la cima e nella luce del tramonto ho provato a immaginare perché migliaia di anni fa, dei gruppi umani si sono fermati qua. Secondo alcuni è stato l’inizio della cosiddetta “civiltà”, per altri l’inizio della fine di una umanità basata sulla libertà. La domesticazione e la gerarchia sociale sono iniziate da queste parti dove oggi dei giovani con l’AK in mano e il sorriso in faccia cercano di tracciare un nuovo cammino.

27/04

Oggi giornata lenta, quasi tutto il giorno a casa. Ho preso tempo per annusare le rose di Damasco nel giardino semi abbandonato. Tra le scatole di the della colazione ho trovato una pistola. La quotidianità da queste parti. Passo delle ore di relax leggendo “Vita e destino” di Grossman. Nel pomeriggio sono stato al mercato del paese con Jasmin e Leyla. Improvvisamente Jasmin mi ha detto “non dimenticarti di noi”. Così, brusca. Mentre mangiavamo un falafel nel giardino di marmo e pini dove si ricorda la terribile strage di 283 bambini nell’incendio del cinema nel 1960, abbiamo parlato un po’ di noi, una pausa dalle discussioni politiche e dalle lezioni. La tragedia con i suoi episodi di coraggio e viltà ha marcato per sempre questa comunità locale. Nel 2004 una rivolta contro la dittatura di Assad a seguito degli scontri dopo una partita di calcio a Qamishlo portò all’abbattimento della statua del presidente. Oggi campeggia una statua che celebra la donna libera. Amude è una comunità di agricoltori, pastori e contrabbandieri dove le donne stanno portando avanti una rivoluzione quotidiana. Quando ho chiesto alle due donne che mi accompagnano da giorni come vedono il loro futuro si sono un po’ infastidite. Gli occhi grandi di Jasmine si sono velati e Leyla ha detto nel suo inglese traballante che come è possibile pensare al futuro se c’è sempre la minaccia che la Turchia ci attacchi? “Se ci attaccheranno diventeremo soldatesse e andremo a combattere.” Silenzio. Ovunque ci sono immagini di martiri della loro età appese ai muri, sulle vetrine dei negozi, in strada. A guardarle bene queste strade sono tanto povere e sgangherate eppure tutto sembra funzionare. Intere famiglie viaggiano su moto cinesi, ne passa una con sei persone tra cui un bebè in un asciugamano azzurro. Nonostante il socialismo sia un desiderio presente le differenze sociali non scompaiono. I ricchi proprietari terrieri arabi girano in SUV, altri si trascinano in ciabatte. Cosa hanno in comune? La nazione? Non credo. Il giovane governo che vuole incarnare le nuove teorie socialiste e libertarie di Ocalan non può mettersi contro le tribù arabe e così la proprietà della terra che è nelle mani di poche famiglie non viene messa in discussione, non adesso.

La partenza

Ho passato due ore nel cimitero dei martiri di Qamishlo. Ogni città ha il suo, questo è più grande ed accanto ad almeno un migliaio di tombe di “martiri” c’è un grande terreno appena dissodato che attende altri morti. Cinque bambini mettono rose sulla tomba del fratello più grande. Lui è ritratto con un Rpg in spalla ed il sorriso in faccia. Le bambine baciano la lapide di marmo bianco. Più in là si prepara la cerimonia di ogni giovedì pomeriggio. Sotto un sole al massimo si siedono con lentezza tante donne velate. Alcune piangono, l’associazione dei caduti provvederà per quanto possibile a fargli avere un sostegno economico. Le famiglie si conoscono e stringono legami nel lutto e nell’orgoglio di avere dato quanto di più caro per la libertà ritrovata. Una gerarchia di valori sconosciuta alle mie latitudini. Non posso dire niente, fortuna che ho gli occhiali da sole.

La sera il canto del muezzin si sente appena. Dalla strada che porta a Raqqa di notte arrivano tanti camion militari che trasportano di tutto e fanno rumore. Oltre il confine si accendono le luci arancioni di una terra dove tanti ragazzi non sono mai stati. Scambio l’ospitalità generosa di questi giorni con una vecchia maglietta del Che presa in Venezuela tanti anni fa. Sta meglio qua. Mi bevo l’ultimo chai con Dejwar, “sei l’unico poliziotto con cui posso farlo, gli dico, dalle mie parti siamo gli uni contro gli altri” e lui mi guarda strano facendo una finta faccia truce.

Dopo decenni passati a combattere una guerra clandestina adesso i curdi difendono un territorio, una pace, una legge, seppure flessibile. Deve essere una strana sensazione che dal mio punto di osservazione vedo come l’altra sponda lontanissima di un deserto da attraversare.

Al mattino mentre mi allontano e saluto gli amici e le amiche di questi giorni strani li immagino tutti a bordo di un vascello pirata chiamato Rojava. Armi o libri in mano vanno avanti, con un chai troppo zuccherato per scaldare la notte. I loro sogni volano su whatsapp sotto le stelle della Mesopotamia. Sognano l’Italia, Barcellona, l’America, ognuno vuole un Kurdistan diverso da chiamare casa o forse a tutti basterebbe far scomparire quel muro bianco e feroce che li divide dai fratelli e dalle sorelle curde, dalle montagne, dalla libertà.

Se domani inizierà un’altra guerra, ci andranno tutti e tutte così come li troverà il mattino che inizia presto da queste parti.

La distruzione prima della fine

di V. Barbarroja

26. La magia dello sguardo, nell’esperienza amorosa, la sua istantaneità sconvolgente, l’aprirsi e il chiudersi di un abisso, è un fenomeno puramente conoscitivo, tuttavia sulla soglia di ciò che non è più rappresentazione. La scossa liberatoria, esaltante dello sguardo è stata celebrata da Platone, da Goethe, da Wagner, in contesti che evadono dalla sfera strettamente erotica. La rivelazione dell’attimo scuote il cuore dell’uomo; ma questo non è che l’ultimo momento, l’emergere nell’individuazione, nella struttura corporea dell’uomo, di una conoscenza anomala. L’attimo come intuizione precede la scossa; nel fluire del tempo si erge improvvisamente un istante, che «non è in nessun tempo», dice impropriamente Platone, ma che a rigore dà inizio al tempo, è già nel tempo, però allude a qualcosa che non è nel tempo, lo ripercuote, lo esprime. Nel bagliore dello sguardo i tre momenti si confondono, e soltanto l’analisi illusoria del pensiero è capace di distinguerli. Al di là dell’esperienza erotica, Eraclito ci fornisce l’enunciazione generale: «Ogni cosa governa la folgore»

{14 [A 82]}.

Giorgio Colli, La saggezza greca

Viviamo un momento paradossale. Quando si guarda salire verticalmente verso l’infinito gli indici antropocenici di consumo di materie prime e della distruzione delle specie, si può capire la rovina che abitiamo gia adesso. Nel frattempo, vecchie metropoli con un certo fascino, come San Francisco, Roma o Barcellona, diventano inabitabili cercando di essere sempre più belle. Come bolle in rete controllate da ingegneri, anche sociali, che fingono di essere estranei a qualsiasi piccolo disturbo ecologico. Ma anche lo spazio metropolitano presenta crepe insondabili ed è incapace di assicurare a chiunque una stabilità futura. The no future is here.

Arricchimento e proletarizzazione sono l’effetto polare antitetico dello tsunami di dollari che percorre queste metropoli. Una crescita proporzionale alimenta e rende questa polarità inscindibile, il lusso tra le rovine produce una miseria terrorificata o “terrorista”. A sua volta, la miseria espansiva rovina ogni lusso, che si imprigiona cercando di racchiudere un fuori che scivola come acqua tra le dita. Tanta, troppa pressione. Ciò che portiamo con noi sono i ruderi di questo mondo. Frammenti sparsi. Da qui l’agitazione continua, l’assedio costante della depressione, la dipendenza generalizzata come paradossale fuga nel profondo della civiltà. L’unica epidemia è quella di suicidi.

Bisogna cercare uno scoglio da dove cominciare a resistere, un punto di partenza per disegnare diagrammi impensabili. E per fare questo dobbiamo abbandonarci, rimuovere le determinazioni che ci separano. Migrante o attivista della lotta per la casa, indipendentista o fornaio, artista o sindacalista, vecchio lavoratore o giovane anarchico di quartiere… Resistere non è una tautologia circolare, resistere a ciò che resiste resistendo a ciò che resiste. Resistere è già una disposizione al combattimento. La costellazione di corpi ed idee, di affetti e di macchine in cui questa disposizione appare, cioè l’esperienza che si è disposti a vivere e non solo le idee come semplice contenuto mentale, definirà l’orientamento passivo-reazionario o attivo-cospirativo di questa disposizione. Anche all’interno degli spazi di politicizzazione.

Pian piano qualsiasi altra opzione opportunistica diventerà sempre più insostenibile. Questo è il motivo per cui è importante chiarire la forma di una conversione favorevole a un processo di cospirazione mondiale. Come globale è la rete di metropoli estrattive. William James sostiene che l’esperienza della conversione arriva quando si abbandona lo sforzo volontaristico per controllare tutto e ci si arrende. Posseduti della stanchezza, al limite dell’esaurimento … è quando il centro, il centro della nostra energia, si sposta dal nostro io cosciente verso forze subconscie o transindividuali. Forze al di fuori del corpo o dell’anima individuale, perché figlie del grande spirito innominabile della Terra. Demoni, capaci di anticipare le impensabili virtualità di sfondo, capaci di far esplodere la crosta morta che anche noi siamo e non siamo. D’improvviso, ricomporsi altrove. Forze…la cui potenza accresce la gioia o la cui gioia accresce la potenza. Intensificando l’ampiezza del campo della percezione, sia virtuale che attuale, dove il delirio è la via della giustizia al di là di ogni certezza e di ogni diritto. Processo d’individuazione rinnovato in un caos che rinnova il processo, rimanendo aperto come il pericolo che salva. Pericolo, fisico ed esistenziale, che immerge in una miseria qui e ora presente come lusso e terrore per coloro che persistono nell’evitarlo.

Nella cospirazione si tramano le forze che sostengono le forze che muovono i combattimenti. Perché ogni realtà è fatta di strati. E se oggettivamente, la forza è una rappresentazione frutto della moltiplicazione della massa per l’accelerazione all’interno di un ambiente dato, come categoria di una metafisica critica contrassegna invece la furia che accresce le capacità di una situazione. José Bergamín disse che l’anima respira secondo il doppio movimento di «enfurecerse» (infuriarsi), «en-fuerecerse» (in-fuoriuscire), uscire fuori di sé; e «ensimismarse» (sprofondare), voltarsi verso l’interno. Ovviamente, senza considerare il “di fuori” e “l’interno” come termini sostanziali, universali perenni e statici. Perché una vita dignitosa vive dello pneuma o respiro che la possiede. Che la dilata e la distende. «All’anima corrisponde un’espressione che accresce se stessa» (Eraclito).

Non esistono cospirazioni astratte. Ciò che non è legato è obb-ligato. L’obbligo vuol dire «invece di» e ostilmente «contro» ciò che è legato (Ernout & Meillet). Da qui la sua origine giuridica. L’obbligo appare “invece di” e pieno di ostilità contro ciò che è intessuto, intrecciato da legami affettivo-mitici ed etico-politici. L’affetto infraindividuale è l’altra faccia del mito sovraindividuale, come qualsiasi politicizzazione (o politica in transitivo) trascorre nella risonanza delle maniere di condursi e di apprendere, di guardare e di colpire, di amare, abitare e pensare: come un ethos o stanza o maniera. Dunque l’obbligo è quello che è «invece di» e «pieno di ostilità» contro la Comune; la quale non è semplicemente il rapporto, il legame, ma il modo concreto di distendere questi legami – di amicizia e di amore ma anche quelli non-intenzionali, come quelli con le creature – che creano sia la Comune che le comunarde e i comunardi. Perché senza un’attenzione, una rielaborazione, un restauro costante di questi legami invisibili, come di se stessi al proprio interno, cesserà di esistere ogni apertura comunale. Né comunarde né comunardi, nessuna Comune. Neanche zone rosse. Le regole possono dare una forma alla vita, ma se tale formazione deve essere viva e non morta non la si può lasciare alle pure regole. Bisognerebbe inoltre, come fanno gli indigeni, lasciare anche uno spazio a ciò che si sogna.

Cospirare è quindi amarsi. Anche come distanza irreversibile. Per questo si cospira ovunque. Specialmente in tanti posti la cui ignoranza i collettivi pagheranno sempre con il corollario dello sfinimento, che è una estremizzazione dell’isolamento e del fallimento. Proprio quando si voleva arrivare dappertutto…

Se il processo di una vita comune insorgente non si ama, se non si osa il terrore incerto dell’amore e dell’amicizia come libero uso alterato di sé e del mondo…allora, tutto ciò a cui può aspirare questo esperimento fallito è la gestione. Oppure, in maniera assai più comica, l’autogestione. Amara comicità o tristezza sul limite di tutti gli abissi, che girando su se stessi arrivano ad assomigliarsi così tanto. Carlo Levi, in Paura della libertà:

Vagano, secondo il mito, i primi uomini nella selva senza forma, finché si fermarono in certi luoghi, amarono certe donne, e adorarono certi dèi. Vagano tuttora gli uomini nella eterna selva, e cercano una eterna certezza: una certezza che si paga con servitù e con morte.

Cospirare, organizzar-si veramente è amarsi condividendo l’orientamento di attacchi ben elaborati. É il processo di incontri transindividuali, infrapersonali, dove l’intelligenza folgora nella prossimità del luccichio dello sguardo, un istante o una crepa, abbandonandosi ad un giusto delirio. Delirio viene da lira, -ae, termine contadino riferito ad un solco aperto nella terra. Così delirare significa uscire dal solco segnato, rompere gli argini, uscire dai ranghi. Rompere le determinazioni che ci incasellano, ci separano e ci condannano in un mondo irrespirabile a un ordine di tristezza.

Cospirare è acuire la percezione delle intensità che sono in gioco in ogni situazione, dappertutto. In primo luogo per bandire tutte le passioni tristi, che accrescono solo l’impotenza. Secondo, per poter avere fiducia nella situazione, nella virtualità potenziale nascosta nel suo apparire, percorribile al di fuori delle rotte tracciate. Solo così l’insurrezione è pensabile. Corpo a corpo e faccia a faccia, mondialmente, in quell’abisso che si riapre e si richiude.

La democrazia come sconfitta. Note sulle elezioni presidenziali in Messico

Apparso il 28/06/2018 nel blog dei nostri amici messicani Artillería Inmanente

Possiamo concedere giusto una cosa a quelli che hanno posto tutta la loro fiducia nello spettacolo democratico: mai questo paese aveva conosciuto nella sua storia un grado così alto di speranza condivisa. Ma per comprendere da dove proviene questa apparente energia bisogna aggiungere questo: questa speranza è il prodotto di una sconfitta di lunga durata.

Lo spettacolo democratico di cui si parla non è solo quello che è stato incessantamente martellato dagli apparati statali – attraverso la loro “cultura del diritto” e la loro violenza poliziesca – ma è anche quello che ritorna periodicamente sempre più sfigurato e grottesco della volta precedente, ma che, malgrado tutto – per qualche “urgenza”, una “congiuntura” fabbricata come per caso in questo preciso momento e non in un altro – si trova infine rinforzato dal credito che una popolazione gli accorda, volentieri o meno, o ancor di più, con la sola volontà che gli resta, una volontà bloccata tra l’incudine e il martello. La speranza nella politica è sempre il rovescio di una politica il cui primo motore è la paura.

Chiunque sia sopravvissuto agli ultimi dieci anni – o agli ultimi 500 – sa che, dietro il miraggio che fa vedere una luce nel futuro, si intravede la profonda oscurità del nostro presente. È superfluo ripetere una volta di più le cifre dei morti e dei desaparecidos: queste sono appena la traduzione matematica – cioè amputata – di una realtà invivibile. Solo la tristezza e la confusione che provoca una decade di guerra possono fare in modo che qualcuno veda in un candidato una speranza e non il futuro comandante in capo del nostro più grande nemico: lo Stato.

A partire dall’attacco perpetrato ad Atenco nel 2006 fino alla rottura costituita dalla mobilitazione per i 43 scomparsi di Ayotzinapa, questo sentimento di disfatta si è amplificato ed esteso. Non c’è niente che la democrazia e i suoi attori sappiano fare meglio che tirare profitto dalla desolazione. È per questa ragione che sono più degni di compassione che di ridicolo coloro che da qualche anno urlano “E’ lo Stato” (che ha ucciso gli studenti) e che oggi vedono in esso l’unica via di salvezza.

Forse noi stessi, in parte, siamo stati responsabili di questa sconfitta e della confusione che genera. Forse non siamo stati capaci di produrre un sufficiente numero di nuclei d’organizzazione e di resistenza solidi e duraturi. Ma è anche vero che, almeno in questo caso, il funzionamento dello Stato è efficiente: avanza e attacca per produrre la sconfitta e l’impotenza che gli serviranno, poco dopo, a nutrire la sua rigenerazione.

Solo un bambino, un ingenuo o un politologo possono pensare che la democrazia è un affare di elezioni, di partecipazione o di istituzioni. Anche se noi siamo abituati a descrivere la democrazia – la più potente arma civile dello Stato – con l’espressione apparentemente inoffensiva di “forma di governo”, essa è in realtà un meccanismo complesso di produzione e gestione dell’impotenza collettiva.

In effetti, la funzione essenziale della democrazia non è la rappresentazione ma la relegazione. Tutte le capacità, le conoscenze, le immaginazioni e la forza che richiede una vita condivisa sono catturate dalla macchina democratica per essere gettata da qualche parte nel rovinoso apparato statale. Tutta la creatività e la potenza che possediamo per il semplice fatto di essere vivi sono sottratte e relegate fino a che non restano che degli spettri, fino a che ogni corpo è ridotto al rango minimale al quale può essere ridotto un essere vivente: un cittadino.

Relegare significa mettere da qualche altra parte ciò che ci è proprio. La democrazia è, anche per questa ragione, produzione di allontanamento. Ogni momento della vita, ogni conflitto e ogni uscita possibile sono subordinati alla gestione di una istituzione esteriore e distante. Cioè astratta. Solo quelli che vivono in questo mondo d’astrazione, separati dal loro mondo, trovano ragionevole esigere dallo Stato che risolva un crimine, freni le espropriazioni, sanzioni le Forze Armate per la violazione dei diritti umani. La giustizia, lo sappiamo, non verrà mai né dall’alto né da lontano. Per questo l’antinomia della democrazia non è l’autoritarismo ma la prossimità, la forza collettiva.

Come l’espropriazione “originaria” che alimenta il capitale è sempre all’opera, in ogni momento, la relegazione di cui si nutre la democrazia opera ogni volta che un programma statale si sostituisce a un’opera collettiva, che un deputato locale usurpa il potere di un’assemblea popolare o che un comitato di quartiere si trasforma in ufficio di gestione di un partito politico.

Per questo è un’eccellente notizia che la democrazia in questo paese sia ancora incompleta. Evidentemente ciò non significa che vi sia una mancanza di “partecipazione”, di “trasparenza” e ancor meno di “onestà”. Ciò significa che vi sono dei territori in cui la battaglia contro l’impotenza e l’astrazione è stata vinta, dove lo Stato non è riuscito a imporre la sua logica. Dove è ancora possibile sperimentare una vita comune che non può essere ridotta al meccanismo della democrazia e dei partiti.

Forse non è necessario ripeterlo, ma la democrazia è anche produzione di individualità: “cittadini” o “votanti” sono i termini burocratici che adottano i cadaveri di una collettività distrutta. Per questa ragione non c’è nulla di politico in essa: non c’è esistenza condivisa, luoghi da abitare, vita da difendere. È il solo senso nel quale la democrazia sia un sistema di governo, cioè una gestione verticale delle popolazioni, individui senza nome.

La cooptazione e la relegazione che è all’opera in ogni istante producono l’impotenza e la depressione, che paiono trovare la loro unica risoluzione in una rigenerazione della speranza nello Stato. La speranza è, precisamente, l’iniezione di combustibile di cui, in un dato momento, una forma di governo ha bisogno per sopravvivere. Anche quelli che temono una possibile destabilizzazione se vince un candidato o l’altro appaiono molto ridicoli. Temono un possibile “indietreggiamento della democrazia” quando, in verità, una rigenerazione dell’apparato statale è in marcia in modo da farla sopravvivere ancora per un decennio.
Le sconfitte dei movimenti di resistenza e la vera disperazione di quelli che hanno hanno messo la loro forza in una trasformazione radicale sono state, nuovamente, relegate nel sistema dei partiti e in un futuro governo centrale. Tutta la speranza che ci circonda oggi tende alla stabilizzazione; cioè a una rinascita dello Stato. Non è un caso che il favorito abbia dichiarato di voler risolvere del tutto il dossier di Ayotzinapa per rinforzare l’esercito e restituirgli la sua antica legittimità. In un contesto di guerra, la rigenerazione democratica adotta la sua forma più crudele e sanguinosa: la pacificazione.

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Al di là dell’aura umanista della parola, la pacificazione è il punto culminante di un’operazione militare: il trionfo della mobilitazione delle forze armate e civili su di un territorio e sulle forme di vita che lo abitano. È il nome che i vincitori danno alla sconfitta totale dei loro oppositori, alla sottomissione del nemico al nuovo potere costituito. È, esattamente, quello che i giuristi chiamano “uso legittimo della forza da parte dello Stato”. Perciò vi sono ancora persone che confondono pace e Stato di diritto. La pacificazione non è altro che la continuità del processo di democratizzazione perseguito con altri mezzi. Queste due operazioni, quindi, formano i due fronti contro-insurrezionali con i quali lo Stato cerca di integrare al suo interno tutte le forze politiche, con mezzi sia civili che militari. La fallimentare strategia anti-zapatista degli anni 90 – coordinata in parte da Esteban Moctezuma Barragan – lo dimostra perfettamente: occupare militarmente un territorio per pacificarlo; rimunicipalizzarlo e iniettare dei mezzi per democratizzarlo – non sorprende che ancora oggi i rappresentanti della “crociata contro la fame” abbiano in ogni città, sulla loro porta, l’emblema del Segretariato della Marina. Venti anni dopo l’operazione è sostenuta dalle restanti basi militari e dai gruppi di paramilitari che sono, sempre, associati ai partiti politici. In tempo di elezioni sono degli “operatori politici” e dopo degli squadroni della morte.

Ecco perché la credenza che sia possibile “finirla con la logica della guerra” è la più pericolosa delle buone intenzioni progressiste. In certi quartieri di Città del Messico la guerra sembra essere una “logica”, un “discorso”, cioè una “politica pubblica”. Ma la guerra, lo sappiamo, è una atroce realtà; è la forma che adottano lo Stato e il capitale per garantire la loro continuità attraverso la cooptazione e il saccheggio. Crdere che la guerra possa finire unicamente grazie alla “volontà politica” di un uomo non è solo naif, è suicida. La forma fondamentale di autodifesa in un conflitto prolungato è quella di riconoscerlo in quanto tale. Quelli che sono sopravvisuti resistendo più di cinquecento anni lo sanno perfettamente. La guerra – che sia dichiarata o meno – è lo strumento attraverso cui lo Stato messicano è ricorso ogni volta che ha avuto bisogno di rinnovarsi o di espandersi. Le guardie bianche, i rurales di Porfiriat, le Forze Armate e le cellule di sicari hanno sempre avuto la stessa funzione: pervenire alla pacificazione di un territorio – con lo sterminio o lo spostamento forzato – per garantire l’estrazione delle risorse che contiene. La “guerra contro il narcotraffico” non fu quindi una sconfitta strategica. Fu, al contrario, la perfetta ed efficace riconversione di una vecchia macchina di morte e spoliazione. Oggi la guerra civile è una questione che supera di molto la capacità di decisione di un governo o di un candidato. Quelli che fanno della politica un’operazione più o meno riuscita di consolidamento di un contratto sociale – battuto, rispettato, corrotto, etc – si sbagliano fin dall’inizio: non è il contrato sociale ma la guerra che anima, fin dalla sua origine, il sistema di potere. Così, far credere che la guerra finirà grazie al bacio di un poeta, di Emilio Alvarez Icaza o del papa di Roma, è una manipolazione senza fine. In verità è un crimine di guerra.

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Sempre è necessario vedere quale oscurità nutre la luce della speranza; ma bisogna anche saper osservare la luce che produce questa stessa oscurità. Ovunque lo Stato sembra fallire, ovunque è assente, si apre lo spazio dei possibili. Ogni istante della vita è un minuscolo campo di battaglia in cui la logica democratica può essere respinta, dove possono sperimentarsi forme di organizzazione tanto flessibili quanto potenti. Non c’è nulla di più semplice che affrontare la relegazione e la messa a distanza che nutrono la democrazia. Si tratta semplicemente di afferrare la nostra prossimità con il mondo che ci circonda. Di tornare a incontrarla, di produrre gli strumenti e i saperi collettivi per abitarla. Non c’è evento più felice che riscoprire, nel mezzo delle rovine dello Stato, un’attitudine che pensavamo perduta: imparare senza Università, curarsi senza bisturi, passare una domenica senza angoscia.

Bisogna solamente riapprendere a creare degli spazi di potenza, lontano dalla macchina democratica, avvicinarci gli uni agli altri, ritrovare il filo delle nostre potenzialità. Scoprire di nuovo tutto quello che può un incontro – anche fugace – quando esiste la decisione collettiva di ricostruire tutto. Il compito sembra arduo, senza dubbio, ma quelli che lo sperimentano sanno che non esiste una festa più grande di quella che si fa dopo una giornata di lavoro collettivo.

Per il momento bisognerà lasciar fallire i democratici: i convinti, i confusi, gli ingenui, i vinti. Quanto a noi, non abbasseremo la guardia: sappiamo che continueranno ad attaccare tutto mentre predicheranno la tregua. Alcuni, forse, torneranno dopo qualche anno, ridotti a macerie: famelici e distrutti dopo aver visto dall’interno le viscere dello Stato. Forse allora sentiranno l’ampiezza della loro sconfitta. È anche probabile che uno o due di loro verranno a riscoprire le loro forze nella casa che noi avremo, nel frattempo, costruito.

Prima del 68

“Postfazione” di Primo Moroni, in 1968-1988.
Arte Psichedelica e Controcultura in Italia, a cura di Matteo Guarnaccia, Stampa
Alternativa Nuovi Equilibri Editrice, Roma, 1988, pp. 111-114

 

UN FIGLIO DEI FIORI NON PENSA AL DOMANI

È un verso di una canzone di Guccini cantata dai Nomadi. Forse mentre la cantavano i primi cappelloni non coglievano appieno la svolta culturale che una frase così semplice conteneva. Sicuramente però vivevano esistenzialmente o quotidianamente questa scelta spazio-temporale. Il non darsi programmi per il futuro, l’investire tutte le proprie energie, la propria intelligenza creativa nella scelta ‘ora e adesso’, del rifiuto delle norme dominanti significava rompere una lunga ed ingannevole illusione che aveva nutrito le generazioni precedenti. Significava passare dal processo di emancipazione a quello di liberazione totale, o almeno al ‘desiderio’ di attuarlo. Non era cosa da poco nell’italietta degli anni ’60! Significava anche andar contro l’illusione neo-capitalistica di poter programmare e pianificare tutta la società, di poter costringere i soggetti, le persone dentro percorsi scientificamente prefissati: le ragazze solerti impiegate in attesa del matrimonio, i giovani proletari al massimo tecnici del controllo di fabbrica della nascente automazione, gli studenti futura ed efficiente nuova classe dirigente.

Non molto diversa la progettualità dei partiti di sinistra. Usciti dalla guerra e dalla resistenza partigiana con un solido patto istituzionale con gli altri partiti borghesi avevano scelto di collaborare alla ‘ricostruzione’ del paese, uscito esausto dalla vicenda bellica. Nei fatti questa scelta significava alta produttività e bassi salari. Significava ricostruire il capitalismo per attuare un’ipotetica ‘democrazia’; poi in futuro, il radioso sole del socialismo avrebbe riscattato, ‘emancipato’, i giovani ed i lavoratori dalle catene della borghesia. Erano passati ormai vent’anni dalla fine della guerra e poco era cambiato. C’erano sì più televisori, più elettrodomestici, più FIAT 500 ed autostrade, ma il vissuto quotidiano continuava ad essere dominato da prospettive prive di senso e la società dominata dalle stesse facce di preti, politici ed intellettuali. Nel frattempo nei quartieri delle città sempre più grandi e nella sconosciuta provincia italiana stava diventando adulta la prima generazione nata nel dopoguerra. Una generazione che aveva visto il fallimento, le illusioni o le ambiguità dei propri padri, che chiede a se stessa ed alla società il senso dell’esistenza. La diffusione della televisione ha un effetto formidabile di modificazione dell’immaginario tra nord e sud, tra il centro e la periferia. Le prime trasmissioni erano state irradiare nel lontano 1954. Già dall’anno successivo una trasmissione a quiz come ‘Lascia o raddoppia’, condotta da Mike Bongiorno, aveva inchiodato centinaia di migliaia di italiani davanti al piccolo schermo, per la gran parte non ancora nelle case, ma nei bar e addirittura nelle sale cinematografiche, che per reggere la concorrenza trasmettevano il quiz prima dell’inizio della programmazione cinematografica. Se il pubblico privilegiava lo spettacolo leggero (come ‘Un due tre’ di Tognazzi e Vianello), tuttavia inchieste giornalistiche come ‘Viaggio nel Sud’ di Virgilio Sabel e ‘La donna che lavora’ di Salvi e Zatterin segneranno la cultura della parte più intelligente degli ascoltatori. L’antico e mai realizzato progetto di “unificare gli italiani dopo aver unificato la nazione” riceveva dal media televisivo un formidabile apporto. La costruzione di una gigantesca rete autostradale in funzione della motorizzazione di massa (nel 1957 circolavano in Italia 1.300.000 automobili, dieci anni dopo 8 milioni) sarà un altro elemento di unificazione determinante. Se i ‘film degli anni ’50 avevano influenzato una cultura delle metropoli di tipo americano inducendo desideri e stereotipi, la televisione innesca processi di attrazione verso le città del nord. In fin dei conti New York è lontana e forse di celluloide, ma Milano e Roma o Torino sono relativamente vicine e raggiungibili. L’immensa provincia italiana è sonnolenta e arretrata, così come è tuttora dominata dall’egemonia cattolica. Oltretutto è tagliata fuori dallo sviluppo industriale e apparentemente senza prospettive. Nelle città del Nord si può andare per lavorare – si ha la sensazione che ci sia una disponibilità senza fine – ma anche per cercare stimoli diversi, incroci ed esperienze diverse.

Il cambiamento dei costumi è rapidissimo: dall’Inghilterra arriva la minigonna di Mary Quant, ma anche la musica dei Beatles (un’autentica rivoluzione), la moda dei capelli lunghi (i capelloni) ma anche il messaggio di Bertrand Russel contro la guerra. “Fate l’amore non la guerra” è la proposta che arriva ai giovani seguaci del filosofo inglese. In televisione si vedono le immagini di migliaia di giovani che circondano pacificamente la centrale di produzione atomica guidati dal vecchissimo e ieratico filosofo paralizzato su una carrozzella.

Dagli Stati Uniti arriva la protesta dei Beatniks e degli studenti dei campus contro la discriminazione razziale e le guerre imperialiste in corso.

I NUOVI MITI

I mass-media hanno contribuito a creare tre grandi simboli: Kennedy, Kruscev e Papa Giovanni XXIII. Dovrebbero essere il simbolo della ‘coesistenza pacifica’ ma hanno una durata molto breve e residuano effetti diversi: Kennedy viene ucciso da un complotto conservatore, ma aveva già perso una parte dei suoi valori simbolici favorendo le manovre contro la rivoluzione cubana e dando il via al conflitto del Vietnam; Kruscev viene travolto (aldilà dei suoi meriti e demeriti) dalle lotte di potere interne alla nomenklatura sovietica. Paradossalmente gli effetti di più lunga durata saranno quelli relativi all’azione di Papa Giovanni XXIII che con il Concilio Vaticano innesca una visione molto più profonda e popolare del cristianesimo, contribuendo a chiudere la pagina del papato di Pio XII, elitario e pieno di ombre. La figura di Giovanni XXIII resterà un elemento forte di riferimento per la nascita dei “cristiani del dissenso”.

Se i raffinati intellettuali operaisti scoprivano la “centralità della fabbrica” e seguivano con appassionata partecipazione il formarsi della cultura politica dell”‘operaio massa” attraverso le lotte, i marxisti-Ieninisti trovavano nella guida cinese la nuova bussola con la quale orientarsi nel magma della rivoluzione. I giovani di gran parte del-mondo occidentale (tedeschi, inglesi, italiani, olandesi, americani) avevano, per la prima volta nel dopoguerra, la percezione di essere qualche cosa di speciale, una specie di “classe generale generazionale” dotata di una cultura profondamente critica dello stato di cose presente. Nelle loro letture c’erano più Sartre e Camus che non Marx e Lenin, il loro vissuto quotidiano era dominato da un’inquietudine alla ricerca di sbocchi, culture e pratiche di vita comune, I giovani in Italia (negli Stati Uniti il problema si era posto sin dall’inizio degli anni ’50) diventano un ‘problema’, seguito con continua e un pò patetica apprensione da sociologi più o meno interessati.

La società così com’è organizzata comincia a diventare una camicia troppo stretta. Il sistema dei partiti gioca con il centrosinistra la carta delle blande riforme (l’unica che avrà esiti rilevanti, molto aldilà delle intenzioni dei legislatori, è quella della scuola media unificata, che favorisce il contatto tra i figli della borghesia e quelli degli operai) e della dilatazione dei consumi. Ma una società delle merci e del “benessere” che occulta gli squilibri e le ingiustizie, non può che essere vissuta come intollerabile e falsa. Si sente un diffuso bisogno di “grandi ideali” che giustifichino il senso dell’esistenza, unito al rifiuto di tutti i modelli di vita che vengono proposti. Cominciano a diffondersi le prime forme di autogestione del vissuto quotidiano. Nascono i primi “complessi musicali” fuori dai grandi circuiti commerciali, come l’Equipe 84 e i Rokes. La canzone dei Nomadi “Dio è morto” viene censurata dalla RAI.

FUGHE E VIAGGI

Ma c’è anche il bisogno di sottolineare la propria “diversità”, di esibirla con orgoglio: i capelli lunghi, i jeans, le minigonne, gli indumenti di tipo militare opportunamente modificati per ridicolizzare i simboli dell’autorità, sono tutti segnali di rivolta e di rifiuto del perbenismo e delle regole scritte. Quella che molti anni dopo, parlando dei punk, i sociologi definiranno “la rivolta dello stile”, ha le sue lontane origini in quegli anni. Il rigetto così improvviso degli standard di costume provoca, come è ovvio, reazioni contrastanti a partire dalla famiglia e dal mondo della scuola (all’inizio molti giovani non potendo portare i capelli lunghi né in famiglia né a scuola, optano per delle parrucche che tolgono e mettono prima di entrare e uscire dalle due istituzioni). Ma il processo è ormai innescato, e da queste prime scelte di tipo simbolico si passa rapidamente alla critica di tutte le istituzioni. A partire dalla più prossima e individuale che è la famiglia. Inizia così il fenomeno delle “fughe” dall’autorità dei genitori, anche se si tratta di fughe che coesistono conflittualmente nell’ambito familiare. Altre, fughe con funzione di avanguardia, si dirigono verso il fascino della metropoli, alla ricerca di esperienze diverse. Minoranze intelligenti cominciano a praticare la “cultura del viaggio, in Olanda dove ci sono i Provos (che si ispirano ai beat e agli hippies americani), in Inghilterra che è il punto di riferimento della rivolta giovanile. Quando tornano riportano giornali controculturali, dischi, abbigliamenti e la pratica dell’uso di droghe leggere (all’inizio quasi esclusivamente marjuanal come dilatazione della sensibilità.

Nel rapporto tra i sessi si comincia a mettere in discussione, sia pure in modo confuso, la cultura del maschile e del femminile – in questo campo le ragazze sono, come è ovvio, molto più impegnate – e un prodotto tutto italiano come Patty Pravo (amatissima cantante del Piper di Roma) con la sua spregiudicatezza diventa il simbolo dell’emancipazione ma anche dell’inquietudine giovanile. La sua canzone “Ragazzo triste” centra molte emozioni reali.

DAGLI USA: LA BEAT GENERATION E LA CACCIA ALLE STREGHE

Il bisogno di riferimenti culturali più precisi e complessi è molto forte. Come dicono alcuni sociologi intelligenti, “tutti i movimenti che nascono da esigenze reali vanno in un secondo tempo alla ricerca dei propri antenati o padri fondatori”. Ed è allora che arrivano in Italia le produzioni del “movimento beat” americano. Autori come Ginsberg, Kerouac, Corso, Ferlinghetti cominciano ad essere letti sia nelle traduzioni che, faticosamente, nelle riviste autogestite riportate dai viaggi all’estero. Gli scrittori e i poeti della tendenza beat si erano formati negli Stati Uniti tra la fine degli anni ’40 e gli inizi degli anni ’50, in pieno periodo di “guerra fredda”. Il clima sociale degli States era allora molto pesante e repressivo. Usa e Urss, che erano stati alleati nella vittoriosa guerra contro il nazismo e che si erano di fatto spartiti il mondo in sfere di influenza politica e militare, si riarmavano ora l’uno contro l’altro, contrapposti con la terribile variabile dell’energia atomica. Dopo la parentesi sanguinosa della seconda guerra mondiale i due sistemi (socialista e capitalista) tornavano ad essere inconciliabili e nemici. In un clima di questo tipo i governanti degli Stati Uniti, e soprattutto i capi militari del Pentagono, vedevano comunisti infiltrati dappertutto. Gli intellettuali di sinistra che negli anni ’30 avevano dato un fondamentale contributo alla realizzazione del new dea I Rooseveltiano, creando una produzione cinematografica e letteraria a forte impegno civile e sociale, erano ora tutti potenziali agenti del comunismo internazionale. La strategia della “guerra fredda”, della contrapposizione tra blocchi, produceva sul fronte interno una psicosi del nemico su cui soffiavano i centri di potere più reazionari: è questa l’epoca che verrà definita della “caccia alle streghe”. La repressione si accanirà particolarmente sul mondo della cultura e del cinema (da sempre negli USA il cinema era considerato, oltre che una grande industria, un formidabile strumento del consenso e gli intellettuali progressisti saranno costretti a continue dimostrazioni di lealismo nei confronti del potere ufficiale.

Nel 1948 venne installata una commissione d’indagine (commissione Mc Carthy) di fronte alla quale dovevano presentarsi registi, sceneggiatori, scrittori, ecc., sospetti di comunismo per il contenuto delle loro opere. Molti di loro rifiutarono questa pratica da inquisizione e furono incarcerati (tra questi il grande scrittore Dashell Hammet) altri non poterono più lavorare per anni (come Dalton Trumbo e l.awson) altri ancora abbandonarono gli Stati Uniti per protesta (esemplari i casi di Charlie Chaplin e di Bertolt Brecht), molti abiurarono penosamente il loro passato denunciando colleghi e amici (fra tutti Elia Kazan) contribuendo a legittimare una cultura politica “del pentimento e dell’abiura” che ricomparirà frequentemente nella storia delle democrazie occidentali (in Italia con le leggi di emergenza e nei processi politici degli anni ’80). Il maccartismo era certo un frutto velenoso della guerra fredda, ma era anche l’espressione di quello che i beat chiamavano “il fascismo militare del Pentagono” (dal nome e dalla forma di un edificio di Washington, dove ha sede l’organismo che coordina tutti i corpi militari degli USA), e più in generale dell’élite presidenziale di quegli anni. Gli USA erano infatti impegnati nella sanguinosa guerra di Corea che rischiava di estendersi a livello planetario. Gli allora giovani artisti beat nascevano anche come reazione a questa pagina oscura della democrazia americana. Rifiutavano coscientemente i modelli dell”‘american way of lite” anche nell’aspetto esteriore (capelli, vestiti, ecc.), ma soprattutto nel modo di vivere. Rifiutavano anche i modelli di produzione letteraria che avevano contraddistinto la generazione degli anni ’30 (Steinbeck, Dos Passos, Caldwell, ecc.) sia per la contradditoria pratica di collaborazione politica con il potere, sia per il loro comportamento nei confronti della commissione Me Carthy (ad esempio le dichiarazioni di ‘lealisrno’ di Dos Passos e Steinbeck). Vanno alla ricerca di altri riferimenti e li trovano, soprattutto, nei due ‘maudits’ Henry Miller e William Burroughs, che si erano estraniati dal clima collaborativo del New Deal cercando in giro per il mondo altre culture ed altre esperienze, e ancor più indietro nel poeta Walt Withman che aveva cantato la libera America degli individui e degli spazi alla fine dell’800, il grande padre della poesia americana che avverte che “Leaves of qrass” (Foglie d’erba) “è il canto di un grande individuo collettivo, popolare, uomo o donna”, che dopo l’esecuzione del vecchio abolizionista -John Brown scriveva:

Io son quell’uomo, io soffro, io mi trovavo là

Il disdegno, la calma dei martiri,

La madre di un tempo, condannata come strega,

Arsa sul secco rogo, sotto gli occhi dei suoi bambini,

Lo schiavo inseguito che s’accascia nella fuga,

si lascia cadere contro lo steccato, ansimante, madido di sudore

Le fitte che come aghi gli pungono le gambe e il collo,

i mortali goccioloni, le pallottole

Tutte queste cose io sento e sono.

Naturalmente quello beat fu un movimento tutto considerato di natura più letteraria che sociale. Droga, jazz freddo, sesso interrazziale e buddismo zen erano un modo di manifestare il rifiuto della dominante cultura americana (creare cioè una controcultura). “Pour epater les bourgeoises” diventò lo slogan dello stile di vita beat, la conformità venne rigettata richiamandosi all’integrità artistica, accettando la povertà e lo scollamento sociale. I beat vissero come sbandati nei quartieri poveri di New York, delle grandi città americane, insieme nella strada, nei locali dove impazziva il jazz bee-bop dando vita ad un movimento comunitario, cresciuto nella strada, fatto di vibrazioni raccolte dalla strada. Ma quanto di romantico vi era nella personalità degli autori e dei personaggi della Beat Generation, quel loro senso di individualismo esasperato impedì che questo primo momento si evolvesse in un’unione comunitaria più formalizzata. Una parte di loro si trasferì sul Pacifico, a San Francisco, realizzando una specie di “comune intellettuale” e fondando una libreria editrice, la City Light Books diretta da Lawrence Ferlinghetti, che stampava in proprio le opere degli scrittori e dei poeti beat. Dopo la metà degli anni ’50, una parte di loro si fece chiamare beatnik, con riferimento provocatorio allo sputnik, il primo satellite artificiale inviato nello spazio dai sovietici, impresa che aveva lasciato costernati gli industriali, i generali ed i politici americani.

Gregory Corso ed Allen Ginsberg sono sicuramente i due maggiori poeti della generazione beat. Kerouac nel parlare di Corso diceva: “Gregory era un ragazzino duro dei quartieri bassi che crebbe come un angelo sui tetti e che cantava canzoni italiane con la stessa dolcezza di Caruso e Sinatra, ma in parole. ‘Dolci colli milanesi’ riposano nel suo animo rinascimentale, la sera scende sui colli. Stupefacente e bellissimo Gregory Corso, il solo ed unico Gregory. Leggete lentamente e vedete”.

Corso scrisse anche alcune interviste fittizie sulla beat generation, nelle quali egli è contemporaneamente intervistatore, intervistato e smaliziato spettatore:

– Che cosa pensa della beat generation?

– Penso che non sia un accidente, penso che non esista. Non c’è niente di simile a una beat generation.

– Lei non si considera beat? –

– Cavolo, no non mi considero beat, o beatificato.

– Che cos’è allora, se non è un beat?

– Un individuo, niente.

– Non le importa dell’esistenza del movimento beat?

– Non me ne importa un cavolo, amico.

– Non ama i suoi simili?

– No, non amo i miei simili, anzi non mi piacciono per niente, eccetto l’individuo se arrivo a conoscerlo; non voglio governare o essere governato.

– Ma lei è governato dalle leggi della società …

– Ma è una cosa che cerco di evitare.

– Ah, evitando la società lei diventa separato dalla società ed essere separati dalla società è essere beat…

– Ma davvero?

– Davvero.

– Non capisco, io non voglio starei per niente nella società, voglio restarne fuori.

– Affronta la realtà amico, tu sei un beat.

– Niente affatto! Non è nemmeno un desiderio consapevole da parte mia, semplicemente sono fatto così, sono quello che sono.

– Amico, sei così beat che neppure te l’immagini!

– Ma lei cosa ne pensa della beat generation?

– Un certo stile, se ci si ripensa, vecchie foto, Fitzgerald a Parigi, 1920, alta società, proibizionismo, jazz; ciò che caratterizzò una generazione piuttosto che ciò in cui essa credeva.

I fatti fondamentali sono sempre gli stessi, cambia lo stile ma i fatti, ragazzo mio, i fatti restano.

– In che cosa pensa che consista la beat generation?

– Consista? Oh, persone beat con idee beat che non hanno legami con niente tranne che uno con l’altro.

– Allora è una generazione d’amore …

– No, amico. Siamo in alto mare. Mi faccia un’altra domanda.

– Lei non crede nell’amore?

– Amico, lei è grande. Tieni, dai un tiro d’erba.

 

L’AREA DELLA CONTROCULTURA

Nei racconti di Kerouac, nelle poesie di Ginsberg, nei testi di Miller, c’era abbastanza vitalità e novità per produrre una forte identificazione con quei modelli di vita anche in Italia. Ed è con questi riferimenti che nasce un’area della controcultura nelle città italiane. Iniziano i viaggi verso oriente alla ricerca di cultura e di saggezze diverse da quella bianca ed occidentale, la critica alle istituzioni si estende: dalla famiglia alla scuola ed alla trasmissione dei saperi; dal rifiuto dell’integrazione nel mondo del lavoro all’obiezione al servizio militare; dalla critica del concetto di ‘follia’ al rifiuto dell’istituzione psichiatrica; dal rifiuto della ‘giustizia borghese’ alla richiesta di abolizione del carcere. Su questa strada di critica alle ‘istituzioni totali’, i beat italiani troveranno vaste alleanze anche negli intellettuali rivoluzionari e democratici, che negli anni successivi prenderanno anzi in mano direttamente gli sviluppi delle battaglie su questi temi. Le prime forme evidenti dell’esistenza di un ‘movimento beat’ si verificano a Milano nel 1965. Un gruppo di ‘capelloni’ prende in affitto un negozio e lo trasforma in un luogo d’incontro. Stampa con il ciclostile e con tecniche molto creative un proprio giornale che inizialmente si chiamerà ‘Mondo Beat’ e poi ‘Urlo Beat’, ‘Grido Beat’. ecc. Il mix culturale che si deduceva da questo giornale era una singolare fusione tra istanze anarchiche, filosofie orientali, rivolta esistenziale, battaglia contro il razzismo nel nome di Malcolm X, il leader dei Black Muslims americani. Molti ‘capelloni’ vengono dalla provincia e si arrangiano a vivere vendendo collanine ed altro (sul modello equivalente inglese ed americano). Chiunque arriva alla sede di Mondo Beat trova fratellanza ed appoggi comunitari. I beat sono non-violenti, e quando qualcuno di loro viene fermato dalla polizia sfilano davanti alla questura portando fiori in segno di conciliazione, ma anche con marcata ironia. Il loro quartiere di riferimento è Brera (il quartiere degli artisti), ma cominciano a sentire la necessità di qualcosa di più genuino e comunitario, sul modello del movimento hippy.

Gli hippies, molto più estesi e ‘sociali’ dei beat, ne raccolsero, radicalizzandola, l’esperienza culturale, ponendo al centro della loro pratica il problema della “comune”, della vita di gruppo, dentro cui sperimentarono non solo il livello politico del dissenso, ma anche quello della dimensione quotidiana ed interpersonale (come si sarebbe detto poco dopo: “quelli che parlano di rivoluzione e di lotta di classe senza riferirsi esplicitamente alla vita quotidiana, senza comprendere ciò che c’è di sovversivo nell’amore e di positivo nel rifiuto delle costrizioni …costoro si riempiono la bocca di un cadavere”). Come parte del movimento più ampio di rifiuto della civiltà capitalistica gli hippies si espressero dapprima in un tentativo di creare dall’interno della città stessa una realtà ad essa alternativa, nella forma della ‘free city’ articolata nei suoi centri comunitari e di assistenza e di mutuo appoggio, successivamente nell’abbandono del territorio urbano per un’appropriazione della diversa dimensione esistenziale dell’ambiente e della natura: back to nature. Comunque il fenomeno comunitario inizialmente crebbe addirittura nelle strade. A livello sovrastrutturale la strada è il luogo dove il capitale si rappresenta e si pone, e la sua funzione alienata annulla ogni possibile rapporto tra l’uomo e l’ambiente; tuttavia è possibile modificare un habitat, anche profondamente, intervenendo sulle sue strutture fisiche, agendo sull’uso fittizio che esso impone, e questo è quanto fecero gli hippies e successivamente i “politici” sulla base della parola d’ordine “prendiamoci la città”. La riscoperta di un approccio diretto con la comunità urbana, con quella realtà che era espressione della cultura dominante e quindi della classe dominante, fu quanto mai corifeo di energie nuove. Vivere agli angoli delle strade, nelle piazze, assunse un significato rivoluzionario: la banalizzazione del territorio nemico, la città, per usarla in un modo nuovo, umano. Quel che di mitico rimanda alla mente il nome di certe zone urbane: Brera, Campo dei Fiori, Village, il Dam, Piccadilly, è legato al ricordo di ciò, al fatto che esse furono le prime comunità alternative, le prime “zone liberate”.

La cultura hippie negli USA, in Italia ed altrove fu una cultura orale, visiva si può dire addirittura, e le comunità urbane sorte nelle strade furono il mezzo ideale per propagandarla. Così i capelli lunghi, testimonianza di un discorso di rigetto, così i vestiti stracciati, maniera di esternare il rifiuto del concetto tutto esteriore e borghese del decoro (…) L’abito volutamente stracciato è una cosa ben diversa dall’abito povero, mentre quest’ultimo ubbidisce soltanto alle leggi economiche, il primo, che è poi l’abito hippy è la testimonianza di una presunta ricchezza culturale. L’aspetto esteriore diventava mezzo di comunicazione che permetteva subito di distinguere l’amico dal nemico e con ciò il riconoscimento dei membri delle prime comunità temporanee alternative. Se sei sporco e stracciato difficilmente frequenterai una casa borghese, se hai i capelli talmente arruffati da non poterli pettinare difficilmente troverai un posto di lavoro “rispettabile”. Naturalmente i beat cercarono continuamente di organizzare spazi liberati ovunque duramente osteggiati dai benpensanti e dalla stampa borghese. A Milano, che è una specie di riferimento nazionale, dopo un’iniziale aggregazione all’aperto in piazzale Brescia si trasferiscono decisamente nel metrò di Piazza Cordusio con rapide e continue puntate in Piazza Duomo sotto il monumento del “pirla a cavallo”. Il loro numero ingrossa continuamente (da una ricerca del ’67 si ricava che sono 1200 in Svizzera, 2500 in Austria, 3000 in Belgio, 6000 nella Germania Occidentale, 7000 in Italia, 18000 in Inghilterra, 20000 in Olanda, 26000 in Francia, 30000 negli Stati scandinavi) ed il loro muoversi a tutto campo contro gli stereotipi fasulli della società borghese e progressista li porta frequentemente ad intersecarsi con la nascente protesta studentesca. L’intolleranza nei loro confronti assume sempre più frequentemente toni polizieschi: a Novara vengono sequestrati e “tosati” sulla pubblica piazza da un gruppo di militari in libera uscita, a Milano sono centinaia i fogli di via emessi d’ufficio dalla questura, mentre il Corriere della Sera li qualifica come teppisti e delinquenti destinati alla “sala celtica” I beat reagiscono con metodi non violenti: entrano in questura offrendo fiori ai poliziotti, cominciano a scrivere sui giubbotti e le magliette la propria protesta (una pratica che, aldilà delle commercializzazioni, durerà fino ai giorni nostri), elaborando strumenti sempre più complessi di analisi controculturale, incrociandosi con la nascente protesta studentesca (una loro lunga intervista rilasciata al giornale del Liceo Parini “La zanzara” viene censurata dal preside), radicalizzano la già profonda opposizione nei confronti del ‘sistema dei partiti’ totalmente incapace di comprendere la loro rivolta esistenziale.

Nel 1967 i beat milanesi decidono di tentare l’esperimento di una grande comune all’aperto, anche per rispondere alla crescente richiesta di ospitalità comunitaria che proveniva dal “paradiso degli uomini fottuti” (così a volte autodefinivano la loro comunità). Affittano un grande prato in fondo a via Ripamonti, vicino alle “fresche acque” del canale Vettabbia. Rapidamente il prato si riempie di tende e di costruzioni precarie e fantasiose. Per i giornali borghesi è nata “Barbonia City”, il centro delle più “turpi efferatezze” dove si compiono “nozze sacri leghe” e la “droga scorre a fiumi”. La campagna di stampa del Corriere della Sera è forsennata e quotidiana, mentre la molto socialdemocratica borghesia milanese accorre curiosa e salottiera intorno al campeggio per provare il brivido della “trasgressione” e non evitando di desiderare connubi “desideranti”. I beat reagiscono sbeffeggiando sia il Corrierone che i titolati glutei sanbabilini, mentre la polizia staziona regolarmente dall’altro lato del prato. Ma con uno dei tanti pretesti polizieschi (la ricerca di una minorenne scappata di casa) la campagna contro “Barbonia City” riprende ancor più vigore, e nella solita alba poliziesca il campeggio viene sgombrato, le tende distrutte ed incendiate con i lanciafiamme per motivi d’igiene. La grande comunità informale dei beat si disperde nella metropoli, tentando un esperimento di “abbaini aperti” (importanti quelli di via San Maurilio), mentre oramai sta esplodendo il mitico ’68. In una prima fase i beat si trovano frequentemente a fianco delle lotte studentesche, contribuendo a complessificare, a dare spessore ed orizzonti esistenziali alla ribellione antiautoritaria, anticapitalistica ed antiburocratica del movimento degli studenti: “Contestiamo la famiglia come focolaio d’egoismo, la scuola da pag 137 a pag 145, il lavoro che ci timbra l’anima assieme al cartellino”, scrivevano su Mondo Beat alla vigilia del ’68. Insieme alla diffusione delle “tecniche di liberazione psichica” e all’antipsichiatria, la pratica della controcultura, del portare a livello di scelta radicale e di vita la contestazione, ebbe nelle occupazioni universitarie un ruolo determinante. Ma proprio quando la saldatura sembrava possibile, l’effetto parallelo e speculare della repressione poliziesca e dell’emergere della necessità dell’organizzazione, del partito, assestava al movimento beat il colpo definitivo. Fatti fuori nell’Università oramai in mano ai neostalinisti, privi di riferimenti sicuri nel territorio metropolitano, si disperdono nella “città maledetta”; tentano le comuni agricole (grande il tentativo di Ovada), iniziano i viaggi verso l’oriente in cerca di altre culture ed altre dimensioni dell’essere; si marginalizzano sotterranei, ironici ed anticipatori, paralleli ai movimenti politici verticali ed ideologizzati nei confronti dei quali continuano ad esercitare la stessa critica radicale che avevano usato nei confronti dei loro padri.

Nel tempo e negli anni e mentre i “formidabili apparati dei gruppi” si disintegravano, le definizioni nei loro confronti si differenziarono: hippie, freak, underground, ecc. Tutte legittime e con grandi radici culturali ma limitative degli interrogativi di base di quel movimento: che senso dare all’esistenza, al vissuto quotidiano, al proprio corpo, al rapporto con la natura e con gli altri esseri umani. Qual è la strada nuova, non ideologica, per la rivoluzione?

«Mondeggi è una piccola ZAD dal cuore grande»

Il Lunatico di Bianca Bonavita intervista Giovanni, contadino della fattoria di Mondeggi.

 Caro Giovanni, queste sono le domande che abbiamo pensato:

– Cos’è Mondeggi fattoria senza padroni (storia e attuale
conformazione, quante persone, quali lavori, organizzazione della
fattoria ecc ecc)

– Mondeggi può definirsi una comune? perché?

– Quella contadina è una forma di vita oltreché un lavoro.
Condividete questa affermazione? Come si declina nelle vostre
esistenze quotidiane?

– Riconoscete dei punti di contatto con l’esperienza della Zad? quali?
e le differenze?

– Voi citate esplicitamente il concetto di bene comune e vi siete
sempre definiti mondeggi bene comune. Si tratta di un termine non
privo di problematicità ed è stato spesso utilizzato in chiave
democratico/rassicurante da certi settori benpensanti della sinistra
cittadinista radical chic. Voi, che siete certamente altro rispetto a
quella retorica, come declinate/intendete questo concetto nella vostra
pratica politica e nella vostra quotidianità (che sono strettamente
intrecciate)?

– Come sono i vostri rapporti con le istituzioni? in occasione della
manifestazione del 29 aprile a Firenze la città metropolitana ha
diramato un comunicato molto duro in cui tra le altre cose vi accusa
di fare indebitamente  del “profitto”. Come rispondereste a quel
comunicato?

– Quali sono le vostre prospettive per il futuro? Via aspettate uno
sgombero violento? Come pensate di condurre la lotta nei prossimi
tempi?

Buon giorno amici e compagni,
è sempre un piacere avere a che fare con voi. Oggi è tutto fradicio, è piovuto forte nella notte, la nebbia sale
sulle colline come di autunno solo che il verde è più acceso e
invadente . Ora rileggo con attenzione le vostre domande e mi piace molto pensare a
quello che potrebbero contenere le risposte, sono temi di grande
discussione e riflessione a mondeggi ,le possibili conclusioni in merito
non sono univoche e sono fonte di continuo confronto interno. Mi rendo
conto che, con i tempi che mi avete dato, non riuscirò a fare un lavoro
condiviso con altri mondeggini. Oggi abbiamo una assemblea nel
pomeriggio ma già è piena di argomenti di cui parlare dopo questa
bella tre gg e non credo che potremo dedicare il tempo dovuto alle
vostre domande.
Comunque ho un po’ di tempo in questa mattina e proverò a rispondere
singolarmente. Vedete voi se utilizzare o no quello che segue. In ogni
caso, in seguito cercherò di fare un lavoro in collettivo intorno agli
stimoli che proponete.
Veniamo alle domande :

L’esperienza di Mondeggi non ha una origine nè una storia ma tante
origini e tante storie, una per ognuno di noi. Vi racconterò la mia.
Tutto nasce da un incontro (fortuito e casuale??) di tre diverse
conponenti di persone che nell’area fiorentina ad un cetrto punto , fine
2012 , hanno iniziato a conoscersi , confrontarsi e riunirsi intorno ad
un qualcosa che le accomunava.
Contadini ed attivisti di GC o comunque contadini e contadine in
resistenza , cittadini facenti parte del variegato mondo del consumo
critico come gasisti ,frequentatori abituali dei mercati contadini
autogestiti e più genericamente ecologisti e giovani universitari o
neolaureati che in quel momento erano attivi nel collettivo della
facoltà di agraria di Firenze.
Cosa accomunava queste persone , con vite così diverse ,storie
personali diverse e diverse aspettative?
La campagna terrabenecomune lanciata da GC in opposizione alla svendita
delle terre a vocazione agricola offriva molti spunti di riflessione ed
azione politica.

La voglia di prendere in manole redini della propria autodeterminazione territoriale a partire dalla soddisfazione del bisogno primario che, nel nostro mondo, pare non essere nè il cibo nè l’acqua nè l’aria ma la socialità fra umani e umani, fra umani e animali e piante, fra umani e la terra.

La consapevolezza comune che i nostri governi, le nostre istituzioni, appaiono molto lontane da anche solo immaginare di fare qualcosa di sensato per soddisfare i nostri urgenti bisogni.La fattoria senza padroni di mondeggi prende forma e mette radici in questo humus.

Le assemblee,le passeggiate per i sentieri della tenuta in abbandono e
sulla via della privatizzazione, la condivisione di aspirazioni, sogni e
desideri di qualcosa di altro rispetto alla solita e consentita strada
da percorrere mettono in moto dei meccanismi inaspettati.
Nasce la carta dei principi e degli intenti , primo manifesto
dell’esperienza dove si tracciano le fondamenta di questo esperimento
sociale. La bussola con la quale orientrsi e mantenetenere dritta la
rotta verso pochi e fondamentali principi.
La terra, la sua cura, abitarci sopra, essere presenti con quello che
ci circonda, i campi, i fossi, i boschi, le pietre, le piante e gli
animali (noi compresi) sono il quotidiano con il quale mescolarsi. La
condizione contadina con la ricerca dei modi più corretti di
appropriazione delle risorse necessarie alla nostra vita e alla nostra
riproduzione, per noi e per le generazioni future .
Fare il contadino non è scegliere una professione o un mestiere ma è
praticare un modo di vivere.
In netto contrasto con il sistema che ci vuole cittadini, professionisti
di qualcosa, imprenditori, dediti al reddito e non alla vita ,
costretti ad attraversare i luoghi della nostra esistenza senza nessun
coinvolgimento con essi, l’alloggio (con mutuo o affitto), il mezzo di
trasporto, il posto di lavoro, il parco, il marciapiede, i centri
commerciali, le autostrade, asettici e igienizzati quanto mortiferi e
avvelenati.
Mondeggi è una comunità in ri-costruzione, al momento in forma di
presidio contadino, custodire, prendersi cura è molto diverso
dall’amministrare .
Questa comunità dove i rapporti diretti fra umani, i legami amicali e
solidali fra persone sono più importanti di quelli codificati e
“riconosciuti” dal sistema non saprei se possiamo o no definirla una
comune. L’autogestione, l’autogoverno, poche semplici regole che, in
modo assembleare, trasparente e aperto a chiunque ne condivida i
fondamenti, sono gli strumenti con i quali si tenta di costruire e far
vivere questa comunità che attraverso la terra ed i sui frutti ci
permetta di soddisfare i nostri bisogni .
Molti, fatte le debite proporzioni, sono i punti di contatto con le ZAD
nate in territorio francese: visioni politiche e di convivenza sociale, capacità di immaginare un
futuro senza per forza confrontarsi con le istituzioni, pluralità di
queste visioni, non necessariamente una unica ma che possono convivere
in continuo confronto e reciproca contaminazione, il fatto di essere
partiti da una lotta specifica ed aver poi allargato gli orizzonti a
molto altro, credo siano le più appariscenti.
Mondeggi è una piccola ZAD dal cuore grande e tutti quanti noi nutriamo
il sogno di vederla crescere e moltiplicarsi in territori diversi ,
contagiosa come la libertà e la gioia. Ci piace l’immagine di poter
mantenere dei fuocherelli accesi nel buio totale nel quale sembra che
siamo destinati a piombare, anche molto velocemente, su questo pianeta.

Fuocherelli intorno ai quali, probabilmente, sempre più persone, animali e piante tentino di rifugiarsi.
La terra è un bene comune, la sua privatizzazione senza limiti è un
sopruso e un delitto.
La vita di un contadino che se ha fortuna può utilizzare la terra per
tutta la sua durata (decine di anni) è ben poca cosa rispetto alla vita
della terra (milioni di anni) se la sappiamo mantenere in modo corretto
La comunità autogestita affida la custodia per la minuscola frazione di
tempo della vita del contadino, a lui stesso che si impegna a prenderla
e mantenerla vitale e in salute e a riconsegnarla migliore o come minimo
uguale a come l’ha ricevuta .
Questo semplice meccanismo per poter funzionare e far sì che la terra
sia veramente un bene comune necessita che la comunità esista e che sia
più forte e longeva dell’ individuo e che la sua conduzione sia
effettuata con modalità contadina agroecologica, svincolata dalle
logiche del capitale e del profitto.
Ben diverso dalla ripulitura dalle cartacce e dai rifiuti di una rotonda
o di un angolo di spartitraffico lasciato all’incuria dall’ammonistrazione che è ben lieta, in questo caso solamente. di
accogliere a braccia aperte l’iniziativa del popolo. Va regolamentato ma
si può fare, con calma e senza esagerare.
Nei percorsi legalitari che parlano di beni comuni sembra sia solo
questa la logica con la quale interpretare, ripeto senza esagerare, il
principio di sussidiarietà contenuto nella nostra costituzione .
Come è facile intuire i rapporti con le istituzioni non sono facili.
La posizione dell’istituzione proprietaria del bene che stiamo
custodendo sostituendoci alla loro incapacità e sperimentando nuove
forme di convivenza sociale politica ed economica , di nuovo
sostituendoci alla loro incapacità o meglio alla loro imparzialità è
molto rigida .
Gli amministratori di turno sono presi nella morsa di dover in qulche
modo salvaguardare la parte del corpo che depongono giornalmente sulle
loro amate poltrone da incidenti amministrativi come danno erariale o
peggio e al tempo stesso mantenere salde le redini dell’esercizio del
potere ricevuto dal mandato elettorale. Amministrare proprietà private
come enti pubblici (ripeto ben altro che custodire) non appare facile e
in tempi di vacche magre dove non è più possibile spendere e spandere
in cambio di favori personali o ricerca del consenso lo è ancora di
più. L’ingordigia delle banche e del sistema capital/finanziario
aumenta la pressione estrattivista sulle popolazioni.
Estrattivismo che toglie ricchezza e possibilità alle persone in questa
fase postcapitalista dove i profitti delle produzioni industriali si
stanno spostando in altre parti del globo .
Durante la tre giorni di GC dello scorso 27-28-29 aprile a Firenze il
tema di fondo dell’incontro era proprio l’esperienza di Mondeggi come
pratica di riappropriazione, autogestione, agricoltura contadina e
agroecologia .

Nella giornata del 28 con il riuscito corteo cittadino e la relativa
attenzione dei media abbiamo stanato la bestia. Un durissimo comunicato
della citta metropolitana ( proprietaria di Mondeggi) ringhiava una
retorica della legalità alludendo a reati come l’occupazione ,
l’appropriazione indebita di beni e di frutti di attività illecita,
danni fisici e di immagine alla pubblica amministrazione .
La risposta più immediata è stata la completa smentita delle loro
tesi.
Non esiste una occupazione in quanto non esiste un determinato e
circoscritto nucleo di cittadini che si è impossessato di un bene della
collettività per trarne profitto personale ma esiste una parte della
comunità diffusa territoriale (l’unica al momento) che si è sostituita
alle incapacità dell’amministrazione a mantenere in buono stato quella
parte di territorio tracciando la strda della privatizzazione come unica
percorribile.
Esiste un importante esperimento sociale di autogestione di una
comunità che non trae profitto da quel bene destinato ad arricchire
personalemnte i partecipanti ma in maniera trasparente, assembleare e
aperta a tutti e tutte ridistribuisce nel territorio e per il territorio
la ricchezza prodotta. Esattamente l’inverso della privatizzazione.
Il futuro, al momento può forse darci un po’ di respiro, senza
inasprimenti conflittuali della vertenza, per la mancanza di compratori
disposti a pagare la proprietà per il suo valore di stima reale.
Il costo politico in termini di consensi di uno sgombero violento a
danno di una parte sempre più grande della comunità locale che sta
manifestando il proprio interesse e il proprio attaccamento a quel
territorio e quello che rappresenta senza una alternativa reale appare
difficile da sostenere anche per i più funambolici mestierianti della
mistificazione come i nostri amministratori.
La Fattoria senza padroni continua a produrre cibo sano per la comunità
a custodire la terra con l’agricoltura contadina agroecologica e a
coltivare il bene comune gridando le parole di Zapata «restituiamo la
terra ai suoi legittimi non proprietari!».