Una nuova sequenza rivoluzionaria?

Qui di seguito pubblichiamo due testi, uno proveniente da Barcellona e l’altro da Santiago del Cile e Parigi, che ci danno un’altra idea, un’idea affettiva di quello che sta accadendo lì, e non solo lì, rispetto alle narrazioni che fino ad ora sono state fatte in Italia. Quello che appare a un colpo d’occhio è che sia in corso a livello globale un sommovimento tellurico che inizia a somigliare all’introduzione di una nuova sequenza insurrezionale, dopo quella vissuta dieci anni fa.

L’insurrezione viene, viene, viene…

PONTE AEREO HONG KONG/BARCELLONA

SECONDA SETTIMANA

…se noi inseguissimo qualche onore sarebbe quello di essere iscritti per la posterità nella storia dei cataclismi…
Le Grand Jeu

Rovine
La Spagna è una rovina. Il vento percorre il vuoto lasciato dai Grandi di Spagna. Come vuole la tradizione, siamo stati saccheggiati da tutte le generazioni di governanti, da ogni generazione di commercianti e truffatori. Solamente a pezzi, le spagne possono provare a ricomporsi in un modo che sia all’altezza della loro arte e delle loro feste. Hong Kong, Cile, Ecuador, Haiti, Libano e la Francia dei Gilet gialli mostrano che l’ordine che governa il pianeta è una rovina. Una rovina feroce che protegge le sue bolle di sapone come fossero di diamante.

Consiglio dei Tumulti
Nel XVI secolo scoppiò nei Paesi Bassi una rivolta contro la Corona spagnola. Esigevano la libertà di culto. Volevano potersi convertire alla religione protestante. Nel 1556, Filippo II inviò il duca d’Alba per schiacciare la sedizione. Istallò un regime di terrore e di repressione sotto il segno di un’istituzione chiamata Consiglio dei Tumulti, che non era altro che un tribunale d’eccezione. Davanti alle proteste per la sua arbitrarietà, Fernando Alvarez de Toledo, il duca, rispose: “tanto meglio, se alcuni muoiono per errore, diventeranno dei martiri e andranno diritti in cielo”. Il Principe d’Orange innalzò allora il suo motto “Io rimarrò” e iniziò la sua campagna con la plebe del mare, gente comune che si concentrava rapidamente nei canali e poi si disperdeva. L’impero spagnolo dovette impegnarsi in una guerra di 80 anni, perse i suoi territori e cominciò a crollare. Oggi la Spagna vuole riprodurre la sua strategia di terrore e di repressione.

Bloccare tutto
È stata questa l’intuizione principale della rivolta catalana. Il blocco dell’aeroporto ha mostrato a quelli che volevano vederlo il carattere illusorio della normalità. I blocchi delle strade, delle autostrade e delle stazioni ferroviarie si sono estesi a tutto il paese. E sono diventati altrettanti luoghi d’incontro, di elaborazione, d’ingegnosità dei corpi e delle barricate. Durante questa seconda settimana tutto continua a inventarsi. Vi sono due tronchi d’albero posti sui binari dei treni, così come dei semplici ganci bloccarono molto tempo fa la circolazione dei treni ad alta velocità in Germania e in Francia.

Non aspettiamo niente – adesso che tutto comincia
Sono dei ragazzi quelli che fanno avanzare la rivolta dappertutto nel mondo. “Ci hanno tolto il sorriso”. “Adesso che ci siamo ribellati, non vogliamo più scappare”. “Siamo qui per ogni schiaffo ricevuto dalle nostre nonne”. “Quello che stiamo facendo è difenderci. La nostra voglia di cambiare il mondo è più grande della paura che invade i nostri corpi”. Durante questa seconda settimana sono cominciati i blocchi e le occupazioni di molte università. Alcuni si sono trovati di fronte a gruppi di estrema destra e studenti cittadinisti. “Noi resteremo”. Quelle che resisteranno possono diventate delle basi per intensificare la circolazione e gli incontri.

Condividere la rivolta
Come accade ovunque, le rivendicazioni che aprono il conflitto non risolvono tutto. Che sono trenta centesimi in più? E uno Stato in più o in meno? Sono solo le gocce che riempiono il bicchiere di un realtà che non è capitalista. Una volta che l’eccedenza è cominciata, sono le forze in presenza che determinano l’apertura della situazione. Ovvero il senso di quello che accade e di ciò che viene interrotto. La vita che si apre nella rivolta non solo rompe lo scorrere della normalità, ma mette fine alla separazione e all’indifferenza che nutrono la sofferenza che ci abita. Adesso che tutto inizia, è il momento di mantenere ed estendere i legami che si sono infiammati dietro le barricate. Ognuna e ognuno di noi condivide, con gli occhi pieni di luce, il desiderio di cambiare tutto costruendo dei ponti. Questo vuol dire prestare attenzione a quello che si fa: ai legami d’amicizia, sia tra le forze anonime che prendono le strade che tra le vite che si intrecciano nei gruppi che si organizzano dappertutto.

Comitati locali
Alcuni vorrebbero che la rivolta fosse una questione del popolo catalano. Idea romantica e borghese del XIX secolo. In ogni rivolta vi sono dei frammenti di popolo. E sono dei frammenti sempre più grandi e determinati che aprono delle brecce nella normalità e che rovesciano il tavolo da gioco. Rovesciano il tavolo, spazzano via la beatificazione della miseria sancita dai mossos del governo catalano e dalla polizia nazionale spagnola. Sono i comitati di difesa locale, i Comitati di Difesa Repubblicana e i gruppi organizzati nei quartieri e nei villaggi che hanno l’iniziativa. Per quanto dispersi e inconsistenti possano apparire, sono in ogni luogo in cui l’immaginazione politica eccede i governi, che non possono nulla davanti milioni di corpi organizzati. Non siamo soli. Tutta la sofferenza e la tristezza che lacera la nostra esistenza lancia un grido per tessere delle alleanze per l’autodifesa.

Destituzione. Pensare, combattere, costruire
Rosa Luxembourg diceva che non è lo sciopero generale che crea la rivoluzione ma la rivoluzione che porta con sé lo sciopero generale. Perché ogni rivoluzione è un processo che ha il proprio tempo, fino a quando diviene percettibile in una data epoca. Lo stesso accade con ogni processo destituente, che sarà l’uscita più intelligente dalla catastrofe ecologica ed esistenziale di questo mondo. Non ci attende nessun futuro stabile. La destituzione dello stato di cose presente non è solamente distruzione. È, allo stesso tempo, l’apertura di luoghi e la creazione di forme, in un processo che costruisce. Nella rivolta contro questo mondo, che salta di paese in paese, che si intreccia da città a città, il processo destituente resta aperto. La destituzione vuol dire anche costruire delle percezioni condivise sul fatto che ciò che non è, è possibile: tutto quello che abbiamo visto in questi giorni, tutto quello che possiamo immaginare contro l’amministrazione totalizzante che governa la perpetuazione del disastro.

Tout le monde déteste la police
Ovunque la polizia appare come l’ostacolo tra la rivolta e i padroni del mondo. In Catalogna e a Barcellona è stata un’evidenza, per tutti, che ha rotto i riflessi della paura che le televisioni e le altre macchine di governo rimandano senza posa. La paura dell’altro e la paura del povero. Tout le monde déteste la police. La polizia che ha strappato quattro occhi in sette giorni. Quella che ha cercato di schiacciarci con le loro camionette e che una volta ci è riuscita. Che ci picchia e ci arresta indiscriminatamente. La vecchia tattica di Hong Kong, essere fuoco e essere acqua, bruciare e ritirarsi, essere imprendibili come l’acqua e fragorosi come il fuoco, per dei mesi, mostra l’inanità dell’istituzione poliziesca davanti l’intelligenza strategica di migliaia di insorti. “Noi siamo la polizia e facciamo quello che ci pare. Noi siamo la Legge”, dicevano l’altro giorno a un giornalista. Se la polizia è la legge, la rivolta è la forza senza nome che prende tra le sue mani un’altra maniera di vivere in questo mondo.

Oggi il regime è finito. Perché questo mondo sta finendo.
L’insopportabile leggerezza con la quale l’insopportabile vive in noi
si presenta con l’estrema pesantezza che da sempre ci portiamo dietro
Il viso che chiama alla rivolta è anonimo
Come l’acqua, riempire, fino a traboccare. E ritirarsi.
Come il fuoco, bruciare improvvisamente, ridurre in cenere. E volatilizzarsi.
Ancora e ancora. Migliaia di corpi, di ricordi, di esseri andati via.
Ancora e ancora ogni giorno di festa. La festa è l’insurrezione dei corpi, degli sguardi, delle presenze. Contare senza contare. Perché l’insurrezione di fronte al collasso è la sola festa possibile.
Che succederà dopo?
Dopo fu ieri. Ieri è già troppo tardi. Oggi finisce il regime.
Domani è pura fiducia
nella vita comune e ordinaria che brucia a fior di pelle
quando vi abbraccia

Qualunquità, ancora uno sforzo…

 

Questo comunicato è stato scritto congiuntamente da Santiago del Cile e Parigi.

 

Clinamen. Neanche il più piccolo degli incidenti che vorremmo attribuire al caso può verificarsi senza generare un’intera situazione. Belle come gli incontri fortuiti di polizia e di folla lungo il mappamondo, le insurrezioni di Santiago hanno cristallizzato in qualche ora i nodi e le disposizioni di questo tempo. Dal punto di vista del territorio: l’importanza crescente della circolazione, che fa di ogni nuovo aumento di prezzo una questione di sopravvivenza. Dal punto di vista del potere: le sordide infrastrutture securitarie, inevitabile rovescio della medaglia del capitalismo cibernetico, e l’eterna possibilità di ricorrere ai vecchi riflessi quando le nuove scellerate leggi non sono ancora state promulgate: lo stato di emergenza e un esercito sempre uguale dai tempi di Pinochet. Dal nostro punto di vista: la sorda temporalità delle inclinazioni strategiche, la spinta irrefrenabile di un desiderio di insurrezione profonda e duratura, gli sforzi coscienti di qualche cervello, di qualche corpo per accompagnare il movimento da cui dipende il nostro futuro. E, infine, il coraggio di migliaia di liceali — in grado, da soli, di chiamare una capitale intera a insorgere.

 

Ferocia. «Nessun predatore ha mai saputo che farsene della nostra ferocia libera da catene, mai ridotta in gabbia. Perché è in fuga sempre, e sempre traccia la propria rotta. Chiamata si mostra, poi scompare. E colpisce e insiste, come il dolore. Perché è dolore. Il dolore è la nostra storia. Questa storia che è dolore oggi si riaccende, infuria, con un balzo supera le cancellate, saccheggia la città nemica, la città assediata, la città dai nomi così colonialmente rispettabili. La città dei timorosi, la città di chi ha giocato al faraone. Ma no: non ci sottometteremo. Nessuno, né a Santiago, né in Cile, né altrove, accetta di pagare con la propria vita la follia delle loro ricchezze».[1]

Noi. Mai avremmo pensato di vivere in un mondo in cui poter seriamente pensare di scrivere una frase solenne, una di quelle care vecchie frasi che credevamo definitivamente archiviate nel deposito curiosità storiche. Uno di quegli appelli degni di Marx alla “proletari (e proletarie) di tutti i paesi, unitevi!”. Eppure, scontro dopo scontro, città su città, di settimana in settimana, la sensazione è proprio quella di vivere un sollevamento comune. La crisi della governamentalità si è generalizzata: qualunquità di tutte le metropoli, riunitevi.

Tracollo. Non hanno indietreggiato di fronte a 3mila tra morti e dispersi. Hanno torturato 40mila persone senza batter ciglio. Ora mobilitano l’esercito dopo un semplice principio di sommossa. La Cina, nel mentre, vieta la vendita di abbigliamento nero nel suo territorio. Allora diciamocelo: l’Impero vacilla. E checché se ne dica, ad ogni buon conto, è forse più vicino il tracollo del capitalismo di quella fine del mondo a cui tiene tanto.

Epoca. Era dal 1968, e dalla distruzione della sua eredità attraverso la risposta neoliberale, che i giochi non sembravano così aperti. I Gilets Jaunes, Hong-Kong, l’Ecuador, Haïti, l’Egitto, la Guinea, il Libano, la Catalogna, le Honduras e ora il Cile sanciscono l’aprirsi di una nuova fase. Per riformiste che siano le rivendicazioni dichiarate, siamo a un crocevia. Una classe ancora anonima, confusamente cosciente, comincia a comprendere che i nostri destini sono incrociati. La catastrofe ecologica in corso è il teatro della decisione tra le tenebre della sorveglianza e lo splendore del mondo che ritorna.

Qualunquità, ancora uno sforzo e sarete rivoluzionari. Facciamo appello alla disobbedienza incivile nelle metropoli di tutto il mondo.

Santiago-Parigi, 19 ottobre 2019

[1] Il paragrafo riprende in traduzione il comunicato del collettivo cileno Vitrina Dystópica, pubblicato in seguito agli scontri di venerdì 18 ottobre 2019 e la conseguente dichiarazione dello stato di emergenza (https://dystopica.org/2019/10/19/iiiintergalactico/).

Rovina, furore, frammentazione. Catalani, ancora uno sforzo…(1)-(2)

[ Questo è la prima delle quattro parti in cui è suddiviso questo articolo. Le seguenti verranno pubblicate una per settimana a partire da oggi. Parla specificamente della Catalogna, certo, ma in verità parla di qualcosa di più grande e che tocca noi tutti, ovunque pensiamo di vivere. ]

di Vicente Barbarroja – Grupo Sinan, Barcelona

« Mi hanno condannato a vent’anni di noia
per aver cercato di cambiare il sistema dall’interno
Ora sto tornando, sto tornando a vendicarmi»

Versione di L. Cohen, «First we take Manhattan» di MORENTE & LAGARTIJA NICK

A Pablo Molano, alle amiche e agli amici, due anni sopportando il dolore della tua assenza

Prima parte – Furore

La rapidità con la quale gli insorti si erano organizzati in qualcosa che sembrava un esercito avrebbe potuto sembrare rimarchevole in qualsiasi altro paese che non fosse la Catalogna. Però il principato aveva una lunga tradizione di azione collettiva. Durante le guerre civili del XV secolo, i contadini avevano formato “sindacati” notevolmente efficaci. Durante il secolo XVI e agli inizi del XVII […] bastava poco tempo affinché le notizie di conflitti armati si propagassero da una città all’altra, specialmente perché era pratica comune in Catalogna suonare le campane parrocchiali ogni volta che serviva aiuto. Le campane risuonavano in tutte le valli, da Sant Feliu fino a Tordera, durante quella prima settimana di maggio. La campagna si alza in armi e vi rimane.

JOHN H. ELLIOT, La revolta catalana, 1598-1640

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In Catalogna sarebbe potuta succedere qualsiasi cosa. Forse.

C’erano le energie psicologiche e la capacità di auto-organizzazione. Esisteva inoltre un immenso desiderio di interrompere il disastro presente...e ricominciare. Che cosa? Non è chiaro. Ma ciò che non era assolutamente chiaro era chi prendeva l’iniziativa. In ogni caso, “grandi e piccoli timonieri” non l’avrebbero fatto all’interno del proprio orticello politico. Questo, all’inizio, sembrava intelligente, anche se apparteneva esattamente a quel tipo di maledetta indecisione che è il motore delle catastrofi. Una tiepidezza e una stanchezza familiari alla vita metropolitana, familiari all’assenza di giusto furore. Furore giovanile, iuvenis furor? Dumezil osservava come la tradizione antica di molte città d’Italia “era di rappresentare come fondatori una banda di juvenes guidati da un animale di Marte”. Da una preistoria che continua a palpitare non solo etimologicamente in noi, un furore, allo stesso tempo fisico e soprannaturale, è legato nel vasto Occidente al conservare o ottenere una vera indipendenza.

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Il momento peggiore è stato quando non solo non si è fatto un appello a bloccare tutto, il che avrebbe dimostrato tanto de facto come de iure una totale indipendenza, ma che si è provato a giustificare la paralisi, anche tra i militanti, adducendo come motivazione la determinazione ad essere violento dello Stato e delle sue forze armate. “Noi siamo gente di pace”, dicono. Noi chi? Non saranno quegli stessi catalani di fronte alla cui provvidenziale ferocia e arguzia, tra provinciali e montanari, Machiavelli ricorda che quando fu eletto un Papa Borgia, o Borges, a Roma esclamarono «Oh no, i Catalani!». Siano maledetti coloro che sono troppo pacifici, poiché, come si è detto, la loro empia cautela gli imporrà sempre una minacciosa assenza di pace. Stando così le cose, risulta ridicola la pretesa di fondare uno Stato sovrano, se Stato è il monopolio della violenza e se Sovrano è chi decide nello stato d’eccezione. Né momento eccezionale né scontro decisivo. È vero, ciò che il Governo non voleva era scatenare un conflitto la cui ampiezza e intensità facessero sì che la situazione gli sfuggisse di mano. Una situazione di profondo malessere, un odio diffuso e le strade piene. È triste dirlo però, come in tutti gli strati culturalmente borghesi, ciò che si voleva era negoziare. E non sto parlando del “movimento” indipendentista, sto parlando delle forze organizzate al suo interno, dai partiti alle associazioni fino alla neo-socialdemocrazia radicale della CUP – il cui tatticismo parlamentare diventa la sua essenza dal momento in cui le buone teste lì presenti restano intrappolate come mosche nella vischiosa ragnatela istituzionale. Si disse già molto tempo fa che la borghesia era la classe polemica per eccellenza. Ciò che è accaduto è che, di fronte a loro, non hanno trovato la borghesia, hanno trovato lo Stato, “il più freddo dei mostri freddi”, che persegue solo la sua autoconservazione, anche e specialmente contro il proprio popolo.

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Quindi, cos’è che ha catturato o affascinato molte/i compagne/i in Catalogna? È vero che mano a mano che si avvicinava il referendum e venivano fatti i primi arresti, sembrava che il regime del ’78 potesse incrinarsi. Migliaia di persone sono scese in piazza, molte delle quali non indipendentiste, sentendosi vive, rompendo la solitudine. L’auto-organizzazione in comitati locali si estendeva come uno dei tratti politici distintivi di questo periodo. Blocco e sabotaggio, occupazione o apertura di luoghi di incontro anòmici, positivamente deliranti, e infine l’attacco alla polizia, fanno parte di una costellazione epocale incompiuta. Ad ogni modo, dopo la tristezza degli ultimi anni, nei quali il riflusso del ciclo di lotte è stato pagato con una moltitudine di suicidi e con una acutizzazione della regnante tossicodipendenza diffusa….almeno è qualcosa. Strategia no, ma qualcosa sì.

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Fascinazione di massa. Finalmente le masse scendono per le strade! Questa «gente» estranea alla quale si fa finta  di non appartenere. Il pomeriggio del 3 ottobre, con la Catalogna bloccata e stracolma di manifestanti per le strade di Barcellona, ci uniamo al picchetto che arrivava da Santa Eulalia, Sants e Poble Sec. Una molteplicità di spezzoni che attraversavano la metropoli ovunque si voleva, urlando «Le strade saranno sempre nostre!». Arriviamo ai margini della zona alta della città, la Avenida Diagonal, dove non ci si riusciva a muovere per la quantità di persone. Ad un certo punto sono andato a cercare un bagno e dell’acqua. Dovetti andare molto lontano. La composizione della massa che stavo attraversando sventolava anche bandiere indipendentiste, ma, nella loro maniera di comportarsi, non aveva l’aspetto di desiderare la medesima indipendenza. Me ne tornai nello spezzone, però mi sentii particolarmente strano, così decisi di andarmene e me ne tornai a casa camminando, impiegando più di un ora per attraversare strade piene di bandiere nazionaliste. Ricordo che, verso mezzogiorno, essendo fuggiti da alcuni picchetti di quartiere, stanchi dell’ansia di governarli tutti da parte di alcuni compagni, ho raggiunto, insieme ad uno spezzone composto da bambini, un’amica israeliana. Lì abbiamo incontrato degli amici anarchici andalusi, che erano venuti a Barcellona e che stavano all’interno dello spezzone della CNT. La mia amica israeliana era furibonda. Ci ha fatto un rimprovero molto forte. «Nel mio paese ho già visto tutto questo. Lo continuiamo a vedere da molto tempo!», diceva, «anziani che affrontano cariche della polizia mentre abbracciano altri poliziotti; bandiere nazionali che celano gli ideali di emancipazione. Che vadano a quel paese! Sono giorni che vedo su Facebook messaggi orribili, in cui vengono postate foto di abbracci ai poliziotti, scrivendo e rasentando il suprematismo: “I catalani avranno uno Stato come Dio comanda”. Quale popolo è stato più oppresso del popolo ebraico? E guarda cosa è successo! Volete uno stato? Siamo diventati pazzi o cosa? Noi non lottiamo contro tutto ciò che questo significa…?» —Lei aveva letto in questa situazione tutto quello che invece chi stava partecipando, spinto dal desiderio di cambiare tutto, non voleva riconoscere. Frammentazione.

Seconda parte – frammento per frammento

È tempo sopratutto, di conoscere nella propria presenza la presenza materiale e «storica» del possibile. La rivoluzione parte dal corpo.

Giorgio Cesarano, Manuale di sopravvivenza

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Quando sono tornato in Italia ho divorato il libro di Wilhem Reich, Psicologia di massa del fascismo. Non era propriamente «fascismo» quello che avevo visto a Barcellona, quanto piuttosto i resti di un’ignorata piccola borghesia. La domanda alla quale Reich, nel 1933, provava a rispondere è: non perché ruba chi ha fame, o perché le e gli sfruttati scioperano, ma perché la maggioranza degli affamati non ruba e perché la maggior parte degli sfruttati non partecipano allo sciopero. La cosa più interessante ai giorni nostri della sua analisi è, in primo luogo, che la posizione sociale particolare della piccola borghesia, sempre in competizione con tutto e tutti, la rende incapace di organizzarsi e creare esperienze di comunanza e solidarietà profonda, per dare forma ad un mondo altro di fronte al potere, per cui il suo desiderio di potenza degenera in desiderio di sicurezza e protezione, facendola voltare verso il leader o la nazione. Soprattutto, non farà alleanze con gli strati proletari poiché quello che più teme è la proletarizzazione. In secondo luogo, nel suo indicare che la cosa determinate per rompere con le «formazioni di carattere» reazionario che si ancorano ad un patriarcato arcaico, proprietario e dispotico, risiede nelle forme di vita. Nei mille piccoli gesti che fanno della vita quotidiana un luogo aperto, di cospirazione e di lotta, di incontro e comunanza. Oppure la trasformano in una prigione di tristezza all’aria aperta. Le ed i rivoluzionari, scrive Reich, hanno avuto fiducia nei libri e nelle indicazioni per una trasformazione della vita, mentre strati enormi di classe operaia continuavano a sposarsi, comprandosi una «camera da letto borghese», uscendo la domenica a passeggiare con il vestito «elegante», o barricando la propria casa per paura dei ladri… cioè dei propri vicini. Oggi non si esce «eleganti» la domenica, si esce il venerdì, il sabato o qualsiasi altro giorno. La camera da letto è inclusa nella «casa», la cui immagine desiderante viene bombardata sul divano di ogni casa, ogni notte, dalla televisione. L’immagine del capo di successo viene proiettata sulla grande multinazionale o sulla start up, con la promessa di una vita convertita in impresa faticosa, sempre in competizione con tutto e tutti. La generalizzazione del sentimento di vivere tra nemici ha fatto proliferare l’industria della sicurezza domestica, aumentando il numero di serrature e inferriate. E l’amore patriarcale si è scisso, tra il suo superamento paradossale nella comunità capitalista universale del terapeutico Grande Niente — che Cesarano analizzò già nel ’74—, il quale produce disastri narcisisti e la sua permanenza degenerata in storie che finiscono con massacri di donne, in rassegnazione nella famiglia che diventa così infelice per tutti, e nei piccoli frammenti conservatori e neofascisti contemporanei.

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Il movimento indipendentista è stato, in quanto unione di frammenti di mondo, una molteplicità reale. Però nei sui annuali incontri televisivi, di grandi personaggi desiderosi di Stato, è stato, sin dal 2012, un grande movimento sociale di una piccola borghesia la cui scomposizione compiva un salto qualitativo precisamente in questi ultimi anni. Un salto di impoverimento. Una piccola borghesia planetaria, come è stata chiamata, galvanizzabile in quanto massa in una strana maniera poiché, avendo come contenuto dei valori ormai esplosi, esprime allo stesso tempo, nella propria instabilità, la frammentazione del mondo. Di fatto, il movimento di massa indipendentista non è solo un frammento della popolazione del Principato, sappiamo innanzitutto che è interiormente frammentato, ingovernabile, da lì gli innumerevoli messaggi virali pieni di sfiducia mentre la tensione aumentava: «Alle ore 21 tutti a casa. Chi rimane in strada è un provocatore!». «Attenzione, è passata una macchina nera con a bordo poliziotti infiltrati. Nessuna risposta». «Siamo persone pacifiche…».

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L’esperienza di un esistenza piccolo-borghese è generalmente molto più intensa nel cuore delle aree metropolitane, per la sua condizione di luogo dello sradicamento e dell’isolamento. In un mondo segnato dalla degradazione fisica e metafisica, l’esistenza piccolo-borghese non si definisce tanto attraverso una rigida identità di valori, quanto per la paura di perdere una posizione sociale differenziata, relativamente sicura. La dissoluzione delle identità sociali definite, il borghese col cappello, il proletariato con la tuta, cappello o berretto, e bottegai piccolo-borghesi, ha portato all’elaborazione di figure come l’uomo anonimo o il Bloom. Definite entrambe, tra opportunismo e narcisismo, apatia e svuotamento, da una radicale ambivalenza: non essendo nulla, potrebbero essere qualsiasi cosa. Il figlio di un paramilitare della guardia civil potrebbe convertirsi nel più determinato insorgente armato. È certo, queste figure sono qui, esistono, dominano finanche il paesaggio occidentalizzato. Tuttavia, condividendo il corpo, ne sostengono biforcazioni o polarità interne, con esistenze piccolo-borghesi.

Ciò che voglio dire è che la maniera piccolo-borghese di esistere sussiste nella metropoli, anche se impoverita. E per questo più pericolosa. Inoltre essa rimane un frammento non minoritario nel movimento indipendentista. Come nel resto del populismo dell’epoca. Non solo, ma il migliore ambiente nel quale si cristallizza e prospera, bloccando altri divenire singolari, è lo Stato nazionalista. La piccola-borghesia è un frammento di mondo i cui affetti patriarcal-proprietari, di interesse e isolamento, di desiderio d’ordine e paura del caos, di panico rispetto alla molteplicità e all’alterità, la rendono incline a svolte autoritarie e neo-fasciste. Desiderio di polizia, desiderio di Stato. La comunità capitalista universale del terapeutico Grande Niente, in lotta da decenni contro la famiglia patriarcale come roccaforte di potenti vincoli, è trascinata dall’impotenza socialdemocratica, non meno proprietaria, isolata e interessata, desiderosa di ordine e timorosa del caos, nel ruolo più ridicolo dell’epoca. Maniere piccolo-borghesi pacificate, sempre sottomesse ad una minacciosa assenza di pace.

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Gli affetti piccolo-borghesi si cristallizzano come radicamento nello sradicamento, come vincolo esistenziale con un spazio-tempo che, in quanto metropoli qualsiasi, è un perfetto non luogo. Un’assenza fatta di velocità che, integrata nella mobilitazione globale capitalista, può ergersi in qualsiasi momento contro un suo simile come contro un mostro che ti espelle senza tanti complimenti. È quello che accade oggi a migliaia di famiglie nella Barcellona indipendentista… senza che si scateni per questo una giusta devastazione. Questo accadrebbe se il luogo abitato fosse una trama differenziata di vincoli tra il suolo e le tecniche, gli animali e le piante, gli umani e gli spiriti, fino ad arrivare al genius loci. Invece non è così. Migliaia di nuove immobiliari di lusso, che sono arrivate come un piaga in tutti i quartieri, ignorano il loro essere destinati a diventare una prateria in fiamme, nel mezzo di una insensata agitazione che, se non muta qualitativamente, parteciperà alla pacificazione della scia di sgomberi e sfratti. Esattamente come sindacati e partiti comunisti amministrarono la sconfitta operaia degli anni ‘70. Quando colui che stava per andare via, rassegnandosi ad una legge nella quale era stato direttamente coinvolto, decide di restare, organizzarsi e lottare, sta alterando i suoi affetti. Sta affermando il suo mettersi a rischio e limitando la sua possibilità, arricchendola nel suo stesso movimento. Incontra nella sua presenza la forza della plebe che esiste in ciascun corpo e si predispone ad entrare in secessione, con furore, con una violenza giusta, direbbe Luisa Muraro, in un frammento di mondo la cui intensità raggiunge la sua perfezione.

La Catalogna come laboratorio politico

Sebbene questo articolo sia già stato pubblicato in Italia dai compagni di Commonware ne proponiamo una nostra traduzione, poiché crediamo che il punto di vista di Lopez Petit sia in questo momento, dall’interno della Catalogna, il più interessante o quantomeno quello al quale ci sentiamo più affini.

di Santiago López Petit

Pubblicato il 27/11/2017 su El Critic

Alla fine neanche stavolta il Regime del ‘78 è morto. Le lotte operaie autonome degli anni settanta furono sconfitte con i morti e per mezzo dei Patti della Moncloa firmati dagli stessi sindacati di classe. Il movimento del 15-M, che aveva elaborato una critica radicale della rappresentanza politica, è stato battuto utilizzando come armi efficaci la messa in ridicolo e l’isolamento. Anche la rivolta indipendentista catalana, che in un primo momento sembrava minare le fondamenta del Regime, è stata sconfitta. In realtà, questo terzo tentativo non ha avuto una eco in Spagna, dove invece ha predominato la perplessità quando non è stato totalmente incompreso. L’appello all’ordine con l’applicazione dell’articolo 155, ha interrotto ogni tentativo di cambiamento. Il presidente Rajoy lo ha ribadito con la sua notevole capacità di argomentare: “Lo Stato si difende dagli attacchi di coloro che lo vogliono distruggere”. E ha aggiunto una piccola puntualizzazione rispetto all’articolo 155, anche se un giorno non fosse più applicato, questo non smetterà mai di funzionare. Questo è ciò che si chiama “Applicare la Legge”. Il messaggio è univoco: la repressione e l’umiliazione contro una Catalogna che pretende di ribellarsi saranno enormi.

Raramente è stato così evidente come la difesa della Legge (con la maiuscola) presupponesse una dichiarazione di guerra. Questa è una cosa che i giuristi che amano le polemiche astruse, così presenti ora nei media, difficilmente possano riuscire a comprendere. La legge è un rapporto di forze. Foucault ha ottenuto una vittoria schiacciante su Habermas e compagnia cantante. Un amico giurista una volta mi ha detto: “ dato che le cose stanno così, possiamo già ritirarci”. Il potere è, sempre ed in ultima istanza, potere di uccidere; lo Stato di Diritto serve a nascondere questo dato di fatto. Normalmente, per affermare lo stesso principio anche se in maniera più sofisticata, si dice che lo Stato possiede il “monopolio della violenza fisica legittima”. Questa verità dello Stato di Diritto è quella in cui si sono imbattuti i membri del governo catalano, apparendo evidente quando uno di loro ha affermato che il Governo catalano non era preparato per costruire la Repubblica “fronteggiando uno Stato autoritario che è senza limiti nell’utilizzo della violenza”. Oppure quando il portavoce dei repubblicani ci dice che: “Di fronte alle prove chiare che questa violenza potrebbe prodursi, decidiamo di non oltrepassare la linea rossa” e conclude con una confessione sconvolgente: “Non vorremmo mai mettere a repentaglio i cittadini della Catalogna”. La risposta è: grazie mille. A nessuno piace morire. Ma qui c’è qualcosa che non torna. Detto in altre parole: I membri del Governo sono degli ingenui o degli inetti?

Spinoza scrive nella sua Etica una frase che è diventata molto nota: “Nessuno sa cosa può un corpo”. Sostituire “corpo” con “Stato” è utile per spiegare gli avvenimenti. Il governo non sa cosa può fare realmente uno Stato. Tuttavia il governo voleva costruire un proprio Stato, non è così? Non si può dire che non se ne sia fatta esperienza. Una persona addirittura ha perso un occhio a causa di un proiettile di gomma. Diciamolo chiaramente: quello che non si credeva possibile è che la repressione dello Stato spagnolo potesse arrivare a colpire quella che viene chiamata la “brava gente”. I radicali sì… ma le persone pacifiche e civili! È quello che il consigliere per la Sanità riconosce quando assicura che “il programma di Uniti per il Sì non aveva preso in considerazione la violenza dello Stato”. Effettivamente il governo catalano è finito per essere un governo postmoderno. Prigioniero del suo stesso apparato di comunicazione, creava la realtà, e la stessa realtà sovralimentava un apparato che vedeva così confermato il suo tentativo.

La partecipazione di massa in così tante occasioni non lasciava alcun dubbio e il cammino verso l’indipendenza sembrava aperto. Finché la crudeltà ed il sadismo della macchina giuridico-repressiva dello Stato spagnolo non ha affogato nelle lacrime il desiderio di libertà di alcuni e ha fatto nascere una rabbia immensa in molti altri. Doccia fredda? Dipende per chi. Per il governo catalano, certamente. Dentro la sua bolla auto-compiacente non poteva comprendere l’assalto che si stava mettendo in moto e lo sconcerto cominciò a sopraffarlo. Sono stati incapaci di reagire di fronte a due fatti fondamentali: la fuga delle imprese, che è una delle espressioni attuali della guerra tra classi, e la presenza di un’altra Catalogna che anch’essa esprime la lotta di classe anche se spesso in maniera perversa. È stato però lo strano proclama della DUI (Dichiarazione Unilaterale di Indipendenza), l’evento che ha finito per convertire il governo catalano in un autentico governo postmoderno, obbligato ad utilizzare un linguaggio teologico per potersi salvare. Per questo motivo la DUI ha avuto un carattere ineffabile: realtà o finzione?

Lasciamo da parte le peripezie concrete (sotterfugi, proroghe, abolizione del governo, etc.). Dal momento in cui compare la repressione brutale dello Stato spagnolo, l’unico obiettivo dei partiti indipendentisti si è ridotto a pensare l’azione politica esclusivamente in funzione dei suoi effetti penali. Sicuramente è giusto agire in questo modo. Non vogliamo martiri e bisogna evitare la prigione quando è possibile. Nonostante tutto, sorge un’ombra di dubbio. Quando una convinzione, ovvero una verità politica, non viene difesa fino alle estreme conseguenze per una qualche ragione, questa verità viene in qualche modo inficiata? Faccio un esempio. Quando Galileo giura di fronte ai suoi giudici e ammette che la Terra non gira intorno al Sole, la verità scientifica non viene assolutamente inficiata dalla sua decisione. Al contrario, se la presidente del Parlamento catalano non va alla manifestazione per la libertà dei suoi compagni – perché così le ha consigliato il suo avvocato – nonostante non esista nessun presupposto giuridico esplicito, la sua ritirata ha lo stesso effetto del caso precedente? Si potrebbero tirare fuori altri esempi di questa strategia “preventiva”, che va dall’accettare di pagare multe elevatissime fino a rifugiarsi in frasi ambigue. Il problema è fino a che punto una strategia di questo tipo non comprometta alla fine il discorso stesso e lo indebolisca, diffondendo una sensazione di confusione. Il governo spagnolo e i suoi sottoposti hanno colto l’occasione in seguito per parlare di codardia e di inganno. Il governo catalano avrebbe ingannato tutti i catalani e tutte le catalane.

Non perdiamo tempo nel denunciare il cinismo disgustoso di chi attacca e dopo rimprovera all’attaccato la mancanza di audacia. Andiamo al dunque. No. Non siamo stati ingannati. È il governo, al contrario, che si inganna da solo. Ha creduto nella politica. Si è ostinato a giocare nel vedere a chi è più democratico, quando la democrazia non esiste. Esiste ciò che è democratico. Ciò che è democratico è la forma in cui oggi il potere esercita il suo dominio. Ha due facce: stato-guerra e fascismo postmoderno, eteronomia e autonomia, controllo e autocontrollo. Il dialogo e la tolleranza rimandano ad una dimensione orizzontale. L’esistenza di un nemico interno/esterno da eliminare, rimanda ad una dimensione verticale. “Ciò che è democratico” svuota lo spazio pubblico dalla conflittualità, lo neutralizza politicamente e militarmente. Democratica è questa Europa, un autentico club di stati assassini, che esteriorizzano le frontiere per non vedere l’orrore. Non c’è stato un fallimento della politica, come piace dire ai benpensanti adesso. La politica democratica consiste nel far tacere e reprimere le dissonanze che potrebbero minacciare l’ordine. Il governo catalano incapace di capire il funzionamento reale del potere democratico, si è trovato in un cammino pieno di incoerenze. Per questo bisogna apprezzare l’onestà di Clara Ponsatì quando dall’esilio ha trovato il coraggio per dire: “Non siamo preparati per dare continuità politica a quello che ha fatto il popolo della Catalogna il giorno 1 Ottobre”. Per questo è stata fortemente attaccata, ma ha affermato una verità inevitabile: il Governo non ha potuto essere all’altezza del coraggio e della dignità della gente che ha usato i propri corpi per difendere uno spazio di libertà. Certo è evidente, senza sacralizzare le urne, che quello che è successo quel giorno segna un prima e un dopo. Ma che cosa è successo esattamente?

Per qualche istante la politica con il suo gioco di maggioranze, con i suoi rapporti di forza, etc. è rimasta da parte, e quello che ha avuto luogo è stata un’autentica sfida collettiva. Una sfida che si è prolungata nell’impressionante manifestazione del 3 ottobre contro la repressione. È difficile analizzare la forza politica immensa e allo stesso tempo nascosta presente in quella manifestazione. Li si è cominciato a formare un soggetto collettivo che tracimava il paralizzante “un solo popolo”. Come possiamo chiamare questo soggetto politico? Erano delle singolarità che, avendo lasciato la paura a casa, non erano disposte a cedere facilmente. Un popolo fatto da mille teste capaci di espellere i fascisti infiltrati con una raffinata violenza. Il timore più forte del governo, non è tanto rispetto all’azione dello Stato spagnolo, quanto rispetto a cosa questa gente un giorno avrebbe potuto fare. Questa gente era una miscela tra l’irriducibile consistenza del catalanismo popolare e il malessere sociale esistente. Per questo, risultano stucchevoli i tanti appelli al senso civico, alla brava gente e ai sorrisi nei momenti di repressione sfrenata. Mi dispiace. Quando sento la parola “civiltà” penso automaticamente alle norme civiche che servono per ripulire lo spazio pubblico dai residui sociali di ogni tipo.

Sorprende, dopo tutto quello che è successo, la facilità con cui i partiti politici indipendentisti hanno accettato una indizione di elezioni chiaramente imposta.
Sorprende questo rapido adattamento ad un nuovo scenario, nonostante i prigionieri politici. La strategia è abbastanza velleitaria: le elezioni sono illegittime, ma con la nostra elevata partecipazione le legittimeremmo (e, quindi, ci legittimeremmo davanti al mondo). Il discorso indipendentista o diventa necessariamente auto-contraddittorio, oppure deve accettare esplicitamente una rinuncia all’indipendenza. “Saremo indipendenti se siamo perseveranti e otteniamo la maggioranza. Quando? Non lo sappiamo. Prima di essere indipendentisti siamo democratici. E prima di essere democratici, siamo brava gente”, assicura un importante politico repubblicano.

E se provassimo, per una volta, ad essere cattivi e, invece di aspirare ad essere un paese normale con il suo piccolo stato, desiderassimo di essere una anomalia che non quadra? Liberare la Catalogna da questo orizzonte indipendentista che finisce sempre per soffocarla -posto che ogni orizzonte t’incatena- forse potrebbe aprire un cammino inedito. Una anomalia verso tutto quello che il catalanismo egemonico nasconde. Dalla forza del dolore della Catalogna interna povera, fino ai silenzi delle periferie. Ci vogliono presentabili di fronte ad un’Europa che peraltro guarda da un’altra parte. Perché imporsi di essere presentabili? I partiti politici di qualsiasi colore corrono velocemente verso le sovvenzioni. Tuttavia, davanti a queste elezioni imposte c’è la possibilità di sabotarle con un’astensione di massa e organizzata. Cominciare a sgomberare lo Stato spagnolo ed estendere l’ingovernabilità dell’autorganizzazione. Anche in Spagna? La Catalogna come un’anomalia irriducibile che fugge, e che nella sua fuga sperimenta altre forme di vita.

Il laboratorio politico “Catalogna” momentaneamente si chiude. Questo è chiaro. Quanto è difficile cambiare qualcosa quando ciò che è democratico diventa la cornice del pensabile in cui è permesso di vivere! Partendo da una logica di Stato (e di desiderio di Stato) non si potrà mai cambiare la società. Ma quello che è stato vissuto, l’audacia di trasgredire insieme, la forza collettiva di un paese che nessuno può rappresentare e la gioia di resistere… non si dimenticano mai. La dignità e la coerenza non si negoziano.

Dieci tesi sulla situazione catalana

Un fedele lettore ha inviato alla redazione di Qui e Ora questo contributo sulla “questione catalana” che ci pare molto interessante, soprattutto considerato che viene da un non-catalano. Alcuni di noi avrebbero qualche riserva sul concetto di “popolo” qui avanzato, ma piace a tutti l’applicazione nel discutere e approfondire una questione che oggi sta interrogando i rivoluzionari di ogni latitudine.

di Andrea Diggè in collaborazione con una compagna in Barcellona

1.

Tout commence en mystique et finit en politique.

Charles Peguy

Un tentativo di analisi della convulsa situazione catalana non può prescindere da una serie di banalità di base che chiariscano tutta una serie di imprecisioni che infestano il dibattito e sulle quali, al costo di essere pedanti, è bene soffermarsi. Una volta chiarito il contesto, sarà possibile finalmente iniziare a porsi domande ben più urgenti, e a riflettere sull’unico nodo importante della questione: il diagramma delle posizioni in gioco, e il problema di definirne una nostra.

2.

Imposant cada dia una bandera

que és forastera i sempre crema

el sentiment d´un poble voleu callar

l´alè i els crits de resistència!

No sóc espanyol, oi! oi! oi!

no sóc espanyol, oi! oi! oi!

no sóc espanyol, oi! oi! oi!

no som espanyols!

No som espanyols, Opciò k-95 1

A chi dovesse chiedere perché mai i catalani vogliano l’indipendenza dalla Spagna, una risposta – al contempo breve ma enormemente significativa e solo apparentemente superficiale – è che loro, spagnoli, non lo sono mai stati. Basti pensare che l’11 Settembre, Diada nacional (festa nazionale) della Catalogna, commemora la definitiva perdita di indipendenza del regno di Aragona da quello di Castiglia a seguito del sanguinoso assedio di Barcellona del 1713-14, origine dello stato spagnolo moderno (formalizzato nel suo assetto centralista e assolutista nei successivi Decreti di Nueva Planta del 1716) . Si è trattato di una guerra di successione, e non di un accordo pacifico. Non c’è, e non c’è mai stata, omogeneità storica, culturale o anche solo linguistica tra i due paesi, nonostante una ovvia e perdurante storia di relazioni reciproche. Origini diverse e lingue diverse, da sempre. La storia successiva dello stato spagnolo non fa che confermare quanto appena esposto: nell’ottocento, la stagione romantica della letteratura catalana, contrassegnata dalle grandi figure di Victor Balaguer e Àngel Guimerà, viene non a caso definita Renaixença, poiché coincise con il recupero e la valorizzazione artistica della lingua catalana emarginata e posta in pericolo dai tentativi di assimilazione culturale posti in essere dalla corona castigliana; durante la guerra civile, i catalani, per lo più anarchici e comunisti, hanno combattuto fieramente contro il fronte franchista, per lo più egemone in Castiglia; durante il regime, Franco cercò in tutti i modi di vietare il catalano nelle scuole e di soffocare la cultura catalana, percependo la pericolosità di una città e di una regione apparentemente insuscettibili di ravvedimento ed estremamente orgogliose della loro diversità. La costituzione spagnola moderna, del 1978, sancì l’autonomia di una regione che non si è mai sentita omogenea con lo Stato che la circonda e di cui, sfortunatamente, fa ancora parte: ed è la natura incompleta e precaria di quello statuto a essere una delle radici profonde della crisi attuale, imputato da più parti di non aver costituito una rottura reale e definitiva con l’assetto istituzionale e politico della Spagna franchista. Per altro, è a partire da questo punto che va ricercata la perdurante identificazione, in seno ai movimenti indipendentisti catalani, con l’antifranchismo, spesso declinato politicamente nei termini di una critica radicale della carta costituzionale.

3.

Vogliamo chiarire che noi ci sentiamo al polo opposto

di questo partito politico italiano di estrema destra,

xenofobo e omofobo e rifiutiamo pubblicamente qualsiasi avvicinamento.

ANC (Assamblea Nacional Catalana), Settembre 2013

Non potrebbe esserci maggiore divaricazione tra il leghismo e l’indipendentismo catalano, che, per quanto fenomeno complesso, storicamente stratificato e indubbiamente sfaccettato, si lascia analizzare come un tutto senza scadere nel generico se ci si limita ad alcuni assunti di base.

Ora, da parte sua, il leghismo ha sempre posto l’accento sulla sperequazione fiscale e economica tra il nord e il sud del paese, e il discorso economico è sempre stato preponderante su quello culturale, spesso relegato ai margini e trattato come un aspetto folkloristico (anyone remembers le ampolle del Po?). Se però volessimo anche solo per un attimo prendere sul serio questo secondo aspetto, lanciandoci consapevolmente in questioni che non ci interessano direttamente se non in quanto chiarificatrici del contesto di cui parliamo, le differenze risalterebbero immediatamente all’occhio: la “Padania”, come entità territoriale autonoma, non è mai esistita; il suo “popolo” non è mai stato tale, né unito né omogeneo culturalmente o linguisticamente; tutte caratteristiche che invece sono evidenti nel caso catalano. E’ vero, la polemica sulla gestione delle tasse fa parte da tempo degli argomenti dei catalani, ma la gerarchia dei temi è esattamente opposta a quella dei leghisti: è percepita come un aggravante ulteriore del dominio spagnolo sulla regione, e non come il suo tratto principale. Infine, per quanto politicamente e socialmente da sempre composito, l’indipendentismo catalano è sempre stato prevalentemente alla sinistra del panorama politico nazionale: specie durante e dopo il franchismo, dove gli spagnoli venivano, spesso a ragione, bollati come genericamente franchisti e la resistenza catalana assunse le parole d’ordine dell’antifascismo. Il maggiore partito politico indipendentista, ERC (Esquerra Republicana de Catalunya), ma anche la CUP (Candidatura d’Unitat Popular), sarebbero considerati in Italia partiti di estrema sinistra, e hanno per altro spesso criticato i leghisti italiani sottolineando con forza l’assenza di somiglianze tra i due movimenti. Gli anni settanta hanno visto anche in Catalunya esperienze di lotta armata contro lo Stato spagnolo: il gruppo più famoso fu Terra Lliure (Terra Libera), autore di attentati principalmente a infrastrutture e simboli materiali del potere spagnolo sulla regione. E non desta per nulla stupore che Matteo Salvini, intervistato dalla Stampa sulla questione, definisca “una forzatura” la decisione catalana di andare alle urne contro il parere della corte costituzionale, e alla domanda se tale rivolgimento politico possa ridestare nella lega vecchie nostalgie indipendentiste, risponda che “non ci sono [nella lega] nostalgie per la Padania”, sancendo per altro ancora una volta il definitivo superamento della retorica indipendentista in quello che cerca faticosamente di plasmarsi come nuovo partito nazionale collettore dell’elettorato di destra.

4.

I was only a working-class boy

from a Nationalist ghetto,

but it is repression that creates

the revolutionary spirit of freedom.

Bobby Sands

E’ necessario esercitare una notevole dose di cautela nel bollare come reazionarie lotte con una evidente base nazionalista o patriottica, seguendo il superficiale riflesso del militante genericamente “internazionalista”. In effetti, è impossibile negare che l’identità culturale di un popolo oppresso abbia costituito un ingrediente fondamentale per alcune tra le più importanti esperienze di lotta (anche molto diverse da quella catalana, ma con la quale condividono questo aspetto) dell’ultimo secolo – dai baschi ai nordirlandesi, dai palestinesi ai curdi. Il genuino odio verso stati e frontiere rischia di trasformarsi in esercizio di cecità interpretativa, se si cassa dal novero dell’analisi la questione nazionale. In primo luogo, e molto banalmente, perché si perde così uno dei fattori fondamentali del contesto che si cerca di comprendere; ma soprattutto, perché è proprio lavorando sulla densità di tale sentimento, sulla sua qualità specifica, che il punto di vista rivoluzionario ha raggiunto alcuni dei suoi risultati più importanti. In tale ambito, quest’ultimo può fungere infatti da vettore di fuga, da provocazione che tenta continuamente di aprire l’identità alla contaminazione con l’altro prevenendo le logiche immunitarie che tendono invece a chiuderne i confini e a stabilire contrapposizioni razziste, o xenofobe, o semplicemente isolazioniste. E’ successo in Rojava, dove l’orgoglio per l’appartenenza al popolo curdo si accompagna all’elaborazione teorica e all’implementazione pratica di un confederalismo in cui l’eguaglianza tra le varie etnie diviene, in una sorta di cortocircuito virtuoso, una caratteristica ineliminabile dell’identità culturale. Si previene così in tal modo il rischio di settarismo, allestendo delle esperienze in divenire in cui l’identità, sempre esposta all’altro che la destruttura e la ristruttura continuamente in una dinamica che rifiuta cristallizzazioni, trova proprio in questa capacità il paradossale principio della sua esistenza rivoluzionaria.

Fin qui le banalità di base.

5.

Articolare storicamente il passato non significa

conoscerlo “come propriamente e’ stato”.

Significa impadronirsi di un ricordo

come esso balena nell’istante di un pericolo.

W. Benjamin

L’avvenimento più interessante, e più gravido di conseguenze per l’elaborazione teorica e pratica di una posizione nella quale possiamo riconoscerci in ciò che sta succedendo in Catalunya, è però legato alla natura del Referendum del primo ottobre. E’ difficile trovare, nell’Occidente contemporaneo, esempio più pirotecnico e lampante di una scollatura, improvvisa e profonda, tra legalità e legittimità delle procedure democratiche neoliberali. Non v’è dubbio infatti che il referendum catalano non possa considerarsi legale, costituendo una flagrante violazione del parere del più alto organo legislativo spagnolo – la corte costituzionale – e della carta che quest’ultimo difende. E’ tuttavia ben difficile negare la legittimità di una votazione che ha coinvolto una larga parte della società civile catalana che chiedeva semplicemente di poter esprimere un’opinione. Siamo di fronte, con ogni evidenza, a un fatto storico di portata rilevante soprattutto perché pone in evidenza la crisi di una democrazia occidentale neoliberale di fronte all’apparizione di un contropotere reale sul suo territorio e del suo tentativo di guadagnarsi una legalità e una legittimità proprie. I dispositivi di controllo e normalizzazione dei discorsi e delle pratiche a cui siamo abituati vengono improvvisamente meno di fronte allo schiaffo poderoso di avvenimenti che, mostrando la nuda materialità della politica come scontro di potere e dinamica di rapporti di forza, ne mostrano il vero volto che essi cercano in tutti i modi di mascherare. E’ soprattutto la governamentalità neoliberale, così abituata a rendere meccaniche e automatiche le decisioni politiche – poiché sempre prese in nome di organismi o entità più alti e perentori, dalla UE al mercato globale, e rese urgenti, anzi inderogabili!, da una crisi perenne che funge da perno principale dell’intero meccanismo di governo e gestione della popolazione – a rimanere singolarmente scioccata dall’apparizione, sullo scacchiere, della politica reale: presenza spettrale, inaspettata, temuta e da censurare a ogni costo. Inaccettabile è ovviamente il miraggio improvvisamente divenuto reale di poter scegliere molto di più di quanto i rapporti di forza fino a quel momento esistenti potessero permettere; l’inaudita facoltà di prendere parte in maniera decisamente più incisiva alla creazione politica del futuro imminente. Ciò che è insomma inaccettabile è la comparsa, imperiosa e inquietante, della Storia in una società occidentale del XXI secolo: l’interruzione di una narrazione che tende ad eliminarne la possibilità di apparizione attraverso la costruzione di un eterno presente spacciato per irreversibile ed irrevocabile, in cui il modello neoliberale appare come l’unico possibile. Non giova mai abbastanza rileggere le parole di Walter Benjamin, che, ironicamente, proprio in una Catalunya devastata dalla guerra civile decise di togliersi la vita: Lo stupore perché le cose che viviamo sono “ancora” possibili nel ventesimo secolo è tutt’altro che filosofico. Non e’ all’inizio di nessuna conoscenza, se non di quella che l’idea di storia da cui proviene non sta più in piedi.

6.

Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso.

G. Debord

Non è solo il fatto che la Storia ha varcato, dopo tanti anni, le soglie dell’Europa a essere un avvenimento di straordinaria portata. Altrettanto importanti sono le modalità con cui tale irruzione è stata pensata e vissuta dalla popolazione e dalla sua classe dirigente. Sarà, a nostro avviso, necessario interrogarsi a lungo sulla peculiare maniera con cui i cittadini catalani hanno cercato di legittimare la loro condotta de facto sovversiva e sul modo in cui l’esecutivo catalano ha tentato di mostrare al mondo quello che è sostanzialmente una disobbedienza istituzionale allo Stato centrale. Pare infatti che, nell’Occidente del XXI secolo, atti di ribellione generalizzata all’istituzione debbano essere accompagnati quantomeno da un parossistico tentativo di guadagnarsi una legittimità internazionale attraverso la sottolineatura del comportamento non violento della popolazione in lotta e da un riferimento costante a un concetto totalmente idealizzato di democrazia, per cui solo il fatto di voler votare rende in automatico legittima qualunque votazione, qualunque procedura, qualunque intenzione legislativa dei votanti. Ciò significa, in altre parole, mascherare a tutti i costi la gravità inaudita, in termini giuridici, della propria condotta, nasconderne il potenziale insurrezionale. Crediamo che ciò derivi da un lato – è il caso della cittadinanza comune – dall’impossibilità stessa di pensare processi politici di questo tipo attraverso griglie interpretative che non siano quelle appena esposte, sostanzialmente derivate da una concezione latu sensu democratica delle modalità di protesta politica; dall’altro lato – ed è il caso delle classi dirigenti e soprattutto delle polizie – dalla necessità di scongiurare possibili escalation della tensione e atti più decisamente e drammaticamente ostili allo Stato centrale. Quest’ultimo punto ci permette di fare un salto ulteriore verso ciò che consideriamo il nocciolo della questione.

7.

Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione.

Questa definizione può essere appropriata al concetto di sovranità,

solo in quanto questo si assuma come concetto limite.

Infatti concetto limite non significa un concetto confuso,

[…] bensì un concetto relativo alla sfera più estrema.

[…] [Qui con stato d’eccezione, va inteso un concetto generale

della dottrina dello Stato, e non qualsiasi

ordinanza d’emergenza o stato d’assedio.

C. Schmitt

Scendiamo più a fondo. Ciò che è successo il primo ottobre, in Catalunya, è molto più grave di quanto possa apparire in superficie. Ciò a cui abbiamo assistito è definibile solo nei termini di una sospensione generalizzata dell’autorità della legge. Una volta che il re è stato denudato, non solo le sue vere sembianze – ciò che dicevamo poco sopra – si mostrano in tutta la loro disgustosa realtà; ma la credibilità stessa della sua autorità viene improvvisamente meno. Un austero analista politico che sarebbe certamente improprio definire amico, ma che ha sempre avuto dalla sua una certa, teutonica, lucidità di analisi, ebbe a dire che sovrano è colui che decide sullo stato di eccezione. Ed è quest’ultimo che è balenato di colpo nello scenario catalano. Il momento, sempre epocale, in cui si riconosce la miserabile natura del dispositivo giuridico, e che apre infinite possibilità assolutamente impensabili anche poco prima. Non è il caso tuttavia di fraintendere la forza di queste affermazioni. In primo luogo, l’utilizzo di un verbo come balenare non è casuale. Esso denota in effetti la comparsa di un lampo improvviso nel campo visivo, una luce che riempie lo spazio di un’istante. Lo stato di eccezione è comparso in Catalunya il primo ottobre, ma come un baleno che ha per un attimo occupato l’orizzonte: gran parte del lavoro di Puigdemont, Trapero e di tutti gli uomini ai posti di comando delle istituzioni catalane è consistito precisamente nel far rientrare immediatamente nei ranghi rassicuranti del quotidiano quanto andava accadendo. E’ a questo, più sostanziale obiettivo che le strategie citate poco sopra miravano in realtà: oltre a cercare una legittimazione, come base per ricostituire una legalità, ad arginare fin da subito qualunque possibilità di inasprimento dello scontro, qualunque scivolamento sovversivo della situazione. Si tratta di null’altro che di una delle prestazioni originarie di uno Stato, anche se in fase embrionale: la vera natura della legge – l’insieme dei rapporti di forza cristallizzati dalla decisione sovrana – dev’essere un’epifania subito censurata, tanto breve da far sì che gli astanti dubitino di quanto appena visto.

8.

Lo Stato moderno non si definisce come un insieme

di istituzioni i cui differenti tipi di concatenamento

presenterebbero un interessante pluralismo.

Lo Stato moderno, finché persiste, si definisce eticamente

come il teatro operativo di una bifida finzione.

Tiqqun, Introduzione alla guerra civile

Momenti epocali come quelli avvenuti in Catalunya non possono tuttavia passare senza lasciare traccia, finanche in chi dedica la vita a evitarne l’apparizione. Merita sicuramente una menzione, in questo senso, la fenomenologia dell’assurdo offertaci il primo ottobre dalle autorità catalane, che sono sembrate a più riprese del tutto inconsapevoli della gravità e della natura di quanto andavano ordinando e organizzando. Si va dalle urne recapitate clandestinamente ai seggi – delle urne clandestine in uno stato democratico sono uno spettacolo più unico che raro – ai pompieri che difendono l’elettorato in coda, a Puigdemont che cambia di macchina in un tunnel per depistare un elicottero della polizia spagnola (!) e poter votare, fino ad arrivare all’apice, rappresentato indubbiamente dai ragguagli forniti ai volontari dei seggi da parte della Generalitat in caso di attacco della Guardia Civil: chiamare i Mossos d’Esquadra (la forza di polizia catalana). Lo spettro della guerra civile compare così improvvisamente nella filigrana di ordini e disposizioni apparentemente ingenue, ma indicative della congiuntura del tutto eccezionale che si è configurata in Catalunya.

9.

Tenim futur, tenim memòria.

Foc a les mans per teixir la història.

Portem en elles un llarg camí.

Viure vol dir prendre partit. 2

Txarango, Agafant l’horitzó

E’ a partire da qui che una posizione autonoma può a nostro avviso essere elaborata. Se il ruolo di sbirri e governanti è quello di ricucire subito un’eccezionalità che fa traballare le basi di un potere costituito (quello spagnolo), il nostro potrebbe e dovrebbe essere quello, diametralmente opposto, di farne deflagrare le possibilità intrinseche, impedendone la chiusura e approfondendo una spaccatura che, per quanto necessaria per il buon esito del processo indipendentista, terrorizza le neonate autorità catalane – poiché terrorizza l’autorità in quanto tale. Una volta che la sospensione è avvenuta, infatti, un precedente si è creato: la legge ha mostrato il suo vero volto, e l’innominabile – che la legge possa essere disattesa in massa, e in quanto tale – è stato, per un momento fugace, pronunciabile. Sia ben chiaro: non siamo ingenui. Il vettore di questa protesta è nettamente costituente e le sue rivendicazioni sono chiare: un nuovo Stato, con la sua polizia, il suo capitalismo liberale e green e la solita vita di merda. A essere estremamente ottimisti, un lavoro militante nella direzione appena esposta potrà portare al massimo a un nuovo assetto democratico un po’ più diretto e meno rappresentativo, o a qualche concessione di modestissima entità sul piano dei diritti o della redistribuzione della ricchezza. Ma non vogliamo neanche essere ciechi a quelle che sono oggettive implicazioni politiche di quanto è accaduto. Il primo ottobre in Catalunya una popolazione intera ha dimostrato – e si è autodimostrata – che disobbedire è possibile. E se questa scollatura con la retorica democratica venisse approfondita, e resa patrimonio comune? Se il ricordo di quella volta che tutti insieme abbiamo riso della polizia e dei suoi ordini divenisse persistente, e ricomparisse alle prime leggi autoritarie del nuovo governo catalano? E’ forse bene ripeterci: queste possibilità, implicate da ciò che è successo, su larga scala, il primo ottobre, non divengono ovviamente realtà per imperscrutabile volere del fato. Esse possono divenire reali solo con un paziente lavoro che saggi, e allarghi, lo spazio di autonomia pressoché del tutto insondato che quell’evento ha aperto. Autonomia dall’autorità dello Stato e, possibilmente, accumulazione dei mezzi e dei saperi necessari a renderla permanente, riproducibile, e offensiva. Una linea favolosa.

10.

Al concetto di un presente che non e’ passaggio,

ma in bilico nel tempo ed immobile,

il materialista storico non può rinunciare.

W. Benjamin

Se, infine, irrompesse con virulenza la vera guerra civile che contrappone sul pianeta le forme di vita e che ora è “soltanto” una presenza strisciante ed episodica, quanto potrebbe essere utile e soddisfacente stare al fianco di un popolo che ha già imparato a dubitare dell’autorità, assaporando una consistenza comune e un’autonomia materiale non mediate da qualsivoglia rappresentante? Sta a tutti coloro che si riconoscono in queste posizioni cogliere queste possibilità, farle fiorire e aggiungere un nuovo capitolo alla storia della fine di questa civilizzazione, dei suoi logori apparati e dei suoi loschi figuri.

1 Ogni giorno impongono una bandiera / che è straniera e brucia sempre / volete mettere a tacere il sentimento di un popolo / gli alè e le urla di resistenza! / non sono spagnolo, oi! oi! oi! / non sono spagnolo, oi! oi! oi! / non sono spagnolo, oi! oi! oi! / Non siamo spagnoli! Opciò k-95, Non siamo spagnoli

2 Abbiamo un futuro, abbiamo memoria. Fuoco nelle mani per tessere la storia. Portiamo in esse un lungo cammino. Vivere vuol dire prendere partito. Txarango, Afferrando l’orizzonte

Catalogna: Prendere partito in una strana situazione

di Santiago López Petit

Pubblicato su  lundimatin#116, il 1° ottobre 2017

Santiago López Petit è catalano, chimico e filosofo libertario.

A noi pare che questo articolo, pubblicato oggi dai nostri amici di Lundi Matin, illustri in maniera giusta la questione catalana e specialmente cosa vuol dire per i rivoluzionari stare in questo processo.

No Pasaran!

Vi sono dei momenti in cui la realtà si semplifica. Non è più il momento di separare la parte della verità da quella della menzogna negli argomenti che pretendono di difendere l’unità della Spagna o proclamare l’indipendenza della Catalogna. Non è più necessario risalire all’anno 1714 [1] né cercare nei più recenti motivi di risentimento. Quando ci si richiama alla “Legge e Ordine”, tutto a un tratto, ogni cosa si chiarisce e ogni posizione appare perfettamente definita sulla tavola da gioco. Poi, in maniera viscerale, quelli tra noi che restavano silenziosi sanno dove situarsi: noi saremo sempre di fronte a quelli che vogliono imporre il ristabilimento dell’autorità. Noi conosciamo bene una frase forgiata in Francia prima della rivoluzione del 1848 che diceva: “La legalità uccide”.

Effettivamente noi siamo, allora, contro lo Stato spagnolo e la sua legalità, nonostante ciò ci porti a prendere posto fra bandiere che ci soffocano, perché ci tolgono l’aria, e degli inni che ci assordano e impediscono di ascoltare quelli che, in gruppo, stanno parlando. Sarebbe magnifico affermare che a questa legalità dello Stato spagnolo si oppone la legittimità di un popolo.

Purtroppo le cose non vanno così e i partiti indipendentisti non ricomincino a infinocchiarci. La legittimità che loro difendono si è costruita dimenticando quanto meno la metà dei catalani, si è fatta sulla base di ricorsi giuridici molto discutibili e, infine, approfittando della gestione della violenza terrorista da parte dei Mossos dopo i recenti attentati. Quando una trasmissione televisiva ha affermato che per qualche ora la Catalogna è stato un autentico Stato, aveva ragione. È Hobbes in tutta la sua purezza. Io abbandono il diritto di governarmi e firmo un patto di sottomissione, in cambio della sicurezza che mi è offerta. In definitiva, e come sempre, il desiderio di tranquillità e il dictat della ragione sono dietro la fondazione dello Stato. Tuttavia, povero quel popolo che fa di un commissario di polizia il suo eroe! … E che impiega la parola “abbattere” per dire uccidere.

Il merito incontestabile dell’indipendentismo è quello di aver svelato il mito dello Stato di diritto. È divertente sentire in questi giorni dei politici catalani difensori dell’ordine che accusano lo Stato spagnolo di essere uno Stato poliziesco e repressivo. O che si lamentano delle ore che hanno dovuto passare in commissariato. Che si credono? No, in questo non c’è nessuno stato d’eccezione. C’è quello che coesiste perfettamente ormai da molto tempo: lo stato di guerra e il fascismo postmoderno. Lo Stato di guerra che, con la scusa del terrorismo, si pone ben al di là di qualsiasi norma giuridica, mentre dà la caccia spietatamente a chi viene segnalato come suo nemico. Terrorista o sedizioso. Il fascismo postmoderno che neutralizza politicamente lo spazio pubblico e espelle i rifiuti sociali. A proposito, fu la CiU [Convergenza e Unione, federazione di partiti autonomisti catalani] a mettere i semi della Legge Mordassa nel 2012 alle Cortes [2].

Sono anni che il proto-stato catalano il quale, come tutti gli Stati, si è costruito utilizzando l’imbroglio e la gestione della paura, cerca di trasformare il popolo catalano in un’autentica unità politica. In questo senso gli appelli ad ogni 11 settembre sono serviti per controllare e addomesticare un desiderio collettivo di libertà che non può essere ridotto a un’unica voce. L’operazione politica è stata questa: il Governo decide chi è il suo popolo e nella misura in cui riesce a convertirlo in una unità politica, cioè in un noi contro loro, acquisisce una legittimità che gli permette di negoziare con lo Stato spagnolo. È chiaro che l’indipendentismo egemonico non desidera nessun reale e profondo cambiamento sociale. Appellano a disobbedire al “Gobierno” per immediatamente obbedire al “Govern” [3]. “Dalla legge alla legge”, assicurano. Di fatto le élite dirigenti si intendono sempre tra loro, perché l’ombra del capitale è molto estesa.

Perciò, in questa guerra nella quale siamo inghiottiti, la cosa più probabile è che ogni opponente realizzi quello che si attende da lui. Il Governo catalano dirà che ha difeso lo Stato di Diritto fino alla fine, ovviamente in maniera misurata. Il Governo catalano dirà che, date le condizioni presenti, si è avanzati il più possibile. È difficile pensare che la logica del proto-stato catalano conduca al di là di una rottura negoziata che potrebbe prendere forma in una riforma costituzionale.

Tuttavia, la situazione è completamente aperta. Quando le strade si riempiono di gente contro cui si erge uno Stato arrogante, incapace di autocritica e che non riconosce nessuna forma di mediazione, tutto può accadere. Ed è realmente così. Nessuno sa cosa succederà perché una situazione inedita si è prodotta: votare è diventato una sfida allo Stato. Per molti tra noi il voto non è mai stato portatore di cambiamenti reali. Malgrado questo, adesso, il semplice atto di voler votare acquisisce un qualcosa di radicale e trasgressivo. È strano quello che sta accadendo. Certo molta gente si commuove e si raccoglie sotto la bandiera indipendentista. Ma anche noi siamo in tanti tra quelli che adesso andranno a immergersi nella tormenta. Malgrado il fatto di non avere nessuna bandiera, noi sappiamo che bisogna essere lì. Anche noi non abbiamo paura, ma ci costa dimenticare. Ci costa dare fiducia a dei dirigenti politici che hanno brutalmente sgomberato una piazza Catalogna occupata e che sono stati i primi ad applicare delle misure neoliberali. L’anno 2011 abbiamo circondato il parlamento precisamente per impedirglielo. E ora dovremmo abbracciarli?  Bisogna riconoscere, comunque, la forza di questo movimento politico, la sua capacità di organizzazione e di mobilitazione. Ma lo Stato spagnolo non concederà mai l’indipendenza della Catalogna. Per arrivarvi, bisogna innanzitutto spezzarlo e per avanzare in questo processo di liberazione l’indipendentismo catalano ha bisogno di molti più sostenitori.

In definitiva opporsi allo Stato spagnolo a partire dalla volontà di essere un altro Stato, non solo non è molto importante, ma è del tutto perdente. Invece, immaginare una Catalogna che instancabilmente rimane una anomalia, può effettivamente minare la legalità neo-franchista e costituirsi come punta avanzata di qualcosa di imprevedibile in Europa. Se vogliamo che il diritto a decidere non resti un vuoto slogan e che il primo ottobre non sia un punto finale ma un inizio, è necessario finirla definitivamente con la divisione noi/loro definita esclusivamente in termini nazionalisti. La Catalogna da sola non potrà mai ritrovarsi. La repubblica catalana può nascere solo fraternizzando con le repubbliche degli altri popoli che vivono in questa penisola.

Votiamo, quindi, per rompere il regime del 1978, erede del franchismo. Votiamo perché votare in questo momento costituisce una sfida allo Stato e questa sfida ci renderà un po’ più liberi. Ma non dimentichiamo mai il grido “nessuno ci rappresenta” e nemmeno il fatto che la lotta di classe si persegue agendo in ciò che è apparentemente omogeneo.

[1]  L’11settembre 1714, l’esercito di Filippo V di Spagna entra a Barcellona dopo mesi di assedio. Questa data è da centocinquanta anni la festa nazionale catalana, la Diada, celebrata clandestinamente sotto il regime franchista.

[2] Legge fatta per reprimere ogni forma di occupazione non istituzionale dello spazio pubblico e  prevede delle pene di prigione spaventose in caso di infrazione. Il suo voto nel 2012 aveva provocato numerose manifestazioni di protesta in tutto lo Stato spagnolo.

[3] Governo, in spagnolo e poi in catalano.

Cambiamo tutto… dalla radice

Un testo di taglio strategico scritto prima dello sciopero generale del 3 ottobre dai compagni e compagne della rivista autonoma catalana Una posició con i quali condividiamo molto, l’amicizia ad esempio.

In questi ultimi giorni, nonostante l’agitazione costante e la sensazione di stare vivendo un momento di mobilitazione eccezionale, siamo entrati in un tempo di attesa caratteristico dell’istante prima di una battaglia, questo ha generato un sentimento di incertezza che può influenzare l’iniziativa
delle masse nelle strade.

Nonostante ciò i quartieri, i paesi ed altri attori collettivi continuano ad essere molto vitali. E’ chiaro che strategicamente senza una mobilitazione di massa duratura non esisterà quello che si sta chiamando “Repubblica Catalana”. Non evocarla, per paura della sua componente ingovernabile, può significare perdere l’opportunità di rovesciare tutto. Due giorni fa si confermava che il 3 di ottobre diversi sindacati hanno convocato lo Sciopero Generale, tra cui CGT, CNT, COS, IAC e INTERSINDICAL – CSC. Ci vediamo nelle strade!
Chi, in questi giorni, non sente che insieme alla mobilitazione per difendere il referendum del 1 -O si sta esprimendo anche il desiderio di cambiare le cose una buona volta per tutte?

Come catalane, catalani e gente di ogni provenienza che vive e lavora in Catalogna abbiamo realizzato una impresa immensa in questi giorni, dimostrando al mondo che la cornice del Regime del ‘78 ci resta incredibilmente stretta e che abbiamo la determinazione di far prevalere la capacità collettiva di decidere come e dove vogliamo vivere!
Quella che stiamo chiamando “Repubblica Catalana” è a portata di mano. Rajoy potrà solo provare a fermarla scatenando una violenza inedita. E’ difficile che lo faccia perché poi il mondo intero, dentro e fuori dallo Stato spagnolo, gli andrebbe contro. Inoltre, quando cominci qualcosa del genere è difficile sapere come può andare a finire.

La tradizione rappresentava l’Opportunità come calva. Calva dietro e con i capelli davanti, perché quando il momento è passato non è più possibile recuperarla. Approfittare dell’opportunità significa tra l’altro raccogliere i dati ed interpretarli strategicamente….adesso.

Non siamo ingenui, è evidente che parte della mobilitazione è manovrata (timonata hanno detto, ma significa la stessa cosa) da organizzazioni, partiti e organizzazioni sovraniste e dal presidente stesso della Generalitat, che lo scorso venerdì diceva: “non si possono mettere delle porte in un campo aperto”.

Ci parlano di grandi mezzi mediatici, economici ed organizzativi che approfittano della narrativa indipendentista che
sta dimostrando di essere la leva che permette di aprire delle crepe nel Regime del ‘78. Una potenza mitico-politica delle masse che gli internazionalismi rosso-neri adesso non possiedono.

L’opportunità, nonostante tutto, è inseparabile dalla mobilitazione di massa e dal sentimento ambiguo di cambiare tutto che la spinge. L’opportunità si trova anche nella capacità che le forme di
autorganizzazione che stanno nascendo ovunque riescono ad avere, insieme alla frazione trasformatrice delle organizzazioni indipendentiste, di spingere più avanti possibile una presenza di massa nelle strade. Cosi come le forme di vita e di lottare che in essa possono nascere.

E’ questa presenza che, mentre permane, destituisce il potere dell’ordine presente e apre il campo del pensabile. E’ l’arte del possibile. Non da sola, certo, ma risuonando tanto nelle organizzazioni, nelle azioni e nelle parole già esistenti come in quelle che nascono al calore del conflitto.

Nei giorni scorsi, in un articolo, una donna spiegava che tutta questa preoccupazione del regime e l’opportunità di cambiare tutto la facevano sentire veramente viva. Uno dei compiti dei gruppi definiti come autonomi o anarchici, nonostante siano una minoranza nei Comitati di Difesa di Quartiere che stanno nascendo da tutte le parti con diversi nomi, potrebbe
essere quello di tentare di espandere nella pratica questo sentirsi più vive che mai. Invece di chiudere questi CD troppo in fretta, cercando consensi schiaccianti con vecchie tattiche assembleari mefitiche e di goffe manipolazioni che vengono da lontano e che tutti odiano, dovremmo aprire uno spazio al libero uso di sé e del mondo e alla moltiplicazione di iniziative autonome. In termini giuridico-politici, utilizzare le cose senza averne diritto vuol dire aprire lo spazio ad un altro diritto, che nella sua forma statale di origine romana è adesso sospeso.

Un altro compito potrebbe essere una critica paziente, argomentata e tenace tanto delle forme di vita capitaliste senza senso e senza uscita, come di ogni tentativo di lasciarsi strappare l’iniziativa chiudendo il processo che si apre dal 1-O e soprattutto dopo il 1-O dentro uno spazio dove nuovamente non verremo ascoltati.

Cosa vogliamo? Anche noi vogliamo cambiare tutto con l’indipendenza. Vogliamo una partecipazione ampia e vera in tutte le questioni che ci toccano per davvero. Vogliamo potere vivere bene. Vogliamo un prezzo politico per la casa, tale che ci permetta di tornare ad abitare i nostri quartieri. Vogliamo fermare la mano di quanti si permettono di sfruttare e precarizzare inquilini ed inquiline, lavoratori e lavoratrici dei nostri quartieri e paesi, con una forza collettiva e determinata. Vogliamo che i grandi proprietari ed i grandi capitali smettano di avere mano libera per distruggere i quartieri. Vogliamo che i rifugiati e le rifugiati, i migranti, si sentano a casa loro ed imparare da loro non soltanto quanto ci sia di coloniale in noi stessi ma anche in quali modi possiamo aiutarci reciprocamente. Vogliamo dei mezzi per dotarci di spazi di vita comune dove piccoli e adulti imparino a conoscersi, imparino ad imparare, dove rubare il tempo all’accelerazione dei mercati e per cospirare contro l’intollerabile. Vogliamo dispiegare altre maniere di vivere, meno dipendenti dal mondo ostile che i governi del capitale hanno eretto ovunque e che ci opprime ed intristisce. Vogliamo tante cose…vogliamo con l’indipendenza cambiare tutto, radicalmente.
I Comitati di Difesa sono stati creati per difendere il referendum del 1-O. Una volta superata questa domenica dovrebbero servire per difendere attivamente i suoi risultati. Ma quello che è necessario difendere in questo processo è anche questo anelito a cambiare finalmente tutto, così come il sentimento di sentirci più vivi che mai. Che questi CD non diventino dei micro-governi ingannevoli, né dei covi di micropolitici in cerca di reputazione, ma degli spazi dove scatenare la nostra voglia di vivere cambiando ogni cosa!

Quello che dovrebbe rimanere chiaro nel processo di creazione della cosiddetta “Repubblica Catalana” è che questo non avverrà senza una mobilitazione permanente né senza i CD. Per questo è necessario che i CD consolidino la propria potenza e capacità. I CD dovrebbero dotarsi di delegati revocabili che possano coordinarsi rapidamente con fiducia tra loro e con altri soggetti e settori combattivi che prendono posizione, femministe, studenti, sindacati, migranti etc. Dovrebbero anche creare un
proprio organo di propaganda potente per essere critici contro ogni tentativo di chiudere troppo rapidamente il processo, cosi come per diffondere l’entusiasmo che vive nel desiderio di affondare il Regime del ‘78 per cambiare tutto. Veniamo dalle assemblee di quartiere, dai comitati per lo sciopero, dalle assemblee per la casa, dagli atenei libertari e dai gruppi autonomi, che sono da tutte le parti perché il desiderio di mettere un freno all’ordine odioso e la gente che si organizza è dappertutto.

E’ necessario che troviamo la fiducia, l’intelligenza e l’agilità per essere ovunque e allo stesso tempo per poter intervenire come una forza organizzata e difendere la nostra posizione. Per poter creare delle zone autonome da tutte le parti abbiamo in certi momenti la necessità di essere più centralisti dei centralisti, non come una nuova burocrazia ma come una forza che si manifesta. Uno spazio centrale per la mobilitazione deve essere aperto e sarà aperto. Una piazza o un palazzo. Sperando che non affoghi in un’assemblea permanente come una brutta copia di un parlamento, ma che serva per moltiplicare le iniziative, per ispirare tutto quello che verrà, per condividere idee, risorse e proposte e soprattutto per incontrarci negli occhi delle altre e degli altri, in un processo che dia alla luce il mondo nuovo che portiamo nei nostri cuori.

Cronaca da una scuola catalana l’1-0

di Andrea Tacconi

Fiumi di parole sono stati e verranno pubblicati da analisti assai più autorevoli di chi scrive su questo 1 di Ottobre, su questo 1-O, primo giorno dell’anno zero, per giocare con l’immagine “palingenetica” del numero per la lettera. Il giorno in cui milioni di persone si sono recate a votare in un referendum che molti hanno erroneamente (o troppo precipitosamente) descritto come anti-democratico, trovandosi davanti la brutale repressione dello stato spagnolo, che usando la forza dei manganelli ha dimostrato di saper usare solo l’unico strumento possibile per chi non è abituato e non vuole comprendere o tanto meno dialogare. Lo strumento della repressione di uno stato ancora troppo franchista che sa parlare solo di legalità, di ripristino della normalità, di uso “adeguato” della polizia. A un italiano in Catalogna non può non venire in mente la stupenda immagine cinematografica di quel capo della questura interpretato da Gian Maria Volonté nell’indimenticabile Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, il quale arringando i suoi scagnozzi contro le manifestazioni degli studenti grida: “Noi siamo a guardia della legge, che vogliamo immutabile, scolpita nel tempo!”.

Oggi nel vedere Mariano Rajoy giustificare le cariche della Guardia Civil, descrivendole come “proporzionate” alle file chilometriche di cittadini liberi di ogni età davanti alle scuole, non può non venire in mente il fascismo di uno stato di polizia di cui magistralmente ritrasse il volto Elio Petri.

E forse la realtà supera la finzione, perché qui votare diventa addirittura “trasgressivo”. Come ha di recente detto il filosofo catalano, Santiago López Petit.

Fiumi di parole sono stati scritti e verranno scritti sul punto di vista politico, su ciò che è democratico o non lo è, sulla opportunità di convocare un referendum se non si hanno le competenze costituzionali per farlo, sulla modificabilità di tale costituzione. Ognuno si farà un’opinione personale leggendo i giornali, alcuni penseranno che la Catologna vuole l’indipendenza solo perché è ricca, altri che i Catalani sono come i secessionisti padani che non vogliono pagare le tasse, o forse non come loro ma sicuramente nemmeno come gli irlandesi. Altri diranno che votare ha portato solo a uno scontro frontale fra uno stato e una sua regione che aspira a diventare tale, o che la lotta dei catalani è anacronistica, o ancora che l’1-O ha vinto il “catastrofico pareggio” quello in cui secondo Gramsci il vecchio stenta a morire e il nuovo non riesce a nascere.

Valanghe di foto e video sui mezzi di comunicazione e sulle reti sociali verranno vomitati addosso all’opinione pubblica di mezzo mondo più o meno manipolati e ognuno si farà la propria opinione anche in base a quelle che sono le proprie convinzioni teorico-politiche.

A chi scrive interessa solo provare a raccontare una breve cronaca di ciò che ha vissuto in prima persona in mezzo a migliaia di altre storie personali.

  • Venerdì pomeriggio. Ore 16:30. Chiusura delle scuole

Come ogni venerdì i bambini escono al suono della campanella. Merende, bambini che gridano, palloni che danzano. Il sabato mattina qui, nessuno va a scuola, nemmeno gli alunni delle scuole superiori, c’è aria di fine settimana e il cielo azzurro di Barcellona mette il buon umore addosso. Subito si percepisce però che non si tratta del solito venerdì pomeriggio. Dopo pochi minuti qualcuno arriva nella piazza John Lennon adiacente all’entrata della scuola Univers del “barrio” di Gràcia. Ha un megafono in mano e chiama tutti alla “festa dell’autunno” nel cortile interno della scuola. Si tratta in realtà di una assemblea aperta a tutti i genitori della scuola che vogliono occupare la scuola per due notti fino all’apertura della domenica mattina per l’inizio del referendum “illegale”. C’è però, oltre al divieto di tenere aperta la scuola, anche la minaccia che il governo, dopo aver chiuso quasi 300 pagine web, blocchi anche i gruppi di whatsapp che appoggiano o che vengono usati per autorganizzare il referendum. Si è deciso quindi di chiamare l’iniziativa e il gruppo whatsapp per chi la coordina e vi partecipa “Festa de la Tardor” (festa dell’autunno – NdT).

Un gruppo di una cinquantina di genitori inizia un’assemblea a porte chiuse, solo per le famiglie della scuola, in cui vengono suddivisi i compiti e vengono create le commissioni, quella per la comunicazione, quella per l’organizzazione degli spazi utilizzabili e le attività e quella per l’accoglienza ai Mossos d’Esquadra: la polizia regionale ha infatti l’ordine espresso del potere giudiziario spagnolo di chiudere le scuole entro le 6 di mattina di domenica. E nessuno sa se, fino a che punto e con quali mezzi la polizia della Catalogna rispetterà tali ordini. L’incertezza è alta al riguardo.

Il pomeriggio continua festivo, organizzando attività per i bambini aperte al quartiere per il sabato e assemblee di coordinamento con le altre scuole e con i comitati per la difesa del referendum della domenica.

Qualcuno esprime di essere in disaccordo con l’uso strumentale delle scuole a fini politici, la stragrande maggioranza dell’assemblea gli risponde che a questo punto votare, indipendentemente dal sì o dal no, è una lezione di democrazia che è giusto che i bambini imparino nelle scuole, qualcun altro invece gli domanda, meno pacatamente, se abbia mai occupato una scuola negli anni delle superiori.

Cominciano ad arrivare i primi giornalisti, l’ambiente si scalda, le persone del quartiere a cui toccherebbe votare in quel seggio affollano lo spazio antistante ai cancelli per domandare come si svolgerà la votazione e come agiranno le forze dell’ordine. Nessuno lo sa. I ragazzi di un centro sociale libertario accanto alla piazza offrono il loro aiuto, ma con molto rispetto, non vogliono intromettersi in ciò che decideranno le scuole. Per ora di certo c’è solo che un numero via via crescente di unità della polizia nazionale e della Guardia Civil sta arrivando in Catalogna, ma in realtà chi ha ricevuto l’ordine di evacuare le scuole è la polizia regionale. Nessuno sa fino a che punto e se un corpo di polizia deciderà di adottare completamente la via della disobbedienza.

Infine ecco la prima pattuglia. Ore 19. Una coppia di Mossos in divisa ordinaria, con aria piuttosto pacifica, si avvicina ai cancelli per chiedere dei responsabili, la risposta è: tutti. Si limitano ad aprire un fascicolo e a comunicare che la domenica alle 6 del mattino la scuola dovrà essere vuota. L’incertezza aumenta, ma si fa strada l’idea che forse, nonostante tutto, si riuscirà a votare.

La sera finisce nella palestra, un centinaio di persone fra adulti e bambini, vanno a letto nei sacchi a pelo guardando un film.

  • Sabato. Scuola El Jujol. Assemblea della mattina.

La frenesia aumenta. Le strade sono un brulichio di gente. I telefoni fumano. Nonostante la partecipazione cittadina sia molto alta ci si rende subito conto che c’è un punto debole da risolvere. In caso di attacco agli occupanti da parte delle forze dell’ordine (forse catalane, forse spagnole), verranno scelte come obiettivo le scuole con meno partecipazione. E parte anche la caccia ai poliziotti infiltrati, poiché se la polizia franchista aveva una “grandissima tradizione” di confidenti e infiltrati, quella post-franchista non è da meno. I poliziotti in borghese starebbero girando per Barcellona ad osservare i possibili obiettivi deboli. Le reti sociali, whatsapp e twitter in prima fila, cominciano a diffondere liste di scuole in cui la partecipazione è più bassa. El Jujol di Gràcia è una di queste. Il quartiere comincia a mobilitarsi. Un casal popular de barrio (una forma di spazio politico di base poco comune in Italia e di cui Barcellona è piena), La Torna, si presta subito a dare una mano alla scuola in difficoltà, organizzando il pernottamento di studenti baschi e francesi venuti a partecipare alla difesa delle urne e una serie di attività nella piazzetta davanti alla sede di seggio: pranzi popolari a base di paella, concerti, attività per bambini e soprattutto, una formazione su come comportarsi in caso di cariche della polizia. L’imperativo è organizzare una resistenza pacifica. Alcuni studenti delle superiori si allenano al gioco della “sbarbacipolla”, simulando dei poliziotti che strappano via le persone da una barriera umana di persone che si afferrano le une alle altre.

Sempre più persone arrivano alla scuola, fra le quali anche gli avvocati di alcune organizzazioni che offrono assistenza legale per spiegare quale siano le regole di comportamento da seguire in caso di sgombero e quali i possibili rischi che si corrono. I presidenti di seggio si espongono alla pena detentiva.

Nel frattempo corre la notizia che i Mossos stanno intensificando le visite nelle scuole e che dal resto della Spagna continua l’arrivo della Polizia Nacional e della Guardia Civil. Circolano in rete due video “virali”. Uno è quello di una imponente colonna di furgoni con in testa un gigantesco blindato anfibio con idranti ai quattro lati in viaggio sulla superstrada alle porte di Barcellona e l’altro è quello dei cori fuori dalle caserme della Gaurdia Civil dove gruppi di “simpatici” cittadini democratici salutano le vetture in partenza dalle quali spuntano braccia tese, sventolando la bandiera spagnola con l’aquila e cantando in coro “A por ellos! Oé!”. Una specie di grido di guerra difficilmente traducibile, ma che significa più a meno “vi veniamo a prendere” o “ve la facciamo vedere”.

The revolution will not be televised” cantava Scott-Heron negli anni 70, questa non è sicuramente la rivoluzione, ma forse aveva ragione nel senso che qualsiasi tipo di evento moltitudianario, se non sarà trasmesso in diretta TV, sarà almeno “twitteato” o “whatsappeato” contemporaneamente agli avvenimenti.

Nell’assemblea del pomeriggio viene sconsigliato che i bambini rimangano a dormire durante la seconda notte. Tutti sono d’accordo, e la tensione sale.

Il tardo pomeriggio è un susseguirsi di voci false che annunciano il primo attacco alla prima scuola. Gli organi ufficiali smentiscono e invitano a credere solo ai messaggi ufficiali. Alberto, un vecchio attivista di un sindacato di base della multinazionale Telefonica, dice a tutti col suo vocione iberico di smetterla col cellulare, che c’è da diventare matti.

È l’ora di cena. Le strade del quartiere si riempiono di gente. Musica. Tutti sono in strada. I bar sono pieni. Ci sono alcuni gruppi di pompieri che girano in un uniforme. I Vigili del Fuoco, che il giorno prima hanno diffuso un video in cui srotolano un enorme telone bianco con su scritto “Love Democarcy” dal tetto della loro sede centrale di Barcellona, un’antica fabbrica in stile modernista, si sono offerti di fare da cordone umano in caso di cariche della Guardia Civil. La gente li applaude e grida “no pasarán, no pasarán”. Qualche ragazza gli butta baci.

Ore 22. Inizia la “cacerolada”, la protesta pubblica in cui tutti dai balconi e in strada agitano e sbattono oggetti metallici. Il frastuono metallico è meravigliosamente allegro. Si uniscono anche i“paqui”, i gestori per lo più pachistani e indiani degli alimentari che vendono birra e alcolici la notte. Dura un quarto d’ora abbondante, ma poi, fatto insolito per un sabato sera barcellonese, la gente inizia a rincasare, molti altri coi sacchi a pelo si dirigono verso le scuole. La giornata di domenica inizia alle 6 del mattino, e servono forze. “Se arrivano all’alba che ci trovino pronti e non col mal di testa” dice ancora Alberto, il vecchio anarcosindacalista. La movida si spegne lentamente.

Ma poi improvvisamente di nuovo Twitter, questa volta è un messaggio ufficiale che inviano dal loro account i portuali della CNT (lo storico sindacato libertario) in sciopero poiché si rifiutano di occuparsi della enorme nave da crociera con le gigantesche facce di Duffy Duck, Titti e Willy il Coyote stampate sopra in cui sono alloggiati centinaia di poliziotti ormai da una settimana. Sono così tanti che le caserme non bastano e il governo ha dovuto affittare una nave per alloggiarli, solo che è così squallidamente ridicolo che ne ha scelta una decorata con i personaggi dei Looney Tunes.

Il messaggio dice: “Attenzione! Cominciano a uscire dalla nave in gruppi sempre più grandi. Abbiamo sentito dire che è scattata l’ora chiave per l’inizio dell’operazione!”

Sono le dodici. Sul quartiere di Gracia cala un profondo silenzio insolito. Solo il rumore di un elicottero oscuro che con un fascio di luce azzurra sorvola la città.

  • Domenica ore 6 del mattino. Escola Ramón Lull quartiere dell’Eixample

Il fatidico giorno è arrivato. Alle 6 siamo tutti svegli e in piedi, in attesa che arrivino i Mossos, la polizia nazionale o la Guardia Civil. O no, nessuno lo sa e quindi si va avanti con l’organizzazione del referendum. L’attesa principale diventa allora quella per le urne. Il governo spagnolo nei giorni scorsi ha messo in atto una vera e propria caccia a schede elettorali e contenitori in cui depositarle, perquisendo tipografie e piccole ditte a cui vengono commissionati tali oggetti e trovando in alcuni casi materiale che la Guardia Civil sequestra. Nessuno sa bene chi e quando le porterà, il tutto avviene in un clima di speciale segretezza, specialmente dopo che il governo ha già mostrato la sua mano dura il 20 di settembre arrestando 14 alti funzionari del governo “autonomico” catalano con l’accusa di violazione della privacy in relazione ai dati dell’anagrafe elettorale, di competenza dello stato centrale. Ma finalmente verso le sette le urne arrivano. Qualche notizia trapela, chi le ha portate è stato contatto da persone che non hanno rivelato il proprio nome e che hanno fornito solo un indirizzo e una parola d’ordine per andarle a cercare nottetempo in un garage privato aperto da qualcuno che a sua volta non ha rivelato la propria identità e in cui c’erano solo le urne di quel seggio. Così si pensa che sia avvenuto per gli oltre 2000 seggi sparsi in tutto il territorio.

Tornano i Mossos, una coppia, chiedono di nuovo di identificare qualcuno, la risposta è sempre la stessa. O tutti o nessuno. Se ne vanno.

Ormai è tutto pronto per la votazione, ma alla fine le previsioni più nere si avverano. Una lunghissima colonna di “furgonetas” antisommossa della polizia nazionale irrompe dalla calle Sardenya andandosi a fermare proprio davanti alla porta della scuola. Scendono a decine. Si aprono strada come possono fra la folla che li attende a braccia alzate gridando: “Votarem, votarem!”. Volano i primi spintoni e le prime manganellate. La gente comincia a insultare e l’ambiente si scalda.

Nel frattempo i membri della commissione elettorale e un ristretto numero di genitori che costituiscono una specie di piccolo servizio d’ordine si barricano all’interno della scuola e si forma una barriera di gente disposta su tre file che si è seduta davanti all’entrata decisa a non far passare la polizia. Si afferrano fra loro e cominciano a gridare “fora les forces d’ocupació, fora les forçes d’ocupació!”. Ma i poliziotti si moltiplicano e alla resistenza pacifica oppongono manganellate. Così rompono nasi e teste varie e le dita a una donna che riesce a filmare la sua mano nel momento in cui riceve il colpo. Ci mettono più di due ore a “sbarbare” uno a uno i resistenti dalla barriera umana, ma alla fine sono davanti alla porta che cominciano a prendere ad accettate. Da dentro si sentono grida in castigliano, “fuera hijos de puta!”. Il primo poliziotto che entra riceve il lancio forte di una sedia da ufficio alle gambe che lo fa volare a terra. Tutti gridano “bravo, bravo!” Ma quelli che lo seguono hanno fucili con pallottole di gomma e lacrimogeni, entrano, nessuno spara ma i presenti arretrano. Due uomini si lanciano ad afferrare le urne di plastica e comincia un tira e molla con i poliziotti, non è tanto il contenitore che difendono (le urne in fin dei conti potrebbero essere fatte con delle semplici scatole di cartone) quanto i fogli con l’anagrafe elettorale, senza la quale sarebbe difficile poter continuare la votazione. Alla fine bastano due colpi di manganello ben assestati per impossessarsene. E poi si portano via tutto fogli, computer, urne, schede…

Ma l’uscita si complica. Dalle case sono scesi gli abitanti del quartiere a decine, hanno fatto un cordone umano e provano ad accerchiarli, c’è anche qualche vigile del fuoco che affronta i poliziotti a muso duro e con lo schermo antifiamma calato sul volto. Improvvisamente da un balcone una donna anziana grida “arrivano, arrivano da quella parte!”. Sono altre “furgonetas” che arrivano a tappare la strada dalla parte opposta. Uno schema classico. I manifestanti sono presi fra due fuochi. La tensione è al massimo. Gli agenti di polizia cominciamo a sparare pallottole di gomma, un’arma antisommossa proibita per legge in Catalogna dopo che una donna perse un occhio durante la dispersione di una manifestazione ai tempi del 15-M. In quel caso furono i Mossos, qualcuno sembra essersene dimenticato adesso che invoca gridando l’aiuto dei due agenti di polizia catalana che guardano attoniti la Policia Nacional Española sparare pallottole di gomma “illegali” all’altezza del viso. Il sentimento nei confronti dei Mossos è opposto fra i manifestanti, sebbene molti invochino il loro aiuto, altri indignati per l’immobilismo dei due agenti (che comunque sono due e poco potrebbero fare per fermare le cariche di un centinaio di celerini inferociti) cominciano a inveire contro di loro chiamandoli “botiflers” una antica parola la cui etimologia risale ai tempi della Guerra di Successione Spagnola e con cui ancora oggi i catalani chiamano i politici o le persone che considerano “traditori della patria”, “spagnolisti”.

Alla fine succede. La storia si ripete. Una pallottola colpisce al volto un ragazzo che viene portato via d’urgenza. È un musicista di un gruppo piuttosto famoso, ci dicono alcuni ragazzi. Forse perderà l’occhio pure lui.

È finita. Piano piano la gente si disperde e i furgoni se ne vanno. Molti piangono. La scuola è stata chiusa e almeno in questo seggio non si potrà votare.

Marta, una ragazza della Plataforma Escoles Obertes, ci invita a prendere un caffè in un bar pieno zeppo di persone, tutte incollate davanti alla TV per seguire le ultime notizie.

Decine e decine di scuole in tutta la Catalogna vengono chiuse con la violenza dalla polizia spagnola. Le immagini somigliano tutte a quelle vissute pochi minuti prima.

Le prime scuole che la polizia ha deciso di sgomberare sono quelle in cui devono votare le personalità di rilievo della politica catalana, come la presidentessa del parlamento della Catalogna, Carme Forcadell, una donna proveniente dal mondo dell’associazionismo con una personalità estremamente carismatica o lo stesso presidente Puigdemont, il quale, visto che il suo seggio è stato chiuso, è costretto a votare in un seggio vicino, al quale si reca dopo aver dovuto montare sull’auto della scorta dentro un tunnel per depistare un elicottero che lo segue dall’alto.

Ad ogni modo si capisce, anche grazie alla tempesta di messaggi che cominciano ad arrivare, che l’operazione della polizia spagnola (che pure riuscirà alla fine a chiudere circa 300 seggi su 2300) è stata a macchia di leopardo e che la votazione continua. Alla fine, per chi si è visto chiudere il seggio, è possibile votare in altri che hanno comunque l’anagrafe

Marta ci invita a recarci in una scuola del quartiere del Clot che per paura dell’arrivo della polizia ha deciso di trasferire le urne scortate da centinaia di persone, fra cui anche diversi osservatori internazionali, in un’altra scuola vicina in cui la partecipazione popolare in difesa del referendum è più alta e in caso di arrivo della polizia la resistenza sarebbe più alta.

Arriviamo, la coda per votare è chilometrica, si mette pure a piovere, gente dalle case comincia a portare acqua e cibo alle persone in coda.

La giornata referendaria continua imperterrita. Alla fine si vota. Nonostante tutto. Nonostante i seggi chiusi, nonostante un partito cosiddetto di sinistra che non ha concesso i locali pubblici al referendum invitando “craxianamente” ad andare al mare in questa giornata, bene o male, storica, invece di partecipare. Nonostante la violenza dello stato spagnolo, che ha mostrato il suo vero volto franchista.

Il pomeriggio scorre lento e isterico, fra voci di nuovi arrivi della polizia, cacce ai poliziotti in borghese e lunghe interminabili conversazioni tra le persone che circondano i seggi.

Finalmente le 8. Si chiude. È il momento di proteggere di nuovo le urne per iniziare il conteggio e portare schede e verbali alla sede operativa centrale.

I risultati arrivano in tarda notte, passata l’una. Ha votato il 42% degli aventi diritto, o almeno, ci sono i voti del 42%, visto che la polizia ha chiuso 300 seggi portandosi via tutte le schede elettorali. Di questo 42% il 90% ha detto sì. Cioè ha detto sì il 40 % degli aventi diritto.

Molti useranno questo dato per dire che il 60% dei catalani è rimasto a casa. Per noi non è così, ma è tardi per discutere delle valutazioni e degli scenari che si aprono a partire da questa giornata, che comunque sia è stata un successo e in cui, almeno a noi e almeno per un giorno, è apparso chiaro da che parte stare.

Scrivono Hardt e Negri nel loro Comune: “Il dato che emerge incontestabilmente da quanto abbiamo detto fin qui è che le lotte di liberazione non possono più essere intese come forze della modernizzazione o come spinte degli stadi dello sviluppo. La potenza dell’antimodernità che rimase lettera morta nella storia delle rivoluzioni socialiste e nelle lotte di indipendenza nazionale, oggi ritorna prepotentemente al centro della scena”.

Come già detto al principio, chi scrive non crede assolutamente che la costituzione di una nuova repubblica novecentesca dentro un’Europa di burocrati e banchieri sia la panacea di tutti i problemi (e non crede che lo pensi nemmeno buona parte di chi ha votato oggi), ma sta dalla parte di chi vuole rompere uno stato spagnolo che si è dimostrato ancora una volta novecentescamente fascista. Il livello e le forme di partecipazione di coloro che hanno deciso di esercitare questo “voto trasgressivo”, determinerà nelle prossime settimane se la “questione catalana” come possibile embrione di una più ampia lotta antisistema sia un fuoco fatuo, oppure no. Non c’è tempo in questa sede nemmeno per chiedersi, come hanno fatto alcuni politologi della socialdemocrazia, se un restringimento geografico dei confini della cosiddetta sovranità popolare possa essere o meno un modo di riformare la politica tradizionale aumentando il livello di partecipazione democratica dei cittadini.

Quello che è chiaro è che troppo rapidamente si è liquidata la “questione catalana” etichettandola in mille modi diversi, mentre invece varrebbe la pena di seguirla con più attenzione e più rispetto come un possibile laboratorio della altermodernità.