Contro la morte nera – Per un antifascismo rivoluzionario

Per questo numero di settembre Qui e Ora incontra un gruppo antifascista parigino, SIAMO Sorbonne Antifasciste. In questa intervista i compagni francesi ci raccontano cosa vuol dire essere antifascisti nella Francia di Macron e del Front National, di Bastion Social e di Action Français, dei movimenti contro la loi travail e la loi ORE, degli scioperi studenteschi e dei lavoratori. 

QeO: La Francia sta vivendo un momento particolare ci sembra. Un giovane rampante manager è a capo del governo e sembra interpretare perfettamente l’anello di congiunzione tra Neoliberalismo e neo-autoritarismo, il mix tra questi due elementi ci sembra un vero e proprio cocktail il cui contenuto è una singolare forma di neofascismo. Voi che ne pensate? La questione può essere circoscritta solo ad un “via libera” alla polizia o pensate ci sia qualcosa di più complesso?

SIAMO: Il governo e la politica condotta da Emmanuel Macron rappresentano effettivamente un misto tra il neoliberismo e neo-autoritarismo. In primo luogo ciò si mostra chiaramente nella sovrapposizione di leggi autoritarie e neo liberali. Nell’attuale agenda politica possiamo citare alla rinfusa dalle leggi securitarie ed anti-terrorismo, che sono state votate all’inizio del mandato di Macron (come la costituzionalizzazione delle leggi previste dallo stato d’emergenza), all’aumento del numero di poliziotti; dalle misure narrate come ‘contro il terrorismo’ che servono in realtà a mettere nel mirino i/le militanti, alla distruzione del codice del lavoro (con la loi travail cc.dd. XXL) e la rimessa in discussione dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici; dalla riforma ferroviaria che ha privatizzato di nascosto le ferrovie francesi, all’insieme di misure prese in favore di coloro che detengono i capitali (come, ad esempio, la soppressione dell’ISF).

Questa alleanza tra neoliberalismo e autoritarismo, tuttavia, si è realizzata anche attraverso leggi ed azioni di governo che esprimono una vera e propria commistione di questi due elementi. L’esempio della ZAD di Notre-dame des Landes è emblematico per comprendere appieno gli obiettivi di questo governo. In questo caso, infatti, in un sol colpo il governo ha rumorosamente affermato l’assoluto predominio nonché una vera e propria santificazione della proprietà privata, e contemporaneamente la sovranità dello stato sui suoi territori, attraverso un’eccellente dimostrazione della propria capacità di utilizzare la violenza “legittima”. Allo stesso tempo sono state prese misure serie per controllare gli/le scioperanti, e, in particolare, per obbligarli/e a tornare al lavoro, qualunque esso fosse. Si tratta di un’assunzione da parte dello Stato di un ruolo autoritario e paternalista, utile al profitto delle logiche neo-liberali di flessibilità del mercato del lavoro. In un senso più ampio la precarizzazione del lavoro e la generalizzazione dello status di “auto-imprenditori” (cc.dd. “uberizzazione dell’economia”), incidono pesantemente su quelle fasce della popolazione che sono già precarie, e si coniugano così oppressioni economiche e sociali che non fanno che aggravare le disuguaglianze di razza, classe e genere presenti nella società. Ma questa ambivalenza tra due facce di una stessa politica neofascista, come la ritroviamo in Francia oggi, non è totalmente nuova. Abbiamo già visto le premesse di tutto ciò nel governo Hollande e nella sua gestione combinata di promozione della Loi Travail e di repressione orchestrata contro gli/le oppositori/trici.

Questa alleanza promana anche, in parte, da una tendenza del mondo politico a considerare univoci i criteri per giudicare le politiche messe in atto, come il livello di tecnocraticità del governo e la consacrazione dell’economia ortodossa e delle logiche distorte che questa porta con sé. Ciò si è rafforzato molto con il governo Macron, che si racconta infatti come un “governo di esperti”, il cui obiettivo è imporsi al di sopra di tutti/e gli/le altri/e: si denigra qualsiasi opposizione politica dichiarandola illegittima in quanto non rispettosa della “ragione economica”, e si reprime violentemente chi si oppone. D’altro canto, per mettere in pratica le sue politiche, Macron ha certamente tirato fuori dal cassetto qualche nuovo personaggio, che dovrebbe rappresentare la società civile, ma che in realtà non è altro che espressione di una classe politica tradizionale e ben conosciuta. Possiamo fare riferimento, in particolare, a Gerard Collomb, un vecchio e noto fascista, che incarna il suo ruolo a meraviglia. Ad ogni modo, questa alleanza tra autoritarismo e neoliberismo si è già verificata e continua a verificarsi in paesi come la Grecia, dove le politiche di austerity sono imposte al popolo violentemente, dal punto di vista fisico, economico e sociale.

Cionondimeno certi elementi di queste politiche neofasciste sembrano essere particolarmente ben radicati in Francia, e nella politica di Macron. Ciò che è cambiato, rispetto al passato, è la scala delle riforme intraprese e la velocità alla quale esse vengono imposte (anche grazie ad un parlamento ingessato, incapace di opporre la minima resistenza). Questa velocità ha, naturalmente, un forte impatto su ogni possibile opposizione, che risulta quindi molto più complessa perché obbligata a combattere contro troppe leggi, e troppe riforme, tutte insieme. Fare un elenco delle riforme passate dalla primavera 2017 ad oggi, permette di rendersi conto dell’ampiezza e del peso assunti dalla politica di Macron. Questa volontà di cambiamento rapido e globale, che poggia su una presunta “razionalità economica”, e che viene messa in pratica con la forza, è ciò che caratterizza quanto sta accadendo oggi in Francia, e non lascia presagire niente di buono.

Il secondo elemento specifico della situazione francese è la strategia di comunicazione del governo: si affermano e si riaffermano determinati principi, per poi negarli nei fatti. Mentre il governo distrugge poco a poco i servizi pubblici, Macron annuncia l’organizzazione del “Welfare State del XXI secolo”. Mentre i/le migranti vengono cacciati dalle strade, braccati/e alle frontiere, messi/e nei CRA e più in generale trattati/e come indesiderabili, Macron denuncia la chiusura dei porti italiani all’Aquarius e si rimette in bocca la retorica dell’accoglienza. Il discorso e la retorica sono sostituiti dalle pratiche. Ora, questa strategia non può sortire i suoi effetti se non grazie ad un suo corollario, che costituisce il terzo elemento caratteristico della situazione francese. Si tratta del totale consenso della maggior parte dei media alla figura di Macron, presentato come la sola via di fuga, l’unica soluzione per scampare ai “populismi” di destra e sinistra.

Perché, malgrado la pappardella sul “fact checking” che ci viene propinata, questa moda del dimenticare le opinioni contradittorie è politica a tutti gli effetti, e questa opposizione tra discorso e prassi non è quasi mai stata evidenziata, se non da piccoli media indipendenti a scarsa diffusione. Questa complicità mediatica è spaventosa perché permette di annichilire le differenze politiche e le possibilità di dibattito che possono sorgere nei differenti media. Tanto più che tutto ciò si organizza attorno al controllo sempre più stretto dei media e della comunicazione di governo. Tale singolarità si esplica dunque attraverso l’utilizzo sistematico di queste contro-verità. Quello francese è un neofascismo che avanza di nascosto, contrariamente a quanto avviene, ad esempio, con Orban in Ungheria, dove le politiche fasciste sono molto più esplicite.

Infine, questa singolare forma di neofascismo, si adegua perfettamente alla democrazia: il fascismo più classico, oggi incarnato dalla Le Pen, assume un ruolo di spauracchio, molto utile a questo governo di “estremo-centro”. Esso infatti permette a Macron di rassicurare una gran fetta della classe politica dominante in nome di una presunta barriera “repubblicana” contro l’estrema destra.

QeO: Qual è allora il ruolo della polizia in seno a questo sistema politico?

Innanzitutto bisogna sottolineare il fatto che con il ritorno di uno Stato che si concentra sulle sue attribuzione sovrane ed economiche (e non più sociali), la polizia si ritrova perfettamente nel suo classico ruolo di strumento di repressione e di controllo degli/delle indesiderabili. È così che il mix tra neoliberalismo e autoritarismo mostra chiaramente che lo stato neo-liberale ha ancora e sempre bisogno di una polizia forte, che gli permetta di applicare le sue politiche violente imponendo le sue posizioni con la forza. In seno a questo sistema la polizia gioca un ruolo chiave che va dalle indagini sugli oppositori e le oppositrici, alla gestione neo-coloniale dei territori marginalizzati. E tanto meglio se tutto ciò è opera di forze dell’ordine che concentrano al loro interno numerosi/e fascisti/e, come l’ha dimostrato la recente indagine sui progetti di attentati contro dei musulmani da parte di un gruppo di estrema destra.

Ciononostante sarebbe sbagliato credere che la polizia abbia le mani completamente libere. Essa, infatti, resta molto sottomessa allo stato che, da parte sua, le lascia un ampio margine di manovra. Così se da una parte le forze dell’ordine non sono autonome, dall’altra i loro compiti implicano quasi ontologicamente uno scarto dalla legge, al fine di poter imporre un certo ordine sociale ed economico (le violenze della polizia e le uccisioni a matrice razzista, come avvenuto di recente nel caso di Aboubakar Fofana, sono una precisa dimostrazione di tutto ciò). È il ruolo strutturale della polizia che spiega perché questi atti non sono sanzionati, e che, al contrario, la polizia è sistematicamente assunta in quanto istituzione, tanto che il suo ruolo non è messo in discussione mai e poi mai.

QeO: In Italia il vice primo ministro e ministro degli interni è Matteo Salvini, un arrogante razzista del nord Italia che ha ricevuto immediatamente i complimenti da Marine Le Pen. Quello tra Francia e Italia è un legame antico soprattutto quando si parla di organizzazioni neofasciste, una reciproca influenza di cui i frutti si vedono tutt’ ora. Volete farci una panoramica storica generale delle organizzazioni più significative per capire meglio la realtà francese fino ad arrivare alla nascita del “network” Bastion Social chiaramente ispirato dal “modello” Casapound Italia?

SIAMO: L’Italia e la Francia hanno dei legami particolarmente stretti quanto a prospettive ed azioni fasciste. Da Bloc Identitaire all’Action française o all’attuale Bastion Social, un gruppo creato nell’ autunno 2017, molto vicino a Casapound, abbiamo potuto ben vedere l’intesa tra i diversi gruppi. I legami tra Casapound in Italia e Bastion Social in Francia, in particolare, sembrano molto importanti: le conferenze tenutesi nelle varie sedi di Bastion Social che parlano di Casapound o in cui i due gruppi si incontrano, sono tanto numerose da non potersi contare. Sappiamo poi da fonti sicure che alcuni/e militanti di Bastion Social vivono a Roma e militano con Casapound e viceversa.

Questi sono i principali legami tra militanti fascisti italiani e francesi.

L’influenza “sociale” di Casapound ed il suo successo sono guardati con invidia dai nostri “fascisti in potenza”. Questa ammirazione si traduce in un copia-incolla dei metodi, ma, per ora, non ancora dei risultati. Allo stesso modo è importante sottolineare il tentativo di superamento della logica del branco attraverso una progressiva istituzionalizzazione, ad esempio nel soccorso ai/alle senza tetto e nelle azioni a volto scoperto. Ad onor del vero, però, oggi i fascisti francesi non hanno ancora realmente vinto questa loro scommessa istituzionale in quanto nei loro confronti, a livello mediatico e politico, si registra ancora una timida opposizione. Ma Bastion social riesce a radicarsi in diverse città e a riunire, per il momento, non pochi/e militati, razzisti/e e xenofobi/e, politicamente dispersi/e.

Una situazione complessa, che necessita di interventi radicali quanto immediati, come ci mostra l’esempio italiano. Il movimento che osserviamo in queste città, non ha tuttavia avuto a Parigi il successo atteso. Qui, se da un lato il gruppo di estrema destra GUD (Group Union Défense) si è ufficialmente sciolto lo scorso dicembre per fondersi con Bastion Social, dall’altro nessuna loro sede è per il momento stata aperta. In effetti Parigi non è una città propensa all’apertura di spazi occupati, un problema che affligge i gruppi fascisti quanto l’estrema sinistra. Anche per questo i fasci parigini si sono ristrutturati in un modello politico più caratterizzato dalle violenze di strada. Tutto ciò non può che suggerirci di restare vigili: presto potrebbero modificarsi alcuni elementi grazie all’importazione delle pratiche tipiche di Bastion Social.

QeO: Per fortuna la Francia è stata anche ricca di esperienze antifasciste famose a cui ispirarsi, potete farci un rapido racconto delle organizzazioni antifasciste francesi e concludere con la presentazione della vostra realtà politica? Da quali esigenze e necessità nasce SIAMO? Quali sono le principali differenze tra voi e gli altri gruppi antifa? Come vi relazionate con il movimento sulle tematiche che non sono prettamente antifasciste? Qual’ è stato il vostro contributo/approccio rispetto a forme di lotta come il “corteo di testa”?

SIAMO: Il SIAMO è stato creato da alcune persone che, inizialmente, non erano che conoscenti.

Durante l’estate del 2016, in pieno giorno, una studentessa ed un suo amico, di rientro alla Sorbona dopo una pausa, trovarono una decina di militanti dell’Action Française (AF) intenti a distribuire volantini manifestamente omofobi e xenofobi all’ingresso dell’università. Calmi/e, perfettamente a loro agio, agivano con l’aria di chi sente a casa sua, mettendo pressione ai/alle militanti di sinistra che provavano a tener loro testa. In un’auto parcheggiata un militante pro-monarchia passava il tempo a rimirarsi e pettinarsi nello specchietto retrovisore. Dopo aver letto quei volantini la discussione con gli/le studenti/esse si è fatta accesa, i toni si sono alzati, ma i membri dell’AF sono equipaggiati per lo scontro. Dopo alcune invettive e qualche spintone i militanti dell’AF se ne sono andati in tranquillità. I due studenti si sono allora domandati cosa avrebbero potuto fare; la prima idea era stata quella di contattare l’AFA (Action Antifasciste di Parigi), dove avevano un amico tra i/le militanti, ma si resero presto conto che il tempo di chiamare, costituire una squadra, in pieno giorno… i/le militanti di destra sarebbero stati già stati lontan/e.

Questo primo incontro ci permette di fare un’amara constatazione: nel quinto arondissement, nel 2016, era possibile essere militanti fascisti/e o monarchici/che, prendersi degli spazi e diffondere le proprie idee di estrema destra assolutamente indisturbati/e. Poco tempo dopo AF, di nuovo, è stata segnalata alla stazione del metrò Cluny la Sorbonne intenta a vendere il suo giornale. Alcuni/e studenti/esse decisero quindi di improvvisarsi militanti antifascisti/e e di andare sul posto. Ma non essendo abbastanza organizzati/e e conoscendosi appena non c’era modo di distinguere realmente chi erano i fascisti e chi no. A partire dal movimento nato nella primavera del 2016 e da alcune riflessioni sull’agire locale, in particolar modo grazie all’esperienza della ZAD, nasce l’idea di creare un gruppo organizzato che avrebbe dovuto raccogliere tutti/e coloro che avevano legami geografici con il quartiere. Chiunque era il/la benvenuto/a, che fosse o meno studente/essa della Sorbona.

L’obiettivo era quello di creare un gruppo radicato nel quartiere che avesse come scopo la lotta antifascista, e, grazie ad essa, la creazione di un filo rosso tra le diverse azioni in corso nel quartiere. In generale i gruppi antifascisti hanno spesso un’identità molto marcata fin dal principio, fin da prima di costituirsi come gruppo politico, e spesso si tratta di un gruppo di amici/che. Noi no, e questa è, a nostro parere, la prima specificità della nostra organizzazione. Molte delle persone che inizialmente si sono aggregate in quello che ben presto si chiamerà SIAMO non si conoscevano, alcuni/e erano conoscenti, altri/e erano stati coinvolti dai/dalle loro amici/che, altri/e ancora ne avevano sentito parlare nei corridoi dell’università.

Il SIAMO ha una grande stima per tutti gli altri gruppi antifascisti di Parigi, con i quali ha sempre portato avanti molte azioni, e, senza dubbio, continuerà a farlo. Non avremmo mai visto la luce, come organizzazione, senza l’esperienza che alcuni/e dei nostri membri avevano accumulato presso altri gruppi, come il CAPAB ad esempio, a Parigi ed altrove.

Ciononostante il gruppo ha messo in atto, in particolare nei suoi primi momenti, azioni che l’hanno subito distinto dagli altri gruppi antifascisti di Parigi. Mentre gli altri si opponevano alle azioni dei fascisti solo attraverso barriere fisiche, il SIAMO inventò nuove pratiche, fatte per umiliare i fascisti ed al tempo stesso rendere la nostra lotta accessibile ed accattivante per le persone che vivevano nel quartiere. Per fare un esempio, ricordiamo sempre con nostalgia le “torte in faccia” ai fasci nel 2016. Le nostre inchieste ed i metodi operativi pensati sul quartiere avrebbe dovuto evitare l’effetto sorpresa per permettere invece un radicamento reale in un quartiere attraversato quotidianamente da migliaia di studenti/esse e giovani.

Un altro aspetto che ci sta particolarmente a cuore è la creazione di legami stabili tra i collettivi che non si definiscono antifascisti per poter concorrere tutti e tutte alle altre lotte, tutte egualmente importanti: quelle per i/le migranti, per le vittime della violenza poliziesca, quelle antisessiste ed LGBT+, etc. Lo scambio di pratiche e di analisi non può che arricchirci, è importante non rinchiudersi in pratiche di militanza antifascista non inserite nell’orizzonte comune delle altre lotte. Da qui si spiega, dunque, la nostra presenza costante in ogni manifestazione, di cui spesso costituiamo lo spezzone di testa. Il quartiere Latino, conosciuto per le sollevazioni del maggio ‘68, è tuttavia da sempre caratterizzato da una forte presenza dell’estrema destra. Già negli anni ‘80/’90 vi si trovavano gli “skin du luco” (Lussemburgo) un gruppo skinhead neonazisti/e. Ci sono, in questo quartiere, dei bar vicini a fascisti molto noti, come Alain Soral, o gruppi di riflessione come Dextra.

C’erano molti bar frequentatati da ultrà di estrema destra, l’Action Français volantinava ogni venerdì alla stazione della metro di Cluny e, naturalmente c’è Assas, una facoltà storicamente caratterizzata dalla presenza di studenti/esse di estrema destra, e che ha visto tra i suoi corridoi la nascita del GUD (Groupe Union Defense). Oggi la situazione è cambiata, le apparizioni dei/delle fascisti/e a Cluny sono saltuarie e Assas ha perso i suoi militanti a seguito dello scioglimento del GUD.

Si continua, tuttavia, un lavoro costante sul territorio, a Cluny, anche con i comitati di quartiere e con le associazioni… Il 2016 è stato per molti dei/delle militanti del SIAMO un anno molto importante in termini di formazione e costruzione di una comune prospettiva politica. In molti poi, al di là delle riflessioni e degli incontri importanti, hanno raggiunto il SIAMO dopo le manganellate ricevute in manifestazione, ad esempio quelle contro la loi travail, e la creazione di questo gruppo ha permesso loro di agire insieme e di accrescere la loro fiducia in sé stessi e nella lotta.

QeO: Se il movimento contro la loi travail sembrava aver spazzato via definitivamente le organizzazioni neofasciste dalle strade ed aver annichilito le loro politiche anti-crisi e la loro retorica xenofoba, proprio nel momento di massima ascesa e popolarità del Front National, oggi queste organizzazioni appaiono rinvigorite a tal punto da scendere in piazza nonostante il movimento studentesco o attaccare le facoltà occupate. Potete raccontarci brevemente cosa è accaduto in questo senso in Francia nell’ultimo anno? E quali sono stati i differenti effetti che la presenza di un movimento rivoluzionario nelle strade ha avuto rispetto alle organizzazioni neofasciste?

SIAMO: Noi non arriveremmo al punto di dire che il movimento per la loi travail ha spazzato via le organizzazioni neofasciste dalle strade. A meno che non vi riferiate ai poliziotti, che invece abbiamo sì spazzato via dalle strade più di una volta. Il movimento contro la loi travail è durato qualche mese, che non è abbastanza per giudicare l’eventuale suo impatto sulle lotte antifasciste (tanto più che l’estrema destra non ha certo sonnecchiato durante quei mesi).

Parliamo ad esempio degli attacchi dei/delle militanti fascisti/e alla Nuit Debout di Place de la Republique, nella primavera 2016, o del presidio dei/delle poliziotti/e il 18 maggio 2016, in pieno movimento contro la loi travail, in una piazza che aveva come invitata d’onore Marion ‘Maréchal’ Le Pen.

Poi va detto che l’agenda dell’estrema destra non è stata particolarmente turbata dal movimento: abbiamo, infatti, assistito ad una manifestazione identitaria nel V arondissement, o alla loro tradizionale marcia in onore di Giovanna d’Arco a inizio maggio. Tuttavia il movimento contro la loi travail è stato efficace contro l’estrema destra nella misura in cui, durante quel periodo, le questioni sociali sono state prese in carico solo da un movimento di contestazione radicale di sinistra, tanto che l’estrema destra ne è stata assolutamente sovrastata. Per tutto il tempo in cui la lotta sociale è stata al centro del dibattito mediatico l’estrema destra istituzionale non poteva più attirare l’attenzione sul dibattito razzista, islamofobo o anti-immigrazione come sa ben fare lei. Questi mesi di primavera 2016 hanno inoltre permesso la politicizzazione di una nuova serie di militanti, portando nuove forze all’estrema sinistra. La maggior parte di noi viene da quella generazione e ciò mostra chiaramente che la lotta contro la loi travail ha portato molti individui verso l’antifascismo, fino alla costruzione del solido gruppo che siamo oggi.

Non riteniamo tuttavia che la disfatta del FN alle elezioni presidenziali del 2017 e la sua attuale debolezza siano state provocate da questo movimento, ma piuttosto dalle politiche macroniste che hanno saputo, da una parte, imporsi come sola forza politica legittima (contro l’estrema sinistra come contro l’estrema destra), e, dall’altra, utilizzare l’FN come spauracchio per poi, una volta eletti, riprendere in parte il loro programma.

Questo per dire che noi non crediamo che le organizzazioni di estrema destra abbiano un particolare ritorno di fiamma, ma piuttosto che ci sia una presa di coscienza degli ambienti militanti rispetto alla reale minaccia dell’estrema destra, in particolare anche a seguito di diversi attacchi fascisti avvenuti nei licei e nelle università. Questa pratica è iniziata con un attacco contro il LAP (Liceo Autogestito di Parigi) a Parigi, da parte di alcuni membri di GUD, ma ha raggiunto una reale importanza mediatica solo dopo un attacco fascista alla facoltà di giurisprudenza di Montpellier. Quest’evento ha avuto molta eco in Francia: degli uomini a volto coperto, armati di mazze di legno, sono entrati nell’università terrorizzando gli/le studenti con l’appoggio del rettore (che ha poi dato le dimissioni).

Questo evento particolarmente eclatante potrebbe lasciar pensare ad un ritorno del fascismo nelle università, ma è importante sfumarne la portata: quest’anno, per fare un esempio, il movimento contro la Loi ORE si è sviluppato in primo luogo proprio dentro le università.

Un gran numero di università francesi sono state occupate creando una situazione davvero straordinaria. Da qui gli/le studenti/esse che di solito portano avanti il loro percorso di studi al di fuori di ogni coinvolgimento politico si sono invece collocati/e, sentendo la necessità di prendere posizione, cosa che ha scaldato non poco gli animi.

Gli attacchi alle università, in particolare dei centri parigini di Tolbiac e Malesherbes, sono il frutto delle azioni di qualche testa calda, capace di coinvolgere gli/le studenti/esse non militanti che già erano contrari/ie alle occupazioni. Si trattava più di auto-rappresentarsi come eroi/ne liberatori/trici delle proprie università che di rivendicare realmente posizioni politiche fasciste. D’altra parte, dopo la fine delle occupazione, la maggior parte di questi/e studenti/esse, forti delle loro due settimane adrenaliniche passate a militare vicino ai/alle giovani fasci, si sono riconcentrati/e sui loro studi. Speriamo di non sentirne mai più parlare.

Se dobbiamo riassumere la situazione dell’estrema destra nelle università quest’anno, in particolare durante la loi ORE, diremmo che malgrado qualche azione eclatante, la destra è stata scarsamente rappresentata e poco ascoltata. In conclusione, ci teniamo ad approfittare di questo punto per fare una precisazione sul modo in cui questi attacchi, chiaramente fascisti, sono stati condotti, quanto meno a Parigi.

Noi crediamo che gli attacchi di questi gruppuscoli di estrema destra avrebbero dovuto portare ad una maggior presa di coscienza rispetto all’importanza di organizzare un’autodifesa collettiva dentro le università, e non delegarla ai militanti antifascisti come spesso avviene. L’antifascismo resta ancora per molte persone una lotta caricaturale, riservata a pochi/e capaci di gestire da soli/e le aggressioni. Noi ci siamo evidentemente costituiti/e per proteggere gli/le studenti/esse delle università contro il fascismo, ma l’antifascismo e la gestione delle violenze non devono restare appannaggio esclusivo di alcuni/e: è una lotta che va presa in carico da tutti e tutte.

QeO: Ci sembra che oggi più che mai le organizzazioni neofasciste a livello globale abbiano ricostituito una vera e propria “Internazionale Nera” di cui le organizzazioni neofasciste francesi sono spesso protagoniste? Come percepite voi questi legami internazionali?

SIAMO: Questa è una domanda difficile per noi, perché, in quanto collettivo parigino siamo molto lontani/e dalle organizzazioni fasciste internazionali più attive sul piano delle frontiere. Sappiamo che alcuni gruppi, come Generation Identitaire si organizzano su scala europea, cosa che moltiplica le loro risorse finanziarie e la loro portata nociva. Di fronte a ciò la nostra priorità è di incontrare gli antifascisti di tutta Europa per organizzarsi insieme e perché no, rendendoci disponibili per azioni organizzate collettivamente su scala internazionale, come ad esempio i contro-summit. Sta a noi costruire una solida risposta ai fascismi transfrontalieri.

QeO: Infine, sappiamo che voi come collettivo SIAMO siete riusciti a rompere quello stereotipo talvolta machista e sessista associato alle pratiche dell’antifascismo militante. In che modo declinate quindi la questione di genere nel ripensare il vostro modo di essere antifascisti oggi?

SIAMO: Anche se siamo molto contenti di riuscire a mantenere una certa attenzione rispetto al tema del sessismo, questione che di recente viene spesso presa in considerazione nell’ambiente antifascista, dobbiamo tuttavia ammettere che questa problematica è ancora considerata marginale e ciò emerge anche nel confronto con altri gruppi antifascisti, oltre ad essere sintomatico della diffusione del problema in sé. Secondo noi le lotte anti-sessiste ed LGBT+ sono troppo spesso relegate al rango di lotte secondarie, anche se dovrebbero essere al cuore delle nostre pratiche antifasciste.

Il fascismo, infatti, contribuisce al mantenimento delle attuali gerarchie sociali attraverso la normalizzazione e la promozione di una centralità del dualismo dell’identità di genere e dell’eterosessualità. Espressione evidente di ciò sono le diverse forme di violenza – fisica, simbolica, economica – applicate nei confronti di persone le cui identità di genere e sessualità non rispecchiano le categorizzazioni tradizionali. In più non possiamo ignorare che vi sia un ritorno di razzismi e nazionalismi anche all’interno della lotta per i diritti delle donne, cosa che colpisce alcune di noi con attacchi ad un tempo razzisti, sessisti ed, talvolta, islamofobi. La grande difficoltà degli ambienti antifascisti nel portare avanti le lotte antisessiste ed LGBT+ è legata soprattutto al fatto che caratteri machisti1 e sessisti si esprimono sistematicamente nelle pratiche più violente (ad esempio nel confronto fisico contro i gruppi neofascisti o con le forze dell’ordine in manifestazione), pratiche caratteristiche dell’antifascismo militante.

Non vogliamo con questo dire che ogni pratica violenta sia intrinsecamente machista e sessista. Il machismo in quanto valorizzazione delle caratteristiche dei comportamenti definiti “mascolini” (chi è il più macho? Chi è l’uomo più coraggioso? Chi ha il cazzo più lungo?) contribuisce a rafforzare gli stereotipi e le etero-definizioni senza alcun tentativo di superamento. I ruoli di genere imposti dalla cultura tradizionale, se da una parte portano le persone educate come donne ad allontanarsi da dinamiche di violenza relegandole, in questi casi, in una posizione di sottomissione, dall’altra, vi avvicinano coloro che sono socializzati come uomini, che vengono invece incoraggiati a gestire la violenza per assumere un ruolo dominante. Allo stesso modo è facile immaginare la facilità che possono avere gli uomini cisgender a entrare in una pratica violenta e la difficoltà che possono avere le donne o le persone LGBT+ nel fare lo stesso.

Bisogna egualmente prendere in considerazione l’effetto del gruppo e le derive che questo può avere in termini di comportamenti machisti e sessisti, rendendo escludente il contesto militante per le donne e le persone LGBT+. La violenza come strumento politico non è appannaggio esclusivo degli uomini cisgender. Noi viviamo tutte e tutti in una società violenta, siamo tutte e tutti violenti/e. La sola cosa che cambia è l’espressione della violenza, anche nel vissuto femminile ed LGBT la violenza è onnipresente. Se vogliamo che gli ambienti antifascisti siano un luogo inclusivo è necessario riflettere sulle nostre pratiche violente, o nonviolente, perché queste siano messe in atto collettivamente, accompagnando coloro che vogliono prendervi parte ma non sanno come o non si sentono pronti.

Per noi è importante prendere in considerazione questa questione come questione politica e tentare di gestirla in modo collettivo. Allo stesso modo, come la violenza non può essere appannaggio dei soli uomini cisgender, il lavoro di cura, l’attenzione verso l’altro e i compiti amministrativi non possono restare competenze esclusive delle militanti donne ed LGBT+, cosa che, purtroppo, spesso accade nei nostri ambienti.

L’ inclusività passa attraverso la degenderizzazione delle nostre azioni, dal tentativo di far emergere nuovi codici e nuove pratiche, così che possano sorgere nuovi immaginari che non impongano né classificazioni né gerarchizzazioni sulla base del genere, e che non impongano nuove norme. L’idea è che ciascuno/a possa trovare spazi e pratiche adatti al suo sentire ed alle sue specificità. Se queste questioni sono comunque presenti nelle nostre riflessioni e nelle nostre pratiche, è perché il SIAMO è composto da uomini e donne cisgender come da persone LGBT+. La variegata composizione del nostro collettivo è, a sua volta, il risultato del ruolo centrale assunto dai gruppi femministi ed LGBT+ nel movimento per la loi travail del 2016. Di fatto, fin dal principio, queste questioni hanno avuto uno spazio importante, cosa che spiega il perché altri/e, colpiti/e dalle medesime problematiche, si siano a noi aggregati.

Tuttavia, non abbiamo certo risolto il problema del machismo e del sessismo nel nostro gruppo, e ancor meno negli ambienti militanti in generale. Come SIAMO diamo una particolare importanza al ruolo, alle parole ed alla cura delle donne e delle persone LGBT+ nel nostro collettivo, come anche nei collettivi con i quali ci confrontiamo. Nel quotidiano vegliamo sulle nostre pratiche e sui nostri comportamenti per evitare ogni forma di oppressione e aggressione. Dire che siamo riusciti a decostruire lo stereotipo sessista e machista associato all’antifascismo militante sarebbe prenderci un merito esagerato. Sono le donne e le persone LGBT+ che hanno lottato negli anni prima di noi che hanno creato le condizioni perché un collettivo come il nostro potesse esistere.

1NB termine originale “viriliste” inteso come rappresentazione dei valori tradizionalmente associati al maschile, come muscolatura sviluppata, prestanza fisica etc. Il termine Machiste, letteralmente traducibile con machista, è invece più simile al generico sessista perché rispecchia la riproposizione di ruoli di genere ben determinati (come ad esempio la donna in cucina, l’uomo a lavorare…). Non essendoci una traduzione precisa al termine viriliste, dal momento che mascolino ci sembra riduttivo della portata socio-politica del termine francese, preferiamo tradurlo con machista, seppur coscienti della non assoluta coincidenza concettuale dei due termini.

Contro la morte nera. Per un antifascismo rivoluzionario

#2- Uno sguardo sul Nord America – Intervista ad alcuni compagni di Atlanta.

Alla luce dei fatti di Genova prima e di Macerata poi, siamo sempre più convinti dell’urgenza di ripensare l’antifascismo. E per far questo crediamo occorra un’approfondita comprensione del fenomeno del fascismo contemporaneo, in tutte le sue forme e declinazioni, a ciò serve il lavoro d’inchiesta che stiamo cercando di portare avanti.
Non si tratta, come qualcuno potrebbe malpensare, di intonare lagne sull’invincibile invasione dei fascisti, ma di comprendere per combattere. Diceva qualcuno che si vince quando conosci l’avversario meglio di quanto lui conosca se stesso. Senza arrivare a tanto tuttavia, a volte, sembra accada il contrario. Soprattutto, ci sembra che sminuire la portata di un problema reale non ci aiuta ad affrontarlo ma paradossalmente lo rafforza. E quindi. Ridurre il fascismo contemporaneo ad una questione meramente quantitativa basata sui numeri dei militanti delle organizzazioni neofasciste, comparati a quelli che si riescono a portare (qualche volta) in piazza contro di loro, è fuorviante e semplicistico. Oltretutto, se proprio vogliamo attenerci a questi dati, nel fare un conteggio accurato ci si accorgerà del fatto che negli ultimi tempi in diverse città italiane questi numeri non sono affatto favorevoli agli antifascisti. In secondo luogo, occorrerebbe analizzare qualitativamente le diverse organizzazioni neofasciste, poiché ciascuna ha sviluppato uno suo particolare modo di stare nei territori, una sua maniera di reclutare, un suo stile di intervento e, anche qui, è il caso di dire che fare di tutta l’erba un fascio non aiuta. Ma soprattutto, occorre comprendere che il problema reale non sono le organizzazioni neofasciste in sé e per sé, bensì il mare entro cui queste navigano. Il fascismo contemporaneo è un fascismo molecolare, diffuso, che attraversa ogni strato sociale. È per questo e solo per questo che quelle organizzazioni stanno avendo la possibilità di accrescere la loro influenza. Per fare un esempio di attualità, i documenti di autovalutazione delle scuole pubbliche salite alla ribalta per i loro contenuti a dir poco “sbalorditivi”, non sono semplicemente classisti ma propriamente fascisti dal momento in cui fanno dell’assenza di poveri, stranieri e handicappati un vanto per i loro istituti i quali, più che licei, dovrebbero essere chiamati “istituti per il darwinismo sociale” a questo punto. Si dirà che comunque è un fenomeno che riguarda i quartieri bene. Tuttavia è sufficiente passare qualche ora nelle piazze e nelle strade dei “quartieri popolari” o prendere semplicemente un caffè al bar sotto casa per scoprire che spesso il tuo vicino inneggia senza vergogna a Traini sperando che prenda meglio la mira la prossima volta. Etcetera etcetera etcetera.
Ciò che infine di strategico sfugge ad alcuni è che tutte le mobilitazioni recenti da parte del nostro campo sono difensive, compresa quella di Macerata. Al contrario i fascisti sono all’offensiva per un semplice dato di fatto e cioè che è il capitalismo ad essere all’offensiva ovunque. È dentro questo quadro che è possibile a nostro avviso comprendere ciò che accade in Europa e anche nel resto del mondo. Ed è sempre da qui che si riparte per piegare il vento in un’altra direzione.
In questo numero la redazione di Qui e Ora ha scelto di intervistare alcuni compagni americani di Atlanta, i quali ci raccontano gli Stati Uniti del governo Trump, tra l’ascesa dell’Alt-Right e la resistenza del movimento antifascista, facendo anche qualche accenno alla situazione canadese in Quebec.
Vi renderete conto leggendo che, sebbene nell’intervista emergano molte particolarità del contesto nord-americano, alcune delle questioni poste dai compagni di Atlanta presentano forti analogie con quanto accade oggi in Italia.

QeO: Fascismo, razzismo e populismo sono fenomeni in forte ascesa a livello globale. Qual’ è la situazione negli Stati Uniti da questo punto di vista? Quali sono le principali organizzazioni neofasciste o neonaziste negli Usa? La crisi globale ha influenzato in qualche maniera la loro politica e le loro strategie? E l’elezione di Trump?

J: Per poter rispondere a questa domanda, e più in generale, perché si possa comprendere il fenomeno del fascismo contemporaneo negli Stati Uniti, occorre fare una premessa. Questa riguarda il Ku Klux Klan, intesa storicamente come la principale formazione razzista di estrema destra degli Stati Uniti. Il Ku Klux Klan ha una lunga storia e non si può considerare una formazione propriamente fascista, nel senso che storicamente si annovera tra quelle formazioni che ha combattuto il nazismo durante la Seconda Guerra Mondiale. Si può quindi definire una organizzazione nazionalista che si ispira all’ideologia del suprematismo della razza bianca. Più in generale, ciò che intendo dire, è che per comprendere il neofascismo contemporaneo negli Stati Uniti, bisogna comprendere il nazionalismo suprematista bianco come sua pre-condizione. Per i nazionalisti suprematisti bianchi, anche gli europei che vengono negli Stati Uniti sono immigrati, sono non-bianchi e rimangono tali, a meno che non aderiscano ad una concezione nazional-liberale della vita, fondata essenzialmente sull’antagonismo nei confronti delle persone di colore. Questa idea del mondo si fonda principalmente sulla convinzione dell’inferiorità della razza nera, un’inferiorità innata, biologica e morale. È solo aderendo ad un tale ordine di idee che un europeo, o potenzialmente chiunque, può diventare bianco agli occhi di un membro del Ku Klux Klan. Il nazionalismo suprematista bianco ambisce alla costituzione di una nazione etnicamente pura, fondata su una cultura, una storia, una politica e un’etica condivisa.

Ad oggi, nella loro visione, la costituzione di questa nazione è invece impedita dalla connaturata condizione di perenne diaspora in cui versano i neri e gli ebrei che, parassitando sugli altri, impongono la creazione di una società multiculturale ed un contatto coercitivo tra bianchi e neri. L’ideologia contemporanea alla base del nazionalismo suprematista bianco, che ha sostituito l’idea della “soluzione finale”, consiste in una proposta di ‘balcanizzazione’ degli Stati Uniti. Infatti, secondo i suprematisti bianchi, il sud-est degli Stati Uniti dovrebbe diventare la nazione nera, la California dovrebbe essere restituita al Messico, il nord-ovest è il “naturale” stato bianco, mentre New York apparterrebbe agli ebrei.

Questa suddivisione è solo una delle possibili versioni della loro fantasia di uno stato etnico bianco, ma più in generale, la proposta di “balcanizzazione” è un’idea estremamente radicata e diffusa negli Stati Uniti. Di recente, questa ideologia è stata anche rielaborata in una sorta di nazionalismo etnico nero di estrema destra, oggi alla base di alcune forme di teorizzazione dello Stato Islamico, ad esempio quella ideata da un gruppo antisemita capeggiato da Louis Farrakhan. Tutto questo per dire che negli Stati Uniti non esiste storicamente il fascismo, questo è piuttosto un’ideologia di recente importazione che si innesta sulla storica, e ben più radicata, ideologia del nazionalismo suprematista bianco.

C: Al contrario, in Canada e soprattutto in Quebec, si conosce una ideologia fascista storicamente molto più prossima a quella europea. Non a caso, oggi, la retorica delle organizzazioni fasciste è sempre più incentrata sulle politiche anti-immigrazione e per la chiusura delle frontiere. Qui i gruppi neo-fascisti (Atalante e La Meute) si stanno sempre più ingrandendo e dividendo in sotto gruppi, alcuni dei quali tendono ad avvicinarsi a politiche più moderate e liberali allo scopo di aggregare più persone. Per fare questo modificano solo parzialmente i loro discorsi razzisti e anti-immigrazione, trasformandoli in discorsi contro l’immigrazione illegale.

Hanno un’organizzazione molto gerarchica e autoritaria. Ad esempio, nessuno di La Meute può parlare con i giornalisti se non i responsabili della comunicazione. Questo proprio per salvaguardare la loro virata su posizioni più moderate, che evidentemente non tutti i membri dell’organizzazione sarebbero in grado di esprimere senza scadere immediatamente in discorsi razzisti non sufficientemente moderati. Queste organizzazioni hanno fatto molte azioni su confini e frontiere e si ispirano, nel linguaggio e nell’immaginario, principalmente al movimento italiano di Casapound, modello da emulare anche nel tentativo di proporre uno stile di vita attrattivo per i giovani. Ad esempio hanno costruito palestre ed altre infrastrutture per i propri militanti. Ma la loro espansione si è concentrata solo al nord del Quebec, come a Quebec City, mentre a Montreal, città fermamente antifascista, nonostante ci abbiano provato più volte, non sono riusciti a territorializzarsi in forma stabile perché sono stati brutalmente respinti.

J: Negli Stati Uniti, mettendo da parte le formazioni storiche come il Ku Klux Klan o l’American Nazi Party o The League of the South, le principali organizzazioni neofasciste, che hanno acquisito potenza negli ultimi tempi, soprattutto a partire dalla campagna elettorale di Donald Trump, appartengono all’area della cosiddetta Alt-Right Americana. Ad esempio, c’è il Traditionalist Workers Party, il cui leader è Matthew Heimbach, un giovane bianco del Mid-West diventato famoso per aver provato a costituire un sindacato studentesco universitario bianco. Il Traditionalist Workers Party basa la sua politica su una mistificata interpretazione della teoria operaista: a sostegno di una working class composta da famiglie di soli bianchi e in opposizione alla borghesia ebraica. Si vuole far leva sul risentimento di classe, proponendo una teoria cospirativa secondo la quale l’economia americana prima e quella globale poi è stata volutamente sabotata, nel 2008, da una lobby di ricchi banchieri ebrei, in modo tale da creare condizioni favorevoli alle loro politiche di corruzione e cospirazione. In questo scenario gli immigrati figurano come truppe di surplus di lavoratori, volutamente immesse sul mercato e manovrate da questa lobby al fine di ridurre i costi del lavoro a loro vantaggio. Questa organizzazione, che è di fatto un partito, se in principio si presentava in maniera più atipica e originale (si pensi che all’inizio i loro raduni si svolgevano in costume, indossando la divisa nazista completa di scudi ed elmetti), oggi è stata interamente recuperata dalle formazioni naziste più classiche e canoniche.

Questo sia per quanto riguarda il discorso politico che nell’estetica, oggi infatti il Traditionalist Workers Party si compone essenzialmente di skinhead. Dal punto di vista delle organizzazioni neofasciste americane d’avanguardia, si distinguono tutti quei gruppi autonomi della cd. Alt-Right americana, che fanno riferimento al leader Richard Spencer. La galassia della nuova Alt-Right e il suo network comprende, ad esempio, la Daily Shoah, un gruppo evidentemente antisemita, che conduce un programma radiofonico che si intitola “L’olocausto quotidiano”.

Ne fanno parte anche i cd. Men’s Right Activist Movement, un movimento che si basa su di una recrudescente politica omofoba molto in voga nell’Alt- Right ed il cui leader è Milo Yiannopoulos, la cui cattiva fama è dovuta appunto alle sue dichiarazioni omofobe.

Al di là dei gruppi autonomi diffusi, dell’Alt- Right fa parte anche il gruppo Identity Europa. Questo gruppo costituisce senz’altro l’avanguardia teorica dell’Alt-Right e si ispira esplicitamente al modello europeo di Defend Europe, con cui condividono di frequente alcune missioni all’estero partecipate anche da Casapound, Alba Dorata ed il Movimento di Resistenza Nordico. Infatti, esteticamente, gli appartenenti ad Identity Europa appaiono come ragazzi ben vestiti in stile casual, affiggono manifesti e striscioni contro gli immigrati e sono stati tra i promotori del raduno per l’unità dei movimenti di destra di Charlottesville.

C’è poi il Rise Above Movement proveniente da Huntington Beach, in California. Questi hanno una crew di graffiti ed una squadra di boxe, sono produttori di “Indy Music”, un genere musicale legato alla gioventù bianca americana, e si sono anche appropriati dell’estetica “Vaporwave”.

Nonostante ci siano molti altri gruppi, questi che ho appena nominato sono, a mio avviso, quelli che sono riusciti ad approfittare meglio della crisi del neo-liberalismo per alimentare la loro retorica, postulando che il multiculturalismo ebraico, il neoliberismo e l’idea di società globale, sono idee che si sono rivelate fallimentari, non soltanto per i bianchi. Il movimento dell’Alt-Right, in particolare, si definisce un movimento per l’identità pan-nazionale che solo “casualmente” si configura come movimento di soli bianchi. In questo movimento tutti hanno un diritto nazionale all’autodeterminazione e i bianchi costituiscono un “Popolo” etnicamente determinato. È il “globalismo”, cioè una loro rivisitazione del concetto di globalizzazione, ad aver comportato una mescolanza di tutte le differenti razze ed etnie, al solo scopo di realizzare un mercato unico che deve essere pertanto distrutto. L’Alt-Right propone un divieto della mescolanza etnica e razziale e la formazione di stati-nazione su base etnica, cosa che, in base alla loro teoria cibernetica dei mercati, porterebbe anche ad una maggiore stabilità dei soggetti nella crisi economica, in quanto consentirebbe di inquadrare ciascuno in algoritmi prevedibili ed economicamente efficienti.

L: L’influenza che l’elezione di Trump ha avuto rispetto al fenomeno dell’ascesa delle organizzazioni neofasciste negli Stati Uniti è un dato innegabile. Queste formazioni esistevano già da prima, ma senz’altro, a partire dalla campagna elettorale, è come se abbiano acquisito di colpo tutta la loro legittimazione ad esistere e a fare propaganda espressamente fascista, razzista, omofoba e sessista. Indubbiamente, però, l’elezione di Trump ha anche permesso di fare maggior chiarezza nella società americana. Ha realizzato un netta polarizzazione delle diverse posizioni per cui, se da una parte ha dato maggiore legittimità e vigore ai gruppi di estrema destra, dall’altro ha fatto sì che tutta una serie di organizzazioni e gruppi radicali di sinistra potessero emergere ed avere altrettanta legittimità di opporvisi. Inoltre, l’effetto Trump ha sicuramente permesso alle persone di prendere piena coscienza di tutto ciò che gli Stati Uniti sono sempre stati: una confederazione di stati estremamente razzista, classista e sessista. Così lo slogan di Trump Make America Great Again è stato presto trasformato in America Was Never Great.

È come se le persone abbiano finalmente aperto gli occhi e compreso quanto la lotta contro il sessismo sul lavoro o contro il razzismo per strada non siano questioni superate ma di estrema attualità ed urgenza. Dall’altro lato, però, l’effetto Trump provoca anche un altro tipo di reazione. Se in molti hanno preso finalmente coscienza, altri ritengono che il sessismo, il razzismo, il fascismo, l’omofobia ed il classismo sono tutte problematiche non radicate nella società americana, ma piuttosto legate strettamente alla persona di Trump. Si pensa che prima di lui non esistevano e che dopo di lui magicamente spariranno. Basterebbe dunque promuovere un impeachment contro il presidente e tutto andrebbe a posto. Ma al di là di chi si nasconde dietro questa illusione, l’elezione di Trump ha costretto molti indifferenti a prendere partito, a schierarsi e a lottare. O in suo sostegno o contro di lui. Restare imparziali, oggi, negli Stati Uniti è difficile. E anche chi non partecipa attivamente è quanto meno cosciente e arrabbiato, mentre prima magari era semplicemente assopito nella sua stessa indifferenza. Inoltre, a partire dalle dichiarazioni e dai tweet sessisti del presidente, passando per gli scandali sullo sfruttamento sessuale delle donne nel mondo dello spettacolo e per la campagna #metoo, si è generato un movimento, sia di opinione che reale, che ha visto la partecipazione tanto delle femministe che di donne che si definiscono non femministe.

È divertente, perché è come se camminassero tutti sulle uova. Le donne hanno finalmente trovato la forza di dire basta, basta al “sentirsi più deboli di…”, “meno di…”, il loro slogan adesso è “Time’s Up!!!”.

J: Sì è vero, più in generale possiamo dire che la misoginia diffusa nella società americana è stato uno dei cavalli di battaglia per la crescita in termini di potenza di tutte le organizzazioni neofasciste. Tra loro è in voga perfino uno stupido gioco che si chiama sharia bianca, attraverso cui obbligano le donne a starsene nelle cucine. Credo non ci sarebbe stata una così enorme ascesa in termini di forza e popolarità delle organizzazioni neofasciste negli Stati Uniti senza il terreno fertile che queste hanno trovato in una così capillare e diffusa cultura misogina e sessista. Uno degli effetti dell’elezione di Trump è evidentemente stato anche l’aver portato alla luce questo aspetto.

QeO: In Italia, organizzazioni fasciste come Casapound sono capaci sia di porsi come apparente soluzione ai bisogni e alle paure delle persone, sia di proporre un vero e proprio stile di vita ai ragazzi più giovani. Tutto ciò succede anche negli Stati Uniti? In che modo?

J: Negli Stati Uniti non sono molte le organizzazioni neofasciste che si propongono di offrire uno stile di vita attrattivo per le persone. Ad agire in questa maniera sono per lo più il Rise Above Movement e Identity Europa che si organizzano in appartamenti collettivi, crew di graffiti e gruppi sportivi che si allenano insieme praticando la boxe e l’arrampicata.

Il fatto che si organizzino in questo modo li rende probabilmente più consistenti di altri gruppi per cui, secondo noi, saranno le uniche organizzazioni a resistere al naturale esaurimento di questa ondata di popolarità dei movimenti dell’Alt-Right americana. Negli ultimi due anni il maggiore bacino di utenza del loro discorso politico sono i “nerd”, gli “sfigati”, i “perdenti”, ovvero tutti coloro che sono rimasti ai margini della società, coloro che sono stati “evirati” dalle femministe o dagli ebrei. L’interlocutore tipico dell’Alt-Right americana è il “cuck” (letteralmente il cornuto), in americano colui che si fa mettere i piedi in testa da chi gli è inferiore, come ad esempio le donne, colui che perde la propria dignità e mette da parte i propri valori in una perenne ricerca di approvazione altrui. In particolare, l’espressione “cuck” ha una forte componente razziale e sessista, è sostanzialmente l’uomo bianco che permette che “la propria moglie venga scopata da un negro”. Di conseguenza, il principale argomento di critica dell’Alt-Right al neoliberalismo consiste nel fatto che questo permettere agli immigrati e agli afroamericani di avere libero accesso negli Stati Uniti “per venire a scopare le nostre mogli bianche”. Gli interlocutori sono principalmente i “losers” (perdenti): uomini bianchi senza futuro che il neoliberalismo ha espulso dalla società riducendo drasticamente la domanda di uomini bianchi qualificati sul mercato del lavoro. In sostanza, la proposta delle organizzazioni neofasciste americane come il Rise Above Movement e Identity Europa consiste nel riabilitare socialmente gli “sfigati” sia in ambito lavorativo che sociale, garantendogli anche il successo con le donne.

C: In Quebec le due principali organizzazioni neofasciste (Atalante e La Meute) cercano di aggregare i giovani, ma anche adulti oltre i 30 anni, proponendo un modello fortemente identitario e quasi familistico. I La Meute si vestono tutti uguali, hanno i loro simboli e le loro bandiere, marciano uniti e rispondono tutti alle stesse direttive.

I membri di Atalante si rifanno invece ad un’estetica più insurrezionalista, hanno un immaginario che si rifà ai black bloc, agiscono sempre travisati, fanno attacchinaggi dei loro manifesti, si scontrano uniti in strada e si allenano insieme per questo. Per quanto il loro stile possa sembrare attrattivo non mi sembra stiano molto crescendo numericamente, perché sono il principale obiettivo degli antifascisti e dopo una serie di scontri, in cui sono stati palesemente sconfitti, hanno perso anche il loro fascino e la loro capacità di aggregare i giovani.

QeO: Pensiamo che il fascismo, inteso come dispositivo comportamentale, si configuri come risposta coerente al desiderio di sicurezza e controllo indotto dalle campagne di isteria di massa condotte a scopo governamentale. Secondo voi, quali sono le strategie attraverso le quali il fascismo pervade la società contemporanea? Quale potrebbe essere una contro-strategia da opporre?

J: Sì, negli Stati Uniti veniamo bombardati da allarmi e allerte che ci ricordano costantemente che tutto ciò che ci circonda è “pericoloso”. Soprattutto veniamo messi in guardia del fatto che la peggior cosa che ci può accadere è che si verifichi qualcosa di imprevedibile. La paura e in particolare la paura dell’ignoto è uno dei principi fondativi su cui si è costruita l’America. È dal momento della sua conquista che si è cercato di annientare tutto ciò che non fosse immediatamente conoscibile e comprensibile. A livello spaziale questo si è tradotto inizialmente nella paura della foresta, luogo oscuro e ignoto, che simboleggia l’incertezza. I colonizzatori, dopo aver ucciso e distrutto tutto ciò che proveniva dalla foresta, hanno optato per la costruzione dei primi insediamenti coloniali in cima a delle colline, luoghi sicuri ed illuminati anche nell’immaginario simbolico della Chiesa d’Inghilterra. Se nell’immaginario collettivo coloniale inizialmente la paura per l’ignoto si traduceva nella paura della foresta, successivamente, con l’avvento della schiavitù, questa paura si è tradotta in paura dello straniero e dell’uomo nero, provenienti dall’Oceano, provenienti da non-luoghi, simbolicamente soggettività senza appartenenza. Da sempre dunque soggettività da sottoporre a forme di controllo e dominio. L’atavica paura dell’uomo nero, oggi, si è unita ad una diffusa paura dell’insurrezione nera, della vendetta dei neri sui bianchi per averli ridotti in schiavitù per secoli, una paura di intensità variabile ma sempre latente nella società americana. Attualmente ciò si unisce alla paura del terrorismo, alla paura della miseria e della fame in totale assenza di welfare, alla paura delle malattie e della morte, ma soprattutto alla paura dell’ignoto dopo la morte, di scoprire di dover andare in paradiso o all’inferno, di scoprire quanto pessimo ciascuno sia stato in vita, una paura tipica di un paese prevalentemente cristiano. Una generalizzata paura di morire e un generalizzato desiderio di voler vivere per sempre, per non dover affrontare l’ignoto dopo la morte, attanagliano l’intera società americana. E questa paura dell’ignoto, di ciò che è incerto o imprevisto, è una paura angosciante che lega indissolubilmente il concetto di paura ad una condizione di sofferenza. È in questi termini che l’ignoto diventa sinonimo di sofferenza. Le organizzazioni neofasciste indubbiamente agiscono strategicamente proprio su queste paure (dell’ignoto, dell’uomo nero, del futuro e della morte) costruendo la loro politica a partire dalla condizione emotiva più radicata nella psicologia americana. Secondo me è proprio questo il punto, ed è a partire da qui che dovremmo elaborare una contro-strategia. Bisognerebbe riuscire a decostruire questo binomio ignoto-sofferenza/ignoto-paura, riabilitando il concetto di ignoto come sinonimo di potenzialità. In realtà gli americani hanno paura anche della potenzialità, della loro possibilità di fare qualcosa, di essere realmente presenti in un mondo fatto di limiti, confini e rapporti di potere, entro il quale agire in base ai differenti rapporti di forza. Negli americani si annida un profondo desiderio di andare sempre più ad Occidente, di trovare spazi aperti, senza limiti e disabitati. Nella società americana vige una idea di libertà di frontiera svincolata dalla realtà e che ripone le sue aspettative in una sorta di liberazione infernale. Ma oltre a svincolare il concetto di ignoto da quello di paura, bisognerebbe puntare strategicamente ad approfondire ed acuire le differenze, stabilire un concetto più puro di differenza che non si possa ridurre ad una questione di appartenenza etnica o di appartenenza ad un superiore ordine del mondo. Se ci si riflette, le distinzioni che si fanno o le differenze che si individuano tra le persone, ma più specificatamente tra i popoli, sono sempre parziali. Questo perché la cultura di un popolo riproduce essenzialmente la psicologia interiore dell’io. L’io si concepisce contemporaneamente sia insieme all’altro, quindi come una parte di una comunità, che per distinzione da ciò che è altro, perché diverso da sé. E questo è uno dei meccanismi su cui si fonda la storia mondiale della società occidentale: un’operazione di categorizzazione e differenziazione di ruoli, obiettivi e posizioni. Questa concezione, di fatto, non produce delle vere e proprie differenze ma punta semplicemente a fare ordine e chiarezza, a razionalizzare e catalogare tutto l’esistente per ridurlo in categorie conosciute e conoscibili. Invece di stare a combattere la confusione delle fake news, le dichiarazioni di Donald Trump o la crisi ecologica, una strategia potrebbe essere quella di acuire le differenze, di approfondire le divisioni, nel tentativo di dimostrare che il flusso della realtà è così complesso da non poter essere ricostruito in termini di appartenenze nazionali, così come non si può ridurre l’io, il sé, in termini di assoluta coerenza. Certo, tutto questo non saprei come tradurlo in prassi, a livello tattico… Forse si potrebbe pensare di sviluppare dei metodi per organizzare la potenza, che illustrino differenze sempre più profonde tra tutte le persone, invece di sviluppare quei metodi che mirano a costituire sistemi sempre più inclusivi che producono false identicità. Bisognerebbe riuscire a disarticolare completamente l’idea di identità nazionale e rendere chiaro a ciascuno che il potenziale di ciascuna parte è sepolta in tutte le altre parti, che la nostra libertà di movimento dipende dal tempo e da altre persone e non dalla sorte. Riprendendo ora il concetto di paura, nell’ottica di questa proposta strategica di approfondimento delle differenze, bisognerebbe riabilitare anche la paura ed il suo significato. La cultura cattolica propone un patetico concetto di paura intesa come paura del buio, dell’ignoto. Secondo me si dovrebbe presentare l’orrore per ciò che è, risignificando il concetto di paura nel senso di un’imminente esperienza di vita, rendendolo scevro di quel senso di incertezza e di eventualità che è solito evocare. La paura è un sentimento importante. Occorre riappropriarsene. Se noi non saremo in grado di istituire una spaventosa pratica della rivolta, probabilmente ci riuscirà qualcun’altro, come l’Isis o i fascisti. Perché, in fondo, la paura è una sensazione desiderabile. In molti avvertono un inspiegabile desiderio di pericolo, di paura, di orrore. Certo, non tutti, forse neanche la maggioranza, ma sono molte le persone che ne avvertono il bisogno. Questo è un nostro limite perché, per esempio, le strategie antifasciste contemporanee non contemplano i bisogni essenziali o primordiali delle persone. Tra questi c’è senz’altro un bisogno di avere paura, di divenire un tutt’uno con la realtà tramite la sensazione di paura, che non deve essere però una paura angosciante e sofferente ma una paura scevra da quel senso di incertezza, la quale ci fa fare sempre un’esperienza incorporea della paura.

C: In Quebec tra le paure più diffuse tra le masse c’è senz’altro un’indotta paura di essere colonizzati e questa senz’altro è una di quelle condizioni emotive che le organizzazione neofasciste, come La Meute e Atalante, usano a livello strategico e amplificano, facendone l’oggetto della loro politica. La paura di subire una nuova colonizzazione ha, anche qui, come negli Stati Uniti, un’origine storica, una giustificazione che si rinviene nella storia del Canada, paese colonizzato due volte, prima dai francesi poi dagli inglesi. C’è il terrore di essere colonizzati ancora una volta, di perdere ancora una volta la propria lingua, i costumi, la cultura. È evidente dunque che un discorso anti-immigrazione attecchisce facilmente, è una politica che senz’altro è di immediata comprensione e che riscuote facilmente un ampio consenso.

QeO: Sappiamo che dopo le ultime elezioni presidenziali negli Stati Uniti un movimento eterogeneo e di massa è sceso nelle strade contro Donald Trump. Ci potete dire qualcosa in più sulla sua composizione? Cosa è successo allora negli USA? E adesso com’è la situazione?

J: Le mobilitazioni e le proteste della campagna anti-Trump, che ha avuto una spontanea e capillare diffusione in tutti gli Stati Uniti, sono iniziate ben prima della elezione di Donald Trump e già a partire dalle sue prime dichiarazioni sessiste e razziste in TV durante la campagna elettorale. In particolare, già nell’autunno 2016, a Chicago migliaia di persone sono scese in strada e si sono dirette fuori dall’edificio in cui si svolgeva una tappa del suo tour elettorale. Alcuni ragazzi sono saliti su delle macchine parcheggiate e hanno iniziato a lanciare delle bottiglie contro i suoi sostenitori. Raccoglievano ed incendiavano i cappelli con la scritta “Make America Great Again”, dopo averli strappati di dosso ai sostenitori di Trump. Inutile dirvi che questa pratica si è presto diffusa ed è diventata una delle preferite di tutto il movimento antifascista e anti-Trump. Le immagini di Chicago hanno fatto subito il giro di tutti i social-media e del web, quasi a predire l’immediato futuro.

Poco tempo dopo, infatti, a Costa Mesa, una periferia di Los Angeles, popolata prevalentemente da persone di origini messicane, la tappa della campagna elettorale di Trump si è trasformata in un enorme riot contro la polizia, con tanto di lacrimogeni che infestavano il piazzale in cui si svolgeva l’evento.

Sebbene l’uso dei lacrimogeni sia stato negato da Trump, nel rispetto delle migliori tradizioni dittatoriali, il riot di Costa Mesa è divenuto immediatamente uno degli argomenti preferiti in sostegno della sua retorica contro l’immigrazione illegale come questione di ordine pubblico. A partire da quel momento i raduni dei sostenitori in occasione degli eventi della sua campagna elettorale sono diventati sempre più problematici, caratterizzati spesso da violente proteste rispetto alle quali Trump ha sempre proposto e preteso forme di repressione brutali. Un altro episodio significativo si è verificato durante un raduno del Black Lives Matter, organizzato in opposizione ad un’altra tappa elettorale di Trump. In questa circostanza quando Matthew Heimbach, leader del Traditionalist Workers Party, si è scagliato contro una portavoce del BLM insultandola e spintonandola, Trump ha chiesto gridando alla folla chi fosse costui, sostenendo che gli avrebbe volentieri pagato l’avvocato.

Vi racconto questo episodio perché è paradigmatico di quello che è stato il rapporto di Donald Trump con i suoi sostenitori durante la campagna elettorale. I suoi fan hanno svolto il ruolo di guardie giurate per la tutela dei suoi eventi, spesso da lui pubblicamente istigati a compiere atti di violenza nei confronti di chi manifestava contro i suoi comizi. Immediatamente dopo l’elezione di Trump a presidente, c’è stato un altro enorme riot ad Oakland, in California. I compagni presenti, che in passato avevano vissuto l’esperienza del movimento no-global, mi hanno raccontato che è stato il riot più partecipato degli ultimi 15 anni. C’erano quasi 5000 mila persone che a volto coperto incendiavano delle grandi barricate in mezzo alla strada, davano fuoco alle macchine e tiravano molotov contro la polizia.

A Portland, in Oregon, c’è stato un riot durato 4 giorni, in cui si è distinto un gruppo di skaters che, mascherati e armati di mazze da baseball, hanno distrutto tutte le macchine di un concessionario.

A New York, invece, più di 100 mila persone hanno marciato verso la Trump Tower, da queste si è staccato un gruppo più piccolo che, nel tentativo di bloccare l’autostrada, si è scontrato con la polizia. 

Ad Atlanta quasi 1000 persone sono confluite nel nuovo centro commerciale disturbando il regolare flusso di circolazione di persone e merci. 

Ma, più in generale, in tutti gli Stati Uniti, nei giorni successivi all’elezione di Donald Trump, si sono registrati episodi non comuni di conflitto di diversa intensità.

C: Invece in North-Dakota, l’effetto dell’elezione di Trump ha suscitato una reazione diversa e per certi versi opposta, nel movimento NO DAPL (sul movimento di Standing Rock). Questo movimento, dopo aver raggiunto un livello di conflittualità estremamente intenso nei mesi precedenti, era caduto nella trappola del dialogo con le istituzioni e si era ritrovato, subito prima delle elezioni, a contrattare l’interruzione dei lavori di costruzione dell’oleodotto con l’amministrazione Obama. La notizia dell’elezione di Trump ha provocato un’ulteriore battuta di arresto, in quanto la realizzazione dell’oleodotto è notoriamente tra le priorità del programma elettorale del presidente neo-eletto.

J: La resistenza anti-Trump è stata una reazione immediata. Per questo gli anarchici sono diventati estremamente popolari indipendentemente dalle pratiche da loro messe in campo, fenomeno evidentemente inedito negli Stati Uniti. In passato gli anarchici americani non erano ben visti dall’opinione pubblica e si sono sempre dovuti confrontare con opinioni reazionarie di forte dissenso nei loro confronti, ciò li aveva relegati in una posizione decisamente minoritaria e costretti ad agire in piccolissimi gruppi. La reputazione degli anarchici è immediatamente cambiata dopo le elezioni. Per la giornata del 20 gennaio 2017, in cui era prevista la cerimonia di insediamento del presidente neo-eletto, CrimethInc, sub.Media e Itsgoingdown, tre tra le piattaforme mediatiche anarco-autonome più influenti in nord America, hanno lanciato un appello all’azione dal titolo Disrupt J20, un appello nazionale a disturbare la cerimonia per fare in modo che non si svolgesse pacificamente. A questo appello hanno aderito immediatamente molti altri gruppi ed organizzazioni. Nei giorni precedenti l’insediamento la sensazione per le strade, ma anche nei bar e nelle case, era di reale paura. Centinaia di migliaia di persone erano in preda al terrore per ciò che poteva accadere, combattute tra la convinzione che, per quanto fosse un problema l’elezione di Trump, in fondo era solo l’elezione di un repubblicano come tanti e che non fosse la fine del mondo, e quella che nonostante questo fosse importante presenziare per far comprendere che si era toccato il fondo, anche laddove i modi e i metodi proposti non erano necessariamente condivisibili. Così, inevitabilmente, Disrupt J20 è diventato un riot. Un enorme black bloc composto da centinaia di persone incappucciate è apparso per le strade di Washington DC, dando il via ad un gigantesco riot durato per ore. Centinaia di persone sono state arrestate dopo essere state circondate e chiuse dalla polizia.

Ancora oggi più di 200 compagni stanno affrontando il più grande processo per cospirazione finalizzata al riot che la storia degli Stati Uniti abbia mai conosciuto. Di quella giornata le immagini che hanno fatto il giro del mondo sono quella di Richard Spencer che durante un’intervista viene colpito da un pugno in faccia o quella di una limousine data alle fiamme. Ma il dato veramente significativo è stato il fatto che, quel giorno, molti ragazzi, soprattutto giovani neri delle periferie, dopo aver visto le immagini del black bloc circondato ed arrestato dalla polizia, hanno iniziato a confluire verso il centro della città e si sono scontrati con la polizia per circa 8 ore. Hanno bruciato i cassonetti, tentato di saccheggiare i negozi e dato fuoco alla famosa limousine.

È stato un buon momento, che ha riscosso molto successo, forse il riot anti-Trump più popolare. Lo stesso giorno c’è stata una manifestazione contro Donald Trump a Seattle in cui un sostenitore di Trump ha sparato con una pistola ad un antifascista, ferendolo gravemente all’addome. Il ragazzo ferito è un membro degli Industrial Workers of the World, un sindacato anarchico. Questo episodio, a mio avviso, era un primo segnale di ciò che sarebbe successo nei mesi a venire. Ciò che colpisce è che questo evento non ha fatto notizia, o meglio la notizia riportata suonava così: “manifestante ferito da colpo di arma da fuoco”. Così, non si capiva che era successo, chi aveva sparato a chi, perché ecc. Poi ci fu il Muslim Ban, provvedimento del presidente neo-eletto che impediva l’ingresso negli Stati Uniti ai musulmani provenienti da sette diversi paesi. Anche in questo caso la reazione è stata immediata e spontanea. Tutto è iniziato all’aeroporto JFK di New York, dove centinaia di persone si sono radunate fuori da un terminal con il preciso intento di bloccarlo.

A questi si è unito uno sciopero dei tassisti. In poche ore il blocco degli aeroporti si è progressivamente esteso anche a molte altre città degli Stati Uniti. Ad Atlanta ci sono stati scontri con la polizia ed anche a Seattle.

Qui la polizia ha persino spruzzato dello spray urticante nelle sale dell’aeroporto per disperdere le persone, una mossa stupida che ha comportato un blocco dell’aeroporto ancora più duraturo. All’aeroporto SFO di San Francisco il terminal dei voli internazionali è stato chiuso per 4 giorni, le persone campeggiavano lì dentro bloccando tutto ciò che era al suo interno (sulla reazione al Muslim Ban).

Nei giorni seguenti Milo Yiannopoulos ha convocato un comizio al campus dell’Università di Berkeley, inaugurando così la lunga serie di scontri che si sono ripetuti nel tempo a Berkeley e più in generale in California. Quel giorno si sono presentate migliaia di persone fuori dal Martin Luther King’s Center, edificio dove si sarebbe dovuto svolgere l’evento, per contestare il comizio di Milo Yiannopoulos. Poi è comparso un blocco nero composto da più di 200 persone, acclamato dalla folla. Il black bloc ha iniziato ad attaccare l’edificio e la polizia, mentre le finestre dell’edificio andavano in mille pezzi e l’attrezzatura per l’evento veniva data alle fiamme. Il comizio è stato annullato nell’esultanza della folla che durante gli scontri era rimasta sul posto ad acclamare il blocco nero. Il tutto poi si è spostato nelle strade del centro di Berkeley dove sono state sanzionate le banche ed i negozi in un sentimento di gioia condivisa.  Ma dopo tutti questi episodi il movimento antifascista anti-Trump si è dissolto in una teoria cospirazionista dei democratici. Si è iniziata a diffondere massivamente la credenza per cui delle spie dei servizi segreti russi avevano sovvertito le elezioni degli Stati Uniti, proprio come ha fatto la C.I.A. infinite volte a livello globale. Muller, l’investigatore privato assunto per il caso dell’elezione di Donald Trump, ha rilasciato dichiarazioni e interviste in cui invitava la popolazione americana a mantenere la calma, sostenendo che fosse semplicemente necessario attendere gli esiti delle indagini sulla sovversione delle elezioni e che, non appena tutto ciò fosse venuto a galla e fosse adeguatamente comprovato, il presidente sarebbe stato sottoposto ad impeachment e tutto sarebbe tornato al suo posto, all’America felice di un tempo. Ad un livello più molecolare si può senz’altro dire che del movimento non è rimasta solo la teoria cospirazionista. A livello locale numerosi gruppi si sono dati da fare: chi aprendo palestre antifasciste nei quartieri, chi organizzando corsi di autodifesa e di tiro con la pistola queer, chi attrezzando rifugi nelle chiese, nei templi e nelle moschee ecc. Più in generale, con la fine del movimento anti-Trump, sono nati molti progetti autonomi, antifascisti, anarchici, femministi e marxisti e quelli che erano già avviati prima del movimento hanno conosciuto una nuova forza, sia in termini di partecipazione che di sviluppo. Possiamo senz’altro dire che una nuova generazione di rivoluzionari sia nata da questo movimento. E questo lo possiamo dire anche per esperienza diretta, visto che tutto ciò in cui eravamo coinvolti ad Atlanta si è triplicato di dimensioni. Nel frattempo, però, la propaganda mediatica democratica invitava a mantenere la calma, chi non era disposto ad avere pazienza e ad aspettare era considerato pazzo. Questa mirava anche a screditare gli antifascisti agli occhi dell’opinione pubblica: gli antifascisti, tutto d’un tratto, non erano più coloro che avevano resisto e quindi coloro che erano nati dalla lotta anti-Trump, ma persone affette da una irrazionale determinazione a continuare inutilmente la lotta, nonostante ciò fosse un’idea palesemente inappropriata in quella contingenza. L’opinione pubblica sugli antifascisti è stata indubbiamente mutevole nel tempo. Così come piuttosto altalenanti sono stati gli esiti degli scontri con i fascisti a Berkeley che si sono susseguiti nel tempo. Ogni tanto è capitato che centinaia di nazisti convergessero su Berkeley e pestassero di botte gli antifa, talvolta è successo l’esatto contrario. Di recente, durante un corteo del Rise Above Movement a Huntington Beach in California, alcuni fascisti hanno massacrato un gruppo di giovani punk antifa che si erano presentati lì da soli. Di questo episodio è stato girato un video di propaganda diventato virale sui canali delle organizzazioni di estrema destra. Negli Stati Uniti, nonostante si possa considerare terminata una fase espansiva del movimento antifascista, continuano ad accadere molte cose, a volte cose grandi, altre volte piccole, a volte cose che si rivelano fallimentari, altre volte cose più efficaci. Ci sono anche tantissime fake news generate da profili falsi di persone presuntamente appartenenti alla destra radicale registrate sui social network, che danno per avvenute molte cose non realmente accadute. In questo clima, nella città di Charlottesville, in Virginia, c’è poi stato il raduno Unite the Right, un mega evento nazionale partecipato da tutte le maggiori organizzazioni dell’estrema destra. Prima di raccontarvi di Charlottesville devo fare una premessa: molti compagni negli Stati Uniti non sono entusiasti dell’antifascismo militante, alcuni lo trovano noioso, magari necessario ma che un po’ fa venire il mal di testa a doverlo fare…Tutto ciò è probabilmente vero nella maggior parte dei casi, ma questo ha anche fatto sì che quel giorno a Charlottesville ci fossero solo 300/400 antifascisti: numeri evidentemente insufficienti. Sono sicuro che passerà molto tempo prima che i compagni riescano a perdonare se stessi per non esservi andati quel giorno. Ciò che riportano le notizie ufficiali dei siti anarchici è che 500 nazisti si sono presentati in città, a sorpresa, la sera prima del raduno, per fare una fiaccolata.

Probabilmente erano molti di più, almeno 700-800 persone. Cantavano Blood and Soil (letteralmente Sangue e Suolo) e un altro coro che diceva: gli ebrei non ci rimpiazzeranno. A Charlottesville, il giorno seguente, c’è stato probabilmente il più grande raduno di massa di tutte le estreme destre che si sia mai visto negli Stati Uniti dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. In passato c’erano pur state grandi manifestazioni razziste dei suprematisti bianchi, ma non questo genere di raduni. A Charlottesville i fascisti giravano armati a picchiare gli antifascisti, hanno perfino provato a circondare la chiesa di una comunità afroamericana con delle torce, cosa che si è evitata solo perché due ragazzi molto coraggiosi si sono lanciati tra di loro facendosi picchiare a sangue con il solo scopo di distoglierli dal principale obiettivo. Il raduno era enorme: c’erano il Rise Above Movement, Identity Europa, il Traditionalist Workers Party e tutta la galassia di individui e gruppi informali appartenenti all’Alt- Right americana, inclusi i seguaci di Kyle Chapman, quell’energumeno che si era reso famoso per aver indossato un elmo, uno scudo e un bastone ad un raduno a Berkeley. Si sono presentati tutti armati e pronti allo scontro.

Gli antifascisti, dopo aver deciso che erano troppo pochi per fare un blocco nero che fosse in grado di attaccare la manifestazione in corso, si sono travisati e hanno attaccato il concentramento prima che partisse il corteo. Infatti si era sparsa la voce che il raduno di Unite the Right non si sarebbe limitato ad un presidio statico ma che si sarebbe trasformato in un corteo diretto al quartiere popolare nero, cosa che poteva rivelarsi fatale. I fascisti erano armati di pistole, ma in questa occasione anche gli antifascisti. Questo sia per la presenza di Redneck Revolt, ma anche e semplicemente perché quel giorno alcuni militanti o simpatizzanti antifascisti si erano presentati armati. Gli antifascisti hanno dunque attaccato il corteo già dal concentramento, mossa intelligente che ha immediatamente costretto la Guardia Nazionale ad annullare il raduno. Del resto, come dicevo, non sarebbero mai stati in grado di bloccare la marcia se fosse iniziata. Molte persone sono state ferite gravemente, ma tra queste c’erano anche molti fascisti. Ci sono video che riprendono scontri brutali, ad esempio quello in cui un gruppo di fascisti armato di tubi innocenti picchia dei ragazzi neri, oppure quello di un ragazzo nero di nome Deandre Harris che viene picchiato a sangue con dei bastoni. È traumatizzante anche solo vederne il video. Ma di fatto, quel giorno, gli antifascisti hanno vinto. Sono riusciti a disperdere i fascisti. Per festeggiare la vittoria si sono radunate moltissime persone, soprattutto abitanti di Charlottesville. È poi partito un corteo spontaneo e festoso per le strade della città. Il corteo era prevalentemente composto da persone semplicemente e sinceramente contente del fatto che non ci sarebbe più stato nessun raduno fascista nella loro città. Era una parata più che un corteo. E poi è successo. Un fascista, forse un membro del Patriot Front, ha lanciato la sua macchina a tutta velocità contro la folla, ferendo molte persone e uccidendo una ragazza di nome Heather Heyer. Molti compagni sono stati feriti, altri dispersi. Ci sono volute ore prima che si potesse capire cosa fosse successo e cosa stava continuando a succedere. C’erano voci che quelli di Identity Europa stavano pattugliando in macchina gli ospedali e per impedire alle persone di entrare nel pronto soccorso le minacciavano dai finestrini con le pistole. È stato terribile. Un punto di non ritorno. Forse un’immagine del futuro. La verità è che i fascisti, anche nel loro momento di massima accumulazione di forze, non sono stati in grado di sfilare in corteo. Per vendicarsi hanno scelto il terrorismo. Non intendo usare questo concetto in senso moralista, voglio solo dire che non riuscendo a mantenere il loro raduno hanno optato per una pratica non di azione diretta ma volta a terrorizzare i loro nemici.

C: Del resto non era neanche la prima volta che i neofascisti optavano per la tattica del terrore. Durante un grande riot a St. Louis, durato 9 giorni a seguito di 30 giorni di proteste, alcuni dei tanti ragazzi neri che dalle periferie avevano partecipato alla rivolta, sono stati minacciati con le pistole, rapiti, legati e caricati sui furgoni da dei fascisti che pattugliavano la zona immediatamente dopo che la rivolta era stata dispersa, per essere poi scaricati di fronte ai commissariati di polizia come autori del riot. Ma più in generale, i neofascisti americani conoscono e usano piuttosto bene le tecniche volte a creare paura e terrore, la maggior parte di loro sono ex militari e comunque tutti si addestrano insieme per praticare queste tattiche.

J: Dopo Charlottesville ciò di cui non ci si era resi immediatamente conto era che, a parere di tutti, era stato davvero toccato il fondo. Ora tutto il paese odiava i fascisti. Ovunque negli Stati Uniti, già poche ore dopo, si svolgevano manifestazioni molto partecipate in solidarietà con gli antifascisti di Charlottesville. Cornel West, un intellettuale socialista cristiano nero piuttosto influente, ha immediatamente rilasciato un’intervista tv in cui dichiarava che senza gli antifascisti e gli anarchici a Charlottesville «saremmo stati malamente sbaragliati, ci hanno letteralmente salvato la vita». Da qui una nuova ondata di popolarità degli antifascisti, che fino a poche ore prima venivano descritti come degli esaltati. A partire da questo momento in molte città americane si è diffusa una pratica interessante ed efficace che consiste in azioni volte a distruggere o danneggiare i monumenti simbolo degli Stati Confederati d’America, come ad esempio i monumenti che raffigurano Cristoforo Colombo. Ad Atlanta, per esempio, più di mille persone si sono recate al monumento confederale per la pace, che raffigura un soldato confederato che porge un ramoscello d’ulivo in segno di pace. Gli antifascisti hanno strappato il ramoscello d’ulivo dal braccio del soldato. Ora, se i media mainstream sono stati troppo stupidi per apprezzare un gesto del genere, sono sicuro che la storia saprà attribuirgli il giusto valore. In North Carolina, è stato abbattuto un intero monumento. A New Orleans gli antifascisti hanno sfigurato i volti di un altro monumento confederale.

C: Il più delle volte dopo questo genere di azioni i compagni organizzano nei pressi del monumento dei block party, delle situazioni di festa, socialità e convivialità in cui ci si riappropria degli spazi ormai liberati da simboli sgraditi.

J: Per quanto riguarda le organizzazioni neofasciste, dopo Charlottesville, non se la passano un granché bene. Al loro interno si sono manifestate molte fratture che si vanno acuendo sempre più. Alcuni gruppi hanno optato per posizioni liberali più moderate, ma di fatto è troppo tardi perché questo possa servire loro a raccogliere adesioni e consensi. Essere stati fotografati come partecipanti al raduno di Unite the Right a Charlottesville è oggi un requisito sufficiente, negli Stati Uniti, per essere cacciati dal proprio appartamento, dal luogo di lavoro, insomma per avere la vita rovinata. I gruppi antifascisti organizzati sono stati davvero in gamba nel fare un lavoro di schedatura e pubblicazione delle immagini dei partecipanti al raduno di Charlottesville. La compilazione e la pubblicazione di questo ampio dossier informale ha permesso di smascherare moltissimi neofascisti, che ne hanno pagato le conseguenze. Dopo due mesi di nulla cosmico dai fatti del Unite the Right, i fascisti si sono ripresentati a Gainesville per un raduno nei pressi dell’Università della Florida. Richard Spencer avrebbe dovuto tenere un comizio, ma non ha funzionato neanche questo. Il movimento antifascista è sceso nuovamente in piazza per contestarli e, dopo aver aggirato una serie di divieti e zone rosse, è riuscito a circondare il luogo di concentramento dei fascisti. L’evento non è stato annullato ma decisamente rovinato dalle continue tensioni. In questa stessa occasione i fratelli Fears, anche loro membri del Patriot Front, la stessa organizzazione cui apparteneva il fascista che ha scagliato la sua macchina contro la folla a Charlottesville, hanno sparato ai manifestanti, per fortuna senza colpire nessuno, poi sono scappati ma sono stati presi ed arrestati dalla polizia a pochi metri di distanza dal luogo del raduno. Questo conferma lo schema, che credo possa divenire il leit motiv dei prossimi mesi: provano a radunarsi, non ci riescono, tirano fuori le armi. Questa è un’ampia panoramica degli eventi più significativi accaduti negli Stati Uniti nell’ultimo anno e mezzo. Questi momenti hanno caratterizzato la fase di massima espansione del movimento antifascista che poi, però, si è progressivamente ridotto. Ciò è accaduto quando si è cominciato a descrivere l’antifascismo, poiché la descrizione è uno degli strumenti di governo più efficaci negli Stati Uniti. Potremmo usare una citazione di William Butler Yeats che dice: “Nessuno che abbia avuto una canzone scritta su di sé, è mai vissuto a lungo”. Credo che questo descriva piuttosto bene la situazione negli USA. Nominare, descrivere, etichettare, classificare riduce sempre gli spazi di agibilità e possibilità per chi vuole agire, crea un pubblico di spettatori separato e distinto dagli attori. Spesso accade che ci sono migliaia di persone che agiscono nella rivolta e poi, quando quegli attori vengono descritti e nominati, chi vi ha agito non si rispecchia negli attributi che gli vengono appiccicati addosso dall’esterno, non vi si riconosce, quindi smette di farlo. Nel movimento antifascista è successo esattamente questo. Molte persone hanno agito la resistenza, si sono comportati da antifascisti senza ritenersi tali. Quando sono cominciati i dossier e le interviste su “chi sono gli antifascisti”, “chi si nasconde dietro le maschere”, ecc., in molti non ci si sono rispecchiati. Oggi semplicemente non c’è più quella composizione eterogenea che ha travolto le strade nei mesi precedenti. C’è chi è solidale con gli antifascisti, chi li sostiene, chi si impegna in campagne di raccolte fondi in sostegno degli antifascisti, ma non c’è più un movimento antifascista. Ciò che resta sono solo alcuni gruppi antifascisti organizzati e qualche simpatizzante.

QeO: Chi sono gli antifascisti americani? Secondo voi cosa significa essere antifascisti oggi?

J: Sebbene ciò accada un po’ ovunque, negli Stati Uniti in particolare, alcune persone non hanno molta scelta, DEVONO essere antifasciste. In Europa, a causa delle contingenze storiche, ad esempio grazie al lascito culturale dell’epoca del colonialismo, non è inusuale vedere persone di colore dire cose razziste o avere comportamenti fascisti… Certo, ciò succede anche negli Stati Uniti, anche qui vale lo stesso, per tutti, tranne che per i neri. Ad esempio, puoi incontrare dei messicani che inveiscono contro i neri, o i dominicani, che nonostante siano neri, si considerano indio e quindi superiori agli afroamericani… nell’ordine simbolico americano, dunque, i neri sono costitutivamente antifascisti. Capisco che per un europeo questa cosa non sia di facile comprensione, ma nell’ordine simbolico degli Stati Uniti tutto ciò che è fascismo ha necessariamente a che fare con il razzismo contro i neri e tutto ciò che è razzismo contro i neri è evidentemente fascista, anche se apparentemente non si configura immediatamente in questi termini dal punto di vista politico. La domanda “chi sono gli antifascisti?”, come dicevo, è stata usata come tecnica controinsurrezionale per condurre un’operazione di classificazione ed individuazione e per creare fratture e divisioni nel movimento. Al di là di questo, ad essere onesti, oggi in America gli antifascisti sono per lo più ragazzi giovani, molti dei quali provengono dalla scena punk, quella queer, quella dei graffiti o degli skaters…La nuova generazione di antifascisti negli USA è senz’altro legata alla cultura queer e a gruppi organizzati LGBTQ. Per quanto riguarda, invece, cosa significa essere antifascisti oggi…questo è probabilmente tutto ciò che l’anno scorso si è provato ad articolare e dimostrare. Da un lato, essere antifascisti significa andare in giro di notte, levare gli adesivi, fare attacchinaggi, sorvegliare e fare inchiesta sulle organizzazioni neofasciste. Non critico questo tipo di prassi, forse non sono le cose più intelligenti da fare o forse lo sono, in ogni caso sono contento del fatto che ci sia qualcuno che lo faccia… Ma la mia comprensione del presente mi porta a dire che il fascismo non è una questione riducibile agli sforzi organizzati di alcuni individui, perché le persone e le idee non determinano sempre ciò che succede nel mondo, non è sempre semplice capire cosa è che veramente determina le modificazioni della realtà. Nella Repubblica Ceca i gruppi fascisti organizzati sono stati annientati nelle strade e per molto tempo non sono esistiti. Poi è successo qualcosa nella vicina Ucraina, è arrivata la crisi, gli attacchi “terroristici” dei gruppi etnici russi e, d’un tratto, nella Repubblica Ceca ecco spuntare di nuovo un movimento di estrema destra dal rinnovato vigore…Credo che qualcosa del genere debba essere successo anche negli Stati Uniti, in Italia, un po’ ovunque. Tutto questo per dire che per me essere antifascisti oggi significa individuare quell’insieme di forze, di concetti, di gesti che insieme articolano, per dirla con Deleuze, un processo di riduzione assiomatica, e dunque contribuire ad un inverso processo di disarticolazione di questo ordine di idee. Il processo di riduzione assiomatica è ciò che Deleuze definisce fascismo, ciò per dire che mentre la democrazia procede per inclusione, in un infinito processo di inclusione di assiomi per la sua autolegittimazione, il fascismo, invece, procede al contrario, ascrivendo legittimità solo a quelle persone il cui fondamento è rinvenibile sempre in meno assiomi… è su questo meccanismo che si basa il concetto fascista di popolo, per cui se hai la giusta provenienza etnica allora hai legittimità, è a questo che si riduce il fascismo. Allora, essere antifascista oggi, per me, significa comprendere in che modo questo concetto di appartenenza al popolo e alla nazione è legato alla cultura della civilizzazione democratica, perché lo è intimamente, e quindi lavorare per disarticolare e minare questo ordine di cose. L’antifascismo, dunque, è rivoltarsi contro quasi tutto ciò che è l’esistente.

QeO: Infine, potreste raccontarci qualcosa della scena antifascista di Atlanta? Quali sono I legami tra i gruppi antifascisti organizzati e gli altri gruppi di compagni?

J: La scena antifascista ad Atlanta è piuttosto ampia, si compone perlopiù di giovani queer e punk, sono prevalentemente studenti che però collaborano insieme a compagni più grandi, che hanno lottato contro i fascisti ad Atlanta sin dagli anni Novanta. Tra questi ci sono alcuni compagni che facevano parte del Love and Rage Federation (gruppo antifascista americano degli anni ’90). A mio avviso, questa composizione intergenerazionale crea delle sinergie estremamente interessanti. I gruppi antifascisti ad Atlanta sono piuttosto impegnati e dediti alla loro causa, indubbiamente capaci di coordinarsi con quasi tutti gli altri gruppi di compagni, come il Black Lives Matter o con i gruppi anarchici o comunisti… spesso collaborano anche con altre comunità, come ad esempio quelle legate ad alcune parrocchie della città. Gli Antifa di Atlanta si distinguono per le loro capacità di fare inchieste sui loro nemici. In questo raggiungono un livello di precisione ed efficacia che dovrebbe essere d’esempio per molti. Le informazioni raccolte vengono rese pubbliche solo dopo aver trovato ‘le prove schiaccianti’… tutto ciò che pubblicano della loro intensa attività di inchiesta è di una qualità giornalistica tale da essere sufficiente per marchiare a vita i membri delle organizzazioni neofasciste che decidono di smascherare. Credo che il loro contributo sia piuttosto lodevole. In questo momento però la scena antifascista di Atlanta sta attraversando un momento di forte crisi, dovuto alla morte di un compagno, un giovane anarco-queer di nome Scout Shultz, ucciso da un poliziotto del Georgia Tech Department a settembre del 2017. Dopo questo omicidio nel Campus del Georgia Technology Institute sono scoppiati degli scontri molto violenti tra anarchici, giovani queer, antifascisti, membri del Black Lives Matter e la polizia. In questo frangente sono stati incendiati anche diversi mezzi della polizia… (foto 28) Per questo molti di loro, oggi, stanno affrontando misure repressive brutali…Credo che per tutta la scena antifascista di Atlanta tutto ciò sia un trauma considerevole con cui fare i conti. Ma hanno la buona abitudine di restare uniti e tenere la barra ben dritta nonostante la mareggiata.