Da espressione dell’Es a entità cosciente. Per un’analisi del black bloc

di Jacopo Bagatta

In diversi numeri ci è capitato di affrontare da più angolazioni la questione che viene riassunta, anche nel breve saggio che pubblichiamo questo mese, come quella del “Black Bloc”. Come redazione non condividiamo la credenza nella psicanalisi e nella dialettica del riconoscimento di matrice hegeliana, che vengono utilizzati metodicamente in questo scritto, e perciò non ci ritroviamo del tutto nelle sue conclusioni “politiche”, tuttavia ci pare uno scritto intelligente che permette di continuare l’esplorazione. QeO

Quando un discorso viene, dalla sua propria forza, trascinato in questo modo nella deriva dell’inattuale, espulso da ogni forma di gregarietà, non gli resta altro che essere il luogo, non importa quanto esiguo, di un’affermazione. Questa affermazione è in definitiva l’argomento del libro che ha qui inizio”.

Roland Barthes, prefazione a Frammenti di un discorso amoroso

Introduzione

Analizzare un fenomeno complesso come quello del cosiddetto black bloc, termine alquanto fumoso, che racchiude in sé diversi significati, che si manifesta in diversi contesti e che agisce in modi più o meno aderenti al momento e al luogo, non è facile. E non è facile riuscire a interpretarne le cause profonde, i motivi scatenanti, le pulsioni inconsce che ne determinano la manifestazione e le sue condizioni di possibilità. Tuttavia reputo sia necessario almeno tentare di tratteggiare un’analisi del fenomeno, che non pretenda affatto di essere esaustiva, mossa solo dalla constatazione che questo tentativo non è ancora stato fatto davvero, se non in modo abbozzato e frammentario. L’analisi resterà sul generale, sia per la difficoltà nell’addentrarsi nelle espressioni del fenomeno manifestatesi situazione concreta per situazione concreta, sia per provare a mettere in luce le caratteristiche di una manifestazione tipicamente contemporanea nelle sue generalità.

E’ stato detto che il black bloc non è nient’altro che una tattica. Una metodologia di azione in piazza, utile per ottenere determinati obbiettivi in determinati momenti, e questo è certamente vero. Tuttavia una tattica è tale, e soprattutto diventa efficace, nel momento in cui si trova inserita in un contesto che la giustifichi e la determini, che ne fornisca insomma le condizioni di possibilità, che la renda operativa in senso fattuale. Una tattica acquista senso solo se inserita in un contesto concreto. Ora, il fenomeno si è presentato ed ha mostrato tutta la sua ragion d’essere in un momento storico e culturale ben preciso, con le sue caratteristiche e i suoi particolari tipi di conflittualità, latenti e non, con le sue emergenze, i suoi miti, i suoi tabù, le sue paure e tutto un immaginario simbolico suo proprio. Ho deciso quindi, consapevole che possa essere ritenuta da alcuni un’operazione arbitraria, di considerare l’argomento non solo come tattica, più o meno utile ed efficacie momento per momento, ma come l’emergere di una metodologia d’azione che sul piano fenomenologico esprime diverse caratteristiche che si ripresentano, tratteggiabili e riconducibili nelle loro linee generali a diversi aspetti della società contemporanea nel suo insieme. Ho deciso quindi di trattarlo come fenomeno determinato in parte da ragioni di tipo sociale e culturale. Il primo problema da affrontare è che, così come il contesto che lo determina, ovvero il mondo occidentale contemporaneo, il black bloc sembra essere rimasto in buona parte incompreso. I detrattori all’interno del movimenti sociali sono molti. Le principali motivazioni sono piuttosto prevedibili, e possono essere ricondotte (semplificandone al massimo la diversità e l’eterogeneità) al minimo comune denominatore del danno d’ immagine: “non mi interessa se rovini una banca, ma cosa penserà la gente di noi?”. Questo tipo di critiche mettono l’accento sulla sostanziale miopia strategico/politica dei fautori del black bloc: uno sfogo momentaneo che non servirebbe a nulla, anzi dannoso, privo di orizzonte politico e di progettualità. L’atto, nei detrattori interni non viene percepito come in sé deprecabile, ma appunto considerato dannoso per via degli effetti negativi che produrrebbe, e viene specificamente paventato un danno sul livello della efficacia comunicativa, dell’immagine appunto. Alcuni (tra cui Pino Tripodi, se non ricordo male) hanno definito alcune espressioni del fenomeno come pre-politiche, anche per il mancare nella loro struttura di una strategia a lungo termine e di una consapevolezza “oggettivata” del proprio essere e del proprio agire. Questo, a mio avviso, può essere vero solo intendendo questo termine in senso molto stretto, essendo di per sé difficile, specie in tempi come i nostri, definire a chiari linee cosa sia “politico” e cosa non lo sia. Cercherò invece nel corso di questo breve lavoro di definirlo, con una terminologia lacaniana della quale mi servirò per tutto il corso dell’analisi, più che pre-politico, come pre-linguistico. Viene ad ogni modo da molti sentito come un danno enorme, creatore di una voragine comunicativa profonda tra noi e il “mondo esterno”, e questo per il fatto che la risposta dei più, ogni volta che il fenomeno si manifesta, sembra essere quella di un’indignazione forte, una reazione nevrotica, che mi chiama alla mente quella di un bambino che pesta i piedi per terra e piange in modo scomposto e ossessivo.

Come mai avviene questo?

La risposta più semplice potrebbe puntare sull’inefficacia della violenza come veicolo comunicativo. La violenza viene deprecata e suscita un forte moto di spavento e di indignazione morale nella popolazione. Ma per rispondere a questa domanda in modo più soddisfacente, e soprattutto per iniziare l’analisi in modo sistematico, bisognerebbe forse riflettere, con uno sguardo ravvicinato, sugli obbiettivi colpiti dal cosiddetto black bloc e il posto che occupano nell’immaginario collettivo della nostra società di capitalismo avanzato, che chiamerò, per fare economia di termini, neomoderna1.

Il Black Bloc come violatore di tabù sociali

Non è mia intenzione fare qui una genealogia del fenomeno black bloc così come si è manifestato concretamente in diversi luoghi e tempi, analizzandone la storia e le origini. È un’operazione complessa che in questa sede sarebbe troppo lungo affrontare. Proverò solo a notare che il fenomeno, nelle sue manifestazione e nella sua collocazione storica, sembra rientrare con pieno diritto di cittadinanza nell’orizzonte antropologico della società spettacolare contemporanea. Quella società strutturata economicamente sul terziario avanzato e l’economia finanziaria, e che basa buona parte del suo funzionamento sull’accumulo consumistico di immagini intercambiabili e sempre inconsistenti. Il black bloc sembra porsi come reazione spettacolare a una società basata sull’accumulo di spettacoli: una cultura a-storica, senza passato e senza futuro, che basa buona parte del suo funzionamento sul soddisfacimento immediato di impulsi di godimento consumistico, che verrebbero disturbati dalla presenza di una consapevolezza storico-sociale, di un legame profondo e radicato con l’ambiente e la comunità, dall’emergenza di un soggetto dotato di senso in un contesto dotato di senso2. Da qui l’astoricità, l’assoluta mancanza di consapevolezza di sé e della sua posizione nel divenire storico dell’uomo moderno in occidente. Noterò subito un’altra caratteristica del mondo neomoderno che reputo fondamentale per comprendere l’emergere del fenomeno black bloc: il suo essere totale, di non contemplare l’Altro come necessario e indispensabile al suo divenire. Di aver schiacciato ogni concreta possibilità fisica, culturale, simbolica, estetica di porsi in antitesi, di essere Altro, di emergere come Altro, con un proprio immaginario indipendente e un diverso orizzonte simbolico. Già Pasolini, a suo tempo, ci aveva visto bene3. Ci arriverò.

Proverò ora a descrivere il fenomeno nei tratti essenziali dei suoi obbiettivi.

Il b.b. nel suo modo di manifestarsi è di certo irrazionale, caotico, magmatico, eterogeneo e tentacolare. Ma lungi dall’essere espressione di una furia cieca e incontrollata, come viene faziosamente descritto, salta subito all’occhio come gli obbiettivi di quel mare nero siano tutt’altro che sconclusionati e privi di soggiacente consequenzialità logica: negozi e automobili di lusso, filiali di banche, teleschermi, cartelloni, totem e stand pubblicitari, telecamere e giornalisti: durante i disordini del primo maggio di Milano del 2015 si potevano vedere una Mercedes e un Discovery bruciare in mezzo una Fiat 500 perfettamente intatta. Vorrei partire rivolgendo uno sguardo proprio agli effetti che produce la presa di mira di questi obbiettivi sulla sensibilità collettiva. Dicevo che, più che un normale moto di indignazione morale di fronte alla violazione di un precetto etico, la reazione dei più quando il black bloc si manifesta e attacca in modo spettacolare i suoi obbiettivi assomiglia a quella di un nevrotico quando si vede scoperchiato un interdetto psichico che si era inconsciamente posto. Egli piange, strilla, batte i piedi per terra se un desiderio inconscio che non può accettare e che ha bloccato nel profondo del suo essere, investendo energie psichiche molto consistenti, viene scoperchiato e portato alla luce. Egli tenta di ricacciarlo giù con una reazione violenta e inconsulta. Assomiglia, per dirla in altri termini, alla reazione suscitata nella storia degli uomini dalla violazione di un tabù. Freud è stato il primo a mettere in evidenza come, su un piano psicologico, i tabù storici e culturali siano per lo più caratterizzati da una forte ambivalenza emotiva da parte di coloro che vi sottostanno. Dal binomio generale attrazione-repulsione, dove uno dei due termini, a livello pulsionale, è inconscio, ma entrambi convivono all’interno della stessa dimensione psichica. Ognuno porta dunque in egual misura, nei confronti del tabù, rispetto e timore “sacro” e forte desiderio di trasgressione. Anzi, senza questo impulso negativo inconscio il tabù non avrebbe senso di esistere: se non si manifestasse nessun desiderio di compiere una determinata azione, non ci sarebbe infatti nessuna necessità di impedirla con una costrizione sociale. Ora, questo tipo di ambivalenza è tipicamente legato nella storia dei popoli al campo semantico della sacralità. Il tabù si collocherebbe quindi sulla relazione che si instaura nel soggetto sociale tra riverenza, “terrore sacro” per dirla con Freud, e desiderio di violazione e distruzione, dove uno dei due poli è dominante su un livello razionale, l’altro, il secondo, confinato nell’inconscio collettivo. Il tabù, per Freud, è quindi caratterizzato dall’interdizione sociale di uno dei due termini dell’ambivalenza emotiva, quello inconscio, l’impulso di violazione e di distruzione, attraverso il meccanismo del “terrore sacro”.

Citerò direttamente un passo che mi sembra esemplificativo di ciò che voglio arrivare a dire:

«È altrettanto chiaro perché la violazione di determinati tabù costituisce un pericolo sociale che deve essere punito o espiato da tutti i membri della società, se si vuole evitare che rechi un danno a tutti. Questo pericolo esiste davvero se ai moti coscienti sostituiamo le voglie inconsce. Esso consiste nella possibilità di imitazione, in seguito alla quale la società cadrebbe presto in preda alla dissoluzione. Se gli altri non punissero la trasgressione, dovrebbero rendersi conto che desiderano compiere le stesse cose compiute dal trasgressore»4.

Esiste quindi, nella reazione collettiva alla violazione di un determinato tabù, una fobia del contagio. Si può dire quindi che la violazione costituisca, sempre per dirla con Freud, un’esperienza perturbante, un ritorno del rimosso o di ciò che si credeva superato, che crea tempesta nel nostro ordine psicoemotivo e ci costringe a dover ricollocare e ricostruire delle mattonelle del nostro appartamento mentale ed emozionale che vengono scombussolate. «Il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare». All’emergere, quindi, al ritorno in superficie di ciò che abbiamo rimosso e credevamo superato, che si ripresenta in modo violento e inaspettato e crea delle interferenze con il nostro ordine psicoemotivo, con la nostra fortezza di sicurezze che lentamente abbiamo costruito mattoncino su mattoncino. Ora, da Marx a Pasolini, a De Martino, a Lacan e i lacaniani, al Situazionismo e la Critica Radicale, c’è un’immensa letteratura che mostra, nella società occidentale moderna e neomoderna, come il posto del sacro sia passato ad essere occupato dall’immaginario religioso tradizionale al feticismo dell’oggetto, della merce e dello spettacolo. L’oggetto di consumo è stato inconsciamente rivestito di sacralità. Il simbolico è sempre stato l’espressione significante del sacro. Il sacro parla attraverso il simbolo, il simbolo a sua volta diviene portatore di sacro e l’ambivalenza emotiva si riversa nell’orizzonte simbolico: sputare su un lenzuolo chiuso in una teca sul tavolo di casa mia susciterebbe per lo più qualche reazione di schifo, o di straniamento; sputare su un lenzuolo chiuso in una teca sotto la cappella del Guarini a Torino susciterebbe un grosso moto di indignazione della sensibilità collettiva dei credenti.

Quali sono dunque i simboli “sacri” della cultura neomoderna?

Riccardo d’Este ci vede giusto: il supermercato, la filiale di una banca, l’automobile di lusso, l’oggetto di consumo, le telecamere, l’apparato pubblicitario e il sistema mass-mediatico nel suo insieme5. E sono questi gli obbiettivi più comuni del black bloc, quelli che saltano subito all’occhio. E gli obbiettivi “sacri” colpiti sono talmente chiari e semplici da interpretare, che per mistificare di nuovo il tutto, per cicatrizzare questa ferita simbolica, servono settimane di bombardamento mediatico, reazioni di indignazione profonda, serve mobilitare tutto l’armamentario disponibile per ricostruire l’immaginario simbolico insidiato pericolosamente da questa esperienza perturbante. Secondo Freud, per poter ricostituire la calma dopo la violazione di un tabù, almeno per un certo periodo il violatore deve essere annullato, distrutto fisicamente o simbolicamente, in ogni caso reso innocuo e inoffensivo; bisogna tramutare il desiderio di emulazione inconscio in rabbia da riversare sul trasgressore, che consenta di espiare il desiderio di imitazione stesso e riportare l’equilibrio sociale. Sarebbe troppo ingenuo credere che giorni e giorni di prime pagine, talk-show, telegiornali, presentatori televisivi ossessionati dall’argomento ogni santa volta che il black bloc si manifesta, anche in episodi di minima rilevanza concreta, siano dovuti semplicemente all’esplosione di un’indignazione di tipo morale. Servono invece a ricostituire l’orizzonte simbolico violato, a espiare e reprimere il desiderio di imitazione suscitato dal tabù infranto. Servono a ricreare e rafforzare l’interdizione. Ecco perché anche certi eventi tutto sommato insignificanti, per nulla realmente pericolosi per l’ordine sociale (mi sovviene che ad esempio, nel famigerato primo maggio 2015 a Milano, le macchine bruciate si contassero sulle dita di una mano, qualcosa come due o tre al massimo), suscitano tutto questo tram-tram mediatico. E’ una questione di sensibilità collettiva, è il simbolico che viene chiamato in causa. Il black bloc attacca i simboli sacri della società neomoderna. E la società neomoderna reagisce e si difende con una forte e aggressiva stigmatizzazione del trasgressore, del soggetto deviante.

Il black bloc come discorso dell’Altro che si esprime nell’inconscio

Lacan ha definito l’inconscio come «quel discorso dell’Altro in cui il soggetto riceve, nella forma invertita che conviene alla promessa, il proprio messaggio dimenticato»6. Il senso del capitale divenuto totale, è che ha schiacciato completamente ogni reale discorso dell’Altro, ogni riconoscimento dell’Altro come qualcosa di indipendente dal soggetto. Quello che caratterizza il capitale contemporaneo è un rapporto autoreferenziale con l’altro piccolo, nell’algebra di Lacan definito come a, l’altro come espressione biunivoca dell’immagine del proprio io, prodotto dell’io e dalla quale a sua volta l’io viene prodotto, in cui lo stesso si riflette e si riconosce. L’Altro autonomamente dotato di senso non esiste, per il capitale non può esistere: tutto ciò che quest’ultimo colloca nel suo immaginario e nel suo orizzonte simbolico è qualcosa di direttamente legato all’ideale che ha di sé, alla sua ideologia. L’Altro non trova posto. L’Altro ne è escluso. Credo che da questo nascano buona parte delle nevrosi e delle depressioni, delle sindromi narcisistiche e individualistiche che si manifestano nel mondo contemporaneo. Quel minchione di Steve Jobs ha involontariamente mostrato come l’ideologia capitalistica post-duemila si basi perlopiù sul rifiuto dell’Altro. Il mito impossibile del soggetto che si fa da solo. Ora, ci si può dimenticare che l’Altro ci sia, fare di tutto per escluderlo in modo nevrotico dal proprio orizzonte simbolico e referenziale, ma non si può cancellarlo, impedire che esso esista. L’Altro ritorna sempre, appunto, come discorso dell’inconscio. Il messaggio del b.b. può essere quindi considerato una sorta di messaggio dall’al di là del discorso dell’Altro. In un mondo che ha dedicato la massima parte delle sue energie per schiacciare l’Altro nei meandri oscuri della propria costituzione inconscia, di renderlo innocuo laggiù, l’Altro si manifesta sotto forma di crisi di nervi.

Mutuo soccorso”, concetto chiave su cui si è basata una tradizione pluricentenaria di teoria e pratica rivoluzionaria, scritto sul muro di una banca in fiamme con l’inchiostro colante e nero di una bomboletta spray durante i disordini del 1 maggio 2015 di Milano: l’Altro negato che rivendica il suo diritto di esistere. In questo senso il black bloc, come discorso dell’Altro che viene direttamente dall’al di là dell’inconscio, è pre-linguistico, è puro Es. Non parla, si mostra per immagini e per impulsi significanti, non è castrato, non è soggetto. E’ L’Altro che emerge, si mostra, sconvolge tutto il nostro orizzonte simbolico e immaginativo e scopare. E’ il fantasma del padre di Amleto che gli indica una verità inconscia che non vuole sentire. E’ il fallo lacaniano che si mostra nella sua essenza. Il b.b. è una piccola crisi di nervi del sistema sociale dello spettacolo che agisce, si muove, utilizza i mezzi propri della società dello spettacolo stessa. Il suo essere spettacolare non è un difetto, è un tratto imprescindibile della sua struttura e della sua costituzione. Il b.b. acquista tutto il suo senso, tutto il suo valore, tutto il suo potenziale e anche tutto il suo interesse dall’essere indissolubilmente legato alla società dello spettacolo da cui proviene e di cui sconvolge l’immaginario con un atto perturbante.

E si è detto che da qui nasce tutta la reazione di indignazione e repulsione della comunità sociale, amplificata dal sistema mediatico in senso difensivo. Tutto ciò, lo si è detto, è provato dal fatto che gli obbiettivi del blocco sono talmente facili da individuare e da interpretare, talmente parlanti, che per mistificarli si mobilita tutto l’apparato mediatico e culturale. I danni che il b.b. si lascia alle spalle sono, se paragonati alla risonanza mediatica, tutto sommato modesti: le banche ed i supermercati sono assicurati, e con ogni probabilità i proprietari dei Discovery e dei Mercedes incendiati anche. Le vie “devastate” di solito si limitano a qualche crocevia del centro o di aree già comunque fortemente delimitate e presidiate dall’apparato poliziesco, i limiti del quale raramente il b.b. riesce ad infrangere. E qui casca un’altra cantilena sentita e risentita, l’inefficacia strategica: il black bloc non infrange quasi mai il confine-limite imposto dalla pianificazione poliziesca non solo per un impedimento oggettivo, per uno squilibrio nel rapporto di forze tra lui e l’apparato difensivo che il neomoderno mette in campo, ma anche e soprattutto perché non è questo il suo obbiettivo profondo. Il suo obbiettivo non è vincere una battaglia, tenere una piazza, mettere in fuga cordoni di celere, sfondare barriere e limiti imposti. Questi sono tutti mezzi. Il fine profondo, ultimo, sostanziale, è quello di sconvolgere con un atto violento l’orizzonte simbolico della società dello spettacolo, di lanciare un messaggio totale e perturbante dall’ al di là dell’Altro, dal mondo dell’Altro, che costringa l’avversario a ricostituire il suo sistema significante. L’obbiettivo fondamentale è quello di creare una perturbazione, di aprire uno squarcio, una voragine temporanea (per il fatto di non essere abbastanza forte e reiterato da riuscire a crearla permanente) tra il sistema significante del capitale e il sistema significante dell’Altro riemerso. Questo è il suo scopo fondamentale.

Il meccanismo di difesa del neomoderno

Da tutto ciò ovviamente il neomoderno deve difendersi. I metodi per fare ciò cambiano di epoca in epoca. Uno di questi, semplicissimo, è rimasto immutato dalla notte dei tempi: la squalifica del ridicolo. Chi ha seguito da vicino i fatti del 1° maggio 2015 di Milano ricorderà certamente la figura di Mattia Sangermano, quel povero ragazzo che la macelleria mediatica, quella davvero violenta e senza scrupoli, se non ha portato a un passo dal suicidio è stato solo per un caso fortuito e forse per la sua personale forza interiore. Questo poveretto non ha fatto altro che esprimere di fronte alle telecamere la cosa più semplice, più cristallina e più coerente che si potesse dichiarare in quel contesto, ha reso esplicito quello che tutti stavano implicitamente dicendo: in un mondo così, se non bruci una banca sei un coglione. Il suo dramma è stato solo quello di significare, di rendere linguaggio, di oggettivare, di portare al di qua del muro del linguaggio qualcosa che, per potersi esprimere pienamente, per poter essere, necessita in modo imprescindibile di manifestarsi come pre-linguistico, al di là del linguaggio. Nel momento in cui diventa linguaggio, in cui diventa significante, in cui si oggettiva, cessa di essere totale, deve riconoscere l’Altro, torna ad essere dialogico e parziale, torna ad essere conflitto e cessa di essere violenza, e di nuovo viene schiacciato perché storicamente troppo debole. Tia Sangermano ha oggettivato, ha reso linguaggio, ha significato, ciò che doveva restare espressione pura dell’Es collettivo, che doveva restare immagine e simbolo. Questa è stata la sua croce. Ed è forse questa necessità che volevano esprimere alcuni ambienti radicali con i loro appelli al silenzio dopo i fatti del 1 maggio 2015, a mio avviso un po’ grossolani e fastidiosamente misticheggianti, che avevano tutta l’aria di riprodurre in senso positivo quel freudiano “terrore sacro” del tabù violato. Ricordo, in questo senso, una trasmissione di Radiocane7. Ma è comunque interessante come questi appelli chiamassero in causa, più o meno consapevolmente, la necessità di non snaturare il senso di ciò che era avvenuto, di non rendere linguaggio ciò che doveva significarsi per altre vie. Di non far divenire parziale e opinabile ciò che doveva, per poter esistere, rimanere totale, rimanere Es. E, tornando al discorso, prima di Tia Sangermano qualcuno che ormai ha passato i venticinque anni ricorderà il romano “Er Pelliccia”. Questi poveri ragazzi, vere e proprie vittime sacrificali, vengono pescati regolarmente dall’ingegneria mediatica e gettati nel ridicolo a scopo espiatorio e auto-difensivo: “guardateli, sono tutti come lui, sono quattro deficienti, quattro figli di papà viziati che si annoiano, che vadano a lavorare”. “Ah! meno male! Fiuuu, e io che stavo per pensare fossero pericolosi, o che addirittura stessero facendo qualcosa che, in fondo, io che lavoro in ufficio per quaranta ore alla settimana con un capo nevrotico e una moglie depressa, vorrei fare”.

Ho scritto altrove che questa totalità del capitale con i suoi effetti di isolamento, solitudine, ansia, depressione, nevrosi, produce malessere che si manifesta per lo più in modo irrazionale, e irrazionale, di pancia, non può che essere la risposta8. Mi sembra che il sintomo del b.b. sia esemplificativo di questa tendenza: l’ambivalenza emotiva nei confronti di questo “sacro”, nei confronti degli idoli postmoderni che non fanno altro che produrre isolamento e alienazione, è molto forte, e il desiderio latente di rigetto molto diffuso e pericoloso. La necessità di tutelarsi da questo rischio è per il neomoderno molto sentita. Ecco quindi lo Stigma, la reazione insulsa e nevrotica a scopo autodifensivo. E’ proprio del nevrotico l’investimento di immense energie mentali per reprimere dei moti pulsionali inconsci che rischiano di esplodere, per questo motivo, in modo patologico. «Noi non sappiamo se la prossima rivoluzione avrà la forma di una crisi di pianto collettiva»9 ha scritto il Comitato Invisibile con una calzante espressione. Una crisi di nervi ci salverà? A ogni modo la denigrazione, nella storia dei popoli, è sempre stato uno dei mezzi più usati per annullare questa ambivalenza emotiva, per espiare desideri inconsci di imitare qualche trasgressore, o per rendere innocuo l’ Altro percepito come minaccioso. Questi personaggi, narrati come grossolani, stolti, stereotipati e ridicolizzati al livello di giullari nel baraccone dello spettacolo, hanno esattamente questa funzione: espiare i desideri di imitazione e renderli innocui, ricostruire l’ordine psicoemotivo scombussolato da questa esperienza perturbante. In questo senso hanno il ruolo di vittime sacrificali. Elemento di interesse in questo senso è che questi personaggi, quasi sempre, alla fine si pentono. La storiella del pentito che si redime pubblicamente ed espia le sue colpe, seguito da un generale moto affettuoso e paternalistico di perdono da parte della comunità oltraggiata è un altro grande evergreen. Anche questo è un classico della storia dei popoli, l’esempio più conosciuto ha fondato una religione bimillenaria: proietto sul redentore-colpevole tutti i miei impulsi di morte, direbbe Freud, i miei desideri inconsci di imitazione, e una volta che ha pagato ed espiato le sue colpe, e soprattutto le mie, e una volta che è tornato ad essere innocuo, lo reintegro nella comunità oltraggiata con gran piacere e un gran senso di gratitudine per aver pagato anche per me. Le lacrime di Er Pelliccia al telegiornale, le scuse pubbliche e commosse di Tia Sangermano, la comunità buona che perdona e riaccoglie con commozione e comprensione le sue pecorelle smarrite, dopo averli denigrati, bistrattati, ridicolizzati e umiliati per giorni davanti a milioni di persone, su tutti i telegiornali del paese (c’è gente che, ripeto, si toglie la vita per molto meno), è un altro fattore altamente esemplificativo: in fondo ragazzi buoni ma deboli, deviati da dei teppisti. E poi ancora le meno interessanti invettive: teppisti, vagabondi, barboni, violenti, criminali, drogati. O le più subdole detrazioni sul piano della legittimità sociale: figli di papà, borghesi, mantenuti, nullafacenti. Il sistema culturale, insomma, distrugge e annulla il violatore del tabù per poter ripristinare la serenità e l’equilibrio, e lo riassorbe dentro di sé con un atto cannibalico dopo averlo distrutto, lo cannibalizza per espiare i propri desideri inconsci10.

Considerazioni conclusive

«Una volta sfuggito al disgusto e ignorata la nausea

e dominate quelle fobie che hanno acquistato la forza del tabù,

c’è ancora tantissima vita da accogliere dentro di sé».

Philip Roth, Patrimonio, una storia vera

Ho provato prima a ipotizzare che se lo squarcio che la pratica del black bloc apre nell’immaginario simbolico collettivo tardo-capitalistico fosse mantenuto a lungo e reiterato, e se buona parte del mondo antagonista smettesse di scappare via con la coda tra le gambe ogni volta che il fenomeno si manifesta, mostrando lo stesso identico “terrore sacro” del resto della comunità, ma rispondesse in modo compatto e aggressivo a sua volta, si potrebbe ricreare un immaginario perduto rivoluzionario, che adesso è legato a feticci privi di significato alcuno, attraverso lo sviluppo di una polarizzazione di due nuove istanze tra loro in conflitto. Un fenomeno rappresentativo di questo processo è quello della riabilitazione semantica. Termini inizialmente nati in ambienti avversi a un determinato movimento sociale o culturale spesso nella storia sono stati riabilitati positivamente dai fautori del movimento stesso in senso provocatorio. “Barocco”, “giacobini”, “Dada”, “sanculotti”, lo stesso termine “socialisti” e così via. Certo per farlo è necessario polarizzare due istanze antagonistiche in modo che una rifletta nell’altra il riconoscimento di sé, del proprio essere e del proprio divenire.

Il b.b., invece che restare violenza sporadica e totale, deve farsi, come pratica, veicolo di conflitto11, deve tornare ad essere linguaggio, deve, dopo aver creato una crisi perturbante in superficie, dal mondo del simbolico e dell’Es, oggettivarsi in linguaggio, mutarsi da in sé a per sé, divenire discorso, desiderio cosciente, affermarsi come immaginario significante. Attraverso l’esperienza perturbante reiterata, la reiterazione dell’apertura dello squarcio nel mondo simbolico capitalistico e della crisi di nervi, deve riuscire a costruire, attraverso questo stesso squarcio, un proprio ordine significante e desiderativo che si costituisca e si riconosca come Altro dal capitale, che si ponga come polo coscientemente opposto alla società neomoderna dello spettacolo e con essa in conflitto. Solo così si potrà, a mio avviso, cominciare a risanare la tanto paventata crisi dell’immaginario antagonista. Per farlo deve, però, non aver paura di accettare la castrazione, di riconoscere l’Altro come soggetto e come interlocutore implicito, farsi punto di contatto tra Es e io, tra moti sociali spontanei e desideri coscienti di cambiamento radicale. E’ stato detto che si tratta di una semplice tattica, di una strategia. Ora, ripeto, può il b.b. come pratica, come tattica, almeno a livello potenziale, farsi veicolo di tutto ciò, porsi questo obbiettivo? Può, con un forte colpo di schioppo o con un’azione di interferenza reiterata, ricollocarsi semanticamente su un polo conflittuale riconosciuto dall’Altro e poter dire: “sì, siamo teppisti, siamo barboni, siamo vagabondi, siamo tutti black bloc, e ci costituiamo come polarità in conflitto con voi, e voi siete costretti a riconoscerci, volenti o nolenti, come tale”?12. Gli sforzi che sono stati fatti di far accettare la pratica violenta, dalla Valsusa ai movimenti urbani, non sono stati altro che tentativi di oggettivare il fenomeno, di renderlo parte integrante del sistema immaginario e significante della mobilitazione stessa, di renderlo linguaggio. Per questo siamo tutti black bloc: il fantasma del padre di Amleto che, umanizzandosi, smetta di parlare per immagini e simboli e si riappropri del linguaggio cosciente. Oggi, per noi, questi riferimenti simbolici antagonisti sono per lo più parole vuote, e il nostro immaginario è povero di sostanza, in putrefazione, buono solo per chi abbia voglia di mettersi addosso qualche abito mentale e comportamentale codificato e rassicurante. E’ ovvio però che per poter ricreare un immaginario altro, ogni volta che il fenomeno si manifesta, la risposta del mondo antagonista deve essere compatta, forte e chiara. Chi inneggia al danno d’immagine, alla catastrofe comunicativa, non fa altro che scappare al suo orticello per paura di prendersi la responsabilità collettiva di quello che avviene in piazza. Mostra solo, in altri termini, tutta la debolezza e la paura di confrontarsi con l’Altro del capitale e dello spettacolo neomoderno, perché percepito come troppo forte. Si comporta come un bambino che scappa in camera e ci si chiude per paura di essere sculacciato dal padre-padrone, che ha provocato e che ora è in preda all’ira. É, ripeto, lo stesso senso di terrore sacro, di colpa per il tabù violato, e anche lo stesso desiderio di autopunizione e autoassolvimento, che si manifesta in tutti gli altri membri della comunità, nulla di diverso.

Bisogna avere la forza e il coraggio di utilizzare invece questa frattura per costituirsi come alterità cosciente, smettere di avere paura della punizione del Grande Altro, del padre adirato. Chi non tenta di farlo in un modo o nell’altro, non aiuta questo difficile e lungo processo. Non fa altro invece che trovarsi a suo agio nel suo immaginario simbolico putrefatto e inoffensivo, perché lì ha trovato il suo tiepido posticino dell’io e dell’idea che ha di sé, il suo appartamento mentale e i suoi codificati, conosciuti e rassicuranti codici comportamentali e relazionali, come un impiegato stanco e stressato che non cambia vita per paura di perdere le sue due o tre comodità alle quali è ormai abituato, delle quali non può più fare a meno, pena la perdita della bussola.

E’ possibile, in ultima analisi, fare tutto ciò?

Ribadisco per l’ultima volta: sono domande aperte, e forse devono rimanere tali. Ma, oltre alla necessità di un’analisi sistematica di un fenomeno così interessante e rappresentativo dei tempi contemporanei, che ha mio avviso doveva essere abbozzata, porsi la domanda di come ricostituire in modo efficace e dotato di senso un sistema d’immaginario e un orizzonte di desiderio legato all’antagonismo politico dei tempi moderni deve restare un problema imprescindibile a chiunque voglia approcciarsi seriamente alla critica radicale del mondo capitalista contemporaneo.

1 Utilizzerò il termine neomoderno, coniato da Riccardo d’Este, per provare a esprimere il complesso economico, etico, culturale, antropologico, psicologico della società post-industriale basata economicamente sul terziario avanzato e sull’accumulazione di spettacoli, da altri definita post-moderna, tardocapitalista, ipermoderna, liquida, spettacolare. Si prendano in questa sede tutti questi termini come pressoché sinonimi, nonostante tutti i possibili e legittimi distinguo e precisazioni.

2 Vedi Guy Debord, La società dello spettacolo (1967), traduzione e cura di Pasquale Stanziale, massari editore, 2008, Bolsena.

3 Vedi ad esempio Pier Paolo Pasolini, Scritti Corsari, Garzanti, 1995, Milano.

4 Sigmund Freud, Totem e tabù, concordanze nella vita psichica dei selvaggi e dei nevrotici (1912-13), Bollati Boringhieri, 2011, Torino, p. 59. Corsivo mio.

5 Riccardo d’Este, Qualcosa, alcune tesi sulla società capitalista neomoderna, Porfido, Torino.

6 J.Lacan, La psicoanalisi e il suo insegnamento, in Seminario, p. 431. Citato da Joël Dor in «Che vuoi?» Esegesi del grafo del desiderio di Lacan, p.36. http://www.lacan-con-freud.it/1/upload/joel_dor_grafo_del_desiderio.pdf

7 http://www.radiocane.info/segreto-condiviso/

8 Vedi Strumenticritici.blogspot, L’importanza del tornello, http://strumenticritici.blogspot.it/2017/02/limportanza-del-tornello.html

9 Comitato invisibile, Ai nostri amici.

10 Rimando per l’approfondimento al grande classico dell’argomento: Sigmund Freud, Totem e tabù, concordanze nella vita psichica dei selvaggi e dei nevrotici, cit.

11 Recalcati, seguendo Lacan, distingue il conflitto dalla violenza nel senso in cui il primo è riconoscimento dell’Altro, anche se antagonista, come parte integrante e inscindibile del proprio essere e del proprio divenire, la seconda è invece mancanza di riconoscimento, rottura del rapporto, assenza di dialogicità, rifiuto quindi della lingua e del discorso in conseguenza al rifiuto dell’Altro.

12 Non ho avuto il tempo di approfondire, in questa trattazione, la situazione concreta della Val di Susa. Ma è ovvio che, sulla scia di quanto detto finora, costituisce un fenomeno da questo punto di vista interessantissimo.

L’Azione parallela del Black Bloc

Postfazione alla seconda edizione di Io sono un black bloc (mai rieditato)

di Pino Tripodi

Genesi

Quando nel 2002 fu pubblicata da Deriveapprodi la prima edizione di Io sono un black bloc le 2500 copie stampate andarono rapidamente esaurite. Ma la pubblicazione del libro non fu tranquilla. Si usciva freschi freschi dal massacro di Genova durante il summit del G8 2001. La comparsa in Italia del blocco nero, l’assassinio di Carlo Giuliani durante gli scontri, i rastrellamenti delle forze dell’ordine alla scuola media Diaz, le torture di Bolzaneto avevano lasciato ferite profonde.

Subito dopo Genova, i collettivi, le associazioni, i partitini che avevano promosso la manifestazione fecero a gara per accusare i black bloc delle solite cose di cui si accusano i fantasmi: provocatori, teppisti, spie, fascisti. Tutti quelli che per un anno si erano preparati alla guerra – guerra, proprio questo era il vocabolo più utilizzato – al G8 con esercitazioni, scudi, caschi, preparazione di barriere antipoliziotto, che avevano invitato alla violazione con tutti i mezzi necessari della zona rossa di impenetrabilità del centro della città ligure disegnata a protezione del G8, adesso, anziché assumersi le responsabilità politiche di quanto accaduto, si scagliavano contro i black bloc accusando in aggiunta di combutta la polizia per aver lasciato fare, per qualche solito dietrologico disegno oscuro che avrebbe accomunato il blocco nero e il potere politico dominante.

Le forze di polizia per giustificare anch’esse la totale incapacità di gestire la piazza armavano come alibi della loro inaudita violenza la presenza di black bloc arrivati da tutto il mondo con l’obiettivo di sfasciare tutto. Insomma tutti sbraitavano per giustificare la propria incapacità di gestire qualcosa che si era rivelato più complesso dell’atteso e più difficile da organizzare rispetto ai teatrini delle manifestazioni che si replicavano in Italia da anni e durante le quali manifestanti e poliziotti si affrontavano ritualmente con l’intento consensuale di non farsi male.

Nonostante tale palese incapacità, a incassare il conto di quelle giornate genovesi sono stati proprio i poliziotti da un lato e parte degli organizzatori della manifestazione dall’altro.

Malgrado la vergogna e l’infamia del loro comportamento degno più di una repubblichetta golpista sudamericana che di una polizia che un tempo si sarebbe definita democratica, le forze dell’ordine non hanno mai goduto in Italia di tanta popolarità divenendo d’allora in poi lo scudo più autentico oltremodo indispensabile per garantire i sacri dogmi della sicurezza e della legalità.

Quanto agli organizzatori, parte di essi mentre guidavano alla guerra contro il G8 aprivano una stagione di mediazione politica con partiti della sinistra che si sarebbero squagliati di lì a qualche anno. Ma che nel frattempo erano generosi ad aprire le loro liste elettorali e a fornire incarichi a chi nel movimento d’opposizione radicale, proveniente o meno dalla ricca messe dei Centri sociali o dagli appena abortiti social forum, si rendeva disponibile anzi si faceva alfiere della mediazione politica tra movimento e istituzioni. Occupato in un’impresa impossibile – sintetizzare organizzazioni e movimento, costruire l’organizzazione di movimento e il movimento organizzato – anche dal miglior vino non può che derivare un pessimo aceto.

In questo complesso e confuso quadro politico gli unici a non parlare erano i black bloc. E come avrebbero potuto. Solo chi non aveva le grazie della vista e dell’udito, solo chi non aveva percepito la presenza del medesimo fenomeno nelle altre piazze globali degli anni precedenti, non si era reso conto che i black bloc non sono un’organizzazione e che lo stigma del blocco nero attribuito al fantasma della piazza da qualche giornalista nordeuropeo non era riflesso nei partecipanti a quelle gestualità, a quei comportamenti che sconvolgevano la tradizione politica delle manifestazioni della protesta globale.

I black bloc non avrebbero potuto parlare semplicemente perché non esistevano. Esistevano come fenomeno, gestualità, estetica ma non come corpo soggettivo. L’unica lingua che avrebbe potuto esprimerli sarebbe provenuta da qualche spettro magari alieno alla tradizione politica e ai linguaggi dominanti del movimento rivoluzionario italiano e globale. Una lingua dei black bloc che col tempo avrebbe generato un fenomeno di autoriconoscimento paradossale del tipo: i black bloc non esistono dunque mi riconosco in loro, un fantasma che appare e che sconvolge le realtà costituite.

In effetti quando arriva il libro – già nel settembre 2001 – , anonimo come anonimo è il volto dei black bloc, sorprende anzitutto il linguaggio.

I concetti sono ritmati, presentati in una scansione che poco ha a che fare con la tradizione del volantino, del manifesto o del saggio.

Sembrano più brogliacci di canzone, spizzichi di sceneggiatura, marcette oniriche. Come avverte il sottotitolo, Io sono un black bloc si presenta in forma di poesia pratica della sovversione. Dà subito l’idea di frammenti scritti immaginando che ciascuno lettore – ciascun black bloc – si riconosca in essi, entri nella partitura e continui a scrivere e ad agire secondo quell’ossimorica poesia pratica che viene enunciata come programma genetico del libro.

Poesia pratica, frammento, caos, musica, canzone, letteratura, sogno, film: il libro presenta un armamentario diverso dal libro politico classico anche se qui e lì si percepiscono risonanze della tradizione filosofica colta dei situazionisti e dei poststrutturalisti.

Lo stesso titolo è un pugno alla grammatica. Come faccio Io – quell’io inviso da sempre alla tradizione culturale non solo del movimento operaio classico, ma anche dei movimenti del 68 e settantassettini – ad essere nella mia solitudine un blocco nero, ad avere forme e colore di una collettività. Pur ostico alla grammatica, quel pronome personale declinato alla prima persona funziona, ha musica. Io sono un black bloc anticipa una novità – la presenza dirompente di un io – e un riconoscimento di un sé in un essere fantasmatico collettivo che ha avuto la forza di imporsi sulla scena internazionale come il prototipo più autentico del contestatore, del ribelle, del rivoluzionario, del guastatore nell’epoca del trionfo del globalismo finanziario di inizio millennio.

La lettura del testo è stata sconvolgente. Soggiacenti dietro uno scenario di semplicità adoloscenziale prorompevano, assieme al messaggio tombale sulla natura emancipatoria della politica e della democrazia, elementi di estetica e di etica che segnavano uno scarto profondo rispetto alla tradizione. In particolare, la violenza delle viole che appariva discreta, quasi timida in una dedica, dietro un semplice fanciullesco prepoetico gioco di parole, enunciava il rifiuto epocale della violenza sulle persone e la scelta pratica quotidiana della violenza sulle cose.

Altro che teppisti. Ci si trovava di fronte a un messaggio sconvolgente che andava posto immediatamente alla discussione pubblica internazionale anzitutto dentro i movimenti.

Malgrado l’immediato successo, non c’è radio o televisione che se ne occupa. Esce solo una recensione per il quotidiano Il manifesto. Inoltre, cosa che stupisce alquanto, nessuno – nessun circolo, nessuna associazione, nessun centro sociale – chiede o decide di presentare il libro. Il silenzio lo copre probabilmente perché parlarne rende impossibile non affrontare problemi che è preferibile rimangano sotto il tappeto. Sotto sotto c’è anche la paura di attirarsi le non troppo gentili attenzioni delle forze dell’ordine e i meno gentili anatemi di chi avrebbe potuto pronunciare accuse di fiancheggiamento.

Solo una regista tenta per anni di ricavarne un film ma neanche a lei riesce di superare la barriera di diffidenza e di paura del milieu dei produttori cinematografici.

Sta di fatto che con il passare del tempo le forme delle manifestazioni di piazza a livello internazionale assumono sempre più marcatamente le sembianze di cui il libro parla. I black bloc emergono via via, seppur episodicamente, ovunque si tratta di operare una contestazione radicale globale. Non solo, ma in tante situazioni territoriali, per esempio dai No Tav, ciò che prima era uno stigma del potere diviene una rivendicazione. Di fronte ad accuse grottesche, a processi e ad anni di galera comminati per semplici proteste o poco più, vi è chi dichiara siamo tutti black bloc. Tale rivendicazione annuncia che nonostante il silenzio e lo stigma – o forse proprio in loro virtù – l’estetica e l’etica dei black bloc sono diventate le forme egemoniche della contestazione antisistemica.

Non è, chiaro, tutto merito del fantasma del blocco nero; ciò avviene in concomitanza del fatto che – come annunciato nel libro – ogni spazio di mediazione politica si è chiuso, le decisioni avvengono in un piano sempre di maggiore astrazione di fronte al quale la partecipazione e le forme dell’agone politico democratico assumono sempre più le vesti del puro consenso, del melenso teatrino con attori che non riescono né a far piangere né a far ridere. Un teatro di sola noia. Ogni altro tipo di contestazione viene così tanto ignorata che appare come avallo anche quando è agita dalle forze più antagonistiche ai sistemi dominanti.

Vista la piega delle cose, Io sono un black bloc può essere rieditato. Quel dibattito prima impossibile oggi può diventare necessario e importante. Se non altro perché quando qualcosa diventa prevalente, quando a tutti appare scontato, qualsiasi fenomeno comincia il cammino del proprio superamento.

Prima che un nuovo cammino inizi, è fondamentale chiedersi: cos’è successo veramente?

Cosa potrà accadere davanti a noi?

Fenomenologia

Senza alcuna pretesa di spiegare il fenomeno dei black bloc – il libro ci riesce da solo senza bisogno di interpreti – proviamo a scrivere in forma sparsa le prime note di un eventuale dibattito sul tema.

A) La piazza non è padrona di se stessa. I suoi padroni sono sempre gli aguzzini e i suoi eredi testamentari.

B) Le cose sono profondamente cambiate nei comportamenti della piazza perché sono profondamente cambiate le cose del mondo. Queste profonde trasformazioni hanno evidenza sociologica che non riesce ad essere colta perché si ha l’abitudine di guardare il mondo con lenti incrostate di polvere storica.

C) Il black bloc non ha padri. Non avere padri è l’anagrafe necessaria di ogni rivoluzionario. Se si riconosce in un Marx o in un Bakunin, ma anche in un Foucault e in un Deleuze o in un Benjamin si può autodefinire rivoluzionario ma è un genetico conservatore. Un rivoluzionario, giusto o sbagliato, vincente o perdente è sempre figlio di nessuno. Può avere solo fratelli, sorelle, amici che trova per strada in un certo cammino e che poi abbandona o viene abbandonato durante il percorso senza che ci siano mai stati matrimoni né divorzi. È sterile. È un figlio di nessuno destinato a non procreare.

D) Non è il mondo degli esclusi perché semplicemente si esclude da ogni forma di mediazione e di rappresentanza politica. Non accetta le regole della politica e della governamentalità.

E) Non va in piazza oggi perché pensa di andare al governo domani. Si tira fuori da ogni apparato di potere, non gioca con la tela del potere perché sa che dentro quella tela si può essere solo insetto inevitabilmente preda dell’apparato di cattura del ragno.

Ha la percezione che il potere politico sia solo un acefalo paravento del sistema dominante.

F) Il quale invece funziona come un circuito elettrico. Se si circola al suo interno non si può che accrescerne la potenza, non si può che fare la lampadina. È un circuito che si alimenta dei suoi oppositori come il cannibale dei suoi nemici.

G) La resistenza, l’opposizione, l’antagonismo la critica radicale si condannano a far parte di quel circuito. Non si può stare dentro e contro. Se non si può neanche vivere dentro e contro, si può solo vivere parallelamente, in binari che tendono a non incrociarsi mai, ma a guardarsi allo specchio, ad essere l’uno la negazione dell’altro, l’uno l’inferno dell’altro, l’uno il nemico dell’altro. In questo scorrere parallelo, in questa lotta ciascuno può assumere il volto altrui senza mai identificarsi con esso. E ciascuno lo assorbe come una spugna che contiene l’acqua ma la può anche strizzare.

H) Solleva una barricata esistenziale totale. Ciascuno è libero di scegliersi quella che vuole, ma al di là della piazza dove si evidenziano, le barricate sono ben percepibili nelle scelte della vita minuta quotidiana. Ogni gesto segna una linea, indica un punto, una prescrizione netta. Il segno di stare di qua o di là.

I) Non chiede nulla perché nulla ha da chiedere a nessuno. Di conseguenza rifiuta di ottenere qualunque cosa.

L) Non si rappresenta, ma si esprime con i luoghi, i segni, i comportamenti, i gesti dell’esistenza che costruisce.

M) Si inventa relazioni, forme reddituali, monetarie, strumenti di autorganizzazione volte più a una strategia esistenziale che a una strategia classicamente politica.

N) Non ha interesse a scontrarsi con il potere perché non gli contende la stessa materia. Ciò che gli contende veramente è lo spazio. Non vuole salire sulle rotaie dell’avvenire, si accontenta di mettere un po’ di ghiaia sui binari.

O) Produce forme di conoscenza, d’azione e di autorganizzazione che sono completamente parallele a quelle delle forme prevalenti.

P) Agisce nella contraddizione localmente più minuta, ma ha ritmo e respiro internazionale.

Q) Assume vesti spesso diverse e quando esplode lo fa senza chiedere permesso a nessuno.

R) Il black bloc non attacca le persone, si concentra sulle cose.

S) Attesta che eliminata ogni alternativa al sistema presente, non può non manifestarsi un angolo di esistenza extrapolitica. È il certificato della fine della mediazione politica che per così tanto tempo aveva caratterizzato l’azione dei movimenti.

T) La coincidenza apparente tra black bloc e riot non deve ingannare. Il black bloc non è impolitico o antipolitico. Il black bloc è extrapolitico, è il risultato della necrosi della politica, della fine della mediazione, della crisi organica della democrazia, del trionfo dei dispositivi macchinici sulla governamentalità.

U) È la constatazione che non esiste alternativa al sistema. Può esistere solo alternativa di sistema. Non ha un programma politico. Esprime solo una sensibilità diffusa.

V) Prende atto che il mondo è inconoscibile. Lascia dei bagliori che possono essere colti più dalla musica, dalla poesia, dalla letteratura, dalla filosofia che dalla politica.

Z) L’esodo è impossibile. Ogni altro mondo è un mondo di potere, ogni nuovo mondo non è migliore del presente. Ogni paradiso è peggiore dell’inferno. Non rimane che convivere con il caos, agire negli interstizi, affrontare qui l’ora, per renderlo meno crudele, più divertente, meno dannoso. Una disperazione apocalittica e ridanciana, nichilista e costruttivista.

In questa gestualità disperata sta tutto il fascino, la sconvolgente estetica del black bloc.

Ha vinto il Blocco nero

Abbiamo vinto tutti, di Kolima

Una marea nera, terrificante, che oscilla sul cemento avanti e indietro, per ore… per giorni. Come è successo? Nessuna organizzazione l’aveva pianificato, una terribile bellezza della quale era impossibile non essere parte. Si percepiva realmente una potenza, una possibilità di vittoria che si è affermata sulla strada tramite il RIOT. Dopo il blocco nero di Seattle, dopo quello di Genova, un BLOCCO NERO diffuso composto da migliaia di persone ha di fatto difeso una ZONA AUTONOMA o forse un frammento di COMUNE metropolitana. Quanti ragazzi e ragazze di Shanze e St. Pauli hanno vissuto i giorni più belli della loro vita insieme a tanti altri venuti da tutto il mondo? Perchè però approfondire il discorso sul blocco nero? Non per feticismo, ma perchè crediamo si stia discutendo non di una tattica da incontro internazionale, ma di una maniera di vivere momenti offensivi, di un modo di difendere i nostri corpi e i nostri spazi dalla polizia. Ci sembra opportuno chiamare le cose con il loro vero nome; Alcuni hanno voluto vedere una moltitudine di corpi contro la zona rossa, altri una gioventù ribelle interplanetaria sempre disposta allo scontro… beh diciamo che in entrambi i casi prevaleva il NERO. Come il colore delle felpe dei ragazzi di Amburgo, ma anche dei Kway negli zainetti degli attivisti. Il blocco nero come tattica di strada è efficace, lo ha dimostrato di nuovo. Perchè per molti è così difficile ammettere questa evidenza? Spaventa forse il fatto che il BLACK BLOC costituisca al tempo stesso un’opzione strategica delle forme di conflitto e una tattica vincente negli scontri di piazza? In questi tempi di noiose manifestazioni nazionali in italia, crediamo che non si possa rinunciare ad osservare le nuove forme di conflitto che si danno a livello europeo, e che si debba provare a tradurne gli aspetti più adatti a livello locale…


Il blocco nero con più di 3500 persone al mercato del pesce non è lo stesso che ha combattuto per le strade di St. Pauli e Shanze. La versione estetica , più rappresentativa e politica dello SCHWARZER BLOCK è quella delle immagini che hanno fatto il giro del mondo il 6 luglio. Il blocco è stato demolito a forza dei pugni della polizia berlinese e alla morsa tattica incontenibile di quella di amburgo, e gli striscioni frontali e laterali non sono bastati ad arginare gli attacchi. Prima accerchiato e poi letteralmente disperso il blocco nella sua rappresentazione estetica classica per quanto d’impatto è stato sconfitto.
Massimo rispetto per i molti compagni e compagne che si sono fatte veramente male per permettere la “ritirata” a centinaia di persone prese dal panico, ma a volte il coraggio non basta con un capo della polizia così stronzo.
La scelta di una partenza su un rettilineo con a destra un muro e il porto e a sinistra quasi nessuna via di fuga, si, ci aveva lasciati perplessi, addirittura ricordandoci le testuggini disintegrate sul lungotevere di Roma, (ahi ahi, che corse!)

Ma torniamo al g20: Oltre al più estetico blocco nero del Fischmarkt, ad Amburgo, c’è stato anche un altro modo di intendere, interpretare e  vivere il black bloc da parte di molti, di giorno, di sera e poi  fino a notte fonda. Piccoli attacchi mordi e fuggi sono partiti subito, già a partire dalle zone limitrofe  al corteo disperso. Vari gruppi politici, ma anche vere e proprie bande attaccavano incessatemente la polizia, ritirandosi però verso zone più amiche rispetto a quella portuale. Da qui lo spostamento verso St Pauli e Shanze. Questa marea di persone resta in strada per ore e attacca, attacca di nuovo i furgoni parcheggiati, poi un plotone esausto che si stava ritirando dalla manifestazione,ancora attacchi contro gli idranti ed i mezzi corazzati. Tutto ciò non succedeva in un solo punto, ma contemporaneamente in 8/9 luoghi della città. Ci si sposta di strada in strada fino ad arrivare agli incroci che si conoscono meglio. E’ qui che inizia una vera e propria resistenza offensiva: LE BARRICATE. Ogni barricata serve a operare una chiara distinzione spazio-temporale: se sei dietro di essa ci si organizza per difendersi e per delimitare uno spazio “autonomo”, se si è al di là di essa,invece, si appartiene ad un altro mondo.

“Saper innalzare una barricata non vuol dire molto se allo stesso tempo non si sa come vivere dietro di lei.”
Dietro queste barricate, ad Amburgo, in realtà c’erano veramente tutti. Le persone erano in strada, in una molteplicità di gesti non sempre concordi, come  sempre accade nei riot metropolitani. Il riot non è e non sarà mai una sorta di orchestra che suona all’unisono, in cui tutto accade come piace a noi militanti, sopratutto quando “Noi” siamo una minoranza politica agente in quel contesto. Il riot a Shanze è stato magmatico, perchè partecipato da decine di migliaia di persone, diffuso in ogni piccola strada lastricata del quartiere, ovunque.  Molte cose sono andate bene nel KAOS, sopratutto le azioni “di difesa” dagli attacchi e dai raid della polizia. Quelle sono di facile lettura per tutti. Un apple store e un supermercato espropriati, anche queste crediamo siano azioni leggibili da chiunque e politicamente significative.

Un kebabbaro e un negozio africano invece crediamo di no, nonostante la fame e la sete dei presenti dopo tante ore di combattimento… Lo diciamo  con sincerità perchè se ne discute molto in questi giorni in Germania e sopratutto ad Amburgo. Lo Shanze è il quartiere in cui il Rote flora ha organizzato la sua campagna contro il g20, e dove molti negozi espongono cartelli e slogan contro il summit, questi negozi non sono stati toccati neanche da una scritta, significativo anche questo. Qualche anno fa, quando il Rote Flora era sotto sgombero molti si dimostrarono solidali e aiutarono la resistenza durante i tentativi di sgombero della polizia. Il QUARTIERE però non è un entità monolitica, nemmeno i cosidetti quartieri amici. In essi non esiste una unità univoca che si schiera contro la polizia o li difende. Questo è stato chiaro non tanto durante le giornate del grande scontro/riot di Amburgo in cui ogni strada era percepita come amica e ogni persona complice, ma immediatamente dopo. Di fatto i quartieri amici sono quelli in cui i militanti conoscono le strade, parte degli abitanti, le abitudini, i punti di ritrovo, le contraddizioni. 48 ore, però sono tante e molte cose accadono. Non spetta a noi fare una classifica delle cose che sono andate bene e quelle che sono andate male, ma alcune “indicazioni” e riflessioni sono necessarie soprattutto per chi non ha vissuto i frammenti di quelle giornate.

Il blocco nero, è una pratica riproducibile molto oltre i confini militanti, coinvolge tutti quelli che in quel frangente hanno la possibilità e la voglia di aggregarsi a qualcosa di estremamente pre-politico come una SOMMOSSA. Questo stato delle cose è molto dinamico e chi ha attraversato momenti simili sà che ogni gesto non è sempre in sintonia con il contesto. Più sono i gesti di violenza contro la cosiddetta proprietà privata e più si espongono a critiche e contraddizioni. Quello che è certo, è che per sfortuna nei quartieri abitati dai militanti non ci sono banche, immobiliari, appartamenti e negozi di lusso in un continuum spaziale infinito. Quindi tante ore tra le vie di 2/3 quartieri hanno esposto anche obbiettivi di scarso interesse politico. In ogni caso non crediamo sia minimamente interessante dissociarsene. Spesso vediamo i limiti delle cosiddette giornate di lotta in cui in sostanza poco o nulla accade. Ad Amburgo invece sono state 4o 5 le giornate di lotta intensa, con decine e decine di fatti accaduti in successione brevissima e su cui senz’altro occorre riflettere, per fare meglio, sicuramente la prossima volta.

C’è bisogno di essere organizzati in frammenti di rivolta! Spontaneità organizzata o organizzazione nella spontaneità. La potenza di qualcosa che in piazza si esprime in forma confusa che va molto oltre la determinazione e la volontà militante sta diventando una forma conflittuale con cui per fortuna iniziamo a confrontarci seriamente. Che sia un g20 o l’ omicidio di un ragazzo di periferia, nelle rivolte spontanee ci dobbiamo porre delle questioni di metodo. Come starci dentro con quella sensibilità militante in grado di porre delle sottolineature a dei gesti più significativi? Come produrre, “noi” degli elementi conflittuali in addizione al kaos? Come far sì che nello spazio fisico/temporale attraversato dai gruppi politici i gesti caratterizanti nella rivolta siano più leggibili possibili? Come essere una forza determinate all’interno di una potenza caotica? Abbiamo visto, anche in contesti differenti come la pratica dell’obbiettivo in contesti determinati e preordinati come i cortei sta lasciando spazio sempre più a insorgenze spontanee non “suscitate” da vertenze che si concludono con momenti decisivi di piazza. Abbiamo tutto un campo da scoprire o riscoprire come spesso accade.

Note a margine per i lettori più attenti:
In coda al racconto, alle sensazioni, alle domande che ho posto aggiungo un ultimo elemento che non è separato da quanto successo durante il G20 ad Amburgo, ma che ne delinea delle caratteristiche ulteriormente interessanti:
Le azioni dirette del 6 luglio notte / 7 mattina sono state numerose e di diversa intensità. Sono avvenute ben prima dei cosiddetti blocchi colorati che sono apparsi dopo. Attacchi a macchine di multinazionali, commissariati, agenzie immobiliari, negozi di lusso, poi ancora blocchi stradali  praticati con pneumatici dati alle fiamme in mezzo alla strada e infine un CORTEO (non autorizzato) di un BLOCCO NERO dato dalla complessa sommatoria di tutti questi obiettivi praticati nella metropoli tedesca securizzata.  Di quest’ultimo nessuna rivendicazione, solo qualche video dei cittadini dei quartieri borghesi di Amburgo, svegliatisi di soprassalto come forse non gli è mai successo in vita loro. Questo accadimento è stato omesso dalle cronache ufficiali di movimento e proprio per questo è un elemento di reale interesse. Il blocco nero al tempo stesso parte della mobilitazione ma anche, come in questa circostanza, irraggiungibile, invisibile. In questa occasione il blocco ha mostrato un altra sfaccettatura delle tante che si sono viste dopo, come quella del blocco-bloccato nella manifestazione al mercato e quella del blocco-sommossa per le strade di stanze e sankti pauli.
SORPRESA
VOLONTà
AZZARDO
CORAGGIO
INTELLIGENZA
Queste le indicazioni che cogliamo da questo g20 e ci portiamo a casa sperando di poterle condividere con tutti e tutte quelle persone che disertano le vecchie forme di conflitto.