Falene XVIII

di Bianca Bonavita

Condanne

– Signore e signori! – Principiò il magistrato.

La sua voce attirò per un attimo l’attenzione degli animali. Regnava tra di loro un’armonia sorprendente. F li aveva osservati a lungo, anche durante la prima seduta, e non aveva mai notato un gesto aggressivo. Anche ora sembravano per lo più intenti a giocherellare infischiandosene delle specie di appartenenza.

Dopo aver scenicamente scrutato la platea il magistrato riprese.

– Qui, asilo. Siamo di fronte a reati d’eccezione, a reati eccezionali e dunque agiremo a nostra volta secondo eccezione. D’altronde, come potremmo fare altrimenti? – Si arrestò e alzò di nuovo lo sguardo verso la platea. Un ghigno andò lentamente formandosi nell’angolo destro della sua bocca. La platea esplose in un fragoroso applauso.

Quando in aula tornò il silenzio riprese:

– Per gli imputati di livello zero, i cui capi d’accusa sono già stati ampiamente elencati, chiediamo il loro immediato reintegro nella loro funzione di animali da compagnia socialmente utili nei rispettivi appartamenti di appartenenza. Chiediamo altresì che, una volta restituiti ai loro doveri, gli animali sotto accusa non abbiano altro dio all’infuori dei loro padroni. La loro fedeltà sarà assoluta. Dovranno perciò amare appassionatamente anche tutti gli strumenti della loro servitù come guinzagli, gabbie, recinti, pareti, lettiere e acquari. Dovranno scodinzolare, fare le fusa e cinguettare prontamente ogni volta che sarà loro richiesto. Dovranno anticipare le richieste dei padroni con le loro smancerie. Dovranno fare i loro bisogni su comando soltanto dove si conviene. Dovranno gioiosamente rimpinzarsi di mangimi industriali, i quali diventeranno presto il loro unico oggetto di desiderio. E sarà naturalmente d’obbligo l’installazione di un microchip per tutti questi neghittosi operatori di pet therapy. Se iniziassero a manifestarsi nuovamente segni di avaria sarà la forza pubblica a intervenire all’uopo nel modo in cui riterrà più efficace.

Seguì il solito concitato applauso.

– Per gli imputati di primo livello chiediamo un duplice trattamento. Laddove le condizioni lo rendano necessario chiediamo l’immediata deportazione dei soggetti nelle Nazioni di provenienza. Dovranno in questo caso ritornare alle loro mansioni d’origine e accettare con gioia la propria sorte, qualunque essa sia, o cercare di nuovo la morte in qualche naufragio, preferibilmente davanti alle telecamere.  Dove invece le condizioni saranno ritenute favorevoli essi verranno assorbiti,  integrati e assimilati dalle Nazioni di destinazione e andranno così ad infoltire le schiere di  impiegati sempre a corto di effettivi. In nessun caso sarà loro consentito di continuare ad avvalersi della condizione e della denominazione di clandestinità. L’unica clandestinità che sarà loro consentita sarà la quotidiana clandestinità dei cittadini e delle cittadine in regola. Hanno tanto desiderato essere considerati soggetti di diritto che questa sarà la loro pena. Chiediamo inoltre che, per i soprusi subiti, essi si rivalgano sugli ultimi arrivi di nullità. Chiediamo infine, per questi soggetti che pervicacemente hanno eluso l’identificazione, che a prescindere dalla loro sorte, di assorbimento o di espulsione, di ingestione o di rigetto, una volta identificati vengano condannati a due ergastoli di identità. Non saranno tollerati altri gesti di insubordinazione come trasferimenti spontanei e movimentazioni non autorizzate.

Benché appurato che il processo fosse già una sentenza, F non si aspettava affatto di ascoltare una requisitoria così arbitrariamente indifferente alla consuetudine oltre che alla normale grammatica di un processo. Le vecchie categorie continuavano a incrostare la sua capacità di giudizio e di comprensione.

Mai come ora quel trono sull’altare gridava ad F il suo essere vuoto. A chi stava parlando il magistrato? A quale giudice? A quale giuria?

I pensieri di F si insinuarono in quello spazio lasciato dal magistrato, si intrufolarono tra un battito di mani e l’altro e finirono col posarsi di nuovo su Billy Budd e sul suo ammutinamento mancato.

Che differenza c’era, si chiese F, tra Billy e i marinai che si erano arruolati? Che differenza c’era tra i coartati e i volontari se siamo tutti da sempre sulla stessa nave agli ordini dello stesso capitano? Non sta forse, la nostra unica scelta, nel decidere se collaborare con entusiasmo o con ritrosia? E in quella nave che era l’Aula di Giustizia dov’era il pilota col suo timone? E cosa acclamava la ciurma seduta in platea col suo canto da rematori? E quale funesto destino lo attendeva al termine del processo? Soltanto la normalità? Soltanto il suo lavoro da impiegato? Era poi in fondo così tremenda la sua vita prima della latitanza? Non avrebbe potuto anche lui come Billy Budd dedicarsi scrupolosamente e financo con un po’ di gratitudine al compito assegnatogli, alla sua personale guardia di tribordo della coffa di trinchetto, ovverro alle sue traduzioni commerciali per la Transalp Logistic?

Un altro magistrato era intanto salito sul pulpito.

Era una donna molto minuta; quasi scompariva dentro la sua toga.

– Per gli imputati di secondo livello – e volse per un attimo lo sguardo alle logge del secondo livello – chiediamo l’immediato recupero della memoria e di tutti i settori fuori uso della coscienza. Chiediamo che essi vengano reintegrati nelle loro abitazioni e che dopo aver a lungo cercato di perdersi non possano fare altro che trovarsi ripetutamente. Chiediamo che siano condannati a ricordare tutta la loro vita. In ogni istante che vivranno d’ora innanzi essi avranno davanti agli occhi tutta la loro vita passata, nessun momento escluso, neanche il periodo della loro disfunzionalità. Chiediamo che siano sommersi dai ricordi.

Chiediamo per loro una lucidità spietata, una presenza di spirito così acuminata da penetrare la carne. Chiediamo che a tempo indeterminato essi non siano lasciati morire per consentire quantomeno il recupero funzionale di tutto il tempo perduto durante la loro inservibilità. Chiediamo dunque la loro immediata messa in funzione a un ritmo e a un’efficienza che non hanno mai conosciuto. Chiediamo che siano condannati a un ascolto attivo continuo e a una comunicazione costante. Chiediamo che la realtà da cui si erano scollegati venga loro nuovamente iniettata come una spina dentro la sua presa e che il suo flusso li pervada completamente in ogni poro della coscienza. Chiediamo un’utilità totale e continua. Un’operosità senza tregua. Chiediamo che essi vengano a conoscenza di ogni inconfessabile natura di loro stessi e dei loro cari. D’ora in avanti sapranno fin troppo bene chi e che cosa sono. Nulla resterà incerto o indecifrabile, tutto sarà messo a nudo. E la nuda vita che avevano abbandonato tra le braccia altrui verrà loro reimpatriata e ad essa incatenati passeranno il resto dei loro giorni.

La donna tacque e attese l’applauso, che arrivò puntuale accompagnato da grida e lanci di oggetti.

F riconobbe tra gli imputati del secondo livello la signora della nocciolina dalla carnagione scura. Sorrideva, apparentemente in uno stato di beatitudine imperturbabile.

Gli ricordava una persona che aveva conosciuto, una donna che per uno strano incrocio di circostanze, si era trovato ad accompagnare fuori da una clinica spingendone la carrozzella. Quel ricordo era rimasto nitido nella sua memoria per un particolare che allora lo colpì.

Mentre spingeva la carrozzella sul marciapiede udì la donna borbottare qualcosa a intervalli regolari. Quando le chiese cosa stesse dicendo ella compitando esclamò con naturalezza:

– Pubblica Illuminazione!

Aveva il tono di un proclama e il colore di una speranza. Illuminazione per tutti! Luce per tutti! Che bello sarebbe, convenne F.

Qualche tempo dopo sorvolando la strada, assorti nei loro pensieri, i suoi occhi caddero su quelle stesse parole: pubblica illuminazione. Stavano scritte sui tombini di ferro sotto i quali matasse innumerevoli di fili portavano a spasso l’elettricità per i cunicoli della città.

La requisitoria riprese.

– Per gli imputati di terzo livello chiediamo l’immediato trasferimento presso le case di cura di competenza. Ivi saranno affidati nuovamente agli operatori di igiene sociale. Per garantire la sopravvivenza del settore, il cui indotto fornisce un’occupazione e una funzione a un numero sempre crescente di impiegati ed impiegate di basso o alto rango, i rei di lievi deviazioni potranno portare serenamente a termine – e pose l’accento su questa parola – la loro degenza all’interno delle strutture preposte, impiegati nelle loro attività socialmente utili, salvo naturalmente il ripresentarsi di episodi incresciosi come tentativi di fuga o di diserzione dalle terapie.  Per coloro invece che si sono macchiati di gravi reati di sottrazione dal percorso di riabilitazione ed inserimento chiediamo l’espulsione dalle case di cura e la totale normalizzazione. Chiediamo che siano condannati a una stabilità devastante e a un equilibrio impossibile. Chiediamo che la ragionevolezza imperi in ogni loro gesto a tal punto da far mettere in dubbio la loro stessa umanità. Tutto sarà calcolato, ragionato, soppesato, programmato, valutato. Non ci sarà più spazio per dubbi, sensazioni, stati d’animo e  sentimenti. Ogni tipo di emozione sarà loro interdetta. Se prima erano sottili steli di grano ai venti di fine inverno chiediamo per loro un futuro da piloni in cemento armato, di quelli costruiti bene s’intende. Essi non conosceranno più esitazioni, pensieri fugaci, ricordi improvvisi, temporali d’umori, ma soltanto la logica meccanica dei calcolatori. Saranno macchine, umani perfetti, condannati alla mediocrità e alla banalità della perfezione. Saranno opere d’ingegneria, software d’avanguardia, funzionalità allo stato puro. Diverranno impiegati modello in ogni campo e restituiranno centuplicate in efficacia tutte le ore di utilità sottratte durante gli anni della loro disfunzionalità. Chiediamo che per ogni membro delle loro dissociazioni nasca un’associazione uguale e contraria a cui dovranno iscriversi e partecipare assiduamente. Chiediamo per loro una Identità con la I maiuscola, una e una sola granitica personalità nonché un carattere adatto ad ogni situazione. La loro adattabilità sarà totale. Per scongiurare ricadute saranno ovviamente sottoposti a periodiche iniezioni di realtà. Questa inizierà gradualmente a sostituirsi al sangue, finché un giorno da una loro ferita usciranno soltanto immagini spettacolari.

Seguirono soliti applausi e insulti della platea.

Dopo alcuni minuti un altro magistrato salì sul pulpito. Per quello che poteva vedere da così lontano ad F sembrò un volto severo e compreso quello che ora avrebbe decretato il suo destino e quello di A.. I loro occhi si cercarono ancora una volta.

– Per gli imputati di quarto livello chiediamo l’immediato trasferimento in trincea, l’immediata restituzione alle loro occupazioni, ai loro strumenti, alle loro finalità, ovvero alle funzioni in cui sono stati collocati dai rispettivi uffici di collocamento. Sottraendosi con la latitanza alle occupazioni a cui appartengono essi hanno anche palesemente violato il principio costituente della proprietà. Per questa aggravante chiediamo il raddoppio del loro monteore settimanale di servizio; gli straordinari diverranno ordinari. Chiediamo per loro la gioia degli occupati, la sicurezza dei reclusi. Ogni attimo disoccupato di libertà sarà un attimo di disperazione. Soltanto nel loro impiego troveranno l’aria per respirare e la ragione di ogni loro respiro. L’essere impiegati sarà l’unica ragione del loro essere. L’utilità il loro unico scopo. Chiediamo quotidiane infusioni di entusiasmo per il reale e per il reame. Conserveranno sì nel ricordo il germe della loro disobbedienza ma esso diverrà sempre più col passare del tempo un inspiegabile enigma, un insondabile abisso. Chiediamo che tutte le relazioni intessute durante il periodo di latitanza vengano immediatamente e definitivamente rimosse. La loro adesione alla guerra in corso, la loro fedeltà, il loro spirito di sacrificio, saranno esempi luminosi per le nuove leve di coscritti. La loro efficienza sarà ugualmente esemplare, il loro impegno assiduo. Per il reato di latitanza chiediamo inoltre che vengano condannati a una rintracciabilità assoluta e continua. Il loro operato sarà continuamente monitorato. Per il reato di bando disarmante ed esilio volontario chiediamo che la loro presenza e la loro partecipazione siano costanti e appassionate e che il regime di separazione spettacolare a cui si sono ribellati appaia loro finalmente per quello che è, l’unico possibile e necessario. Non ci possono essere clandestinità e anarchia al di fuori di noi. Cittadini e cittadine esemplari, lavoratori e lavoratrici modello, ecco ciò che chiediamo per gli imputati di quarto livello!

Ad F si aprì innanzi una voragine senza fine, e già vide, in quella voragine, scomparire il volto di A., quegli indicibili momenti di gioia trascorsi assieme.

Vide il Brigante e Jacob, vide Bartleby e tutti i pensieri e le parole che l’avevano portato a scegliere la latitanza e l’esilio, a chiamarli felicità.

Vide in quella voragine gli ultimi anni di Walser impiegati a farsi dimenticare rendendosi utile come un Kraus, come un assistente, in mille inutilmente utili occupazioni quotidiane alla clinica di Herisau.

“Robert Walser, lei ha cominciato da impiegato e resterà sempre un impiegato”[1], gli aveva detto un giorno un tale.

Quel tale non sapeva cosa stesse dicendo, e soprattutto non sapeva che nel doppiofondo delle sue parole era nascosta un’amara verità.

Perché Walser, nonostante le sue passeggiate, in un certo qual modo, ma non in quello che intendeva il tale, impiegato era rimasto. Piegato dentro, arreso alla realtà, alla realtà dell’impiego come unica possibile forma di vita.

Ci aveva provato, a evadere, e forse, attirando su di sé gli sguardi, era anche riuscito a coprire la fuga di Jacob e del Brigante.

Ma lui no, non ce l’aveva fatta, non aveva potuto farsi più invisibile dei microgrammi.

E alla fine, soltanto di domenica, che è giorno di festa dall’impiego, accettava volentieri di sottrarsi alle sue occupazioni presso la clinica per camminare col suo amico Seelig. Per il resto preferiva non offendere i suoi colleghi degenti assentandosi dalla clinica nelle giornate lavorative. Non voleva dare a intendere di sentirsi diverso, un privilegiato. Con tutte quelle cose che c’erano da fare per mandare avanti la clinica, per il suo buon funzionamento, chi era lui per mettersi a passeggiare in un giorno qualsiasi? Era finito il tempo di andare a spasso allegramente e senza vergogna nei giorni di lavoro.

Fu a Natale che Walser morì sulla neve in una delle sue passeggiate. Fu in un giorno di festa, e che giorno di festa, che senza dare disturbo né interrompere servizio, Rober Walser l’impiegato si permise di morire.

In quella voragine F si vide come Walser impiegato a vita, condannato a sentirsi lieto di poter servire, di essere utile al buon funzionamento di quella più grande clinica in cui era ricoverato.

Una  voce tonante lo distolse da quell’abisso.

“ Per gli imputati di quinto livello chiediamo che siano condannati a essere, d’ora in avanti e per sempre, adulti.”

Seguì un lungo silenzio. Anche dalla platea non si levò alcun suono.

Poi la voce riprese facendosi solenne.

– Imputati di ogni livello, alzatevi!

Non tutti si alzarono ma dopo qualche istante la voce dal pulpito riprese ugualmente.

– Voi tutte, che in modi differenti avete scelto il vostro esilio e la vostra latitanza,  che avete fatto vostro il bando che da sempre incombe sulle vostre teste, che avete intravisto o fatto intravedere nella clandestinità d’ordinanza un ingovernabile fuoco, che avete così attentato, con il vostro modo di essere, con la vostra forma-di-vita, alla vacuità di questo trono, voi sarete per tutto questo condannate all’operazione. E chi, tra di voi, ha maldestramente cercato di disattivare il proprio accorgersi di sé e della fiamma che la consuma, sarà restituita a essere una falena come le altre, sospesa dal proprio stordimento, con gli occhi aperti soltanto sul proprio bruciarsi.

Un gruppetto di cani dal fondo dell’aula si mise ad abbaiare.

Ma la protesta fu prontamente taciuta dal boato sinistro e festante della platea.

[1]Carl Seelig, Passeggiate con Robert Walser, Adelphi, Milano 1981, p.50

Falene XVI-XVII

di Bianca Bonavita

XVI. Normalità

Le giornate all’ufficio cominciarono a confondersi tra loro. Le settimane diventarono mesi e le stagioni cessarono di nuovo di confidarsi con la sua pelle.

All’inizio pensava fosse una sua strategia, quella di comportarsi normalmente, di arrivare puntuale al lavoro, di tradurre tutto ciò che gli veniva richiesto, in poche parole quella di tenere una buona condotta. Non doveva dare nell’occhio, aveva bisogno di tranquillità e di tempo per pensare, per osservare, per capire ciò che gli stava accadendo.

Studiava i suoi colleghi, il loro comportamento, studiava il suo capoufficio, almeno lui doveva sapere, doveva essere a conoscenza di qualcosa, studiava gli altri inquilini del palazzo quando li incrociava nell’androne o sulle scale, cercava in chiunque incontrasse i suoi occhi qualche segno rivelatore o perlomeno qualche indizio che l’aiutasse a comprendere, a individuare la strada da seguire.

Di tanto in tanto continuava ad avere l’impressione di essere osservato, gli accadeva soprattutto mentre camminava per strada. Prima di darsi nuovamente alla latitanza doveva essere certo di non essere seguito, di non essere tracciato, doveva essere certo che nessuno stesse spiando i suoi movimenti.

A volte gli sembrava quasi di vivere il terrore antiquato dei bei tempi andati, quando il terrore era ancora un parente stretto della paura e della persecuzione e non aveva nulla a che vedere con la libertà e la comodità. Allora il suo pensiero andava agli Strum, ai Vasilij, ai Pavel, agli Osip. Ma non aveva in mano nulla a suffragare i suoi sospetti. Le sue erano soltanto sensazioni che sconfinarono ben presto in qualcosa di insano.

E più il tempo passava, più quella che gli era parsa una strategia assunse i contorni dell’alibi.

In cuor suo F sapeva che  nessuno lo tratteneva dall’astenersi dal lavoro e dall’evasione. In cuor suo era certo che nessuno l’avrebbe seguito se avesse imboccato quella strada di collina su cui s’incamminò la mattina del suo primo giorno di latitanza. Ma continuava a temporeggiare, a dirsi che aveva bisogno di capire, a raccontarsi quella storia dei pedinamenti.

Era un modo per nascondersi la realtà.

E la realtà era che iniziava ad essere contento del suo impiego.

Iniziava a star bene in ufficio, così come non lo era mai stato, nemmeno nei primissimi tempi dell’assunzione, quando era ancora smanioso di essere utile. E benché vi fosse ancora qualcosa in lui ad opporre una strenua resistenza, a non rassegnarsi ad ammetterlo, iniziava a sentirsi proprio bene davanti allo schermo a tradurre libretti d’istruzioni per elettrodomestici e corrispondenze commerciali, iniziava a sentirsi a proprio agio nel chiacchiericcio tra colleghi attorno alla macchina del caffé, iniziava a sentirsi finalmente felice di avere un impiego sicuro e, se non appagante, ben remunerato, e un appartamento comodo e confortevole a cui tornare ogni sera. Iniziava di nuovo a sentirsi utile.

La realtà era che ora, per nulla al mondo avrebbe cambiato quella vita.

La sera riprese ad uscire, a frequentare cinema, teatri e persino certi locali alla moda in cui non aveva mai messo piede. Si sentiva gioiosamente un animale metropolitano.

Di notte prese a camminare tra le luci delle strade più battute con un’eccitazione che non aveva mai conosciuto. Tutto gli sembrava ora così vivo, frizzante, stimolante.

Laddove aveva visto il disfacimento della civiltà, lo sgretolarsi del significato, la certezza dell’oppressione e tutte le altre miserie umane, ora vedeva una splendida e perfetta creazione, un impeccabile collaudato meccanismo, vedeva il trionfo dello sviluppo, dell’evoluzione, del progresso. E iniziò a sentirsi fiero di farne parte.

Il ricordo delle serate trascorse sul tetto del suo palazzo in compagnia di Bartleby, di Jacob, e del Brigante divenne sempre più sfuocato nella memoria fino quasi a scomparire del tutto.

Comprò gli ultimi ritrovati elettronici, iniziò a rollarsi sigarette e di lì a poco iniziò a uscire con la traduttrice di inglese. Iniziarono a frequentarsi assiduamente, si desiderarono, si baciarono, si amarono.

Poi vennero le serate sul divano a mangiare pizza da un cartone davanti a un film, vennero le prime litigate, le prime rose, i primi perdoni. Ed F, segretamente, iniziò anche a pensare a dei figli. Ora gli sembrava più che normale, se non giusto, mettere al mondo nuove creature, gli sembrava proprio un bel mondo da poter vivere. Chiunque avrebbe avuto il diritto di poterlo vivere, a tutti gli angeli del paradiso si doveva dare questa possibilità. Ed era bello pensare a  una parte di sé che gli potesse sopravvivere. Un giorno o l’altro ne avrebbe parlato alla traduttrice di inglese.

Di tanto in tanto continuava a tornargli alla mente A., il processo, la latitanza e la sua vita infelice di un tempo. Ma sempre più di rado. Il passato andava via via assumendo i caratteri dell’irrealtà. Il dubbio che tutta quella storia, dalla latitanza al processo passando per A., non fosse stata altro che un sogno, il frutto della sua immaginazione, iniziò gradualmente a mutarsi in qualcosa che assomigliava a una certezza.

Finché un giorno, trascorsi quasi due anni dal ritorno alla sua vita, il capo lo fece chiamare nel suo ufficio.

– Buongiorno impiegato F. Si accomodi la prego. Innanzitutto devo dirle che siamo molto orgogliosi di lei. Le sue capacità di recupero hanno superato ogni aspettativa. Vediamo con piacere che la ferita si è rimarginata e che non v’è più traccia in lei dei punti di sutura. In questi due anni ha lavorato molto bene sia in ufficio che fuori, la sua condotta è stata impeccabile. Come ci aspettavamo non ha tradito la nostra fiducia. Può stare tranquillo, vedrà che se ne terrà conto.

A quelle parole F si accorse di avere un moto di orgoglio.

– L’ho fatta chiamare per informarla che domani, se potrà, dovrebbe recarsi all’Aula di Giustizia per le requisitorie. Una formalità, nulla di più. Non si preoccupi, nel frattempo sono stati ascoltati molti testimoni. Anch’io ho testimoniato in suo favore. Non ha proprio nulla da temere. L’appuntamento è qui in ufficio, domattina alle nove. Ora può andare. Ah! Mi saluti quella cara ragazza! Fra traduttori ve la intendete eh? Sono proprio contento che si sia accorto di lei!

F ascoltò con angoscia crescente le parole dell’uomo.

Terreo in volto uscì dall’ufficio e tornò alla sua scrivania.

Dunque era vero. Il processo, la latitanza, non erano frutto della sua immaginazione.

E ora, per colpa di un certo F di cui non aveva che una vaga memoria, tutto era nuovamente messo in discussione, e il bel castello che aveva faticosamente ricostruito rischiava di crollare l’indomani alle nove.

Gettò uno sguardo angustiato alla traduttrice di inglese china sul lavoro. Ai suoi colleghi, ai fascicoli sulla sua scrivania, al salvaschermo. Perché mai aveva cercato di andarsene? Perché  aveva rinnegato quella vita?

Quella sera non uscì. Era malinconico. Volle restare solo nel suo appartamento, solo con le sue cose, i suoi libri, i suoi dischi, il suo portatile sempre acceso sulla tavola. Non era pronto a perdere tutto quanto. Proprio ora che iniziava a pensare a dei figli, a una famiglia, a una vita serena. Salì sul tetto del palazzo per guardare la città.

Ora, dalla cuspide della piramide, vedeva un capolavoro dell’ingegno umano, una creatura viva, pulsante, sempre intenta a funzionare e a lanciare sulle inafferrabili sponde del futuro le sue travolgenti onde di algoritmi, vedeva un grande cervello di case, di luci, di strade, immerso nelle sue inarrestabili attività, vedeva un grembo gravido di pensieri necessari e geniali, vedeva l’unica grande possibile opera manifestarsi in tutta la sua magnificenza. Ed era grato per ciò che vedeva.

Certo sarebbe sempre potuto scappare, si sarebbe potuto dare a una latitanza con tutti i crismi della latitanza. Ma così facendo avrebbe soltanto avuto la certezza di distruggere con le proprie mani ciò che aveva ricostruito. Fuggendo avrebbe irrimediabilmente perduto la propria vita, la propria identità.

No, se desiderava salvare qualcosa non avrebbe dovuto mancare all’appuntamento. In fondo, a ben guardare, le parole del suo capo erano state rassicuranti. Durante la custodia cautelare il suo comportamento era stato ineccepibile.

XVII. Ammutinamenti

F arrivò puntuale.

L’ascensore era aperto. Lo aspettava.

L’ufficio iniziava a popolarsi ma nessuno badò a lui. Come quando era ripiombato nell’ufficio, ormai due anni prima, scomparve nell’ascensore nella totale indifferenza dei colleghi, traduttrice di inglese compresa. Ma si poteva davvero chiamare indifferenza? Si chiese.

Schiacciò l’unico pulsante e l’ascensore iniziò a scendere. Prese velocità, tanto che F ebbe la sensazione di essere in caduta libera. Poi si arrestò bruscamente facendogli perdere l’equilibrio. Udì un tintinnio e le porte si aprirono su una stanza.

Il maggiordomo lo stava aspettando.

– Venga impiegato F. L’accompagno all’Aula di Giustizia. La stanno aspettando.

La stanza poteva essere la stessa, anche se le fotografie non c’erano più.

F seguì la sagoma imponente dell’uomo. Una porta che non avrebbe saputo distinguere dalla parete bianca li fece entrare in un corridoio ampio e luminoso. Di luci al neon, avrebbe detto se fosse stato in grado di guardare verso la fonte di luce. Ma era impossibile. La luce era troppo forte. A malapena poteva  tenere gli occhi socchiusi sulle bianche piastrelle del pavimento.

Ad ogni passo F sentiva crescere in lui ondate di calore sempre più intense. Non poteva più riconoscere nel bagliore accecante la figura del maggiordomo ma continuava a sentire i suoi passi non troppo in lontananza. Il calore si faceva sempre più insopportabile. Il pavimento era ardente, l’aria uno scirocco d’agosto sulla faccia.

Di fuoco s’impregna l’anima. E sul fuoco aveva la sensazione di camminare F.

Doveva essere sul fondo di qualche inferno. Che sta sempre sotto, per abitudine o per dispetto, a nascondersi dall’umano intelletto. Ed è buffo, pensò F, ubriaco di luce e di calore, che a separare l’inverno dall’inferno ci sia poco più che un respiro, un battito di incisivi sul labbro inferiore. E in quel vento tra i denti che sputa fuori le fiamme ci sono i segreti che il fuoco non può raccontare. Perché di questo si tratta, pensò F.

E se fosse una falena nel suo ultimo volo, nel suo girone di fuoco? Le immagini presero a vorticare nella testa di F, un vortice che si fece cuneo e poi fuso, e il groviglio dei pensieri iniziò a filare, in fondo, e poi a tessere il vecchio abito del mistero.

Come sonnambulo F andò a sbattere contro una porta. Era la schiena del maggiordomo.

Aprì gli occhi di schianto. Il caldo era svanito. Il suo accompagnatore girò una maniglia e nel gettare lo sguardo oltre il varco che si schiudeva dinnanzi, F si sentì lacerare le carni da uno squarcio. Allora comprese.

L’aula era già gremita. Il pubblico cicaleggiava. Le loggette quasi tutte occupate. Gli animali stavano prendendo posizione nel recinto prospiciente la platea. Il grande portone d’ingresso era serrato.

Alcuni inservienti si aggiravano indaffarati attorno al pulpito e alle sedie vuote dei magistrati. Sembravano intenti a verificare il corretto funzionamento delle apparecchiature. Ragazze discinte si aggiravano tra il pubblico con ceste piene di snack e di bibite.

Di fronte a lui, seduta nello stessa postazione di due anni prima, A. lo fissava con occhi angosciati identici ai suoi. Anche lei aveva compreso.

Si guardarono come a chiedersi perdono. Ma in cuor loro sapevano che non c’era nulla da farsi perdonare. Era già iniziata l’operazione. La cicatrice c’era. Da qualche parte doveva pur esserci.

Era tornato il vecchio F, quello che aveva scelto la latitanza e l’esilio, quello che bighellonava su pentole a pressione nella notte con Bartleby, Jacob e il Brigante, quello che si era stancato di essere piegato dentro, quello che aveva preferito non essere un Kraus. Cominciarono a riaffiorare i ricordi della sua latitanza e della sua vita prima di essa. Ora poteva riconoscere nitidamente la storia del suo gesto e abbracciarla di nuovo come si abbraccia qualcosa di necessario. E da quella loggia, guardando il viso di A., poteva vedere con chiarezza i due anni di custodia cautelare, l’anteprima della sua condanna.

Anche questo faceva parte del processo, dell’operazione. Poter vedere. Poter vedersi in quell’ufficio felice del proprio impiego, del proprio essere impiegato. Quel tempo di reintegro nella propria funzione era stato solo un breve assaggio della sua pena. Ora gli era chiaro. E tornato in sé, doveva sapere che quello sarebbe stata la sua pena.

Tutte le logge si erano riempite. F iniziò a domandarsi a quale destino erano stati riportati in quel periodo di custodia cautelare gli altri imputati. Un’angoscia rinnovata lavorava di scalpello sui loro volti. Anch’essi dovevano aver rivisto la normalità da cui si erano esiliati. Una ciotola di plastica piena di croccantini? Un timbro su un foglio di carta? Una vecchiaia solitaria? Una separazione sana di mente? Un adulterato essere adulto?

Volevano il monopolio dell’eccezione, non più della violenza, ecco cosa volevano. Non potevano accettare che qualcuno si facesse eccezione, che si mettesse al bando da solo latitando la normalità della loro eccezione. Non potevano accettare eccezioni fuori dall’eccezione, ecco cosa volevano. Ma chi erano questi “loro” se quel trono sull’altare era vuoto?

Il portone si aprì.

La platea si zittì all’istante.

Ed ecco i magistrati fare il loro ingresso trionfale nell’Aula di Giustizia. Alcune facce erano cambiate ma la scena della sfilata tra i banchi della platea fu pressoché identica alla seduta precedente. Poggiarono i faldoni sul tavolo di legno scuro che separava i loro scranni dall’altare e iniziarono a gingillare con i loro dispositivi elettronici.

Il suo capo aveva parlato di requisitorie. Ora avrebbero letto le loro richieste, avrebbero fatto la loro arringa finale.

In platea si alzò di nuovo il brusio.

I magistrati sembravano intenti a ingannare il tempo in attesa che accadesse qualcosa che avrebbe dato il via alla seduta.

Gli occhi di F tornarono a posarsi sulla figura di A. Dunque era reale. Come aveva potuto dubitarne?

Una platea li separava.

C’è sempre una platea a separare.

Avrebbe voluto abbracciarla, toccarla, baciarla. Magari sedersi in platea con lei a godersi lo spettacolo come quelle coppiette tubanti delle ultime file.

Ci si fida troppo degli occhi, sputano ingiuste sentenze il più delle volte.

Di quale realtà era fatta? Era forse solo un’immagine?

Benché il ricordo del tempo di latitanza insieme fosse di nuovo germogliato in lui, la sostanza di A. continuava a restare inafferrabile ai suoi pensieri. Se solo avesse potuto toccarla!

E si scoprì a tastarsi di nuovo la testa e il corpo intero in cerca della cicatrice.

Dov’erano i punti di sutura? Perché non c’era alcuna traccia sulla pelle?

F iniziava ad essere stanco. Non aveva più voglia di giocare a quel gioco. Lo prese una gran sonnolenza.  Le palpebre crollarono sotto il loro peso.

Quando riaprì gli occhi il mondo era ancora lì, sotto forma di Aula di Giustizia.

Non era cambiato nulla ma il tempo era come sospeso e l’aula gli appariva diversamente.

Ora gli sembrava che quel processo si stesse svolgendo sul ponte di coperta di una nave, e che lui, A. e tutti gli altri imputati, animali compresi, fossero marinai accusati di ammutinamento sottoposti a giustizia sommaria. Che a pensarci bene, in tempo di guerra, ed è sempre tempo di guerra, è la sola giustizia a disposizione.

Ecco perché non c’erano avvocati.

Ecco perché Billy Budd, l’Avvenente Marinaio coartato sulla Bellipotent era stato fatto penzolare dal pennone di maestra senza badare troppo alle formalità.

In tempo di guerra, ed è sempre tempo di guerra, non ci si può mostrare deboli davanti all’equipaggio. C’è bisogno di fermezza e di punizioni esemplari.

Con un pugno ben assestato Billy aveva steso per sempre Claggart, che lo stava accusando davanti al capitano Vere di essere a capo di una cospirazione. Proprio lui, Billy Budd, il più fedele ed entusiasta dei coartati sulla Bellipotent che tramava un ammutinamento, era un vero oltraggio alla verità ancor prima che alla sua memoria. Così il poderoso braccio era partito, tra un balbettio e l’altro di parole che non potevano uscire si era abbattuto come un ariete sul volto di Claggart. E il capitano Vere, mandandolo a morte, sapeva di mandare a morte il più fedele tra i suoi uomini, colui le cui ultime parole furono “Dio benedica il capitano Vere!”.

Da Billy Budd non sarebbe mai nato alcun ammutinamento. Ne era certo.

Ed è questa forse la sua vera colpa. Billy Budd è colpevole di non aver tramato alcun ammutinamento, di non aver affatto cospirato contro la Corona. Anche se qualcuno dirà, seguendo forse i reconditi pensieri di Claggart, che l’esistenza stessa di un Billy Budd costituiva in sé la più pericolosa forma di ammutinamento. E che il candore di quel pugno ne era la riprova.

Ma F a questa teoria non aveva mai creduto. Tutta quella retorica dell’onesto barbaro non gli era mai andata giù. Era sempre stato più propenso a pensare che Billy Budd incarnasse alla perfezione l’ideale del servo e che quell’uomo di legge di Vere non soffrisse affatto per mandare a morte un uomo, ma soltanto perché la ragion di Stato lo costringeva a  mandare a morte il suddito più fedele dello Stato. Un paradosso imbarazzante per un ligio funzionario.

Comunque, a differenza di quel povero cristo di Billy Budd, immolato sull’altare del regno, che era colpevole solamente di un bel pugno, tutte le persone in quell’Aula di Giustizia, ora questo F iniziava a comprenderlo nitidamente, erano a vario titolo colpevoli di ammutinamento e nella fattispecie di forme di ammutinamento ben più insidiose del Grande Ammutinamento del Nore del 1797.

Il fatto davvero preoccupante era che nessuno degli imputati aveva mai pensato di prendere il controllo della nave.

E certamente il loro non era stato un semplice sciopero, non c’era stata alcuna richiesta, alcuna rivendicazione.

C’era piuttosto una deriva in tutti quei volti affacciati come a teatro sull’Aula di Giustizia. Una deriva non pronunciata rimasta su tutte le loro labbra come la più efficace delle minacce. C’erano vite che in vario modo si erano sottratte, anche solo per un istante, al governo del pilota. E che ora erano sottoposte alla giustizia che si riserva ai disertori.

Su queste onde navigavano i pensieri di F quando finalmente uno dei magistrati si avvicinò al pulpito. Salì risoluto le scalette e si avvicinò al microfono in un’aula già disposta in silenzioso ascolto. Il pubblico in platea era proteso con ogni muscolo, con ogni cellula, verso l’altare. Famelico era pronto ad assistere allo spettacolo.

Non accadde nulla. Eppure la seduta ebbe inizio.

Falene XIV -XV

di Bianca Bonavita

XIV.  Custodia cautelare

Ogni vita non è che il tempo sospeso della sua custodia cautelare. L’attesa del giudizio, il processo e la pena, si sa da tempo ormai, sono la stessa cosa.

La porta dell’ascensore era scomparsa. Davanti a lui la distesa di scrivanie con rispettive sedie girevoli, monitor e tastiere. Nessun paravento verde a separare le postazioni. Nessuno alzò gli occhi dal proprio schermo a salutare il suo arrivo. Non c’era nulla di strano nella sua presenza. La consueta indifferenza lo accolse.

F capì subito che non era mai successo nulla. Per tutte le persone sedute a officiare in quell’ufficio F non se n’era mai andato, non era mai scomparso nel nulla. Era semplicemente appena entrato dalla porta come era solito fare ogni mattina. La latitanza, la libertà, il processo, divennero subito immagini sfuocate nella sua mente.

La realtà prese di nuovo il sopravvento.

Eppure il tempo era trascorso. Attivato il suo computer lesse la data. Era passato un anno, un intero giro di sole dal suo primo giorno di latitanza.

Il suo capoufficio, senza degnarlo di uno sguardo, passandogli accanto gli gettò un fascicolo sulla scrivania. Era un libretto di istruzioni da controllare, un arricciacapelli.

Era passato un anno, ma tutti si comportavano come se quell’anno non fosse mai passato, come se la mattina in cui F sposò il suo esilio si fosse invece presentato al lavoro come tutte le mattine.

Ma di quale pasta era fatto quel “come se”?

Aveva il gusto giocoso di un fare finta o il sapore tragico di un per davvero?

Era uno scherzo ordito solo alle sue spalle o una realtà beffarda che si prendeva gioco di tutti? Erano davvero così insignificanti quelle vite, così indifferenti a se stesse e agli altri da non accorgersi di un’assenza così prolungata?

F alzò gli occhi sopra l’orizzonte del suo schermo. Erano tutti impegnati a funzionare, a svolgere la propria mansione, ad assistere, a rappresentare, a servire a qualcosa da bravi Kraus, una sensazione ben impressa nella memoria, che F aveva quasi imparato a dimenticare.

C’era il padre di famiglia sempre aggrottato che si occupava delle questioni legali. C’era la responsabile delle spedizioni, taciturna come sempre. C’era la segretaria del grande capo, nascosta con i suoi sogni sotto qualche duna di trucco. C’era il capoufficio, infaticabile e fedele, sempre in piedi a smistare le pratiche. C’era quel giovane tuttofare sempre entusiasta  che F non aveva mai tollerato. C’era il contabile con la sua calvizie e le sue nevrosi, un gran corridore, correva tutte le mattine per un ora prima di recarsi al lavoro. C’era il responsabile degli autisti con la sua voce insopportabilmente alta e quel piglio fastidioso da grand’uomo. C’era la traduttrice di inglese, francese e spagnolo, decisamente la creatura più bella e interessante dell’ufficio. E quella di cinese, una tipa allegra, che cercava sempre di tirare su il morale a tutti. E infine, dietro la porta a vetri opaca del suo ufficio, c’era l’ombra del grande capo del nulla, ministro del regno della distribuzione, agente sotto copertura della disgregazione.

Perché mai tutta questa gente, scrivani e contabili, perfino fanciulle nella più tenera età, entrano dallo stesso portone nello stesso edificio per scarabocchiare, provare le penne, per calcolare e gesticolare, per sgobbare e soffiarsi il naso, per temperare matite e portare in giro carte? Lo fanno forse volentieri, lo fanno per qualcosa di ragionevole e di proficuo?(…) sono pazienti come un gregge di agnelli, quando si fa sera tornano a sparpagliarsi ognuno nella propria direzione e l’indomani alla stessa ora si ritrovano di nuovo tutti. Si vedono, si riconoscono dall’andatura, dalla voce, dal modo di aprire una porta, ma hanno poco a che fare l’uno con l’altro. Si assomigliano tutti eppure sono tutti estranei (…)”[1]

Quello era il mondo della Transalp Logistic, il mondo che da un anno aveva abbandonato e che ora gli si presentava dinnanzi inalterato e imperturbabile in tutta la sua necessità.

Aprì la posta elettronica. C’erano duemiladuecentosette mail da leggere. La richiuse immediatamente  e lasciò che il salvaschermo riportasse alla luce la materia. Prese in mano il libretto d’istruzioni dell’arricciacapelli e iniziò a leggere.

Non c’era scritto nulla sul processo, né tantomeno sulla custodia cautelare. Non era spiegato in quelle istruzioni il senso della sua storia,  non si dava alcuna chiave per comprendere la sua vicenda. Non si spiegava perché fosse passata inosservata la sua assenza. E non si diceva nemmeno dove si trovasse A. in quel momento.

Anche lei era stata riportata alla sua vecchia vita? Perché non aveva mai voluto dirgli cosa facesse prima della latitanza? Il pensiero di saperla in un altrove ignoto e irraggiungibile lo faceva impazzire e il sapere che questo era comunque il destino degli amanti non lo consolava affatto.

Non servono quasi mai a niente i libretti d’istruzione.

Aveva sempre preferito tradurre le garanzie. Per quanto accurato sarà il montaggio e corretto l’utilizzo, verrà sempre il giorno in cui si leggerà la garanzia, apodittica nel suo verdetto di vita o di morte.

Aveva sempre prestato molta attenzione a tradurre le garanzie, sapeva che di tutte le parole che accompagnavano i prodotti nelle loro scatole quelle che illustravano le garanzie erano decisamente le più lette e le più utili da leggere. Rappresentavano una seconda possibilità, una miracolosa salvezza, un’assicurazione per la vita. Era una questione delicata tradurre le garanzie, non ci si poteva permettere alcun errore, a volte ne andava della differenza tra un sì e un no, tra la sopravvivenza e il lento disfacimento sotto una montagna di rifiuti.

Non c’erano errori nel libretto d’istruzioni dell’arricciacapelli.

Alle cinque e trenta F si alzò dalla sedia e si diresse verso l’uscita. Non c’era niente di strano. Anche i suoi colleghi raccoglievano le loro cose e si preparavano per uscire.

Fuori la città continuava a brulicare, estranea e inabitabile, così come l’aveva lasciata un anno prima. S’incamminò per le strade che aveva per anni attraversato come si attraversa una galleria, di fretta e senza attenzione, senza pensare troppo all’enorme massa di terra che preme per sfondare la volta.

Tutto gli appariva sotto una nuova luce, i passanti, le automobili, le vetrine, gli edifici, era come tornare dall’oltretomba per scoprire che ogni cosa aveva fatto a meno di lui così come lui, del resto, aveva fatto a meno di ogni cosa.

Gli era sempre parsa intollerabile la sopravvivenza delle cose alle persone, di tutti quegli oggetti che alla morte di una persona chiedono conto a chi resta del loro abbandono, come se fosse colpa dei vivi quella solitudine stridente che abita le case vuote dei morti.

Stridono nei cassetti le posate, fregandosi le une contro le altre, stridono i bicchieri dalle ultime impronte le loro invisibili crepe, stridono i piatti del servizio buono di quel surplus d’inattività che li aspetta, stridono le fotografie che non stanno più nelle cornici dalla voglia di scappare via, stridono i dischi le loro note ammutolite, stridono i libri sugli scaffali senza parole, e stridono, come stridono, i vestiti vuoti nell’armadio, di un vuoto nuovo, stridono i cardini delle porte e i vetri delle finestre, stridono le coperte e le molle del materasso, stride anche il pavimento ad ogni passo. Stridono le cose dei morti prima della loro diaspora.

Ora però la trovava equa quell’indifferenza: non sono solamente le cose a fare a meno dei morti, sono anche i morti a fare a meno delle cose. Lo sapeva perché anche lui, non morto, ne aveva fatto a meno.

Quando arrivò al portone del suo palazzo si fermò un attimo davanti ai campanelli.

C’era ancora. Il suo nome c’era ancora.

Salì le scale fino al secondo piano e si arrestò davanti alla porta del suo appartamento, la sua piccola scatola da scarpe, il luogo dove per anni non aveva fatto altro, conformemente al suo libretto d’istruzioni, che appartarsi dal resto del mondo.

La porta era aperta. Era abbastanza certo di essere stato lui a lasciarla aperta un anno prima, il giorno in cui si diede alla latitanza. Entrò.

Come in ufficio, nulla era cambiato, soltanto la polvere a segnare il passaggio del tempo.

Si aggirava per le stanze a far domande, come i dispersi aliti di vento nella casa abbandonata della signora Ramsey. Ci sono scelte da cui non si torna indietro, si rispose.

Scostò le tendine della camera da letto. Quel muro era ancorà lì, a sigillare l’orizzonte.

Non pensò nemmeno per un attimo di essere tornato in libertà.

XV Classificatori Leitz

Quella notte dormì di un sonno profondo e senza sogni.

L’indomani gli sembrò che la cosa più sensata da fare fosse quella di andare in ufficio.

All’angolo di una strada vide un ragazzo che faceva volare enormi bolle di sapone. Si fermò a osservarlo: c’era qualcosa di incongruo nella sua figura. In quel momento una donna lo urtò distogliendolo dalle sue meditazioni e girandosi ebbe la sensazione di essere osservato. Quella sensazione gli rimase fintanto che non entrò in ufficio. Lì, la sua presenza passò inosservata come sempre, benché tutti scambiarono con lui i consueti convenevoli.

Sedette alla sua scrivania e accese il computer. Ancora non aveva affatto chiaro se i suoi colleghi stessero recitando o fossero sinceri. Nel dubbio decise di fingere e di interpretare la sua parte di bravo traduttore di tedesco.

Aveva bisogno di tempo per raccogliere le idee. E chissà che nel frattempo qualcuno non si tradisse, facendogli involontariamente intendere che erano perfettamente a conoscenza di tutto quanto.

Aprì di nuovo la posta elettronica e si mise a leggere una delle ultime mail che gli erano arrivate. Ma la sua testa era altrove.

No, quello non sarebbe diventato di nuovo il suo ufficio.

No, no, questo non diventerà il mio ufficio, pensai. Non mi lascerò dominare dai classificatori Leitz. Milioni di persone sono dominate dai classificatori Leitz e di quell’umiliante dominio non riescono più a liberarsi, pensai. Milioni di persone sono oppresse dai classificatori Leitz. L’Europa intera, da un secolo, si lascia opprimere dai classificatori Leitz, e l’oppressione dei classificatori Leitz si inasprisce, pensai.”[2]

I classificatori Leitz erano diventati immateriali, organizzavano lo spazio del pensiero, raccoglievano ogni flusso di movimentazione della realtà. Per un anno era vissuto libero dal dominio dei classificatori Leitz e ora poteva sentirne ancora più dolorosamente l’oppressione.

Non solo milioni di persone erano dominate dai classificatori Leitz, da cui peraltro non poteva che continuare a nascere tutto il banalissimo male possibile, ma anche quasi tutta la letteratura era dominata dai classificatori Leitz, era una letteratura piccolo borghese da ufficio, da funzionari e impiegati, una letteratura funzionale e ben funzionante, una letteratura pieghevole e ben impiegata.

E non era questione di proclami, manifesti ed epiche rivoluzionarie, era un problema di lingua imbrigliata nell’atto di significare, di un Narciso incapace di guardarsi allo specchio senza annegare nell’impacciato amplesso con la pagina bianca.

Non fu un caso se l’impiegato Kafka e l’impiegato Walser non scrissero una letteratura da impiegati e da funzionari. Non fu un caso se un marinaio concepì Bartleby.

Forse per scrivere occorre poter essere stati in coffa a contemplare quel mare straniero di parole su cui navighiamo. Ed è forse da lassù, osservando dall’alto la sua vicenda, che F avrebbe trovato una via d’uscita.

Se resta sempre qualcosa di impensato, è dalla coffa che si può iniziare a pensarlo.

Una voce lo distolse dai suoi pensieri.

– Il capo ti vuole parlare. – Sentì dire in tono allusivo al capoufficio.

Ci siamo, pensò.

Non aveva mai saputo molto del titolare. Tutto passava attraverso il capoufficio, i contatti con gli altri dipendenti erano ridotti al minimo e il più delle volte non andavano oltre un buongiorno buonasera. Era sulla sessantina, tutt’altro che ingrigito, sembrava appagato dalla sua vita. O almeno questo dava a intendere. Aveva una famiglia, una moglie e due figlie. Di lui F non sapeva altro. Era entrato nel suo ufficio soltanto un paio di volte, di cui una quando firmò il contratto.

– Si sieda – gli disse con gentilezza.

– Ben ritrovato F. La sua mancanza si è fatta sentire.

Dunque almeno lui sa, si disse F. Come avrebbe potuto d’altronde non sapere?

– Di questi tempi non è facile trovare un bravo traduttore come lei, una brava persona, un bravo impiegato insomma. Per carità, ci siamo arrangiati, ci si arrangia sempre, nessuno è insostituibile. Ma fa piacere averla di nuovo tra noi.

In quel “noi” ci mise una strana intonazione, come se alludesse a qualcosa che F avrebbe certamente dovuto intendere. Incrociò le mani dietro la nuca e inarcò la schiena all’indietro facendo flettere lo schienale della sua sedia girevole.

– Speriamo che ora stia davvero meglio. Ci ha fatto preoccupare sa? Devo confessarle che abbiamo temuto il peggio. Con tutti quei suicidi sotto ai treni. Ma eccola qua, in carne e ossa, pronto a nuove avventure transalpine! Certo deve aver passato un periodo difficile, superare quel tipo di operazioni non è cosa da tutti i giorni.

Di cosa stava parlando? A quale operazione si riferiva? Come poteva sapere dell’operazione? E poi lui non aveva subito ancora nessuna operazione, l’uomo vestito da maggiordomo aveva parlato di custodia cautelare, non di operazione.

– Speriamo che non le facciano troppo male i punti di sutura. Ma no! Lei ha una bella scorza, una tempra d’altri tempi. Siamo certi che ritornerà a funzionare come prima. Intanto si prenda un periodo di convalescenza qui da noi, nel suo beneamato ufficio. Faccia finta di essere in vacanza in uno di quei bei sanatori di montagna. Il suo immaginario dovrebbe esserne popolato. E se vuole leggere i suoi libri legga pure, in questi primi tempi non la tormenteremo troppo con traduzioni e corrispondenze, ora ha bisogno di riposo e di svago. Ci sarà tempo per ritornare in pista a tutti gli effetti! Si goda questa bella aria condizionata! Non trova che sia veramente afoso in questi giorni?

F era decisamente confuso. Tra l’altro non era affatto afoso fuori visto che era una bella giornata di primavera. E poi di quali punti di sutura stava parlando? D’un tratto gli sovvenne un dubbio atroce e iniziò a tastarsi la testa in cerca di una cicatrice.

– Mi raccomando però caro F, non faccia colpi di testa! – E lo disse osservando la sua mano ancora intenta a tastarsi la testa. – Siamo responsabili per lei . Se dovesse succederle di nuovo qualcosa…

Non finì la frase. Si oscurò in volto e distolse lo sguardo dagli occhi straniati di F.

– Faccia così, quando lei sente che un altro attacco si sta avvicinando, ci dica qualcosa, ci parli, ci chiami, anche di notte, non esiti ad avvisarci. Insieme potremo tenere meglio a bada la cosa. E ora vada pure, ritorni alla sua postazione, al suo ponte di comando! Ogni tanto, se non la disturba, la farò chiamare per continuare la nostra conversazione. È piacevole parlare con lei mio buon F!

Non aspettò che F uscì dalla stanza per ritornare alle sue carte.

F tornò alla sua scrivania con la testa solcata da mille pensieri. I suoi colleghi, come se nulla fosse, continuavano il loro lavoro. Se stavano fingendo erano tutti degli attori mancati.

Ma che fingessero o meno cosa sarebbe cambiato in fondo? Ora doveva soltanto preoccuparsi di fare come gli aveva detto il capo. Doveva continuare a temporeggiare, assolvere i piccoli compiti che gli passava il capoufficio e dimostrare, mettendosi ogni tanto a leggere alla scrivania uno dei “suoi libri”, che era in una buona disposizione d’animo e che aveva ben inteso il discorso del capo. E intanto doveva pensare a come darsi nuovamente alla macchia, a come sottrarsi a quell’assurda custodia cautelare. Avrebbe preferito una cella al suo ufficio, al suo maledetto appartamento.

Perché non rifare tutto daccapo allora? Perché non latitare di nuovo? Perché non lasciarsi per una seconda volta alle spalle tutto quanto? Continuare a dire sì alla latitanza, rinnovarla ad ogni istante. No, questa volta era diverso, non sarebbe stata una latitanza, ma una fuga. E chi latita non fugge. Sarebbe stata una latitanza vecchio stampo, che è una fuga in difesa della libertà, un luogo dove si fugge da un mandato di cattura spiccato per un determinato reato. Non c’era nessuna libertà in nome della quale fuggire. Sottrarsi alla custodia cautelare sarebbe stato il suo reato, anche se la custodia cautelare era per un crimine impossibile che non aveva mai commesso. Aveva voluto prevenire con la sua latitanza un preventivo mandato di cattura. E  aveva ottenuto la possibilità di un mandato di cattura consuntivo. Ma forse così avrebbe anche ottenuto un vero processo in un vero tribunale, il che sarebbe stato preferibile a quel falso processo in quel falso tribunale. Eppure gli era sembrato tutto così vero, i magistrati, lo scranno vuoto sull’altare, tutte quelle persone infervorate sedute in platea con le loro bibite, e gli altri detenuti poi erano veri, A. era vera, di questo non poteva dubitare. E se anche A. fosse stata invece una fantasia? Un sogno? A questa eventualità non aveva ancora pensato. Perché non gli aveva mai parlato del suo passato? Di cosa in realtà avevano parlato?  Non si ricordava più nulla di lei. Non si ricordava più nulla di tante cose in verità.

La città non era cambiata dal coperchio del suo palazzo.

I suoi pensieri turbinavano così vorticosamente che nemmeno si accorse quella sera del tragitto tra l’ufficio e il suo appartamento. Le pentole non erano esplose. Nessuna sommossa montava all’orizzonte, nessun rogo nei quartieri, nemmeno l’ombra di Jacob e del signor Benjamenta tornati dal deserto attratti dai bagliori della città in fiamme. Tutto era come prima, a parte, presumibilmente, qualche vecchio cuore spento e qualche nuovo cuore acceso, pulsare in segreto tra le mura, ignaro e prigioniero.

Non si ricordava nemmeno più quando e dove avesse incontrato A…

Il ricordo di quel tempo idilliaco trascorso con lei non era fatto di immagini ma di pura sensazione. Iniziava a dubitare che fosse regolarmente depositato nell’annovero dei fatti accaduti. E così ogni ricordo della sua latitanza.

Era un ricordo fatto di nuvola.

[1]Robert Walser, I fratelli Tanner,op. Cit., p. 32-33

[2]Thomas Bernhard, Estinzione, Adelphi, Milano 1996, p.461

Hanno ammazzato l’Xm: l’Xm è vivo

 di Bianca Bonavita

Il 6 agosto, alle prime luci dell’alba, nello storico quartiere della Bolognina, Xm24 è stato sgomberato dalle forze di polizi su mandato dell’amministrazione democratica.

Ultimo baluardo di un diverso modo di stare insieme in un quartiere popolare in stadio avanzato di gentrificazione da localini. Ultimo vecchio edificio da vecchio mercato ortofrutticolo, basso, modesto, quasi umano, in un’area in mano alla speculazione da grattacieli mai finiti o semivuoti, che si specchiano come anime riflesse nei vetri della nuova anonima sede del Comune.

Uffici, appartamenti, parcheggi, ascensori, localini, uffici, appartamenti, parcheggi, ascensori, localini. In quell’isolato non c’è spazio per altro nel piano normalizzatore dell’amministrazione.

I palazzoni fantasma abitati da sparute persone disperse in migliaia di metri cubi di cemento,  circondati da collinette di detriti e macerie, non deprezzano la zona.

XM24 pare di sì.

Ci sono affari e affaristi di riguardo a dettare l’agenda, a disegnare il paesaggio dello sfacelo, a decidere il prezzo al metro quadro, a guidare le ruspe dell’apocalisse. Che hanno iniziato subito ad abbattere muri, a scavare buche per piantare i pali della recinzione che dovrà proteggere i lavori di riassegnazione d’uso di quelle mura che hanno segnato la storia di Bologna di inizio millennio.

Al loro posto sorgerà un sedicente quanto finto cohousing, edilizia popolare sbandierata nei mesi passati come alibi socialista per lo sgombero.

Vera fucina, spazio di incontri, di intrecci, di memorie comuni, tutto ciò che di bello e vivo si è mosso a Bologna dal dopo Genova è passato, quando non è nato, dentro XM24.

E giustamente, coerentemente con i piani di Sauron e del nulla che avanza, l’amministrazione democratica della Bologna city of food, di Fico, di Unipol, di Legacoop e della speculazione edilizia a reti unificate, un mattino d’agosto a quattrocento passi e a quattro giorni di distanza dalla commemorazioni per la strage della stazione, ha ben pensato di fare tabula rasa di tutta la bellezza che abitava tra quelle mura.

Eravamo lì, come tante, a piangere e a gridare con un sasso in tasca non tirato.

A ballare anche, a ridere e ad abbracciare chi era parte di quella storia infinita, parte di una memoria condivisa, di una cospirazione amica.

Sul tetto sventola la bandiera Fuoco alle galere, poco sopra l’ennesimo Ryanair romba verso il Marconi, anch’esso verso il nulla che avanza.

Alla fine della giornata la vittoria è politica: nessuna denuncia per le resistenti sul tetto e una lettera firmata da un assessore che promette uno spazio fisico adeguato all’Xm 24 nel quartiere Bolognina entro il 15 novembre. Promesse da mercanti?

Ma la vittoria più grande del 6 agosto è stata la dimostrazione che lo stabile di via Fioravanti, ora in mano al nemico, era solo la crisalide di uno splendida farfalla che quel giorno ha lasciato quella veste, e che Xm24 è prima di tutto un luogo dell’anima, ferito, ma vivo.

Vivo nei corpi di chi lo ha attraversato in questi anni, nelle forme-di-vita rivoltose che anche grazie a Xm24 sono sbocciate.

Vivo nel gesto mattutino di detournare lo sgombero in tragedia alla parola d’ordine di Medea.

Voci che cantano la morte e la rigenerazione, si chiamano, si rispondono, chi è ancora dentro appesa a un trapezio, chi è fuori davanti a un cordone sgomento di divise, che si ritrovano pubblico e attori inconsapevoli. La messa in scena dello sgombero viene rivoltata in poesia.

Davanti a quella recinzione, davanti a quella Medea situazionista e pasoliniana abbiamo avuto la sensazione di vivere un’altra forma del tempo, un qui e ora in cui stava accadendo qualcosa di grande e di arcaico.

Questo il testo firmato XM24 recitato la mattina dello sgombero.

M = Medea

C  = Coro

V = Vello d’oro

G = Giasone

T = Tutt@

 

M: Me_dea, sono figlia di Eete, re della Colchide, e nipote della maga Circe,

C:  E come lei dotata di poteri magici.

 

M: Magia, seduzione, mistero, coraggio ed inventiva; sono l’esaltazione dionisiaca di una forza vitale pre-simbolica,

C: anteriore alla civiltà, legata alla Terra e al mistero dell’esistenza.

 

M: Me_dea, che discendo direttamente dalla grande madre, e come lei conosco i misteri della vita e controllo l’energia della natura, vogliono sottomettermi a ruoli subalterni di fattrice o decorativi di moglie, amante e puttana.

C: La società patriarcale spezza il legame dell’idea astratta con la natura regalando l’umanità alla tecnologia.

 

M: Per lasciare una traccia nella storia degli uomini mi libero del ruolo di figlia, sorella, sposa e madre, e ribalto le immagini stereotipe della femminilità diventando un modello positivo di sovversione.

C:  Porti disordine.

 

M: I classici raccontano di Me_dea, la barbara, con confusi e oscuri pregiudizi. Terrorizzati dai miei poteri e dalla mia diversità, attingono a mani piene dalla tradizione sinistra dei miti

T: Smembramenti, infanticidi, parricidi.

 

M: La storia si cristallizza su Me_dea, sorella e madre assassina, e niente della mia vita passata e futura avrà più significato

C: Sarà Me_dea a riconquistare il regno e non Giasone.

 

M: Giasone e gli argonauti, alla conquista del vello d’oro, ricerca che diventa ambizione, nuovi concetti per nuovi desideri.

 

V: Io sono il vello d’oro, sono bella, sempre giovane, coccolata e corteggiata, sono volubile, languida e attraente; suono l’arpa  e mi trastullo con le mie amiche opportunismo, frivolezza, oblio e insofferenza. Io sono ciò che tutti vorrebbero essere; sono in technicolor; sono l’estrema utopia e l’estrema magrezza; l’irraggiungibile perché, se mi raggiungi, immediatamente sono esanime, repulsiva, dispotica, terrificante e tiranna e rimpiangerai di averlo fatto; vivrai i tuoi giorni nel dolore e nell’ossessione del mio amore.

Ma normalmente suono l’arpa e mi trastullo con le mie amiche opportunismo, frivolezza, oblio e insofferenza, indifferente alle sorti del mondo.

 

M: E siamo arrivate qui, in questo scenario apocalittico, con il mondo in mano a piccoli tiranni con grandi poteri.

T: Dove una volta sorgeva una città, una cultura millenaria, monconi di costruzioni mai ultimate, ma già fatiscenti, fanno da scenario al rapido declino dell’umanità.

 

M: Le visioni distopiche di pochi illuminati sono diventate realtà. Essi non governano

C: manipolano coscienze.

 

G: Mi credevo un astuto avventuriero, un tempo, alla guida degli Argonauti. Salutandoci a bordo dell’Argo

C: Il vaso splendente

G: I potenti salmodiavano che avremmo conquistato l’immortalità e riportato in patria l’estremo rimedio contro i mali del mondo

C: Essi mentivano

 

G: E continuano a mentire. Nel corso dei millenni ho truffato, ucciso, tradito. Mi sono macchiato di delitti orrendi

C: per soddisfare la loro sete di potere.

 

SIRENE: Noi siamo aliene a tutto, anche a noi stesse; siamo frutto dell’immaginario. Non siamo reali, siamo un sogno per alcuni ed un incubo per altri come sempre la diversità. Trastullandoci nel multiverso, nostro malgrado, abbiamo messo a punto una sequenza armonica capace di sopire le coscienze.

 

C: Estremo rimedio contro i mali del potere.

 

G: Ma le coscienze non rimangono sopite a lungo.

C: Il desiderio di libertà è più forte di ogni dispositivo.

 

G: Ed ora il dispositivo è scomparso. Lo volevano tutti

T: I tiranni per potenziarlo, e il popolo per distruggerlo.

 

G: E allora mi sono detto perché non venderlo al migliore offerente.

T: Bramosia ed ottusità, è così che va il mondo.

 

M: Ma quando i piccoli tiranni perdono i loro poteri

C: I popoli insorgono

 

T: (poesia di Katerina Godou)

 

Non fermarmi. Sto sognando.

Abbiamo vissuto proni secoli d’ingiustizia,

Secoli di solitudine.

Ora no. Non fermarmi.

Ora e qui, sempre e ovunque.

Sto sognando la libertà.

Facciamo sì che la bella unicità,

Di tutti,

Ripristini l’armonia dell’universo.

Giochiamo. Conoscenza è gioia.

Non certo un obbligo scolastico.

Io sogno perché amo.

Grandi sogni su nel cielo.

Gli operai delle fabbriche occupate produrranno cioccolato per il

mondo.

Io sogno perché SO e perché POSSO.

Sono le banche a creare i “ladri”.

Le prigioni i “terroristi”.

La solitudine “gli emarginati”.

I prodotti “il bisogno”

I confini gli eserciti.

Tutto deriva dalla proprietà.

La violenza genera violenza.

Ora no. Non fermarmi.

È giunto il tempo per ristabilire l’etica come prassi finale.

Fare della vita una poesia.

Fare della vita una prassi.

È un sogno possibile, possibile, possibile,

IO TI AMO,

E non fermarmi, non sto sognando. Io vivo.

Tendo le mie mani,

Verso l’amore, la solidarietà

La libertà.

Tutte le volte che ricomincia daccapo.

C: Io difendo ANARCHIA.

Falene XII e XIII

di Bianca Bonavita

XII. Sul conto di A.

Due parole sul conto di A.

Su di lei indugia l’inchiostro che sarà, ed è legittimo che si voglia conoscere qualcosa di più che una lettera puntata.

Se fosse F a doverne parlare forse scomoderebbe quell’angoliera dei liquori in cui aveva cercato per anni il suo gioco perduto e magari si spingerebbe anche a dire che A. era colei che aveva sempre amato in quel luogo indecifrabile del suo passato. Poi non saprebbe di certo come proseguire, per parlare di certe cose si deve essere degli eccellenti narratori e lui, in materia, è sempre stato piuttosto scarso.

Ma siccome non è F a doverne parlare, allora spetterà a chi scrive far presente che è legittimo omettere ogni ulteriore parola sul conto di A..

Semplicemente vi sono questioni che il bianco reclama a sé.

Quel bianco che siamo abituati a pensare come sfondo su cui corrono le belle lettere, ma che forse è la vera scrittura in rilievo, il vero testo da saper leggere, precipitato su un foglio nero a stemperarne l’oscurità, ad addolcirne il mistero. Se così fosse allora questi segni neri sarebbero solo scherzi del vento, squarci, chiazze insepolte dell’eterna notte a fare da paesaggio ad eleganti finestre di arabeschi. Allora sarebbero loro, queste colline bianche innalzate sull’oscurità, a serbare il rovescio di ogni libro, il suo autentico volto, là dove si affollano, scalpitano e scalciano tutti i significati, là dove resta scritto per sempre, a saperlo leggere, ciò che non è stato scritto, ciò che si è potuto non scrivere, ciò che ha scritto la mano che non tiene la penna.

È solo su quelle colline che possono trovare asilo gli amanti, è lì, che a saperla ascoltare, si racconta e si lascia raccontare la storia del loro eterno perdersi e ritrovarsi, la storia d’amore tra  A. ed F .

E al di là del bianco che reclama, in queste pagine ci si è fatti l’idea che A. non sia affatto il personaggio di una storia, un’astratta identità da mettere in scena, da rappresentare, da raccontare, ma che sia ancora persona, una maschera di legno a nascondere un volto, ad amplificarne la voce. E quando si ha a che fare con una persona, con un pezzo di legno che a forza di recitare si è fatto carne, con questa carne dimentica del suo essere maschera o fantasma, allora le parole arretrano, ammutoliscono. Non si può togliere ai fantasmi il loro ultimo velo.

Per questo A. resterà dietro quel suo punto franato come un sasso dalla cima innevata di un monte, come un mattone di troppo ai piedi di una piramide, un enigma in più tra gli altri da risolvere.

Sono certo che F mi ringrazierebbe per questo riguardo.

In quanto a lui le cose stanno diversamente, siamo entrambi dallo stesso lato della barricata, là dove nessun dialogo è ancora possibile. Egli non è più persona, né ancora personaggio, e se per caso si era fatto qualche illusione in proposito non me ne voglia per questo. Non ci sono punti ai suoi piedi a nascondere altro, non ci sono nomi, è soltanto lettera, una lettera morta che soffia e brucia il suo tormento.

XIII.  La stanza delle fotografie

Una porticina si aprì alle spalle di F.

I magistrati si dirigevano in fila verso l’uscita dell’Aula di Giustizia. Al loro passaggio tutto il pubblico in piedi li acclamava gridando e battendo le mani.

F sentì una voce maschile profonda e avvolgente provenire dall’oscurità oltre la porta.

– Venga impiegato F, mi segua, la riaccompagno alla sua cella.

Perché la riaccompagno? F non ricordava di essere stato in una cella.

Ebbe appena il tempo di voltare lo sguardo e intravedere A. scomparire dietro un’analoga porticina che la voce ripetè il suo invito.

– Venga impiegato F, mi segua, la riaccompagno alla sua cella.

F non potè far altro che seguire la voce.

Gli occhi si dovettero abituare all’oscurità per accorgersi della sagoma imponente del padrone della voce che camminava davanti a lui attraverso un lungo e stretto corridoio. L’uomo sembrava vestito da maggiordomo o qualcosa del genere, camminava impettito con un incedere che non ammetteva esitazioni.

L’oscurità del corridoio s’infittiva. F faceva fatica a stare al suo passo e a volte perdeva il contatto visivo con la sua sagoma.  L’idea di rimanere indietro anche solo di qualche metro non gli piaceva affatto. In qualche modo la sua presenza lo rassicurava.

Non c’era nessuno in quel corridoio a parte loro due. Dov’erano finiti tutti gli altri imputati? In che razza di tribunale era finito? Dove lo stava conducendo quell’uomo?

Camminavano ormai nel buio da una decina di minuti e l’idea di rimanere solo in quel corridoio iniziava ad atterrirlo. Non vedeva l’ora di arrivare alla sua cella.

All’improvviso un fascio di luce lo abbagliò per investirlo poi interamente. Quando riuscì ad aprire gli occhi l’uomo era scomparso.

Si trovava in una stanza luminosissima e senza finestre. Ai muri bianchi, come pitturati da poco, effettivamente c’era un intenso odore di vernice, erano appese delle fotografie. Al centro di una delle pareti la porta di un ascensore.

F si avvicinò alle immagini incorniciate e un brivido gli corse lungo la schiena. Erano tutte fotografie del suo passato, della sua vita precedente alla latitanza.

La prima che notò fu la fotografia del suo primo giorno di scuola, immortalato da suo padre sui gradini di casa nell’ombra del portico con il fiocco blu sulla divisa nera a sigillare il suo sacrificio, un raggio di sole a conficcargli un cuneo di tristezza tra il labbro superiore e l’occhio sinistro, la cartella nuova ancora profumata di cartoleria appesa alla mano destra con il suo carico di inganni e di matite colorate, il capo un po’ piegato come si conviene ad ogni bravo impiegato e un ritaglio di cortile illuminato di settembre alla sua sinistra che si perdeva oltre il bordo come si perdeva quel giorno, irrimediabilmente, la sua infanzia.

A volte nei ricordi, nelle immagini in cui si presentano i ricordi, fanno irruzione delle sensazioni provenienti da quegli istanti. Non arrivano ad essere sensazioni anche nel presente, restano come avvolte dall’involucro del ricordo, ma dentro a quell’involucro sono vive, palpitanti, e scalpitano per uscire.

Restò a lungo davanti a quella fotografia, fu invaso al petto da uno strazio caldo di invisibili tessuti; il bulicame dei teschi negli ossari sommessamente saliva i declivi della sua anima fino al groppo arido della gola senza mai poter sciogliersi in pianto.

Chissà se si stavano disfacendo bene i corpi dei suoi genitori. Sicuramente quello di sua madre era ad uno stadio più avanzato. Pare sia una cosa molto soggettiva. Dicono anche che chi ha assunto tanti farmaci si conservi più a lungo. Comunque fosse si augurava che tutto stesse andando per il meglio e che tutti gli elementi coinvolti nella faccenda stessero facendo la loro parte.

Perché tutta questa privacy riservata ai corpi in disfacimento e di contro questa promiscuità  di femori, tibie e crani negli ossari? Decomposizione privata e sgretolamento collettivo? Quale intimità, quale pudore vengono difesi e sigillati, prolungandone l’agonia, nel putrido prosciugamento delle membra, in quello scarto più o meno breve che intercorre tra la morte e l’oblio, tra i poveri resti e il reso, il residuo fisso?

Così a fondo i suoi pensieri vorticarono davanti a quella fotografia che quasi si dimenticò del processo, della cella, della stanza in cui si trovava e di tutte le altre immagini del suo passato appese alle pareti. Ancora turbato le scorse distrattamente.

C’erano le foto di classe scattate nel cortile della scuola, attimi delle vacanze trascorse coi suoi bravi amici ricevuti in dote alla nascita, il giorno della comunione vestito di bianco, lui al volante della sua prima macchina, alcune scene dalla festa di maturità, certi scatti ambiziosi che fece nel periodo dell’università e proprio di fronte alla fotografia del suo primo giorno di scuola, sulla parete opposta si avvide infine dell’istantanea di un fotografo a pagamento che lo ritraeva intento a discutere la sua tesi su Robert Walser: le mani rosa, lisce e incapaci, aperte nell’atto di gesticolare parole in cerca di un senso, il volto pallido, ammalato, di chi vive da sempre dentro scatole da scarpe in mezzo alla nebbia, financo un accenno di gobba per il tanto malamente sedere, e naturalmente il capo un po’ piegato, come si conviene ad ogni bravo impiegato, ad ogni Kraus in erba che si rispetti.

D’un tratto uno scampanellio lo distolse dai ricordi. Si voltò in direzione del suono. La porta dell’ascensore si era aperta. Una voce metallica lo invitava ad entrare. Non se lo fece ripetere, nonostante la sua fobia per gli ascensori. Era comunque preferibile al restarsene ancora in quella stanza abbacinante tra gli scatti del suo passato.

Lentamente la porta si richiuse dietro di lui.

C’era un solo pulsante da premere. L’ascensore iniziò a salire, almeno così gli parve.

Quando si fermò F si fece quasi prendere dal panico perché le porte tardarono ad aprirsi.  Tardano sempre troppo ad aprirsi le porte degli ascensori. Ma questa volta c’era un motivo. Prima di aprirsi la voce metallica doveva dare una comunicazione ad F.

– Bentornato alla sua cella impiegato F. Le auguriamo un felice soggiorno alla sua custodia cautelare. Verrà riconvocato a comparire per il giorno del giudizio.

Quando l’ascensore si aprì, F si trovò davanti uno spettacolo inatteso e tremendo: il suo ufficio.

Falene capitolo X. Reale e Spettacolare

di Bianca Bonavita

Tutto ciò che è reale è spettacolare. Tutto ciò che è spettacolare è reale.

Giunti qui occorre sgombrare il campo da un equivoco che potrebbe essersi fatto largo durante la narrazione delle drammatiche vicende di F.

Allo stesso tempo si potrebbe anche dire che non v’è alcun bisogno delle precisazioni che si stanno per fare. Risulteranno superflue, quando non ridondanti o offensive. Ma ormai è troppo tardi. È già stato deciso.

La vicenda di F e tutto ciò che vi inerisce, a cominciare dall’ambiente che lo definisce e condanna, non ha nulla a che vedere con la finzione. Non c’è nulla di inventato e di fantasioso in questa storia. Né tantomeno di fantascientifico o di fantapolitico. Si tratta di una mera narrazione di fatti, una cronaca, un resoconto, un romanzo di verità. Non c’è nulla di distopico in questa storia , semmai soltanto qualcosa di dispotico.

I fatti si svolgono in uno spazio e in un tempo precisi: l’Italia d’inizio XXI secolo.

Tutto ciò che è scritto è già accaduto, irrimediabilmente accaduto.

Ogni cosa narrata è pura e semplice verità, esattamente così come è narrata. Non soltanto è vera la cosa in sé, ma anche il come della cosa. Anzi, soprattutto il come, visto che in fondo è  ciò che fa il cosa.

Come sempre, nella storia, è difficile individuare il momento preciso in cui le cose prendono irrimediabilmente una determinata piega. Ci sono correnti sotterranee che vengono da lontano, flussi impetuosi che agiscono nell’anonimato, e correnti superficiali alla portata dei nostri occhi. Ma ci sono anche massi imponenti che danno inopinatamente al corso delle cose una direzione imprevista, così come ci sono chiuse naturali tra le rocce che innalzando la pressione delle acque creano turbini di violenza inaudita.

È difficile individuare il momento preciso in cui la melma vischiosa che sommerge cose e persone ha iniziato a dilagare.

Si potrebbe dire che si tratta di una melma antica, un materiale inerte che sgorga dalla sorgente eterna del nostro ombelico. Una melma che riguarda ogni tempo e ogni paese.

Si potrebbe dire che la storia, ogni storia, è tutto un precipitare disastri, mattanze, persecuzioni, svuotamenti. Non è fiume la storia, ma cascata a dirupo, vortice irresistibile. Dirupa la storia, fracassando teste, vite, sogni. Dirupa senza fine verso il centro della terra, verso quel fuoco che finalmente la spegnerà per sempre.

Intanto, aggrappati a una radice sul vuoto, possiamo per passatempo anche guardarci indietro a cercare una spiegazione, a immaginare qual è stato il punto di non ritorno.

Alcuni lo vedranno lontano, nelle viscere dei secoli. Altri più vicino, in un fatto di poco conto. Alcuni lo riconosceranno in loro stessi. Altri punteranno il dito sulle grandi mattanze del XX secolo.

Altri ancora diranno che questa melma oleosa ha iniziato a zampillare gioiosa e rassicurante nei primi vent’anni che hanno seguito l’ultimo grande macello mondiale. Diranno che se proprio vogliamo individuare un momento preciso in cui le cose per F hanno preso la piega che hanno preso, bisogna risalire a una ventina d’anni prima della sua nascita, a quel dopoguerra di speranze tradite e di ingenuità perdute, a quella mutazione che ha cambiato i volti, i gesti, i luoghi, i linguaggi e i modi di essere di un paese intero fatto di mille paesi differenti annientati in un istante da un clic e da una bic. Diranno che bisogna risalire a quel miracolo devastante che ha portato i genitori di F in città dalla campagna nera che li aveva cresciuti.

Onesto e povero, di parola e pensiero lealtà,

Che cosa mai, Fabiano, ti portò in città? [1]

Da quel momento è stato tutto un precipitare colloso in questa melma sfavillante; ed è forse questa luce artificiale così dannosa per le falene, invasiva e onnipresente, a rendere speciale la melma che ha sommerso F, a renderla differente da altre melme più tangibili e antiche.

Da quel momento è stato tutto un ripetuto affondare ed essere inghiottiti da differenti sostrati di realtà. Sempre più degradati e degradanti. Sempre più mucosi e inafferrabili. Sempre più evasivi e fatui, spettacolari e vacui.

E a furia di affondare, perché di furia si tratta, di fretta impetuosa, di agitazione rabbiosa, si è perso il conto dei sostrati di realtà sotto cui ci si è adattati a sopravvivere.

Si vive così, dentro queste camere d’aria scavate nella melma, dentro queste cripte asfittiche, dentro questi cunicoli travestiti da scelte.

A volte si sentono sbattere porte e cancelli in un altro livello di realtà, o su un altro canale, o in una finestra lasciata aperta proprio sotto la cronologia.

A volte si aprono squarci su ciò che si credeva impossibile, su prigioni così angoscianti che subito con un dito si richiude la finestra, su verità così evidenti e sconvolgenti che si preferisce continuare a far finta che siano soltanto incubi o fantasie.

Come l’Aula di Giustizia in cui F è alla sbarra e i fatti che seguiranno.

Laddove non si deve credere che tutto è vero ma soltanto che è necessario, facendo così della menzogna una norma universale, in quello spazio e in quel tempo ogni cosa diventa reale, ogni cosa  diventa spettacolare.

Tutto ciò che è spettacolare è reale. Tutto ciò che è reale è spettacolare.

[1]Marziale, Epigrammi, I, 4, vv.1-2