Divenire zero, o amare è non sapere cosa stiamo diventando

Di notte, ascoltando L’amore e la violenza vol.2 dei Baustelle (Marzo 2018)

di Marcello Tarì

L’amore è immanente, ami una volta, e sempre.

Walter Benjamin, Dialogo sull’amore (1913)

Cosa si diventa dopo la fine di un amore? Sembra essere questa la scarna domanda che interpella malinconicamente chi ascolta l’ultimo lavoro dei Baustelle [per il vol.1 leggere qui], inchiodandolo pietosamente alla scogliera a precipizio sulla vita contro la quale si trova sbattuto dopo la prima salva di note. La «salva» un tempo indicava lo sparo di più armi da fuoco dirette contemporaneamente contro il medesimo bersaglio: scoprite il vostro petto, signore e signori.

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«Nella lettera che hai scritto è racchiusa la tua vita/Dice che cosa sono adesso non lo so» (Jesse James e Billy Kid), questa è la risposta più onesta che ci viene data. Una non-risposta, a ben vedere, che viene ripetuta con diverse sfumature in ciascuna delle dieci canzoni – i brani dell’album sono dodici ma due sono strumentali, anche se per il primo non è del tutto esatto considerato che è interrotto più volte da un’esclamazione, «Violenza!?», ma esiterei non poco nel sostenere che un brano musicale senza parole non sia già nel linguaggio.

In realtà, come dolorosamente ci viene narrato per tutta la durata del disco, la vera questione è che si continua ad amare anche dopo la fine e anzi, se proprio vogliamo dirla tutta, ogni amore è già da sempre immerso nella sua fine e quindi il non sapere cosa si diviene ad ogni momento della sua presenza, prima durante e dopo, è semplicemente una sua condizione ontologica, il farsi di una vita dentro la quale vi si incide la sola risposta possibile. Ma, nella distrazione organizzata nella quale viviamo, della fine di un amore spesso ce ne accorgiamo solo quando essa è già arrivata e compiuta, cosa che ci lascia ancora più nudi davanti al dolore. Di un amore non si dà storia. Quel che è certo è che la temporalità dell’amore non è in nulla simile a quella esteriore scandita dalle clessidre digitali a cui ci vogliono schiavi, e già solo per questo va considerato tra le armi più potenti contro il presente, «perché la pace un giorno finirà» (L’amore è negativo). Ed è bene che vi sia del non sapere quando il tempo comincia ad avvolgersi in una spirale per poi esplodere e aprirsi a raggiera. Come durante una bella sommossa, l’organizzazione si coordina all’ignoto. Elogio dell’ignoranza di sé dunque ma con l’avvertenza, scrive Giorgio Agamben, che «Articolare una zona di non conoscenza non significa, infatti, semplicemente non sapere, non si tratta di una mancanza o un difetto. Significa, al contrario, tenersi nella giusta relazione con un’ignoranza, lasciare che un’incoscienza guidi e accompagni i nostri gesti, che un mutismo risponda limpidamente per le nostre parole» (L’ultimo capitolo della storia del mondo).

Non sapere cosa sono diventato, allora, può significare essere capaci di articolare nella propria esistenza singolare tutti i frammenti che la fanno così come è, dove tutti vuol dire quelli di cui sappiamo e quelli di cui non sappiamo, quello che possiamo e quello che non possiamo e anzi, come insegna il filosofo, il potere-di-non (e quindi anche il sapere-di-non) è condizione essenziale alla vera esperienza di una vita. Molto meglio e più potente il mutismo che le chiacchiere senza senso o tutte quelle parole che servono solo a fare del male agli altri e a se stessi. A costo di apparire folli: «Tutto mi parla di te, perfino la tua assenza mi fa compagnia/A volte può succedere che la follia ci prenda per mano» (Lei malgrado te).

Arte difficile quella della non conoscenza, e tuttavia certa apertura al possibile. Oppure, al contrario, come si racconta in Perdere Giovanna, si opta per la rimozione e si acquisisce la bella illusione della «libertà»: finalmente liberi di drogarsi, di perdere l’essere e il tempo, di fottere non importa chi, di fare carriera sulla faccia degli altri, di andare a ballare sperando di prendere al laccio qualche avventura che non durerà più di due ore – “ah finalmente libero, senza rotture di coglioni” pensa il nostro Bloom, mentre il primo ricordo è già in agguato per strozzarlo al secondo sorso di quell’orrendo cocktail preso al bancone del baretto dove si va per sembrare qualcuno e così ora sa che era più felice quando il suo io fu distrutto dall’incontro con lei – o anche, perché no, con la libertà del tuo lavoretto triste, del tuo hobby scemo, del tuo nuovo giocattolo sessuale, dell’autogestione totalitaria dell’io, delle tue relazioni valorizzanti, dei tuoi interessi intellettuali a coprire con un velo democratico la vertigine del nulla che insisti nel non voler guardare. Insomma, tutto l’insieme informe che qualche tempo fa venne definito giustamente il «liberismo esistenziale» che avvelena la vita metropolitana al tempo della trionfante degenerazione capitalistica il quale, se non fai attenzione, ti fa divenire un mostro. Ed è perfettamente inutile che tu, compagno/compagna, credi, speri e spergiuri che tutto questo non ti riguarda perché, laggiù, neanche tanto in fondo, sai bene che la tua vita è uguale a quello di chiunque – «io sono uguale a tutti gli altri/ come gli ebrei babilonesi in cattività» (Veronica n.2); anche tu sei una singolarità qualunque rinchiusa dentro questo mondo, ti piaccia o no. Fanne buon uso dunque e smettila di credere tu sia un’alterità perché frequenti il Centro Sociale sotto casa. La si smetta specialmente di simulare, tanto nel conflitto che nell’amore.

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Dicevamo, che te ne fai della sensazione di poter fare tutto quello che ti pare quando un’esperienza così importante nella tua esistenza, chiamiamola “Giovanna” o “Antonio”, è finita improvvisamente in un giorno di sole uguale a qualsiasi altro? È per questo che il suo protagonista dice al principio di Perdere Giovanna: «Io non sento più le cose/ non so nemmeno dire davvero se sto bene». Questo non sentire, a differenza della non conoscenza, è un’anestesia della sensibilità che ti rosicchia da dentro e non dischiude alcun possibile: non sappiamo più come vi siamo arrivati e specialmente come uscirne, ovvero come tornare a sentire l’esistenza. Anche questo è essere prigionieri del presente. Eppure in questa gigantesca startup che chiamano società lo si trova così eccitante. È perciò che in molti, tra quelli che perdono le loro Giovanne o i loro Antoni così come si perde «un giorno o l’altro l’innocenza e l’identità/ gli accendini le chiavi e i cellulari», preferiscono assecondare questo non sentire e immergersi nella più stronza forma di vita che viene servita ogni giorno dalla society su di un vassoio simil-argento come si fa con la cocaina, che infatti ovunque piove sulle spalle come fosse la forfora di una vita a perdere. Esistenza reificata, si sarebbe detto una volta.

In questa stessa canzone v’è però un indizio, quasi impercettibile perché detto velocemente e con una certa nonchalance, che indica come questa situazione «individuale» ci parla sempre e comunque di qualcosa di più. Io non è mai io e basta. Gli anarcoindividualisti, gli stirneriani che hanno più di sedici anni e i collettivi managerial-centrosocialisti degli io, non sono i benvenuti da queste parti. Infatti, alla fine di una strofa che racconta com’era l’amore un tempo, quando la vita scorreva nella beata destituzione di sé, viene aggiunto, come fosse tra parentesi, un così era «prima di Weimar» e poi, ancora, «prima di Auschwitz». Come dire, vi racconto un po’, accompagnandomi a una vecchia chitarra, com’era la vita prima del disastro, prima della guerra civile, prima della catastrofe dell’umano, prima dell’inferno, prima delle notti insonni, prima del ritorno alla vita di merda, forse perché lì, in quel frammento di passato, è restato impigliato qualcosa che ancora ci parla, qualcosa che sentiamo ma di cui non sappiamo che uso farne, come trascinarlo fuori dalla massa di rifiuti che ci arriva fin sopra gli occhi.

Non siamo mai usciti da Weimar e nemmeno da Auschwitz, la cronaca che hai letto stamane mentre facevi colazione basta e avanza per averne prova: «Amore è tardi/Amore è già la fine» (Jesse James e Billy Kid). Il mondo è ancora quello del calcolo e della selezione, dell’economia e della nuova oggettività. È quello del massacro e dell’orrore a cui, quando si trova definitivamente solo, l’individuo “libero” si dedica con tutto se stesso: « Io sono un mostro e tu chi sei/Come ti chiami? Come stai?/Vorrei parlarti, ma è impossibile/Sono una bestia e adesso sai/Che non appena incontrerai il minotauro/ morirai» (Il minotauro di Borges).

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È tutto questo che ci fa dubitare della possibilità di tornare a coniugare «al presente il verbo amare» (Perdere Giovanna). E non parliamo del farlo al futuro. Tuttavia se hai avuto la grazia di amare, di fare questa esperienza estatica, allora una per quanto debole possibilità di redenzione c’è, anche se è molto probabile che dovrai passare attraverso l’inferno per trovare l’arma della sua distruzione. Fai attenzione però. L’inferno non sono gli altri, come diceva quel grosso Io di nome Sartre, il primo girone sei tu. Come anche il primo cerchio del paradiso, quando smetti di essere tu.

Una linea di fuga in verità ci viene mostrata in Veronica n. 2 e consiste nello spogliare la soggettività di tutti gli attributi valorizzati dalla society. Questi sono più pesanti del make-up di Moira Orfei e ormai così astratti, digitali e purperei (e quindi velenosi), che è diventato un faticoso lavoro portarseli appresso. Anzi, oggi è il lavoro. E se invece si potesse amare una creatura solo per quello che è, per ciò che potrebbe essere considerato come il suo essere banale ma che, in realtà, mostra quella parte del sé che proprio in quanto impersonale è tanto di più singolare? Questo sarebbe vero amore.

Ma, al dunque, dopo la fine di un amore resta quell’insieme di ricordi in frantumi. Che farne? La tentazione, umana, è quella di gettarli, di rimuoverli, di mangiarli e defecarli. Quello che ci sarebbe da fare, invece, è il riuscire a tenerli con sé come fossero tra le poche cose preziose della vita poiché, se vi è una possibilità, è da quelle scintille di felicità che di nuovo potrà accendersi il fuoco che ci riscalderà ed è solo allora che potremo dimenticare. È difficile, ma non impossibile: le temps revient.

La stessa cosa, la stessa possibilità, vale per la memoria delle lotte, il ricordo della nostra violenza, dei nostri giorni, quando attaccavamo col sorriso sulle labbra, quelli nei quali abitavamo insieme ad altri una casa non estranea, quelli in cui ci amavamo e per questo ci pareva d’essere eterni e bellissimi. Ma più importante ancora, raccomandava Walter Benjamin, è ricordare il giorno della sconfitta e mantenere inalterato il desiderio di riscatto, allenati i nervi, affilati i sensi e cercare di salvare, frammento per frammento, tutto il nostro passato. Lo stesso Benjamin, per altro, nelle sue tesi sulla storia non esitò a inserire riflessioni sulla felicità amorosa nel mezzo della strategia di combat insurrezionale. Perché ha conosciuto i passages che rendono comunicabile l’una cosa all’altra e viceversa, Benjamin può ben permettersi di evitare il pudore sudaticcio dei rivoluzionari di professione. Il fatto è che, in verità, sono parte dello stesso fronte, della stessa battaglia, della stessa guerra nella quale avrai a che fare con i nemici e i venduti, i traditori e i pentiti, i bastardi e le puttane: «In questo tempo di autobombe e pane/amore adesso come stai? La nostra storia fuorilegge e il dolore saranno seppelliti qui/ sotto la polvere da sparo e il sole» (Jesse James e Billy Kid). Se proprio deve finire, finiamola da banditi e con della bella musica di sottofondo.

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Il Regno che viene non è un luna park, nel Regno tutto è come adesso solo un po’ differente. Per capirlo bisogna chinarsi verso le cose semplici, i nostri comportamenti abituali interrotti da gesti intimi e allo stesso tempo impersonali: «le facevo da mangiare/ per quando era lontana e stavo ad aspettare/ e il gelsomino mi chiedeva l’acqua/ ma io non l’ascoltavo/ andavo a bocca chiusa nel sogno della neve (prima di Auschwitz)» (Perdere Giovanna). E inevitabilmente ti domanderai “e se avessi ascoltato il gelsomino? chissà, magari le cose sarebbero andate diversamente”. Ti sbagli, è il gesto del cucinare mentre l’attendevi quando era lontana che racchiude integralmente il senso di quell’amore, il gelsomino è adesso che lo devi innaffiare. E come v’erano tracce di Regno prima di Auschwitz, nessuno può dire che non vi saranno anche dopo (la sua distruzione). Sempre che arrivi a ritrovare il tuo cuore, lì, sotto le macerie o che qualcuno sciolga quell’«alluminio anodizzato» (Jesse James e Billy Kid) nel quale lo si è avvolto per proteggerlo dal dolore – inutilmente.

Quello che ci manca disperatamente infatti non è nulla di eccezionale, ma la trama leggera che costituiva un’esistenza: «Baby, un bacio senza fine sulla bocca/La buccia di limone nella bocca/Potremmo andare fino al parco a piedi/Oppure andare al cinema non credi?». Poiché è questo svanire nella bocca, questo disintegrarsi nel quotidiano attraverso l’altra, che ci permette di destituirci in quanto individui: «Mi fai dimenticare di me stesso/Mi fai sentire un essere migliore» (Baby). Non conoscenza è anche oblio di sé, sabotaggio dell’esistenza sociale, felicità di essere nient’altro che contatto. L’armonia dei frammenti che siamo, il loro comporsi nel divenire con l’altro, invece di assecondare la lenta disgregazione alla quale ci consegnano le cento ferite inflitte dalla vita priva d’esperienza a cui siamo destinati dalla società. Tutte le celebri narrazioni d’amore, si pensi solo a Romeo e Giulietta, non sono infatti un combattimento contro di questa?

Non so se è davvero importante segnalare i rimandi e le citazioni filosofico-letterarie di cui sono infarcite le canzoni del «complesso» di Montepulciano – Pascoli o Byung-Chul Han, Guccini o Flaiano o che altro – credo di no, nel senso che esse funzionano proprio in tanto che occultate e il riconoscerle, eventualmente, serve solo ad apprezzare il fatto che non necessariamente chi vuole parlare «a tutti» debba essere o fingersi un essere rozzo e privo di tatto e neanche usarle come fossero una cortina fumogena dietro la quale non c’è nient’altro che il terrore della «vera guerra». L’eleganza non è affatto un privilegio borghese. E la poesia è sempre rivoluzionaria e destituente, anche quando chi la fa si chiama Ezra Pound. A cuccia balilla del terzo millennio! «Ritorna Lassie a CasaPound» (Tazebao).

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Nell’ultima opera del Comitato Invisibile, giusto nel capitolo dedicato al comunismo, è scritto: «Questa continuità tra frammenti è ciò che viene percepito in quanto “comunità”. Un concatenamento. È quello di cui facciamo esperienza in ogni vero incontro. Ogni incontro ritaglia dentro di noi un campo nel quale si mescolano indistintamente elementi del mondo, dell’altro e di sé. L’amore non mette in rapporto degli individui, piuttosto opera un taglio in ciascuno di essi, come fossero improvvisamente attraversati da un piano speciale dove si ritrovano a camminare insieme per il mondo. Amare, non è mai essere insieme ma divenire insieme. Se il fatto di amare non disfacesse la falsa unità dell’essere, l’“altro” sarebbe incapace di farci soffrire fino a questo punto. Se nell’amore una parte dell’altro non si ritrovasse a far parte di noi, non ci sarebbe bisogno di portarne il lutto quando viene l’ora della separazione. Se ci fossero semplicemente dei rapporti tra gli esseri, tutto questo sarebbe incomprensibile. Tutto si svolgerebbe nel malinteso. Infatti, non c’è né soggetto né oggetto d’amore, vi è un’esperienza dell’amore» (Maintenant). Perché un pamphlet sovversivo dovrebbe dedicare tanta energia alla comprensione dell’amore? E che motivo, per chi scrive, di un intero capitolo dentro un libro sul comunismo della destituzione devoto a questa magnifica interruzione dell’Io? Una possibile spiegazione, credo, potrebbe essere questa: «a misura che non si sa più cosa sia una rivoluzione, non si sa più nemmeno cosa sia un amore. E anche viceversa però: tanto più conosciamo l’uno, tanto più abbiamo capacità di conoscere l’altra» (Non esiste la rivoluzione infelice).

Non mancheranno quelli che diranno che se si parla tanto d’amore è per debolezza, per innato decadentismo o per posa da antiquati romantici. Ammettiamo: siamo decadenti e maledettamente romantici e, certo, anche un po’ antiquati. Possiamo accettare anche di essere deboli, se non la si scambia per vigliaccheria. La nostra debolezza viene dall’essere capaci di passività davanti allo Sturm und Drang dell’esistenza. Kafka: «nella lotta tra te e il mondo, lascia vincere il mondo». Stare sempre, sempre, sempre, dal lato dei vinti. Anche quando si vince. Altrimenti è troppo facile. I vinti che compiono una rivoluzione non diventano per questo dei vincitori. Chi si abbiglia da vincitore è sempre un fascista. Tra te e l’amore, anche, lascia vincere l’amore. Perdi e perditi. È la sola maniera di ritrovarti e, chissà, incontrare di nuovo qualcuno con cui divenire. Cadrai ancora, inevitabilmente, ti illuderai, fatalmente, soffrirai, lentamente, e farai mille cazzate per divenire più saggio (ascolta A proposito di lei). Ma hai davvero scelta?

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Resta, ben piantata, la domanda. Cosa ha a che fare questa folie d’amour con la sovversione dell’esistente? Se tu che leggi puoi rispondervi, allora puoi anche capire perché la poetica dei Baustelle si inserisca così bene, con la sua violenta eleganza, nella trama dell’epoca. Se non capisci niente dell’una e dell’altra, forse avresti bisogno di un bagno di pura realtà. Perché si sa, a tutti capita di innamorarsi ma non a tutti è dato vivere un amore e, infatti, seppur esiste l’innamoramento non corrisposto, per contro ciò non ha alcun valore per l’amore (e la rivoluzione).

È scoccata da tempo l’ora di destituire sia la credenza nel rivoluzionario che tanto sarebbe un duro quanto è incapace di sensibilità quale patetica figura – che la cattiva musica che abusa di se stessa farfugliando inoffensivi pigolii sentimentali. Rammentiamo la sentenza del Comité in Ai nostri amici: se fai una vita di merda, farai una politica di merda. Aggiungiamo: avrai anche degli amori di merda.

La vera vita potrebbe anche portare molta sofferenza, ma è bellissima.

La vera rivoluzione può essere sconfitta, ma essendo un atto d’amore di tanti per i tanti è sempre felice.

Il vero amore può finire nel peggiore dei modi, tuttavia resterà sempre la grande, bella e felice avventura della tua esistenza.

E poi.

I romanzi che parlano d’amore senza sottintendere quanto questo abbia a che fare con la distruzione della società esistente parlano d’altro, non d’amore.

I sociologi che discettano dei costumi amorosi tra i cittadini della metropoli, senza mettere in questione e la metropoli e i costumi e i cittadini e finanche se stessi in quanto contabili del capitale, meritano solo l’ironico disprezzo che si deve ai servi stupidi.

Quelli che cercano di convincerci che un amore in fondo è solo una coincidenza, che gli incontri sono casualità e allora tanto vale andare su Tinder o Meetic, meriterebbero invece di incontrare qualcuno che li usi il tanto che basta a farli impazzire per poi gettarli nel cestino senza tante cerimonie come si fa con un kleenex. Così avranno qualcosa a cui pensare veramente per il resto della loro “vita”.

I bastardi che usano della loro “posizione” per manipolare gli affetti e che pensano magari che umiliare sia una forma d’amore, nemmeno nella Geenna troveranno il posto che meritano.

Il problema non è mai stato l’amore, ma la maniera perversamente priva di sensibilità con la quale si chiacchiera e si abusa di quello come lo si fa dei soldi, del lavoro, dell’ultimo telefonino, di cose scambiabili con altre cose. È così che hanno provato ad assassinarlo. Tuttavia l’amore, come il comunismo, c’è sempre. Non è un algoritmo. È sempre lì, batte forte sotto le tonnellate di stronzate che arredano le nostre comode vite, ma in ogni istante può entrare dalla piccola porta e sconquassarti l’esistenza. Ma siccome si è troppo vigliacchi per il comunismo, lo si è altrettanto per l’amore.

Perché, canta Francesco Bianconi, l’amore è negativo. Viene alla mente John Donne e il suo Negative Love. Amore negativo, teologia negativa, comunismo negativo.

Per entrare nell’amore e nel comunismo dobbiamo procedere per negazione di tutto ciò che è lo stato di cose presenti. L’etica, mi diceva un amico, è esprimibile solo negativamente: non mentire, non servire, non tradire, non calcolare, non lavorare, non misurare, non confessare. Vuol dire anche che la sola maniera di fare esperienza di queste potenze è andare in sottrazione. A partire ovviamente da se stessi: «Il vero amore ci distruggerà […] Spegni l’ego», cantano i Baustelle, così come Foucault poteva parlare di disinvidualizzarsi o Deleuze di lasciar perdere la soggettività a favore dell’evento e dell’ecceità. O Giorgio Cesarano e la distruzione della «soggettività fittizia» perché altra non ve n’è, e infatti scriveva: «Allo soglia dell’estasi, uno dei due deve morire. È questo il sacrificio necessario. Ogni sortita dal sé, è un’uccisione di sé» (Manuale di sopravvivenza). E se non sei pronto, se non sei pronta, a essere tu a distruggerti, allora non puoi ancora amare, non puoi ancora vivere il comunismo.

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Il giovane Hegel diceva che nell’amore «il vivente sente il vivente». Forse è per questo che c’entra sempre il dolore. Sentire il vivente non può essere mai qualcosa che dà solo piacere e godimento e ottimismo. No, invece «mi piaci quando sorridi contro la vita, contro la realtà» (L’amore è negativo). Hanno rotto definitivamente i coglioni tutti questi preti del positivo, questi teologi di una gioia che somiglia all’euforia del nevrotico che vuole continuare a ballare sul ponte della nave che affonda (la realtà). René Daumal, in uno scritto dedicato a Spinoza, scriveva che se vera conoscenza vi è allora è dell’essere intero: «La Gioia è un aspetto non essenzialmente distinto dal sacrificio interiore […] E’ prestare attenzione ai dolori più terribili come ai piaceri più tristi, liberarsi di essi senza soffocarli né distrarsene, fabbricarsi duramente la propria Gioia, che “non è la ricompensa della virtù, ma la virtù stessa”, senza desiderare mai di riceverla, desiderando sempre agire e mai patire» (Spinoza o la dinamite filosofica). E cioè: agire il dolore quanto il piacere, agire la sconfitta quanto la vittoria, agire la morte quanto la vita, agire l’assenza quanto la presenza, agire l’amore quanto l’odio, agire la conoscenza quanto il non sapere. Vivere pienamente infine. In quanto parlanti e deliranti. In quanto vedenti e veggenti. In quanto sofferenti e gioenti. In quanto mortali e redenti. Ascolta il lamento dell’angelo. Ascolta la risata dell’angelo. Ascolta il suono elettronico del Dio.

Compatisci.

Combatti.

Canta.

Mordi la polvere.

Prega.

Sanguina.

Bestemmia.

Ama.

«So che ti rivedrò/Dove non lo so»

A proposito di lei

L’Estate, l’Amore e la Violenza

Nel Baustelle del contemporaneo.

di Marcello Tarì

«La Jeune-Fille vuole essere desiderata senza amore o amata senza desiderio. In ogni caso la sua infelicità è salva».
Tiqqun, Elementi per una teoria della Jeune-Fille

«due opzioni dominanti, per la musica giovane e la violenza giovane, musica e violenza, due modi d’essere di quella che è stata detta la generazione della crisi».
Mario Tronti, Il tempo della politica

«Bruciate, bruciate d’amore, cazzo!».
Francesco Bianconi

A Jeanne Moreau, in memoriam

Mentre il chitarrista colpiva le corde della Gibson come avesse tra le dita un rasoio affilato, lui, abbigliato alla maniera di un cospiratore romantico nella Parigi del 1848, cantava con un sorriso spiritato di una certa Betty, incarnazione 2.0 di una Jeune-Fille che sogna «di morire/sulla circonvallazione/prima ancora di soffrire/era già in putrefazione/un bellissimo mattino/senza alcun dolore/senza più dolore». Lei, sguardo di cobalto e pantaloni che ricordano vagamente quelli di Jimmy Page ai tempi in cui officiava Stairway to Heaven, roteava allegramente il microfono sulla testa e dopo aver rammentato che «la guerra avanza», ed elencato soavemente la catastrofica confusione regnante a livello geopolitico-spirituale-soggettivo-sessuale-culturale, ha sibilato un sadiano «Vieni Justine/ in questo mondo/d’amore e di violenza». Il tutto avvolto in una tempesta di sintetizzatori. Welcome in the summer 2017.

La parte del concerto dedicata all’ultimo album termina con un altro «vieni», ma al re del cielo questa volta; sì, che ci provi a venire in questa grotta fredda e gelata anche d’estate, un «vieni» che arrivati in fondo ci svela il significato del “Vangelo di Giovanni”, la canzone che apre il disco: maranatha. Sempre qualcosa o qualcuno che viene contro questo mondo ad ogni attimo, ad ogni nota, ad ogni lettera, ad ogni orgasmo e ad ogni dolore. Insurrezione, comunità, filosofia, regno, amore che viene, che viene, che viene. Il suo tempo è uno: adesso.

Loro sono i Baustelle, durante uno dei concerti del tour estivo “L’Estate, l’Amore e la Violenza”. Le luci, la musica, le parole, i gesti, l’atmosfera: non ci si faccia ingannare dal diorama di citazioni, esse raccontano la nostra epoca come può esserlo in un colorato montaggio distruttivista. Il cantiere dell’epoca, e l’estate come suo frammento patologico.

Il loro ultimo disco, “L’amore e la violenza”, fa da contrappunto lirico e musicale a tutto ciò che andava srotolandosi durante questa estate che sembrava non dovesse mai finire, avendo riassunto tragicamente tutto il peggio delle altre stagioni solo con più caldo, più confusione, più violenza, ma non hanno tralasciato di indagare come questa situazione si rifletta nella vita di ciascuno, «nel male e nel bene», devastando le soggettività per le quali, a volte, però, vi è una via d’uscita, un soffio di salvezza.

Se è vero ciò che ha scritto un amico musicista e cioè che «Attraverso la sua virtù di rinnovamento, la musica dispone l’orecchio e lo spirito ad ascoltare la musica del mondo. Essa ha il potere di rendere gli uomini più presenti al mondo e a loro stessi e, fatalmente, quello di spettralizzarli», bene, se questo è vero, allora che di meglio per afferrare l’adesso se non un concerto?

***

Ma che modo di tempo è l’estate? È giusto un’annotazione meteorologica? È una stagione metafisica? È un tempo quando tutto si interrompe e fugge via o uno durante il quale tutto resta e continua, continua fino a non poterne più? Esiste veramente una dimensione della vita estiva (una che non si riduca al fatto, curioso, di poter andare in giro in mutande senza essere preso per un maniaco o una esibizionista)?

L’estate, per noi moderni, è una moda, quindi una misura e una maniera di essere, un modo di essere vuoti, vacanti giustamente, ed è per questo che la cronaca, cioè gli eventi esteriori, appaiono colmare tutto lo spazio respirabile. Ma è una moda anche perché, come disse Benjamin, «la moda ha il senso dell’attuale, dovunque essa viva nella selva del passato». Però quella vuota evanescenza e insieme l’impregnarsi di passato è anche il motivo per il quale in estate siamo più ricettivi verso certe emozioni, quelle più materiali, carnali si direbbe. È questa esibita contemporanea inattualità, per altro, il trasparente segreto della musica dei Baustelle – «Chi siamo noi? Chissà quest’anno cosa andrà di moda».

Infine l’estate è moderna non solo perché negli antichi tempi l’estate era tutt’altra cosa – le “vacanze estive” sono una crudele e recente invenzione liberale – ma perché moderno significa un tempo che seppure sta nei limiti, nella maniera di un presente, è anche fuori di lui, sempre leggermente non coincidente con l’oggi. Si è moderni e si è alla moda solo se l’ombra del passato ci sfiora da qualche parte, così da non essere mai del tutto attuali e men che meno “nuovi”. Perciò l’estate per noi moderni è, prima di ogni altra cosa, il tempo di un ricordo che buca il presente. O lo brucia.

***

Nei ricordi di ognuno di noi l’estate si lega a lampi di sensazioni tattili e olfattive, di suoni e luci piuttosto che a parole e discorsi compiuti, che paiono sempre di una banalità sconcertante. Quel magnifico tramonto, quel tuffo memorabile, quei sassi percorsi su per la montagna, quel din-don-dan di risate, quel concerto di ferragosto, quel singhiozzare disperato, quello strusciarsi erotico dei corpi sulla sabbia, il sapore di sale e tutte le cazzate che vanno insieme. Quel dormire fino a che non si è sazi e anche di più, quel far niente che ti tedia dolcemente, l’allegria scema, quella sete di incontri, e di sesso, quegli addii per sempre ma per sempre ti ricorderò. Oppure quel «Io ti amo/e non ti penso mai».

Questi sono i ricordi delle percezioni d’estate, quelle di tutte le altre stagione sono diverse – «so il dolore che si indossa d’inverno», recita un verso di Veronica N.2, l’inedito che i Baustelle hanno presentato durante il tour. Forse non sono nemmeno mai stati vissuti, essi esistono giusto in quanto tali: ricordi, che stanno lì nel cielo, come delle lacrime che, quando i ricordi ci troveranno, inizieranno a piovere sulle nostre guance. Sono come una promessa, già da sempre esaudita e tuttavia sempre a venire. Per questo, anche per questo, la musica & la violenza: perché la musica esige l’attenzione dei corpi, e i corpi sono violenti quando esigono che venga ciò che è stato promesso. E questo vale all’ennesima potenza per le nostre generazioni, che da quarant’anni non hanno conosciuto altro tempo che non sia quello di una crisi orizzontale che non ha più dove andare, visto che è già ovunque. E che perciò adesso scende, dentro di noi, trascinandoci violentemente al fondo dell’epoca. È lì che si combatte: «La vita è bella/gli studenti hanno distrutto la città/e le statue degli dei». O se stessi.

Ma ciò che viene non lo manda a dire, viene nella vita così, come un ladro, come un fantasma. Per questo non è affatto facile né riconoscerlo né serbarne ricordo. Siamo scarsi per le cose più importanti. Eppure in noi resta il sospetto di essere stati felici. È vero, oltre che bello, ciò che scrive Ginevra Bompiani «Quando ci si volta indietro e ci si chiede che si è vissuti a fare, si saltano quei momenti in cui non c’era bisogno di chiederselo perché non si poteva fare altro» (Mela zeta).

***

La parola estate deriva da una radice sanscrita che sta per “ardere”, “accendere”, “infiammare”; come i boschi puntualmente vengono incendiati ad ogni estate, così ci si innamora sempre in questa stagione, non è vero? Si crede d’ardere d’amore per qualcuno, difatti ha sempre quel sapore sintetico dell’inautentico, oppure lo si vorrebbe, lo si sogna, lo si invoca. Credo sia proprio qui, nei paraggi del desiderio, che comincia la violenza, o almeno una certa qualità della violenza. E quello che arde infine diventa cenere, qualcosa che fu e non è più. Un’altra urna si aggiunge alle altre, ognuna per ciascuna estate che ricordi. L’altarino delle estati defunte affolla la nostra esistenza come quasi nessun altro ricordo. E le altre? Nulla, se non ne hai ricordo, sono nulla.

Quindi: primo, non iniziare mai un vero amore in estate, se non vuoi che ne resti solo polvere; secondo, il desiderio senza amore è infelice, l’amore senza desiderio anche.

Eppure il liberal-nichilismo sentimentale viaggia alto nei titoli azionari: «I wanna be Amanda Lear/Il tempo di un LP/ Il lato A. Il lato B/Non siamo mica immortali/Bruciamo ed è meglio così/Amanda Lear/soltanto per un LP/ Il lato A. Il lato B/che niente dura per sempre ed è meglio così». Fuck!

E allora? Fuoco cammina con me.

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La parola e-s-t-a-t-e ha nel suono qualcosa a che vedere con è-s-t-a-t-o, ciò che è passato, un qualcosa che possiamo vivere solo così, ricordandolo. E ci sono ricordi individuali e ricordi collettivi. Quell’estate che andai in spiaggia ogni giorno vestito di tutto punto come silente protesta contro l’ipocrisia regnante, mentre Yuri decideva di sparare a un aereo sudcoreano. Quell’anno che fui bocciato e l’Italia vinceva i mondiali. Quello che per la prima volta andavo in vacanza senza famiglia, che era lo stesso della strage di Bologna. Quella estate passata come un Charlie, tutta droga per tutti e basta. Quella della fine di tante cose che per un po’ avevo pensato potessero essere per sempre. Gone, gone with the wind…

Di questo tempo estivo appena passato, cosa ricorderemo? Lo Schanzenviertel travolto da una santa distruzione durante il G20 di Amburgo? La giovane donna investita e ammazzata da un nazista a Charlottesville? I cento e uno episodi di razzismo ovunque in Italia? L’empio macello psicotico di Barcellona? I rifugiati cacciati e pestati per via di uno scontro tra fazioni di governo a Roma? Di nuovo «Berlino distrutta dalla svastica»?

Pare, giusto a proposito, che Bifo avrebbe voluto fare una performance a Kassel dal titolo “Auschwitz on the beach”, e si è cercato di montarci su il solito circo fighetto-mediatico di tutte le mostre globali ma, di fatto, nulla di nuovo. Heiner Müller lo disse anni fa che «Il problema centrale del secolo è trovare un’alternativa ad Auschwitz. Siamo ancora privi di alternative ad Auschwitz». Alla faccia di tutti i post-qualcosa, di tutte le fregnacce sulla fine del Novecento. Zakhor!

Ce l’abbiamo ancora qui, dentro. Auschwitz nel cuore. Non so se è possibile strappare via l’una senza l’altro.

E così ciascuno e ciascuna avrà il suo personalissimo ricordo confuso a uno di questi ricordi collettivi. Insieme formeranno quello di questa grande estate del caos.

Certo tutti gli ultimi eventi citati sono, nonostante le grandi, apparenti, differenze tra essi, evidentemente uniti dalla costante di una pubblica violenza. Ma sarebbe ancora troppo semplice. Anche nella mia, nella tua e pure nella tua privatissima vita c’è violenza. C’è anche la violenza dell’essere soli insieme. C’è quella dell’indifferenza di quelli e quelle a cui hai rivolto invano la parola. C’è la violenza di un affetto, che ti ha portato la felicità o che ti ha fatto a brandelli oppure tutte e due le cose insieme. C’è la violenza con la quale ci costringiamo a fare tutto ciò che potenzialmente non augureremmo al peggior nemico. Oh il lavoro, oh le ferie, oh la politica… C’è la violenza pura dentro la quale germoglia la sensibilità più alta e quella in cui l’abiezione più profonda sale a galla durante un aperitivo al bar, infettando tutto ciò che tocca. Dobbiamo liberarci della soggettività, questo lager su misura e autogestito, un airbnb dalle pareti di carne e la porta di silicio.

Il mondo si incendia, mentre si consuma la vita propria e altrui per un capriccio. «Tutto è niente, l’Essere è». E continua così, stagioni senza fine, riconsegnandoci alle «centomilacinquecentoventicinque storie di tormento». Il fatto è che la violenza pubblica pur se non dovessimo incontrarla faccia a faccia, cosa sempre più difficile – un’altra canzone, intitolata a quello che anni fa era un sogno collettivo di pace, “L’Era dell’Acquario”, ma che adesso, una volta entratici, si è rivelata un incubo dal quale uscire al più presto, dice infatti «Per sopravvivere alle stragi/state alla larga dai musei e dalla metropolitana/ripete la tv/mentre faccio i fatti miei» quella violenza ci traverserà, ci modificherà e se non siamo capaci di affrontarla ci renderà peggiori oppure, più semplicemente, dei docili oggetti in balia del caos «sotto il sole colpevole». Farsi i fatti propri oggi richiede la costruzione di forme di comunità. E della forza per difenderle. Altrimenti «Vivo così. Tra il sociale e il vuoto», cioè tra due nulla.

E così tutto si mescola, tutto c’entra con tutto, anche se non ne ho voglia. Io e i fuochi di Amburgo, io e i miei amici, io e i nazisti, lei e me, i rifugiati che occupano l’anima, la solitudine in frammenti e la massa informe e compatta, le canzoni e la paura. Il calore insopportabile. Che finisca, finisca e ciò che è estate è stato e rimanga solo l’amore. Ma l’amore è la violenza. Il brano strumentale che apre il disco dei Baustelle è il più maestosamente violento dei dodici che lo compongono, lo è anche nella sua inaspettata e giusta interruzione, e si chiama “Love”.

Mi dirai “sì, dici bene tu, ma in questo mondo è difficile distinguerla ormai da quell’altra, dalla violenza pubblica, insensata, quella che ci rende dei mostri”. Sì, è vero, eppure, credimi, certe altre è diversa e nel suo attimo di massima intensità oltrepassa una soglia, diviene un’altra guerra, e se ne fotte che «la Jeune-Fille vorrebbe che la semplice parola “amore” non implicasse il progetto di distruzione di questa “società”». È per questo che bisogna, bisogna, bisogna bruciare d’amore.

Adesso, dopo il concerto, dopo l’estate, mentre veniamo fuori storditi, valgano le parole della lettera di Franz a Milena: «Si è fatto un silenzio così vasto, non si ha il coraggio di dire una parola in questa quiete. Be’ domenica staremo insieme, cinque, sei ore, troppo poco per parlare, abbastanza per tacere, per tenerci per mano, per guardarci negli occhi».

Ci sarai? Vieni, ti aspetto.

Perché «la vita è tragica/ la vita è stupida/ però è bellissima».

Amen.